La Costituzione in pericolo e il presidente che vorremmo

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Ricordate Toni Servillo, il presidente stravagante, libero e con qualche nota di follia, protagonista indiscusso del film del 2013 Viva la libertà? A volte mi vien da pensare che di un presidente così avremmo, oggi, bisogno. Per sparigliare le carte, per rompere la cappa opprimente sotto cui viviamo. Ma è meglio tornare con i piedi per terra. Una terra in cui siedono, ai vertici della Repubblica, Giorgia Meloni e Sergio Mattarella. Su quest’ultimo, in particolare, vorrei spendere qualche parola.

Mattarella ha uno stile garbato, distante le mille miglia dalla volgarità e dalle intemperanze che dominano la scena politica. È un connotato importante, ma insufficiente. Lo abbiamo segnalato più volte su queste pagine, senza lesinare critiche al modo in cui ha esercitato il mandato di presidente della Repubblica

Lo abbiamo fatto sin dall’inizio della nostra avventura, nel marzo 2018, con riferimento alla gestione del passaggio istituzionale successivo alle elezioni politiche e, in particolare, all’irrituale conferimento dell’incarico di formare il Governo a Carlo Cottarelli, quando – scrivemmo allora – Mattarella «dilapidò, in un paio di minuti di speech – in quello sciagurato discorso sulla superiore autorità dei mercati e l’intangibilità dei voleri europei – il capitale di autorevolezza e d’imparzialità insieme al proprio ruolo di custode della volontà popolare (trasformato da arbitro super partes in anatra zoppa)» (https://volerelaluna.it/commenti/2018/06/02/governo-il-pianeta-dei-naufraghi/). E abbiamo proseguito in numerose altre occasioni: stigmatizzandone la timidezza istituzionale nella verifica di non manifesta incostituzionalità preliminare alla promulgazione delle leggi e all’emanazione dei decreti legge (a partire dal caso del decreto 4 ottobre 2018, n. 113 in tema di immigrazione, emanato senza colpo ferire e con il corredo di «un semplice richiamo formale dell’articolo 10 Costituzione» benché «facesse strame di consolidati e, sinora, indiscutibili fondamenti dello Stato di diritto»: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/10/12/la-timidezza-del-presidente-mattarella/), denunciando la superficialità e l’infondatezza di alcune sue analisi (per tutte quella sulla tragica vicenda delle foibe, oggetto di una ricostruzione unilaterale e appiattita sulla retorica revanchista e nazionalista della destra: «dedichiamo queste pagine tratte dal libro di un grande storico, Angelo Del Boca, Italiani brava gente, al presidente Mattarella – che nel giorno del ricordo, nell’escludere ogni nesso, fosse anche di contesto, tra l’orrore delle foibe e i “torti del fascismo” ha insinuato l’accusa di “negazionismo” e “riduzionismo” verso gli storici che quel nesso invece hanno indagato – con l’augurio che gli possano in futuro evitare simili scivoloni storiografici»: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/02/15/memorandum-per-il-presidente-mattarella/) e criticandone le scelte successive alla crisi del febbraio 2019, in particolare quella «di incaricare Mario Draghi senza ricavarne il nome da un ulteriore giro di consultazioni, e mettendo i partiti davanti a un fatto compiuto», così mostrando «la chiara volontà politica di uscire dalla crisi “dall’alto”, e non “dal basso”. Verso l’oligarchia e non verso la democrazia parlamentare» (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/03/03/e-possibile-criticare-mattarella/). Da ultimo poi, con riferimento alla questione della guerra, abbiamo denunciato «la sintonia davvero impressionante tra Meloni e Mattarella: non solo nei concetti espressi, persino nelle parole utilizzate […], completamente al di fuori dal dettato dell’articolo 11 della Costituzione (una disposizione che ripudia la guerra non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), [con] l’evidente l’intento di disinnescare l’iniziativa diplomatica del Vaticano» (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/05/19/ucraina-quelle-di-mattarella-e-meloni-sono-parole-di-guerra/).

La nettezza delle critiche non ci impedisce di cogliere alcuni recenti segnali di novità, in controtendenza rispetto alla tradizionale “prudenza” presidenziale. Mi riferisco, in particolare, a quattro fatti, avvenuti in sequenza nello spazio dello scorso mese di marzo. Il primo è l’inusuale e secca telefonata di Mattarella al ministro dell’interno, dopo le pesanti e gratuite cariche di polizia contro gli studenti pisani, accompagnata da una delle note più dure della sua presidenza, in cui si legge, tra l’altro, che «il presidente della Repubblica ha fatto presente al ministro dell’Interno […] che l’autorevolezza delle Forze dell’Ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni. Con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Due settimane dopo Mattarella, parlando ai rappresentanti della polizia penitenziaria, non ha nascosto una irritata preoccupazione per la mancanza di interventi del Governo e del Parlamento capaci (quantomeno) di contenere il dramma dei suicidi in carcere («È indispensabile che si affronti sollecitamente questo aspetto. Il numero dei suicidi nelle carceri dimostra che servono interventi urgenti. È importante e indispensabile affrontare il problema immediatamente e con urgenza. Tutto questo va fatto per rispetto dei valori della nostra Costituzione, per rispetto di chi negli istituti carceri è detenuto e per chi vi lavora». Il terzo fatto è la lettera di Mattarella, con espressioni di stima e di riconoscimento, indirizzata dal presidente alla vicepreside della scuola Iqbal Masih di Pioltello, sguaiatamente attaccata dalla destra per la scelta del Consiglio di istituto (segnale di buon senso, prima ancora che di lungimiranza) di chiudere la scuola, frequentata in gran parte da bambine e bambini musulmani, nel giorno della festa conclusiva del Ramadan, con riserva di recuperare successivamente le lezioni («Ho ricevuto e letto con attenzione la sua lettera e, nel ringraziarla desidero dirle che l’ho molto apprezzata, così come – al di là del singolo episodio, in realtà di modesto rilievo – apprezzo il lavoro che il corpo docente e gli organi di istituto svolgono nell’adempimento di un compito prezioso e particolarmente impegnativo»). È cosa di questi ultimi giorni, infine, l’immediata telefonata del presidente in risposta a un messaggio del padre di Ilaria Salis, per esprimere la propria «vicinanza e solidarietà», accompagnate dalla sottolineatura della «differenza tra il nostro sistema, ispirato ai valori europei, e il sistema ungherese» e dalla precisazione di «non avere strumenti per intervenire direttamente, che appartengono invece al Governo». Pur in assenza di critiche dirette (salvo il caso dei pestaggi pisani), si tratta di prese di distanza dall’operato del Governo senza precedenti, per durezza e reiterazione, nella presidenza di Mattarella. E – dato ancor più rilevante – sono prese di distanza che riguardano aspetti fondamentali dell’attività di governo: la gestione dell’ordine pubblico, la questione carceraria, le politiche di accoglienza e integrazione dei migranti, i rapporti con i governi cosiddetti sovranisti (omologhi a quello guidato da Giorgia Meloni).

La domanda è, dunque, d’obbligo. Sono segnali di un cambio di passo del presidente della Repubblica? È presto per dirlo, e le indicazioni in senso contrario non mancano, a cominciare dal permanente allineamento con il Governo sulla guerra e sull’invio di armi all’Ucraina, alla timidezza nella reazione alla strage in atto a Gaza, al totale appiattimento sulle politiche della Nato (acriticamente definite «baluardo di democrazia»). Comportamenti – si badi – non necessitati, come mostrano i gesti di suoi autorevoli predecessori: non solo Pertini, ma anche Scalfaro «che, in uno degli ultimi giorni del suo mandato, a maggio 1999, nel campo della cooperazione italiana in Albania, prese un megafono e gridò: “I bombardamenti devono cessare!”» (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/01/04/presidente-mattarella-un-po-piu-di-coraggio-e-coerenza/ ).

È presto per dire se ci aspetta un maggior interventismo del presidente in difesa della Costituzione, ma mi ostino a coltivare una speranza. So bene che Mattarella non seguirà l’esempio dello straripante Servillo e manterrà il suo stile sobrio e attento a dosare sostantivi e aggettivi. So anche che il sistema costituzionale limita i poteri del Capo dello Stato e rifugge (opportunamente) da dualismi di vertice. Ma sono, allo stesso tempo, convinto che il sempre più evidente disegno del Governo e della maggioranza di mettere fine al progetto di affermazione di diritti, di libertà, di uguaglianza nato con la Resistenza, imponga al presidente della Repubblica parole, gesti e atti formali espliciti in difesa della Costituzione.


Ucraina: quelle di Mattarella e Meloni sono parole di guerra

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Che fine ha fatto l’articolo 11 della Costituzione? Quell’articolo che – come ricordava Meuccio Ruini, presidente della commissione che materialmente scrisse il testo della Costituzione – non rifiuta, ma «ripudia» la guerra, a volerne marcare la definitiva condanna giuridica e morale?

Impossibile non chiederselo dopo la tappa italiana del tour europeo di Volodymyr Zelensky. Come i commentatori hanno sottolineato fin da subito, la consonanza con cui i vertici istituzionali italiani hanno accolto il leader ucraino è stata perfetta. «Quello che oggi gli ucraini stanno facendo, lo stanno facendo per l’Europa nel suo complesso. I loro sacrifici sono sacrifici che vengono fatti per difendere anche la nostra libertà». «Per tutto il tempo necessario, e oltre, la nostra nazione continuerà a fornire assistenza bilaterale e multilaterale e ci sarà la nostra convinta adesione agli accordi per l’applicazione delle sanzioni e il nostro sostegno alla pace, purché sia una pace giusta. Non siamo così ipocriti da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione. No a nessuna pace ingiusta, imposta all’Ucraina. Qualsiasi accordo di pace dovrà essere condiviso dal popolo ucraino e l’Italia contribuirà a questa direzione». Così la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Piena la sponda assicuratole dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Riconfermo il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina sul piano degli aiuti militari, finanziario, umanitario e della ricostruzione, sul breve e lungo termine. Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale. La pace, per la quale tutti lavoriamo, deve ripristinare la giustizia e il diritto internazionale. Deve essere una pace vera e non una resa». E dunque: dal momento che la nostra libertà è anch’essa esposta all’attacco del nemico (un modo più elegante per ribadire, propagandisticamente, che il vero obiettivo di Putin non è Kiev: è Lisbona), continueremo ad armare l’Ucraina senza limiti di tempo, rifiutando qualsiasi mediazione possa concedere alcunché alla Russia.

Una sintonia, quella tra Meloni e Mattarella, davvero impressionante: non solo nei concetti espressi, persino nelle parole utilizzate. Con la sola, significativa, sbavatura di una Meloni che si fa prendere la mano e finisce per lasciarsi sfuggire il vero obiettivo strategico dell’Occidente a guida Nato (con l’Unione europea sempre più ridotta a mera appendice economica): «Scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Esattamente quel che, sin dal primo invio di armi, avevano paventato i pacifisti: che, ridotta l’iniziativa occidentale alla sola dimensione militare, il condivisibile obiettivo della difesa dell’Ucraina finisse col trasformarsi nell’avventuristico obiettivo della sconfitta della Russia. Nella sconfitta, cioè, di una potenza nucleare, con tutti i rischi di conseguenze senza ritorno che ciò comporta.

È chiaro che siamo completamente al di fuori dal dettato dell’articolo 11 della Costituzione: una disposizione che ripudia la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Proprio quello che stiamo, invece, facendo in Ucraina, con il rifiuto di parlare di pace se non alle nostre condizioni. È lo strano destino della giustizia applicata alla violenza bellica: che si parli di «guerra giusta», com’era quando a muovere le ostilità era l’Occidente, o di «pace giusta», com’è oggi che a scatenare la violenza sono i nostri avversari, alla fine la giustizia invocata dai potenti sul campo di battaglia non serve mai a far cessare le ostilità, sempre e soltanto a continuarle. È evidente l’intento di disinnescare l’iniziativa diplomatica del Vaticano, al quale hanno congiuntamente contribuito, in un ben riuscito gioco di squadra, Palazzo Chigi, Quirinale e Palazzo Marinskij (sede della Presidenza ucraina).

Giova richiamare, per contrasto, alla memoria le alte parole pronunciate in Assemblea costituente, l’8 marzo 1947, da Ugo Damiani, rappresentante del Movimento unionista italiano: «La guerra, questa follia, questo crimine che sempre ha perseguitato nei secoli l’umanità – perché l’umanità è stata sempre lontana, ed è ancora lontana, da quella forma di civiltà che sia veramente degna dello spirito umano – noi vogliamo eliminarla per sempre, e quindi rinunziamo a questi mezzi di conquista, perché riconosciamo che tutti i contrasti, che qualsiasi contrasto, per quanto grave, per quanto aspro, può sempre essere risolto col ragionamento, poiché il ragionamento – dobbiamo riconoscerlo – rappresenta l’arma più poderosa dell’uomo. Noi rinunziamo alla guerra; non vogliamo più sentirne parlare. Vogliamo lavorare pacificamente; non vogliamo più la violenza. E quest’odio alla violenza, questo odio alla guerra sarà appunto l’orientamento nuovo del popolo».

Proprio il ragionamento – «l’arma più poderosa dell’uomo» – è quel che, fin dalle prime settimane, avrebbe potuto portare alla conclusione del conflitto con un accordo di pace, come svelato dall’ex primo ministro israeliano Naftali Bennet, la cui promettente mediazione fu affossata da Biden e Johnson con l’intento di riportare la Russia alla posizione di subalternità cui era stata ridotta alla fine della guerra fredda. Con il risultato che, giunti a questo punto, per l’Occidente, e per l’Italia, la prospettiva di un accordo di pace che, come tutti gli accordi di pace, riconosca qualcosa all’uno e all’altro contendente, è diventata un rischio più pericoloso della prosecuzione della guerra. Accettare adesso una pace che dovesse riconoscere alla Russia la Crimea e, in una forma o in un’altra, almeno alcuni dei territori di confine abitati da popolazioni russofone significherebbe dover spiegare perché non la si è accettata sin da subito. Costringerebbe a giustificare l’ingiustificabile: le decine di migliaia di morti e feriti e le immani distruzioni nel frattempo prodotte dai combattimenti. Implicherebbe, in definitiva, dover ammettere di essersi spinti sull’orlo dell’abisso morale spalancato dalla Russia, avendo accettato il rischio di cadervi dentro noi stessi.

È per questo che la mediazione di un’autorità (anche) morale come quella di Papa Francesco era, ed è, così importante. Ed è per questo che la posizione assunta dall’Italia in occasione della visita di Zelensky è così deplorevole: non soltanto perché ignora il dovere costituzionale di promuovere e partecipare alle trattative di pace, ma soprattutto perché contribuisce a farci fare un ulteriore passo verso l’abisso pronto a inghiottire il mondo.


La Costituzione è l’antitesi del potere

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L’inquietante sensazione è che il marketing di Sanremo si sia mangiato proprio tutto: perfino il Presidente della Repubblica, voluto e acquisito al Festival dall’onnipotente manager di Amadeus e Benigni, in una indecorosa “privatizzazione” della massima magistratura repubblicana, all’insaputa degli organi di governo del servizio (già) pubblico.

Del resto, la forza di Sanremo è questa: essere sempre, nel bene e nel male, lo specchio fedele dello stato delle cose. Ed è innegabile che l’imbarazzante rappresentazione della nostra eterna società di corte, col sovrano benedicente in persona e l’aedo osannante, sia stata terribilmente efficace: proprio perché capace di raccontarci per come siamo veramente, al di là delle intenzioni dei protagonisti. Per la stessa ragione, il preteso inno d’amore di Roberto Benigni è stato così imbarazzante: perché la Costituzione è tutto tranne che uno strumento di celebrazione del potere costituito. La Carta – diceva Piero Calamandrei «è una polemica contro il presente, contro la società. Perché quando l’articolo 3 vi dice: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, riconosce con ciò che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare». Ebbene, la retorica fluviale di un Benigni autoridottosi a cantore dello stato delle cose è esattamente il contrario di queste parole acuminate: la Costituzione viene depotenziata, messa al guinzaglio, normalizzata. Diventa un bel sogno, del tutto inconferente con una realtà che, anno dopo anno, la contraddice sempre più profondamente. Bisognerebbe ricordare, allora, che la Costituzione è “sorella” di chi si batte davvero per farla rispettare e attuare: non di chi assiste inerte a questa deriva, rimanendo al potere da decenni. Altrimenti nulla rimane della «rivoluzione promessa» che, sempre secondo Calamandrei, vi è racchiusa: la Carta diventa un soprammobile trasmesso per via ereditaria, un innocuo sedativo utile ad addormentare del tutto le coscienze.

L’apice dell’ipocrisia si è toccato nel passaggio sulla prima parte del primo comma dell’articolo 11: «L’Italia ripudia la guerra». «Il verso di una poesia, una scultura», l’ha definita Benigni, esaltandone «la forza, la bellezza, la perentorietà», e concludendo che «se questo articolo lo avessero adottato le altre costituzioni del mondo non esisterebbe più la guerra sulla faccia della Terra». Fosse stato presente un bambino, uno di quelli capaci di dire che il re è nudo, avrebbe potuto urlare che non basterebbe affatto che altri paesi adottassero questo articolo: lo dovrebbero poi anche attuare! Perché se lo facessero con la stessa coerenza dell’Italia, allora le guerre sarebbero ben lungi dallo scomparire. Un anno fa, al tempo dei primi invii di armi all’Ucraina aggredita dalle truppe di Putin, i costituzionalisti si divisero tra chi riteneva quell’aiuto compatibile con l’articolo 11, e chi invece riteneva che fossimo fuori dalla Costituzione. Tutti, però, concordavano che se quell’invio non fosse stato immediatamente accompagnato da una forte azione diplomatica, allora si sarebbe configurata la situazione di una risoluzione di una controversia internazionale solo attraverso l’uso della forza. Che è esattamente ciò che la Costituzione vieta: ed è anche esattamente ciò che, purtroppo, è poi puntualmente successo. Ci possono essere ben pochi dubbi, oggi, sul fatto che il continuo invio di armi, e la nostra partecipazione a un fronte occidentale che prolunga la guerra come mezzo per contrastare l’influenza di Russia e Cina, sia contrario allo spirito e alla lettera della Costituzione. Appare chiaro che l’Italia non sta lavorando per la pace, ma per la “vittoria” contro Putin: ciò che la Costituzione ci proibisce di fare! La guerra, insomma, non la stiamo affatto ripudiando: come dimostra ad usura la presenza di un esponente di spicco dell’industria delle armi al ministero della Difesa. Non è la prima volta che accade, purtroppo. Nel 1999 il primo Governo D’Alema (di cui Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio; per poi passare alla Difesa nel secondo dicastero D’Alema) partecipò a una guerra illegittima sia per la Carta dell’Onu, sia per la nostra Costituzione. Non c’è da stupirsi: la logica del potere non è la logica della Costituzione. Quel che invece deve stupirci, e indignarci, è l’ipocrisia con cui un artista si piega al servo encomio, e alla propaganda che tutto questo vorrebbe nascondere. «L’arte e la scienza sono libere», dice la Costituzione: ma se sono gli artisti a consegnarsi a una servitù volontaria, allora per l’ennesima volta quelle parole rimangono inerti.

Capisco perfettamente chi pensa che in questo terribile momento, con un presidente del Senato che rivendica spavaldamente le sue radici fasciste, sia il caso di “prendere quello che c’è”: e dunque disapprova critiche esplicite a Mattarella, o alla retorica antifascista di maniera di un Benigni. Ma penso che sia una posizione sbagliata. Se siamo precipitati in questo abisso, è proprio a causa di un centro-sinistra che ha totalmente rinnegato il progetto della Costituzione, e ha praticato un antifascismo retorico e alla fine spuntato e anzi controproducente. Ora il monologo ipocrita di Benigni e la presenza incongrua di Mattarella a Sanremo servono a celebrare qualcosa che non c’è, a tenere in piedi la facciata che copre un enorme vuoto. Anche sul piano simbolico c’è un chiaro effetto boomerang: con la destra che insorge pretendendo che a Sanremo si ricordino anche le Foibe, continuando in quella campagna di parificazione tra fascismo e antifascismo che proprio il centro-sinistra ha sdoganato, anzi avallato.

Non si guarisce senza una cura adeguata: e una diagnosi obiettiva, financo spietata, è il primo passo da compiere. Il mondo politico e culturale, cui Benigni e Mattarella appartengono, ha responsabilità enormi nel tracollo politico e culturale che ci ha condotti fin qui: cominciamo almeno a dire che non c’è proprio niente da celebrare. Ma, anzi, tutto da cambiare.


Presidente Mattarella, un po’ più di coraggio e coerenza!

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«L’Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello a tutti i popoli della terra». Frase di grande forza e di opportuna durezza in un messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica! Già, ma ho sbagliato tempo o presidente, ché quel passaggio non sta nel discorso dei giorni scorsi di Mattarella, ma in quello di fine 1978 di Sandro Pertini. Un uomo che aveva conosciuto le carceri del fascismo, l’orrore della guerra e aveva guidato la Resistenza. Quindi comprendeva perfettamente il valore della pace riconquistata nel 1945 e insediata nella Carta costituzionale come principio fondante della Repubblica. Era un uomo coraggioso, capace di dissociarsi dalla logica della guerra fredda all’epoca dominante e di provocare qualche piccolo dispiacere oltreatlantico. Era capace anche di indignarsi per lo scandalo della corsa agli armamenti. Infatti l’anno successivo osservava: «E mentre si spendono miliardi per costruire ordigni di morte, vi sono migliaia e migliaia di creature umane che nel mondo stanno morendo di fame. Nel 1979, amici che mi ascoltate, sono morti nel mondo 18 milioni di bambini per denutrizione. Questa strage di innocenti pesa come una severa condanna sulla coscienza degli uomini di Stato e, quindi, anche sulla mia coscienza».

In verità anche Mattarella esprime disagio per la corsa agli armamenti: «Vengono bruciate, per armamenti, immani quantità di risorse finanziarie che, se destinate alla fame nel mondo, alla lotta alle malattie o alla povertà, sarebbero di sollievo per l’umanità». Ma non è colpa nostra – si premura di aggiungere – se i paesi ricchi dell’Occidente bruciano risorse stratosferiche per gli armamenti (e l’Italia si accoda con entusiasmo), poiché «di questi ulteriori gravi danni, la responsabilità ricade interamente su chi ha aggredito e non su chi si difende o su chi lo aiuta a difendersi». Quindi noi siamo incolpevoli, il nostro è solo un atto dovuto. Quale differenza dalla diretta assunzione di responsabilità di Sandro Pertini! E il nostro essere salvi e incolpevoli ha, per Mattarella, un fondamento indiscutibile: «Se l’aggressione [russa] avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili». In altri termini, secondo il nostro Presidente, non esisteva, prima dell’aggressione russa, nessun conflitto politico, nessuna controversia fra la Russia, l’Ucraina e la NATO e l’aggressione è stata frutto della volontà malefica dell’impero Russo di espandersi e sottomettere i suoi vicini. Per scongiurare questo pericolo, l’unica risposta possibile è quella militare. Fine del discorso e di ogni attività realistica per il raggiungimento della pace. Nel 1948 le polemiche politiche erano molto più rozze, allora bisognava opporsi al comunismo per evitare che i cosacchi portassero i loro cavalli ad abbeverarsi nella fontana di piazza San Pietro. Oggi si usano espressioni più felpate, quasi gentili. Il Presidente Mattarella è riuscito ad esprimere appoggio totale e incondizionato alla guerra per procura combattuta dalla NATO contro la Federazione russa, senza ricorrere al linguaggio feroce di Biden, che vuole ridurre la Russia a una condizione di paria, senza evocare gli anatemi lanciati dal Parlamento europeo e dall’Assemblea parlamentare della NATO, senza eccitare gli spiriti all’odio anti-russo, come fanno i divulgatori dello spirito bellico.

Per rendere la sua posizione più digeribile, Mattarella l’ha inserita in un contesto di valorizzazione della Costituzione: «La Costituzione resta la nostra bussola, il suo rispetto il nostro primario dovere; anche il mio». Difficile non concordare con questa affermazione e con i suoi sviluppi sul versante interno al nostro Paese: «Le differenze legate a fattori sociali, economici, organizzativi, sanitari tra i diversi territori del nostro Paese – tra Nord e Meridione, per le isole minori, per le zone interne – creano ingiustizie, feriscono il diritto all’uguaglianza. Ci guida ancora la Costituzione, laddove prescrive che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che ledono i diritti delle persone, la loro piena realizzazione. Senza distinzioni». Sono parole impegnative che illuminano il ruolo del Presidente della Repubblica, come prima e più autorevole garanzia politica per il rispetto della Costituzione. Ma, anche qui, resta da capire quale sia la latitudine di questo impegno se, il giorno dopo l’impegnativo messaggio, il Presidente ha firmato, senza battere ciglio, il decreto che ostacola l’attività di soccorso in mare delle navi delle ONG, per il quale è arduo – a tacer d’altro – intravedere i presupposti della necessità ed urgenza.

Ciò nondimeno, adesso che il Governo del Paese è guidato da forze politiche animate da una cultura distante anni luce da quella dei costituenti, il Presidente Mattarella rappresenta l’unica garanzia politica per mantenere in piedi l’edificio della democrazia costituzionale. Per questo ci auguriamo che il suo mandato resista ai venti di destra. Ma non possiamo nascondere che ci aspetteremmo qualcosa di simile all’atteggiamento di un altro grande presidente, Oscar Luigi Scalfaro, che, in uno degli ultimi giorni del suo mandato, nel maggio del 1999, nel campo della cooperazione italiana in Albania, prese un megafono e gridò: «i bombardamenti devono cessare!».


La caduta di Draghi: le ragioni reali e i cocci

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Aggregatasi attorno alla distribuzione dei fondi del PNRR e alla smania di “ritorno alla normalità” pre-pandemica, l’unità nazionale non ha retto, e non poteva reggere, al cambio di stagione che vede sovrapporsi e convergere sei diverse emergenze – guerra, inflazione, crisi climatica, crisi energetica, carestia, pandemia – in un concentrato catastrofico inimmaginabile solo sei mesi or sono. Non ha retto e non poteva reggere l’unità nazionale, non ha retto, anzi è definitivamente imploso, un sistema politico già sgretolato e privo di credibilità, e non ha retto nemmeno l’uomo, il tecnocrate, la riserva della Repubblica, che era stato chiamato a supplirne inadeguatezze e inefficienze.

È questa la verità profonda e sostanziale, ma che nessuno osa nominare e ammettere, di una crisi altrimenti inspiegabile. Cominciata con un pettegolezzo poco dignitoso per i suoi stessi protagonisti, il Comico e il Tecnocrate. Proseguita con una scissione calcolata – e probabilmente teleguidata – a tavolino per garantire la tenuta del governo, e rivelatasi una miccia per il suo affossamento. Imputata tutta al gesto di sottrazione dei 5S – un non-voto, non una sfiducia – che alla fine della storia appare il gesto meno opaco di tutti, ancorché dilettantesco. E finita con uno schiaffo del centrodestra, l’unico che dalle elezioni anticipate ha tutto da guadagnare (ma poi chissà), perché alla fine in politica gli interessi e i numeri contano più degli inchini e delle genuflessioni.

Più che quella dei singoli attori, incomprensibile rimane la conduzione della crisi da parte del protagonista del plot, che sembra aver fatto di tutto non per tutelare ma per terminare il suo governo. Prima l’inserimento non necessario, nel voto di fiducia sul “decreto aiuti”, di un provvedimento indigeribile (il famigerato inceneritore) per i 5S. Poi le dimissioni, né dovute né necessarie né opportune, malgrado la fiducia delle due Camere. Poi l’impianto del discorso di ieri al Senato, con tre errori marchiani: un programma più da inizio che da fine legislatura, puntigliosamente volto a inasprire invece che a smussare le tensioni con i 5S e la Lega; l’accento populista della contrapposizione fra “gli Italiani” mobilitatisi per il premier e il parlamento e i partiti meno meritevoli della sua considerazione; la rivendicazione senza se e senza ma, aggressiva e ultimativa, della posizione assunta sulla guerra. Draghi voleva andarsene e dimostrare, a Mattarella in primis, che non poteva fare altro che andarsene? O puntava maldestramente su una ulteriore scomposizione del sistema politico che mettesse fuori gioco “i populisti”, ovvero sullo sgretolamento definitivo dei 5S e sull’emarginazione della Lega nel centrodestra che invece si è compattato?

Ora tutti, salvo Giorgia Meloni, dicono che nessuno voleva le elezioni anticipate. Ma non è vero, perché invece le volevano tutti, perché tutti – e forse lo stesso Draghi – sono terrorizzati dall’autunno che ci aspetta con il concentrato di emergenze di cui sopra, nessuno – e forse lo stesso Draghi – sa come gestire un tasso di inflazione che mette in mora i fondamentali delle (rovinose) politiche economiche degli ultimi decenni, e tanto vale mandare a schiantarsi su questo disastro annunciato Meloni, che guarda caso è l’unica donna della situazione – ammesso, s’intende, che i suoi due virilissimi alleati glielo consentano.

Restano, come sempre, i cocci da raccogliere, e quelli dell’esperimento Draghi, anzi Mattarella-Draghi, sono cocci pesanti. Com’era o avrebbe dovuto essere evidente fin da subito, la soluzione tecnocratica non ha lavorato per una ricomposizione ma per una ulteriore scomposizione del sistema politico. Non ha sgombrato il campo da populismo e sovranismo, perché se il 5S si sono sgretolati – alimentando l’astensione – FdI e Lega continuano a prosperare. Ha invece ulteriormente indebolito il campo del centrosinistra, con un Pd identificato senza resti con Draghi e quindi oggi sconfitto con lui, l’alleanza con i 5S saltata e il “campo largo” ristretto al rapporto con i vari Renzi e Calenda ringalluzziti. Il tutto nella camicia di forza di un bipolarismo imposto dalla legge elettorale ma ormai privo di qualunque sostanza.

Soprattutto, sono la rappresentanza e le istituzioni a uscirne ulteriormente provate: con le performance grottesche come quella di ieri al Senato, senza dimenticare quella di pochi mesi fa per l’elezione del capo dello Stato, ma anche con novità inquietanti come le “manifestazioni spontanee” a sostegno del premier, orchestrate nell’ultima settimana da poteri forti e deboli, e da corporazioni di varia natura (oltre ogni immaginazione la lettera al premier dei neuroscienziati). La stessa Presidenza della Repubblica, cui la soluzione Draghi si deve interamente, ne esce evidentemente diminuita. In compenso le novità non mancano. Dopo la democrazia dell’applauso sperimentata nel ventennio berlusconiano, nel bagno purificatore dell’astensionismo di massa e all’ombra dei poteri internazionali garanti del tecnocrate è nata la democrazia della supplica. Suppliche a Mattarella perché restasse, suppliche a Draghi perché non ci abbandonasse.

Sono tutti argomenti, purtroppo, a favore della propaganda antioccidentale di Putin, e a sfavore delle democrazie armate di valori tanto predicati quanto traditi. Ci aspettano tempi pesanti.

L’articolo è tratto dal sito del CRS-Centro per la Riforma dello Stato


Re Draghi è nudo

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Dunque, i barbari non si sono del tutto civilizzati. È con queste, rammaricate, parole che l’eterno establishment della Città Eterna commenta in queste ore il colpo di coda di Conte e del Movimento5 Stelle. La scissione telecomandata di Di Maio non è bastata a disinnescare la mina: e il resto l’ha fatto l’intemperanza del Presidente del Consiglio. Non sapevano trovare le parole per dirlo, i grandi giornali genuflessi al doppio soglio chigiano e quirinalizio: ma si è capito che questa volta i due nonni della patria non sono in perfetto accordo, con Mattarella che prova a ricordare a Draghi che la fiducia l’ha avuta, e Draghi che non depone la stizza nemmeno quando il Capo dello Stato lo manda «a riflettere» (come si fa con i bambini della scuola materna). Draghi non è uomo abituato ad essere contraddetto, si è chiosato con la solita untuosa cortigianeria. E dunque ciò che davvero è imperdonabile, ciò che determina davvero la crisi di governo, è la lesa maestà: e, si sa, per il crimen maiestatis le teste dei rei devono rotolare senza indugio.

È proprio questa la nudità del re Draghi che gli incorreggibili grillini hanno svelato: e cioè la dimensione personale, personalistica, di questa leadership “che tutto il mondo ci invidia”. Questo significava, dunque, la famosa formula di «un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica» usata dal presidente Mattarella. L’assenza di formula politica significa che se una delle forze politiche che sono chiamate a dare la fiducia al governo (questo fastidioso rituale che re Draghi si degna di accettare purché sia un simbolico residuo di un passato in cui vigeva quella curiosa e sorpassata usanza che i libri di storia chiamano “democrazia”) si permette di condizionare quella fiducia a una specifica piattaforma politica che sottopone al Presidente del Consiglio attendendone una risposta, e se poi, in assenza di risposta, quella forza politica non partecipa al voto di fiducia, non volendo sfiduciare il governo ma nemmeno accordargli di nuovo la fiducia senza aver avuto risposte chiare e impegnative: ebbene, allora si compie il crimine di lesa maestà, e il monarca sdegnato spezza lo scettro e maledice i reprobi fino alla quarta generazione.

Lo scandalo è che il partito uscito dalle urne come quello di maggioranza relativa in Parlamento pretenda di influenzare la politica del governo che sostiene, perché – come ha scritto Conte nel documento consegnato a Draghi – «non ci sentiamo più di rinunciare a esprimere e a far valere le nostre posizioni, in nome di una generica “responsabilità”, che di fatto rischia di coincidere con un atteggiamento remissivo e ciecamente confidente rispetto a processi decisionali di cui, purtroppo, veniamo messi al corrente solo all’ultimo». E qui non rileva neppure che i punti di quel documento siano tutti (dalla difesa del reddito di cittadinanza al salario minimo, dall’avversione al riarmo al blocco dei licenziamenti, al contrasto al precariato) perfettamente legittimi (e anzi in linea, a dirla tutta, con i valori fondanti della Costituzione della Repubblica). Il punto, ancora più a monte, è che l’esistenza stessa di questo documento contesta di fatto una prassi di governo fuori da ogni fisiologia costituzionale, tutta affidata a un uomo solo e al suo staff, completamente fuori dal controllo delle forze politiche e del Parlamento. È questo l’imperdonabile peccato di hybris per cui il sommo sacerdote dell’oligarchia si è stracciato le vesti gridando alla bestemmia: e quella bestemmia si chiama democrazia parlamentare.

Se le cose stanno così, e cioè se il re accetta di rimettersi la corona solo a patto che il suo regno sia assoluto, il Movimento farebbe malissimo a rimangiarsi la pur timida voce con cui, dopo un anno e mezzo, ha finalmente sussurrato che quel re è nudo. E pazienza se questo dovesse comportare la caduta del governo Draghi, e o la nascita di un altro esecutivo “dall’alto” (cui fare una feroce opposizione), o lo scioglimento delle camere e il voto. È certo possibile che in quest’ultimo caso vinca la destra: ma non bisogna fingere di dimenticarsi che due terzi di questa destra sono già in questo governo, e che Fratelli d’Italia consente di fatto con la gran parte delle scelte di Draghi. E, d’altra parte, se in assenza di una qualunque sinistra, il Movimento 5Stelle di Conte riuscirà ad attrarre qualche consenso in più non sarà certo un male: e difficilmente potrebbe farlo rimanendo a sostenere il “governo dei padroni”.

Ed è proprio qua la vera ragione di questa curiosa corsa a defilarsi delle altre forze di governo: ché se questo governo Draghi fosse davvero la benedizione per il Paese esaltata dai salmodianti servitori che popolano l’informazione italiana, allora quelle forze dovrebbero essere felicissime di spartirsene il merito, e il dividendo elettorale, con un partito di meno. Ma basta leggere i dati dell’ultimo rapporto Inps per capire che è tutto il contrario: questo governo garantisce solo i pochi che non hanno alcun interesse a cambiare lo stato delle cose. Ed è soprattutto per questo che prima cade, meglio è.


L’ipocrisia delle riforme e la notte della democrazia

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Non so quanti dei 55 applausi a scena aperta tributati dai grandi elettori al discorso di insediamento del nuovo-vecchio Presidente della Repubblica abbiano punteggiato i passaggi riguardanti il deplorevole stato in cui versano le istituzioni democratiche nel nostro Paese.

Dopo l’omaggio di rito all’Assemblea a cui si trovava di fronte, qualificata come il «luogo più alto della rappresentanza democratica, dove la volontà popolare trova la sua massima espressione», Mattarella ha dedicato alcune riflessioni – non banali, e non inedite – all’esigenza di restituire centralità alle istituzioni rappresentative, e in particolare al Parlamento. Pur concedendo un po’ troppo alla retorica delle «decisioni tempestive», indispensabili per governare «cambiamenti sempre più rapidi», il Presidente avverte che la tempestività «va comunque sorretta da quell’indispensabile approfondimento dei temi che consente puntualità di scelte», in modo da evitare che «i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale». Eventualità che «si traduce sempre a vantaggio di chi è in condizioni di maggior forza», come «poteri economici sovranazionali», che «tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico». E poi, in modo ancora più esplicito, con riferimento a futuri, ineludibili, «percorsi riformatori»: «Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che – particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi. Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione».

Non so con quanti applausi siano state accolte queste parole, e da quali parti dell’emiciclo siano arrivati. Ma so che l’“applausometro” non sempre è un buon indicatore degli effettivi convincimenti di coloro di cui dovrebbe registrare gli umori. Commentando lo spettacolo di parlamentari e delegati regionali che si alzavano ripetutamente in piedi, spellandosi le mani per le parole del Presidente, Tomaso Montanari ha parlato di «orgia di ipocrisia» (https://www.micromega.net/montanari-ipocrisia-discorso-mattarella/). Ipocrisia di una classe politica che plaudiva, senza crederci, alla riaffermazione di alti principi costituzionali, proprio nel momento in cui spingeva Mattarella a tradirli, accettando un secondo incarico (https://volerelaluna.it/politica/2022/02/03/i-guasti-e-i-rischi-della-rielezione-di-mattarela/). E ipocrisia di chi quelle solenni, e condivisibili, parole pronunciava, dopo avere consegnato il paese proprio a un esponente dei «poteri economici sovranazionali», con l’inusuale invenzione di un governissimo «senza formula politica»…

L’ipocrisia, scriveva Rochefoucaud, è l’omaggio che il vizio tributa alla virtù. In questo senso, molti hanno invitato a riabilitarla e a coglierne le potenzialità “civilizzatrici”. Se, nonostante tutto, il discorso del Presidente servisse a mettere al centro non tanto l’“agenda Mattarella” (basta con le personalizzazioni, per favore!), ma un’agenda per il ripristino della legalità costituzionale, non si potrebbe che esserne lieti. Purtroppo è lecito nutrire dubbi in proposito. Al netto delle tentazioni presidenzialiste e semi-presidenzialiste serpeggianti in questi giorni, le modalità confuse e contraddittorie con cui si è riaperto il dibattito sulle riforme, e in particolare sui “correttivi” che dovrebbero accompagnare la riduzione del numero dei parlamentari, non fanno ben sperare.

Si torna oggi a ritenere necessaria, da più parti, una legge elettorale di tipo proporzionale – e questa è una buona notizia. La cattiva notizia è che le ragioni che spingono in questa direzione – la liquefazione della coalizione di centro-destra, gli affanni e le divisioni nello stesso campo del centro-sinistra – sono, al solito, sbagliate: opportunistiche, di corto respiro, legate a puri calcoli di convenienza. Mentre di ragioni “vere” a favore di una legge proporzionale senza soglie di sbarramento e premi di maggioranza, e senza liste bloccate, ce ne sarebbero da vendere se solo si riflettesse sulla caduta verticale di legittimità che le istituzioni rappresentative hanno subito negli ultimi trent’anni, certificata dalla crescita della marea dei non votanti (alle ultime suppletive di Roma, quasi il 90%!). D’altronde la stessa riduzione del numero dei parlamentati è andata in porto essenzialmente per ragioni di convenienza politica, quando il PD ha modificato la sua iniziale contrarietà per favorire la nascita dell’asse con i 5stelle, passando con leggerezza sopra ai guasti che quella riforma avrebbe creato sul piano della rappresentatività e della funzionalità del parlamento.

Ora a quei guasti e a quegli squilibri bisogna provare a porre rimedio, almeno in parte, e non solo attraverso una nuova legge elettorale. In entrambe le camere è in corso il dibattito sulla riforma dei regolamenti, che dovranno necessariamente modificare il numero e la composizione delle commissioni, oltre ai quorum previsti per le varie votazioni. Ma c’è chi promette di andare oltre e di cogliere l’occasione per correggere vecchie e nuove storture, disincentivando il trasformismo, circoscrivendo le materie su cui il governo potrà usare la decretazione d’urgenza e ampliando lo spazio dei lavori parlamentari (https://ilmanifesto.it/letta-il-parlamento-lavori-sullagenda-mattarella/). Sarà vero?

Di certo, nella bozza di riforma targata PD potrebbe rispuntare una vecchia conoscenza: il “voto a data certa” per i provvedimenti di iniziativa governativa. Uno strumento che non va esattamente nella direzione di scalfire l’attuale egemonia dell’esecutivo sull’intera produzione legislativa, ma che viene immancabilmente difeso – oggi come ai tempi della riforma Renzi-Boschi – in nome di una rinnovata “centralità del Parlamento” (https://www.ildubbio.news/2022/02/06/riforme-malpezzi-ridare-centralita-a-parlamento/). Non nuova, più in generale, è la retorica del Parlamento efficiente, rapido, e per ciò stesso autorevole (presente anche nel discorso di Mattarella), che rimanda alla concezione della “democrazia decidente” teorizzata negli anni Novanta da Luciano Violante. Tornando a riflettere su quella stagione, Carlo Ferruccio Ferrajoli, costituzionalista con alle spalle una lunga esperienza di consulente giuridico presso gli uffici legislativi del Senato, mostra come proprio alcune cruciali innovazioni regolamentari riguardanti il contingentamento dei tempi di esame dei provvedimenti, il controllo della maggioranza sull’agenda dei lavori, la regolamentazione della presentazione e discussione degli emendamenti, abbiano contribuito a instaurare il controllo assoluto del Governo sull’attività legislativa e la riduzione del Parlamento a organo “ratificante” di decisioni prese altrove (Rappresentanza politica e responsabilità. La crisi del governo parlamentare in Italia, Editoriale Scientifica, 2018). Non diversamente, la più recente riforma del regolamento del Senato ha proseguito sulla strada del ridimensionamento e dell’ingessamento del dibattito, ridotto a piatta contrapposizione tra posizioni precostituite e non modificabili. Che cosa sia diventata, alla fine di questo percorso, l’attività legislativa è sotto gli occhi di tutti: inflazione di decreti legge, ricorso forsennato e improprio al voto di fiducia, maxi-emendamenti che costringono i parlamentari a votare in blocco norme eterogenee che non hanno quasi avuto il modo di leggere. Qualcosa di più del semplice “rischio” di «forzata compressione dei tempi parlamentari» evocato da Mattarella…

Il culmine di questo processo di esautoramento del Parlamento è stato raggiunto con l’approvazione delle ultime leggi di bilancio. Nel 2019, per la prima volta nella storia della Repubblica, alle commissioni bilancio di Camera e Senato è stato di fatto sottratta la possibilità di esaminare i contenuti della legge di bilancio e le assemblee sono state poi costrette ad approvarla in tempi strettissimi, votando la fiducia su un maxi-emendamento. Nel 2020 questa prassi lesiva delle prerogative del Parlamento, in aperto contrasto con l’art. 72 della Costituzione, è stata sostanzialmente riproposta. In entrambe le occasioni, le opposizioni hanno sollevato un conflitto di attribuzione di fronte alla Corte Costituzionale che, pur respingendolo, ha censurato le forzature delle regole e la «grave compressione del dibattito in Commissione e nell’Aula». Sotto il governo Draghi il medesimo iter blindato e accelerato di approvazione della legge di bilancio ha suscitato molto meno clamore. Quando le eccezioni si moltiplicano – è sempre Mattarella a ricordarcelo – diventano la regola e diventa difficile criticarle. Si aggiunga che, qualunque sia l’esito delle prossime elezioni, il futuro Parlamento sarà costretto entro i rigidi binari tracciati dal PNNR fino al 2026, non si sa con quali margini di interpretazione e modifica (https://volerelaluna.it/wp-content/uploads/2021/12/01-introduzione.pdf). E si avrà un’idea di quanto è profonda la notte della nostra democrazia…


Motus in fine velocior

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In fine

La crisi della democrazia rappresentativa, da noi e non solo, è evidente. E per rendersene conto non c’era bisogno del minuetto tra Capo del Governo e Capo dello Stato, con tutto il dovuto rispetto per entrambi, per il Capo dello Stato in particolare, diventato per alcuni giorni ostaggio della Gondrand. Nella crisi di gennaio ci sono stati momenti da Commedia dell’Arte, soprattutto tra i cosiddetti partiti e il tourbillon dei presunti candidati. Particolarmente gustosa la sequenza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato. E il tutto è sembrato un grottesco remake del mitico film di Sergio Corbucci, Gli onorevoli (quello con Totò che col megafono esorta dalla finestra i condomini a votarlo: “Vota Antonio! Vota Antonio!”).

Il bene comune e la sovranità popolare non sono più la stella polare, spodestati dalla governance, letteralmente: amministrazione, gestione; in soldoni: il management ormai totalitario e globale, vero padrone del mondo. Come diceva il compianto Predrag Matvejević, viviamo in “democrature”: della democrazia è rimasta la buccia o, se si preferisce, la forma in cavo.

Lo sa bene Luciano Canfora, che ogni tanto abbandona gli studi classici per scrivere lucidissimi pamphlet politici: a La scopa di don Abbondio, del 2018 e ora ristampato, fa seguito La democrazia dei signori (entrambi Laterza). Pamphlet per struttura e vivacità d’analisi; in realtà testi utilissimi per inquadrare il disastro contemporaneo, italiano e globale.

In fineNel primo testo di capitolo in capitolo, apparentemente ciascuno autonomo, si sviluppa una sintetica filosofia della storia, e in appendice è riportato anche un breve straordinario discorso che nel 1948 Thomas Mann tenne negli USA denunciando il fascismo americano: non quello caricaturale, sbeffeggiato dai Blues Brothers o da Peter Sellers ne Il dottor Stranamore, ma quello vero, paranoico, dei tanti che accusavano Roosevelt “di far parte di un gigantesco complotto per vendere la nostra democrazia ai comunisti.” Non ci siamo spostati di molto… basta pensare al “democratico” Biden e al suo sereno e confuso tradimento degli accordi tra Kissinger e Gorbacev sulla Nato e sull’autonomia degli Stati europei ex sovietici, Ucraina inclusa (dovevano restare fuori dalla Nato, che si auspicava non avesse col tempo più ragion d’essere). Accordi menzionati più volte in articoli e libri anche da quel noto trinariciuto che è l’ambasciatore Sergio Romano… e ribaditi dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Accordi su accordi, tutti inevasi dall’Occidente, e ora siamo sull’orlo di una guerra epocale. Se così, col rinforzo della crisi ecologica la frittata è fatta e non se ne parla più (ma i supermiliardari si stanno già premunendo di rifugi extraterrestri.)

Pagine di straordinaria lucidità Canfora dedica anche al disastro della sinistra italiana, alla sua “disintegrazione mentale e pratica”, alla sua conversione “al più acceso liberismo in economia e al ‘liberalismo’ in politica.” Fino alla conclusione: “Non resta più nessuno; e quella larva di formazione politica che viene chiamata, in modo insapore, ‘partito democratico’ è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza: pervase da pulsioni e rivalità di tipo meramente personalistico. (…) Peraltro sembra essere un tratto comune dei partiti politici quello di defungere senza possibilità di una seconda vita.” (La scopa di don Abbondio, pp. 57-58) E infatti ormai impera la governance, “pseudo-concetto grazie al quale è stata mandata in soffitta la sovranità popolare” (ibidem, p.34, dove si cita anche il saggio del canadese Deneault che nel suo Governance, Neri Pozza, “fa a pezzi il management totalitario”.) La gestione sostituisce la politica, e Draghi il 2 settembre 2021 può annunciare tranquillamente (“Com’è buono lei” direbbe Fantozzi): “I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il governo va avanti.”

Se ne La scopa di don Abbondio Canfora intreccia di capitolo in capitolo una sorta di filosofia della storia, nel recente La democrazia dei signori denuncia apertamente lo stallo attuale. Intoppo pantografato dal caso-limite di Mario Draghi, calato dall’alto, imposto al Parlamento e giudicato direttamente trasferibile al Quirinale (Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica 5 anni dopo esser stato Presidente del Consiglio.) Come fece notare Domenico Cella, presidente dell’Istituto De Gasperi citato a p.7: “un governo del presidente esorbita dalla cornice, oltre che dal senso, del nostro ordinamento costituzionale.” E così “il governo Mattarella-Draghi (…) costituisce un tornante nella storia politica italiana.” (p.9) Detto in soldoni: un commissariamento dei partiti. Figuriamoci poi anche il ritorno di Mattarella a furor di popolo. E, nonostante tutto, meno male che è tornato, vista l’impasse in cui il sistema era caduto.

In fine

Ma indipendentemente dalle nostre peripezie nazionali, comunque sempre condizionate dalla situazione globale, in entrambi i volumi Canfora analizza lucidamente e sinteticamente la situazione globale, richiamando anche qualche preveggente spunto marxista, a partire da una lettera di Marx a Engels in cui Marx scrive (l’8 ottobre 1858!) : “Il compito vero della società borghese è l’instaurazione del mercato mondiale (…). Poiché il mondo è rotondo, questo processo sembra essere arrivato a conclusione con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura al commercio della Cina e del Giappone.” (La scopa di don Abbondio, p.37) E si arriva così all’attuale controllo economico-politico-militare di buona parte del pianeta, ai ricatti verso chi non si piega al sistema, alla devastazione ecologica in nome del decantato sviluppo (ma a vantaggio di chi?), al “progressivo avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte” (La democrazia dei signori, p.66), quando diventa difficile distinguere tra un Minniti e un Salvini e si concretizza un “partito unico articolato” (ibidem, p.27) mentre “la dilatazione abnorme dell’istituto regionale” ha prodotto “un contropotere paralizzante e caotico”. (ibidem, p.29) 

Si potrebbe continuare a lungo con citazioni da questo breve ma documentato e argomentato “report” sull’anomala situazione italica, sostanzialmente più o meno simile a quella della Grecia di alcuni anni fa ma con diversa importanza nel sistema, e sotto ricatto dell’Europa, con mass-media, quotidiani compresi, servi volontari di poteri forti internazionali prima ancora che locali. Il sistema è compatto, la catastrofe ambientale è arrivata all’ultimo miglio, l’Atlantico non è più il perno del mondo (e le prepotenti intemperanze statunitensi lo confermano): motus in fine velocior


I guasti e i rischi della rielezione di Mattarella

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Per come si erano messe le cose, occorre riconoscere che alla base della rielezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica vi sono state ottime ragioni. Evitare l’ascesa al Colle di candidati che avrebbero travolto la residua legittimazione delle istituzioni repubblicane; impedire un ulteriore cedimento verso la deriva tecnocratica già da tempo in atto; scongiurare il rischio che il panico, prendendo il sopravvento, rendesse ingovernabile la situazione. Ottime ragioni, dunque, che hanno tuttavia condotto a un pessimo risultato.

Pessimo per la Costituzione, anzitutto. Se, con Massimo Villone (La rielezione abbassa la febbre del sistema, il manifesto, 1 febbraio), non si può dire che sia stata apertamente violata, con Gaetano Azzariti (Perché la rielezione del presidente va vietata, il manifesto, 31 gennaio), si può tuttavia ritenere che è stata «riposta nel cassetto»: la rielezione del Presidente ha fatto saltare «il principio della temporaneità delle cariche politiche di vertice», «il tratto che vale a distinguere le democrazie dalle monarchie, i poteri democratici da quelli assoluti». Con due casi (consecutivi) su tredici, la rielezione cessa di essere eccezione e si trasforma in regola. Entra a far parte del novero delle cose normali, diventa legittima aspettativa per i Presidenti che verranno: che dunque perdono, d’ora in poi, la presunzione di imparzialità e di garanzia che la carica presidenziale richiede, divenendo sempre sospettabili d’agire per interesse personale.

Pessimo per la politica, inoltre. E non certo perché il Parlamento non abbia saputo individuare rapidamente il o la Presidente da eleggere: il tempo preso per confrontarsi e discutere è, in queste occasioni, un tempo sempre ben speso. A condizione che ci si confronti e si discuta, però. Che si mettano in campo delle idee e, a seguire, delle candidature con esse dotate di una qualche coerenza. E, invece, abbiamo assistito a una girandola di nomi gettati nella mischia senza una logica, come se eleggere un tecnico o un politico, un cattolico o un laico, un esponente dei partiti o della società civile, una figura proveniente dal passato o dal presente fosse esattamente la stessa cosa. Almeno, la destra ha provato a eleggere un Presidente dichiaratamente di destra. La sinistra nemmeno quello: l’obiettivo del segretario del Pd era – per sue stesse dichiarazioni – eleggere alla più elevata carica politica qualcuno di cui s’ignorano le opinioni politiche… (https://volerelaluna.it/commenti/2022/01/31/democrazia-italiana-finale-di-partita/).

Pessimo, infine, per le istituzioni. Non si può far finta che Matterella non avesse escluso in ogni modo l’opportunità costituzionale di un suo secondo mandato. Fino a che punto la retorica del sacrificio per la Patria può, adesso, valere a compensare la campagna contro la rielezione di Mattarella condotta dallo stesso Mattarella? Gli allarmi da lui ripetutamente lanciati nelle scorse settimane erano fondati o infondati? Delle due l’una: o erano fondati, e allora il Parlamento dovrebbe spiegare perché non li ha presi in considerazione; o erano infondati, e allora il Presidente dovrebbe spiegare perché li ha lanciati. Ma è chiaro, da quanto sopra argomentato, che fondati lo erano, eccome (https://volerelaluna.it/controcanto/2022/02/01/il-bis-di-mattarella-e-il-commissariamento-della-democrazia/).

Due rischi si aprono, adesso, come prioritari.

Il primo riguarda il rilancio delle mai sopite pulsioni presidenzialiste che continuano ad agitare il dibattito politico. Se siamo giunti a questo punto è anche perché da troppo tempo ci si illude di poter dare soluzioni giuridiche (formali) ai problemi politici (sostanziali) che ci affliggono. Purtroppo, sono pulsioni trasversali, che saldano Giorgia Meloni e Matteo Renzi al neoeletto Presidente della Corte costituzionale (che, non a caso, ha prontamente escluso che un’eventuale elezione diretta del Capo dello Stato potrebbe fare a meno di una revisione in senso semipresidenzialista della forma di governo).

Il secondo è che si apra una discussione sulla durata del nuovo mandato di Mattarella. Il semplice fatto che se ne discuta indebolisce la terzietà del Capo dello Stato, perché il momento delle eventuali dimissioni anticipate può condizionare in modo decisivo la scelta del suo successore. È anzitutto nell’interesse del Presidente allontanare da sé questo sospetto. Può farlo fin da subito, dichiarando formalmente, nel discorso di reinvestitura innanzi alle Camere riunite, che rimarrà al proprio posto sino alla scadenza dei sette anni previsti dalla Costituzione.


Il bis di Mattarella e il commissariamento della democrazia

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La cosa peggiore del triste reality in cui gli italiani hanno visto consumarsi in diretta la loro democrazia parlamentare è l’inconfondibile sapore di falso.

La rielezione di Sergio Mattarella non è stata affatto un colpo di scena inaspettato, l’estremo atto di responsabilità di un anziano leader riluttante, una scelta dei parlamentari contro l’incapacità (questa, sì, autentica) dei loro capi: è stato l’esito obbligato, e largamente previsto, di un processo iniziato con l’eliminazione del secondo governo Conte, e con l’affidamento forzoso dell’Italia a Mario Draghi.

Era tutto ovvio fin dall’inizio. Io stesso (che non sono un addetto ai lavori né ho doti divinatorie) l’avevo scritto, su questo sito, il 3 marzo 2021: «Quella larghissima formula fino a ieri impensabile potrebbe essere la base per la rielezione dello stesso Mattarella al Quirinale: in un cortocircuito che avrebbe implicazioni inedite. Ancor più se questo secondo mandato, di cui si inizia a sentir parlare, avesse termine precoce: magari proprio per permettere l’ascesa di un successore (lo stesso Mario Draghi) che sarebbe così in qualche modo un erede designato, in una torsione dal sapore monarchico» (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/03/03/e-possibile-criticare-mattarella/). Non era certo una previsione difficile: nel momento in cui Mattarella decideva di uscire dal binario costituzionale, promuovendo e garantendo un «governo [a suo dire] di alto profilo» e «senza formula politica», era ovvio che quell’esecutivo non avrebbe potuto proseguire senza la sua copertura presidenziale. Delle due l’una: o Draghi stesso ascendeva al Colle continuando a guidare di fatto il governo, o Mattarella si faceva rieleggere per continuare a garantire l’impegno assunto. Nessuna delle due situazioni era accettabile, nella sostanza, a Costituzione vigente. Ma ormai aveva preso il sopravvento lo stato d’eccezione.

E così, di fronte all’impraticabilità dell’elezione di Draghi (rivelatosi drammaticamente privo di senso delle istituzioni), Mattarella si è visto costretto a rimanere. Le sue dichiarazioni, irritualmente insistite, sulla necessità di evitare un altro secondo mandato quirinalizio, la propaganda sugli scatoloni e sulla casa in affitto, sono oggi leggibili come le mani avanti messe da chi prevede di essere costretto a fare ciò che sa di non dover fare. Che a costringere Mattarella a restare siano stati lo sfascio dei partiti e l’abissale inettitudine dei leader politici è un fatto: ma non quelli degli ultimi giorni, bensì quelli degli ultimi anni. E la retorica della re-incoronazione (questo «entusiasmo organizzato e imposto», Primo Levi) non deve far dimenticare che Mattarella è stato costretto a tornare soprattutto dalle conseguenze delle sue stesse decisioni.

L’errore del presidente è tipico della sindrome del salvatore della patria (il bisnonno, se Draghi è il nonno…): pensare che un uomo solo («ogni decisione affidata all’arbitrio di un solo», ancora Levi), o un piccolo gruppo di capi (tutti maschi e anziani, ovvio), possano salvare la situazione: il «culto degli uomini provvidenziali» (sempre Levi) che affligge gli italiani. Se Mattarella non ha detto no (sarebbe stato uno dei “no che aiutano a crescere” di cui parlano i manuali di puericultura) è per lo stesso motivo per cui ha ascoltato Renzi, facendo cadere Conte e dando tutto a Draghi: per una sfiducia di fondo nello stato della democrazia italiana, giudicata ormai così marcia da pensare di poterla salvare solo attraverso la sua temporanea sospensione dall’alto, attraverso il suo commissariamento. Il drammatico errore di chi, credendosi medico, fa invece parte della malattia.

Lo stesso Mattarella aveva detto – citando fondate preoccupazioni dei suoi predecessori Segni e Leone – che la prospettiva della rielezione può indurre i presidenti a porre le basi perché essa avvenga, facendo saltare così la funzione di garanzia della massima carica dello Stato. Ebbene, non è forse ciò che è avvenuto sotto i nostri occhi? E se domani avremo un presidente cinquantenne, a quanti mandati potrà ambire? E che ne sarà dei diritti dell’opposizione con questa clamorosa fusione tra sorte del governo e elezione del Presidente della Repubblica (tremenda, in questo senso, l’immagine dei capigruppo di maggioranza che vanno al Quirinale a chiedere la rielezione)? La trasformazione da «eccezionale» (così la definì Napolitano nel discorso di re-insediamento) a normale della rielezione del Capo dello Stato mina profondamente la Costituzione, creando molti, ma molti, più problemi di quelli che sperava di risolvere. La stessa, immediata, ripetizione dell’eccezione dovrebbe far capire che le eccezioni non riportano alla normalità, ma a nuove e più gravi eccezioni. La strada della ricostruzione passerebbe attraverso l’approvazione di una legge elettorale proporzionale e la ricostruzione di una politica parlamentare, lontana da ogni leaderismo e capace di riportare al voto la metà degli italiani che ormai non ci crede più. Ma oggi siamo invece più vicini a una svolta presidenzialista, e a un maggioritario capace di dar tutto in mano a uno qualunque dei pericolosi mitomani che guidano i cosiddetti partiti italiani. Altro che messa in sicurezza del Paese.