«Il caso Apostolico? Attacchi infondati per intimidire»: intervista a G. Zagrebelsky

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Il costituzionalista Zagrebelsky: «Sono da temere di più i magistrati di cui non si conoscono le idee. La cauzione per evitare i Cpr è una confessione: quei Centri per migranti sono carceri. Gustavo Zagrebelsky ha sulla scrivania un libro di Giorgio Agamben, Homo Sacer, aperto al capitolo Opus Dei. Archeologia dell’ufficio. L’appuntamento con il giurista, presidente emerito della Corte Costituzionale, era fissato per parlare degli attacchi di queste settimane alla giudice Iolanda Apostolico, accusata da pezzi di maggioranza e di governo di aver disapplicato con un’ordinanza il decreto Cutro per ragioni ideologiche, non in base alla legge.

Cosa c’entra l’ufficium con tutto questo?
L’invenzione dell’ufficium ha un’importanza centrale nella cultura moderna: un atto, religioso o civile, vale (o non vale) indipendentemente dalle qualità personali di chi lo compie. Il prete, per quanto miscredente o corrotto sia, celebra validamente i misteri della fede se rispetta le norme della liturgia. Un giudice decide validamente, che sia amico o nemico d’una parte in causa, se la sentenza è esente da vizi, cioè da violazioni della legge. Dove condurrebbe l’esame della vita privata se si volesse trarne conseguenze sulla validità degli atti compiuti? Il mescolamento del pubblico e del privato travolgerebbe tutto, non solo nella sfera della giustizia.

Hanno tirato fuori un video di cinque anni fa che mostra la magistrata a una manifestazione sul molo di Catania durante il blocco illecito della nave italiana Diciotti, con a bordo 137 migranti. Adesso l’attaccano perché il figlio è stato denunciato durante una manifestazione. Secondo lei tutto questo ha un intento intimidatorio?
Sembra evidente. Questi attacchi personali non riguardano direttamente il provvedimento, che avrà una storia a sé e si vedrà. Riguarda piuttosto la tranquillità, la serenità di questo e di qualunque altro giudice in decisioni “sensibili” per gli interessi del governo. Servono a dire: tu magistrato magari anni fa hai fatto qualche cosa di cui potresti vergognarti. Attento, perché posso tirarla fuori.

L’accusa è di aver partecipato a una manifestazione di carattere politico, contro un atto governativo. La massima più ripetuta in queste ore è che il giudice deve non solo essere, ma apparire neutrale…
Sì, è un argomento molto spesso ripetuto e ha, dalla sua, tra altre, l’autorità d’un Piero Calamandrei. Essere e apparire: che groviglio! Si può essere indipendenti e non sembrare, e si può sembrare indipendenti e non esserlo. La massima che lei ha ricordato, se non proprio una sciocchezza, mi pare un’ipocrisia. Aggiungo: c’è una componente autoritaria nel valorizzare l’apparenza. L’apparenza coincide con il “prestigio” esteriore, formale. Nel campo della giustizia la protezione di questo “prestigio” di facciata è molto presente.

Ci spiega meglio?
Poiché i giudici non sono “esseri inanimati”, pure e semplici “bocche della legge”, come voleva Montesquieu – su questo siamo tutti d’accordo, non è vero? – e dunque hanno le loro idee, i loro orientamenti, le loro preferenze, davvero è buona cosa che tutto ciò resti nell’ombra? Non è forse vero il contrario? Mi permetta di osare un’autocitazione da uno scritto di cinquant’anni fa, cioè di un tempo non sospetto. Riguarda la “responsabilità disciplinare” dei magistrati ed è pubblicato nella Rivista di diritto processuale. Vi è espressa un’idea che oggi mi pare di approvare, forse con maggiore convinzione di allora. Le tendenze alla “messa in riga” (la Gleichshaltung, così si diceva nella Germania degli Anni ’30: si può vedere con Google) sono più chiare oggi di allora. Proprio la vicenda da cui siamo partiti mi sembra eloquente.

Ma quindi, nel 1975, cosa scriveva?
Che a chi fa parte dell’ordine giudiziario sono riconosciuti i diritti costituzionali come agli altri cittadini. Solo l’iscrizione a un partito politico può essere vietata, ma non perché renderebbe trasparenti le idee del giudice, bensì perché implicherebbe una disciplina incompatibile con l’indipendenza del magistrato. Ma da questo non si può trarre motivo per inibire ai magistrati altre forme di esercizio dei loro diritti.

Non crede che al magistrato di cui si conoscono gli orientamenti, le “visioni del mondo”, sia preferibile il magistrato anonimo, di cui non si sa nulla?
C’è differenza tra un magistrato grigio, opaco, e un magistrato neutrale. Non c’è bisogno di avere una grande esperienza nel mondo giudiziario per temere molto più certi magistrati che non quelli di cui si conoscono le idee.

Perché?
I grigi, gli opachi, gli scialbi sono spesso i più proni. Si possono nascondere. Non è forse vero che il conformismo è spesso l’anticamera della corruttibilità?.

E gli altri?
Gli altri stanno attenti due volte di più a dimostrare nelle loro pronunce l’assenza di preconcetti. Se hai il senso dell’ufficium, ti comporti così. Sai, comunque, che i tuoi provvedimenti saranno guardati con la lente d’ingrandimento. Invece, se sei disposto a vendere una sentenza ai potenti di turno, starai quatto quatto. Proprio chi è esposto sa di dover essere più scrupoloso.

Non è d’accordo con i magistrati che dicono: io, però, non lo avrei fatto?
Guardi: le occasioni in cui si potrebbe dire al magistrato: hai fatto questo, dunque non puoi occuparti di quest’altro o, se te ne occupi, sei sospetto, sono infinite. Supponiamo ch’io partecipi a un gay pride, perché sono gay, per solidarietà o per curiosità. Se io fossi quel magistrato, seguendo il ragionamento-Apostolico, non potrei giudicare in tutte le questioni di omosessualità. Capisce dove si andrebbe a finire: il giudice rintanato, chiuso nella famigerata “torre d’avorio” che tutti deprecano.

E il mistero del video che esce chissà come dopo cinque anni?
Questo è forse ciò che dovrebbe preoccupare, al di là del fatto che si sia trattato d’un magistrato. Un momento di vita personale, sia pure in pubblico, è “tracciato” e memorizzato per essere messo a disposizione di colui o di coloro che al momento buono vogliono usarlo contro un avversario. Questa faccenda mi ha fatto venire in mente la fine della democrazia ateniese. O meglio, la fine dell’epoca d’oro periclea. Un momento storico in cui pullulavano, quasi come professionisti, figure come i sicofanti. Cioè i ficcanaso, i delatori, gli informatori, i calunniatori, in una parola: le spie.

Che cosa facevano?
Raccoglievano notizie e le mettevano a disposizione degli accusatori pubblici quando occorreva. Quando si trattava di condannare qualcuno a morte o all’ostracismo si chiamavano i sicofanti per ottenere i loro pacchetti di informazioni.

È convinto stia accadendo qualcosa del genere?
È qualcosa di inquietante. Non è questione di privacy, ma di libertà tout court. Nelle società libere chiunque può, entro la legalità, fare quello che vuole, nella sicurezza che ciò che fa non diventi ricatto. La cosa più grave non riguarda chi ha fatto le riprese, ma chi le ha chieste sapendo dove e a chi chiederle.

Non è assurdo in un sistema democratico?
È roba da verminaio politico, un metodo violento, uno scandalo. Altro che strumento politico.

Le dico come le risponderebbero: abbiamo il diritto di criticare le sentenze della giudice, proprio in virtù della separazione dei poteri.
Certo: criticare le sentenze. Il resto è verminaio.

Torniamo un attimo al merito del provvedimento. Disapplicare una norma italiana perché confligge con una norma europea è frequente o dovrebbe essere un’ultima ratio?
Quel provvedimento può essere condensato in tre righe: il trattenimento del migrante può avere luogo solo ove necessario sulla base di una valutazione caso per caso, salvo che non siano applicabili efficacemente misure alternative meno coercitive. Questa formula che si trova nel provvedimento di Catania è la riproposizione, parola per parola, di una direttiva europea in vigore.

Quindi?
Quindi ciò che dice la giudice in punto di diritto non è certo una sua invenzione. È la trascrizione di una norma europea che non può essere contraddetta da un Paese-membro.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano dice: «Compete alle Corti esprimersi “in nome” del popolo italiano, non “in vece” del popolo italiano. Il parametro per il giudice non è la condivisione dei contenuti della norma che è chiamato ad applicare. Non può esistere una verifica diffusa della conformità delle leggi alla normativa europea».
Mi dispiace per chi la pensa così, ma non solo può, ma deve esserci. Di fronte a un contrasto tra legge italiana e diritto europeo, si possono fare tre cose. Se c’è un dubbio, ci si rivolge alla Corte Costituzionale o alla Corte di giustizia europea. Se invece il contrasto è chiaro, il giudice deve disapplicare la legge nazionale. È la primauté, la supremazia del diritto europeo. Se la decisione arriverà alla Corte di Cassazione questa, in caso di dubbio, potrà rivolgersi alla Corte del Lussemburgo per avere chiarimenti.

Tutto questo lede la separazione dei poteri?
Oggi le cose, dal tempo di Montesquieu, sono cambiate. I poteri sono di fatto due. All’uno fa capo la politica, all’altro il diritto. Come i giudici non possono dire a un membro del governo: devi dimetterti perché non mi piaci, così non può dire, al contrario, un esponente politico a un giudice. Ci sono regole oggettive che proteggono gli uni dagli altri. Nessun organismo naturale, però, può reggersi su due gambe che vadano ognuna per conto proprio. I conflitti devono risolversi. Come? Nello stato di diritto, a differenza dagli stati autoritari, prevale la legge. La politica deve adeguarsi. A meno che quest’ultima, come ultima ratio, non cambi la legge o, addirittura, la Costituzione. Potrebbe farlo ma sarebbe una pericolosa rottura della legalità.

Cos’ha pensato dell’idea di una cauzione di 4.938 euro per consentire a un migrante di non andare in un Cpr?
Mi è girata la testa, incredulo. L’esempio sono gli Stati Uniti dove, pagando una cauzione, eviti la galera? Ma noi abbiamo una civiltà giuridica molto diversa. Là, ad esempio, c’è la pena di morte. Un buon motivo per noi di fare lo stesso? La cauzione per evitare il Cpr è la confessione, ove ce ne fosse bisogno, che quei centri di raccolta per migranti sono carceri.

L’intervista è tratta da La Stampa del 19 ottobre


I magistrati, il Consiglio superiore, la politica

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Nei film western, “quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, quello con la pistola è un uomo morto”. Metafora minacciosa, ma è più o meno ciò che è accaduto al dibattito pubblico sulle elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura, le prime generali dopo la “vicenda Palamara” e le conseguenti riforme dell’ordinamento giudiziario: quando le elezioni del Csm sono prossime alle elezioni politiche – quelle dei magistrati si sono svolte il 18 e il 19 settembre, appena una settimana prima di quelle per il rinnovo di Camera e Senato – l’attenzione sulle prime è destinata a evaporare.

A dire il vero, la coincidenza temporale che si è creata quest’anno è rara, quasi unica, dunque anche utile per qualche spunto di riflessione.

Si può partire da un curioso dato di ingegneria istituzionale. La riforma Cartabia, nell’intento di ridurre il peso delle correnti nel Consiglio, ha aumentato il numero dei consiglieri da eleggere: dalle recenti elezioni in avanti saranno venti magistrati e dieci laici, in luogo dei precedenti sedici e otto. Su di un piano diametralmente opposto si è collocata la scelta per Camera e Senato, dove la lotta alle oligarchie politiche è passata attraverso la discutibile riforma costituzionale sulla diminuzione del numero dei parlamentari. Certo, non si tratta di organi elettivi e di corpi elettorali comparabili (nonostante la ripetuta immagine giornalistica del Csm come “parlamentino” dei giudici); tuttavia, questo aggiungere su un versante e togliere dall’altro offre la misura di quanto, a volte anche in maniera schizofrenica, la politica continui a cedere alla vana illusione di risolvere “la questione democratica” con formule elettorali o alchimie istituzionali.

Una cosa, comunque, è certa: il Csm è parte essenziale della “questione democratica”, gravando su di esso il decisivo compito (spesso tradito, ma non per questo meno doveroso) di promuovere l’indipendenza esterna e interna della magistratura. La centralità del tema è ribadita dalla recente risoluzione con la quale il Parlamento europeo (324/2022) ha dichiarato che l’Ungheria non possa più essere «considerata pienamente una democrazia». Tra i motivi di questa decisione spicca il tentativo del governo ungherese di mettere le mani sulla magistratura attraverso la sottrazione di prerogative al Consiglio Nazionale della Magistratura (il Csm ungherese) in favore di un organo di derivazione politica come l’Ufficio Giudiziario Nazionale. Tenere i riflettori accesi sulle vicende che riguardano il Csm, anche se spesso poco avvincenti, è necessario.

Ecco, dunque, la fatidica domanda: cosa è accaduto nelle recenti elezioni?

In primo luogo è successo che, oltre a cambiare il numero dei consiglieri da eleggere, è cambiato il sistema elettorale (sempre la triste passione per le formule!), con l’introduzione di un sistema binominale maggioritario che vede i concorrenti in gara su collegi più piccoli (salvo quello per eleggere i due giudici di Cassazione) rispetto a quello unico nazionale. In sostanza, vincono il primo e il secondo eletto di ogni collegio territoriale, con un recupero proporzionale che opera per i giudici di merito e un piccolo correttivo per la categoria dei pubblici ministeri. Il risultato del meccanismo maggioritario binominale è stato scontato: una sovra rappresentanza, rispetto al numero di voti, degli attuali due gruppi più grandi della magistratura, Magistratura Indipendente e Area Democratica per la Giustizia – grosso modo corrispondenti la prima alla rappresentanza della magistratura conservatrice o moderata, la seconda a quella della magistratura progressista –, che hanno incassato tredici consiglieri su venti (rispettivamente sette e sei consiglieri). In termini di voti, va detto che il risultato di Magistratura Indipendente – che ha continuato a coltivare in campagna elettorale il mito dell’apoliticità (meglio: del tecnicismo avaloriale) della giurisdizione quale baluardo dell’indipendenza – è stato un vero successo: la normalizzazione burocratica costituisce ancora una prospettiva rassicurante per la corporazione. I grandi numeri dei due gruppi maggiori non sono stati una sorpresa. Del resto, entrambe le correnti, quando si è trattato di confrontarsi con la politica sulla riforma elettorale, non avevano certo espresso una radicale critica (al di là di formule di stile o del pensiero di qualche esponente individuale) a un meccanismo che, era evidente, avrebbe costretto la magistratura a un bipolarismo riproduttivo delle logiche della politica nazionale. L’opportunità di massimizzare il bottino, all’epoca, ha fatto premio su tutto, comportando la sottovalutazione di due rischi: lasciare il Csm in balia di logiche di “governo” che dovrebbero essergli estranee e ridurre o azzerare il tasso di pluralismo culturale all’interno dell’istituzione.

Per fortuna, verrebbe da dire, le idee e le pratiche politiche oppongono resistenza alla cogenza dei meccanismi elettorali e alla fine in Consiglio sederanno anche rappresentanti esterni ai due gruppi maggiori. La storia personale di chi scrive, in proposito, non può che salutare una novità di queste elezioni: il ritorno nella competizione elettorale di Magistratura democratica quale gruppo autonomo, non più inglobato in Area. Un nuovo inizio incoraggiante, premiato dall’elezione di una consigliera e di un candidato indipendente ma vicino e, soprattutto, da una percentuale non irrisoria di voti: circa il 13%. Lo “strano animale” (Pietro Ingrao docet) riprende il suo cammino, senza rinunciare alla sua stranezza e al suo anticonformismo. Semmai, rafforzandoli: una forte vocazione assembleare unita alla scelta di fare delle differenze interne una ricchezza; l’opzione anticorporativa vissuta nei fatti (unico gruppo a guardare con favore l’apertura all’avvocatura nelle valutazioni dei magistrati: arriverà il momento in cui si capirà che si tratta anche di un baluardo dell’indipendenza interna, oltre che di uno strumento per ricostruire la fiducia nella giustizia); la rivendicazione del carattere valoriale della giurisdizione (da abbinare alle armi del giudice democratico: indipendenza, professionalità, comprensibilità dei percorsi motivazionali dei provvedimenti) e la pratica della critica dei provvedimenti giudiziari quale momento di crescita dell’intera magistratura; l’apertura al confronto con tutte le componenti della magistratura, senza cedimenti aprioristici al mito evanescente dell’unità della magistratura progressista; l’attenzione costante alle garanzie, sostanziali e processuali.

Fuori del perimetro del bipolarismo, tuttavia, non c’è solo Md. Quattro consiglieri vengono eletti da Unità per la Costituzione (Unicost), il gruppo una volta di Luca Palamara. Attenzione, però: il magistrato più votato in assoluto nelle categorie di merito, un pubblico ministero di Catania militante di Unicost, è anche quello costituito parte civile a Perugia nei processi contro lo stesso Luca Palamara. Un segnale importante per tutta la magistratura: il rinnovamento non è una chimera. C’è posto, tra gli eletti, anche per un magistrato “indipendente”, ingaggiato nella competizione elettorale dal sorteggio previsto dalla legge Cartabia quale ennesimo bilanciamento al peso delle correnti. Ironia della sorte, a essere estratto è lo stesso magistrato che da anni si batte per il sorteggio quale meccanismo di scelta dei componenti del Csm e per una radicale rivisitazione del metodo di scelta dei direttivi, anche qui guardando con favore a criteri di rotazione automatica. Le sue posizioni si possono criticare, ma certo si tratta di analisi con le quali occorre fare i conti. Alle proposte a volte davvero qualunquistiche di altri candidati indipendenti, viceversa, il corpo elettorale dei magistrati pare aver voltato le spalle.

È il momento, ora, di tornare alla riflessione iniziale. Le simultanee elezioni politiche hanno favorito la vittoria di una destra che ha mostrato di voler mettere mano a riforme istituzionali e costituzionali di non poco momento. Con la dichiarata scelta del modello presidenzialista pare essere in gioco anche la forma di governo parlamentare della Repubblica. È una prospettiva “caporalista”, per dirla in termini gramsciani, che inciderà anche sul Csm e, a cascata, sull’ordinamento giudiziario, di per sé già oggetto di annunciate attenzioni. Quale sarà l’atteggiamento dei magistrati eletti al Csm? Ciascuna sponda della magistratura, progressista o moderata, si avvicinerà ai laici di riferimento o vi sarà, come ai tempi dei governi Berlusconi, un ricompattamento di tutte le componenti della magistratura? Ciascuna strada ha pregi e difetti. C’è da augurarsi, comunque, che le differenze culturali e politiche non si annacquino: è questo, in ultima analisi, il vero mantice del Consiglio.


Referendum su avvocati e valutazione dei magistrati. Perché Sì

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1.

Tutto nasce da una riforma mutilata. Nel 2006 una legge previde che una componente minoritaria di avvocati entrasse nei consigli giudiziari, organi di magistrati eletti dai loro colleghi che, a livello locale, prendono decisioni organizzative ed esprimono valutazioni e pareri sulla progressione in carriera di giudici e pubblici ministeri. Fu una riforma importante, grazie alla quale gli avvocati possono concorrere nelle scelte degli assetti organizzativi dei palazzi di giustizia. Ma riforma mutilata: perché la legge del 2006 stabilisce che gli avvocati non hanno diritto di voto sulle valutazioni di professionalità dei magistrati. In sostanza, gli avvocati, presenti nei consigli giudiziari, diventano muti quando si discute della cosa che meglio conoscono: il lavoro dei magistrati che ogni giorno incontrano nelle aule di giustizia; la loro preparazione, la laboriosità, la buona educazione, la presenza in ufficio (particolare non da poco, in quanto l’arrivo e l’uscita dall’ufficio di un magistrato non sono soggetti a orari controllati). Oggi, il referendum approvato dalla Corte costituzionale (così come un disegno di legge proposto in Parlamento che, se approvato, farebbe cadere questo referendum) tende a restituire la parola e il voto agli avvocati presenti nei consigli giudiziari anche quando si valuta la professionalità del magistrato.

Confesso d’essere un romantico: sono affezionato all’idea, cara ai maestri del mio maestro, per cui tra avvocati e magistrati corre una consanguineità degli spiriti che nasce dal fatto che ogni giorno essi affrontano il dolore degli altri. Ho sempre creduto vera una frase di Piero Calamandrei da incidere nella pietra: «Bisognerebbe che ogni avvocato, per due mesi all’anno, facesse il giudice; e che ogni giudice, per due mesi all’anno, facesse l’avvocato. Imparerebbero così a comprendersi e a compatirsi: e reciprocamente si stimerebbero di più». E da decenni continuo a citare una frase che Domenico Riccardo Peretti Griva, il giudice più grande che nei miei studi io abbia mai incontrato, scrisse dopo quasi cinquanta anni di servizio nella magistratura: «E pensino i magistrati che i migliori e più coscienti giudici della loro capacità, della loro laboriosità, della loro educazione, della loro rettitudine, saranno pur sempre gli avvocati, che li possono seguire, talora inavvertitamente, in tutte le loro manifestazioni, meditate e istintive, essendo queste ultime anche meglio indicative». “Bubbole romantiche”, mi sento dire, da sempre, da magistrati “lottatori”, sempre pronti a vedere, nell’avvocato, l’inaffidabile contiguo del delinquete da loro difeso, attratto nell’orbita culturale di una committenza tanto più prepotente quanto più economicamente forte. Nostalgie di tempi antichi, mi viene detto. La reciproca conoscenza tra difensori e magistrati è oggi ben più difficile rispetto ai tempi in cui scriveva Peretti Griva: perché è raddoppiato il numero dei magistrati e gli avvocati sono quasi decuplicati. Tutto vero. Siamo in un altro mondo. Impossibile comparare avvocati e magistrati degli anni ’50 con quelli di oggi. Eppure, rimane vera l’intuizione di fondo che Peretti Griva esprimeva nel suo ammonimento: la capacità di osservazione degli avvocati sui magistrati è diffusa ed è comunque superiore a quella di chiunque altro. Nessun altro come loro è capace di osservare i magistrati. Nessun altro, meglio di loro, conosce virtù e vizi di giudici e pubblici ministeri.

2.

Di fronte alla proposta referendaria molti magistrati insorgono preoccupati: temono che gli avvocati possano, nelle loro valutazioni, riversare la personale ostilità o antipatia verso un magistrato scomodo che, magari il giorno prima, ha dato loro torto in una causa importante; che possano confondere la funzione pubblica, che verrebbe loro riconosciuta, con il proprio ruolo di parte nei processi. Sarebbe sufficiente rispondere che gli avvocati nei consigli giudiziari sono, comunque, una minoranza. E dunque, se uno di loro portasse in quel consesso un atteggiamento di inimicizia verso un singolo magistrato, sarebbe facilmente battuto.

Ma per capire qual è oggi lo spirito del tempo che serpeggia nella magistratura bisogna porsi un’altra domanda: perché i magistrati hanno paura dell’influenza del “grande avvocato”, che si potrebbe far portatore di interessi della sua potente committenza, e non invece del leader di una corrente della magistratura, che in concreto ha la possibilità di influenzare il Consiglio superiore o il consiglio giudiziario ben più di un qualunque sia pur autorevole singolo membro laico? Perché non si teme, ad esempio, che un giudice, che deve emettere una sentenza su un’importante indagine svolta da un pubblico ministero, possa essere influenzato dal fatto che quel pubblico ministero fa parte del consiglio giudiziario che l’indomani deve emettere un parere su un suo avanzamento in carriera? Alcuni osservano: ma il pubblico ministero è un funzionario statale che persegue soltanto la verità, mentre l’avvocato ha un legame con il cliente che rende più facile l’interferenza dei ruoli. È una risposta formalmente corretta ma sostanzialmente ingenua. L’esperienza insegna che la passione che può animare un pubblico ministero che pensa di essere portatore di verità, e che veda processualmente respinta la sua tesi, è in grado di scuotere la sua serenità di giudizio non meno del legame professionale che lega l’avvocato al suo assistito. In realtà, se il magistrato è pavido, lo è davanti a chiunque possa influenzare la sua carriera: sia esso avvocato, capo del suo ufficio o collega eletto nel consiglio giudiziario o nel Consiglio superiore della magistratura.

Siamo sinceri: al fondo di questa diffidenza, c’è la difficoltà a credere che un avvocato ‒ che normalmente è paladino dell’interesse privato del proprio cliente – assumendo una funzione pubblica e animato da pura passione civile, possa agire avendo come unico scopo il bene comune. Ancora una volta, ecco riaffiorare l’idea della superiore “virtù civile” del magistrato. È l’antica “albagia professionale” dei magistrati di cui Calamandrei parlava sessanta anni fa. Una superbia accecante che «si rifiuta di credere che possano esservi avvocati pronti a servir la giustizia per solo amore di essa e non per cupidigia di guadagno». Non ho mai creduto a questa leggenda. Se qualcuno, in buona fede, ci ha creduto in passato, si vada a leggere le conversazioni di Palamara con alcuni dei principali leader associativi della magistratura. E cambierà presto idea. Legga, ad esempio, una chat dell’ottobre 2017 in cui un pubblico ministero di Milano, membro del direttivo dell’Associazione nazionale magistrati conversa con un pubblico ministero eletto al Csm e, parlando di una certa collega giudice che concorre per un incarico direttivo, dice: «Se riuscite a fottere la *** sarebbe un bel colpo». E, per favore, non si tirino in ballo i principi costituzionali! Uomini come Calamandrei, Mortati, Leone non hanno scritto gli articoli 101-110 della Costituzione per creare un sistema in cui le nomine dei dirigenti potessero essere trattate in questo modo. O in cui i custodi della deontologia dei magistrati si affannassero a cercare biglietti dello stadio per i propri figliuoli.

I magistrati, abituati sempre a giudicare (a decidere sulle vite degli altri, sulla loro libertà, sui loro beni, sui loro destini) dovrebbero auspicare, non temere, i giudizi degli avvocati su di loro. Dopo quarant’anni trascorsi in magistratura, ho maturato una convinzione profonda: un sistema in cui un chierico che esercita un così terribile potere sui cittadini abbia in tutta la sua vita professionale solo valutazioni espresse da altri chierici ‒ senza che mai a valutarlo siano persone esterne alla corporazione cui appartiene – è un sistema destinato a secernere veleni.

Negli ultimi trent’anni è stato quasi impossibile esprimere nel dibattito pubblico dubbi di questo tipo senza essere etichettati come nemici dell’indipendenza della magistratura. Eppure non fu sempre così. Pensiamo al tema oggetto del referendum. La presenza nei consigli giudiziari di “laici” (non solo avvocati ma anche membri eletti dai consigli provinciali o regionali) è una vecchia proposta della sinistra. Che fu formalizzata la prima volta in un progetto di legge del 1965 (primo firmatario Vittorio Martuscelli, magistrato eletto alla Camera nelle fila del Psi); e poi ripreso, negli anni ’70, da proposte di Magistratura democratica e da studiosi come Vittorio Grevi.

3.

Questa proposta si intrecciava sempre, nella cultura di sinistra e segnatamente in Magistratura democratica, con una riflessione più ampia sulla necessità di un qualche collegamento con la società e con le altre istituzioni democratiche. Un collegamento che, senza intaccare l’indipendenza del magistrato, ne corroborasse la sua legittimazione; e rendesse meno vacuo il principio, sancito nell’articolo 101 della Costituzione, secondo cui «la giustizia è amministrata in nome del popolo».

È sufficiente leggere il manifesto costitutivo di Magistratura democratica (del luglio 1964), steso da Arnaldo Cremonini e Pietro Padovani, per trovare riflessioni sulla «necessità della più ampia e profonda democratizzazione dell’esercizio della funzione giudiziaria, affinché la sovranità popolare sia posta sempre in grado di esercitare il suo controllo» La Magistratura, 1964, n. 9-10). Oppure gli scritti di Marco Ramat che, nell’ottobre del 1965, commentando su il Mondo di Pannunzio le conclusioni del congresso di Gardone, scriveva: «Parte della magistratura si è finalmente accorta che in Italia la sovranità appartiene al popolo e che quindi la propria sostanziale investitura legittima deve in qualche modo derivare dal popolo» (Giustizia e politica, Il mondo, 12 ottobre 1965). Queste domande sulla legittimazione ‒ o meglio sulla necessità di un “supplemento di legittimazione” del moderno magistrato, così diverso e più incisivo nella vita democratica rispetto al modello di magistrato che avevano in mente i Costituenti ‒ si fanno più pungenti dopo le prime importanti “supplenze” svolte dai magistrati (in materia di terrorismo e criminalità organizzata) a cavallo degli anni Settanta e Ottanta. «Ma insomma – si chiedeva nel 1987 Salvatore Senese, uno dei fondatori di Magistratura democratica – qual è la legittimità democratica di un giudice indipendente, che si vuole investito di un potere sovrano non delegato e che tuttavia sia reclutato per concorso?» (S. Senese, Ruolo della giurisdizione, responsabilità del magistrato, forme della democrazia, Questione giustizia, 1987, n. 2 p. 443).

La domanda sulla legittimazione del nuovo modello di magistrato si sarebbe dovuta imporre in modo ancor più urgente negli anni seguenti, quando sempre più ampie sono diventate le discrezionalità del magistrato. Più ampie quelle del giudice: chiamato ad applicare una tale molteplicità di fonti (non solo più la legge ordinaria ma la Costituzione, i trattati internazionali, i regolamenti comunitari, le leggi regionali) da farlo ritenere pienamente coinvolto nel processo di formazione del diritto. Ancor più ampie quelle del pubblico ministero nell’organizzazione delle procure, nell’individuazione delle priorità e dunque nel concreto esercizio dell’azione penale. E invece, la questione scompare dagli orizzonti culturali della magistratura; sempre più impegnata a invocare, unitariamente, la propria indipendenza e sempre più infastidita di fronte alle voci che ricordano che essere indipendenti non significa essere irresponsabili. Perché questa chiusura? Certo, non ha giovato il fatto che, a cominciare dagli anni ’80, la «carenza di legittimazione democratica del magistrato» è stata spesso agitata di fronte all’opinione pubblica da chi aveva in mente, più che la soluzione del problema, l’intralcio a qualche fastidioso processo a carico di qualche amico. Ma la strumentalizzazione del problema da parte di alcuni non cancella l’esistenza del problema.

Il clima culturale è così diventato sempre più asfittico, autoreferenziale, chiuso agli apporti esterni. L’atteggiamento odierno di fronte al tema del ruolo degli avvocati nei consigli giudiziari è soltanto una spia di quella che il Presidente Mattarella ha chiamato “modestia etica” che traspare dagli scandali degli ultimi due anni. Che una associazione che, or non è molto, elesse all’unanimità Palamara proprio presidente, arrivi a indicare come un rischio all’indipendenza della magistratura la possibilità che un avvocato possa contribuire, in una posizione di minoranza, alla formulazione di un parere su un giudice o un pubblico ministero, potrebbe apparire quasi comico. Se non fosse drammatico. Chi ha davvero a cuore la giustizia dovrebbe preoccuparsi. E cominciare ad occuparsene. La giustizia è una cosa troppo importante per lasciarla in mano soltanto ai magistrati.


Una nuova bufera sulla magistratura

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È da sempre acquisito il parallelo fra le forme di celebrazione della giustizia e quelle della religione, al punto che la parola “rito” è usata quale sinonimo di processo (penale o civile che sia), e in ambedue i campi è sempre difficile spiegare ai “laici” ciò che accade nella comunità degli officianti. Non di meno occorre provarci perché, «se tra la realtà della giustizia amministrata e la rappresentazione che ne viene fornita si registra uno iato vistoso, l’interposizione dei media altera il circuito democratico» (G. Giostra).

Nei giorni scorsi, la cittadella della Giustizia è stata squassata da nuovi sommovimenti tellurici provenienti dalla Procura di Milano e propagatisi in direzione del Consiglio superiore della magistratura, della Procura di Roma e della Procura Generale della Cassazione. Lambendo finanche la stessa Presidenza della Repubblica. Ci si riferisce alla vicenda dei verbali delle dichiarazioni rese dal noto avvocato Amara, relative a una presunta loggia massonica occulta, dedita ad affari illeciti e che avrebbe riunito magistrati, ufficiali delle forze armate e altri potenti.

Nella consueta alluvione di notizie e commenti, alcuni fatti sono stati ricostruiti in modo conforme dai principali quotidiani nazionali: fra il dicembre del 2019 e i primi mesi del 2020, Amara avrebbe reso tali dichiarazioni; benché ne emergessero notizie di reato a carico di importanti magistrati, i loro nomi non furono iscritti al registro notizie di reato, essendovi il sospetto di una torbida manovra calunniosa; questa inerzia dei vertici della Procura non sarebbe stata condivisa dal sostituto procuratore Paolo Storari, il quale, per tutelarsi contro il rischio di conseguenti responsabilità disciplinari, avrebbe consegnato, nell’aprile del 2020, alcuni di quei verbali all’allora consigliere del Csm, Piercamillo Davigo, suo vecchio amico; quest’ultimo avrebbe trattenuto gli atti in questione senza consegnarli ad alcuno, ma limitandosi a informarne verbalmente (e pare in modo assai generico) il vice presidente del Csm, Davide Ermini e il Procuratore Generale della Cassazione, Giovanni Salvi; nell’ottobre del 2020, mese in cui Davigo è andato in pensione ed è stato dichiarato decaduto dall’incarico nel Csm, copie di quei verbali sono state spedite anonimamente a Il Fatto Quotidiano, che, ritenendo trattarsi di materiale sospetto, ha deciso di non pubblicarli e di informarne, invece, la Procura di Milano; nel gennaio 2021 altre copie pervengono a La Repubblica, ma neanche questo quotidiano le pubblica, informandone, a sua volta, la Procura di Roma; nel febbraio 2021 scatta una perquisizione domiciliare di una funzionaria del Csm, già segretaria del dr. Davigo e nel suo computer sono trovate copie di quei verbali.

Questi i fatti. Di seguito le spiegazioni provenienti dai protagonisti per come riportate dai giornali e gli argomenti spesi in loro sostegno, conditi da alcune osservazioni.

Il pubblico ministero Storari avrebbe informato il suo ex collega e amico Davigo per distinguere la propria posizione da quella dei vertici dell’ufficio, che avrebbero indebitamente omesso le iscrizioni a registro di reato (La Repubblica 1 maggio 2021, p. 1, Il Csm contro i corvi). È una spiegazione che non regge: era sufficiente mettere per iscritto il proprio dissenso rispetto a quell’inerzia e depositare l’atto presso la segreteria della Procura e magari anche della Procura Generale. Difficile negare che la consegna degli atti al consigliere Davigo costituisca una violazione del segreto d’indagine. Davigo, peraltro, lo nega, affermando che il segreto d’indagine «non è opponibile ai consiglieri del Csm» (Il Fatto Quotidiano 1maggio 2021, Volano le toghe si salvi chi può). Affermazione singolare, tanto più perché proveniente da un magistrato di grande preparazione professionale. La confusione fra l’organo collegiale e i componenti dello stesso è errore da bocciatura all’esame di diritto pubblico. Pur dando per acquisito che il segreto d’indagine non sia opponibile al Csm (questione che meriterebbe, in realtà, una lunga trattazione), è certo che un componente non identifica l’organo. Per di più, per parlare di «non opponibilità» occorrerebbe una richiesta (del Csm e non del singolo consigliere), che qui non c’era, trattandosi di una consegna spontanea e del tutto irrituale.

Aggiunge ancora Davigo di aver omesso di trasmettere quei documenti al Csm perché nella commissione che li avrebbe ricevuti sedeva un consigliere (il dr. Sebastiano Ardita) in essi citato. Ancora una volta, una grave confusione fra organo, per di più costituzionale e uno dei suoi componenti. Per di più organo cui è attribuito il potere di governo dei magistrati e al quale Davigo, in quanto suo componente, avrebbe avuto il dovere di trasmettere atti da cui emergevano elementi utili per l’esercizio di tale potere. A nulla rilevando il coinvolgimento, sia pure indiretto, di altro componente, che avrebbe semplicemente avuto il dovere di astenersi da ogni deliberazione al riguardo.

Diversi articolisti segnalano poi che alla base del dissenso del dr. Storari starebbe la scelta prudenziale del Procuratore Greco e degli altri pubblici ministeri coinvolti negli accertamenti di «attendere o non procedere ad iscrizioni formali» (Corriere della Sera on-line 30 aprile 2021) per via dei sospetti nutriti sulla veridicità delle dichiarazioni di Amara. Dilemma, questo, frequente negli uffici di Procura e che, tuttavia, dovrebbe essere sciolto accrescendo la tutela del segreto d’indagine e la rapidità degli accertamenti investigativi, posto che l’obbligo di iscrivere «immediatamente, nell’apposito registro … ogni notizia di reato«, di cui all’art. 335 del codice di procedura penale, non conosce eccezioni.

Gravi deragliamenti dalle regole, dunque, per di più riconducibili a quello che, da sempre, è considerato il fiore all’occhiello delle Procure italiane e ad alcuni dei migliori pubblici ministeri che vi operano o vi hanno operato. Deragliamenti che non sono, tuttavia, il frutto dei capricci del caso. Essi rivelano, semmai, l’affievolirsi fra i magistrati (segnatamente fra quelli inquirenti) del grado di condivisione di un principio fondante del nostro sistema democratico, direttamente desumibile dal secondo comma dell’art. 101 della Costituzione: quello per cui, se il nostro unico padrone è la legge, le relative norme, sostanziali e processuali, non possono mai divenire un mezzo per raggiungere uno scopo. Pur da penetrare e conoscere secondo complesse regole d’interpretazione, sedimentate nei secoli, sono esse lo scopo della giurisdizione. Non è consentito manipolarle o accantonarle, nemmeno per il più elevato dei fini. Né per fini di politica criminale, come combattere le mafie o la corruzione, e neppure per fini sociali o di politica generale, come sedare i conflitti o arginare l’immigrazione irregolare. Né per migliorare l’efficienza degli uffici giudiziari e tantomeno per fini di rigenerazione etica della categoria.

Sempre più spesso, invece, si assiste all’emergere di un ceto di ottimati, che, in virtù del perseguimento di scopi superiori dei quali si autoinvestono, operano come sganciati dalle regole cui il resto dei loro colleghi mortali sono invece sottoposti. A costoro dovrebbe esser dato di celebrare processi penali sui media e sollecitare il sostegno della pubblica opinione, di veicolare e trattenere atti segreti e sospendere regole processuali, d’intercettare le comunicazioni di giornalisti e difensori, di spartirsi le dirigenze degli uffici giudiziari nell’organo di autogoverno. Sempre per perseguire fini superiori naturalmente, anche se spesso condividendo il modus operandi con colleghi dediti a finalità ben più prosaiche.

Anche la magistratura di sinistra o “progressista” ha conosciuto i propri ottimati e li ha lasciati operare a lungo, e in piena comunione d’intenti, con quel Palamara che ci ha coperti di fango e legittimandone cinicamente il potere con il retropensiero che ciò avrebbe agevolato gli alti fini perseguiti. Fini che poi si riducevano alla miglior collocazione di altri “migliori”. Per di più con la convinzione di poterlo agevolmente contenere, se non manovrare, grazie alla propria pretesa superiorità. S’è visto com’è finita.

 

La fotografia riprodotta in homepage è di Vincenzo Cottinelli


I magistrati, Salvini, i luoghi comuni

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La pubblicazione a rate di messaggi e conversazioni private captate dal trojan inserito nel telefono dell’ex Presidente dell’Associazione nazionale magistrati ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura Luca Palamara ha aperto uno squarcio sui retroscena della gestione “indipendente” delle carriere dei magistrati, facendo emergere la trasformazione di alcune correnti in mere strutture di potere. Anche la rozzezza del linguaggio esprime il vuoto di idealità e di cultura di un ceto associativo che si concepisce come una cordata impegnata a distribuire favori e promozioni ai propri adepti e sgambetti agli avversari. La pubblicazione delle intercettazioni ha provocato una vera e propria crisi di nervi in seno all’ANM, con le dimissioni del suo presidente, Luca Poniz, pur estraneo a questi maneggi, e ha fatto emergere una situazione diffusa di sconforto fra molti magistrati e di insofferenza nei confronti delle correnti, al punto che alcuni ne hanno invocato addirittura lo scioglimento.

Fare emergere un bubbone che condiziona negativamente l’esercizio di alcune funzioni pubbliche è sempre una cosa positiva, però chi conduce l’operazione non sempre è mosso da buoni intenti. Specialmente se le carte sono servite da un quotidiano che agisce come falange di una fazione politica, che pomposamente si autodenomina «La verità» e per il quale il principio costituzionale dell’indipendenza della magistratura è una vera e propria bestia nera. Da una verità parziale, infatti, è facile costruire una grande menzogna.

La chat più citata dal quotidiano vede come autori il procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma e Luca Palamara: «Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando», scrive Auriemma nell’agosto 2018 quando di Salvini si parlava soprattutto per la chiusura dei porti. E ancora: «Illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il ministro dell’Interno interviene perché questo non avvenga. A un certo punto Palamara pronuncia la frase che La Verità pubblica in prima pagina in cui sostiene che «ora» Salvini «va attaccato». La conclusione è di Auriemma: «Comunque è una cazzata atroce attaccarlo adesso perché tutti la pensano come lui. E tutti pensano che ha fatto benissimo a bloccare i migranti che avrebbero dovuto portare di nuovo da dove erano partiti. Indagato per non aver permesso l’ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili. Indifendibili».

Dopo la pubblicazione dell’intercettazione, Salvini ha scritto una lettera a Mattarella appellandosi al suo ruolo istituzionale di presidente della Repubblica e del CSM: «Diversi magistrati nei loro colloqui privati concordavano su come attaccare la mia persona per la politica sull’immigrazione che all’epoca, quale ministro dell’Interno, stavo portando avanti. La fiducia nei confronti della magistratura adesso vacilla», ha scritto Salvini, chiedendo la garanzia «di un processo giusto davanti a un giudice terzo e imparziale

La verità parziale è il colloquio intercettato, la grande menzogna è il tentativo dell’ex ministro dell’Interno di farsi passare per un perseguitato politico, vittima di una congiura giudiziaria. Bisogna rilevare che questo tentativo di screditare la magistratura e di strumentalizzare il ruolo del Capo dello Stato, come garante del corretto esercizio delle funzioni istituzionali, si è infranto di fronte alla saggia risposta del Presidente della Repubblica che, con una nota del 29 maggio, ha stoppato la campagna che pretendeva uno scioglimento extra ordinem del Consiglio Superiore della Magistratura e ha rintuzzato la pretesa di Salvini di ottenere una censura di non imparzialità nei confronti dei magistrati che stanno procedendo contro di lui.

Detto questo, occorre sgombrare il campo da equivoci e chiarire, al di là della sua evidente inopportunità, il senso del colloquio fra Palamara e il Procuratore di Viterbo. I due magistrati parlano fra di loro, in modo superficiale e improprio, di una vicenda politica che ha acquistato risvolti giudiziari. Nessuno dei due ha competenza su tali risvolti ed entrambi mostrano di non aver studiato le carte e di non aver approfondito gli aspetti giuridici che saranno esaminati dal Tribunale dei Ministri di Catania. Si tratta quindi di una conversazione su fatti della politica al di fuori di ogni competenza giudiziaria degli interlocutori: e dunque di una conversazione come potrebbero fare gli avventori di un bar. D’altronde i ragionamenti che fa il Procuratore di Viterbo sono quelli che potrebbe fare quisque de populo. Auriemma espone dei sentimenti molto diffusi a livello popolare: i naufraghi non devono essere sbarcati perché sono degli invasori, anzi devono essere riportati indietro, nei lager libici da dove sono fuggiti. Palamara dal canto suo, non dissente da quest’impostazione ma la considera non opportuna sotto il profilo politico. È evidente che il Procuratore di Viterbo parla di fatti che non ha studiato come magistrato, altrimenti non potrebbe ritenere lecito il respingimento collettivo dei migranti-naufraghi in Libia, dal momento che per tale pratica l’Italia è stata severamente condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo con la sentenza Hirsi contro Italia del 23 febbraio 2012 poiché il divieto di tortura (art. 3 della CEDU) e il diritto internazionale (non-refoulement) impediscono che delle persone possano essere consegnate nelle mani degli aguzzini libici, tanto più che l’art. 4 del Protocollo 4 della CEDU vieta il respingimento collettivo degli stranieri, mentre le Convenzioni internazionali sul diritto del mare ci impongono salvare quelli che rischiano il naufragio e di sbarcarli in un posto sicuro, anziché di farli affogare. Non si vede come le sue affermazioni da bar, contrastate con argomenti non giuridici da un capo corrente, possano incidere sull’attività giurisdizionale doverosamente posta in essere dai magistrati competenti nelle sedi proprie.

Salvini stia tranquillo. Se proprio si vuole estrarre un significato da una conversazione così irrilevante, il senso è che le banalità e i luoghi comuni distribuiti al popolo dal leader della Lega, fanno breccia anche nell’immaginario dei magistrati e potrebbero condizionarne l’imparzialità. A suo vantaggio.


2020 / Saranno i giudici a risolvere i problemi del Paese?

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Anche in questa fine d’anno la giustizia è al centro del dibattito politico e c’è chi pensa che possano essere i magistrati a risolvere i problemi del Paese. Lo pensano molti giudici e pubblici ministeri, a cominciare dal procuratore della Repubblica di Catanzaro che, nella conferenza stampa a corredo di un’ampia indagine di ’ndrangheta da lui coordinata, ha parlato di una «giornata importante e storica, non solo per la Calabria» svelando di essere finalmente riuscito a realizzare, almeno in parte, il suo progetto di «smontare la Calabria come un treno Lego e poi rimontarla piano piano» (https://volerelaluna.it/societa/2019/12/24/pubblici-ministeri-e-processi-mediatici/). Non fanno mistero di pensarlo, da sempre, un giornale come Il Fatto Quotidiano, il suo direttore e molti suoi editorialisti. E ci sono eventi che sembrano dar loro ragione, se è vero che la più grande crisi industriale del Paese, con connessa fuga di ArcelorMittal dall’ex Ilva di Taranto, è stata per ora arginata, in mancanza di un qualsivoglia progetto della politica, solo con la minaccia dell’intervento di procure e tribunali (https://volerelaluna.it/controcanto/2019/11/08/ilva-no-alla-licenza-di-uccidere/) e che la drammatica questione del fine vita, stante l’inerzia del legislatore, ha trovato, infine, una parziale risposta, solo grazie a giudici e Corte costituzionale (https://volerelaluna.it/societa/2019/12/09/il-diritto-di-morire-e-la-corte-costituzionale/). Ma, al di là delle apparenze, il problema è più complesso.

Che il sistema dei rapporti tra politica e giurisdizione sia profondamente cambiato negli anni è fuor di dubbio. Lo segnala uno dei più lucidi studiosi del diritto e delle istituzioni, Luigi Ferrajoli, secondo il quale

“in passato era la politica il luogo della trasformazione della società in senso progressivo. Era la legislazione che innovava il diritto vigente, costruendo lo Stato sociale e introducendo o rafforzando le garanzie dei diritti fondamentali. La giurisdizione, al contrario, aveva un ruolo conservatore, quando non apertamente reazionario. Oggi il rapporto tra diritto e politica, tra giurisdizione e legislazione, tra cultura giuridica e cultura politica si è paradossalmente ribaltato: mentre la giurisdizione, sostenuta da una cultura giuridica in gran parte informata ai principi costituzionali, svolge un ruolo di tutela dei diritti, la politica e la legislazione svolgono il ruolo opposto di aggressione e restrizione dei diritti, non attuando ma al contrario riducendo le loro garanzie primarie” (https://volerelaluna.it/cultura/2018/12/06/magistratura-democratica-e-il-rinnovamento-della-cultura-giuridica/).

Puntuale sul versante della politica, l’analisi non appare scontata su quello della giustizia. È certamente vero che negli ultimi decenni si sono consolidati orientamenti e prassi a tutela dei diritti fondamentali sia nella giurisdizione civile che in quella penale. Cito alla rinfusa: in tema di bioetica la giurisprudenza è stata (ed è) assai più avanti della politica; altrettanto accade in punto riconoscimento dei diritti civili delle (diverse) minoranze; la salute in fabbrica ha trovato tutela anche in sede penale e gli infortuni sul lavoro hanno cessato di essere considerati una “tragica fatalità”; gli abusi di polizia hanno visto, seppur in tempi lunghi e in modo parziale, reazioni giudiziarie più incisive dei balbettii del legislatore (incapace finanche di dettare una disciplina adeguata del reato di tortura); la repressione delle organizzazioni mafiose ha raggiunto livelli inediti per quantità e qualità; molti pubblici ministeri e giudici sono intervenuti (e intervengono) a tutela dei diritti dei migranti vincendo pressioni politiche e vere e proprie intimidazioni.

Ma non è tutto oro… Mi limito al settore penale. Primo. C’è sempre più nella giurisprudenza una torsione sicuritaria in senso opposto alla tutela dei diritti fondamentali. 50 anni fa, il 31 dicembre 1969, i detenuti erano 34.852 mentre oggi sono quasi il doppio (61.174). È un trend costante. Le presenze in carcere aumentano in maniera vertiginosa, solo arginate da provvedimenti tampone. E i numeri non dicono tutto. La crescita dei detenuti, infatti, è avvenuta (e avviene) parallelamente alla diminuzione del numero e della gravità dei reati denunciati e degli ingressi in carcere dalla libertà. A dimostrazione che la ragione della crescita sta negli orientamenti dei giudici e ha a che fare con una diffusa sottovalutazione culturale del valore della libertà personale. Secondo. La “questione legalità” ha assunto negli ultimi decenni una centralità etica e politica inedita a seguito del crollo dell’etica pubblica e della diffusione crescente della corruzione, della strumentalizzazione a fini privati di uffici pubblici, della mercificazione finanche della funzione legislativa, della prevaricazione mafiosa, dello sfruttamento del lavoro altrui, dell’evasione fiscale come metodo, della regola dei condoni, della pretesa di impunità per chi ha potere e di molto altro ancora. Tale centralità è, ovviamente, un fatto positivo: per fortuna che c’è stata, almeno, una reazione giudiziaria! Ma non sono mancati (e non mancano) gli effetti regressivi. Molti, infatti, sono gli strappi, soprattutto da quando si è ingenerata tra i magistrati la convinzione che le garanzie processuali sono dei trabocchetti e dei cedimenti a chi mal tollera il controllo di legalità. Ciò ha prodotto, talora, un interventismo senza freni in cui il doveroso esercizio dell’azione penale si è trasformato in panpenalismo controproducente, la cultura del risultato ha prevalso su quella della prova, il carattere personale della responsabilità penale è parso soccombere rispetto all’obiettivo di combattere fenomeni criminali (o ritenuti tali) e si è finanche arrivati a teorizzazioni del ruolo dei magistrati come garanti della legalità a prescindere dalle regole. Terzo. In questo contesto ha, poi, fatto irruzione un fenomeno devastante per il sistema dei diritti: il cosiddetto populismo penale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/03/06/il-populismo-penale-nelleta-dei-populismi-politici/) che ha acuito il ricorso all’aumento delle pene a fronte di ogni (asserita) emergenza e ha alimentato l’insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti delle regole e delle garanzie. Di qui la richiesta sociale diffusa – spesso fatta propria dai giudici – di punire alla svelta e in modo esemplare il nemico di turno che attenta alla presunta sicurezza della collettività.

Nel silenzio di molti (rotto quasi soltanto da critiche interessate e strumentali) c’è voluto, per richiamare l’attenzione, il monito del papa di Roma che, nel discorso ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale del 15 novembre 2019, ha detto parole esplicite e di inusitata durezza: «La sfida per ogni penalista è quella di contenere l’irrazionalità punitiva, che si manifesta, tra l’altro, in reclusioni di massa, affollamento e torture nelle prigioni, arbitrio e abusi delle forze di sicurezza, espansione dell’ambito della penalità, criminalizzazione della protesta sociale, abuso della reclusione preventiva e ripudio delle più elementari garanzie penali e processuali» (https://volerelaluna.it/materiali/2019/11/20/il-papa-e-la-giustizia-penale/).

L’intervento giudiziario è, dunque, multiforme. Per alcuni versi è veicolo di tutela e di promozione dei diritti, per altri mantiene il ruolo tradizionale di garanzia dello status quo e di repressione di ogni forma di dissenso. Irrealistico pensare che esso possa sostituirsi in modo strutturale e in chiave progressista alla politica, è forse possibile consolidarne il ruolo di effettiva tutela dei diritti fondamentali. Ma come? Il richiamo ai valori costituzionali e alla necessità di una loro applicazione rigorosa è, ovviamente, sacrosanto ma, da solo, è destinato a soccombere. Occorre un salto di qualità: l’apertura, nel mondo dei giuristi, di una fase nuova di ricerca del senso del diritto e di un ruolo consapevole nel sistema politico. E ciò esige una mobilitazione a sostegno dei fondamenti dell’ordinamento democratico, una rinnovata cultura dell’interpretazione, un controllo critico della comunità dei giuristi sulla giurisprudenza e sui provvedimenti giudiziari, il rinnovamento delle forme associative e delle aggregazioni dei giuristi (che superino il corporativismo imperante). In difetto il sogno di un rinnovamento della società affidato ai magistrati può trasformarsi in una delusione non piccola.


I magistrati: leoni sotto il trono?

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Dopo che le indagini della Procura della Repubblica di Perugia hanno scoperchiato una serie di trame fra magistrati e politici volte a pilotare le nomine di uffici direttivi della magistratura, favorendo magistrati “amici” e ostacolando concorrenti sgraditi, uno psicodramma ha investito il Consiglio superiore della magistratura e tutta la magistratura associata. Un componente dell’organo di autogoverno si è dimesso e altri quattro si sono “autosospesi”. E martedì scorso il plenum ha approvato un documento in cui i consiglieri si dichiarano: «sgomenti ed amareggiati per (…) fatti che gettano grave discredito su un’istituzione che costituisce uno snodo fondamentale nell’architettura costituzionale, a presidio, nell’interesse dei cittadini, dell’autonomia e dell’indipendenza della giurisdizione, della sua credibilità, della sua autorevolezza» (vedi Buio al CSM, tempesta o temporale).

Se tutti concordano nel denunciare il marcio, il problema è l’interpretazione dei fatti nella loro valenza politica e istituzionale. Il punto di partenza è lo scandalo del “potere diviso”, cioè quello snodo insuperabile di pluralismo istituzionale rappresentato dal sistema di indipendenza del potere giudiziario che, secondo il disegno costituzionale, non può essere assoggettato né condizionato dall’esercizio dei poteri politici di governo, né da nessun altro potere. Il controllo di legalità effettuato da una magistratura indipendente da ogni altro potere è la principale garanzia per la tutela dei diritti fondamentali che la Costituzione riconosce come inviolabili. Il CSM è l’organo deputato a garantire l’indipendenza dei magistrati, attraverso la gestione delle nomine, delle carriere, delle promozioni, dei trasferimenti e delle sanzioni disciplinari.

Fin dall’inizio della storia della Repubblica, l’ordinamento politico non ha accettato lo scandalo del potere diviso e ha cercato di “addomesticare” l’esercizio della giurisdizione. Risale al 1980 il manuale Cencelli nel quale si dava atto che la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma, in termini di potere, equivaleva a due ministeri. Condizionare la nomina dei vertici della magistratura è sempre stato un obiettivo perseguito con tenacia dal potere politico, tuttavia in passato non esistevano i telefonini, le telecamere di sorveglianza e i trojan horse per cui non abbiamo saputo nulla delle trame intessute fra politici e magistrati servizievoli per pilotare le nomine.

Non a caso la Procura di Roma fu definita il “porto delle nebbie” perché in essa venivano fatti confluire (anche con trucchi procedurali) processi molto delicati sotto il profilo politico, come quello sullo scandalo della P2, che poi svanivano. Tuttavia all’epoca vi erano degli anticorpi perché le forze politiche d’opposizione erano attestate nella difesa del modello costituzionale. In seguito quando l’ex partito comunista si è avvicinato all’area del potere si è verificata una svolta. Nel suo libro Magistrati, pubblicato nel 2009, Luciano Violante richiama la concezione della magistratura formulata quattro secoli prima dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale: «I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». In altre parole l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere reso compatibile con l’esercizio del potere politico sovrano. Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello preferito dal sistema politico. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano: l’esempio è quello di un PM siciliano che sequestrò la nave di una ONG, contestando al capitano la fantastica accusa di violenza privata nei confronti del Governo italiano per averlo “costretto” ad accettare lo sbarco dei migranti salvati nel Mediterraneo. Però questi leoni si trasformano in cagnolini a fronte degli abusi del Sovrano: l’esempio è quello di un altro pubblico ministero siciliano che, a fronte della condotta di un Ministro che integrava astrattamente gli estremi del reato di sequestro di persona, ha chiesto l’archiviazione al Tribunale di Ministri, invocando – a contrario – la separazione dei poteri. Certamente al leone sotto il trono non verrà mai in mente di mordere la mano del Sovrano.    

Purtroppo questa concezione dei magistrati come “leoni sotto il trono” è presente in ampi settori della magistratura associata, specialmente nelle correnti di destra. Per questo, benché sia riprovevole, non deve stupire più di tanto se emergono vicende che dimostrano la subalternità di alcuni magistrati all’esigenza di spezzoni del potere politico di scegliersi il leone giusto sotto il trono.

L’importante è reagire.

Bisogna evitare che il polverone sollevato da queste vicende sia utilizzato per legittimare una ancor maggiore ingerenza della politica sull’esercizio della giurisdizione, come sta avvenendo in queste ore, visto che il Viminale ha comunicato che metterà “sotto osservazione” i giudici che nelle ultime settimane hanno pronunciato sentenze contro provvedimenti emanati dal Ministero dell’interno (vedi Come ti intimorisco i giudici): che i leoni tornino subito sotto il trono!

I cittadini devono chiedere alla politica di rispettare l’indipendenza della magistratura, i magistrati non devono farsi intimorire dal dossieraggio annunciato da Salvini ma devono riscoprire l’orgoglio della funzione che è stata loro assegnata direttamente dalla Costituzione, quella di garantire, attraverso l’esercizio indipendente del potere giurisdizionale, la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo.


La repressione dei magistrati in Turchia

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In Turchia le politiche di annientamento del popolo kurdo e di ogni forma di opposizione si accompagnano all’abbattimento dell’apparenza stessa dello Stato di diritto e delle sue garanzie, a cominciare dall’esistenza di una magistratura indipendente. Dal tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, tutti i magistrati e avvocati democratici sono stati destituiti, arrestati, privati dei loro beni, sottoposti a processo senza alcuna garanzia di difesa. Yarsav, la libera associazione dei magistrati, è stata sciolta con un provvedimento amministrativo e il suo presidente, Murat Arslan è stato incarcerato e condannato, nel gennaio 2019, a dieci anni di reclusione. Insignito nel 2017, mentre era detenuto, del premio Vaclav Havel per i Diritti umani, Arslan ha risposto dicendo tra l’altro: «Vi sto parlando da una prigione in un Paese dove lo Stato di diritto è sospeso, che sta andando molto lontano dai valori democratici, dove sono messi in silenzio i dissidenti, i difensori dei diritti umani, i giornalisti, le persone che richiedono pace, le persone che gridano che i loro figli non dovrebbero essere etichettati come terroristi e imprigionati». Della situazione, drammatica e generalizzata, costituiscono impressionante testimonianza centinaia di lettere e messaggi di magistrati e loro congiunti che MEDEL – Magistrats européens pour la démocratie et les libertés (l’associazione europea dei magistrati democratici) ha raccolto in un dossier, diffuso in dodici lingue, che si pubblica di seguito.