Val Susa, Italia: cosa c’è dietro l’angolo

Gli scontri al cantiere del TAV di Chiomonte hanno riacceso i riflettori sulla linea ad alta velocità Torino-Lione. Con alcuni elementi di novità: l’ulteriore stretta repressiva contro l’opposizione, la sempre più evidente inutilità e irrealizzabilità dell’opera, la necessità di una riorganizzazione del movimento no Tav, per tenere insieme radicalità e capacità di aggregare. Ci aspetta una stagione impegnativa, in gran parte da inventare.

Quale polizia per uno Stato democratico?

Il ricordo di Genova e la morte assurda di Abderrahim Fakir hanno riacceso i riflettori sulla polizia, di cui è in corso una ristrutturazione conservatrice e militarista che la allontana dal modello della riforma del 1981. È una strada sbagliata ché l’efficacia del lavoro di polizia si fonda sulla fiducia dei cittadini e una polizia democratica si misura non da come tratta chi la applaude ma da come garantisce i diritti di chi la contesta.

Parola d’ordine: repressione: Genova tra continuità e svolta

Anche se il luglio del 2001 a Genova non va ricordato solo per la violenza della polizia contro chi protestava, non c’è dubbio che la repressione del Genoa Social Forum ha rappresentato un tentativo di criminalizzare un intero movimento. Se quel tentativo è fallito per la massiccia reazione a livello nazionale e internazionale, le forme di quella repressione non erano nuove e non sono state dismesse dopo Genova.

Non prendere il potere ma costruire autonomia e autogoverno

Dall’America Latina e dalle politiche imperiali degli Stati Uniti viene una lezione per tutti. La scelta delle due fasi – prendere il potere e poi cambiare il mondo – non ha mai funzionato, ma ora presenta anche una pericolosa distorsione perché intrappola comunità, movimenti e popoli. L’alternativa è quella che alcune realtà attuano da 30 anni: difesa del territorio, autogoverno, in altre parole, costruzione dell’autonomia.

Come contrastare la “Questione Hitler”

“Come reagiresti a una invasione nazista?”. La domanda è posta con rinnovata insistenza per giustificare la guerra e il militarismo. Decine di crisi devastanti consumano milioni di vite nel totale silenzio mediatico e politico. E la corsa al riarmo rafforza l’idea della guerra come destino inevitabile. Eppure, i movimenti, il pensiero e le pratiche dell’antimilitarismo hanno aperto crepe profonde in questa narrazione.

Vademecum contro la militarizzazione delle scuole

È sempre più frequente, in questi tempi di bellicismo imperante, la presenza nelle scuole di uomini e donne in divisa per conferenze o lezioni relative alla sicurezza, alla legalità o addirittura alla promozione professionale del proprio corpo di appartenenza. È una pratica innaturale che veicola la cultura della guerra. Da qui un vademecum per illustrarne la nocività e per indicare le contromisure possibili.

Askatasuna il giorno dopo

Il giorno dopo l’irruzione della polizia nella sede di Askatasuna, con interruzione del percorso di trasformazione concordato con il Comune di Torino, i problemi sono più acuti di prima. La città è militarizzata, la polizia ha alzato il livello dello scontro, il rischio di “disordini” è permanente. Ed è facile prevedere che, se il Comune non riprenderà l’iniziativa, la città vivrà mesi di tensione e di conflitto senza soluzione.

Contro il riarmo dell’Europa. Il tempo è ora!

Come un sol uomo, l’establishment occidentale – non solo governi e partiti, ma anche media, Università e antichi protagonisti della contestazione sessantottina – invoca la militarizzazione dell’Europa in vista della guerra. Spetta a noi, uomini, donne e movimenti, potare contraddizioni e disgregazione in quel furore bellico in nome della volontà di pace che percorre i popoli. Il tempo è ora!

La guerra: l’elefante nella stanza della Cop30

Tutti sanno che guerra e lotta per il clima sono incompatibili. Le guerre succhiano risorse, sono un fattore di rilancio dei fossili, impiegano tecnologie utilizzabili anche contro l’ambiente e la natura, producono milioni di migranti, militarizzano la società e la cultura, promuovono sudditanza e subordinazione, tutti elementi antitetici alla salvaguardia dell’ambiente. Eppure a Belém, nella Cop30, nessuno ne parla.