Il ritorno nelle “terre alte”: un’esperienza a Ostana

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Nell’edizione in corso di “Cheese” a Bra, parole come Alpi, monti, pascoli, transumanza, pastori, “riabitare” la montagna, sono echeggiati con frequenza. Un giusto tributo ai protagonisti che fanno impresa accarezzando il cielo delle quote più ardite e una vetrina dei loro prodotti. Sono loro che animano e sostengono le “terre alte” del nostro Paese. Le custodiscono silenziosamente con un’impagabile azione di manutenzione che fa prevenzione a quelle che ostinatamente si vogliono chiamare “catastrofi naturali” e che nascono dall’incuria. Originata dall’abbandono. Che per non verificarsi chiede investimenti. Politiche di prevenzione. Al netto di una persistente retorica della montagna che esalta improbabili reinsediamenti romantici, pur ammirevoli, non mancano episodi di giovani che investono il loro futuro nel ritorno, almeno parziale, ai pascoli alpini.

Siamo a Pion da Charm (borgata Durandin), nel punto più alto del Comune di Ostana, 1640 metri di altitudine, alta Valle Po, il secondo Comune che si incontra dopo le sorgenti del più lungo e importante fiume d’Italia. Il Comune (poco più di 80 residenti) ha allestito, con fondi europei – 214 mila euro provenienti dal FESR (Fondo Europeo agricolo per lo Sviluppo Rurale) – il nuovo caseificio comunale e lo ha affidato a due giovani, Eloise Vignon e Matteo Cottura che si sono conosciuti alla Scuola statale di specializzazione in allevamento caprino di Clermont Ferrand. La struttura architettonica, progettata con l’utilizzo di materiali locali declinati in maniera innovativa ed ecosostenibile, è stata progettata con la supervisione del Politecnico di Torino e realizzata da una Cooperativa in cui sono attive maestranze locali, compreso uno dei migranti che il Comune ha chiesto di accogliere e che ora, con il ricongiungimento familiare, vive stabilmente qui.

I gestori: lei, ingegnere agronomo con specializzazione in caseificazione, arriva da una famiglia di allevatori caprini del Vercors (massiccio montuoso delle Prealpi francesi del Delfinato), lui è laureato in Scienze agrarie, ha un incarico ad Entomologia presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, e arriva da una famiglia di agricoltori di Envie (la mamma è veterinaria) con azienda a indirizzo foraggero-cerealicolo. Al momento dispongono di un gregge di una cinquantina di capi ma l’obiettivo è di arrivare ad almeno 100-120 con un ciclo aziendale autonomo autosufficiente che prevede di convertire l’azienda destinandone la superficie prevalentemente a prato e colture foraggere, riducendo progressivamente la presenza del mais (esigente in termini idrici e di fertilizzanti) a favore dell’introduzione di nuove specie, tipo l’orzo.

«Cercheremo inoltre di rimanere il più possibile sui pascoli in altura, almeno quattro mesi, a integrazione dell’alimentazione in pianura, per trovare un equilibrio anche sotto il profilo economico» sottolinea Matteo. «Lavoriamo giornalmente il latte a crudo e munto a mano. Dai miei studi e dall’esperienza della mia famiglia produciamo tomini anche aggiungendo una varietà di erbe aromatiche che ne diversificano il sapore. Abbiamo, per ora tre tipologie di prodotto: ai tomini freschi o stagionati si aggiungono, infatti, la “Tuma d’Oustano” con pezzature da un chilo e mezzo, con un minimo di un mese di stagionatura e il Chabrotin, a pasta molle, con stagionatura di almeno quattro settimane e pezzature intorno ai due ettogrammi» osserva Eloise. Che aggiunge: «Per l’intera produzione utilizziamo fermenti lattici naturali non di provenienza industriale, caglio e sale; per i tomini applichiamo la tecnica della cagliata lattica che richiede latte a riposo per 24 ore». Produzione di alta qualità che ha scelto di non inseguire la quantità, i grandi numeri. «Siamo partiti con prudenza e per ora il nostro gregge ci assicura circa 1.300 litri di latte al mese che significano il 10% di prodotto trasformato. Ma contiamo di raggiungere l’obiettivo di raddoppiare i numeri – aggiunge Matteo – per vendere formaggi in parte freschi in parte a livelli diversi di stagionatura».

Un lavoro fatto con conoscenza scientifica e con professionalità, che garantisce un prodotto di qualità, che lascia ben sperare nel successo dell’iniziativa e che si aggiunge al già affermato “Pasturo del Sère” prodotto a marchio dell’altro caseificio comunale gestito da un altro pastore e dalla sua famiglia, Bruno Ferrato, in località Serre. Microcaseifici produttori di qualità organolettiche, di gusto e di futuro. La sfida della nuova montagna che non vuole morire.


Enrico Camanni, Se non dovessi tornare (Mondadori, 2023)

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Gary Hemming, classe 1934, è stato uno scalatore californiano dal carisma e dal fascino che solo i visionari sanno esercitare. Nomade per vocazione è stato precursore delle moderne tecniche dell’arrampicata sportiva e di un diverso approccio alla montagna. Diventa suo malgrado un eroe in seguito all’avventuroso salvataggio nel 1966 di due alpinisti tedeschi sul Petit Dru, la parete più dura del Monte Bianco. La fama, tuttavia, non lo rende meno sensibile alle ingiustizie del suo tempo. Quando l’amicizia con il giornalista francese Pierre Joffroy gli darà la possibilità di scrivere il libro della sua vita (una delle sue tante ossessioni) la scrittura diventerà lo specchio delle sue inquietudini. Ma se non leggeremo mai il libro di Gary Hemming, ci rimane, grazie a Enrico Camanni, il romanzo di questa vita fragile in un tempo di grandi cambiamenti, di ascese formidabili e di cadute verticali, protagonista un uomo affamato di vita e il suo sogno impossibile di una libertà senza compromessi.

segnalazione di

Filippo Scisciani
libraio di Binaria
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Cortina: ci manca solo l’aeroporto

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Mentre le calure estive schiantano a decine (non solo metaforicamente) anziani proletari e lavoratori stagionali e mentre una larga fetta di piccola media e oltre borghesia si rifugia in quota “al fresco”, un’esponente della destra italica che, a suo dire, tra i monti di Cortina si sentirebbe “a casa sua” (sentimento, mi auguro, non ricambiato dagli indigeni e dalla fauna e flora locale) ha emesso il verdetto definitivo, la classica “parola fine” sull’ambigua e lamentosa questione “spopolamento delle montagne”. Concetto spesso impropriamente e retoricamente evocato, a scopo finanziamenti, oltre che da interessati amministratori, operatori turistici e speculatori d’alta quota, da una miriade di soidisant “scrittori di montagna” (esiste anche l’associazione, quasi una lobby, mi dicono) che dai Monti, spettacolarizzando e mercificando, trae sostentamento.

In realtà si dovrebbe piuttosto parlare dei rischi di sovrappopolazione in un ambiente non “fragile”, ma sicuramente “delicato” (nel senso di complesso, variegato, ricco di interconnessioni a livello di habitat, specie, clima…) e quindi a rischio. Soprattutto pensando che tutti (quasi tutti?) usano l’auto, il fuoristrada, il suv e altro e per il territorio, per gli ecosistemi le conseguenze sono comunque devastanti. Oltre naturalmente al proliferare di seconde case, alberghi, rifugi-alberghi, strade, impianti di risalita, piste da sci (con illuminazione notturna), bob olimpico… e una generalizzata cementificazione-deforestazione. Giusto un anno fa assistevo allibito a un brutale taglio boschivo, una folta assemblea di larici ridotta in trucioli, destinati poi a qualche impianto per la produzione di energia “bio” (?!). Ufficialmente – mi spiegava il proprietario del bosco –«xe sta Vaia». Peccato che il bosco, come potevo ampiamente testimoniare, da “Vaia” all’epoca non fosse stato nemmeno sfiorato. Diciamo che l’astuto montanaro veneto aveva colto l’occasione («ghe gaveva ciapà rento») per specularci su.

Ma con l’odierna richiesta di un aeroporto per Cortina, perché arrivarci su strada sarebbe “un calvario”, si è letteralmente toccato il fondo. Del resto questa pare sia la tendenza generale. Per gli straricchi senza vergogna (non solo i classici capitalisti naturalmente, aggiungiamo calciatori, attori, cantanti, politici, camorristi, nani e ballerine…) volteggiare angelicamente sopra le masse accaldate e puzzolenti sui sentieri (o magari in coda sui tornanti) è una questione di principio. Solo qualche giorno fa davanti a un rifugio CAI sulle Pale di San Martino sono atterrati un paio di elicotteri (il gestore aveva fatto allontanare preventivamente gli escursionisti raccomandando di riprendersi magliette e canotte stese ad asciugare perché altrimenti sarebbero volate via) da cui scendevano, in ghingheri, due vispe comitive di turisti che qui avevano prenotato il pranzo. Dopo un lauto pasto e abbondanti libagioni erano ripartiti senza nemmeno sgranchisti le gambe e senza mischiarsi con le prosaiche masse appiedate. Rifugio CAI, sottolineo.

Quanto alla recente “tragedia annunciata” della Marmolada (più che un “campanello”, una sirena, l’ennesima, d’allarme) presumibilmente – siamo pur sempre nella Società dello spettacolo dove lo spettacolo si fa merce – alimenterà il turismo, almeno quello dei voyeurs (vedi sul Vajont, vedi, anche se in forma minore, Stava e Cermis…), ma forse non contribuirà abbastanza, non quanto dovrebbe, allo sgretolamento dell’antropocentrismo capitalista applicato al turismo e dei suoi inevitabili corollari (mercificazione, sfruttamento, spettacolarizzazione etc.).

A titolo di parziale consolazione (e lo dico magari a mio svantaggio, in quanto escursionista che dalla pianura risale in treno e corriera e poi si sposta rigorosamente solo a piedi), almeno da ‘ste parti (Vette Feltrine e dintorni), vanno dilagando zecche et similia. Scoraggiando una eccessiva frequentazione di boschi, prati e brughiere.


La montagna: tra alienazione e abbandono

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Di chi è la montagna? Ormai di chi abita in città e della pubblicità (turistica alimentare idrica). I montanari “indigeni” tendono invece a emigrare in pianura. Di fatto espropriati o colonizzati, culturalmente e socialmente. E che ne è della cosiddetta “montagna di mezzo”? Di quella cioè tra i 600 e i 1500 mt di altitudine (oltre il 74% della superficie montana nazionale, 60.000 kmq su 84.000 complessivi) che si estende dalle basse Alpi e lungo tutta la dorsale appenninica, 7 milioni e mezzo di ettari, vale a dire una superficie maggiore di quelle del Portogallo, dell’Ungheria, o dell’Austria; più del 23% del territorio nazionale.

Di questo territorio, dei suoi problemi, della sua storia e delle sue potenzialità, si occupa il saggio di Mauro Varotto, Montagne di mezzo. Una nuova geografia, Einaudi.     L’autore segue il filone aperto da Antonella Tarpino con i fondamentali Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini e Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro. Un libro, questo di Varotto, ampio, documentatissimo, a volte un po’ gergale nella scrittura ma anche con molte pagine che vibrano di passione per il mondo montanaro e per un suo possibile futuro. Ricco di analisi e proposte che, se realizzate, gioverebbero a uno sviluppo diverso del nostro territorio, ma che dubito verranno lette dal fantasioso neoministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che preferisce volare alto.

Qui invece si va sul concreto, rasoterra: siamo su un terreno montanaro, appunto; quindi da percorrere con pazienza e concretezza. Varotto parte dagli inizi del Novecento, quando l’alta montagna cominciò a diventare di moda. In realtà la “scoperta” della montagna è tributaria anche del Romanticismo tedesco e della cultura tedesca in genere (si pensi a esempio agli ambigui movimenti giovanili della Jugendbewegung e dei Wandervogel, che il nazismo cercò poi di assimilare, riuscendoci solo in parte). E alla Wilderness, e alle sue ambiguità, è dedicato un capitolo importante del libro. Per quanto riguarda poi l’alpinismo sportivo e la conquista delle cime gli “inventori” furono soprattutto gli inglesi, come documenta il bellissimo libro di Piero Malvezzi, Viaggiatori inglesi in Val d’Aosta (1800-1860), Edizioni di Comunità, 1972 (ora recuperato da Lampi di Stampa).

Ma il filo conduttore di Varotto è quello della montagna di mezza altezza espropriata da parte della pianura e/o lasciata forzatamente nell’abbandono dai suoi abitanti originari. La tesi di fondo è che la montagna, fino a due secoli fa, era vissuta dai suoi nativi con paziente lavorio e scambi tra alto e medio livello, in una poliedricità di lavori a seconda del terreno e delle stagioni. E si reggeva su “un’economia ibrida: un po’ di commercio, un po’ di agricoltura, un po’ di artigianato, allevamento.” (p.134)

Poi l’Alpe è stata spodestata dai cittadini della pianura, che si sono creati un mondo fittizio (quello del “nonno di Heidi”, dice Varotto) presto sfruttato dalla pubblicità che spaccia come alpine e genuine varie merci (acque minerali, latte, formaggi, specialità gastronomiche) di fatto lavorate, e spesso anche prodotte, in pianura. Ma soprattutto è stata invasa e colonizzata dal turismo cittadino, che l’ha rimodellata a suo uso e consumo con impianti sciistici rovinosi per l’ equilibrio ambientale e per il consumo idrico necessario per sparare sulle piste la neve artificiale (ormai indispensabile per il riscaldamento climatico): “oltre cinquemila chilometri di piste da sci e 1462 impianti di risalita costituiscono l’infrastrutturazione urbana che orienta in termini monoculturali anche le quote più basse, catalizzando gli investimenti su impianti di risalita, ricettività e servizi.” (p.133), tendendo a invadere anche quelle “riserve indiane” che sono ormai i parchi naturali. A questa devastazione monofunzionale vanno aggiunti gli invasi delle dighe per fornire elettricità alla pianura (i più anziani ricordano bene quello del Vajont, causa di una rovinosa inondazione che fece 2.018 vittime; altri sono stati svuotati dopo anni di mezzo servizio, come quello della Valgrisenche, nell’alta Val d’Aosta. Prima rovina dell’ambiente, poi fine tragica o silenziosa). E tuttora sono progettati invasi artificiali à gogo, nonostante le proteste di varie associazioni (a partire dal CAI).

Colonizzata dal turismo vacanziero e cittadino, l’alta montagna si è così depauperata e ormai dipende da due soli settori produttivi (sci invernale e vacanze estive) e nello stesso tempo è stata sottratta agli scambi continui con la mezza montagna, cuscinetto tra l’Alpe e la pianura, e “luogo in cui natura e presenza dell’uomo si risolvono in un tutto armonioso.” (p.86). Per secoli i montanari sono vissuti di scambi tra confini (quelli che la politica chiama “frontiere”) e tra alto e basso, anzi “mezzo”, in un ininterrotto andirivieni di attività e di funzioni. E in proposito uno dei capitoli più interessanti del libro è quello dedicato al tipico “paesaggio intermedio”, cioè al paesaggio terrazzato: piccoli campi, uliveti e vigneti sostenuti da muri a secco, presenti in tutta l’Italia montana: la sola Liguria ne ha per 40.000 km; la Costiera amalfitana 8.000, “equivalenti alla lunghezza della Muraglia cinese.” (p.93) [Sul terrazzamento c’è un bel documentario di Michele Trentini e Marco Romano, Small Land, visibile su  You Tube https://youtu.be/ yLeQeCIpC-s]

A sua volta   la “montagna di mezzo” non ha più il suo referente naturale verso l’alto e rischia di restare prigioniera di un solo settore produttivo e, più spesso, spinge gli abitanti verso la pianura. (Un processo analogo, ma tutto di pianura, avvenne nel basso Veneto e in Emilia negli anni Cinquanta-Sessanta, quando i giovani abbandonavano la campagna per il lavoro in fabbrica nelle città: alienante, ma con la domenica libera, le ferie assicurate, la paga alla fine del mese. E le ragazze preferivano chi andava in città ai contadini    che restavano in campagna… E così si crearono  le   basi   per   l’industrializzazione  e l’inquinamento, il più alto d’Europa,     della pianura padana, un tempo esaltata come “granaio d’Italia”…)

Con modalità diverse ma con esiti analoghi soprattutto per quanto riguarda l’abbandono o lo sfruttamento turistico, si è lasciata decadere buona parte della dorsale appenninica, di per sé cuore vero dell’Italia e grande risorsa agro-pastorale, boschiva, paesaggistica, artistica, gastronomica, disponibile a un turismo generalmente rispettoso. La sciagurata abolizione delle province (si fossero abolite le Regioni, piuttosto!) ha portato in molte zone a un degrado pubblico, specialmente per quanto riguarda la rete viaria e l’ edilizia scolastica. L’altrettanto sciagurata riforma sanitaria ha eliminato ottimi ospedali, peraltro non sostituiti da indispensabili presidi per le urgenze e per il soccorso di routine. E così la valorizzazione dell’Appennino, che potrebbe essere una risorsa preziosa per tutto il paese, è posposta a progetti inutili (il Ponte sullo Stretto, gioioso misirizzi di ogni governo, ora diventato giocattolone per il pupo tosco-arabo…), quasi sempre dannosi per l’ambiente e il territorio (TAV, Pedemontana lombarda, nuovi impianti sciistici approvati su montagne ormai senza neve ecc ecc).

E sia per malinteso ecologismo sia per trascuratezza si è abbandonata in molte montagne alte medie e basse la cura dei boschi. Nel 2020 in Italia la superficie forestale è arrivata a 11,4 milioni di ettari, quasi il 40% della superficie nazionale: boschi e foreste che hanno invaso montagne abbandonate e che già oggi danno lavoro a 100.000 persone, ma che andrebbero gestiti e utilizzati su tutto il territorio nazionale. Un’altra risorsa negletta in nome dello sviluppo di rapina e spartitorio. Vogliamo mettere con una bella ammucchiata di grattacieli alla Dubai? E con un bel centro commerciale nella piana del Tevere, proprio sotto il monte Soratte?

Montagna


L’ambiente alla prova del Terminillo

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In piena crisi sanitaria, sintomo e avvisaglia di una più generale crisi ambientale, desta non poco stupore il progetto di ampliamento di impianti sciistici sul monte Terminillo, nei dintorni di Roma. La Regione Lazio ha valutato positivamente l’impatto ambientale dell’opera e il via libero definitivo si concretizzerà non appena saranno sbrigati gli ultimi adempimenti amministrativi. Fatto passare come progetto di rilancio di un territorio depresso dal sisma del 2016, l’ampliamento degli impianti sciistici ‒ si può leggere sul sito della Regione Lazio ‒ «è stato fortemente voluto dall’amministrazione Zingaretti e oggi con soddisfazione [spiega l’assessore al lavoro e politiche per la ricostruzione Claudio Di Bernardino] possiamo descrivere il progetto come una sintesi tra le esigenze di sviluppo turistico nel pieno rispetto del territorio e delle bellezze naturali». Un ossimoro, quello della sintesi tra rispetto del territorio e creazione di vere e proprie cicatrici indelebili in una zona che è al vaglio per essere riconosciuta quale sito Unesco proprio in virtù delle sue antiche faggete. D’altra parte, come denunciano le associazioni ambientaliste, il progetto vìola palesemente il piano paesaggistico regionale. Basti pensare agli interventi previsti: 17 gli ettari di faggeta che devono essere annientati, 8,7 chilometri di trincee sulle praterie della montagna, 10 chilometri di impianti di risalita, 37 chilometri di piste da sci, due bacini per l’innevamento artificiale pari a 136 mila metri cubi di acqua. Perché, ormai di neve ne cade ben poca proprio a causa del mutamento del clima.

È paradigmatico voler antropomorfizzare oltremodo la montagna riproducendo eventi atmosferici che, proprio a causa di un’impronta antropocenica a livello globale, vanno estinguendosi. È quel concetto della natura come riserva infinita ad uso e consumo dell’uomo che ci ha portato alle soglie della catastrofe climatica, ormai difficilmente arginabile. E il perché sia difficilmente arginabile lo esplica in maniera lapalissiana proprio un progetto come quello del Terminillo, concepito e realizzato in una fase in cui non si fa altro che invocare un mutamento di paradigma. Ancora una volta si contrappone il recupero economico di un’area depressa con la sua salvaguardia ambientale. Ancora una volta vengono contrapposti lavoro e ambiente, come in altre situazioni lo sono lavoro e salute. Non vengono prese in considerazione altre possibilità di sviluppo che non siano invasive. Costruire e devastare è molto più facile che mantenere e salvaguardare. A dispetto di fondi europei stanziati in nome di un new green deal, a livello locale si procede come se nessuna riflessione fosse scaturita dagli eventi attuali. Se poi riflettiamo sulle motivazioni (trasferire in uno spazio naturale momenti di svago tipicamente urbano essendo così poco legati alla naturalità del territorio) la vicenda assume un aspetto assolutamente folle; del quale non ci rendiamo conto solo perché non ci siamo mai soffermati ad analizzare l’impatto degli impianti sciistici sul territorio montano.

Non si tratta di una sola questione estetica. Non parliamo solo di quelle cicatrici sui versanti delle montagne che caratterizzano Alpi e Appennini e che costituiscono una vera ferita alla percezione visiva del paesaggio. La realizzazione di impianti sciistici richiede una serie di lavori infrastrutturali che avranno conseguenze permanenti. Si deve procedere allo spianamento dei versanti, alla costruzione di opere edili come piloni e cabine, alla realizzazione di nuove aree di parcheggio per accogliere i turisti mordi e fuggi. Lo stesso uso di buldozer e scavatrici per la realizzazione delle opere ha un impatto devastante su flora e fauna. La distruzione della faggeta farà perdere uno straordinario elemento per l’equilibrio idrogeologico e climatico che qualsiasi bosco, naturalmente, produce. Persino la neve artificiale ha conseguenze negative sull’equilibrio idrogeologico. Per non parlare del fatto che anche gli impianti per l’innevamento richiedono opere invasive come la posa di tubazioni, la costruzione di opere edili. Né viene considerato l’enorme quantitativo di acqua necessario a garantire l’innevamento, a dispetto delle campagne sul risparmio dell’oro blu. È il tipico comportamento di una società schizofrenica quale siamo. Pertanto, parlare di esito positivo nella valutazione di incidenza ambientale assume un sapore tragicomico. Anche senza uno studio dettagliato, si potrebbe eccepire che ha poco di sostenibile una pratica sportiva che per essere realizzata deve trasformare, snaturandolo, il territorio che la ospita. Per non parlare del rischio di non sostenibilità economica, dati gli alti costi prospettati, che potrebbe causare l’abbandono del progetto a realizzazione in corso o ultimata, lasciando una ferita permanente e inutile nella natura del luogo. Considerazione non peregrina mettendo in conto la non facile fruibilità del luogo rispetto ad altre mete laziali e abruzzesi collegate dall’autostrada e il fatto che la decadenza del Terminillo quale stazione sciistica è avvenuta proprio a causa di tale concorrenza. Con l’aggravante che si andrebbero a distruggere modalità alternative di fruizione della montagna rispettose dell’ecosistema.

Insomma, proprio in una fase storica in cui, a livello globale, si attua una riflessione sul futuro dell’ambiente e vengono spesi fiumi di parole e di denaro per cercare di mutare una rotta che porta alla catastrofe ambientale, a livello pratico si continua ad agire business as usual. Anziché frenare il treno impazzito lo si accelera. Ancor più grave è che, come per la TAV, cui questo progetto è assimilabile in piccolo per la sua assurdità in termini economici e ambientali, a imprimere l’accelerazione sia una forza politica di sinistra. Qualche mese fa scrivevo della alla necessità che la sinistra faccia della questione ambientale la priorità della propria agenda politica (https://volerelaluna.it/ambiente/2020/08/27/ambiente-e-conflitto-sociale/). Il vero soggetto innovatore, una volta avremmo detto rivoluzionario, è chi si fa interprete delle questioni ambientali perché, come accade per la pandemia, le ricadute dei disastri non si spalmano equamente su tutti ma ripercorrono, ampliandole, le fratture di classe prodotte da un determinato sistema politico economico. Concludevo anche l’articolo auspicando che la sinistra prendesse il testimone in quanto unica forza potenzialmente fuori dalla logica di sistema. Era più un augurio che una convinzione. La sinistra di governo è tutta interna alla logica del sistema; occorrerà volgere altrove il nostro sguardo.


Cattivi pensieri di un guardiaparco in servizio in Valsusa

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Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti, dei linotipisti,
siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri, e non abbiamo da mangiare

(Lucio Dalla, Com’è profondo il mare, 1977)

Strano equinozio quello del 2020. La primavera è prorompente come sempre, i fiori esplodono, tornano i migratori, cantano gli uccelli, ronzano i calabroni e gracidano le rane. A causa della pandemia, non abbiamo il consueto stato d’animo per rallegrarcene e a causa delle restrizioni nessuno può godersela all’aperto. I guardiaparco della Regione Piemonte garantiscono la vigilanza essenziale e i monitoraggi indifferibili, adeguandosi scrupolosamente alle prescrizioni impartite dai Governi nazionali e regionali e dalle direzioni di settore e di ente. Durante il servizio in quota, più solitario del solito, la testa del naturalista produce riflessioni in libertà, qualcuna anche antipatica («Mi vengono in mente pensieri che non condivido», scrisse il meraviglioso Altan).

Equinozio = stessa durata del giorno e della notte. Ce ne sono due ogni anno, quello di primavera e quello d’autunno, quando l’orbita della Terra attraversa l’eclittica e produce l’alternarsi delle stagioni. Si avvicendano ai solstizi d’estate e d’inverno, quando si verificano rispettivamente i giorni più lunghi e più corti dell’anno. Solstizio = il Sole sembra fermarsi nel suo punto più alto o più basso per poi invertire il moto e scendere o risalire. In questi tempi brutti, noi tutti stiamo aspettando con ansia il giorno del “virus-stizio”. Al contrario del solstizio d’estate ‒ che lascia sempre un po’ di malinconia ‒ quando il contagio raggiungerà il suo picco, si stabilizzerà per qualche giorno e poi lentamente declinerà, la speranza allargherà i nostri cuori. 

Che senso hanno i confini?

In natura non esistono. Esistono limiti – altitudinali, climatici, chimici, ad esempio – che sono continuamente in movimento e sempre permeabili da un qualche pioniere più intraprendente dei consimili, ma non resistono invalicabili. Infatti l’ecologia descrive gli ecotoni, habitat di transizione tra ambienti diversi, ricchi di biodiversità proprio perché contaminati da abitanti provenienti da luoghi e famiglie differenti. Un esempio famoso di animale insofferente alle tante dogane è il lupo, per tacere di avvoltoi, istrici, orsi, sciacalli dorati e compagnia. Oggi il virus a forma di corona ci sbatte in faccia l’assurdità dei confini amministrativi – molti in Europa risalgono addirittura alla Pace di Vestfalia del 1648 – la loro inutilità e impotenza («Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro», Ivano Fossati, 1983).

La prima settimana di quarantena

Nel primo weekend di marzo montagne e parchi sono stati presi d’assalto per sfogare la compressione della prima settimana di quarantena. Non erano ancora in vigore i severi obblighi decretati subito dopo. Impianti di sci e ristoranti erano aperti. E – purtroppo – affollati. Se, come dicono i medici, il virus incuba per circa quattordici giorni, allora intorno all’equinozio scontiamo i contagi distribuiti in quel fine-settimana scellerato. Fa riflettere che – ancora una volta nella storia – la Montagna e i Parchi diventano un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio, un riparo per chi scappa: un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’è davvero bisogno torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sbagliato in questo momento ma indicativo della nostra incancellabile appartenenza. Oggi impressionano le immagini delle città deserte come inaspettate ghost-towns. Alpi e Appennini sono piene di medie e piccole “town” che diventano sempre più “ghost” perché progressivamente si chiudono i servizi che le rendono cittadine socialmente vivibili. Ricordiamocene, finita l’emergenza. Può darsi che difendere una scuola periferica, conservare un ufficio postale, mantenere una caserma del Corpo Forestale, favorire un negozio multi-servizi, portare la banda larga in una vallata montana (quanto si parla di smart-working, in questi giorni, e quanto velocissimamente si è realizzato!) possa aiutarci per la prossima pandemia e anche per una vita normale migliore.

Ripensare la nostra vita “normale”

Dall’alto delle aree protette valsusine si vedono normalmente la Sacra di San Michele e Superga. Emergono dalla foschia lattiginosa che ingrigisce Torino soprattutto d’inverno. In questi giorni non solo si stagliano più limpide, ma lo sguardo può spingersi fino alle colline di Langhe e Monferrato. Lo smog è scomparso a velocità inaspettata. Un effetto collaterale positivo dei blocchi forzati di movimenti e mestieri. Non è l’unico. Una ricerca da approfondire ha messo in relazione le polveri sottili con la diffusione del contagio. Le particelle virali potrebbero essere favorite nella loro dispersione aerea da quelle di particolato sottile – i famigerati PM – che fungerebbero da trasportatori: voli charter per i microscopici invasori! Se fosse dimostrato compiutamente, dovrebbe costringerci a ripensare la nostra vita “normale” quando potremo ricominciarla. Anche perché il Ministero della Salute individua migliaia di ammalati e morti annuali per l’inquinamento di tutto il bacino del Po dal Monviso a Comacchio.

La Natura che si riprende i suoi spazi

In un tempo incredibilmente breve la natura si riprende spazi occlusi dalla nostra invadenza. I delfini nel porto di Cagliari, i fondali di Venezia visibili attraverso l’acqua subito trasparente, i rospi incolumi nell’attraversare le strade, i caprioli fiduciosi sugli sterrati, uccellini di ogni tipo che invadono alberi e parchi cittadini (mi segnalano un picchio muratore nel centro di Bologna…). La sensazione urticante è che noi homo sapiens siamo il vero microbo del Pianeta: appena si riduce il nostro contagio, la natura si riprende e guarisce dalla nostra … influenza. «Chi è causa del suo mal pianga se stesso» diceva la nonna analfabeta. Il salto di specie – lo spillover – è stato favorito dalle nostre attività alimentari e commerciali, dalla deforestazione e dalla distruzione della biodiversità. Su youtube argomenti chiari sono postati, tra gli altri – non tanti sono attendibili, in realtà – da Ilaria Capua e Telmo Pievani. Il virus fa il suo mestiere evolutivo: si riproduce ogni volta che può in ogni occasione adatta. E noi gliene forniamo in quantità. Non bisogna incolpare i pipistrelli (http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/ambiente/divulgazione/item/3408-cosa-c-entrano-i-pipistrelli-con-il-coronavirus). Se mai, vanno invidiati. Sono sulla Terra da molto più tempo di noi e il loro fortissimo sistema immunitario li ha portati a convivere in qualche modo con i loro parassiti: le popolazioni sopravvivono nonostante una percentuale di individui ne muoia a ogni generazione (sentenza per noi inaccettabile).

Neuroni da naturalista 

Qualche cifra, qualche zero grossolano intasa i neuroni del naturalista con il binocolo. I virus sono documentati sulla Terra da oltre 3 miliardi di anni (3 seguito da nove zeri, tre volte mille milioni); gli archeo-pipistrelli da 3 milioni di anni; il genere Homo da 300.000 anni circa. Siamo appena arrivati e se proseguiamo così, ce ne andremo via presto («Chissà il cordoglio e il rimpianto che susciteremo», scrisse sempre il fulminante Altan). Colpiscono e angosciano le morti senza conforti, senza funerali, le bare accatastate sui camion dell’esercito. Sono morti normali in ogni contesto naturale, tranne che per noi. Quella morte primitiva che abbiamo allontanato mentre incombe ogni istante su ogni vivente, improvvisa e imprevedibile. Disumana, appunto, perché non preceduta da nessuna consolazione e non seguita da nessuna commemorazione. In natura la morte è, e basta: «Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli», Fabrizio De André, Il testamento, 1963, ripreso da Georges Brassens del 1955 a sua volta ispirato da versi di François Villon del 1461. Per dire che da sempre l’umanità si interroga sul tema e i poeti – maledetti, per lo più – lo raccontano in versi crudeli.

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte Parchi”


Orgogliosi eredi della civiltà alpina

Autore:

Bassa Valle di Susa, vista dal Monte Caprasio

Cara Signora,

non la chiamo madamin, perché non mi sembra appropriato…

Le scrivo dalla Valle di Susa dove, come lei afferma in modo così altezzoso, dovremmo dedicarci all’allevamento di mucche ecc.

Vede, Signora, qui in Valle, le rammento, nonostante situazioni avverse, e non per ultima quella burocratica, sopravvivono, quasi eroicamente, gli eredi di quella che viene definita Civiltà Alpina. Sono giovani e meno giovani che hanno scelto di rimanere lassù, per viverci. Sono allevatori di mucche, capre e pecore, pensi un po’ … ma sono anche boscaioli, agricoltori, commercianti.

Quelli che hanno deciso di viverla, la montagna, non osservandola dai finestrini dei loro grandi SUV, salendo verso le piste da sci. Non per dormitorio, per non vivere in città, per poi andarci a lavorare. No. Sono uomini e donne che salgono con gli armenti ai pascoli alti, incontrando nebbia, pioggia, freddo, ma anche albe meravigliose di luce, tutti i giorni, feste comprese. Per scelta, certamente, ma determinata da un grande amore verso la propria terra, non lo dimentichi.

Eredi della Civiltà Alpina, dicevo. I loro predecessori, che sono anche i miei, hanno costruito case di pietra e legno in luoghi a volte inaccessibili. Case con architetture semplici, adatte al clima. Volte basse, finestre piccole, porte di legno spesso, grandi camini per cucinare e riscaldarsi. Fieno per le mucche a riempire solai, d’inverno, ma anche in funzione di isolante termico.

Hanno posato pietre per erigere i muri a secco dei terrazzamenti per ricavare campi da semina, vigne. Hanno tracciato un reticolo infinito di mulattiere e sentieri, per potersi spostare facilmente tra un abitato e l’altro. Mulattiere percorse in tutte le stagioni, sempre tenute in efficienza, usufruibili fin dal giorno successivo a una grande nevicata. Hanno scavato lunghi canali, a mano, passando attraverso rocce impervie, a centinaia, per irrigare campi e prati, tenendo puliti alvei di torrenti.

Abitare la montagna, cara signora, vuol dire scongiurare alluvioni, incendi, frane. I nostri vecchi raccontano che, essendo evidentemente una disgrazia la morte accidentale di una mucca, di un vitello, ad esempio per la caduta in un dirupo, per chi poteva allevarne al massimo due o tre, gli adulti del paese allestivano una sorta di trasportino dove, su drappi bianchi, veniva posato l’animale macellato e, passando di casa in casa, chiedevano un contributo, che nessuno rifiutava di dare, anche le famiglie meno abbienti. Era semplicemente fare Comunità, Solidarietà. Per non lasciare indietro nessuno. Nemmeno a forestieri e viandanti veniva negata una scodella di minestra.


Sacra di San Michele

Ebbene, signora mia, quelle genti, ciò che lei chiama “compostezza sabauda” l’hanno conosciuta, e anche molto bene, attraverso le cartoline precetto che, nelle varie epoche, sono giunte lassù. Quelle che intimavano ai giovani di scendere al “piano” per sottoporsi alla visita per l’arruolamento nel Regio Esercito. Per diventare reclute. “Pistapauta”, soldati del Re. Giovani forti, abituati alla fatica, alla dura vita in montagna, alle intemperie, con spirito di sacrificio. Perfetta carne da macello. Dall’Assietta, quella che cita orgogliosamente lei, quella dei “bugianen”, fino alle campagne della Seconda Guerra Mondiale, passando dal Monte Nero del Terzo Alpini, a Caporetto, nella Prima.

Tutti sono morti gridando “Savoia!”. Poco più che ragazzi strappati ai propri affetti, alla loro terra, alle proprie famiglie, costrette a piangere i propri figli e a non avere futuro, senza giovani braccia a lavorare la terra. Affetto e amore che, queste genti seppero regalare a quei giovani in divisa che dopo l’8 settembre del 1943, scelsero di salire in montagna, sbandati, ma decisi a combattere i nazifascisti, mentre il Re, quello elegante, sabaudo, fuggiva!

E assieme all’affetto, un tozzo di pane, un brodo caldo. Si dava rifugio, insomma, a rischio della propria pelle. Quanti caduti civili si contano, sulle nostre montagne! Senza la popolazione alpina, la Resistenza sarebbe stata un’altra cosa, ne sono certo. Ogni piccolo borgo conta le sue lapidi, i suoi monumenti, a ricordo.

Quindi le dico che, quando un giorno di tardo autunno, tra le vie dritte della sua Torino, scostando annoiata le tende di casa sua, noterà una folla arrabbiata ma festante, con bandiere trenocrociate, a difendere per l’ennesima volta la propria terra, ascolti bene!

Perché tra noi, in mezzo a noi, con noi, ci sarà tutta la gente di montagna che, ostinata, non ha mai smesso di marciare.


Camminai su di te per cinquant’anni

Autore:

Louis Oreiller è un anziano (85 anni) valligiano della Val di Rhêmes (Aosta) e ha da poco pubblicato, con Irene Borgna, una brillante allieva di Marco Aime che ha saputo riprodurre senza pedanterie glottologiche il ritmo e le cadenze del parlato, Il pastore di stambecchi (Ponte alle Grazie).
Rhêmes Notre Dame è un comune di 88 abitanti, a 1.725 metri, alla fine di una valle stretta, che comincia ad allargarsi proprio nella conca in cui si adagia il borgo, chiusa in fondo da una bellissima corona di cime che si alzano su quel che resta dei ghiacciai. Dall’altra parte c’è la Francia, con la Val d’Isère, e i contatti dei rhêmeins in passato erano forse più frequenti coi francesi che con gli italiani di pianura.
Metà valle è nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso; l’altra metà è ora una riserva di caccia dalle pareti molto scoscese, ma in passato, con pazienza montanara, gli abitanti ritagliavano dei minuscoli terrazzamenti per coltivare patate e segale. Da questo versante rotolano grandi valanghe, che un tempo isolavano il paese anche per parecchi giorni. (Ora hanno costruito delle gallerie, ma ogni tanto d’inverno la strada resta chiusa lo stesso. E talvolta per il peso della neve si spezzano i fili della luce o cade un palo e l’isolamento è di nuovo totale.)
Nel libro si racconta di un inverno (quello del 1952) in cui Rhêmes rimase isolata a lungo e ci vollero più di tre giorni per aprire la strada fino a Villeneuve, il paese di fondovalle, con l’aiuto anche di una mula straordinaria, uno dei tanti animali, domestici e non, che popolano il libro.
In quell’anno nel paese c’erano 22 muli, 3 cavalli e 2 somari. Un po’ di mucche, qualche pecora e qualche maiale. Ora ci sono solo poche galline e una ventina di mucche.

La vita era durissima, se non per tutti per molti: polenta a mezzogiorno e minestra con pane di segale e un po’ di fontina la sera. In autunno chi l’aveva uccideva la pecora e ne congelava il sangue in forma di mattonella, che poi d’inverno tagliavano a fettine e mettevano nell’acqua bollente per darle sostanza. Alle puerpere si regalava, dono prezioso, un panetto di burro. Louis a 11 anni lavorava già e, come dice nel libro, “la vita era così dura che per un bambino era più semplice morire che diventare adulto”.
“Adesso – dice ancora Louis – le montagne si svuotano di neve e si riempiono di persone”, ma negli anni Cinquanta nei lunghissimi inverni restavano in paese non più di 6–7 persone. Anche ora gli inverni durano almeno sei mesi, da novembre a tutto aprile, e le tenebre calano prestissimo perché il sole, già basso di suo per la stagione, sorge e tramonta più volte, per così dire, dietro le cime che circondano la valle. E verso le 14,30 – 15,00 tramonta del tutto dietro la vetta della Grande Rousse.
Bracconaggio e contrabbando con la Francia erano praticati per necessità: Louis ragazzo attraversava il ghiacciaio di confine portando riso e sale in Francia e al ritorno pelli di mucca che poi venivano vendute ai calzolai della zona di Ivrea. E per attraversare il ghiacciaio c’erano scarpe con tomaie rimediate alla meglio e suole di legno su cui si piantavano dei chiodi a far da ramponi.
Del resto nella prima metà del Novecento molti rhêmeins, anche poco più che bambini, emigravano a far gli spazzacamini in Piemonte, in Francia, in Belgio e in Svizzera. “Lontano – dice Louis – è dove le voci suonano sempre straniere”.

Ho conosciuto Louis Oreiller nel 1963: io ero poco più che un ragazzo, lui un giovane uomo che con sua moglie Nathalie formavano la coppia più bella della Val di Rhêmes. Con lui ho attraversato ghiacciai e percorso itinerari segreti sui monti della valle. Da lui ho sentito narrazioni straordinarie, molte delle quali sono ora raccolte nel libro, fedelmente e intelligentemente rese da Irene Borgna. Dai suoi racconti ho tratto lezioni di vita. Anche sulla vecchiaia e la morte. Racconta Louis:

«Nonno Vittorio è nato nel 1868, cento anni prima di mio figlio Silvio, ma è morto giovane. Un giorno, aveva 52 anni, ha detto a sua moglie e ai suoi figli: “Guardate quei frassini, cominciano a mettere le foglie. Quando le perderanno io vi lascio.” Era una bella giornata di primavera, il nonno era in salute e non beveva, per questo gli altri in famiglia si sono messi a ridere e così bon, si son bell’e dimenticati di tutta la faccenda. Passano i mesi e viene una notte ventosa d’autunno: al mattino le foglie dei frassini erano a terra. Il frassino è un albero debole, le foglie si staccano per niente, è già strano che sia cresciuto lì a Melignon. Allora il nonno si è lavato, si è fatto la barba, ha chiesto i vestiti buoni alla nonna, che ha brontolato un po’ – “Ma perché vuoi i vestiti della festa?” –, però alla fine glieli ha dati. Si è vestito di tutto punto, ha mangiato mezza patata lessa e un piccolo pezzo di formaggio e si è appisolato sul balcone con la pipa: di solito stava lì quei venti minuti. Mia mamma era la più piccola e una delle sorelle le ha detto: “Tina, oggi son poi cadute le foglie”, e rideva. Ma quando sono andate dal nonno, il nonno era via. (…)
Il giorno che si alzerà il vento destinato alle mie foglie e sarà l’ora di andare, avrò l’unica preoccupazione della legna che non sarò riuscito a tagliare in tempo, dei lavori lasciati a metà e su tutto il pensiero di Nathalie sola e di Silvio lontano. Ma io sono come gli stambecchi: quando sentono un colpo di fucile e vedono cadere un compagno stanno immobili per un pezzo. Sono così lenti che ci vogliono due o tre colpi per fargli capire il pericolo – solo allora scappano. Io non ho né fretta né paura. E mi muovo con cautela sulle cenge della mia età per non fare passi falsi.
Quando sarà il momento, quando il colpo che sentirò fischiare sarà quello per me, lascerò alle spalle quei pochi che chiamo famiglia, la casa che ci appartiene da molte generazioni, qualche racconto e tutti i segni che ho lasciati impressi nella valle: il bivacco di Goletta, l’altare in legno di una piccola cappella, la nicchia della madonnina al Pellaud, un san Marco col leone a Plan Folliez, qualche fioriera, il tavolo al Pechoud con incise le mie iniziali. E un mucchio di attrezzi validi e forse più nessuna mano che li vorrà adoperare per aggiustare o sostituire, per modellare il legno e lasciare la propria firma su un oggetto fatto per resistere al tempo, proprio accanto alla mia».

Ora siamo entrambi anziani e Louis è uno dei miei grandi amici e maestri, come, per altri versi, lo sono stati Roberto Cerati e Paolo De Benedetti in editoria e il mio professore di storia e filosofia al liceo, poi diventato amico di una vita.
Di Louis ho sempre ammirato più che imparato, ahimé, la non fretta, cioè l’accuratezza nel lavoro. Non solo adesso che è anziano: era così anche da giovane. Qualunque cosa faccia, la fa con tranquilla e concentrata ponderatezza. E ricordo bene le volte che abbiamo camminato insieme, e non solo sul ghiacciaio: trasmette calma, lui che di carattere è impaziente e fumantino.
Come tutti quelli che dalla natura traggono direttamente il proprio sostentamento materiale e non, come noi cittadini, per via mediata, Louis da giovane aveva un rapporto strumentale con la montagna, i suoi animali, i suoi alberi, i suoi pascoli, le sue acque. Non ne abusava perché sapeva che era un bene prezioso, da non sciupare né sperperare, ma la vedeva come un bene da curare perché utile. Con gli anni, soprattutto nei lunghi anni di guardiaparco e di guardiacaccia, il suo atteggiamento è cambiato. Non era più il signore-padrone della natura, ma parte di un unico cosmo, solidale con esso e della stessa sostanza. Senza le smancerie e gli squittii estetizzanti dei cittadini che consumano il bello naturale anziché sentirlo fraterno. In proposito non dimentico una storia meravigliosa raccontatami una volta da Cesare Garboli su un noto letterato che una sera a Monte Rotondo si accompagnava a Padre Pio e, ammirando i cipressi al tramonto, in stato di estasi esclamò: “Ah, Padre, che commozione quegli alberi che svettano sul rosso del sole calante!” e il tremendo ma lucido cappuccino di rimando: “Ma figliolo, ancora a questo punto siamo?!”.
No, Louis non ha queste smancerie cittadine, con gli anni ha conquistato la consapevolezza di far parte di un unico Tutto, sa che la linfa che scorre negli alberi è la stessa forza vitale che scorre nelle sue vene, che il cielo diurno e notturno è una scrittura da interpretare, che anche la roccia è viva (certamente non ha mai letto Schelling, ma non mi ricordo più in quale suo testo il grande romantico sostiene che le pietre sono vita momentaneamente bloccata). E che puoi ascoltare gli alberi: non solo il fruscio delle foglie agitate dal vento, ma il linguaggio dell’intero albero, le risposte che il tronco manda se lo picchietti leggermente. In sintesi: quello che un tempo era rispetto utilitaristico negli anni è diventato un rispetto fraterno e riconoscente. Per questo prima di tagliare un albero per farne legna per l’inverno lo studia e lo “interroga” per capirne l’età e la vitalità. Per questo, nei passaggi difficili, chiede il permesso alla montagna. Per questo comprende gli animali, anche quelli selvatici e non solo camosci e stambecchi: dai corvi all’ermellino, dalla faina al gipeto. E memorabili sono, in queste pagine, le storie che racconta dei suoi cani, dei cuccioli di stambecco, dei vitelli malati e guariti grazie alle sue cure, magari non ortodosse ma efficaci. Del resto non erano ortodosse nemmeno le vecchie ricette casalinghe con cui i montanari di un tempo curavano un dito congelato (immersione nello sterco tiepido di mucca e digiuno) o una frattura ossea (spalmando miele sulla parte e poi legandoci sopra della cotenna di maiale).
Ma oltre che la ponderatezza e la relazione particolare, simbiotica, con la Natura, c’è un terzo tratto della personalità di Louis che colpisce: il rispetto per il lavoro e per l’oggetto del lavoro. Che scolpisca un pezzo di legno o tagli un albero o faccia legna o curi le galline o ripari un qualche attrezzo, c’è sempre una sorta di cura amorevole mai esibita nel gesto ma che nasce da dentro e anima segretamente l’azione.
Il modo in cui tocca il legno o gli attrezzi, ma anche la corda quando si preparava per andare sul ghiacciaio con qualcuno, il rapporto che un tempo aveva coi cani e con gli animali in genere, anche quando li cacciava, non è mai puramente strumentale o, peggio, “antropomorfizzante”: ognuno resta al suo posto, rispetta le distanze, riconosce istintivamente un ordine e una gerarchia. Lui, guascone con gli umani, si trasforma quando è solo col mondo e con la natura: non ci sono più gara o sfida, cessa ogni spirito competitivo, non deve dimostrare niente a nessuno: la montagna non è un avversario da conquistare ma un’amica che sai più forte di te e che ami rispettandola come una compagna di vita.

Personalmente penso che il caso governi le nostre vite. Poi sta a noi trasformare il caso in destino.
Le occasioni di vita di Louis son state casuali e, nello stesso tempo, obbligate dal contesto ambientale e sociale: lui ha saputo farle proprie e crescere con esse. Per questo il racconto della sua vita è anche un “romanzo” di formazione: da giovane era impulsivo e poteva anche essere violento; poi la montagna (con le sue creature) lo ha progressivamente trasformato ed è diventata la sua compagna di lavoro e infine il suo cosmo, come era per i nostri lontani antenati. La sua figura infatti appartiene a un mondo apparentemente immutabile, e remoto rispetto alla frenesia, al narcisismo, alla superficialità sovreccitata delle nostre vite; ma i suoi valori, anche inconsapevoli, hanno ancora un significato per chi cerca una via d’uscita dalla trappola in cui ci siamo cacciati