Non ci interessa vincere la guerra, vogliamo vincere la pace

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Sabato 5 novembre si è consumato un evento straordinario. A Roma si è manifestato un popolo mai visto. Non sono solo i numeri dell’affluenza, che pure è stata altissima, ma è la qualità della partecipazione che non si era mai vista. È crollato il muro delle generazioni, tantissimi giovani e giovanissimi si sono ritrovati in perfetta sintonia con i più anziani; esperienze di vita e culture differenti si sono fuse abbattendo ogni steccato preesistente, uniti da un sentimento esistenziale di “ripudio” della guerra, delle sue logiche, del suo linguaggio necrofilo.

Alla base di questa convocazione c’è stata la mobilitazione di oltre 600 associazioni ed enti vari, che esprimono aspirazioni, esigenze e culture che attraversano tutto lo spettro della società italiana. È un intero popolo che si è mobilitato alzando un grido di pace, un popolo che va molto al di là del numero di coloro che hanno testimoniato questo grido con il loro corpi. Corpi di pace, come li ha chiamati il direttore dell’Avvenire, ma anche corpi rappresentativi di quella maggioranza silenziata, contraria alla guerra, che emerge solo nei sondaggi perché cancellata dal pensiero unico, dalla narrazione dominante nei media e nella politica, che punta esclusivamente ad “arruolare” l’opinione pubblica nel conflitto. Il manifesto di convocazione esprimeva delle parole d’ordine-obiettivi non equivocabili: cessate il fuoco subito, negoziato per la pace, messa al bando di tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre. Parole che sono state condivise e incarnate da una piazza appassionata di giovani “malati di pace”, per dirla con don Ciotti. È chiaro che il messaggio che viene dalla piazza del 5 novembre è in aperta collisione con l’indirizzo politico sin qui praticato dai governi nazionali dell’Unione Europea sotto la spinta della NATO. La presenza di Enrico Letta e di pochi altri che hanno espresso obiettivi divergenti da quelli della piattaforma, contrabbandandoli per impegno pacifista, esprime un estremo tentativo di depotenziare l’impatto critico della mobilitazione per la pace e, nello stesso tempo, fa emergere la preoccupazione che la protesta sfugga di mano costringendo i decisori politici a confrontarsi con domande concrete che non vogliono sentire.

Nell’intervista pubblicata il giorno dopo da Avvenire Letta dichiara di essere molto contento di essere andato alla manifestazione e contento di com’è andata «perché è stata una grande manifestazione con parole giuste». Alla domanda su che farà il PD se il Governo varerà un nuovo decreto per l’invio delle armi, Letta risponde: «Il nostro atteggiamento sarà in linea con quello che abbiamo fatto dal 24 febbraio in poi […] noi siamo un partito europeo che sta nella maggioranza che sta nella Commissione europea, e quindi le scelte che faremo saranno in linea con quelle dell’Europa». Questo tipo di comunicazione politica, che tende a nascondere le scelte concrete dietro un velo di banalità, è frutto di una tradizione che viene da lontano. Già nel 1999, quando si scatenò l’aggressione “umanitaria” della NATO contro la Jugoslavia, venne rigorosamente nascosto che l’aereonautica italiana partecipava alle missioni di bombardamento. Magari qualcuno avrebbe arricciato il naso, le solite teste calde avrebbero tirato fuori l’art. 11 della Costituzione per creare imbarazzo al Governo: meglio tacere. Soltanto dopo, a cose fatte, nel 2002 il ministro della difesa dell’epoca, Scognamiglio ci fece sapere in un libro di memorie (La guerra del Kosovo, Rizzoli, 2002) che l’Aereonautica italiana aveva partecipato alle missioni di bombardamento con 50 velivoli sganciando 750 bombe e missili più o meno intelligenti. Al popolo non far sapere… Le questioni internazionali devono essere opportunamente oscurate e le scelte che si compiono in questa sede devono essere nascoste all’opinione pubblica (e al Parlamento) per evitare che qualcuno possa disturbare il manovratore. Queste scelte non devono diventare oggetto di dibattito politico, com’è avvenuto durante l’ultima campagna elettorale dove la guerra che sta dilaniando l’Europa e sconvolgendo la nostra vita e il nostro futuro è scomparsa dai radar della politica. Quando Letta ci comunica che le scelte che faremo (e che farà anche il Governo Meloni) saranno in linea con quelle dell’Europa, omette per pudore di chiarire quali sono queste scelte e cosa comportano.

Per fortuna in Europa non hanno cittadinanza le reticenze e le ipocrisie che dominano la comunicazione politica in Italia. Solo se leggiamo i documenti europei possiamo capire quali scelte sono state compiute e dove vanno a parare. La risoluzione approvata dal Parlamento Europeo il 6 ottobre è chiarissima e non lascia adito a dubbi di sorta. La scelta è quella di incrementare massicciamente l’assistenza militare «al fine di consentire all’Ucraina di riacquisire il pieno controllo su tutto il suo territorio riconosciuto a livello internazionale». La risoluzione indica anche i sistemi di arma avanzati che devono essere forniti (i carri armati Leopard) e invita gli Stati membri ad attivare immediatamente l’addestramento dei soldati ucraini. In particolare: «invita gli Stati membri esitanti a fornire la loro giusta parte di assistenza militare necessaria per contribuire a una conclusione più rapida della guerra». Naturalmente quest’orientamento è condiviso dalla Commissione e dal Consiglio che si sono espressi in termini simili. Secondo questa linea d’azione, che i partiti politici italiani (salvo i 5 Stelle) condividono senza fiatare, la pace si può raggiungere solo attraverso la guerra e la guerra può finire soltanto quando l’Ucraina avrà riconquistato anche il Donbass e la bandiera dell’Ucraina – come ha detto recentemente Zelensky – sventolerà di nuovo sulla Crimea. Il fatto che la Russia sia una potenza nucleare non può dare adito a dubbi su questa direzione di marcia. Infatti il Parlamento Europeo ha preso in considerazione anche l’opzione nucleare e si è dichiarato per nulla intimorito, invitando «gli Stati membri e i partner internazionali a preparare una risposta rapida e decisa qualora la Russia compia un attacco nucleare contro l’Ucraina».

Questa linea di condotta è una chiara scelta per l’escalation del conflitto e per il rigetto di ogni ipotesi di cessate il fuoco, di trattativa, di mediazione o di conferenza internazionale sul modello di Helsinky. Cioè tutto il contrario di quello che chiedono le varie piazze di pace in Italia e negli altri paesi europei. Se avesse detto di condividere la scelta per l’escalation della guerra che il PD ha sottoscritto al Parlamento Europeo, probabilmente Letta non avrebbe potuto travestirsi da uomo di pace.

Dopo il 5 novembre questo travestimento non sta più in piedi: il Re è nudo. I decisori politici non possono più nascondere la scelta scellerata di alimentare il massacro in corso fino alle sue estreme conseguenze e di scartare ogni via negoziale, non possono più contrabbandare la guerra per pace. La pace viene invocata da tutti, anche da quelli che organizzano le guerre. Lo fece anche Mussolini, il 10 giugno del 1940, promettendo la pace al popolo italiano come frutto della vittoria: «vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo». Ora come allora, siamo in preda a un’allucinante febbre bellica, disposta a sacrificare la vita di centinaia di migliaia di persone sull’altare della “vittoria”. Da Roma il 5 novembre un popolo festante e per nulla rassegnato ha lanciato un messaggio all’Europa e a tutto il mondo: non ci interessa vincere la guerra, vogliamo vincere la pace.


L’alternativa della pace: rendiamola possibile!

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«Gli apparati di guerra sono un mostro di autoritarismo, e strumento di imperialismo esterno e di repressione interna; e le guerre, fatte in nome della libertà, approdano alla sponda opposta del progressivo aumento dell’accentramento statale e del totalitarismo nel mondo. Le guerre servono i ricchi ed i potenti»
Pietro Pinna, Lettera inviata al Comandante del Distretto militare di Ferrara, 1971

La guerra continua, le notizie sulle bombe nucleari, tattiche o sporche che siano, si rincorrono, la minaccia di un olocausto nucleare cresce. Negli ultimi giorni, la cronaca ci informa dell’arrivo di nuove bombe nucleari in Europa (un ammodernamento) e del fatto che gli Stati Uniti non escludono il ricorso anche “per primi” ad armi nucleari (dal canto suo, la Federazione russa ne prevede l’impiego in caso di “minaccia” all’integrità territoriale): nella vacuità del “per primi” a fronte di ordigni suicidi e delle infinite menzogne delle quali si nutrono le campagne belliche, avanza la normalizzazione della «morte universale» (Manifesto Russel-Einstein, 9 luglio 1955).

La guerra, la guerra “vicino a casa” (la guerra globale, combattuta su differenti scenari e sotto svariati nomi, è tragica realtà da molti anni), entra sempre più nell’orizzonte del quotidiano, con una progressiva narcotizzazione delle coscienze che ondeggia fra acquiescenza, arruolamento, indifferenza. Accettiamo. Accettiamo che gli ucraini continuino a morire sotto le bombe, che le città siano devastate, che da ambedue le parti i soldati muoiano, che gli effetti economici del conflitto rendano viepiù insostenibili condizioni economiche e sociali già profondamente diseguali, che siano rimandate misure improcrastinabili per fermare un riscaldamento climatico i cui effetti viviamo tutti i giorni, che non vi sia altro scenario che una competitività globale aggressiva e violenta, che l’estinzione umana sia parte di un futuro prossimo.

E invece no, non accettiamo! Non accettiamo e guardiamo dietro e oltre, per comprendere e cambiare.

Guardiamo dietro. Non cadiamo nella visione semplicistica della favoletta della guerra per la democrazia o per i valori occidentali (con il suo bagaglio di colonialismo culturale) o dell’interesse per la sorte del popolo ucraino: è una guerra fra imperialismi, che coniuga volontà di potenza e predazione economica in uno scontro per il dominio. La maschera dell’intervento umanitario si è svelata con la sua prima concretizzazione, in Kosovo nel 1999: in Kosovo, non altrove. Del resto, per limitarsi a un esempio, come può essere paladino dei diritti, chi stringe accordi con i peggiori autocratici per esternalizzare le frontiere ovvero delocalizzare la tortura e condurre un vero e proprio genocidio dei migranti? La democrazia è compagna della pace, non della guerra. è la pace l’orizzonte nel quale si può esprimere il conflitto sociale, non la logica identitaria amico-nemico; è la pace il terreno nel quale i diritti vengono garantiti e si possono costruire emancipazione, giustizia sociale e ambientale. La guerra mistifica e distrae dal conflitto sociale e dal contrasto alla devastazione ambientale, compatta artificialmente occultando la radice delle diseguaglianze, veicola sopraffazione e violenza, esprime una logica di dominio. “Pace e giustizia” sono scritte insieme nell’art. 11 della Costituzione. La pace è giusta, non la guerra (https://volerelaluna.it/commenti/2022/10/17/linganno-della-pace-giusta/). La guerra, ancora, ci abitua alla militarizzazione: alla violenza, al controllo, a una propaganda omologante. Si affacciano alla mente le distopie dove pochi privilegiati si chiudono in cittadelle fortificate mentre intorno, in un mondo devastato da disastri climatici, un controllo feroce presidia la disuguaglianza. «Totalitarismo e dittatura all’interno significano inesorabilmente nazionalismo e guerra all’esterno» (Calamandrei), e viceversa, si può aggiungere; tanto più oggi, con un governo che all’aggressiva competitività del neoliberismo, al bellicismo atlantista, aggiunge un escludente nazionalismo identitario sotto l’egida della triade “Dio, patria, famiglia”, proiettando sul futuro le ombre del passato.

Guardiamo oltre. Le coscienze sono ormai così anestetizzate, così assoldate nel pensiero unico? È difficile mettere in discussione l’unica soluzione pervasivamente propugnata come possibile: “più guerra”, ripetuta, spesso anche “in buona fede”, come un mantra. Ma occorre continuare a farlo: per chi è vittima della guerra, in primo luogo, ma anche per la democrazia, del presente e del futuro, se non per la stessa possibilità di futuro. Manteniamo la capacità di immaginare e di lottare. Diciamo no alla guerra e chiediamo la pace: il cessate il fuoco e una conferenza internazionale per la pace. E poi il disarmo… E, aggiungo, anche l’“intoccabile”: il rifiuto di un’alleanza (la NATO), che dal 1999 prevede «operazioni d’intervento in caso di crisi non previste dall’art. 5» (difesa) e in «tutte le possibili evenienze», con una metamorfosi che si estrinseca nella guerra al terrorismo (Afghanistan 2001) e nella guerra preventiva (Iraq 2003), non rispettando i parametri della guerra di legittima difesa (l’unica ammessa dalla nostra Costituzione). È questa la via per una comunità internazionale fondata su pace e giustizia (art. 11 Costituzione), per la costruzione di democrazie. Utopia? Senza speranza la storia si immobilizza nella riproduzione di un eterno presente ed è proprio la storia, con la sua dialettica, che invece ci mostra come il cambiamento sia possibile, possa farsi realtà. I «discordi» oggi sono disposti «in un pulviscolo individuale e disorganico» e una sola forza, controllando gli «organi dell’opinione pubblica: giornali, partiti, parlamento», modella «l’opinione e quindi la volontà politica nazionale» (Gramsci). È vero, ma il pulviscolo può unirsi, può farsi forza organizzata per dire no alla guerra, con gli stessi toni energici con cui nella Costituzione si è scelto di ripudiare la guerra: ripudiarla, non condannarla o rinunciare ad essa, perché ripudio è un termine più energico, ha più forza.

Esigiamo la pace: come nel fine-settimana del 21-23 ottobre con le tante piazze sparse per tutto il Paese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/10/21/di-nuovo-in-piazza-il-popolo-della-pace/), è ora – il 5 novembre 2022 a Roma – di far sentire, forte, la voce del movimento pacifista. D’accordo, non sarà come nel 2003, quando centodieci milioni di persone in tutto il mondo, tre a Roma, hanno reso il movimento pacifista “seconda potenza mondiale”, ma è ora di costruire una pressione dal basso. La pace non è una resa. La resa è pensare che non vi sia alternativa all’escalation, al combattimento … sino all’ultimo ucraino; resa è non usare la ragione per comprendere chi si giova di questa guerra. Esistono altre vie per costruire una pace che non sia quella dei cimiteri, edificata sugli orrori della guerra, per fermare la corsa folle all’utilizzo di armi nucleari. Chiedere con una grande manifestazione dal basso il cessate il fuoco e una conferenza internazionale di pace è il primo passo. Un passo per la pace, un passo di democrazia, un passo per invertire la rotta e per andare verso un altro futuro.


L’altra guerra

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L’aggressione di Putin alla Ucraina, in aperta violazione del diritto internazionale, sta mettendo in secondo piano un’altra guerra, per la quale siamo tutti arruolati e che stiamo perdendo: quella contro il degrado dell’ambiente, che minaccia anch’essa, come gli arsenali nucleari, la nostra sopravvivenza.

Sono passati quasi ottanta anni dalla nascita dell’ONU, con la solenne dichiarazione di rinuncia alla guerra per regolare le controversie internazionali, e una trentina di anni dalla caduta del muro di Berlino, che sembrò porre fine alla divisione del mondo in due campi ferocemente contrapposti. Con la cosiddetta “globalizzazione”, che riduceva l’importanza delle frontiere per consentire la mobilità dei beni e delle persone, sembrava essersi aperta una fase di convivenza e di reciproca tolleranza. Sul piano degli armamenti si era aperto un percorso di contenimento e riduzione di quelli più pericolosi. La violenza non era stata cancellata dalla Terra, e le cosiddette “guerre regionali” hanno continuato a produrre morte e distruzione, ma apparivano fenomeni che potevano essere progressivamente contenuti. Questa prospettiva presupponeva una evoluzione culturale e politica che evidentemente non c’è stata. La pace non può convivere con eccessive disuguaglianze economiche e sociali, né con sistemi autoritari nei quali i popoli non possono esprimere democraticamente la loro volontà.

Il trionfo del capitalismo nella sua versione peggiore, quella finanziaria, ha accentuato il dislivello delle condizioni di vita fra nord e sud del mondo; la concentrazione della ricchezza in pochissime mani, che in assenza di una efficace regolamentazione detengono un potere superiore alla maggioranza degli Stati (https://volerelaluna.it/materiali/2022/10/05/top-200-come-sono-cambiate-le-multinazionali/), la crescita incontrollata dei consumi di beni materiali ha riaperto la competizione per l’accaparramento delle materie prime e delle fonti energetiche, portandoci rapidamente all’orlo del baratro rappresentato dall’aumento irreversibile della temperatura del pianeta. Al rinato rischio della guerra nucleare si è sommato quello del disastro ambientale.

In questa situazione di precario equilibrio la vicenda ucraina rischia di fungere da detonatore e la sua risoluzione non può essere affidata alle armi. Occorre rendere trasparenti le reali motivazioni e i veri obiettivi dello scontro fra USA e Russia, di cui l’Ucraina è solo il terreno di gioco; respingendo il tentativo di nasconderli dietro antichi nazionalismi, fanatismi religiosi, storiche rivendicazioni territoriali. È soprattutto indispensabile restituire alle organizzazioni internazionali il loro ruolo di mediazione, che è stato volutamente (da entrambe le parti) progressivamente cancellato per avere mano libera nelle politiche neo-colonialiste perseguite spesso nascondendosi dietro i nuovi mercenari, che uccidono senza bandiera.

La Terra non può permettersi una nuova guerra fredda, con i suoi costi umani ed economici, perché solo il pacifico coinvolgimento di tutte le nazioni in scelte razionali sul piano dei modelli di consumo e dell’uso delle risorse sempre più limitate (pensiamo all’acqua!) può frenare il riscaldamento globale che renderà a breve il pianeta inadeguato alla nostra sopravvivenza. I Paesi europei, almeno quelli che si riconoscono nelle motivazioni ideali che portarono alla nascita dell’Unione e cancellarono una storia secolare di conflitti, non possono abdicare al loro ruolo di mediatori naturali per motivi geografici, economici e culturali.

Noi, cittadini europei, dobbiamo pretendere dai nostri governi di assumere iniziative in tal senso, rinunciando a politiche di riarmo che fanno crescere quotidianamente i rischi dell’apocalisse. Per questo è necessario scendere pacificamente in piazza il prossimo 5 novembre, senza distinzione di bandiere politiche (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/10/21/di-nuovo-in-piazza-il-popolo-della-pace/).


“Vaccinazioni di massa” in Val Susa

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1.

L’assuefazione al sopruso, la stanchezza per decenni di lotta che prima o poi cade addosso, gli anni che pesano sulle spalle dei più anziani, le accuse infamanti che pesano più degli anni e la dura repressione, il rischio della rassegnazione sempre in agguato. E poi la fiducia nella democrazia e nelle istituzioni messa ripetutamente a dura prova e il panorama politico sempre più desolante. La convinzione che nel dopo Covid niente dovrà essere uguale a prima, la speranza che cede il posto all’illusione e il dubbio fondato che tutto possa essere peggio di prima. E le continue prove di forza, l’ultima subita nella notte pochi giorni prima, le ferite ancora aperte che si aggiungono a quelle appena rimarginate, l’umiliazione, il senso di impotenza, la rabbia, l’incredulità e nuovamente la rabbia da tenere sotto controllo. Tutti questi pensieri si mescolavano nella testa di chi si stava avvicinando al grande “centro vaccinale” aperto a tempo di record a San Didero.

Numerosi volontari con pettorina gialla regolavano il traffico, suggerivano uno spazio per parcheggiare e indicavano la direzione per proseguire a piedi lungo la stradina che si snoda tra muri a secco e prati su cui pascolano mucche incuriosite dall’inaspettata folla e indifferenti alle diossine della vicina acciaieria: in un paio d’ore oltre 4.000 persone avrebbero ricevuto una dose di rinforzo di vaccino. Non c’era stato il tempo di programmare la somministrazione delle dosi, nessun sistema di prenotazione era stato attivato, tutto era stato deciso in fretta non senza qualche contrasto su come rispondere più efficacemente all’emergenza senza rinunciare a guardare lontano.

Avvicinandosi al “centro vaccinale” ognuno, guardandosi intorno, si sorprendeva nel vedere volti che non vedeva da tempo, provava sollievo e intuiva che il pomeriggio sarebbe stato interessante e difficile da dimenticare. Pochi giorni prima c’era stato il blitz che aveva portato alla conquista manu militari di una bella fetta di prati e rado bosco tra la statale 25 e il fiume Dora con l’obiettivo di recintare un’area su cui dovrebbe nascere un nuovo autoporto. L’amministrazione comunale di San Didero, il giorno dopo, aveva scritto:

«È vergognoso quello che è successo nel centro abitato di San Didero martedì 13 aprile. Lacrimogeni sparati nei cortili delle case, campi di grano calpestati, candelotti di lacrimogeni sparsi nei prati, di cui taluni inesplosi, un pericolo per le persone e i bambini che vogliono muoversi nel verde e non ultimo per gli animali al pascolo. Un paese sotto assedio. L’Amministrazione Comunale di San Didero si stringe ai suoi cittadini, esprimendo rammarico e rabbia allo stesso tempo per l’uso improprio di forze dell’ordine che, per difendere un cantiere sulla SS 25 distante 1,5 chilometri dal centro abitato, si sono spinte all’interno del paese, spargendo il panico fra i residenti. In questo modo si calpestano i diritti, sia dei cittadini sia degli amministratori che rappresentano la comunità».

Come sempre è tutto un altro film rispetto a quello mandato in onda dalle varie tv e riportato dai grandi quotidiani alla ricerca di una pietra lanciata da chi tenta di resistere all’invasione: su questi schermi le truppe sono sempre schierate ordinatamente, attente solo a difendersi dagli attacchi di orde di incappucciati violenti.

La sala triage del grande “centro vaccinale” era stata allestita all’esterno del salone polivalente di San Didero, come sempre di questi tempi è d’obbligo aggiungere «in totale sicurezza e nel pieno rispetto delle norme anticovid». A un tavolo il sindaco di San Didero, il vicesindaco di Bruzolo, il presidente dell’Unione montana, un insegnante, un naturalista e due professori universitari. E ad ascoltarli un numero crescente di valsusini, centinaia: seduti nelle sedie opportunamente distanziate, seduti in terra, in piedi tutt’intorno e lungo la rampa che porta alla strada che poi scende verso la statale 25 chiusa «per motivi di ordine pubblico».

Tra l’abbaiare dei cani nei giardini delle case vicine e le corse dei bambini nel piazzale il sindaco ha raccontato l’accaduto e ha accennato alle umiliazioni subite di fronte al prefetto che prontamente lo aveva convocato per richiamarlo all’ordine. Applausi. Applausi anche al vicesindaco di Bruzolo e poi al presidente dell’Unione montana che rilevava, tra l’altro, che la prima opera costruita per far passare un treno che dovrebbe togliere i tir dalle strade sarà proprio un autoporto per i tir. Sembra una beffa ma è così. Notare che l’autoporto a San Didero era già stato costruito quarant’anni prima, esattamente nello stesso luogo. Era stato completato e poi era stato deciso che non serviva e il giorno dopo se n’era costruito un altro dieci chilometri più a monte cementificando così il doppio. Il gigantesco edificio dell’autoporto fantasma di San Didero era diventato in poco tempo fatiscente e ora, sul tetto, un piccolo gruppo di no Tav cercava di resistere allo sgombero.

Dopo gli applausi agli amministratori la parola era andata ai quattro tecnici, tutti esponenti di una commissione nominata dalla stessa Unità montana. E giù a sciorinare dati e a elencare le tante irregolarità procedurali legate al progetto del nuovo autoporto (https://volerelaluna.it/tav/2021/04/16/pensavo-fosse-un-treno-invece-era-un-camion/). Sul tavolo dei sindaci e dei tecnici erano allineati una ventina di candelotti lacrimogeni raccolti nei cortili delle case e nei prati nei giorni precedenti: solo un piccolo campionario, s’intende. Quasi due ore di triage, ma nessuno mostrava insofferenza per l’attesa, al contrario si compiaceva di venire coinvolto per essere informato.

Poche settimane prima, anche in vista dell’annunciato arrivo a San Didero di un nuova variante del virus, era stato effettuato un test di massa sui vaccini proprio a Chiomonte dove era presente dal 2011 un focolaio particolarmente resistente: il virus aveva colpito per la prima volta a Venaus anni prima, un vaccino era stato scoperto in fretta e aveva risolto un situazione difficile. Poi, negli anni successivi, il virus era ricomparso qua e là ma l’epidemia vera e propria era stata dichiarata a Chiomonte. Fin da subito tra virologi ed epidemiologi era nata grande confusione ma quasi sempre il problema era riconducibile al solito vecchio conflitto di interessi e i media facevano a gara nel dare spazio a coloro che confondevano il virus con il vaccino e il “laboratorio” Valsusa assumeva così significati opposti: laboratorio di democrazia per una parte, laboratorio di sperimentazione di nuove tecniche repressive dall’altra. Per i valsusini gli obiettivi erano, come sempre, principalmente due: combattere il virus (quello vero) e combattere l’ignoranza, la disinformazione e il pregiudizio. Una battaglia dura, combattuta ad armi impari.

Ma tornando a Chiomonte e al test delle settimane precedenti: quella che avrebbe potuto risolversi in un normale attacco di burocrazia vessatoria in cui poche cavie sarebbero state sacrificate da medici spregiudicati era stato trasformato in una grande occasione di partecipazione attiva e responsabile (https://volerelaluna.it/tav/2021/02/26/marziani-in-val-di-susa/). Le cavie si erano moltiplicate a dismisura su base volontaria e per gli aspiranti Lombroso era stata una sofferenza: un piccolo esperimento crudele si era trasformato in un test di massa in cui le cavie avevano alzato la testa sussurrando maliziosamente «sarà düra». Molte di queste cavie si sarebbero ripresentate a San Didero portando parenti e amici, il test di massa aveva dato esiti positivi e avrebbe contribuito all’affollamento del “centro vaccinale” di San Didero.

2.

Dopo il triage è stata subito meraviglia.

Oltre 4.000 persone, la maggior parte valsusini, vincevano la paura dando vita a un grande corteo in cui era immediato cogliere la forza di una nuova forma di disobbedienza civile. Vale la pena ricordare in proposito quanto aveva scritto su una rivista specializzata la costituzionalista Alessandra Algostino analizzando i vari Dpcm così di moda da oltre un anno. A proposito della «inedita, almeno dal punto di vista della Costituzione, distinzione fra manifestazioni in forma statica – si potrebbe chiosare, i presidi – e “in forma dinamica” – i cortei” ‒» la professoressa rilevava l’introduzione di «una forma inedita di restrizione in via generale e preventiva, se pur nei limiti temporali di vigenza del decreto, della libertà di manifestazione, quando essa appare come riunione in movimento, ossia corteo». Da costituzionalista, si chiedeva se ci fosse «un bilanciamento proporzionato e ragionevole fra il diritto alla salute e il diritto di riunione» concludendo che, ferma restando la necessità di regole di distanziamento volte a contenere la diffusione del Covid-19, «non pare né ragionevole né proporzionato il divieto di cortei» e notava la contraddizione tra il fatto che fossero consentiti «assembramenti (riunioni casuali) sui mezzi di trasporto» e venissero vietati i cortei, tra cui quelli in difesa del posto di lavoro. Quasi non fossimo in una Repubblica fondata sul lavoro. E si chiedeva: «nel momento in cui non è ristretta la libertà di circolazione, non sono limitate le attività produttive, perché le manifestazioni devono essere solo statiche?».

Gli oltre 4.000 di San Didero si erano dati la risposta. Qualche malizioso potrà notare che, confrontati con le decine di migliaia di cui la Val Susa ci ha abituati negli anni, i 4.000 che si muovevano in corteo da San Didero son poca cosa. Ma il ragionamento non tiene conto dei timori legati al Covid e soprattutto dei pensieri di cui parlavo all’inizio che giravano nella testa di coloro che erano venuti per la somministrazione del solito vecchio vaccino: la fiducia nelle proprie forze e nella forza della ragione. Gli stessi timori e gli stessi pensieri che in questa occasione avevano tenuto lontani altri già pronti però a vaccinarsi alla prossima occasione. Fatto sta che, non avendo avuto il tempo di organizzare le cose in grande, la cosa era diventata grande da sola e “soltanto” 4.000 persone respiravano ora a pieni polmoni un’aria nuova. Tanti giovani e persone di ogni età, bambini liberi di correre e cani tenuti al guinzaglio. E dall’altra parte della ferrovia le truppe schierate con aria minacciosa che venivano ignorate dal corteo che svoltava verso Bruzolo e poi sulla strada statale verso San Giorio.

Il prof. Tartaglia, di inossidabile e ben documentata fiducia nelle regole democratiche, in riferimento alla imponente militarizzazione ha parlato di «truppe coloniali» e di «occupazione militare da parte di forze armate dello Stato» e si è chiesto: «Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, nello Stato? E a cosa si è ridotta la credibilità della politica?». Che le definizioni fossero azzeccate e le domande ben poste se ne avrebbe avuto conferma la sera stessa in cui le truppe coloniali di occupazione avrebbero ripreso l’abitudine di sparare candelotti lacrimogeni ad altezza d’uomo: questa volta a farne le spese sarebbe stata una ragazza colpita in pieno volto subendo numerose fratture ed emorragie cerebrali. I generali avrebbero poi negato l’evidenza lasciando intendere che la ragazza si sarebbe scagliata volontariamente a testa bassa contro un oggetto non identificato procurandosi qualche graffio. Tant’è che volevano interrogarla subito nella stanza dell’ospedale. La storia si ripete da anni. Non sono pochi coloro che hanno subito gravi danni permanenti. Siamo in tanti a chiederci come sia possibile che così pochi tra coloro che guardano i TG, seguono i talk show e leggono Stampa e Repubblica non si interroghino su come sia possibile che un candelotto che dovrebbe essere usato per spargere sostanze urticanti al fine di tenere lontani potenziali aggressori possa essere usato come proiettile. Eppure le prove non mancano, non mancano i video che lo documentano e non mancano le voci di carabinieri che si vantano con i commilitoni dicendo: «Sì, ne ho tirati due in faccia!». Qualcuno si è preso la briga di raccogliere un ricco dossier: vedere per credere (https://www.notav.info/post/il-tiro-al-notav-da-parte-delle-forze-dellordine-e-prassi/). Ma si sa, sul piano mediatico la lotta è impari.

Del candelotto danneggiato da una ragazza che lo avrebbe colpito con lo zigomo, il corteo partito da San Didero ancora non poteva sapere, anche se qualcuno parlava della ragazza colpita sul petto la sera precedente, per fortuna con minori danni. Nel corteo prevaleva ora la gioia del ritrovarsi nuovamente in tanti, il vaccino mostrava già i primi effetti e lo sguardo andava ai prossimi mesi e ai prossimi anni. Questo corteo colorato, con tanta gente “normale”, quella stessa di cui si ricordano i partiti solo in campagna elettorale, quella cancellata dai grandi media, questo corteo era un grande segnale di ripresa di un viaggio che, come recita il titolo di un libro «non promettiamo breve». I trattori nei prati intorno incrociavano il corteo e sopra le teste volteggiavano parapendii mentre il sole tramontava dietro alle montagne. Anche queste immagini a colori (https://photos.app.goo.gl/1UjVLN2EiZoie1qa7) stridono con il bianco nero delle immagini cupe e minacciose mostrate in tv.

Il popolo no Tav, con grande delusione di chi lo vorrebbe sull’orlo di una crisi di nervi a causa delle continue angherie subite negli ultimi trent’anni, non si è dunque fermato: i tanti anziani presenti nel corteo partito da San Didero ne sono la conferma; i tanti giovani sono l’evidenza di un continuo ricambio generazionale. Giovani e vecchi stanno ricostruendo rapporti a volte logorati con amministratori stanchi e pigri, anche se quelli vivaci non mancano di certo. Sono segnali confortanti anche per molti che guardano alla Val Susa come a un luogo che non si piega di fronte alla dittatura del pensiero unico, un luogo in cui la forte repressione non riesce a cancellare il diritto al dissenso, un luogo in cui la solidarietà non è parola vuota anche nei confronti dei migranti che vi transitano alla ricerca di un futuro. Di questi argomenti, e non solo di Valsusa, si parlerà, tra l’altro, giovedì 22 aprile alle 16 in un appuntamento, organizzato, insieme a diverse altre associazioni, dal Controsservatorio Valsusa, che potrà essere seguito in diretta streaming: https://youtu.be/phegbdRB_Hc

Intanto in Val Susa ci si gode l’effetto del vaccino, domani è un altro giorno e si vedrà. L’amministrazione comunale di San Didero scrive nel suo appello-denucia:

«Non ci è dato sapere cosa accadrà con questa militarizzazione chiamata a difendere un cantiere che costerà oltre 50 milioni di euro [il riferimento è ovviamente solo all’autoporto, opera preliminare del Tav, ndr]; certo è, che, in un momento di crisi emergenziale dovuta alla pandemia, dove non arrivano i vaccini per il Covid-19, dove il lockdown ha fatto sì che chiudessero imprese e attività commerciali, nella piana di San Didero-Bruzolo vengono inviate delle truppe di occupazione. Come si può parlare di tutela ambientale, transizione ecologica, come si può pensare che quest’opera possa contribuire a migliorare la vita dei cittadini?»

E qui il riferimento, implicito ma chiaro, non è soltanto all’autoporto.


MANIFESTAZIONE – TORINO, 11 GENNAIO 2020

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LIBERTÀ PER NICOLETTA, GIORGIO, MATTIA, LUCA
E PER TUTT* I/LE NO TAV

Torino – sabato 11 gennaio, ore 13.30, piazza Statuto

È dal 30 dicembre che Nicoletta si trova in carcere, dal 18 Giorgio e Mattia. Qualche mese prima era toccato a Luca che dovrà usufruire del regime di semilibertà con fortissime restrizioni. Questa è solamente la fotografia ad oggi di una situazione che il Movimento No TAV continua a denunciare da anni: decine di processi, centinaia di indagati e condannati, anni di galera dati come se fossero noccioline, misure di prevenzione, fogli di via, sospensioni della patente per “mancanza dei requisiti morali” eccetera sono solo una parte delle azioni messe in campo dalla questura, dalla procura e dal tribunale di Torino per provare a sfiancare la lotta No TAV e le altre lotte sociali del territorio.

Il mondo a cui aspiriamo è ben diverso da quello voluto e difeso da chi ci incarcera e ne gioisce, sperando di zittirci: sappiamo che tutto questo non accadrà perché insieme a noi, uomini e donne in tutto il paese, che abbiamo incontrato nelle tante lotte dal nord al sud Italia, non rinunciano a lottare consapevoli che solo così sarà possibile un vero cambiamento.

È per questo che invitiamo ogni realtà singola o collettiva a partecipare alla grande manifestazione No TAV che abbiamo deciso di organizzare sabato 11 gennaio a Torino. Solo lottando sarà possibile liberare tutte e tutti! Ci vediamo a Torino! Ore 13.30 piazza Statuto.


TAV. Venaus 14 anni dopo

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L’8 dicembre 2005 è stata una data spartiacque nella trentennale vicenda dell’opposizione alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione e del Movimento No Tav.

Due giorni prima, la notte del 6 dicembre, le forze di polizia erano intervenute per sgombrare il presidio allestito sui terreni nei quali si sarebbero dovuti effettuare i sondaggi propedeutici allo scavo del tunnel di base della nuova linea. L’intervento era stato particolarmente brutale con quindici presidianti feriti (alcuni dei quali con lesioni serie) e distruzione delle tende. Scriverà, sul punto, il giudice per le indagini preliminari di Torino nel decreto di archiviazione 16 giugno 2009 che «numerosi fatti costituenti i reati di lesioni personali volontarie (talora concorrenti con il delitto di violenza privata) e percosse sono stati perpetrati da operatori di polizia. Ciò risulta incontestabilmente dalla descrizione fornita dai manifestanti riscontrata dalle certificazioni mediche: infatti tra le 21 persone che hanno presentato querela […] e gli altri 14 manifestanti identificati […] ben 18 (la metà) risultano essersi recati in ospedale per ricevere cure ([… mentre] tutti gli agenti ai quali sono stati rilasciati i certificati medici allegati all’annotazione Digos Questura Torino – con cui sono stati trasmessi gli atti relativi allo sgombero del cantiere Tav di Venaus del 6 dicembre 2005 – risultano essere stati feriti in altre circostanze») e addirittura 23 di essi riferiscono specificamente di essere stati percossi dagli agenti, senza ragione, con manganellate, anche ripetutamente».

Nei giorni successivi la valle si fermò e l’8 dicembre un corteo di 40.000 persone, partito da Susa sotto la neve, aggirò gli sbarramenti, arrivò a Venaus, abbattè le reti di recinzione installate dopo l’intervento della polizia e rioccupò l’area del cantiere piantando sui terreni le bandiere No Tav.

Quel giorno ha lasciato il segno: da un lato rinsaldando il rapporto tra le diverse componenti del movimento di opposizione (dai sindaci ai valligiani, dai centri sociali di Avigliana e Torino agli ambientalisti), dall’altro provocando una sfiducia e una diffidenza nei confronti delle istituzioni centrali e regionali e delle forze di polizia che si sono rafforzate negli anni.

Da allora ogni anno, con la neve o con il sole, un imponente corteo ripercorre la strada che da Susa porta a Venaus. Non è un amarcord, anche se il ricordo di quanto è stato ha – come ovvio – una parte importante. Non è un semplice amarcord ma un evento capace, ogni anno, di rinnovarsi, nei contenuti e nei partecipanti.

Anche quest’anno è stato così. Almeno 15.000 persone (persino La Stampa è stata costretta a parlare di 9.000…) hanno sfilato per ore. Soprattutto valligiani, ma anche torinesi e consistenti delegazioni provenienti dalla Francia e dalla Spagna. Un serpentone colorato lungo chilometri, con donne, uomini, vecchi, bambini e migliaia di bandiere, di cartelli, di striscioni combattivi, ironici, irridenti nei confronti di istituzioni e politici che definiscono “chiusa” la questione del Tav ma che, intanto, non riescono a procedere neppure di un metro mentre il movimento No Tav è sempre vivo, più vivo che mai.

Due, quest’anno, le parole d’ordine più forti: la critica contro la repressione che conosce un nuovo momento di grande intensità (cfr. La vicenda esemplare di Luca… e Intervista a Nicoletta Dosio…) e la sottolineatura del collegamento dell’opposizione al Tav con la più generale mobilitazione contro i cambiamenti climatici in atto e per politiche attente a un diverso modello di sviluppo. Lo ha ricordato Alberto Perino all’inizio della manifestazione: «Il TAV è un ecocidio. Uccideranno l’ambiente. Dicevano che siamo morti, ci hanno messi in galera per farci tacere. Ma noi siamo ancora qui. Per dire no al TAV, per salvare il pianeta e per la casse esauste del nostro povero Paese. Siamo qui per quei ragazzi che sono in prima linea e che non c’erano 14 anni fa. Ma che hanno capito l’importanza della nostra lotta».

Con il Movimento e con i sindaci hanno sfilato in molti quest’anno, dalla Fiom a Legambiente, il cui presidente regionale Giorgio Prino ha diramato un comunicato in cui si legge: «Le ferite dei nostri territori ci dimostrano ancora una volta che la crisi climatica impone dei cambiamenti urgenti nelle priorità non solo dell’agenda politica internazionale, e la Conferenza sul clima in corso a Madrid è un importante banco di prova su questi temi, ma anche di quella nazionale e locale. Le opere che davvero servono all’Italia e al Piemonte sono altre, non certamente il TAV la cui utilità, dopo decenni di discussione, resta ancora tutta da dimostrare». Ma soprattutto hanno sfilato – aprendo il corteo – molti giovani di Friday for Future Val Susa. A dimostrazione di due cose fondamentali: che il movimento No TAV non è isolato (ma, al contrario, è in piena sintonia con la rinascita che attraversa il mondo intorno all’emergenza climatica) e che una nuova generazione di giovani si sta preparando a prendere il testimone della protesta, che durerà a lungo. «Sarà düra» (ovviamente per chi vuole il TAV) come dice uno degli slogan del Movimento.

Ancora una volta una grande giornata di lotta, di festa, di consapevolezza. Una risposta a chi ripete con la grancassa (forse per autoconvincersi) che i giochi sono fatti. Una risposta anche al lettore de La Stampa che, commentando criticamente, sul sito del giornale, la manifestazione di ieri aggiunge: «Dimostrino che la TAV è un ecocidio e che produrrà un inquinamento enormemente superiore a quello delle migliaia di camion che percorrono giornalmente la Valle. Allora “noi massa” potremo unirci consapevolmente alle proteste No TAV e anche i politici avranno in mano una valido motivo ecologico per fermare per sempre la costruzione di tale linea ferroviaria». La dimostrazione sta nei dati del Quaderno n. 8 dell’Osservatorio Torino-Lione del Governo italiano da cui risulta che scavare ex novo le gallerie della linea ferroviaria aumenterebbe le emissioni di CO2 fino al 2038, quando probabilmente non ci sarà neppure più un ghiacciaio sulle Alpi e sarà impossibile tornare indietro (vedi: Chi applaude Greta e vuole il TAV non la racconta giusta). Se il commento è sincero non è da escludere che un giorno – sperabilmente vicino – le “masse” si uniscano consapevolmente alle protesta No TAV (mentre per i politici lasciamo perdere…).


Torino – Il futuro non è TAV

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Finalmente si può tornare a respirare a Torino. Come il föhn che ha soffiato dalle montagne per tutto il giorno, l’immenso corteo che ha attraversato il centro ha spazzato via l’aria stantia che ristagnava  sulla città da quasi un mese, dal 10 novembre delle “madamine”. Ristabilendo, con la forza dei fatti, pesi e misure. E insieme ragioni e Ragione.

Lo sapevamo che avremmo dovuto essere davvero in tanti, tantissimi, più di quanti mai erano scesi in piazza dietro le bandiere No TAV, perché i maestri della post-verità – quelli che non stanno nemmeno a contare perché i numeri buoni li stabiliscono loro – avrebbero fatto di tutto per dire che eravamo di meno. Magari numerosi, perché no?, migliaia, certo, ma meno di quelli che loro stessi un mese fa avevano convocato in Piazza Castello, con un gigantesco dispiegamento di mezzi mediatici. Era la condizione per non lasciar svanire la spinta propulsiva di quell’evento che avevano continuato a gonfiare e usare per settimane al servizio della lobby degli affari con i soldi degli altri (per dirla con Luciano Gallino). Avevano già in testa le cifre “giuste”: 20.000 per Repubblica, 15.000 per La Stampa, quelle che infatti a metà pomeriggio avevano anticipato sui rispettivi siti. Esattamente la metà di quelle che con simmetrica manipolazione – moltiplicando allora, oggi dividendo – avevano proclamato per la piazza “buona” del 10 novembre. Poi però la forza dei fatti si è imposta, per una volta almeno, sulle tecniche dello storytelling, per la perentorietà delle immagini, per la fisica dei solidi che permetteva a chiunque, col solo sguardo, grazie alla unità del contesto spaziale, di prendere le misure e comparare: la Piazza Castello che si andava riempiendo quando ancora Piazza Statuto stava finendo di svuotarsi diceva che si doveva essere almeno il doppio degli “altri”. E se di quelli si era detto 30-40.000 mila, di questi non si sarebbe dovuto andare sotto i 70.000 a voler essere onesti (magari 50.000 per restare, come sempre, avari: e così concluderà, con rammarico, Repubblica).

Ma non è solo questione di numeri (questa riguarda solo la propaganda “di sistema”). E’ soprattutto questione di contenuti. E di Qualità. La distanza abissale tra le due piazze Castello – quella delle “madamine” impreparate, per loro ammissione, e quella delle “muntagnine informate”, come recitava uno striscione – era rivelata dalla loro stessa composizione biografica, dai visi, gli abbigliamenti, il colore dei capelli, i reciproci lessici, gli sguardi e le parole con cui comunicavano le rispettive motivazioni (o l’assenza di esse), il rapporto con la “cosa” che stavano facendo, il sedimento di storie individuali e collettive… Si trattava davvero di due “mondi”. Di “due città”, per riprendere un tema ricorrente in letteratura.

Ora, a un mese dall’evento, posato il polverone mediatico e reso agibile il confronto tra le due manifestazioni, possiamo ben dirlo (dare sistematicità a un’intuizione già di allora): quella, tanto celebrata, del 10 di novembre era una “piazza vecchia”. Vecchia anagraficamente (età media sessant’anni), ma anche e soprattutto socialmente, e culturalmente. Una piazza d’Ançien régime, aggregato di “ceti” obsoleti nato sull’asse tra il Notaio Ganelli e il banchiere Giubergia, triangolando con i vecchi amministratori politici licenziati nell’ultima tornata elettorale e con una costellazione di Confindustrie piemontesi orfane del precedente sovrano alla cui ombra erano vissute e dopo il cui esodo americano non sanno che pesci pigliare. Ceti nel senso storico del termine – il tedesco Stände: Ordini, Ranghi, Corporazioni –, identificanti l’interesse generale con la propria sopravvivenza un po’ parassitaria, incapaci di immaginare un cosmo diverso da quello che ne garantisce i privilegi di status e di censo. Quelli che si erano auto-attribuiti il ruolo di “rappresentare il futuro” (il “futuro di Torino” era lo slogan dominante) ne rappresentavano ahimé – tanto drammaticamente quanto plasticamente – il passato: era il “sistema Torino”, il conglomerato d’interessi finanziari, immobiliari e politici che aveva dominato la città per lo meno dagli anni ’90 in poi, e ne aveva gestito il declino, quello che si era presentato in quella piazza sabauda. I falliti della transizione della città oltre il proprio precedente profilo di metropoli di produzione fordista: notai e liberi professionisti arricchitisi grazie ai flussi di risorse dei grandi eventi, si chiamassero Olimpiadi invernali o 150esimo dell’Unità d’Italia, passante ferroviario o ristrutturazione di Parco Dora; commercianti ed esercenti boccheggianti per il calo dei consumi in una città impoverita e attaccati al respiratore automatico di flussi turistici rispetto ai quali non fanno nulla per offrire servizi adeguati; galoppini di partito o ex funzionari piazzati dalla vecchia amministrazione in centinaia e centinaia di Consigli d’amministrazione di partecipate pubbliche a percepirne i gettoni di presenza; imprenditori smarriti per l’assenza di prospettive nei loro settori, dopo aver lesinato oltre il lecito sugli investimenti in Ricerca & Sviluppo e appesi alla speranza di qualche refolo di risorse pubbliche connesse all’indotto di un’Opera inutile; ex burocrati pubblici e privati timorosi del taglio alle proprie pensioni più o meno d’oro; insieme alla folla atomizzata dei lettori affezionati (sempre meno, ma ancora ci sono) dei giornaloni nazionali e delle loro appendici cittadine, convinti davvero dal loro storytelling, dagli slogan semplificanti, dalle mezze o finte verità.

Dall’altra la piazza mobile dell’8 dicembre. Una piazza insieme “storica” e “nuova”. Storica perché aggregata intorno alla spina dorsale valsusina, con i suoi oltre vent’anni di lotta tenace, partecipata, intelligente. Ma insieme “nuova” perché non poteva non colpire la presenza imponente, impressionante, di giovani, di ragazze e ragazzi ventenni, fino a ieri invisibili sulla scena pubblica, e ora emersi alla superficie con una carica di energia pulita, festosi e determinati a prendersi – loro sì – il proprio futuro, senza rancore, senza aggressività (l’atteggiamento non solo pacifico ma sereno di quel serpentone era uno dei dati che più colpivano), senza semplificazioni. E se la Val Susa rappresentava il serbatoio di esperienza e di saperi (nei loro vent’anni di resistenza quei “muntagnini” avevano imparato quasi tutto di quello che occorre sapere sul trasporto ferroviario, i volumi di traffico, le rottura di carico, i sistemi idrogeologici, la produzione di CO2, ecc.), Torino portava la massa, anch’essa enorme, emergente da una società riflessiva, che non si ferma agli slogans, che ragiona e fa di conto, e si preoccupa dello spreco del denaro pubblico come della devastazione dei territori. Portava anche la memoria dei propri tempi migliori, nelle biografie di tanti militanti di base della vecchia sinistra rimasti orfani elettorali, operai ed ex operai con ancora dentro l’orgoglio di produttori, indignati dallo spirito da questuanti dell’imprenditoria cittadina, artigiani, commercianti della periferia, lavoratori precari non coperti dall’assicurazione sociale delle fedeltà politiche, insegnanti imprigionati tra le sbarre della “Buona scuola”, intellettuali non ridotti a intrattenitori di corte, gente abituata a farsi un’opinione propria e a fare a sua volta il fake checking ai fake checking di Paolo Griseri.

Quel “patto generazionale” – quella linea longitudinale di continuità tra passato, presente e futuro – era d’altra parte annunciato nello stesso striscione di apertura del corteo, che diceva appunto: «C’eravamo, ci siamo, ci saremo! Ora e sempre No TAV». Così come l’intreccio tra popolo e istituzioni che rappresenta uno dei tratti più importanti e positivi dell’esperienza in Valle era reso visibile dalla folta delegazione di sindaci in fascia tricolore che lo seguivano. E poi le “partigiane della terra e del futuro”, con in testa un cappello di carta azzurro e su scritto “meglio montagnina che madamin”; i ragazzi che sfilavano dietro la scritta  “Il vostro progresso è nato vecchio, il futuro è nostro”; il cartello con i sei SI (SI a chi non è indifferente; SI a chi è solidale; SI a chi ha il coraggio di lottare; SI a chi non si fa calpestare; SI a chi non si rassegna ai soprusi; SI al movimento NO TAV).

Erano, letti tutti insieme, i termini di una grammatica e di una sintassi che parla di qualcosa sicuramente diverso, rispetto al panorama degradato del nostro presente pubblico (quello appunto della piazza del 10 novembre, fatto di tanti “è così perché è così”, “si deve fare perché si deve fare”, “i miei studenti [assenti] vogliono andare in vacanza a Barcellona”, “il TAV serve a scambiarsi le idee”, ecc.). Un “ordine del discorso” che parla, finalmente, di autonomia di pensiero, attenzione alla complessità, visione lunga nel tempo e ampia nello spazio, non ripiegata sugli slogan di un esistente senza prospettiva ma testardamente impegnata nella ricerca di una via di fuga da esso: di un’uscita in avanti. 

Sbaglia, sbaglia di grosso, Ezio Mauro quando comparando, e mettendo sulla stessa bilancia, la piazza romana di Salvini e quella torinese dei No TAV ne deduce il segno di una contraddizione interna al governo, come se quelle entità collettive umane contenute nelle rispettive piazze fossero senza residui riducibili a due soggetti politici e addirittura a due componenti di governo. È un errore – che può rivelarsi fatale per chi intende offrire ai propri lettori un qualche senso di ciò che accade – perché se la piazza romana può, a tutti gli effetti, essere assimilata a una “piazza di partito”, quella torinese no. Sta agli antipodi. È una piazza senza padroni né sponsor politici, e l’ha detto in tutti i modi, in tutti i linguaggi comprensibili purché ci siano orecchie disposte ad ascoltare. Non era e non sarà mai, quella, la piazza di qualcuno. Men che meno di una qualche forza “di governo” (che non ci siano governi amici l’hanno ripetuto da sempre, e anche ieri!). Non certo dei 5Stelle bersagliati, nel corteo da molti slogans e stigmatizzati dagli interventi dal palco. Pensare di ridurre a questione di schieramenti politici una resistenza sociale di territorio di lunga durata e una secessione culturale di grandi dimensioni è un segno di cecità inquietante, comprensibile in un politico quasi fuori-corso come Sergio Chiamparino, inatteso in un intellettuale come Ezio Mauro.

D’ora in poi, qui, come si suol dire, nulla rimarrà come prima. Perché alla fine i profili opposti delle “due Torino” sono usciti allo scoperto, si sono rivelati e contrapposti. Dalla tematica delle “due città” è attraversata nel profondo la storia culturale torinese. Ne parlò negli anni Venti Carlo Levi, sottolineando la perenne tensione tra le “due Torino” separate tra loro dal confine circolare delle “barriere”: la Torino burocratica-amministrativa che abitava il Centro, saldamente occupato da una borghesia medio-alto cresciuta all’ombra della Corte e, intorno, la Torino della grande periferia operaia, carsicamente ribelle, che periodicamente tentava l’assalto alla prima premendo sui confini. Ne ha parlato anche Norberto Bobbio, contrapponendo una “Torino di Gozzano” alla “Torino di Gobetti” («Di vecchia e agiata borghesia il primo, che vive in città ma ha la villa avita in campagna – scriveva Bobbio –; il secondo di piccola borghesia da poco inurbata, e i genitori che lavorano diciotto ore al giorno per condurre un modesto negozio»). «La Torino di Gozzano – scriveva allora Bobbio – è quella gianduiesca [che non amo, dice Bobbio] e quella ancora più detestabile delle ‘golose’*». È la città «che io rammento come un vizio da cui anch’io, ragazzo di famiglia bennata, ho dovuto redimermi» – proprio così dice Bobbio: redimermi –, ma ci sono voluti gli anni terribili della Resistenza. All’opposto «la Torino di Gobetti è la città dell’occupazione delle fabbriche, dei primi gruppi di opposizione al fascismo, aperto a una cultura militante, tanto sicura di sé da apparire spavalda, che guarda all’avvenire tempestoso, sfidando il tiranno che sta per domare con la frusta del domatore un paese di servi». Augusto Monti – a sua volta Maestro tanto di Bobbio quanto di Gobetti – parlò di una Torino (anzi di un Piemonte) «delle Vette» e di una «della Piana»: una rigorosa e giansenista, creativa e intransigente come è chi sceglie la strada difficile della scalata e della responsabilità di fronte ai problemi complessi, l’altra transigente e facilona, molle e disponibile, facile all’ipocrisia e al mercimonio… Lui aveva scelto «le Vette» – e l’aveva pagato –, ma conosceva benissimo il detto, molto torinese «Loda le Vette, ma tente la Piana». Tenersi la Piana, come mostra appunto di praticare con autocompiacimento l’establishment economico-finanziario e la sua protesi politico-amministrativa, oggi.

Oggi, quando neppure le tracce delle fabbriche e delle loro occupazioni, né quelle delle antiche barriere operaie resistono all’ingiuria del tempo; quando delle Vette scelte dai vecchi combattenti del Partito d’Azione Torinese non rimane più traccia neppure degli atteggiamenti dei loro storici, tuttavia quella vecchia frattura che attraversa la città – e dall’esito del cui conflitto dinamico è dipesa la depressione o la creatività del suo tessuto sociale e culturale – continua a lavorare sotto traccia. E l’8 dicembre ha fatto segnare un buon punto a favore della Torino delle Vette (o, quantomeno, della Montagna).

* Precisazione letteraria:
Ecco alcuni versi della poesia Le Golose di Guido Gozzano, a cui si riferisce Bobbio.

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine-
le dita senza guanto-
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta
divorano la preda. […]

 


I Sì TAV, i No TAV e le pecore

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Finalmente un po’ di politica al piano terra, con gente che si stacca dalla tastiera di Facebook, indossa il cappotto, prepara un cartello, una bandiera e una sciarpa e si mette per strada a difendere un’idea, giusta o sbagliata, ma pur sempre un’idea.

Manifestare il proprio pensiero è un diritto sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione. Non sono quindi condivisibili le dichiarazioni sprezzanti su madame e pensionati che hanno manifestato. Hanno tutto il diritto di chiedere anche quello che noi contestiamo. Quindi la riunione dei 40.000 Sì TAV in piazza Castello a Torino è un fatto di democrazia, come le marce di altre migliaia di cittadini che in venti anni hanno manifestato contro la nuova linea ferroviaria.

Però le dichiarazioni di due delle sette organizzatrici ci destano qualche perplessità.

Se contassero i kilometri percorsi, avremmo vinto noi. Se contassero le ore, i giorni passati a studiare la questione avremmo vinto noi. Se contasse la passione che abbiamo speso in questi anni, avremmo vinto noi. Lascia quindi un po’ di sconcerto la dichiarazione di una di queste signore che, in una trasmissione televisiva, ammette candidamente di non conoscere gli aspetti tecnici del progetto. Si fida dell’Osservatorio! Quello che, in un recente documento ufficiale ammette, anche qui con encomiabile candore, che le stime sui traffici merci erano un po’, o forse anche più di un po’, sovradimensionate.

Però in democrazia le Piazze contano relativamente, contano i voti in Camera e Senato. I rapporti con la Francia si decidono lì, in quelle aule che adesso non sembrano ancora “sorde e grigie”.

I commentatori della televisione e della carta stampata si accalorano nel sollecitare l’ascolto della gente, delle realtà produttive, di chi vuole la modernità contro gli alfieri (noi) del vintage dei trasporti.

Un’altra signora rilascia, con candido sorriso e sabauda perfidia, questa amabile dichiarazione: «Se ci credono veramente e amano la decrescita felice, qui intorno in Piemonte ci sono tante meravigliose valli, dove possono comprarsi una mucca e una pecora e decrescere felicemente, ma che lascino vivere noi».

Gentile madamin, una valle meravigliosa ce l’abbiamo già, con mucche, pecore, capre, cinghiali e cervi che non inquinano, e alla domenica con qualche migliaio dei suoi concittadini, di auto e sci muniti, che scorrazzano allegramente sulle nostre montagne e discendono dai pendii innevati. Siamo felici e determinati a conservarcela così, la nostra Valle. Piccolo particolare: siete voi, residenti in qualche soleggiata villa sulla collina torinese che non volete lasciarci vivere senza cantieri, espropri e seccature. Tutto per risparmiare un paio d’ore, tre o quatto volte nella vita, per andare a Lione.

Ultimo elemento di preoccupazione è la professione di una di queste signore, per sua ammissione cacciatrice di teste. Se prendono il potere, io, Perino e Poggio già immaginiamo i nostri capoccioni ridotti a tsantsa (teste rimpicciolite dell’Amazzonia) in bella mostra sul caminetto di casa Chiamparino.

A presto, in piazza.