Brasile: il sogno di Bolsonaro e il nostro incubo

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Dal mio ultimo articolo per Volere la luna (https://volerelaluna.it/mondo/2020/09/28/la-vera-natura-del-governo-bolsonaro/) molte cose sono cambiate (in peggio) in Brasile. I nodi irrisolti vengono al pettine: la crisi sanitaria, la crisi economica e la crisi politica stanno provocando una crisi sociale che è ancora sommersa, ma pronta a esplodere.

A quasi un anno dall’inizio della pandemia la situazione sanitaria sta peggiorando. Il Brasile, secondo una ricerca fatta in 98 paesi del mondo, è il paese che ha gestito la crisi nel peggior modo possibile e registra più di 9 milioni di casi e 220.000 morti per coronavirus. È il secondo paese con il maggior numero di morti al mondo, dietro agli Stati Uniti, che finora hanno perso 429.000 vite (vedi: https://www1.folha.uol.com.br/mundo/2021/01/brasil-e-o-pais-que-pior-lidou-com-a-pandemia-aponta-estudo-que-analisou-98-governos.shtml). I due paesi più popolosi del continente americano avevano in comune governi di leader populisti di estrema destra – Jair Bolsonaro e Donald Trump – che minimizzavano attivamente la minaccia del Covid-19, ridicolizzavano l’uso di mascherine e si opponevano all’isolamento sociale e alla chiusura dei negozi e ristoranti. Entrambi sono stati personalmente infettati dal virus.

Il Brasile registra 425 casi e 10 decessi per milione di abitanti e ha visto un forte aumento dei contagi dalla fine del 2020; non c’è stata una seconda ondata perché la prima non è mai finita. A gennaio, la mancanza di ossigeno per i pazienti in Amazzonia e la disorganizzazione all’inizio della campagna di vaccinazione sono stati esempi dei fallimenti del Governo federale nella gestione della pandemia. Non si tratta solo di omissioni del Governo federale, ma di misure prese per ostacolare il contrasto al virus e favorire la sua diffusione in nome della teoria dell’immunità di gregge e della politica negazionista del presidente e dei suoi collaboratori. Così come non ha elaborato un piano nazionale di contrasto al virus, Bolsonaro non ha organizzato per tempo un piano vaccinale e non ha stabilito protocolli per il distanziamento sociale, scontrandosi con le iniziative di Stati e Comuni. Durante tutto il periodo della pandemia, ha minimizzato la mortalità da Covid, ha condannato la chiusura del commercio e ha contribuito ad alimentare la diffidenza nei confronti dei vaccini. La vaccinazione è cominciata con ritardo e senza garanzie di continuità: il Governo federale ha firmato contratti solo con una casa farmaceutica (quella di Oxford attraverso l’Istituto Fiocruz) e non ha appoggiato l’iniziativa dell’Istituto Butantan de São Paulo di acquistare i vaccini prodotti dalla Sinovac cinese. A ottobre il presidente aveva dichiarato che non avrebbe mai comprato un vaccino cinese, smentendo così il ministro della sanità (il generale Pazuello). Senza l’iniziativa del governatore di São Paulo, João Doria (che aveva appoggiato Bolsonaro nella campagna elettorale, ed è diventato oggi il suo più diretto concorrente alla presidenza) il Brasile non avrebbe proprio iniziato la campagna di vaccinazione. Bolsonaro ha in seguito dovuto cambiare atteggiamento ma continua a seminare dubbi sull’efficacia dei vaccini, ha dichiarato che non si vaccinerà, continua a non rispettare le misure di sicurezza e a difendere l’uso della clorochina come trattamento precoce della malattia.

Alla crisi sanitaria si somma la crisi economica: nel 2020 il PIL è caduto del 5%, la disoccupazione è al 14% con circa 14 milioni di disoccupati, il debito pubblico è esploso per le misure economiche emergenziali destinate alla popolazione e alle imprese (che sono state chiuse nel gennaio di quest’anno e non si sa se e come potranno riaprire). Ci sono decine di milioni di famiglie che dipendono dal sussidio di 600 reais (circa 100 euro), poi diminuito a 300 reais, stanziato per l’emergenza, e che non hanno altre fonti di reddito. Il Brasile sta ritornando nella lista dei paesi affetti dalla fame dalla quale era uscito ai tempi di Lula e Dilma.

Nel frattempo, il mondo politico è paralizzato da mesi dal conflitto per l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato. Dopo due anni di disinteresse per il gioco parlamentare, Bolsonaro ha cominciato a preoccuparsi per l’aumento delle richieste di impeachment: attualmente quasi 60. E sta intervenendo in modo pesante, comprando voti e consensi in cambio della distribuzione di incarichi pubblici per avere un Parlamento a suo favore, stringendo un’alleanza con il cosiddetto centrão, quell’insieme di partiti di centro e di destra che in campagna elettorale aveva tanto stigmatizzato e che si sommano agli alleati della prima ora: «as bancadas do boi, da bala e da bíblia» (i gruppi parlamentari dei latifondisti, dei militari e degli evangelici). In fondo, nonostante il discorso antisistema che lo ha aiutato a essere eletto, Bolsonaro ha fatto parte per quasi 30 anni del basso clero del Parlamento. Questa strategia sta dando risultati: il 1° febbraio 2021 sono stati eletti alla presidenza della Camera e del Senato due alleati di Bolsonaro con ampio margine di voti.

Nel frattempo, invece di preoccuparsi per questi gravi problemi, Bolsonaro continua la guerra ideologica e culturale contro il “comunismo” e l’opera diuturna e silenziosa di distruzione della democrazia promessa nel primo giorno di governo: contro i diritti umani, l’ambiente, la salute pubblica e le conquiste del femminismo, delle comunità indigene e quilombolas, del movimento LGBT, dei lavoratori. Opera di distruzione inseparabile dal negazionismo: negare che ci sia stata una dittatura in Brasile, che esista il riscaldamento globale, negare la pandemia, il razzismo e i femminicidi che stanno crescendo in Brasile. Un’alleanza fra negazionismo e tradizionalismo (Dio, patria, famiglia e proprietà) che promuove una cultura della violenza e della morte.

Tutto ciò non è avvenuto senza conseguenze. L’appoggio popolare è crollato nei sondaggi, ma si aggira ancora sul 30% e non si sono viste manifestazioni popolari di protesta, con l’eccezione di qualche “panelaço” e “carreata”. Senza una forte mobilitazione popolare sarà difficile che l’impeachment abbia successo. Bisogna anche dire che l’opposizione continua a essere divisa, senza un’azione politica efficace di contrasto, distante dalla base popolare e dalle necessità della gente, senza un vincolo organico con i movimenti sociali, limitata alla denuncia e al gioco parlamentare. È cambiato anche il profilo dei sostenitori di Bolsonaro. È diminuito l’appoggio delle classi medie e aumentato quello dei settori più poveri, soprattutto a causa degli aiuti elargiti per l’emergenza a quasi 70 milioni di persone, che si sommano al nucleo duro dei gruppi ideologici e fondamentalisti.

L’obiettivo esplicito di tutto ciò è la rielezione nel 2022, e Bolsonaro si sta preparando a vari scenari possibili. La sconfitta di Trump è stata un colpo molto duro per lui. Bolsonaro (come il suo ministro degli Esteri Ernesto Araújo) aveva dato il suo aperto appoggio a Trump durante la campagna elettorale, è stato l’ultimo presidente dell’America Latina a riconoscere la vittoria di Biden, ha insistito fino alla fine sulla versione trumpiana dei brogli e dichiarato apertamente che non accetterà un’eventuale sconfitta nel 2022, seminando dubbi sul sistema elettorale brasiliano, uno dei più sicuri e avanzati del mondo, e chiedendo il ritorno al voto non elettronico.

Come ho già scritto più volte, Bolsonaro si sta preparando ad ogni evenienza, costruendo un potere parallelo fondato sui militari, sulle milizie, sugli evangelici, sui latifondisti, sull’appoggio dei suoi fan fanatici che lo considerano un “mito”, per reagire a qualsiasi situazione. Non so se il Brasile potrà sopravvivere ad altri due anni di malgoverno e non posso immaginare cosa succederebbe se Bolsonaro ottenesse un altro mandato di quattro anni!

Il Procuratore Generale della Repubblica (scelto da Bolsonaro) ha dichiarato che lo stato di emergenza (misura civile) è l’anticamera dello stato d’assedio (misura militare), che potrebbe essere proclamato in caso di gravi conflitti e disordini sociali, che ancora non si sono manifestati ma potrebbero esplodere nei prossimi mesi con l’aggravarsi della crisi sanitaria, economica, politica e sociale. Con la proclamazione dello stato d’assedio appoggiato dai militari, dalla polizia e dalle milizie urbane e rurali, si realizzerebbe il sogno di Bolsonaro e comincerebbe il nostro incubo.


Quell’onda nera del negazionismo

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Un’onda di oscura inquietudine pervade in queste ore l’Europa. La tensione aumenta, l’incertezza sembra prevalere. Le immagini che giungono da Londra, ma soprattutto da Berlino ne sono quasi l’emblema.

Migliaia di manifestanti alla Porta di Brandeburgo urlano «aprite i cancelli». Denunciano la “follia del virus”, pretendono lo stop immediato alle misure anti-Covid. E passano già alle vie di fatto: non rispettano le distanze e sono senza mascherina. Sì, perché la mascherina non sarebbe che una museruola buona solo per gli schiavi. E così i No-Mask arrivano alla dimostrazione. L’ha organizzata un ambiguo gruppo che si chiama non per caso Querdenken 711 (pensiero trasversale 711). Ma al corteo spuntano bandiere del Reich ed è ormai chiaro che i gruppi di estrema destra, radicati e agguerriti, tentano di cavalcare la protesta. È qui che occorre vedere per tempo il pericolo.

La situazione sta precipitando anche da noi. Ormai si dà del “terrorista” a chi osi parlare del Coronavirus con la serietà che richiede la situazione. Tutto sarebbe falso o comunque sopravvalutato. Un’emergenza inventata dai “politici”, gonfiata e ingigantita dai media. Tra spavalderia menefreghista e complottismo dell’ultima ora i negazionisti aumentano, spalleggiati da personaggi pubblici che giocano a proporsi come novelli capi-popolo dei sovranisti anti-virus. Non bastavano Salvini e poi Briatore. Adesso Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri nel Viterbese, ha vietato l’uso all’aperto della mascherina. «Solo ladri e terroristi si mascherano il volto». Ordinanza sfrontata che, oltre alla sfida evidente, indica l’assoluta mancanza di rispetto verso i cittadini che ogni giorno, pur tra tante difficoltà, portano la mascherina. D’altronde Sgarbi già da tempo si presenta nei talk show che lo ospitano facendosi apertamente beffe di ogni senso civico: e questo in un momento delicato, dove ogni gesto minimo conta nella comunicazione e chi ha influenza dovrebbe dare prova di responsabilità.

Non si prenda questo per l’ennesima volta come folklore. Non lo è. Piuttosto è un atteggiamento antidemocratico, che diffonde il sospetto, trasmette paura, semina rancore, propaga l’ossessione del complotto. Ecco: il Coronavirus sarebbe lo strumento nelle mani di forze occulte che vorrebbero sottrarre al popolo la sua sovranità. Ma la semplificazione, le scorciatoie esplicative non favoriscono ‒ si sa ‒ la democrazia. I negazionisti del virus aumentano per la facile tendenza alla rimozione e per quella fraintesa libertà che non guarda in faccia a nessuno e si traduce nel «faccio quello che mi pare». Ma non si può sottovalutare quell’individualismo italico condito spesso di gretto localismo, terreno fertile per i sovranisti nostrani. La sovranità dell’io fa tutt’uno con la sovranità territoriale, anzi regionale. La vera (nascosta) epidemia sarebbe infatti portata dagli immigrati.

Sarebbe un errore sottovalutare i fiancheggiatori dei No-Mask, i capipopolo che fiutano il disagio, annusano la stanchezza. E si ripropongono di trarne tutto il vantaggio possibile. Che cosa c’è di più facile di una crociata contro la mascherina-museruola, di una guerra contro il virus sopravvalutato o addirittura inventato? Il preteso capopopolo alla Sgarbi non si limita ad articolare il malessere; fornisce già direttive. In Spagna, in Inghilterra e soprattutto in Francia i contagi aumentano e la possibilità del lockdown è alle porte. Nel nostro Paese la tensione è palpabile e cresce l’attesa per la riapertura della scuola e dell’università. Qui non si può fallire. Non sono più lecite confusioni, incertezze, indicazioni contraddittorie. È invece assolutamente indispensabile che la politica dia messaggi chiari e si rivolga direttamente ai cittadini per affrontare questa prova che ha ormai assunto un alto valore simbolico.

L’articolo è tratto da “La Stampa” del 30 agosto 2020


Foibe. L’agguerrito esercito della negazione della storia

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Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (legge n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/02/14/von-banditen-erschossen-su-mattarella-e-le-foibe/), non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di “eroi”. Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine “martiri” quello appunto di “eroi”: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti. Chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente “nostalgico”. Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando “le foibe” in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del “confine orientale”, alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo a un paradosso. La destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è “negazionismo”. Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo “ismo” una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della “verità politica”, che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di “populismo storico”: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in “populismo storiografico”, in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che “la gente” anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo “spontaneo” i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle “verità nascoste” (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 9 febbraio

 


Von Banditen erschossen (su Mattarella e le foibe)

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Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio.

Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa. La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane.

Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari.

Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro.

Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria  sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia.

Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità.

Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?

Chi era Christian Wirth

 

Si legga anche la seguente documentazione (da Angelo Del Boca, Italiani brava gente)

 


L’antimafia dimenticata nel silenzio di tutti

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Ad oggi non è stata ancora ricostituita la Commissione parlamentare antimafia, a sei mesi dalle ultime elezioni e a tre mesi e mezzo dalla costituzione del nuovo esecutivo. Nell’Italia delle mafie questa non è una buona notizia. Ciò potrebbe sembrare “normale” per un governo che ha fatto della lotta all’emigrazione la principale strategia dell’ordine pubblico, in linea con le nuove gerarchie della sicurezza per le quali un immigrato è più pericoloso di un mafioso. Ma per le forze di opposizione all’attuale maggioranza Lega-Cinque Stelle si tratta di una superficialità e di una sciatteria imperdonabili, un’occasione mancata per evidenziare le contraddizioni di chi nel governo da un lato inneggia alla sentenza sul riconoscimento della trattativa tra Stato e mafie e dall’altro trascura di dare priorità alla ricostruzione di quell’organismo parlamentare che ha contribuito negli anni a rendere le mafie meno sconosciute e a segnare con alcuni suoi atti non solo la vita parlamentare ma la stessa storia d’Italia.

Certo, la legge costitutiva è stata già approvata all’inizio di agosto, ma mancano ancora le designazioni dei gruppi parlamentari e un accordo sulla presidenza. Certo, anche nella legislatura precedente si arrivò alla composizione dei membri della commissione (e alla nomina del presidente) in forte ritardo. Ma la scelta di Rosy Bindi, una presidente dotata di una forte personalità, aveva creato una forte ostilità in forze politiche.

Ora, invece, il ritardo non sembra motivato da uno scontro sui nomi (almeno finora) ma dalla indifferenza con cui la maggioranza tratta la “questione mafiosa” rispetto ad altri temi, e dalla distrazione da parte delle forze di opposizione dai temi che potrebbero rilanciarne l’identità e la incisività politica.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la commissione antimafia non esiste fin dall’avvio del Parlamento repubblicano. Essa infatti non è un organismo permanente delle due Camere, ma viene costituita di volta in volta con apposita legge, e non sempre ha avuto poteri di inchiesta che, come recita l’articolo 82 della Costituzione, le consentiva di procedere “nelle indagini e negli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria”, sentendo testimoni e acquisendo prove e documentazioni. Questo perché per molti decenni si è ritenuto che la mafia non fosse un problema serio della democrazia italiana ma solo di “esagerazioni” delle opposizioni.

Una lunga fase di negazionismo sulle mafie ha accompagnato la nascita e l’avvio dell’Italia repubblicana. L’allora ministro dell’interno il democristiano e siciliano Mario Scelba nel 1949 disse, in un celebre intervento al Senato, “si parla della mafia condita in tutte le salse ma, onorevoli senatori, mi pare che si esageri in questo”. Pochi mesi prima era stata presentata dai comunisti la prima proposta di istituzione della commissione parlamentare d’inchiesta, che non fu presa in considerazione. Poi fu Ferruccio Parri, che era stato il primo presidente del Consiglio a capo di un governo di unità nazionale istituito alla fine della seconda guerra mondiale, a farsi promotore della proposta, ma la sua venne definita da un senatore democristiano, Mario Zotta, come “inutile, antigiuridica e inidonea”. Solo alla fine del 1962 fu approvata la legge istitutiva che prendeva le mosse appunto dalla proposta di Ferruccio Parri e da una analoga del socialista Simone Gatto. Dovettero passare, dunque, ben 15 anni dall’elezione del nuovo Parlamento repubblicano per vedere operante la prima commissione antimafia.

Eppure le mafie non se ne erano state silenti in quel lasso di tempo, anzi in particolare quella siciliana aveva prodotto un numero di morti impressionanti, soprattutto di sindacalisti ed esponenti del mondo contadino e bracciantile appartenenti alla sinistra socialista e comunista. E inizialmente le commissioni antimafia si occuparono solo della mafia siciliana, non ritenendo le altre tre meritevoli di attenzione.

Solo nel 1988, durante la X legislatura, la commissione ebbe come obiettivo quello di occuparsi anche di “altre associazioni criminali similari” e dalla XV la competenza si ampliò fino alle “associazioni similari straniere”. Una prima e completa relazione sulla camorra si è avuta solo nel dicembre 1993 ad opera della commissione presieduta da Luciano Violante, e una relazione specifica sulla ‘ndrangheta solo nel 2008 ad opera di quella presieduta da Francesco Forgione, mentre il primo serio approfondimento del rapporto mafie e massoneria lo si deve al lavoro di quella guidata da Rosy Bindi, così come la straordinaria attenzione sulle mafie nel Centro-Nord. L’ultima commissione ha avuto anche la forza di aprire un’indagine sui limiti del movimento antimafia. E fu Gerardo Chiaromonte a pubblicare il primo elenco di amministratori “impresentabili” a causa di condanne per mafia o per reati contro la pubblica amministrazione.

La prima relazione parlamentare sulla mafia fu resa pubblica solo nel 1976, a quattordici anni dalla istituzione della commissione. Nella versione finale si parlava apertamente di collegamenti tra mafia e politica locale siciliana e, ai primi degli anni Settanta, di una diffusione dell’organizzazione anche fuori dalla Sicilia. Furono prodotti ben 42 volumi di atti che inchiodavano le responsabilità politiche, nonostante il democristiano Luigi Carraro concludesse i lavori parlando di un fenomeno mafioso “limitato e da non sopravvalutare”. Nonostante gli imbarazzi dei rappresentanti dei partiti più coinvolti nelle relazioni mafiose, bisogna prendere atto che le commissioni antimafie hanno pubblicato sempre delle puntuali analisi e hanno promosso una legislazione antimafia tra le più attrezzate ed estese in Occidente.

E qualche volta si è riusciti a riaprire le indagini su episodi delittuosi restati impuniti o su cui c’era stato un depistaggio, come nel caso dell’assassinio di Peppino Impastato o del ritrovamento del corpo di Placido Rizzotto, fatto scomparire da Luciano Liggio. Addirittura nell’ultima relazione è stato dedicato un paragrafo alla scomparsa di un celebre quadro di Caravaggio, giusto per capire come le azioni mafiose possono incidere anche nel campo artistico e culturale, oltre che in quello economico e sociale.

E oggi che le mafie hanno assunto un ruolo economico mai avuto in tutta la storia precedente e si è raggiunto un livello di presenza delle mafie in tutte le regioni italiane, il lusso di perdere altro tempo non ce lo possiamo consentire. Le mafie sono formate da italiani, chi le protegge e usa sono italiani. Gli immigrati non controllano le mafie, come qualcuno vorrebbe farci credere.

L’articolo è tratto da Il Mattino del 13 settembre 2018