Comunità dell’energia rinnovabile: essere o non essere?

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Le comunità dell’energia rinnovabile (CER) rappresentano l’incarnazione di un approccio di buon senso al problema dei fabbisogni energetici, specialmente con riferimento all’imminente collasso climatico indotto dall’insostenibilità dei rapporti interumani del produrre e del consumare, del dare e dell’avere così come sono globalmente praticati in questa fase della nostra storia. L’energia in effetti è un qualcosa in cui tutti siamo immersi, come i pesci nel mare: il problema pratico è quello di convertire l’energia che ci circonda nelle forme che servono per far funzionare gli apparati che usiamo per vivere ragionevolmente bene: essenzialmente elettricità e calore. Con questo approccio ciò che conviene fare è metterci insieme localmente per condividere i costi della realizzazione e della gestione degli impianti per la conversione e poi della redistribuzione dell’energia elettrica (e magari anche del calore) fra di noi. Vista così, la materia energia, come l’aria e come l’acqua, non è, in sé, una merce. Notare bene che l’energia in cui siamo immersi, contrariamente a quanto si sente spesso affermare anche in sede istituzionale, è più che sufficiente a soddisfare tutto il nostro fabbisogno: a scala mondiale l’energia proveniente dal sole e che raggiunge la superficie del pianeta è alcune migliaia di volte il fabbisogno dell’intera umanità; a scala nazionale, sempre con riferimento solo al sole, la disponibilità è pari ad alcune centinaia di volte il fabbisogno. L’intera domanda annua di energia in Italia corrisponde a quella ottenibile con una superficie di pannelli FV commerciali (rendimento dell’ordine del 20%) pari a poco più dell’1% (cautelativamente diciamo 2%) del territorio nazionale, ricordando anche che nel nostro paese il suolo già in qualche modo impermeabilizzato (tetti, piazzali, capannoni e così via) è tra il 7 e l’8% del totale e continua a crescere, anche a tasso accelerato, a prescindere da tutte le chiacchiere relative alla necessità di fermare il consumo di suolo.

Torniamo alle Comunità dell’energia rinnovabile, la cui nascita è formalmente incentivata attraverso dei meccanismi che premiano e valorizzano la capacità di scambiare energia in tempo reale (in realtà entro la stessa ora) all’interno del gruppo. La vicenda normativo-istituzionale è piuttosto lunga. La principale direttiva europea in materia è la cosiddetta RED II del 2018, che gli stati debbono recepire. Parlamento e governo italiani cominciano, nel 2020, con una norma transitoria rappresentata dall’art. 42 bis della legge n. 8/2020. In base a quella norma in tutto il paese sono nate meno di 30 CER e una cinquantina di gruppi di autoconsumatori che agiscono collettivamente (AUC). Si tratta di realtà molto piccole, per via delle caratteristiche previste dalla norma transitoria, buone per qualche cerimonia di inaugurazione con fasce tricolori e discorsi ufficiali ma irrilevanti dal punto di vista del bilancio energetico nazionale.

Il pieno recepimento della RED II entra in vigore il 15 dicembre 2021 con il decreto legislativo 199/2021, il quale però non è immediatamente operativo in attesa dei provvedimenti attuativi che abbiamo altra volta ricostruito (https://volerelaluna.it/ambiente/2023/05/25/energia-rinnovabile-la-grande-presa-in-giro/). Aggiungiamo ora qualche ulteriore chicca, come il fatto che il decreto legislativo n. 199/2021 prevedeva che gli impianti utili al fine dello scambio incentivabile dovessero essere attivati dopo la data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo, cioè dopo il 15 dicembre 2021, ma il ministro, nel suo decreto del gennaio 2024 (DM414/23, il quale di per sé non ha valore di legge), ulteriormente specifica che gli impianti utili debbono essere entrati in funzione dopo la data di costituzione formale della CER. Se poi ancora si osserva che, a fronte dell’incertezza della data di inizio della vita incentivata di una CER, vi sono delle scadenze ultime ben fisse, è difficile sfuggire alla sensazione che norme e regolamenti siano prevalentemente orientati a contenere lo sviluppo delle CER piuttosto che a promuoverlo. L’ultima data utile per chiedere l’accesso alla tariffa incentivante è in ogni caso il 31 dicembre 2027 e quella per chiedere l’accesso ai fondi PNRR per impianti al servizio di CER in comuni sotto i 5000 abitanti è il 31 marzo 2025. Comunque la massima potenza incentivabile nelle CER è complessivamente 5 GW, cioè, riferendoci al fotovoltaico, un po’ più di 1500 ettari su tutta Italia. Perché questo tetto? Certo se, come riferisce il quotidiano La Stampa, il ministro osserva che ci sono in giro troppi pannelli fotovoltaici e pale eoliche è difficile aspettarsi un reale sostegno alla diffusione delle comunità dell’energia. Le CER vanno bene se sono contenute e se non disturbano il sacro mercato dell’energia, laddove l’obiettivo dovrebbe proprio essere la riduzione della domanda di energia verso le grandi e grandissime centrali, quale che sia la fonte.

Emblema di questo conflitto tra tradizionale logica di mercato e consumo comunitario di energia autoprodotta è la vicenda dello “scorporo”. Il decreto legislativo n. 199/2021 (art. 32, comma 3, lettera c) stabilisce che i clienti domestici [soci di una CER] possono richiedere alle rispettive società di vendita, in via opzionale, lo scorporo in bolletta della quota di energia condivisa. In pratica, per chi, come me, è sovente in giro a parlare di CER con normali cittadini interessati, si tratta né più né meno di ciò che gli ingenui ritengono ovvio: «abbiamo i nostri impianti e quando quelli riversano in rete e alla stessa ora noi preleviamo (sia pure attraverso la rete pubblica) si tratta della nostra energia. Non dobbiamo pagarla a qualcun altro che non l’ha a sua volta acquistata da qualche remoto grande produttore; pagheremo in bolletta solo quello che ci manca». E invece no e si fa persino fatica a far capire come stanno le cose nella normativa in assenza di scorporo. Ciascuno dei soci consumatori di una CER paga in bolletta tutto quello che entra nel suo contatore a prescindere da quale sia la provenienza, come anche tutto quello che viene immesso in rete dagli impianti a disposizione della CER viene remunerato attraverso il ritiro dedicato (RID) a prescindere dal fatto che concorra o meno all’autoconsumo distribuito interno. Poi la CER ha diritto a una tariffa incentivante proporzionale alla quantità di energia che risulta virtualmente scambiata e l’incentivo viene pagato grazie agli oneri di sistema a carico di tutti gli utenti d’Italia. Con questa sovrapposizione il normale regime di mercato non viene disturbato; può essere disturbato il buon senso: ma questa è un’altra storia. Con lo “scorporo” ogni consumatore domestico socio di una CER pagherebbe in bolletta i kWh consumati al netto dello scambio interno alla comunità (e se si vuole anche la remunerazione del RID dovrebbe essere al netto dello scambio). Tra l’altro, così facendo e se lo scorporo venisse generalizzato non solo alle utenze domestiche in una CER, si potrebbe anche fare a meno degli incentivi a carico della collettività nazionale degli utenti, in quanto il risparmio per il socio risulterebbe più rilevante della quota di incentivo che potrebbe toccargli.

E dunque? Tocca all’autorità, ARERA, definire le modalità con cui il socio domestico potrebbe chiedere l’attuazione dello scorporo, ma l’autorità nell’introduzione al TIAD asserisce che lo “scomputo” (il cambio di parola non è casuale visto che l’autorità vorrebbe non ragionare in kWh che sono misurati dai contatori, bensì in € che sono “misurati” dal Mercato) sarebbe molto complesso (la fisica non è d’accordo, pur riconoscendo che la confezione di una bolletta elettrica è ben più complicata che il calcolo delle geodetiche all’orizzonte di un buco nero di Kerr) e pertanto per ora non lo si applica e che, quando poi lo si applicasse (applicherà?) bisognerebbe ricordare che così facendo si danneggerebbe il venditore con cui il socio ha il contratto perché diminuirebbe la quantità di energia venduta e bisognerebbe di conseguenza indennizzarlo. Che una persona normale (diversa da un operatore del settore energetico) trovi tutto ciò alquanto paradossale pare non commuovere più di tanto l’autorità, ma nemmeno la “politica” e le istituzioni. Che un organismo tecnico, di fatto, sospenda sine die l’applicazione di una norma avente valore di legge non scandalizza più di tanto né il Parlamento né, tanto meno, il ministro che in merito si dichiara semplicemente incompetente. Insipienza o connivenza?

Pur con tutto ciò che ho scritto fin qui, l’interesse per le comunità è molto vivo e c’è un diffuso fermento in vista di costituirne ovunque. Personalmente sono il referente di una CER, denominata “Energia per tutti” e costituita, il 16 marzo 2023, in una cabina primaria che comprende il territorio di tre piccoli comuni (Cantalupa, Frossasco e Roletto) nella parte occidentale dell’area metropolitana di Torino (il pinerolese). I soci sono al momento 47 e comprendono, oltre ai privati, un albergo e una parrocchia; il numero continua pian piano a crescere. Gli impianti a disposizione sono tutti fotovoltaici e di proprietà di singoli soci: quelli attivati dopo la data di costituzione della CER hanno complessivamente una potenza di 54 kW (comprendendo anche quelli “vecchi” la potenza arriva a circa 120 kW); per altro un certo numero di soci entrati nel gruppo negli ultimi due mesi è intenzionato a realizzare ulteriori impianti a disposizione della CER, per i quali gli interessati contano di poter usufruire del contributo a fondo perduto dedicato dal PNRR (punto M2.C2.1). Nel pinerolese è stata costituita ormai da più di due anni una Associazione Temporanea di Scopo (ATS) che oggi conta 41 comuni e che ha come obiettivo la promozione di CER sul territorio di pertinenza. Il progetto approvato dal direttivo (di cui faccio parte) è quello di promuovere almeno una CER in ognuna delle 13 aree corrispondenti a una cabina primaria del pinerolese. Una CER già esistente è quella citata più su; altre dovrebbero costituirsi nel giro di qualche settimana, stante l’elevato numero di preadesioni già raccolte a seguito di una campagna informativa (ancora in corso) svolta a mezzo di assemblee pubbliche in tutti i comuni. Le amministrazioni comunali, promotrici di tutto ciò, stanno inizialmente fuori dalle CER, per via delle incertezze riguardo alla forma giuridica più appropriata per mettere insieme pubbliche amministrazioni e soggetti privati. Comunque il passo successivo preventivato consisterà nella costituzione di una CER (soggetto giuridico) di area vasta (possibilità prevista dal decreto legislativo n. 199) in cui gli incentivi sarebbero valutati e distribuiti cabina primaria per cabina primaria, ma verrebbero centralizzati (con un impatto quindi ridotto sui singoli soci) i costi di gestione del tutto. Un’altra possibilità che la norma prospetta e che si sta considerando è quella di ottenere la possibilità di mettere a disposizione di ogni CER anche impianti appartenenti a soggetti esterni alla comunità, a partire da futuri impianti comunali, la cui messa a disposizione non ridurrebbe in alcun modo il vantaggio derivante al comune dall’autoconsumo fisico e dalla cessione dell’energia eccedente in RID.

Un’altra esperienza che mi coinvolge direttamente (nel comitato scientifico) è quella della CER “Venaus ecosostenibile” nel piccolo comune montano di Venaus in Valle di Susa. Questa CER è nata (nel dicembre 2021) con 14 soci (compreso il Comune) ma con un impianto connesso solo nel gennaio 2024: il punto saliente di questa comunità è quello di basarsi su un piccolo impianto idroelettrico comunale (20 kW) costituito da una turbina collocata nelle condutture dell’acquedotto di valle. Un’ulteriore comunità con cui collaboro direttamente è la CER Vallette, centrata su una parrocchia alla periferia della città di Torino. La CER, formalmente costituita il 14 aprile 2023, ha finalità sociali: tutti gli incentivi e i ritorni, come i proventi del RID, sono destinati agli 8 soci in condizioni di povertà energetica. L’impianto fotovoltaico di riferimento è stato realizzato col sostanzioso contributo di una fondazione bancaria e ora, interloquendo con la stessa fondazione oltreché con l’azienda pubblica che gestisce il teleriscaldamento nella città di Torino e con l’amministrazione comunale, si sta progettando di fare della CER Vallette un sito pilota per sperimentare l’abbattimento dei costi del riscaldamento e per conseguire la decarbonizzazione del servizio attraverso l’uso di pompe di calore geotermiche alimentate con una adeguata estensione della copertura fotovoltaica. È poi in corso una buona collaborazione con la diocesi di Torino per promuovere la formazione di CER in tutte le parrocchie che siano disponibili. Sul piano tecnico ci si è avvalsi delle competenze del dipartimento energia del Politecnico di Torino.

Insomma, nonostante tutto, il cammino verso la generalizzazione della produzione diffusa di energia elettrica sotto il controllo degli stessi utenti procede. È vero che si tratta in concreto di una vera e propria rivoluzione, fortunatamente pacifica, ma per non ridurre il discorso sulla transizione energetica a una tragicommedia sarebbe bene che anche coloro che hanno responsabilità decisionali si rendessero conto di quale sia realmente la posta in gioco e rimuovessero ambiguità e ostacoli tuttora ben presenti.


Si scrive nucleare, si legge profitto

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Ormai non passa giorno senza che, attraverso i maggiori canali di informazione, venga menzionato il nucleare italiano prossimo venturo. Intanto il piano delle Comunità Energetiche Rinnovabili (Cer) non procede. A maggio il Parlamento si è espresso a favore di un rientro nazionale nella filiera nucleare, improvvidamente interrotta dal popolo italiano in versione referendaria. Il ministro Pichetto dichiara che a distanza di 30-40 anni l’unica soluzione per realizzare la transizione energetica è il nucleare (ovviamente pulito) e attiva una “Piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile”. Sintonia perfetta col ministro Salvini (quello che «a luglio ha sempre fatto caldo» e «i ghiacciai si sono sempre sciolti, basta studiare») che dice che non bisogna perdere tempo. Tripudio di aggettivi magici e scaramantici: “pulito”, “sicuro”, “sostenibile”… E poi: “quarta generazione” e “piccoli reattori modulari” (Smr) e magari anche, sempre piccoli, reattori navali su navi ancorate fuori costa per fornire energia ad utenze particolari e temporanee, dopodiché la nave si sposta per servire qualche altra utenza (anche questa non è nuova ed è stata pensata per applicazioni militari…).

Ci sono novità? Che c’è di nuovo nel merito? Niente. Qualunque reattore basato sulla fissione (sia di terza, quarta, quindicesima generazione; veloce, lento; modulare; raffreddato così o raffreddato cosà) lascia necessariamente delle scorie radioattive che sono un problema per tempi dell’ordine dei centomila anni. Considerato che le prime città in Mesopotamia sono nate sì e no 6000 anni fa vi pare che oggi si possa garantire agli umani di qui a 20.000 anni che non ci saranno problemi? Ma anche solo di qui a 200 anni? Non mi dilungo sui problemi di sicurezza, sulla connessione inevitabile con il militare tramite gli impianti di arricchimento dell’uranio e di riprocessamento delle scorie (per estrarne il materiale fissile non utilizzato). Osservo una volta di più che se si hanno delle centrali nucleari si dipende dalle miniere di uranio per l’approvvigionamento primario e dai paesi che sono “abilitati” dai rapporti di forza internazionali a procedere all’arricchimento dell’uranio, risorse generalmente sotto il controllo altrui.

Le energie “rinnovabili”. Il paradossale è che tutti noi (ciascuno di noi) siamo immersi in un oceano di energia costituito da quelle che impropriamente vengono dette “le rinnovabili”. Il problema tecnico, con soluzioni note e praticate da tempo, è quello di convertire quell’energia nelle forme più opportune per i nostri usi (di solito elettricità, ma anche calore). Nelle chiacchiere nucleariste contemporanee, anche da parte di titolati, ma non disinteressati, interlocutori, le “rinnovabili” vengono menzionate col dovuto rispetto, aggiungendo però che “non basterebbero”. In genere non vengono fornite ulteriori spiegazioni, eppure un’affermazione come quella è del tutto infondata. Se prendiamo il sole e ci mettiamo di mezzo il rendimento dei pannelli fotovoltaici troviamo che basterebbe il 2% del territorio nazionale per coprire tutto il fabbisogno energetico italiano, e teniamo anche presente che poco meno dell’8% del territorio è già coperto da infrastrutture ed edifici vari. L’ipotetico interlocutore a questo punto ti dirà che però il sole, il vento, i flussi idrici sono aleatori per cui c’è il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla nel tempo dai momenti in cui è sovrabbondante a quelli in cui non è disponibile. Certo, e ci sono diverse soluzioni al riguardo già attuate e immediatamente attuabili; non solo, ma riteniamo che sia più facile gestire questo problema oppure quelli connessi con lo sviluppo del nucleare?

Il “mercato” dell’energia. Il vero aspetto critico è che, se nell’energia ci siamo immersi, quest’ultima è un po’ come l’aria. Per usufruirne abbiamo bisogno di dispositivi e impianti e tutto questo richiede sviluppi tecnologici e ha dei costi, ma la materia prima (sia essa l’aria o l’energia) non è una merce. Quella immessa in rete a partire da grandi e grandissime centrali (nucleari o meno, e ci sono di mezzo anche i grandi campi fotovoltaici o eolici) invece sì che è una merce. Insomma, la preoccupazione incombente e dominante in sede governativa come fra i grandi player (detto così fa più fine) industriali è quella di non turbare il sacro mercato e, se c’è un problema energetico, gestirlo ricavando e massimizzando i profitti qui e ora. Nel giro di non troppi anni (tra l’altro meno di quelli previsti per realizzare nuove centrali nucleari) rischiamo di arrivare a un collasso climatico con conseguenze disastrose e sostanzialmente imprevedibili: “sì, vabbé…”.

Nucleare e profitti. Il nucleare, come in generale tutte le grandi opere, è spinto dalla prospettiva di ricavare fin da subito rilevantissimi profitti assicurati da investimenti fatti con denaro pubblico. In termini economici correnti l’energia nucleare non è oggi più economica (posto che lo sia mai stata) dell’energia ottenuta con altre fonti e in particolare con le “rinnovabili”, ma dietro ci sono le casse dello Stato. In Francia, Areva (la società che realizzava e gestiva, anche in altri paesi, le centrali nucleari), arrivata alle soglie dell’insolvenza, tra il 2016 e il 2018 ha subito una complessa ristrutturazione di cui l’essenziale è stato il passaggio ad Edf (la Compagnia dell’Elettricità Francese). Edf a sua volta, pur sempre sotto il controllo dello Stato francese, dal maggio di quest’anno è tornata alla totale nazionalizzazione, spinta dalla necessità di far fronte alla dismissione imminente (e costosissima) di un discreto numero di centrali ormai a fine vita. In ogni caso, la copertura statale consente agli operatori del settore di assicurarsi comunque cospicui profitti: che poi questi corrispondano a debiti pubblici non li riguarda. Così anche nel nostro caso il rilancio del nucleare corrisponde all’allocazione di adeguate risorse pubbliche, che ovviamente risultano in competizione con gli investimenti nel settore delle “rinnovabili” e con tutto il resto. A premere (senza incontrare grandi resistenze) ci sono industrie a partecipazione statale, come Ansaldo, Eni, Enel che si assicurano ritorni immediati e garantiti e che, per inciso, “investono” in azioni di lobbying, cui la politica da sempre è estremamente sensibile. Per la verità vengono poi anche coinvolti, ahimè, centri di ricerca e università: «a decidere poi sarai tu, per l’intanto se mi paghi io collaboro e va bene così». Insomma: «Perché dovrei preoccuparmi dei posteri? Cos’hanno mai fatto i posteri per me?» (Groucho Marx).

Le Comunità Energetiche Rinnovabili. Per completare il quadro è il caso di ricordare che il ministro Pichetto è quello stesso che sta tenendo in sospeso le comunità energetiche rinnovabili (Cer), col pretesto, da lui stesso creato, di aver mescolato la definizione dei criteri di incentivazione con quelli di assegnazione dei fondi Pnrr dedicati e dover quindi aspettare l’Europa. Tra l’altro, nel gran bailamme del Pnrr, i 2,2 miliardi (M2C2 nelle voci previste) destinati a finanziare impianti fotovoltaici a disposizione di Cer nei comuni sotto i 5000 abitanti sono del tutto scomparsi dall’orizzonte, anche se non ci sarebbe nessun problema nello spenderli in tempi rapidi, nonostante tutte le burocrazie. Le Cer vanno bene se restano limitate e utili per gli esercizi retorici, ma non debbono disturbare il mercato! In termini educati e gentili, direi che c’è di che essere alquanto infastiditi. Non vi pare?


La sanità oltre la privatizzazione

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1.
Lo scopo di queste note non è definire il quadro sistemico, economico e patrimoniale della sanità privata in Italia, ma richiamare l’attenzione, anche tramite semplici ricerche empiriche, sull’attuale e avanzata fase di trasformazione del “privato in sanità” in termini di privatizzazione, concentrazione di capitali e finanziarizzazione, tipologie che al contempo coesistono e tendono a soppiantare quelle preesistenti. Il rischio, infatti, che sia l’economia – cioè “il mercato”, cioè “i mercanti” – a guidare la politica in sanità in Italia è tra il certo e l’immanente.

Quanto segue prende spunto e attualizza il nostro intervento alla presentazione a Modena del libro Privatocrazia di C. Cordelli nel dicembre 2022. Il libro, la cui lettura consigliamo, affronta, in ottica di filosofia politica e del diritto, il tema dell’evoluzione dello Stato da strumento volto alla gestione imparziale degli affari comuni, tramite un sistema di cariche pubbliche, a strumento di co-responsabilità e co-amministrazione pubblico-privato. Di tale approdo evidenzia i problemi di legittimità democratica. Segnala, infatti, l’autrice che la privatizzazione delle funzioni pubbliche, infatti, specialmente quando assume un carattere sistematico e quando coinvolge organizzazioni a scopo di lucro, compromette “l’autogoverno democratico”. La privatizzazione sistematica a favore di organizzazioni che perseguono fini di lucro «non solo trasferisce poteri, responsabilità e discrezionalità significative ai privati, ma allo stesso tempo compromette ciascuna delle tre condizioni di autogoverno, rappresentanza e indipendenza reciproca che servono a legittimare l’esercizio di quei poteri e responsabilità (della pubblica amministrazione, ndr) riproducendo così il problema del dominio privato all’interno dello stato amministrativo».

In Italia, sia nei settori “ospedalieri” che in quelli “territoriali” che in quelli dei servizi di supporto all’assistenza sanitaria, si è assistito alla progressiva sostituzione della piccola e locale imprenditorialità familiare/professionale (strutture private a base familiare fondate e gestite da pneumologi, ginecologi, laboratoristi, radiologi e anche medici di medicina generale) con sempre maggiori entità imprenditoriali. Entità imprenditoriali prima nazionali e successivamente anche multinazionali, sia per la trasformazione di gruppi nazionali italiani in imprese multinazionali (cfr. KOS di De Benedetti) sia per espansione nel mercato della sanità italiano di multinazionali europee. «La ricerca sulla “finanziarizzazione della salute” descrive questo processo come la trasformazione del finanziamento e della prestazione sanitaria in investimenti finanziari e la correlata partecipazione degli attori finanziari nel settore» (Cordilha). Anche in Italia gli attori finanziari, ad esempio i fondi assicurativi, agiscono da tempo nella sanità. La fase attuale, tuttavia, si distingue per il loro ruolo centrale e prevalente nel guidare i cambiamenti strutturali nella sanità pubblica e privata, e beneficiarne.

In Italia il Servizio sanitario Nazionale opera in un contesto di politiche economiche neoliberali, come del resto i sistemi sanitari pubblici della Unione Europea, e in grandissima prevalenza in tutti i continenti dalle Americhe del Nord e del Sud, all’Africa, all’Asia, all’Oceania. È in questo quadro che si inserisce il definanziamento del SSN stabilito dal Governo Meloni e dalla sua maggioranza con la legge n. 197/2022 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2023 e bilancio pluriennale per il triennio 2023-2025). A fronte delle evidenti carenze di personale per decine di migliaia di addetti e di strutture assistenziali per migliaia di edifici (fattori produttivi entrambi gravemente sottostimati sia dalle previsioni del PNRR che dagli obsoleti decreti ministeriali 70/2015, sugli standard dell’assistenza ospedaliera, e 77/2022, su quelli “territoriali”) nonché dei debiti accumulati dal SSN durante la pandemia Covid 19 e indotti dalla crisi energetica in corso, sono stai stanziati per la sanità, dal 2023 al 2026, fondi inferiori non solo alle necessità di ripiano richieste dalle Regioni, ma anche alla crescita dell’inflazione e del PIL nominale. È appena il caso di ricordare che con il “Documento per incontro 7 marzo 2023”, la cui premessa è “Il sottofinanziamento del SSN: un problema che viene da lontano”, le Regioni avevano prospettato un fabbisogno aggiuntivo tra i 20 e i 40 miliardi l’anno (sia pur tramite il confronto con altri paesi europei che gli scriventi ritengono opinabile per i diversi sistemi di sanità pubblica)!

Questa la contestualizzazione, tanto sintetica quanto non esaustiva, necessaria a inquadrare la discussione sulla privatizzazione della sanità in Italia.

2.
La privatizzazione in Italia è desumibile dalla seguente tabella dall’Area Studi di Mediobanca su dati dell’Annuario Statistico 2022 del Ministero della Sanità.

È su questa massa di strutture private, già la maggioranza di quelle operanti in Italia, che va sviluppandosi il processo di concentrazione di capitali e di finanziarizzazione.

Dal MEF apprendiamo che nel 2021 in Italia la spesa totale per la sanità è stata di 163,76 miliardi di euro: circa il 77,3%, pari 126,6 miliardi di euro, è stata pubblica; circa il 22,7%, pari 37,16 miliardi di euro, è stata privata (diretta o out of pocket). Dei 126,6 miliardi di spesa pubblica, però, ben 79,10 miliardi sono stati destinati ad acquisire da privati: prestazioni assistenziali per 32,633 miliardi (di cui 25,469 miliardi per prestazioni di specialistica ambulatoriale e ricoveri ospedalieri e 7,164 miliardi per l’assistenza medico generica); servizi di supporto all’assistenza sanitaria quali cibo, lavanderia, sterilizzazione ed altro, per 27,239 miliardi; farmaci per 19,19 miliardi dei quali 11,816 miliardi in forma diretta (assistenza ospedaliera) e 7,374 miliardi in forma convenzionata, cioè comprati in farmacia su prescrizione medica. Le dimensioni del mercato nella sanità in Italia nel 2021, quindi, sono state, nell’insieme, di 106,262 miliardi, pari al 64,9 % del totale della spesa sanitaria (accertata). Tale entità è peraltro sottostimata in relazione alla remunerazione di prestazioni assistenziali non dichiarate al fisco che, in quantità da definirsi concorrono, all’evasione fiscale e contributiva, che è stata stimata per il 2019 in 122 miliardi.

È l’industria farmaceutica l’ambito nel quale la concentrazione di capitali e la finanziarizzazione hanno la maggiore estensione e generano i più importanti e disgustosi conflitti con la tutela della salute pubblica. La società di consulenza Yardeni Research Inc. per il 2023 attribuisce alle azioni del farmaceutico USA un rendimento atteso del 29.3%, contro una media del 9.6 % del settore sanitario nel suo complesso. Già prima dell’epidemia di Covid-19 in Italia e nel mondo, si registrò il caso Gilead/Sovaldi e G. Maciocco osservò: «al centro degli affari della compagnia giganteggiano le attività finanziarie e speculative». Mutatis mutandis lo stesso meccanismo si è riproposto in corso di epidemia di Covid-19 con i vaccini che Big Pharma, oltre a lasciarne privi interi continenti, impose ai governi UE a prezzi superiori sino a 24 volte i costi di produzione. The Great Vaccine Robbery” (La grande rapina del vaccino) fu il titolo del rapporto di Marriot e Maitland, per conto di People’s Vaccine Alliance (PVA) nel 2021.

L’accelerazione del processo di concentrazione e finanziarizzazione, peraltro, investe anche gli altri settori della sanità. In Italia il fenomeno è illustrato dal report “La sanità e i suoi maggiori operatori privati in Italia” di Mediobanca (Area Studi, aprile 2023). Ma non c’è solo Mediobanca. Anche con ricerche empiriche sul WEB si possono acquisire notizie sulla entità della espansione di tali operatori in Italia e nelle varie regioni, ad esempio, su Gruppo San Donato, Fondazione della Sanità Cattolica, SYNLAB AG, Gruppo Bianalisi. Affidea, Korian, Kos. Concentrazione di capitali e finanziarizzazione si hanno anche in ambito assicurativo come nel caso dell’acquisto di RBM da parte di Banca Intesa nel 2020, e tramite “sconfinamento orizzontale” come nel caso dell’ingresso di Unipol nei gruppi Dyadea e Centro Diagnostico Santagostino di specialistica ambulatoriale.

Altre forme di finanziarizzazione sono: la vendita, per fare cassa, di proprietà immobiliari di gruppi sanitari privati a società finanziarie, con la contestuale stipula di contratti di locazione ultra-pluriennali; i cosiddetti PPP (Partenariati Pubblico Privato) per la costruzione di Ospedali, Residenze e oggi delle Case della Comunità (cfr. Regione Emilia-Romagna – AUSL Romagna e AUSL di Modena) con enti privati; la cartolarizzazione dei debiti pubblici locali, con trasformazione di immobili di proprietà pubblica, in strumenti finanziari più facilmente collocabili sui mercati (Lazio)

In Italia la concentrazione di capitali e la finanziarizzazione non sono giunti ad essere fatto prevalente tra gli ambiti assistenziali se non in quello della farmaceutica, e, tra gli ambiti territoriali, se non in una sola regione, seppur la più popolata ed economicamente prevalente: la Lombardia. Negli altri ambiti dell’assistenza sanitaria e delle regioni italiane, se la privatizzazione è prevalente in quasi tutti, la finanziarizzazione appare, per adesso, fenomeno minoritario, ma che procede spedito e a velocità incrementale.

Per evitare l’esplosione dei costi per l’assistenza sanitaria non solo e non tanto per il bilancio dello Stato, quanto e in maniera insostenibile, per quello dei cittadini, a seguito della privatizzazione spinta dalla concentrazione di capitali e dalla finanziarizzazione occorre fare esattamente l’opposto di quanto rivendicato dalla BCE, con la famosa lettera Trichet-Draghi del 2011La piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali – quindi anche della sanità!, ndr – attraverso privatizzazioni su larga scala»). Necessita una rivendicazione politica, sociale e sindacale determinatissima di un incremento del Fondo Sanitario Nazionale di tanti miliardi su base annua quanti il SSN è in grado di spendere in politiche di ricostituzione delle piante organiche del personale dipendente e di investimento in strutture e tecnologie sanitarie ospedaliere e territoriali. Necessita in primo luogo rivendicare l’attuazione della legge quadro vigente in sanità, la n. 833/1978 e, ancor prima, la garanzia “di cure gratuite agli indigenti” (art. 32 Costituzione).

«La priorità è garantire al SSN risorse appropriate» e «Il Governo Meloni sembra più che mai impegnato mai ad affossare il SSN» ha segnalato, ad autorevole conferma delle nostre tesi, l’Assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna pochi giorni fa. Altroché rapporto pubblico-privato e autonomia regionale differenziata!


La libertà fragile delle donne

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Difficile ricordare periodi storici in cui il concetto di libertà è stato strapazzato e invocato a sostegno dei più svariati interessi e diritti, spesso contrapposti, come in questi ultimi anni. Alla riflessione sul complesso rapporto tra libertà e democrazia è stata del resto dedicata l’ultima edizione di Biennale democrazia durante la quale sono stati messi in luce gli abusi che possono essere commessi in nome della libertà, evidenziate le sue frequenti strumentalizzazioni, i suoi ambigui rapporti con l’eguaglianza, approfondite le sue relazioni con principi “parenti” quali l’emancipazione, l’autonomia, l’autodeterminazione, la scelta. Princìpi, questi ultimi, attorno a cui ruota da sempre il pensiero femminista che si rinnova costantemente e che appare oggi quanto mai ricco, articolato e, soprattutto, assai diviso e frammentato.

In particolare, negli studi di genere attuali si rintracciano elementi che ricordano da vicino il femminismo cosiddetto emancipatorio, volto a liberare la donna da una situazione di discriminazione lottando per il godimento dei diritti civili in condizioni di parità con gli uomini; posizionamenti che fanno ancora espresso riferimento al femminismo spesso definito come “radicale, ma meglio declinabile come femminismo della differenza, impegnato a far emergere la soggettività femminile e quindi a liberare la donna dalla gabbia dell’assimilazione al modello maschile; ancora, più di recente, attraversa i movimenti, l’associazionismo, l’accademia, la politica, il “femminismo della scelta” che si oppone, tacciandole di paternalismo (o forse maternalismo?), a tutte le politiche volte a limitare la possibilità delle donne di gestire il proprio corpo in totale autonomia, così invocando il diritto all’aborto, respingendo ogni divieto di porto del velo islamico, ma anche rifiutando regolamentazioni della prostituzione in senso abolizionista e normative che non contemplano la surrogazione di maternità tra le tecniche legali di riproduzione assistita. Il principio di libertà permea tutte le istanze di tutti i femminismi che ho qui (sicuramente in maniera eccessiva) sintetizzato e semplificato e in nome di questo principio la contrapposizione tra le diverse posizioni, teorie, pratiche si va facendo sempre più netta ed evidente, assumendo non di rado le forme dello scontro che rende impossibili forme proficue di dialogo. Le ragioni di questa polarizzazione non sono difficili da rintracciare: il confronto si va allargando e facendo serrato a causa delle attuali discussioni parlamentari sulle proposte legislative in materia di gestazione per altri in cui la divisione è spesso intrapartitica e in seguito ad alcune istanze riformatrici della legge Merlin di cui si è fatta portavoce pochi anni fa la Corte di appello di Bari nella ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale della questione di legittimità delle previsioni della legge n. 75 del 1958 sui delitti di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione per contrasto con il diritto di disporre liberamente della propria libertà sessuale ritenuto garantito dall’art. 2 Costituzione e con la libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 della stessa Costituzione. Non potrebbe la legge essere intesa come un inno alla libertà della donna di prostituirsi? E da questa non potrebbe derivare la qualificazione dell’accordo tra prostituta e cliente come contratto e l’attività dei favoreggiatori un’attività di mediazione lecita? La Corte costituzionale ha fornito la sua risposta negativa (sentenza n. 141 del 2109) ma l’emergere della figura della “escort” ha rilanciato l’idea della prostituzione non coattiva come lavoro e come espressione della libertà sessuale e della autodeterminazione femminile così tanto faticosamente conquistate.

Considerati i toni particolarmente accesi che caratterizzano l’attuale confronto pubblico riguardo l’uso “politico” del corpo femminile, scrivere di libertà rifuggendo da inganni ideologici e ipocrisie è impresa assai ardua. Con il saggio Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato, recentemente pubblicato da Bollati Boringhieri, Valentina Pazé ha compiuto con successo tale impresa, ponendosi l’obiettivo, subito dichiarato, di svelare le «nuove forme di sfruttamento, mascherate e giustificate nel nome della libertà» (p. 10) che si celano dietro patti firmati da individui che solo apparentemente sono liberi ed eguali. Obiettivo che mi pare pienamente raggiunto, nella misura in cui il volume costringe lettori e lettrici ad aprire gli occhi, ad alzare il tappeto per vedere la polvere che offusca il consenso delle donne che stipulano contratti di surrogazione di maternità (anche a titolo gratuito) o si impegnano a fornire prestazioni sessuali in cambio di denaro: insomma, nella misura in cui il suo pensiero critico arricchisce con preziose note di filosofia politica i termini di un confronto spesso aspro quanto sterile, forse anche perché condotto attraverso argomenti che poggiano su assunti talvolta troppo semplici e in cui l’analisi delle relazioni umane e tra i generi sembra incapace a coglierne certe complessità.

L’autrice entra nel dibattito femminista in punta di piedi, proponendosi come outsider: non menziona il patriarcato (se non riportando discorsi altrui), né a questo esplicitamente riconduce la legittimazione del dominio maschile sul corpo femminile e riduce al minimo indispensabile i riferimenti e le citazioni delle attiviste che attualmente animano il dibattito intorno ai problematici profili della autodeterminazione femminile. Ma, tuffandosi senza esitazioni nei meandri delle questioni più delicate e complesse affrontate da voci autorevoli dei diversi femminismi contemporanei riesce sempre a tornare a galla per indicare la via da seguire per trovare solidi argomenti spendibili nella presa di posizione sulle tre questioni attuali già accennate: libertà di prostituirsi; libertà di portare avanti gravidanze per altri; libertà imposta dai pubblici poteri di non indossare veli islamici.

Riguardo la prima, merita segnalare come la dicotomia tra esercizio della prostituzione necessitato dal bisogno economico o coattivo ed esercizio volontario viene attenuata, anzi azzerata. Un’operazione, questa, abilmente compiuta adottando il metodo femminista per eccellenza: dare credito e ascolto alle voci e alle esperienze delle donne. Così, l’autrice annota, considera e riporta le narrazioni delle diverse donne coinvolte in pratiche prostitutive, incluse quelle dell’associazione francese Les Putes che rivendicano la libera e consapevole scelta di essere sex-workers. Al contempo, però, promuove, richiamando l’analisi di Foucault e Deleuze sulla attendibilità della verità soggettiva, una pratica di ascolto non passiva, ma attenta a ricordare che «oltre alle verità dichiarate, declamate, esibite, esistono verità nascoste, talvolta confinate in spazi inaccessibili alla coscienza, con cui ogni teoria degna di questo nome dovrebbe cercare di fare i conti» (p. 64).

Le categorie marxiane, sullo sfondo del volume intero che ha come fil rouge l’indagine sui modi con cui le donne sono oppresse attraverso i sistemi del capitalismo e della proprietà privata, diventano protagoniste del capitolo dedicato alla surrogazione di maternità. E pazienza se Marx, in fondo, si era limitato a criticare l’ordine patriarcale solo nella misura in cui contribuiva a sorreggere l’istituzione familiare borghese, senza addentrarsi nelle dinamiche di genere e tralasciando la questione dello sfruttamento del lavoro non salariato, in primis di quello riproduttivo. Il richiamo al marxismo, alla «imprescindibilità del ricorso alla legge per impedire ai lavoratori di vendersi volontariamente al capitale» (p. 108), infatti, funziona bene, per avversare «la mercificazione dei “servizi gestazionali”» (p. 109), per ridimensionare la distinzione tra surrogazione di maternità a scopo di lucro e surrogazione solidaristica che proprio non convince, sia per i condizionamenti culturali che possono minare la libera scelta della donna, sia per la difficoltà di qualificare come dono una gravidanza portata avanti per realizzare il progetto procreativo di altri senza compenso, ma secondo le regole imposte in via contrattuale.

Insomma, molti sono gli stimoli intellettuali disseminati nelle pagine del libro che lettrici e lettori possono cogliere per districarsi in questioni delicate di estrema attualità e, magari, per prendere posizione avendo più elementi a disposizione sui quali ragionare e fondare il proprio convincimento. Personalmente, ringrazio questo libro perché mi ha offerto un argomento eccellente per spiegare la solo apparente contraddittorietà di chi, come me, condivide con l’autrice posizioni favorevoli agli interventi statali restrittivi della prostituzione e della surrogazione di maternità ma, al contempo, il sospetto verso l’ingerenza nella vita privata delle donne che scelgono di coprirsi il capo magari anche in nome di tradizioni religiose e culturali intrise di patriarcato. Il capitolo dedicato alla articolata critica agli interventi legislativi francesi che, in bilico tra ossequio alla laicità e islamofobia, hanno progressivamente esteso a più ambiti il divieto per le donne musulmane di indossare i diversi tipi di copricapo, si chiude infatti con un richiamo alla classificazione dei diritti fondamentali di Ferrajoli, volto a evidenziare come dietro alcuni diritti spesso concepiti come libertà da proteggere da qualsivoglia interferenza statale si celano poteri economici privati dal cui esercizio possono derivare inasprimenti delle disparità e delle gerarchie (anche di genere), in barba all’obiettivo della eguaglianza sostanziale posto a fondamento delle liberaldemocrazie contemporanee. Così, «limitare diritti-poteri, come il diritto di stipulare contratti (anche nel caso di soggetti imprenditori di sé stessi) è ben diverso dal limitare diritti-facoltà, come la libertà di espressione, sia essa esercitata tramite la parola, la scelta di un capo di vestiario o altri comportamenti di per sé privi di carattere offensivo» (p. 137).

L’indagine sulla libertà è condotta da Valentina Pazé attraverso gli strumenti della filosofia antica e del pensiero politico moderno e contemporaneo, ma non senza intessere un dialogo proficuo con altre scienze sociali: così, il profilo giuridico delle problematiche trattate emerge inevitabilmente e consapevolmente. Ecco, allora, che il volume non esaurisce il suo scopo – che pure basterebbe – di fornire a chi legge gli strumenti culturali idonei a comprendere le complessità di questioni di estrema attualità che occupano uno spazio rilevante nell’agenda politica italiana, europea e internazionale. Va oltre, implicitamente suggerendo una politica legislativa in materia di disciplina della pratica prostitutiva, della gestazione per altri, del porto del velo islamico che non tralasci una riflessione accurata sui diversi interessi coinvolti e, soprattutto, un approfondimento sulle implicazioni di genere (femminile) che ogni soluzione finirebbe per avere. Lo strumentario che offre l’autrice è ricco e a disposizione: lecito è però, ahimè, dubitare del suo utilizzo nell’attività politico-legislativa dell’immediato futuro.


Si scrive fisco, si legge Stato

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Ci sarà del tempo per bere fino al suo fondo l’amaro calice della riforma fiscale del Governo in carica. La delega appena approvata durerà 24 mesi: un tempo che per la nostra consuetudine politica equivale più o meno all’eternità, ma che di fronte alla maggioranza drogata dalla legge elettorale di questo Governo suona più come una minaccia che come una speranza. Io non sono esperto in materia e ritengo la presunzione della tuttologia una piaga culturale da estirpare. Però devo confessare che da cittadino e da filosofo (più sobriamente e realisticamente: professore di filosofia) le riforme fiscali mi sono sempre apparse come delle vere e proprie sliding doors, in cui ciò che è in gioco non è solo l’esplicito, ma anche il latente, il non detto. Varcate quelle porte, ci si trova letteralmente da un’altra parte, dentro una forma differente di società. Se c’è una riforma che rischia ogni volta di avere un carattere fondativo – cioè riguarda la riconferma del patto sociale originario di una società e di uno Stato – è proprio quella che attiene al sistema fiscale. Il motivo è presto detto: perché il fisco è il luogo originario dello scambio. Certo che i meccanismi di scambio descrivono più o meno tutti i rapporti tra i cittadini e lo Stato – pensiamo ai servizi pubblici e non dimentichiamoci che noi ne usufruiamo in debito, prima ancora di poter pagare le tasse – ma questi meccanismi sono tutti fondati sulla leva fiscale, sulla sua equità e sulla sua capacità di far sentire tutti alleati in un unico “patto sociale”. Lo scambio istituito dal fisco è così lo scambio che dà forma agli altri scambi. Eccola la sliding doors: si scrive fisco, si legge Stato. Lo scrive magistralmente Francesco Pallante: «è chiaro che la questione delle tasse è la questione dello Stato, e quindi dei diritti: niente Stato, niente diritti» (Elogio delle tasse, Edizioni Gruppo Abele 2021). Ecco perché mi permetto di condividere tre riflessioni a caldo, perché il tema non è semplicemente come sarà il fisco, ma come sarà lo Stato.

Innanzitutto ci tengo a sottolineare una cosa banale, cioè il fatto che i principi evocati dal Governo vanno in tutt’altra direzione rispetto a ciò che sarebbe stato auspicabile. Ma lo faccio con uno scopo non scontato che spiego introducendo un’altra citazione di Pallante. In un suo articolo infatti ci offriva un sintetico elenco di quattro obiettivi da perseguire per un fisco più giusto (per chi volesse approfondirli per esteso rimando a questo link: https://www.micromega.net/riforma-fiscale/): ricondurre a un’unica imposta tutti i redditi, intervenire sui patrimoni, concentrarsi sulla tassazione delle società commerciali, lavorare sulla tassazione indiretta che colpisce i consumi. Inutile dire che nulla di tutto ciò si può intravvedere in queste prime mosse. Più utile svelare che quel sintetico elenco è parte di un articolo scritto a gennaio del 2022 che – non potendo essere un vaticinio – era dedicato all’allora annunciata riforma fiscale del Governo Draghi. Ecco un punto politico che sembra passare in secondo piano, in questo paese senza memoria neanche se corta, e che pure val la pena segnalare. Proprio rispetto a uno dei temi che è cartina di tornasole dell’idea di società cui la politica mira, la Meloni mostra non di rompere ma di essere in continuità col precedente Governo, portando a compimento ciò che esso aveva promesso prima di essere interrotto. Questa sostanziale sovrapposizione tra Draghi e Meloni (con sullo sfondo alcuni elementi di differenziazione, ovviamente), pone qualche problema anche a quell’opposizione che ha in questi anni sostenuto fieramente riforme fiscali non troppo dissimili da questa. Mentre si evoca l’unificazione perversa sotto il regime della flat tax, il «carattere smaccatamente classista» della riforma Draghi viene qui addirittura accentuato e, come vedremo tra un istante, giustificato ideologicamente. È per questo che suggerirei di leggere questa riforma né come una restaurazione – un ritorno al modello fiscale che rompe con l’attuale modello istituito negli anni settanta – né come una semplice continuità. Io credo che sia entrambe le cose e che il termine più giusto è quel che ho scritto prima: portare a compimento. È una riforma che porta a compimento quanto cominciato ormai mezzo secolo fa (che impressione ricordarlo), soprattutto riducendo ulteriormente la progressività (dalle 32 aliquote dl 1973 alle 3 del 2023) ma che allo stesso tempo rompe definitivamente con lo schema di un’unica imposta per redditi analoghi tornando a un modello in cui a parità di reddito i trattamenti sono profondamente diseguali. Insomma, mette in discussione contemporaneamente i principi della progressività e della uguaglianza. Ciò che sintetizza questo duplice attacco è precisamente l’ideale verso cui tende questa riforma, cioè la flat tax.

In secondo luogo, vorrei analizzare brevemente la retorica culturale attraverso cui il Governo tenta di legittimare l’intero progetto di riforma fiscale. Se c’è qualcosa di notevole è proprio la furia ideologica con cui si accompagna questa riforma. Mi servirò – per provare a spiegarmi – di un passaggio del discorso pronunciato dalla Meloni pochi giorni fa di fronte alla platea della Cgil. Sa di giocare in territorio ostile e dunque le sue parole sono tutte tese a legittimare il proprio progetto molto più che illustrarlo. Permettetemi di citare per intero un passaggio: «la strada che non è mai stata intrapresa finora è quella di puntare tutto sulla crescita economica. Oggi si dice che per legge si possono garantire salari adeguati. Ma se fosse così, dovrebbe essere lo Stato a creare ricchezza, mentre le cose non stanno così… La ricchezza la creano le aziende con i loro lavoratori. Quello che compete allo Stato è immaginare regole giuste e redistribuire la parte di ricchezza che gli compete, e se questa è la verità, allora la sfida è mettere quelle aziende e quei lavoratori nella condizione migliore per creare una ricchezza che inevitabilmente si riverbererà su tutti. Per favorire la crescita occupazionale, per aumentare le retribuzioni io credo che la base sia far ripartire l’economia: sostenere il sistema produttivo, restituire all’Italia anche un po’ di sana fiducia in se stessa, liberare le sue energie migliori. È esattamente la visione che sta per esempio alla base della riforma fiscale che ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato con una legge delega».
Già con le prime parole Meloni riscrive la realtà, assegnando la forza del nuovo alla ricetta più vecchia, quella del neoliberismo. L’idea cioè che il modo migliore per risolvere la crisi salariale del nostro paese sia affidarsi al mercato e lasciarlo libero di crescere. Cosa ci sia di nuovo in questa affermazione lo sappiamo tutti. Ma colpisce la pervicacia ideologica per cui un progetto di sottomissione dello Stato al mercato possa andare avanti da quasi cinquant’anni e nonostante ciò avere la faccia tosta di presentarsi come nuovo.
La furia neoliberista – quanto di più scontato e retrò si possa immaginare – continua e diventa via via sempre più precisa. Lo Stato non può creare ricchezza e l’unico soggetto in grado di farlo sono le imprese. Ciò che mi colpisce è la naturalizzazione di una tesi di parte: perché lo Stato non può creare ricchezza? Perché “le cose non stanno così”, scrive Meloni. Un “argomento d’autorità” che mette fuori gioco arbitrariamente teorie, tradizioni ed esperienze che di fatto hanno mostrato che le cose possono essere così e che allo Stato – tramite anche le riforme fiscali – può toccare il compito di produrre ricchezza in un certo modo e non in un altro (per fare solo un esempio non certo radicale, Meloni qui dichiara contronatura persino il keynesismo, che scommetteva sulla possibilità che lo Stato potesse indurre la crescita agendo prevalentemente sulla domanda e non solo sull’offerta). Subito dopo, a dimostrazione di quale sia la vera posta in gioco, Meloni ci suggerisce quale sia il ruolo dello Stato. E qui, forse per il contesto in cui queste parole sono state pronunciate, c’è un’apparente sorpresa. Non si limita infatti a suggerirci che il ruolo dello Stato è di essere al servizio dell’economia (la funzione principe dello Stato è di sorvegliare e garantire tramite regole giuste la libertà del mercato), ma fa riferimento anche al compito di «redistribuire la parte di ricchezza che gli compete». Dunque allo Stato non spetta solo di fare il guardiano del capitale, ma anche di redistribuire. Ma ridistribuire cosa? Che cos’è la parte di ricchezza che compete allo Stato? Non è precisamente quella parte di ricchezza che passa nelle mani dello Stato tramite il fisco? E infatti Meloni ci spiega subito: questa parte di ricchezza deve essere minima, perché il fisco ha come obiettivo quello di “lasciar” le imprese libere di creare «una ricchezza che in questo modo si riverbererà su tutti» (ancora la teoria del tricke down… ma quanta mancanza d’immaginazione e di cultura economica c’è nel neoliberismo dei nostri politici?). In altri termini: la riforma fiscale non deve avere come obiettivo quello di mettere lo Stato nelle condizioni di operare una equa redistribuzione, ma deve piuttosto limitare quel che compete allo Stato per liberare ricchezza privata, a cui è affidato ancora una volta il compito (il mito) della redistribuzione spontanea del mercato.
E infatti – quasi a chiudere il cerchio di questo dispositivo ideologico classicamente neoliberista che per ora occupa il posto della riforma fiscale – arrivano le parole del ministro Giorgetti, che chiarisce quali siano i veri obiettivi della riforma fiscale. Redistribuire le imposte in modo più equo? Prevedere un livello di tasse che sia proporzionale a ciò che serve per attuare i diritti costituzionali? Niente di tutto questo ovviamente: «Le nuove regole, operative entro 24 mesi dall’entrata in vigore della legge delega, vanno nella direzione di semplificare e ridurre la pressione fiscale, favorire investimenti e assunzioni e instaurare un rapporto tra contribuenti e amministrazione finanziaria nella logica di un dialogo mirato tra le parti secondo le esigenze di cittadini e imprese. Con l’istituzione del concordato preventivo biennale e il rafforzamento dell’adempimento collaborativo si riscrivono le regole della lotta all’evasione fiscale che diventa preventiva e non più repressiva”. Bisogna almeno riconoscere loro il merito della sincerità. La pressione fiscale va ridotta – poco importa se questo vuol dire affamare ancora lo Stato (quanto noiosamente vecchia è questa riforma che si traveste della retorica del nuovo); gli investimenti e le assunzioni da favorire sono esclusivamente quelli delle imprese e allora i soldi devono restare il più possibile dove vengono accumulati, in modo tale che sia il mercato a estendere la ricchezza; quanto all’evasione, la colpa è solo dello Stato e dunque istituiamo forme di condoni permanenti e preventivi. E ovviamente tutto ciò lo facciamo per una parte della società, mentre per gli altri – i lavoratori dipendenti, i pensionati – fortifichiamo un vero e proprio regime di Apartheid fiscale: non producete direttamente ricchezza, allora meritate di pagare le tasse. Il misterioso accenno di Meloni alla redistribuzione si chiarisce benissimo adesso. Qual è la parte di ricchezza che compete allo Stato? Quella che viene arbitrariamente etichettata come improduttiva: insegnanti, medici, funzionari pubblici, lavoratori dipendenti, pensionati. Il modello è quello: che lo Stato prenda soldi dalla ricchezza che produce società e non accumula profitto (o meglio, che produce il profitto accumulato dalle imprese). La riforma fiscale disegna un mondo così, in cui è esclusivamente il mercato a plasmare la società e allo Stato è assegnato un compito residuale: compete ad esso quella poca parte di ricchezza che non può essere contendibile dall’avidità delle imprese. Le tasse sono ormai viste come il castigo per coloro che tramite il loro lavoro si occupano di costruire la società piuttosto che produrre direttamente ricchezza.

Ora, e vengo all’ultima considerazione, questo dispositivo ideologico è così vetusto e scontato da apparire imbarazzante. Eppure vince. Dobbiamo riconoscerlo. È tragico doversi chiedere perché in Italia chi evoca la patrimoniale non ha diritto di parola, mentre chi predica di flat tax occupa tutte le scene. È tragico, ma è l’unica domanda a cui dobbiamo provare a rispondere, se vogliamo modificare lo stato di cose.
Qualcuno risponde a questa domanda diacronicamente, evocando le patologie della storia d’Italia. Il fatto che siamo un popolo abituato a patrimonializzare i propri risparmi e in cui il senso dello Stato è sempre stato più legato alla diffidenza che alla fiducia, specie per ciò che riguarda “la parte che ci spetta in cambio” (i servizi pubblici). Qualcun altro invece prova a rispondere sincronicamente, riconoscendo in ciò nient’altro che l’evidenza di una società incapace di legami sociali istituzionalizzati e che ha sostituito al patto sociale una sorta di contratto privatistico e non vincolante. Ciascuno si sente in diritto di prendersi dallo Stato ciò che gli interessa, senza sentirsi in dovere di dare in cambio nulla di particolare. Entrambe le risposte hanno del vero e sarebbe utile approfondirle. In entrambi i casi, infatti, siamo catapultati nel cuore di tenebra del problema. La riforma fiscale sta consolidando uno Stato trasformandone il patto sociale che dovrebbe starne alla base. Un patto sociale che non si fonda più su un mutuo scambio originario – io cedo a te una parte affinché tu possa restituirla a tutti in egual misura – ma su una sproporzione tra l’individuo che deve essere lasciato libero dai vincoli sociali e lo Stato che servirebbe solo a garantirgli quanto più possibile questa libertà dai vincoli. Tutto si consuma in questo spazio in cui i rapporti sociali sono ridotti al primato dell’individuo che produce ricchezza per sé. La solidarietà sociale – di cui il fisco dovrebbe essere una rappresentazione – è ormai soltanto un effetto marginale e involontario di questo individualismo proprietario. Ma uno Stato, per definizione, non può essere la semplice somma di contratti privatistici. Se ha un senso ciò che ho scritto, è forse semplicemente questo: riconoscere che dietro la delega fiscale del governo Meloni si nasconde un dispositivo ideologico tanto vecchio e prevedibile quanto minaccioso e destatalizzante. Ancora una volta: si scrive fisco, si legge Stato.


Come scoraggiare l’autoproduzione di energia…

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Sullo sfondo della transizione energetica, di cui molto si parla ma per cui poco si fa, è divenuto di attualità il tema delle comunità energetiche rinnovabili (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/12/09/autoprodurre-lenergia-da-rinnovabili-locali-la-legge-ce-ma-non-la-fretta/). In sintesi, una comunità energetica rinnovabile (CER) è un gruppo di utenti dell’energia che si mettono insieme in un dato contesto territoriale per produrre da sé, da fonti rinnovabili localmente disponibili, l’energia di cui hanno bisogno. Semplice in linea di principio, ma nello stesso tempo rivoluzionaria. La logica non è quella di una compravendita tra i membri del gruppo e nemmeno quella di fare tutti insieme dei profitti, bensì quella di condividere costi e risorse per soddisfare il proprio fabbisogno, superando la logica mercato, secondo cui l’energia è una merce che serve a far profitto. Ma se le comunità prendono piede e si diffondono il mercato dell’energia si ridimensiona e gli operatori del settore devono in qualche misura cambiare mestiere andando ad occuparsi più di fornitura di servizi energetici che di produzione e commercializzazione dell’energia. Il che non li entusiasma. Con alcune conseguenze che è bene segnalare.

La storia delle comunità energetiche è lunga (anche più di un secolo) e oggi esiste un vero e proprio quadro normativo specifico per esse e altre forme analoghe di autoproduzione e autoconsumo collettivo (come gli AUC nei condomini). Si parte da alcune direttive europee, di cui la più specifica è quella denominata sinteticamente REDII, che vincolano gli Stati dell’Unione a promuovere le CER e a rimuovere gli ostacoli sul cammino della loro formazione e funzionamento; si passa per una legge regionale piemontese di iniziativa consiliare (seguita poi da altre simili in varie regioni) che fornisce un supporto alle fasi di avvio di nuove CER; si giunge a una norma ponte nazionale (legge n. 8/2020, art. 42 bis) che introduce l’incentivazione di CER in formato molto ridotto e di AUC; infine si approda al decreto legislativo n. 199/2021 esecutivo dal 15 dicembre 2021, che recepisce la direttiva REDII. Ci siamo dunque? Quasi, perché il decreto legislativo n. 199 ha bisogno di alcuni provvedimenti operativi per poter essere implementato in concreto; in particolare uno a carico dell’autorità per l’energia (ARERA) che, sia pure con sei mesi di ritardo, è stato emesso il 27 dicembre 2022, e un altro del ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) che non è ancora apparso ma che il ministro dice di aver firmato e che comunque pare uscirà entro il mese di gennaio 2023. Non tenterò di illustrare le infinite complessità dei provvedimenti già presi: anche in questo caso è mirabile la capacità della burocrazia di rendere complicati anche processi che, logicamente, sarebbero semplici. Mi limito a evidenziare un aspetto che ha del paradossale.

Le norme prevedono che ognuno dei membri di una CER, per quanto riguarda l’acquisizione dell’energia che gli serve, si rivolga al mercato. Stipulerà quindi un contratto con un operatore commerciale del settore e quest’ultimo, ricevuta dal distributore locale (soggetto imprenditoriale che ha in carico la gestione dei flussi di energia e ha accesso ai contatori) l’informazione su quanta energia è passata per il contatore del cliente in questione, emetterà periodicamente una bolletta, a prezzi di mercato, che l’utente pagherà. Se per caso il socio è anche produttore oltreché consumatore, l’energia autoprodotta che non consuma direttamente la riversa in rete e nel far ciò la vende a un operatore commerciale, o più semplicemente al gestore dei servizi energetici (GSE), e viene di conseguenza pagato: esattamente quello che succede se non fa parte di una CER. Se la comunità è formalmente costituita a termini di legge e l’impianto citato è ufficialmente a sua disposizione, il gestore dei servizi energetici quando, dati alla mano, constata che vi è stata corrispondenza temporale (entro un’ora) tra energia riversata in rete e energia prelevata da qualcuno dei soci, considera quell’energia come scambiata virtualmente all’interno della comunità e riconosce alla CER una “tariffa incentivante” (cioè una sorta di “premio”) proporzionale all’entità dello scambio: sarà la CER stessa a decidere come redistribuire questo incentivo tra i soci. Conviene, no? Sì, ma qualcosa di strano c’è, anche dal punto di vista del famoso mercato. Se io sono socio della comunità, pago al mio fornitore tutta l’energia che il contatore dice che ho prelevato dalla rete in un certo periodo, diciamo 100 kWh. Senonché l’esame contestuale del mio contatore e di quello in uscita dall’impianto a disposizione della comunità dice che una parte dell’energia, diciamo 20 kWh, che ho pagato, risultava scambiata, sia pure attraverso la rete pubblica. Perché dunque debbo pagarla al fornitore che con tutta evidenza non l’ha fornita, posto che i kWh forniti sono solo 80?

Anche per questo il decreto n. 199 introduce un’altra possibilità. L’utente domestico può optare per un altro meccanismo: lo scorporo in bolletta. In pratica io, utente domestico socio di una comunità, posso dire al gestore: «di’ al mio fornitore di togliere dalla bolletta la quota di energia scambiata che fa capo a me (o glielo dico io, se mi dai gli estremi per farlo)». Logico, anche dal punto di vista dei criteri di mercato, e decisamente più conveniente della tariffa incentivante perché il mio risparmio è a prezzi di mercato, quasi come avviene per l’energia autoconsumata direttamente (dico quasi perché, a differenza dell’autoconsumo diretto, qui c’è comunque di mezzo una bolletta con annessi oneri di trasporto e di sistema). Ma c’è un problema. ARERA in agosto avviò una consultazione sul provvedimento che avrebbe dovuto assumere e che è poi stato pubblicato il 27 dicembre. In quel documento, al punto 4.77, l’autorità espresse delle perplessità sullo scorporo, dicendo che, non può «essere inteso nel senso fisico del termine, cioè in termini di kWh» perché ciò comporterebbe «rilevanti oneri amministrativi» e impatti negativi (senza spiegare quali) che la renderebbero inapplicabile e presupporrebbe «la definizione di modalità di ristoro dei minori ricavi derivanti alle società di vendita» [corsivo mio]. Come dire che se decidessi di coltivarmi un orto per produrre le patate che mangio qualcuno dovrebbe poi pagarle al fornitore da cui non le compro più. Originale, vero? Dal punto di vista tecnico lo scorporo è un problema di gestione dell’informazione: dal contatore domestico, tramite il distributore locale, al GSE (passaggio che deve avvenire efficientemente in ogni caso, per consentire di misurare l’entità dello scambio interno alla comunità) e poi dal GSE all’utente finale e da lì al suo fornitore commerciale di energia: nell’era dell’informatica e della telematica sfugge la complessità dell’operazione. Come che sia, nel provvedimento pubblicato il 27 dicembre (delibera 727/2022/R/EEL), a p. 17, l’autorità ribadisce la sua opinione negativa e l’intenzione (poi menzionata come proposta) di attribuire alla società di vendita al dettaglio, anziché alla CER, la quota di incentivo corrispondente allo scambio relativo al socio che scelga lo scorporo. Subito dopo ARERA precisa che comunque questa operazione richiederebbe diversi mesi prima di poter essere implementata (chissà perché?) e quindi non potrà (richiederebbe è un condizionale, potrà è un indicativo nel testo dell’autorità) essere disponibile fin dall’avvio della regolazione prevista dalla delibera. Tradotto dal burocratese: lo scorporo (ora l’autorità ha anche cambiato il termine e lo chiama scomputo) dovrebbe essere rinviato non si sa bene per quanto tempo. Tra l’altro, l’autorità dichiara (p. 21 del documento citato) che la maggior parte dei soggetti interessati che hanno risposto alla sua consultazione «ha manifestato la propria contrarietà all’introduzione dello scomputo in bolletta» e «ha comunque richiesto che le modalità […] siano definite solo in una seconda fase rispetto all’avvio della nuova regolazione […] anche attraverso un’ulteriore […] consultazione dei soggetti interessati». Nessuna menzione viene fatta dei pareri a favore dello scorporo e contro le valutazioni negative di ARERA, che pure – posso affermarlo con certezza – sono stati espressi in consultazione. Comunque, a p. 22, ARERA propone (presumibilmente al ministro) di non fare entrare in vigore la nuova regolamentazione prima del 1 marzo 2023. Poi, qualora non si fosse capito bene, specifica (p. 24) di ritenere opportuno «rimandare a successivi provvedimenti la definizione delle modalità per lo scomputo in bolletta».

Passando oltre, non si sa ancora nulla del provvedimento ministeriale. Anche in questo caso c’è stata una fase di consultazione chiusa il 12 dicembre e dal testo posto in consultazione emerge un’altra chicca. L’art. 42 bis della legge n. 8/2020 e il decreto legislativo n. 199/2021 dicono che per attivare una CER questa deve avere a disposizione (almeno) un impianto di produzione di energia da rinnovabili connesso alla rete dopo la data di entrata in vigore delle norme citate (29 febbraio 2020 e 15 dicembre 2021). Il ministro però (p. 2 del documento) dichiara (dandone la colpa all’Unione Europea e alla normativa sugli aiuti di stato) che per l’impianto necessario «i lavori di realizzazione […] devono essere avviati dopo la data di pubblicazione del decreto» (il suo). Poi, a p. 8, riafferma: «L’accesso alle nuove tariffe incentivanti […] sarebbe […] consentito solo per gli impianti […] che avviano i lavori ed entrano in esercizio (corsivo mio) successivamente all’entrata in vigore del decreto». Insomma tutti quegli sciocchi che in giro per il paese si sono dati da fare successivamente al 29 febbraio 2020 (data di entrata in vigore della legge n. 8/2020) e hanno avviato la realizzazione di impianti finalizzati a quelle CER la cui normativa aveva cominciato a comparire dovranno farsene una ragione e ricominciare a realizzare ex novo degli altri impianti dopo la pubblicazione dell’ulteriore decreto ministeriale… Anche se si potrebbe però osservare che, rinunciando alla tariffa incentivante per scegliere lo scorporo in bolletta, il problema degli aiuti di Stato (posto che ci sia) non si presenterebbe e tutto ciò che si è cominciato a realizzare potrebbe esser utilizzato.

Di tutte queste questioni ho la sensazione che “la politica”, dove non è connivente, poco o, più probabilmente, nulla sappia né si preoccupi troppo di sapere: non c’è tempo di leggere i documenti e men che meno di provare a immaginarne gli effetti applicativi. Forse sbaglio, ma mi sembra che il tutto non abbisogni di molti ulteriori commenti. Nel contempo sono ben consapevole che lasciarsi prendere dall’emotività è in genere inopportuno e controproducente. Ciononostante non riesco a trattenermi dall’affibbiare al quadro l’appellativo di ignobile. Che farà messer lo ministro? La tragica telenovela continua.


Autoprodurre l’energia da rinnovabili locali? La legge c’è ma non la fretta…

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Dicono che ci sia una emergenza climatica in atto. Dicono. Pare che gli eventi meteorologici estremi si vadano facendo vieppiù violenti e frequenti. Pare. Avete presente l’alluvione nelle Marche a settembre e ora Casamicciola? E la politica ne è convinta: le dichiarazioni pubbliche lo riconoscono, non da molto tempo in verità. Pare che si debba fare qualcosa. Pare. La natura però, parlandone non solo a scala locale ma addirittura a scala planetaria, proprio non se ne accorge. Le misurazioni del contenuto di gas serra, quelle delle temperature medie, quelle del livello dei mari e così via non recano traccia delle conferenze delle parti (COP variamente numerate), dei protocolli (tipo Kyoto), degli accordi come quelli di Parigi, dei provvedimenti dell’Unione Europea, meno che mai di quelli nazionali. Beh, la presidente(ssa) del Consiglio dei ministri italiano ha dichiarato che l’obiettivo europeo della riduzione delle emissioni climalteranti del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030 verrà rispettato, ma senza danneggiare l’economia (economy first, ma quale economia?). Non ha precisato come, visto che siamo alla fine del 2022, ma questo è un dettaglio…

Per la verità un piccolo passo avanti per la gestione dell’emergenza energetica nel nostro paese (non saprei se un grande passo per l’umanità) è stato fatto. Mi riferisco al riconoscimento giuridico delle comunità dell’energia rinnovabile o CER, cioè di aggregazioni di utenti finali dell’energia che si uniscono (in varie forme associative previste dagli ordinamenti) per sopperire ai propri bisogni a partire da risorse “rinnovabili” reperibili nel luogo in cui operano o vivono. La legge cui mi riferisco è la n. 8/2020, divenuta operativa il 29 febbraio 2020, e, in particolare, il suo articolo 42 bis. Essa era intesa come legge ponte in attesa di un più ampio provvedimento di recepimento della direttiva europea detta REDII, provvedimento che avrebbe dovuto essere assunto dal Parlamento entro il 30 giugno 2021. Ma si sa che le scadenze di legge sono perentorie per i cittadini, mentre quando riguardano gli Stati (Europa) o lo Stato sono indicative: il recepimento è avvenuto (con riferimento alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale) il 15 dicembre 2021 (neanche sei mesi di ritardo: che volete che sia!) con il decreto legislativo n. 199/2021. Quindi a questo punto ci siamo? Ni.

Il decreto legislativo n. 199 è in vigore, ma prevede che, per la piena operatività, debbano essere emessi alcuni provvedimenti attuativi: uno da parte di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) da adottarsi (art. 32, comma 3) entro novanta giorni (metà marzo 2022); uno (fra molti) con decreto (art. 8, comma 1) da parte del ministro (il ministero ex MITE ora è MASE) da promulgare entro centottanta giorni (metà giugno 2022). Chiedo scusa per il tono ironico, ma va da sé che questi termini non sono stati rispettati: la fretta è una cattiva consigliera. E proprio per farsi consigliare, ARERA ha indetto una pubblica consultazione, aperta ai primi di agosto e chiusa il 23 settembre. I quesiti riguardavano ciò che ARERA medesima avrebbe dovuto fare. Dopodiché voci più o meno bene informate preconizzavano la pubblicazione del provvedimento per novembre, ma a tutt’oggi nulla è successo. È vero che nel frattempo sono cambiati Parlamento e Governo, ma ARERA è un organo tecnico… In compenso il ministro ha, a sua volta, aperto una consultazione pubblica lo scorso 28 novembre con scadenza il 12 dicembre alle 12:00 (https://www.mite.gov.it/bandi/consultazione-pubblica-attuazione-della-disciplina-la-regolamentazione-degli-incentivi-la). Dopodiché verrà emesso il suo decreto, chissà quando. Che fretta c’è? Ci occupiamo dell’ambiente a patto di non disturbare l’economia.

Nel frattempo hanno cominciato a volare gli avvoltoi. Il decreto n. 199/2021 prevede che gli impianti da rinnovabili al servizio di una CER abbiano, ciascuno, una taglia massima di potenza di 1 MW. Le taglie superiori a quel limite rientrano nella normale dinamica di mercato e pertanto le autorizzazioni verrebbero, o meglio, sono, assegnate sulla base di gare. Orbene molti Comuni sparsi in giro per l’Italia hanno già visto arrivare operatori commerciali in cerca di aree comunali sufficientemente ampie da poter ospitare impianti fotovoltaici da 1 MW (diciamo da 6-7 mila metri quadrati in su); tali operatori si offrono di realizzare su quelle aree i corrispondenti impianti da destinare a comunità dell’energia che i Comuni stessi volessero promuovere. Dove sta il “business”? Nel fatto che le norme, attuale e in consultazione, prevedono un doppio regime. Da una parte c’è una tariffa incentivante (a carico di tutti coloro che a scala nazionale pagano delle bollette) che va a vantaggio della CER in proporzione all’energia virtualmente scambiata al suo interno in tempo quasi reale (intervallo orario). Dall’altra, e in sovrapposizione con la tariffa incentivante, c’è la vendita sul mercato di tutta l’energia prodotta, compresa quella virtualmente scambiata che serve a determinare la tariffa incentivante a carico di tutte le utenze nazionali, ma non degli operatori commerciali né dello Stato. Per quanto concerne i consumatori puri, soci della comunità, questi continuano a pagare a prezzi di mercato tutta l’energia che entra nei loro contatori, compresa quella virtualmente scambiata, per la quale comparteciperanno alla citata tariffa incentivante. Insomma IL MERCATO non viene in nulla disturbato e se la taglia degli impianti delle CER, che possono essere installati con procedure semplificate e senza appalti competitivi, è adeguata, il tutto diventa un buon affare per chi realizza gli impianti con finalità commerciali.

Preoccupato di non esagerare con taglie di impianti, dal punto di vista dei grandi operatori, relativamente modeste, il ministro si è preoccupato di includere nella sua consultazione l’intenzione di prevedere, nei cinque anni 2023-2027, l’installazione di (non più di?) 5 GW (5000 impianti da un MW) nuovi al servizio delle CER: in pratica 1 GW di potenza all’anno. Ma perché? Già oggi la potenza degli impianti da rinnovabili in attesa di collegamento alla rete è più elevata di quell’obiettivo e che male ci sarebbe se le nuove CER riuscissero ad attivare più di 5 GW in cinque anni? Tanto più che entro il 2030 avremo bisogno di far partire svariate decine di GW rinnovabili se vogliano sperare di rispettare l’obiettivo europeo di decarbonizzazione. Ma – si direbbe – il signor Ministro si preoccupa di non disturbare IL MERCATO, e dunque: prudenza e gradualità. Nel frattempo i grandi operatori commerciali si attrezzeranno per la realizzazione di grandi (meglio grandissimi) impianti da rinnovabili finalizzati alla produzione per la vendita.

La norma che deve entrare in vigore prevede però per le CER una possibilità per nulla da poco: si tratta del cosiddetto “scorporo in bolletta” (art. 32, comma 3c) che i soci di comunità che siano utenti finali domestici sarebbero abilitati a scegliere (a loro preferenza). In concreto, una famiglia partecipe di una comunità potrebbe chiedere al proprio fornitore di togliere dalla bolletta i kWh che scambia all’interno della CER. In questo modo si eviterebbe di pagare al fornitore ciò che non ha fornito, si realizzerebbe un risparmio a prezzi di mercato e si eviterebbe anche la tariffa incentivante a carico di tutti gli altri utenti. ARERA dovrebbe solo dire come bisogna procedere tecnicamente, ma, come già detto, il suo provvedimento continua a latitare. Nella sua consultazione l’Autorità si è mostrata preoccupata del fatto che lo scorporo, comunque previsto dalla legge, causerebbe “un danno” per il venditore. Curioso, vero? Smettere di pagare qualcosa che non mi viene fornito danneggia il fornitore… Quanto al signor Ministro, nella sua consultazione non si parla di scorporo, ma in effetti l’art. 32, comma 3c mette a carico di ARERA la definizione del come (non se) procedere. Il ministro non c’entra, non vi pare?

Non voglio semplificare troppo le cose. È vero che, norme a parte, l’implementazione delle comunità dell’energia e dello scambio al loro interno pone anche molti problemi pratici la cui soluzione non è banale. Tanto per cominciare occorre porre mano alla struttura materiale della rete pubblica di distribuzione dell’energia elettrica. Questa si è sviluppata secondo la logica di poche grandi o grandissime centrali, quale che fosse la fonte, che alimentavano a cascata le utenze disperse sul territorio. Generalizzando l’autoproduzione diffusa con moltissimi piccoli impianti distribuiti, la rete deve essere organizzata in un altro modo. Lo “scorporo” poi è un problema di gestione intelligente dell’informazione relativa ai flussi, così come in generale la gestione intelligente dei flussi è un fattore molto importante per un’organizzazione efficiente dei consumi all’interno della comunità. Questi problemi, ripeto non banali, sono tutti risolubili e più facili da risolvere che non quelli politico-burocratici. Bisogna però volerli risolvere. Ma se il punto dolente è che non bisogna disturbare IL MERCATO, allora siamo messi male.

Va da sé che se si generalizza un sistema che in ogni territorio si basa sull’autoproduzione da rinnovabili locali dell’energia di cui quel particolare gruppo ha bisogno, lo spazio per la compravendita di energia si riduce. Una comunità condivide investimenti e costi di gestione per il proprio fabbisogno, non per fare utili (lo dice anche la legge); gli operatori commerciali invece hanno strutturalmente l’obiettivo di vendere energia (anche da rinnovabili, nel momento in cui i compratori gradiscano) per fare utili e, per massimizzare questi ultimi, mirano a venderne sempre di più. A loro interessano grandi centrali (anche quando fossero solari o eoliche) per sfruttare le economie di scala e produrre grandi quantità di kWh il cui consumo auspicano che continui ad aumentare. Si torna sempre al “sempre di più” e, ahimè, “sempre di più” non si può: non esistono fonti di infinita energia pulita (neanche il sole). Chissà cosa ne pensa il ministro?!

Quale che sia il ruolo, la collocazione e l’orientamento, sempre di esseri umani comunque si tratta, per cui alla fin fine il problema dei problemi è forse di competenza della psicoanalisi e sta nella profonda componente di autolesionismo suicida che tutti ci portiamo dentro. Per l’intanto però cerchiamo di non mollare e continuiamo a perseguire l’obiettivo delle comunità energetiche.


I vaccini appartengono al mercato e non ai diritti fondamentali: parola di WTO

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Mentre scrivo l’evento, anche se sono passate poco più 48 ore, è già scomparso dalle cronache e dai mass media: tanto da rendere necessario richiamarlo per sapere di che si parla. Dopo una notte insonne, piena di scontri diplomatici, economici, politici che hanno prolungato ulteriormente il vertice dei governi della Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il 17 giugno a Ginevra è stata annunciata la soluzione della ormai mitica guerra/trattativa (i termini sono eco fedele dell’intrico del retroterra e delle implicazioni della decisione) sui criteri e le condizioni per rendere i vaccini per Covid 19 accessibili a livello globale. Di fatto, non cambia nulla o quasi. Della sospensione temporanea dei brevetti (richiesta da India, Sudafrica, da un centinaio di paesi poveri del mondo e da migliaia di personalità) non c’è traccia nei documenti finali, che si limitano a illustrare alcune facilitazioni per i Paesi in via di sviluppo nell’uso delle licenze obbligatorie, già peraltro previste dagli accordi TRIPS (sui diritti di proprietà intellettuale).

Sarebbe necessario, a rigore, entrare nel merito dei dettagli di un accordo atteso come storico, in quanto coincidente con uno snodo-paradigma (teorico ed operativo) in uno degli ambiti chiave che regolano i rapporti tra i diritti fondamentali degli umani e dei beni comuni e i diritti delle cose-mercato. Ma, a guardare la sostanza, riprendere punto per punto il testo della decisione (nella sua incomprensibilità di linguaggio e di implicazioni se non ai super addetti ai lavori) sarebbe addirittura fuorviante per capire “chi ha vinto, e a che condizioni”. La lunghezza stessa della trattativa (ormai dall’inizio della pandemia) e l’atmosfera di “crisi da evitare a tutti i costi” della sua conclusione dicono che l’accordo è tutt’altro che lineare e risolutivo.

Il confronto tra i commenti, i linguaggi, il detto-non detto dei protagonisti dice più di qualsiasi tentativo di interpretazione-comprensione. A fronte delle dichiarazioni trionfalistiche («La WTO ha dimostrato di essere capace di rispondere alle emergenze di questi tempi difficili ed esce da questa vicenda rinforzata ed incoraggiata» (Ngozi Okonjo-Iweala, direttore generale WTO]; «Gli Stati membri sono riusciti a superare le loro differenze per garantire vaccini efficaci e sicuri per coloro che più ne hanno bisogno» [Katherine Tai, rappresentante degli Stati Uniti]), stanno vere e proprie stroncature: «È difficile immaginare una risposta più negativa di quella proposta come soluzione per un’emergenza globale. […] Non c’è nessuna concessione sostanziale o praticabile: si ragiona in termini di “eccezioni eventuali e possibili”, non di politiche propositive ed operative, e si evita del tutto di mettere in discussione, anche soltanto per un periodo, le regole della WTO sui brevetti: si può dire che l’accessibilità ai vaccini rimane un privilegio» (Jamie Love, direttore di Knowledge Ecology International, e autore di riferimento per i diritti di proprietà intellettuale).

Le valutazioni critiche (senza se senza ma) sono comuni a tutte le organizzazioni internazionali indipendenti (più di 100) che hanno lavorato in questi anni per cambiare almeno qualcosa di significativo: «Le decisioni di Ginevra garantiscono e portano vantaggi per la sopravvivenza delle élites internazionali e nazionali. […] Passo indietro drammatico rispetto anche a quanto si doveva fare per essere preparati al futuro. […] La 12° conferenza ministeriale (MC12) è stata un fallimento senza scuse per l’85% delle popolazioni dei paesi più deboli, per i miliardi che nel mondo rimarranno senza possibilità di accesso neppure ai test diagnostici e ai trattamenti che non siano solo alcuni vaccini, senza parlare delle nuove varianti». Le citazioni non finirebbero più. Può essere utile concludere con tre posizioni che riassumono questo lungo periodo di proposte, speranze, compromessi, illusioni, malafede, giochi di potere: «La WTO e tutti i paesi ricchi hanno prodotto un programma che rappresenta addirittura un peggioramento netto di quanto era già possibile fare secondo gli accordi TRIPS» (Asia Russell, Health Director); «Immaginare una sospensione anche temporanea delle regole va contro i principi stessi della WTO: non è infatti un problema di proprietà intellettuale: l’unico fattore che conta nel determinare la scarsità dei vaccini è la struttura complessiva dei mercati» (Direttore generale della International Pharmaceutical Manufacturers Association); «L’accordo approvato dalla WTO è un nothingburger (aria fritta, ndr) dal punto di vista della salute pubblica. La discussione sulle responsabilità più importanti, tra Stati Uniti, Unione Europea, debolezza della SHO potranno andare avanti per il prossimo round. Tanti popoli sono affamati di trasparenza oltre che di vaccini […]. Forse è peggio di un nothinburger. O di carenza di calorie. È carne cattiva» (Politico).

L’evento è stato dunque un non-evento? Purtroppo no. Se da un lato non cambia nulla, dall’altro cambia tutto. In gioco c’era una domanda che aveva acquisito una chiara priorità di fronte all’emergenza pandemica, e prima della disponibilità dei vaccini: se e quando si trova un rimedio a una crisi tanto globale quanto atipica dei mercati, la soluzione sarà disponibile con la stessa logica della pandemia, in modo “universale”, senza eccezione? E la risposta – implicita, etica, di diritto, senza frontiere – era stata: «Certo. Ne va della vita dell’umanità! Si devono superare le divisioni». Ma la decisione della MC12 è stata: «Non scherziamo! I vaccini (senza parlare di tutto il resto: salute pubblica, diagnosi, prevenzioni basate su beni del mercato etc.) sono espressione strutturale del mercato così come è. Si può discutere, suggerire flessibilità ma non dare indicazioni operative! Ognuno deve arrangiarsi…». Le regole non si sospendono: sarebbe come creare un precedente troppo pericoloso e attraente. Si può solo “essere buoni” e prevedere, con equilibrio e senza sbavature, eccezioni. Da approvare di volta in volta. Non da parte di chi ha bisogno: ma da parte di chi è di fatto “indipendente” dal rischio dei bisogni: i proprietari. Purtroppo questa non è la riproduzione di un dibattito stile talk-show: è l’interpretazione ufficiale, e indiscutibile, del diritto internazionale, che all’evidenza non è più universale: non ha più come soggetti e destinatari gli umani, come individui e come popoli, a livello globale e nei singoli stati. Proteste, più o meno scandalizzate o disobbedienti, da parte delle Nazioni Unite, in tutte le loro espressioni? Nessuna. Né ora, né in attesa.

L’evento del 17 giugno 2022 non è certo l’unico segno della crisi per assenza-impotenza-incompetenza del diritto internazionale. Dice però che i tempi sono cambiati. Le guerre mondiali avevano fatto del diritto alla vita di tutte/i, nessuna/o escluso, il principio di riferimento da non violare: insieme alla proibizione della guerra. Da tempo la guerra è stata – macroscopicamente – reintrodotta: dappertutto, tanto da rendere “strana” l’importanza che si da a quella in corso. E il linguaggio e la logica della guerra sono ormai da molto tempo, nelle loro diverse versioni, i veri protagonisti dei rapporti tra popoli, e soprattutto tra poteri, che spesso non coincidono con soggetti di diritti inviolabili, ma con proprietari inviolabili di beni (dei più diversi tipi). È normale dunque che l’evento-non-evento da cui si è partiti non abbia avuto tanto seguito nei media. La guerra dei vaccini è stata sostituita da quella in Ukrajna: nella quale il nucleo fondamentale, la pace, non ha spazio nei talk-show internazionali tra Stati ormai più impegnati nelle guerre dei gasdotti, che “scoprono”, per occupare spazi e tempi nei media, che le guerre provocano anche morti, distruzioni… Nel silenzio, anche qui del diritto internazionale dei popoli.

Ma il discorso si farebbe troppo lungo. Per ora, restiamo in attesa del quarto vaccino, o della prossima pandemia, o di una economia di guerra, che fin d’ora obbedisce alle sue regole: produrre vittime che non si contano, e guadagni altrettanto incontrollabili per i decisori-produttori delle guerre. Nel suo piccolo, fedele ruolo, di dipendente, l’Italia, nella politica dei vaccini e degli armamenti, si accoda.


La guerra in casa – Il tradimento/3

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La guerra in casa

Nascita di una nazione

”Fratelli si ma ognuno mangi il suo pane”:  con voce stentorea Ivan Ignotienko, direttore della fabbrica “Progress” di Kiev,  si rivolgeva alla mia segretaria Svetlana, russa di Mosca, siamo nell’autunno del  1990 nei  giorni che precedono la nascita  “miracolosa”  dell’Ucraina  dalle ceneri dell’Unione Sovietica.  Svetlana come molti Russi vedeva la separazione dall’ Ucraina come un fatto innaturale: “siamo fratelli” diceva, uniti da sempre, dividerci sarà dannoso per tutti… Ivan viceversa, come gran parte dei dirigenti ucraini, vedeva nella separazione una opportunità per affrancarsi da Mosca e gestire in proprio le risorse ucraine.

La nascita dell’Ucraina fu  una  incredibile trasformazione geopolitica che non avvenne per un confronto tra forze diverse, ma per partenogenesi. Quasi per caso un contesto geografico  diventava politico.

Vi furono manifestazioni giovanili,  fu organizzata una catena umana da Kiev a Lviv (o Lvov come si diceva allora), con più di 300.000 persone, il tutto in un clima gioioso, in un anelito di libertà… Non vi era (ancora) nessun revanscismo nazionalista, era solo una fuga dalla cappa sovietica, la dichiarazione della fine dell’”homo sovieticus”(una specie umana estinta senza lasciare  rimpianto). Per chi non avesse avuto la possibilità di incontrare un sovieticus indico di seguito alcune prerogative della specie: il bicchiere di vodka è sempre mezzo vuoto, a differenza della cultura cristiana che vede nel domani la redenzione, per il sovieticus  il domani è sempre un’incognita negativa. Si infila in ogni coda perché spera che alla fine ci sia qualcosa da comprare e qualunque cosa sia gli permetterà di aprire la lunghissima seria di baratti che se sarà fortunato gli consentirà di ottenere quel che gli serve. Vive nell’ansia della penuria avendo in casa 50 kg di zucchero, si lamenta che i negozi ne siano sprovvisti. Sobbalza al suono del campanello di casa perché nessuna nuova è una buona nuova, ecc…

 Nell’ovest del paese specialmente in Galizia le cose venivano vissute diversamente era la liberazione dall’occupazione dai russi che avevano più volte invaso la regione e contro cui in Galizia si era combattuta una guerriglia partigiana fino al 1950. Questa differente percezione dell’indipendenza Ucraina ha ancora oggi un ruolo cruciale nella vita politica del paese.

Naturalmente questa nascita senza travaglio sarà pagata a carissimo prezzo dagli Ucraini, come anche da tutti gli altri Paesi nati dall‘Unione Sovietica. Come eredi dell’URSS ne subirono il fallimento: fu il più grande fallimento della storia dell’umanità, la somma di tutte le crisi economiche occidentali non crearono tanti danni come il crollo del sistema economico sovietico. In occidente arrivò solo un eco del terremoto che investì quella regione in quanto il sistema economico russo era poco interconnesso con quello occidentale, ma l’ economia  si paralizzò, le aziende smisero di funzionare, milioni di lavoratori si trovarono senza salario. Il crollo dell’”economia di piano” non aveva lasciato nessun margine per il sorgere di una economia di mercato a cui si ispiravano i nuovi stati, e la dirigenza delle imprese era assolutamente impreparata al cambiamento. In più, cosa più grave di tutte, questi nuovi stati cambiarono regime politico ed economico senza una ridefinizione delle norme e del diritto.

 Il sistema sovietico si era formato in decenni di perfezionamento ed era la quintessenza di un organismo burocratico incredibilmente complesso che non lasciava margini di manovra in qualsivoglia aspetto della vita di un individuo e ancora di più per la gestione aziendale. Tutto era riportato al centro che decideva e controllava attraverso il sistema burocratico, le aziende erano solo centri di trasformazione, tutto era predisposto con piani quinquennali, non vi era spazio per nessun tipo di iniziativa. Fare funzionare  un’economia di mercato in un contesto democratico, con quelle normative, era come mettere il gasolio in una macchina a benzina: fu il caos. Il livello di vita precipitò da quello sovietico, già giudicato insufficiente dalle popolazioni tanto da costituire uno dei principali fattori dello scollamento dell’URSS, a una miseria diffusa dove la sopravvivenza era garantita dalla lenta ma continua depredazione di ciò che rimaneva nelle fabbriche. 

La guerra in casaL’Ucraina attraversò questo periodo travagliato con  grande difficoltà. La moneta veniva sostituita da “cuponi”, il caos regnava sovrano, si formarono gruppi criminali spesso nati per ragioni di sopravvivenza che in seguito si sostituirono alla fragile macchina statale oberata da milioni di burocrati che non avevano più una funzione reale.

L’ economia sopravviveva grazie all’export di commodity e malgrado le difficoltà burocratiche imprenditori stranieri, attratti dai bassi costi e dalle materie prime, cominciavano a investire in Ucraina. Data la legislazione del paese era obbligatorio avere partner locali, normalmente erano i direttori delle fabbriche esistenti in quanto di nuovo non si poteva costruire niente e le fabbriche “sovietiche” erano praticamente ferme. Il socio ucraino era spesso un problema più complesso della burocrazia, la completa ignoranza di qualsiasi nozione di mercato, la mancanza di spirito imprenditoriale, rendevano il socio una vera palla al piede che in molti casi portò le joint venture alla chiusura (non al fallimento perché in Ucraina data la legislazione sovietica il fallimento non era contemplato). E’ anche vero che viaggiare all’estero era per gli Ucraini molto complicato sia  per avere i documenti di espatrio sia per ottenere i visti dei paesi occidentali, quindi mancando esperienze dirette di realtà diverse era molto difficile capire un cambiamento così radicale solo su base teorica o con l’indottrinamento che gli facevamo noi.

In quel periodo avevo convinto il mio amico Virginio ad aprire una unità produttiva in Ucraina. Era uno dei più grandi produttori di sandali d’Europa e organizzai con Ivan Ignotienko di fare una società per produrre sandali in uno dei tanti reparti ormai fermi della Progress. L’organizzazione del reparto fu abbastanza semplice e commercialmente Virginio riuscì a convincere un grossa catena tedesca di “Hard discount” a fare un ordine abbastanza importante per far iniziare la produzione (in quegli anni, siamo nel 1992, l’Ucraina era sotto la “sovraintendenza” tedesca).

All’inizio andò tutto abbastanza bene poi… In arrivo dall’Italia andammo in ditta, fatto un rapido giro in reparto ci recammo all’ufficio di Ivan, aperta la porta lo vedemmo seduto alla grande  scrivania: era ricoperto di etichette col prezzo, di quelle che si mettono sulle scatole dei sandali. Rimanemmo senza parole, pensammo a uno scherzo, poi il fatto (userò delle cifre indicative): la ditta ucraina vendeva i saldali alla ditta di Virginio per 2 marchi il paio, dall’Italia erano rifatturati a 3 marchi alla ditta tedesca, la ditta Italiana sopportava i costi di vendita e tutta la preparazione delle attrezzature oltre a un margine operativo, il cliente tedesco ci aveva fatto mettere sulle scatole un prezzo di 11.99 marchi, con l’intento evidente  di metterle in vendita a prezzo dimezzato da li a poco. In ogni caso a noi questo non interessava, era un problema del cliente, ma questo era incomprensibile per Ivan perché nel sistema sovietico erano le fabbriche a determinare il prezzo di vendita al pubblico,  alla distribuzione veniva riconosciuto un margine del 10% in quanto nella logica comunista la parte commerciale non rappresentava un soggetto economicamente rilevante. Per Ivan quindi noi lo stavamo derubando approfittando della sua buona fede. Da questo la sceneggiata per farci capire che “qui nessuno è fesso”. Naturalmente abbiamo cercato di spiegargli le strategie dei supermercati, e che in ogni caso quello che faceva il cliente con i nostri sandali non era un nostro problema. Non voleva sentire ragioni, non riusciva a concepire un mondo nel quale il commercio imponeva i prezzi delle merci. In ogni caso questo incidente incrinò in modo irreversibile i nostri rapporti con Ivan, cominciò a boicottarci, alla fine dovemmo liquidarlo (in  senso economico si intende). Malgrado le difficoltà  la ditta crebbe rapidamente, oggi (prima della guerra) dava lavoro a più di 1000 persone.

Negli anni successivi i nuovi  governi introdussero  norme per cercare di allineare la legislazione ucraina alle necessità di una società “democratica” e  inserita in una economia di mercato. Purtroppo lo fecero senza preoccuparsi di cancellare le normative sovietiche, o lo fecero solo in parte, il risultato fu che non vi era certezza sia del diritto che della normativa e come sempre accade in queste situazioni (anche in Italia ne sappiamo qualcosa) i burocrati diventano i santoni che  divinano su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Chiaramente tutto questo aveva un costo e così cominciò a crescere la corruzione.

 

La corruzione

L’amico Marco mi aveva raggiunto in Ucraina con Antonella, e con mia moglie organizzammo dei programmi di visita del  paese  nella regione dell’ovest, principalmente in Galizia, decidemmo anche di attraversare i Carpazi per visitare la città di Uzzhorod in Transcarpazia.

Era una bella giornata di settembre, la vegetazione era ancora verdeggiante ma qua e la si vedevano macchie di giallo e di rosso sotto di noi nella valle il fiume Stryi che scorreva tumultuosamente tra larghe anse. Stavamo ancora salendo, la strada era larga e per essere in Ucraina le buche abbastanza rade, viaggiavamo a velocità contenuta per poter apprezzare il panorama, quando subito dopo una curva, sopra a un trespolo, vediamo un cartello rotondo con fondo bianco e scritto in nero 20. Poche decine di metri più avanti i “proprietari” del cartello, una macchina di “daì”, la polizia stradale ucraina.

La guerra in casa

Dalla macchina scende un poliziotto giovane che mi fa segno di fermarmi, i miei ospiti sono sorpresi, non riescono a capire cosa ci facesse un cartello con un limite di velocità così basso dietro un curva dove non vi era alcun impedimento… Io preparo la patente internazionale e tra i fogli metto 50 grivne (al tempo circa 8 dollari), a questo punto nella macchina si alza un coro di disappunto “cosa fai!!!vuoi farci andare in prigione!!! metti via i soldi!!!”) io prendo anche il libretto e mi appresto a ricevere l’ospite. Il poliziotto accenna a un saluto toccandosi il berretto e mi dice di seguirlo nella loro macchina. Conosco la procedura, ti fanno sedere, poi cominciano a torchiarti per spremere il massimo possibile… naturalmente è tutto illegale. Rispondo che sto bene dove sto, non intendo muovermi, lui mi vede deciso e cambia discorso facendo riferimento al cartello con il limite di velocità che io non avevo rispettato, non dico niente e gli do patente e libretto, lui rimane un momento perplesso guardando la mia patente internazionale poi intravede le 50 grivne e trattenendo i documenti ritorna alla macchina dove stava seduto il compare, probabilmente il capo pattuglia. Confabulano, poi il poliziotto torna e comincia una tiritera sul fatto che la mia era un’infrazione molto grave per la quale era previsto il ritiro della patente, mi sciorina la filastrocca e intanto picchietta patente e libretto sul pollice per farmi capire che se non ci mettevamo d‘accordo non me li avrebbe ridati. Nel frattempo i miei ospiti cominciano a preoccuparsi e a chiedere spiegazioni … “tranquilli conosco i miei polli… non sarà questo sbarbatello che ci rovina la giornata”, poi mi giro verso il poliziotto gli sfilo  i miei documenti e con tono deciso gli dico che non gli darò un copeco (un centesimo di grivna) di più e di vergognarsi di far fare una simile figura al suo Paese di fronte a degli stranieri, non sto ad aspettare quello che dice, accendo il motore e parto. Essere “autorevoli” era l’unico modo per togliersi di dosso quelle sanguisughe.

La corruzione in Ucraina non era il fatto isolato di due poliziotti disonesti, era un sistema su base nazionale che riguardava qualsiasi attività dello Stato. I due poliziotti che ci avevano fermato erano passati al mattino al comando della polizia locale e lì avevano ricevuto in dotazione il segnale stradale: l’uso del cartello corrispondeva a una certa cifra che loro dovevano riportare al comandante la sera stessa, trattenendo l’eventuale “plusvalenza”. Il comandante  dopo aver trattenuto la sua” plusvalenza”, una  volta alla  settimana avrebbe  portato l’’incasso al comando provinciale che a sua volta dopo aver trattenuto la sua “plusvalenza” lo avrebbe portato in regione che dopo il solito prelievo portava il malloppo a Kiev. Potete immaginare il fiume di denaro in contante che arrivava al comando generale a Kiev con  l’incasso di migliaia di autopattuglie da tutto il Paese.

Il sistema era ancora più complicato in quanto ognuno dei personaggi coinvolti aveva comprato il proprio posto di lavoro. L’impiego da poliziotto poteva costare 10.000 dollari, considerando che la paga mensile si aggirava intorno ai 200 dollari, è chiaro che per potere ripagare i debiti fatti per comprare il posto di lavoro bisognava avere entrate eccedenti a quelle della paga. Questo sistema valeva per tutte gli impieghi statali: naturalmente i posti che promettevano redditi più alti costavano di più. Diventare capo di una dogana provinciale di medie dimensioni poteva costare 100.000 dollari, un mio cliente che forniva vestiario all’esercito mi disse che per assicurare il suo business (alquanto lucroso) avrebbe dovuto diventare generale con un costo che variava tra i 500.000 e  1.000.000 di dollari.  Tutto il sistema statale funzionava secondo questa logica: tribunali, ospedali, scuole… tutto. Il più delle volte pagavi perché non ti danneggiassero, altre volte perché ti conveniva.

In questi giorni di guerra gli ucraini lamentano la mancanza di munizioni. Ricordo almeno tre gigantesche esplosioni di depositi di armi in Ucraina. Ve ne erano parecchi lasciati dai sovietici. L’Ucraina era una regione di frontiera per l’URSS e quindi attrezzata con  grandi arsenali di armamenti, a parte gli SS18 e SS20… Le esplosioni dei depositi avvenivano quando ormai  erano svuotati di gran parte del contenuto e bisognava azzerare la posizione “contabile” nel caso arrivasse qualche ispezione. Questi depositi rifornirono per anni il traffico illegale in giro per il mondo.

Per quello che riguarda i “daì”  il sistema divenne grottesco, vi fu un periodo in cui i poliziotti per non pagare la tangente al capo cominciarono a fare pattuglie fuori orario con le loro macchine private… A Morgen dove abitavo c’era un poliziotto che aveva la casa lungo la strada provinciale e scendeva a dare le multe in pantofole aspettando che la moglie lo chiamasse per il pranzo. Questa situazione era diventata  intollerabile: i “Dai” furono progressivamente tolti dalle strade fino, in anni recenti, ad azzerare il fenomeno.

La corruzione è un tumore che si mangia il Paese, anche nel settore privato è una lotta continua per evitare che all’interno delle aziende il sistema corruttivo non si sostituisse a quello imprenditoriale. Il danno che produce all’economia ucraina questo stato di cose è incalcolabile, da una parte lo Stato non incassa perché i burocrati lo sostituiscono, dall’altra molte imprese chiudono soffocate dalla burocrazia.

Il primo, e forse l’ultimo, serio tentativo di porvi rimedio lo fece Yushenko, il presidente “arancione” (2005-2009), ex  governatore della banca centrale ucraina: aveva capito che era indispensabile una totale revisione del sistema giuridico ucraino, in tal senso, durante la nefasta visita alla NATO a Bruxelles, aveva dichiarato che li aspettava un lavoro ciclopico e che dovevano cambiare più di 10.000 tra  leggi e norme. Nei primi sei mesi della presidenza di Jushenko si ebbe la sensazione che si stava tracciando un percorso nuovo verso la modernizzazione dello Stato, la corruzione ebbe una battuta di arresto, e nel Paese l’ottimismo prese il posto della nefasta battuta “cosa vuoi farci siamo in Ucraina”, poi arrivò la Yulia Tymošenko, come primo ministro e le cose tornarono come prima e anche peggio.

 

Petrolio

Mi stavo recando a Ivano-Frankivs’k, la capitale della regione,  era una bella giornata di settembre e da Bolehiv dove si trova la ditta che dirigo sono circa 80 km. La strada è dritta e attraversa pochi paesi ma a tratti si procede serpeggiando tra le buche che in alcune zone sono più dell’asfalto, il che rende il viaggio stressante, ci possono volere quasi due ore. Per questo motivo evito di spostarmi, ma ho già procrastinato più del dovuto l’incontro con gli avvocati, il precedente li avevo “obbligati” a venire da me ma questa volta era il mio turno. Circa a metà del viaggio la strada fa un largo giro superando la città di Kalush, centro famoso per ospitare un grande impianto chimico costruito in era sovietica per sfruttare il metano che si trova nel sottosuolo e produrre chimica di base. Andando al lavoro ogni mattina tra Morsyn dove abito e Bolehiv attraverso un passaggio a livello, la ferrovia che passa ha lo scopo principale di connettere i treni carichi di prodotti chimici dallo stabilimento di Kalush alla rete ferroviaria nazionale: quando il passaggio a livello è abbassato il casellante sta fermo con la bandiera gialla a “salutare” il treno finché passa l’ultimo vagone. In Ucraina ci sono ancora i casellanti e fa impressione d’inverno con 20 gradi sotto zero, quando il treno solleva una nuvola di neve e il casellante diventa una specie di statua di giaccio da cui si distingue solo la bandierina gialla. Non riesco a trattenermi dal contare i vagoni, sono tutte cisterne prevalentemente bianche su cui risaltano teschi neri, dopo un po’ rimango come ipnotizzato e non conto più, guardo passivamente passare questa incredibile quantità di cisterne, credo che i treni “sovietici” siano i più lunghi del mondo.

Un frastuono di elicottero mi risveglia dai miei pensieri, passa sopra la mia auto e punta verso il centro città, appena lascio la circonvallazione una fila di gipponi neri a sirene spiegate provenienti da IvanoFrankivs’k e diretti a Kalush mi sfila davanti, caspita!! Sta succedendo qualcosa di grosso, e infatti quel giorno si stava scrivendo il destino dell’Ucraina, ma per capire i fatti bisogna fare un passo indietro.

Victor Yanukovich è al momento dei fatti  presidente ucraino, dopo un’ infanzia difficile e una gioventù da teppista con due condanne (violenza e furto) nella maturità lavora nei trasporti, e fa una discreta carriera nel partito comunista nella regione di Donetsk. All’indipendenza ucraina la sua carriera è sempre in ascesa fino a diventare governatore della regione, più volte primo ministro, è il leader del “partito delle regioni”, nel 2004 tenta di diventare presidente, vince ma il risultato elettorale viene contestato dagli “arancioni” di Juscenko e dopo un nuovo turno elettorale viene sconfitto. Malgrado questo è di nuovo primo ministro in un governo di intesa nazionale, nel 2010 ci riprova e vince diventando presidente e coronando così la sua carriera politica col massimo dei successi. 

Yanukovich, come tutti i capi politici dell’Eurasia (e forse non solo) ha come occupazione primaria quella di arricchirsi e possibilmente creare una stabile ricchezza per la sua dinastia.  Organizza tramite il figlio Olekandr la società MAKO, detta anche la”famiglia”, nata con lo scopo di rilanciare aziende decotte, per implementare la crescita economica del paese, in realtà sfilando ai legittimi proprietari aziende fiorenti per incrementare il loro portafoglio. Oleksandr è anche uno sportivo appassionato di calcio: un mio conoscente ha pagato 10.000 dollari per avere un posto allo stadio limitrofo a quello di Oleksandr che in questo modo era anche uno degli “sportivi” più pagati in Ucraina.

Personalmente non credo a tutte le fantastiche ricchezze che gli sono state attribuite dopo la sua dipartita dall’Ucraina, chiaramente non è fuggito “povero” ma le famose rubinetterie d’oro della villa erano solo placcate e la favolosa collezione di auto era un ammasso di ferri vecchi sovietici. Era andato a un passo dal raggiungere l’obiettivo di una vera ricchezza da tramandare per generazioni, ma la sua rozzezza politica lo tradirà.

A Odessa esiste un grande raffineria costruita dai sovietici e in seguito aggiornata dalla russa Lukoil, che la teneva inattiva, in attesa degli sviluppi sui giacimenti petroliferi nel mar Nero. I giacimenti erano stati scoperti da un consorzio anglo americano (Exxon-BP) su un’iniziativa dell’arancione Juscenko. Al momento  il governo filorusso di Kiev stava valutando il da fare, gli americani pressavano Yanukovich su vari fronti tra gli altri quello petrolifero, il presidente usava le attenzioni  americane come leva verso gli amici russi per ottenere vantaggi per il suo paese e per se.

 Nelle varie trattative la raffineria di Odessa stava in cima ai suoi pensieri, poteva essere la  base su cui costruire una “vera” fortuna.  Era evidente che una volta iniziato lo sfruttamento dei giacimenti al largo della Crimea la raffineria avrebbe avuto una posizione monopolistica per la parte del petrolio che sarebbe stata lavorata in luogo. Aveva più volte tentato di ottenere un prezzo “da amici” dai russi per incorporare la raffineria nella MAKO l’impresa di famiglia, ma aveva sempre ricevuto un “niet”.

La Lukoil divide con l’americana Exxon il primato di leader mondiale nel settore del petrolio e gode di una particolare tutela da parte di Vladimir Putin, è quindi certo che le richieste di Yanukovich siano state portate alla sua attenzione, notoriamente il leader del Cremlino non aveva nessuna stima del il suo analogo ucraino, e quindi vista la situazione politica non vi era alcuna ragione di omaggiarlo di un simile “regalo”.

All’inizio del 2013  Yanukovich perse la pazienza e passò al contrattacco, da una parte diede una dura “lezione”  alla Lukoil, e dall’altra fu aiutato dalla Comunità Europea. La Lukoil era la proprietaria dell’impianto chimico di Kalush, con una mossa a sorpresa lo stabilimento fu messo sotto sopra dalla guardia di finanza il direttore arrestato e la produzione fermata. Era una operazione standard quando la MAKO o qualche altro oligarca voleva eliminare un concorrente o appropriarsi a un prezzo vantaggioso un’impresa altrui. La legge nell’amministrazione pubblica la faceva chi comandava e tutto si muoveva di conseguenza giudici, guardia di finanza, polizia. Naturalmente la cittadina di Kalush piombò nel panico, l’azienda occupava migliaia di persone e aveva un vastissimo indotto, la chiusura voleva dire portare la città alla “fame”. Al nostro presidente la cosa non interessava, aveva deciso di scuotere l’albero e alla fine doveva cedere la “raffineria”. La chiusura dell’impianto era un duro colpo per la Lukoil, da li partiva la chimica di base che alimentava altri suoi stabilimenti, il messaggio era chiarissimo.

Quasi nello stesso tempo la fortuna , si fa per dire , bussa alla porta di Yanukovich. Gli americani, stufi dei tiramolla di Victor, spingono la Lituania, presidente di turno della UE, ad invitare l’Ucraina ad associarsi alla Comunità Europea. Yanukovich prende la palla al balzo, questo si che è un bel osso da lanciare all’Orso di Mosca. Infatti al Cremlino incominciano ad agitarsi,  erano già in corso manovre americane per portare l’Ucraina nella NATO, questa storia della UE andava fermata subito. Era chiaro che il sogno di Yanukovich stava per realizzarsi.

La strada da Kalush e Ivano-Frankivs’k  era più scorrevole del tratto precedente e in una mezzoretta arrivai allo studio legale. Con una tazza di caffè (quella brodaglia che bevono da quelle parti e credono sia caffè) in mano, racconto ad Andrei, il capo dello studio, l’insolito movimento di mezzi visto a Kalush. L’avvocato fa un sorrisino ammiccante, “ hanno firmato” dice, io lo guardo interrogativo, “chi ha firmato???” “la MAKO e la Lukoil”. Continuo a non capire e lui con uno sguardo di sufficienza mi racconta che il loro ufficio di Kiev ha tra i suoi clienti la “Lukoil Ucraina” e da  diversi mesi si stava trattando la cessione della raffineria di Odessa a un consorzio guidato dalla MAKO, e che fuori dall’accordo il governo Ucraino si impegnava a “restituire” la ditta di Kalush alla Lukoil permettendogli di lavorare senza problemi. A Kalush si stavano incontrando Vagit Alekperov,  presidente della Lukoil, e Mykola Azarov primo ministro ucraino, per siglare il simbolico atto di pace tra Lukoil e il governo ucraino. La cessione della raffineria alla MAKO fu poi riferita dai media ucraini come un gesto patriotico di riconquista da parte Ucraina di una importante risorsa industriale.

Da li a poco più di un mese Yanukovich si presentò in televisione e con quell’aria da bulletto di provincia che gli era rimasta appiccicata addosso, in un ucraino alquanto stentato, dichiarò che i Russi davano più soldi e che quindi l’Ucraina rigettava l’invito ad associarsi alla Comunità Europea.

Il 21 novembre diede la risposta ufficiale alla Comunità Europea, i primi di dicembre cominciò l’occupazione di “Maidan” e il 24 febbraio Yanukovich e famiglia lasciavano in sordina l’Ucraina. Chiaramente non poté portare con sé la raffineria.

Poco dopo l’inizio  dell’invasione dell’Ucraina i russi, nello stupore generale, bombardarono la raffineria di Odessa, che nel frattempo era diventata un ammasso di ruggine, probabilmente uno dei tanti segnali trasversali di cui è costellata questa guerra.

 

La guerra

All’inizio di febbraio ho soggiornato una settimana in Ucraina, ormai le mie permanenze lì non superano la settimana, la fabbrica è chiusa da settembre e sono rimasti in organico le guardie e qualche responsabile, i miei impegni si limitano a contenere i costi e cercare di vendere l’attività o gli immobili. Dopo trent’anni dalla fine del sistema sovietico vendere una proprietà in Ucraina resta complicatissimo anche perché in molte zone non hanno ancora definito il catasto.

Avevo programmato di ritornare a Bolehov a fine mese o inizio marzo ma la situazione era preoccupante, con il continuo abbaiare di Biden e le intimidazioni di Putin si avvertiva l’incombere della tragedia. Il nervosismo era ovunque, anche a casa mia, dove i familiari escludevano un mio rientro in Ucraina. Poi le cose precipitano, voli per Lviv sospesi, comunico con i miei collaboratori via skype, il 24 febbraio ho il solito contatto con la mia segretaria Liena alle 10 ora Ucraina e la notizia che i russi hanno attaccato è su tutte le agenzie di stampa ma sembra  tutto così irreale, è mai possibile che “l’idiota di Mosca abbia schiacciato il bottone”??

La chiamata è in corso ma nessuno risponde, penso subito a un oscuramento delle comunicazioni effettuato dai russi, poi compare Liena. Ha uno sguardo attonito, non è in ufficio ma a casa,  “perché non sei in ufficio?” lei trattiene le lacrime “l’allarme ha suonato due volte stanotte abbiamo passato la notte nel rifugio”. Io cerco di ridimensionare la situazione: “perché i russi dovrebbero sprecare un missile per bombardare Morshen, una stazione termale?”. Penso di farla parlare per scaricare la tensione chiedendo un resoconto degli eventi: la prima sirena suona alle ore 20, stavano mangiando, mollano tutto e corrono al rifugio, lo scantinato di un grosso immobile poco lontano dal loro stabile, ritornano a casa alle 23 poi alle 2 di notte altro allarme fino alle 4. Penso che abbia bisogno di una scossa per riprendersi dallo stress… E allora le comunico:”bene adesso prendi la macchina e vai in azienda ci risentiamo fra due ore”.

La mia urgenza di avere Liena in azienda era data dalla necessità di parlare al più presto con Igor, il ”capo ingegnere”.  Dopo diversi tentativi via wap non ero riuscito a parlargli e dato l’argomento la linea telefonica non era consigliata, meglio un cifrato. La parola che aveva scatenato la mia apprensione era “rifugio”, nel territorio della ditta c’era un vasto rifugio antiatomico che avrebbe potuto crearci grossi problemi con le Autorità militari. Il territorio della ditta consta di due terreni  di circa cinque ettari ciascuno distanti tra loro 500 metri, si tratta di un terreno pianeggiante e di uno  leggermente collinoso:  scavato sotto la collinetta vi è un rifugio atomico, costruito verso la metà degli anni Settanta per ospitare parte della popolazione di Bolehiv in caso di attacco nucleare: la regione era un obbiettivo sensibile in quanto vi erano  diversi silos per missili a lungo raggio.

Per la normativa sovietica la “manutenzione” del rifugio era a carico della ditta, noi avevamo ereditato questa incombenza malgrado la guerra fredda fosse finita ma in Ucraina la sovietizzatone non finisce mai. La struttura era scavata sotto il terreno della collina, tutta in cemento armato, specialmente rinforzato per lo scopo ed era vasta più di 5.000 mq. Su due piani, divisa in zone secondo le funzioni di impiego,  dormitori, mense, aree di “ricreazione” e una vastissima sala macchine, filtri per l’aria proveniente dall’esterno, aspiratori, generatori, serbatoi di materiali vari cementati sotto il pavimento, oltre a scorte alimentari. Naturalmente che tutto quello funzionasse era una finzione ma periodicamente avvenivano delle ispezioni con conseguenti multe per la ditta e per me provvedimenti disciplinari, oltre a dover mantenere tutta la commissione per una settimana e oliare le loro profonde tasche.

 Ero riuscito dopo 3 anni di battaglie legali, viaggi a Kiev per incontri con ufficiali di alto livello, a far derubricare il rifugio dagli obbiettivi militari. Ho murato tutto, dopo aver ricuperato un po’di rottami e due generatori che la ditta possiede tuttora. La mia preoccupazione era che da qualche parte un ufficiale in cerca di affari venisse a rivendicare il rifugio e quindi a metterci in mora, fatto che vista la situazione di chiusura della ditta sarebbe stato un disastro.

Due ore dopo la nuova conferenza che si svolgeva nel mio ufficio,  Liena e Igor ai due lati del tavolo da riunioni, lo schermo con la mia faccia sulla mia scrivania, era come essere lì. Igor è tranquillo, gli allarmi li aveva passati a letto, erano esercitazioni dice a Bolehiv ne aveva già fatte due, poi è convinto che si siano già messi d’accordo al vertice. Secondo lui si trattava solo di una questione tra  oligarchi russi e ucraini, beh quanto si sbagliava… Per il rifugio nucleare mi tranquillizza perché aveva visto con i suoi occhi il documento di derubricazione dalla regione militare di Dolina da cui dipendiamo, per il resto ordinaria amministrazione…..

Tengo i contatti con la ditta come sempre grazie a Liena che chiama da casa sua, preferisce non muoversi da Morsgen: lungo il percorso per Bolehiv  ci sono posti di blocco dove ispezionano minuziosamente le automobili, gli ispettori sono in abiti civili e sono armati e creano in Liena molta ansia.  Capita che anche la notte “ispettori” vengano a bussare alla porta di casa pretendendo di entrare per controllare chi ci vive, anche loro in borghese ma armati, Liena comincia ad essere sempre più preoccupata.

Organizziamo una riunione via Skype dall’ufficio del sindaco di Bolehiv che mi dice che la regione chiede alle aziende la produzione di strutture metalliche anticarro. La nostra azienda è l’unica della regione attrezzata per una produzione del genere e do il mio consenso a Igor che è lì presente per organizzare la cosa, abbiamo anche qualche tonnellata di ferro e acciaio derivata dalle demolizione di alcuni reparti e decido di metterla a diposizione per le costruzioni che ci vengono richieste… In realtà speravo di farci qualche migliaio di dollari vendendo il ferro ma vista la situazione credo di aver fatto la cosa giusta. Qualche giorno dopo ho visto via Skype le famose difese anticarro, forse se vendevo il ferro facevo meglio…

Intanto continuano i contatti con gli amici sparsi sul territorio ucraino: Sasha a Karkov,  Alex a Vornesiensk nel sud del paese vicino a Nikolaiev, Roman a Sinferopoli in Crimea e Oleg a Vassikov (nei pressi di Kiev e sede di un importante aeroporto militare). Col passare del tempo la guerra raggiunge tutta la parte sud orientale dell’Ucraina. Roman col suo solito sarcasmo “a Putin è riuscito il miracolo di creare il popolo ucraino”. Sasha fa partire le donne e i nipoti della famiglia da Karkiv ormai bombardata quotidianamente, lo aiuto a trovare un’abitazione a Morsgen, Alex è vicino alla linea del fronte, la battaglia per  Nikolaiev è decisiva per il controllo del sud del paese, anche Vorniziensk è bombardata, Oleg mi manda un filmato di Vassilkov in fiamme dopo il bombardamento, la tragedia della guerra li opprime e opprime anche me.

Alla fine Liena decide di andare in Polonia, a Morshen non si combatte ma si respira una soffocante situazione di controlli spesso effettuati da miliziani in abiti civili… Poi l’opportunità di espatriare senza problemi di visti, l’avventura di viaggiare, lei è ancora giovane con i suoi quarant’anni ben portati, lascia a Morshen Rostik, il marito, lui non può espatriare essendo nell’età di leva 16/60 anni. Io  trovo a Liena una sistemazione di lavoro e alloggio presso amici che hanno fabbriche in Polonia, ma arrivata a Varsavia preferisce fermarsi e organizzarsi in modo autonomo la nuova vita, penso che Rostik debba trovarsi una nuova compagna…

Poi ho smesso di parlare con gli amici ucraini, ho dato la dimissioni da direttore della ditta. Tutta questa vicenda ha cominciato a nausearmi, le falsità del racconto costruito dagli americani per gli europei, l’impotenza dei nostri governi, l’inutile disastro dell’Ucraina a cui seguirà una inevitabile crisi europea che potrebbe scuotere alle radici tutto quello che è stato costruito dal dopoguerra a oggi, tutto ciò per salvaguardare l’idea degli Stati Uniti come paese egemone, idea messa in discussione da Putin con quel suo macabro sorrisetto e sul tavolo il revolver con un colpo in canna per decidere chi sopravvivrà con una lugubre scommessa alla roulette russa. Intanto agli ucraini spara con missili e cannoni, e noi li armiamo, facendoli massacrare,  per  una impossibile vittoria.

E’ uno spettacolo insopportabile per il mio stomaco.

Le due precedenti “stagioni” di questo racconto sono state pubblicate sul sito di Volere la luna:

il 5 maggio col titolo Il tradimento. L’America e noi

Il 25 maggio col titolo Il tradimento (seconda stagione) – Verso la guerra

 

 


Come ti privatizzo i servizi pubblici locali

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«Andrà tutto bene!» avevano annunciato i governi quando un minuscolo essere vivente, il Coronavirus-2, inceppando tutti i meccanismi della globalizzazione, aveva rinchiuso in casa più di metà della popolazione mondiale e bloccato tutti i flussi economici, produttivi, dei trasporti e della comunicazione. È andata così bene che, dopo oltre 500 milioni di contagi, 6 milioni di morti e due anni di restrizioni della vita sociale, siamo precipitati dentro una guerra al centro dell’Europa, provocata dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma alimentata da molteplici attori statali e istituzionali, nessuno dei quali sembra volervi mettere fine e che rischia di precipitare tutte e tutti dentro l’orizzonte di una terza guerra mondiale. Pandemia e guerra si innestano altresì dentro un tempo che sembra ormai solo scandito da periodi che, a partire da un evento scatenante, dischiudono orizzonti emergenziali globali. Come in un tempo sospeso, in questi ultimi quindici anni siamo passati da una crisi finanziaria a una crisi sociale, da una pandemia a una guerra, senza soluzione di continuità. E sullo sfondo, ma in maniera ormai non più rimovibile, ci troviamo immersi in una crisi eco-climatica che rischia di pregiudicare nell’arco di un tempo sempre più prossimo le stesse condizioni della vita umana sulla Terra. Mentre lo scenario descritto dovrebbe spingere a una riflessione collettiva sugli elementi sistemici di questo susseguirsi di “crisi” e di “emergenze” e aprire l’orizzonte a profondi cambiamenti sociali ed ecologici, il modello liberista lo utilizza per proseguire sulla medesima strada di sempre, costruendovi intorno un telaio istituzionale ancor più autoritario.

È il caso del Disegno di Legge sulla Concorrenza e il Mercato, attualmente in discussione al Senato. Di che cosa si tratta? Di una delle cosiddette “riforme abilitanti” concordate con l’Unione Europea per avere accesso ai fondi previsti dal Next Generation Eu, attraverso l’approvazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Che cosa prevede? Già la premessa è tutta un programma, laddove si afferma che il provvedimento ha lo scopo di «promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati […] per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini».

Se dalle finalità generali passiamo al testo, scopriamo come un insieme molto ampio di settori viene sottoposto a (ulteriori) processi di liberalizzazione: dalla sanità all’attività portuale, dal servizio taxi alle concessioni balneari. Ma il cuore del provvedimento risiede nell’art. 6 che riguarda i servizi pubblici locali. Su questo punto va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza nessuna esclusione; come si evince dall’unico passaggio – paragrafo d – in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica, in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per l’estensione dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questo allargamento del perimetro normativo valga il richiamo (paragrafo o) alla necessità di armonizzazione del testo con il Codice del Terzo Settore, che ovviamente riguarda i servizi sociali, culturali e sportivi.

Ribaltando di 180 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti storicamente svolto dai servizi pubblici locali, il DDL Concorrenza (paragrafo a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza e ne separa (paragrafo b) le funzioni di gestione da quelle di controllo. I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di rovesciamento della realtà. Mentre all’affidatario privato viene richiesta – buon per lui – una semplice relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune nel caso in cui scelga la gestione in proprio di un servizio pubblico locale: dovrà produrre «una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato» (paragrafo f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (paragrafo g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (paragrafo i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione. Non soddisfatto di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il governo prevede anche (paragrafo q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro «anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione delle proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente». In questo contesto, il richiamo – paragrafo t – alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la beffa una volta determinato il danno.

Come si evince dall’insieme delle norme, si tratta del tentativo di mettere una pietra tombale sul referendum che, nel giugno del 2011, aveva portato oltre 27 milioni di persone – la maggioranza assoluta del popolo italiano – a pronunciarsi contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali, per il riconoscimento dell’acqua come bene comune e per la sottrazione della sua gestione alle leggi del mercato. Il DDL Concorrenza comporta un feroce attacco all’uguaglianza e universalità dei diritti delle persone, ai beni comuni e alla democrazia di prossimità, riproponendo il trittico ideologico “crescita, competitività, concorrenza” come faro delle scelte politiche ed economiche, legato al mantra, ripetuto alla nausea, che «il benessere delle imprese determina il benessere della società».

Contro il decreto è stata avviata una campagna che ha coinvolto moltissime realtà associative, di movimento, sindacali e politiche e che, a metà maggio, ha prodotto un’importante giornata di mobilitazione in decine di territori. Contemporaneamente, molte grandi città – Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna – e decine di altri Consigli Comunali si sono pronunciati per lo stralcio dell’art.6. Una lotta importante che ha fatto retrocedere il governo: il testo dell’art. 6 è stato modificato e, benché non sappiamo ancora l’esito definitivo, è possibile che, anche questa volta, lo scenario di una privatizzazione senza ritorno possa essere scongiurato.

Naturalmente, se un attacco è forse respinto, siamo ancora lontani dall’aver invertito la rotta. Come la crisi plurima – climatica, finanziaria, sanitaria, sociale, culturale e politica – del modello capitalistico ci insegna, è radicalmente altra la strada da percorrere. Occorre abbandonare l’economia del profitto e costruire l’orizzonte di una società della cura – di sé, degli altri e delle altre, del vivente e del pianeta – per approdare a un modello sociale che metta al centro la vita e la sua dignità, che sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul valore d’uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, sull’uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

L’articolo è pubblicato anche come editoriale del numero di maggio del mensile “LavoroeSalute”.