La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale – 7. Bilanci

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Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) –, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare.

Si levò un grido altissimo, udendo il quale, Senofonte e gli uomini della retroguardia pensarono a un attacco nemico diretto anche contro l’avanguardia […]. Ma poiché il grido si faceva sempre più alto e più vicino, e i soldati che via via giungevano alla sommità si mettevano a correre verso i compagni che per parte loro continuavano a gridare, e poiché il grido si levava sempre più intenso mano a mano che cresceva il numero degli uomini arrivati in cima, Senofonte si rese conto che stava accadendo qualcosa di eccezionale. Allora balzò a cavallo e […] si mosse per recare aiuto; ma di lì a poco udirono i soldati che gridavano: «Il mare, il mare» e diffondevano questa parola di bocca in bocca. A questo punto tutti si misero a correre, anche gli uomini della retroguardia, e anche le bestie da soma e i cavalli partirono al galoppo. Quando furono tutti sulla vetta, presero ad abbracciarsi fra loro e coi generali e i comandanti.

(Senofonte, Anabasi, IV, 7, 20-25)

La notte di Natale, in pronto soccorso, è sempre velata da una patina di tristezza.

T. chiama urlando la sua badante, che ovviamente non è qui. È confuso dall’ambiente estraneo, è il terzo anziano non autosufficiente che ci recapitano di stasera per “problematiche di gestione familiare”. I parenti ambiscono a qualche giorno tranquillo.

I malati, come ogni Natale, si dividono in quelli abbastanza sani da sperare di tornare a casa in tempo e quelli, ancora più tristi, che vedono realizzarsi ora dopo ora una probabilità sempre più concreta di trascorrere le feste soli in ospedale, attorniati da sconosciuti e separati anche dai pochi cari conviventi con i quali avrebbero potuto festeggiare sobriamente.

Io, in compenso, mi sento fortunata, e percepisco attorno a me più felicità del solito. In assenza dell’albero addobbato, vietato causa Covid, sono comparsi disegni sugli armadietti e i colleghi con i quali finalmente riusciamo a concederci una fetta di panettone e una coca cola verso le tre e mezza del mattino sono numerosi e allegri. Siamo la famiglia più ampia alla quale è consentito trascorrere insieme la notte di Natale. Nei dialoghi si percepisce orgoglio per essere sopravvissuti a quest’anno difficile, e speranza di un cambiamento imminente. Pochi hanno voglia di ricordare la stanchezza dei mesi passati, alcuni sono stati chiamati a vaccinarsi dopodomani, e già parlano del prossimo viaggio, a lungo rimandato, che forse tornerà possibile, dei parenti da riabbracciare, di un 2021 diverso.

«Ti ricordi il primo malato Covid che abbiamo visitato?». Sembra un altro universo, decenni fa.

«Ti ricordi che paura il primo turno Covid?».

«E quando avevamo venti malati in degenza e ci davano solo la mascherina chirurgica e i camici non impermeabili?».

Ci sentiamo i superstiti di un naufragio, che in un momento di bonaccia si stupiscono di essere sopravvissuti, consci in parte di non essere ancora in salvo, ma felici abbastanza di esserci. Questa seconda ondata è stata come l’Anabasi, un ritorno a casa difficile in territorio ostile, ma forse per la prima volta, alla fine di quest’anno vediamo il mare.

«Se penso che a marzo sarei dovuto andare in Giappone… Ho spostato i biglietti già tre volte, chissà se la prossima sarà la volta buona».

«Ho venti giorni di ferie di quest’anno. D’altra parte per metà dell’anno ce le hanno bloccate, nei due mesi estivi siamo riusciti a malapena a fermarci una settimana a testa».

«Sì, perché tu sei stata sorteggiata ad agosto! Io ho pescato ottobre e al secondo giorno di ferie mi hanno richiamato in servizio perché avevano bisogno di rinforzi e c’erano 10 colleghi malati».

«Ma sai che Antonio è di nuovo positivo? Aveva già fatto la malattia a maggio, ora è asintomatico, ieri è tornato a farsi un tampone, dice che non ne può più di stare in casa e vuole tornare a lavorare».

Di bilanci di quest’anno ne leggerete a bizzeffe: tra un meme sull’ultima cena su zoom e una barzelletta sulla suocera che finalmente non sarete costretti a vedere ci sarà chi dichiara che stare soli con se stessi è un ottimo esercizio di mindfulness, chi si vanterà delle nuove abilità acquisite durante i lockdown, chi avrà imparato a risparmiare, chi esorterà a sostenere gli esercizi commerciali locali, chi improvviserà analisi sociologiche sulla didattica a distanza e chi si preoccuperà degli effetti a lungo termine del distanziamento sulle relazioni interpersonali.

Pertanto sarò breve, anzi brevissima. In una sola parola ciò che abbiamo imparato in ospedale, quest’anno, è la resilienza. La prima volta che ho sentito questo termine da un amico architetto risale a più di dieci anni fa, era prima che si diffondesse nell’uso comune il suo significato psicologico e indicava semplicemente la proprietà di un materiale di assorbire energia senza rompersi. È diversa dall’elasticità che definisce la capacità di un materiale di tornare alla propria forma nel minor tempo possibile.

I virus a RNA mutano rapidamente, dicevano. È vero, la variante inglese ne è una prova, ma noi siamo più mutevoli e adattabili del virus. Quest’anno gli operatori sanitari hanno imparato che si può lavorare quasi ovunque, in qualsiasi condizione e con risorse limitate. Noi medici siamo stati assegnati in reparti di rianimazione, terapie subintensive, corsie riadattate, strutture espositive, vecchi ospedali fatiscenti, ospedali da campo, alberghi. Abbiamo collaborato con infermieri appena laureati o provenienti da vent’anni di sala operatoria, o da RSA e reparti chirurgici. Abbiamo insegnato a chiunque avesse voglia di imparare come si “ascolta” un polmone con l’ecografo, come si riconoscono quelle linee verticali confluenti suggestive di polmonite da Covid. Abbiamo imparato che il virus fa un po’ come gli pare, sparisce, ricompare, miete vittime in poche ore o sembra rintanarsi all’improvviso. Abbiamo capito che è meglio essere sempre pronti, duplicare i reparti, preparare un piano A, ma anche un piano B, C e D prima che sia troppo tardi, perché costruire e smontare strutture aggiuntive è costoso e lento, ma SarsCov2 si replica veloce. Abbiamo imparato a difendere con le unghie e con i denti gli spazi e i materiali ricavati con grande fatica per la lentezza dei decisori. Abbiamo creato degli ospedali-lego, con barriere flessibili, reparti misti, percorsi variabili. Ci siamo abituati a essere sempre reperibili, a stare dietro a tabelle di turni che mutano più rapidamente delle scale di Hogwarts, per seguire i capricci del virus. Abbiamo imparato a riposarci non appena se ne ha l’opportunità accumulando le forze per l’ondata successiva, perché questa pandemia non è un’emergenza di breve durata, è una interminabile partita di Risiko iniziata troppo tardi la notte di capodanno. Abbiamo imparato a fare lo stesso lavoro di prima, ma in condizioni diverse, perché oggi il problema sono i malati Covid, domani i puliti per i quali non abbiamo abbastanza posti letto e dopodomani chissà.

Cosa speriamo per il 2021?

Sotto sotto, ciascuno di noi spera che il primo gennaio inizi un anno radicalmente diverso da questo annus horribilis, ma è poco probabile. Ciò nonostante sognare davanti a un caffè alle quattro del mattino è gratis, così qualcuno si lascia andare a un incredibile ottimismo, supportato da fiducia incrollabile nel vaccino e nella campagna vaccinale. Altri sono più cauti e si limitano a sperare che non si ripetano più gli investimenti folli e tardivi, le disfunzioni organizzative, ciò che più di tutto è di ostacolo nella capacità di svolgere bene il nostro lavoro. Qualcuno teme che il vaccino possa alimentare i complotti e inasprire il risentimento nei confronti dei sanitari, vera cifra stilistica della seconda metà del 2020 e causa di crisi tra il personale ben più della paura del virus e della scomodità del lavoro in isolamento.

Ci perderemmo volentieri in altre fantasie sul futuro, ma lo squillo caratteristico del telefono del 118 ci blocca la fetta di panettone in gola: è in arrivo un diciassettenne precipitato.

S. voleva vedere la sua fidanzata stasera, nonostante il divieto dei genitori. Così si è romanticamente calato dalla finestra con le lenzuola, salvo scoprire che non è facile come nei film americani. È atterrato in piedi, dopo un volo di quasi dieci metri, ma sembra più arrabbiato con il mondo che sofferente, un adolescente da manuale.

«Sei sicuro che non ti sei buttato?».

«Ma va’, io volevo solo uscire, mi sembra anche il minimo!».

Pare essersi solo rotto due vertebre, il radiologo e il neurochirurgo avevano sicuramente altri piani per questa notte, ma non celano un certo stupore misto a sollievo: nessuna lesione al midollo spinale. Anche quest’anno abbiamo avuto il nostro miracolo di Natale, anche questo Natale, anche se è il 2020, c’è motivo di festeggiare.


La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale – 4. La coperta corta

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 Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) –, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare.
 

« Che giganti?» – disse Sancio Panza.
«Quelli che vedi lì – rispose il suo padrone – dalle smisurate braccia;
e ce n’è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe».
«Badi la signoria vostra – osservò Sancio – che quelli che si vedono lì
non son giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia,
son le pale che girate dal vento fanno andare la pietra del mulino».
«Si vede bene – disse Don Chisciotte – che non te n’intendi d’avventure;
quelli sono giganti; e se hai paura, levati di qua, e mettiti a pregare,
mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone»
Miguel De Cervantes, Don Chisciotte, cap VIII.

 

Da un certo punto di vista una pandemia è un corso intensivo su una malattia nuovissima. Quando mai si ha la possibilità di vedere centinaia di casi della stessa malattia per affinare l’occhio, l’intuito clinico e la terapia? Dalla scorsa primavera abbiamo imparato moltissimo: ad esempio che l’occhio nei pazienti Covid trae in inganno. Ipossia felice ‒ la chiamano ‒ è una delle caratteristiche peculiari della polmonite da SarsCov2 e significa che chi respira male raramente se ne accorge, inducendo in errore anche il medico. All’inizio, abituati ai pazienti ansanti e affaticati di altre insufficienze respiratorie, ci stupivamo di scoprire nei non troppo sofferenti malati Covid saturazioni apparentemente incompatibili con la vita. Ora abbiamo appreso a misurare la quantità di ossigeno nel sangue anche nei pazienti in pieno benessere, a farli camminare sempre, a cercare polmoniti che danno pochi segni di sé.

Abbiamo altresì imparato che quando i pazienti iniziano a sentire fame d’aria è tardi, molto tardi.

P., 79 anni, vedova, fragile ma senza grandi patologie, è in questa condizione. La vedo annaspare come sott’acqua, sempre più velocemente, espirare a labbra socchiuse nel tentativo disperato di reclutare alveoli pieni di liquido. Avrebbe bisogno di un ventilatore, di ossigeno ad alti flussi, di una chance, ma oggi non possiamo permettercela. Chiamo i parenti per comunicare loro la brutta notizia: «Ma è sveglia?». Purtroppo sì, penso, senza avere il coraggio di dirlo. «Possiamo parlarle?». Porgo il telefono a P., che ascolta più che parlare, è sfinita, non riesce a pronunciare due parole consecutive. Al termine della telefonata avvio la morfina, vecchio e affidabile conforto per la fatica respiratoria.

Intanto chiamano i parenti di S., per la seconda volta in due ore: «Come sta? Ci sono novità?». Ogni medico ha in carico dai 15 ai 20 malati, anche di più nei giorni peggiori. Se non mi fermassi neanche per bere o mangiare, ogni paziente avrebbe diritto a venti minuti mal contati del mio turno, da distribuire tra visita, procedure, aggiornamento della cartella, prescrizione delle terapie, ricoveri e colloquio telefonico con i familiari. Non possiamo permetterci più di una telefonata al giorno, tranne nei casi più gravi. Ma, giustamente, chi ha un parente in ospedale vorrebbe sapere come sta sempre, non ogni 24 ore se va bene.

H. è stato dimesso dal nostro Pronto soccorso una settimana fa, con una polmonite non grave e quindi gestibile a domicilio. Dalla polmonite, infatti, è guarito, ma ieri è tornato perché gli facevano male le gambe e oggi non riesce più a sollevarle. La risposta immunitaria ai virus può talvolta produrre anticorpi che attaccano per sbaglio parti dell’organismo come il midollo spinale, provocando paralisi: il paziente smette di muovere le gambe, poi le braccia e quando tocca al diaframma smette di respirare. Si chiama sindrome di Guillain Barrè e sono stati finora descritti pochissimi casi associati a Covid. Per questa diagnosi H. è stato sottoposto prima a una TAC e poi a una puntura lombare, ma non basta. Poiché la paralisi galoppa e ora H. solleva a fatica anche le braccia, è necessario iniziare una terapia rapidamente.

«La sua malattia è causata dagli anticorpi che cercano di combattere l’infezione. Perché possa tornare a muovere le braccia e le gambe dobbiamo togliere questi anticorpi e lo facciamo filtrando il sangue. Per filtrare adeguatamente il sangue serve mettere un accesso venoso nell’inguine» gli spiego. «È d’accordo?».
H. mi guarda, con i suoi enormi occhi mediterranei e neri, e annuisce.
«Le faccio l’anestesia, brucia un po’, ma poi non sentirà più dolore».
Annuisce di nuovo.
Mentre procedo passo dopo passo a inserire un tubo di circa mezzo centimetro di diametro nella sua vena femorale mi fissa, muto e terrorizzato. È forse il paziente più collaborante sul quale abbia effettuato questa manovra; alla fine mi complimento e gli spiego che a breve dovremo ricoverarlo in un reparto di terapia subintensiva. «Posso chiamare qualcuno dei suoi parenti?». «Non serve, mio figlio è in Germania, mia moglie non parla italiano». È solo tra i soli, ma per lui non posso fare altro.

T. è un codice bianco. Alla settima ora di turno, dopo essermi occupata di ogni sorta di emergenze la sua presenza in Pronto soccorso un po’ mi disturba. Satura 99%, anche dopo aver camminato cinque minuti su e giù per il corridoio, ha 36,6 di temperatura, non ha neanche la polmonite.
«Sto male da 10 giorni, ho fatto il tampone una settimana fa, è risultato positivo». «E quindi?» gli chiedo. «Mi sento stanco, non sento gli odori, e poi quando faccio i respiri lunghi dò un colpo di tosse». «Sa che nessuno di questi è un valido motivo per venire in pronto soccorso, vero?» mi spazientisco. «Ma il mio medico non mi risponde, nessuno mi ha chiamato, se ne sentono di ogni sorta su questo virus e non si riesce a capire quando bisogna preoccuparsi». Posso capirlo, T.: è abbandonato a se stesso e non può rendersi conto che sta sottraendo tempo e risorse a pazienti più gravi. Il SISP (Servizio di Igiene e Sanità Pubblica), in Piemonte, ha tempi per la presa in carico dei positivi sempre più lunghi, T. non è il primo a lamentarsene.

Non è certo colpa dei medici di base, sovraccarichi di lavoro, se non riescono a stare dietro a tutti. Forse si sarebbe potuto potenziare il servizio di follow up telefonico. Forse si sarebbero potute attrezzare meglio le strutture e creare percorsi ospedalieri dedicati. Forse si sarebbe potuto investire sulle USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) e sulla gestione domiciliare.

Invece in Pronto soccorso siamo ancora (di nuovo) qui: a dividere il nostro tempo sempre insufficiente tra le vere urgenze, i malati abbandonati e i parenti preoccupati. Dobbiamo ancora (di nuovo) decidere a chi riservare una visita frettolosa, una telefonata in meno, una attesa interminabile, o scegliere come distribuire le scarse risorse, che siano posti letto o presìdi di ventilazione, perché la coperta è sempre più lisa e corta.