Le mani della destra sulle foibe: con l’appoggio di PD e M5S

Autore:

Giovedì 8 febbraio 2024 alla Camera è stata scritta, dal PD e dal M5S, una pagina nera sulle foibe e il conseguente esodo.

Il 3 ottobre 2023 fu presentato al Senato un disegno di legge di finanziamento alla legge n. 92/2004 di istituzione del Giorno del ricordo, risultante dall’unificazione dei disegni di legge n.  317 (Romeo), n. 533 (Menia) e n. 548 (Gasparri), dal titolo: “Modifiche alla legge 30 marzo 2004, n. 92, in materia di iniziative per la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni” (https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/REST/v1/showdoc/get/fragment/19/DDLMESS/0/1388972/all). In pratica si prevedeva, per il triennio 2023-2025, lo stanziamento di 3 milioni di euro (più un milione per la gestione dei musei delle foibe e dell’esodo) per: 1) l’istituzione di un concorso nazionale per la “migliore installazione artistica a ricordo delle foibe”; 2) la promozione della conoscenza della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata nelle giovani generazioni; 3) l’organizzazione di “viaggi del ricordo” nei luoghi delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e nelle terre di origine degli esuli.

Sconcerta, come ebbe modo di scrivere dieci giorni dopo il presidente dell’ANPI Pagliarulo in una lettera rivolta a tutte le forze politiche, «che la ricerca storica e la formazione delle pertinenti commissioni tecnico-scientifiche siano riservate unicamente ed esclusivamente a associazioni degli esuli più la Lega nazionale di Trieste, tutte associazione caratterizzate politicamente a destra, e alle quali la legge destina cospicui finanziamenti, escludendo tout court gli istituti storici (quello regionale di Trieste e i provinciali di Udine e Pordenone), le fondazioni, gli altri istituti di ricerca e le associazioni che nel Friuli Venezia Giulia si occupano appunto di ricerca storica» (https://www.anpi.it/modifica-approvata-senato-sul-giorno-del-ricordo-pagliarulo-ai-gruppi-parlamentari-ricerca-storica ). Imbarazzante fu il voto quasi unanime al Senato (solo due astenuti di Verdi Sinistra), nonostante il PD avesse visto bocciati i propri emendamenti.

Passato alla Camera, il testo è stato votato giovedì 8 febbraio scorso. Sulla scorta della lettera critica dell’ANPI, la deputata PD Irene Manzi ha presentato tre emendamenti che accoglievano le richieste di Pagliarulo per allargare la platea dei “formatori” anche agli Istituti storici del Friuli Venezia Giulia, alle associazioni partigiane e all’ANED, ma gli emendamenti sono stati tutti bocciati. A questo punto ci si sarebbe aspettati che una forza politica che vedeva bocciati i propri emendamenti quanto meno si astenesse. E invece la legge che rifinanzia la Giornata del Ricordo, voluta da Menia e Gasparri, è stata votata quasi all’unanimità: nessun contrario (il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può dare), 10 astenuti (gruppo Verdi Sinistra) e 224 a favore. Un comportamento grave, tenendo conto che questi soldi serviranno a finanziare solo le associazioni monopolizzate dalla destra post-fascista e a consolidare la narrazione faziosa e unilaterale della vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Da notare che le due principali forze d’opposizione hanno votato a favore nonostante l’irridente discorso conclusivo della presidente di Commissione Matteoni, giovane post-fascista triestina catapultata direttamente dal consiglio comunale di Trieste alla Camera dei deputati, che ha concluso la sua replica citando il difensore della razza e fucilatore di partigiani Giorgio Almirante: «Voglio citare, infine, una bellissima frase dell’onorevole Giorgio Almirante che ebbe a dire, durante un discorso alla Camera dei deputati nel 1948, quando tutto il Parlamento italiano si stringeva con forte preoccupazione agli italiani d’Istria e Dalmazia che, avendo optato per la cittadinanza italiana, erano soggetti a vessazioni da parte delle autorità jugoslave: “occorre che questi profughi, tornando in Italia, ricevano qualcosa in più di un’assistenza sporadica e generica e che sentano in maniera concreta il cuore della patria palpitare accanto al loro”. Oggi, in qualche modo, spero che quello che egli definì il cuore della patria possa essere udito ancora forte da istriani, giuliani, fiumani e dalmati» (https://www.camera.it/leg19/410?idSeduta=0241&tipo=alfabetico_stenografico).

I parlamentari di PD e M5S non considerano che la sciagurata legge n. 92/2004 sul Giorno del Ricordo, voluta dagli eredi di Almirante, prevede comunque di conservare e rinnovare la memoria anche «della più complessa vicenda del confine orientale». Come sottolineò l’ANPI dopo il 3 ottobre, tale “complessa vicenda” non si esaurisce nella pur terribile tragedia delle foibe e dell’esodo, ma riguarda la lotta partigiana, i campi di concentramento fascisti, il crematorio della Risiera di San Sabba, le libere repubbliche partigiane. Né può prescindere dall’invasione italiana della Jugoslavia, dalla violentissima repressione della popolazione slovena, dalla efferatezza nei confronti dei civili, dai delitti dei criminali di guerra italiani. Dalla formazione delle commissioni tecnico-scientifiche di ricerca storica previste nel disegno di legge sono invece esclusi – come si è detto – gli Istituti storici e tutte le fondazioni, le associazioni e gli altri istituti di ricerca che nel Friuli Venezia Giulia si occupano, non senza difficoltà, della ricerca storica.

Di fronte a questo fazioso processo di revisione storica i partiti di opposizione sembrano non rendersi conto della gravità della fase. Questo è un governo che occupa i posti di potere, condiziona la magistratura, ignora i sindacati e le parti sociali, vuole stravolgere in senso autoritario la Costituzione nata dalla Resistenza. La revisione storica e la riabilitazione del fascismo fanno parte di questo piano (già previsto dalla P2 di Gelli). Dobbiamo quindi attrezzarci per una nuova Resistenza democratica e antifascista: resistenza culturale, sociale e politica. E non è un caso che “Resistenza” sia la parola scritta sulla tessera 2024 dell’ANPI. Ma l’ANPI non può e non deve restare sola.


Draghi: Il buio che stiamo attraversando

Autore:

E’ impressionante il coro di giubilo che ha accolto la chiamata di Mario Draghi al Colle, già la sera del 2 febbraio. Ma chi ha la voglia di guardare oltre le prime pagine dei quotidiani – che come si sa dal giorno dopo servono solo a incartare il pesce -, e di pensare un po’ più lungo delle proprie ciglia sa che quella di martedì scorso è stata una giornata nera. Una data da segnare nigro lapillo per almeno due buone ragioni, non contingenti né di superficie. In primo luogo perché in quelle poche ore che passano tra il prolungamento ormai stucchevole del tavolo nella Sala della Lupa e la resa di Fico, è stato inferto un colpo mortale alla politica. Non a un governo, o a una coalizione già di per se stessa boccheggiante, ma alla politica tout court. E’ stato certificato il dissolvimento di tutti i suoi linguaggi, divenuti via via privi di senso di fronte ai capovolgimenti e alle triple verità, e insieme il fallimento di tutti i suoi protagonisti, di maggioranza e di opposizione, incapaci di uscire dal labirinto nel quale un pirata politico senza scrupoli come Matteo Renzi li aveva cacciati, annunciandone il commissariamento da parte di un “uomo di Banca” quale Mario Draghi nella sua sostanza è. Se è vero l’assunto che nello “stato d’eccezione” si rivela il vero Sovrano, ebbene in questo drammatico stato d’eccezione in cui pandemia sanitaria e follia politica ci hanno gettato, Sovrana si rivela, infine, la potenza del Denaro, nella forma antropizzata dei suoi sacerdoti e gestori.

Ma c’è una seconda ragione per considerare foriera di sciagure la giornata del 2 di febbraio: ed è che quella sera si è aperto un vaso di Pandora. Si è messa in moto una reazione a catena che forse già nell’immediato ma sicuramente nel tempo medio è destinata a colpire al cuore (quasi) tutte le forze politiche che compongono il già ampiamente lesionato sistema politico italiano. Tutte fragili, attraversate da un reticolo di fratture, di contrasti personali, di conflitti di piccoli gruppi e comitati d’affari, nessuna saldata da una qualche cultura politica forte capace di prevalere sui personalismi, a cui il gioco al massacro inaugurato dal demolitore di Rignano ha impresso un’accelerazione folle, senza freno né direzione, innescando una potenziale esplosione centrifuga di ognuna. Dei 5Stelle di certo, a cui l’onda di piena crescente aveva portato un patrimonio elettorale enorme e un personale politico raccogliticcio, destinato oggi a disperdersi con la fase calante. Ma anche il Pd, il cui arcipelago di frazioni teneva insieme con lo sputo, pieno com’era delle mine vaganti disseminate da Renzi al suo interno, ma in cui l’ultimo azzardo del suo ex segretario non potrà che rinfocolare ripicche e rancori vecchi e nuovi. E la Lega stessa non potrà reggere l’urto del cambio di paradigma politico senza vedere le proprie linee di faglia allargarsi, nell’impossibilità di tenere insieme un eventuale sostegno (diretto o indiretto) all’uomo-simbolo dell’ “Europa della Finanza” con la militanza sul fronte del sovranismo etnocentrico. Forse solo Fratelli d’Italia si potrà salvare dal maelstrom restandone ai bordi. Può darsi che nell’immediato si trovi una qualche formula capace di salvare la faccia ai principali players: una riedizione della maggioranza giallo-rosa a guida Draghi anziché Conte, magari con la benedizione dello stesso Conte; una “maggioranza Ursula” con dentro anche il caimano rimesso miracolosamente al mondo; un ibrido o un cyborg metà politico metà tecnico. Qualcosa insomma che permetta alla legislatura di restare in piedi allontanando l’Armageddon delle elezioni anticipate e il salto nel buio prima dell’elezione del Presidente della Repubblica, e di offrire all’Europa una faccia rassicurante a cui affidare i miliardi del Recovery fund e un simulacro di equilibrio istituzionale per sedare le ansie di chi sa di essere sull’orlo di un abisso… Ma la tendenza è e resta al generale dissolvimento di ogni possibile quadro politico il che equivale, tecnicamente, a una “crisi di sistema” che potrebbe rivelarsi una voragine nelle urne del 2023.

Sappiamo benissimo che quella deriva dissolutiva era in corso da tempo, da almeno due lustri: per lo meno da quando nel 2011 l’esplosione esponenziale dello spread aveva determinato il default dell’ultimo governo Berlusconi e – anche in quella circostanza – la fuga di tutte le forze politiche dalle proprie responsabilità per nascondersi dietro lo scudo dei tecnici di Mario Monti (un altro Mario!) a cui lasciar svolgere il lavoro sporco della macelleria sociale che l’Europa “ci chiedeva”. Sappiamo anche che da quel tunnel il sistema dei partiti italiano era uscito completamente trasformato, con l’emergere  del corpaccione penta-stellato, gonfiato da un esodo biblico degli elettori in fuga fuori dai tradizionali contenitori di centrodestra e di centrosinistra. Esodo continuato nel quinquennio successivo, fino al fatidico 2018, quando l’ircocervo “populista” gialloverde calamitò quasi il 50% di un elettorato in piena evaporizzazione, disposto a votare chiunque purché non fosse né ricordasse ciò che aveva governato prima. Era – possiamo ben dirlo oggi, a distanza di qualche anno – un composto spaventosamente instabile, un magma attraversato da pulsioni e domande diverse con l’unico denominatore (minimo) di una disperata domanda di discontinuità, che prima si agglutinò provvisoriamente sull’asse di centro-destra con l’alleanza “contrattuale” con la Lega (ossimorico nel costume, mettendo insieme l’autoritarismo egotico di Salvini e il libertarismo trasgressivo di Grillo, e nei contenuti con gli uni fissati sulla flat tax e gli altri con il reddito di cittadinanza). Poi – dopo il suicidio del Papeete – virò sul giallo-rosa, e fu un miracolo di equilibrio e di equilibrismo che lasciò sperare almeno di salvarci dal rischio di nuove elezioni che avrebbero segnato una vittoria potenzialmente travolgente delle destre e la possibilità che queste mettessero le mani su Presidenza della Repubblica e revisione costituzionale. E soprattutto che permise di gestire in modo ragionevole la Pandemia, risparmiandoci le follie alla Trump e Johnson. Ma non esorcizzò la tendenza all’evaporazione e alla scomposizione di tutti gli aggregati, anche perché quella difficile e precaria alleanza si era nutrita in seno, come detentore della golden share, un partner velenoso e intrinsecamente (caratterialmente) distruttivo come Matteo Renzi, che infatti, come detto, aspettò il momento più delicato e difficile per aprire quel vaso che, secondo il racconto mitologico, conteneva gli “spiriti maligni”  della gelosia, della malattia, della pazzia e del vizio. E per rilanciare in grande stile il processo dissolutivo che, conoscendo l’uomo, si può ben immaginare quanto gli piaccia, liberando spazio, tra le maceria, al dispiegarsi di un Ego che i pur precari equilibri di un qualunque edificio politico inevitabilmente obbligherebbero a limitarsi.

Così “in alto”. Ma poi c’è “il basso”, quello che si chiama “il Paese”, che è allo stremo: in questi giorni, dum Romae consulitur, per ogni ora che passa si perdono 50 posti di lavoro. Per ogni giorno di stallo sono 1200 disoccupati in più. Dalla famosa conferenza stampa di Matteo Renzi in cui annunciava il ritiro delle sue due ministre e apriva in modo corsaro una crisi incomprensibile al giorno della resa di Fico sono trascorsi esattamente 20 giorni (compreso quello in cui il principale responsabile di quello stallo se ne è andato a guadagnare i suoi 80.000 dollari con un atto di asservimento a uno dei peggiori despoti del mondo), nel corso dei quali se ne sono andati 24.000 redditi da lavoro. Milioni di lavoratori, dipendenti e autonomi, sono naufragati: 393.000 contratti a termine non sono stati rinnovati, 440.000 in prevalenza giovani hanno perso il posto, altre centinaia di migliaia lo perderanno se il blocco dei licenziamenti non verrà prolungato. Tutti aspettano una boccata d’ossigeno, i benedetti “ristori”, per poter continuare a respirare. A cominciare dalle quasi 350.000 imprese attive nel settore della ristorazione e dei bar, che occupa più di un milione di persone e in cui si prevede una moria di più del 60%; e tutto il settore artigiano, delle piccole e piccolissime imprese che non hanno la voce potente di Confindustria per dettare o condizionare l’agenda governativa e che annaspano nell’indifferenza pubblica. Sono una grande parte di società che senza interventi immediati – “a pioggia”, quelli che non piacciono a Carlo Bonomi e a tutti i tecnocrati mercatisti – non tireranno più su le saracinesche abbassate. E tuttavia, bene che vada, se la crisi di governo non si avvita ulteriormente, occorreranno settimane prima che l’Esecutivo ritorni operativo. E se fosse, come è possibile, un governo “tecnico”, sappiamo bene quale sia la sensibilità sociale dei tecnici… Anche se si chiamano Mario Draghi (del cui alto profilo professionale non si può dubitare, ma sulla cui disponibilità solidaristica è lecito interrogarsi).

E qui veniamo alle sue molteplici “vite”. Ho detto che Draghi è un “uomo di banca”. Ma sono stato impreciso. Avrei dovuto dire uomo di banca nell’epoca in cui le banche – le Grandi Banche, quelle di dimensione globale – assumono responsabilità dirette di governance universale. Poteri non forti ma fortissimi, da cui dipendono vita e morte dei popoli (“sovrani” nell’epoca post-democratica potremmo dirli). E il profilo di Draghi si dipana per buona parte all’interno di quell’universo. Dopo la sua (precoce) prima vita accademica, in cui allievo di Federico Caffè ha conosciuto e condiviso i principii keynesiani, è passato, con una certa rapidità, al ruolo di grand commis di Stato come Direttore del Ministero del Tesoro sotto tutti i governi succedutisi dal 1991 in poi (da Andreotti ad Amato a Berlusconi a D’Alema) distinguendosi in perfetto stile neoliberista nel ruolo di grande privatizzatore di quasi tutto (Iri, Eni, Enel, Comit, Telecom, per un totale di quasi 200.000 miliardi di lire). E’ a quel punto che emigra per un rapido passaggio nell’universo globale di Goldman Sachs come  Managing Director per le strategie europee e membro del Comitato esecutivo del gruppo per poi tornare, rigenerato, alla guida della Banca d’Italia (2005) e nel 2011 a capo della BCE: appena in tempo per firmare insieme a Trichet la “terribile” lettera al Governo italiano che apre la stagione delle lacrime e sangue. Salva certo l’Euro con il fatidico whatever it takes nel luglio del 2012 ma nello stesso anno tiene a battesimo il compact fiscal e nel luglio del 2015 non si farà scrupolo di spingere sott’acqua la Grecia di Alexis Tsipras togliendo la liquidità d’emergenza alla sue banche e, l’anno dopo, di ispirare il Jobs Act renziano. La Pandemia gli suggerisce un sostanzioso allentamento dell’austerità, ma non ne attenua la vocazione privatistica e l’ostilità nei confronti della funzione redistributrice dell’intervento pubblico.

Non stupisce l’immediato riflesso di Confindustria che saluta il suo incarico chiedendo la liquidazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 oltre al ritorno alla libertà di licenziare. Se venisse ascoltato, quell’appello, sarebbe foriero di ulteriore minaccia nel già fosco scenario italiano perché oltre alla dissoluzione della mediazione politica si rischierebbe un ulteriore sprofondamento sociale. E un forse definitivo divorzio tra istituzioni e popolo.

Per questo resto pessimista. Di un pessimismo – come direbbe Piero Gobetti – “vetero-testamentario”, ovvero “senza palingenesi”, con la sensazione di essere da tempo avviati su un piano inclinato che assottiglia sempre più i margini di sopravvivenza del nostro modello democratico, con la sgradevole sensazione che quelle che ci sembrano, al momento, possibili soluzioni siano in realtà potenziali dis-soluzioni. Ed in cui lo sfuggire a un pericolo comporti, in qualche misura, la possibilità d’incontrarne un altro altrettanto grave se non peggiore. Per questo capisco perfettamente la preoccupazione di Domenico Gallo (Tempi di Draghi) su ciò che comporterebbe, oggi, l’alternativa delle elezioni anticipate in caso di fallimento del tentativo di Draghi: sono state il mio incubo in tutti questi mesi, per lo meno dall’agosto dello scorso anno. Ma ce lo vediamo noi un governo di emergenza come quello che si prospetta, con tutti i partner politici acciaccati e le rispettive leadeship ulteriormente infragilite metter mano a quella riforma elettorale che non sono riusciti a fare in sedici mesi per superare quell’obbrobrio tecnico e politico che è il “Rosatellum” (parto di quel Rosato portatoci in regalo dal solito ineffabile Renzi)? E riusciamo a immaginarci cosa ci porterà il voto nel ’23 (centenario della famigerata Legge Acerbo) se si svolgerà con quella legge elettorale e con un Parlamento ridotto di più del 30%? Chi di noi può, da oggi in poi, sentirsi sicuro?

E, d’altra parte, sul piano economico, so benissimo che il tesoro promesso dall’Europa è meglio trovarlo che perderlo. E che nessuno ha le competenze tecniche (ma anche politiche) di una figura come quella di Mario Draghi, a casa sua in ogni cancelleria d’Europa e in ogni Consiglio d’amministrazione del mondo. Ma che produrranno quelle competenze economiche, sul piano sociale? A chi andranno i vantaggi di una sia pur più efficiente gestione delle risorse (a parte il vantaggio “ultimo” di non finire tutti schiacciati sotto il default dell’intero Paese)? Finora il paradigma prevalente ha favorito spudoratamente chi sta in alto. E nemmeno la svolta post-austerity ai piani alti europei ha interrotto quella tendenza. Il ritornello che ascoltiamo sempre, sul debito buono e quello cattivo, sospettiamo, ma a ragion veduta, significhi che il primo (il “buono”) sia quello che premia lo sviluppo delle imprese, il secondo (il “cattivo”) quello che dovrebbe assistere la sopravvivenza delle persone e delle famiglie. Mentre l’idea che sta dietro anche al riformismo (asociale) dei tecnocrati – anche questo lo sappiamo – resta ancora e sempre quella del trickle down, dello “sgocciolamento”, ovvero la favola bella secondo cui favorire l’afflusso della ricchezza in alto prima o poi si risolverà in un vantaggio anche per chi sta in basso per effetto, appunto, della ricaduta a cascata delle briciole. Non sento né vedo segnali che mi dicano che a quei livelli le cose siano cambiate sostanzialmente…

Eppure si è parlato sempre più spesso, negli ultimi tempi, di “bomba sociale”. E l’espressione non è fuori luogo. Le società hanno un punto critico oltre il quale perdono il proprio principio di ordine (entrano in una condizione che i sociologi chiamano di “anomia” in cui le regole stabilite perdono di senso). Si potrebbe parlare di una “soglia”, al di sotto della quale non solo si perde quella possibilità di “resilienza” di cui molto si parla (intendendo la capacità di un corpo di ricuperare la condizione precedente dopo aver subito un urto), ma la lotta per la sopravvivenza rischia di prevalere sul vivere civile. E la pressione del bisogno può trasformarsi, alternativamente, o in depressione e apatia o all’opposto in furia. Beh, ho l’impressione che quella “soglia” si sia avvicinata pericolosamente, e forse che sia stata in ampia parte superata, senza che nessuno tra quelli che si affaccendano intorno alle macchine del potere e dell’amministrazione vi facciano gran caso. E neppure tra quelli che in qualche modo contribuiscono a “fare opinione”.

Rispetto dunque chi, nonostante tutto, spera. Io, personalmente, dispero.

 

Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto col titolo Il martedì nero in cui cade Conte e arriva l’uomo forte


Il voto nelle “terre ballerine”

Autore:

Non so se si può dire – come intitolava a caldo il Manifesto – che quella del 20 e 21 settembre è stata una “vittoria per due” (Zingaretti e Di Maio, che infatti hanno esultato). Credo di no. Ma sicuramente è stata una sconfitta per uno (Matteo Salvini).

I Cinquestelle possono, è vero, accreditarsi l’ampio consenso referendario al taglio dei parlamentari (l’ultimo brandello di bandiera che gli restasse, dopo aver ammainato malamente tutte le altre, e il più rozzo per le motivazioni addotte). Ma nelle Regioni in cui si è votato nelle amministrative sono praticamente spariti dai territori. Il Pd ha respinto, è vero, il tentativo di spallata della destra nelle Regioni simbolo, in particolare la Toscana. Ma si è perso, al referendum, buona parte dell’unico insediamento sociale omogeneo che gli era rimasto: la “fascia protetta” dei quartieri residenziali delle città e delle aree metropolitane, quelli dei Municipii I e II a Roma, della Crocetta e di Borgo Po a Torino, di Brera e Magenta a Milano, il “ceto medio riflessivo” e i winner della globalizzazione che non votano “con la pancia” e hanno scelto massicciamente il NO seguendo gli appelli di Repubblica e Huffington Post.

Lui, Salvini, invece, non può rivendicare niente. Ha perso su tutto il fronte. Al sud, naturalmente, in particolare in Puglia dove la sconfitta di Fitto porta il segno del default della “Lega con Salvini”, crollata di 15 punti rispetto alle Europee (dal 25,2% al 9,7%). E al Nord, nel “suo” Veneto, dove il suo antagonista interno Zaja lo doppia due volte, con un secco 45,2 contro 16,7. Oltre naturalmente alla Toscana – la “madre di tutte le battaglie” – dove evidentemente gli elettori si sono turati montanellianamente il naso di fronte all’impresentabile Giani in nome del proprio nobile passato di “regione rossa” (qui l’affluenza è stata di 15 punti percentuali superiore alla precedente tornata amministrativa). Aveva preconizzato, smargiasso, un 7 a 0, ed è stato l’ennesimo autogoal di una serie ininterrotta iniziata al Papeete lo scorso agosto e proseguita senza soluzione di continuità. Doveva essere l’occasione per la definitiva delegittimazione del governo giallo-rosa di Conte II. E’ stata invece una sua insperata riconferma.

 

Dal combinato disposto di questa tornata elettorale il governo sembrerebbe uscire, almeno in teoria, se non “blindato”, come titolano molti giornali, in qualche misura rafforzato. Non le sue due principali componenti, come si è visto entrambe – e in diversa misura – acciaccate. Ma il Governo nel suo insieme, che può sperare di sopravvivere senza gravi scossoni (per lo meno di origine esterna) fino al “semestre bianco” (tra meno di un anno, alla fine di luglio del ’21) e all’elezione del nuovo Presidente, tanto più che i “guastatori” renziani di Italia Viva sono stati ridicolizzati nelle urne (l’1,4% di Scalfarotto in Puglia contro Emiliano è esilarante, ma anche lo stentato 6,7% nella “sua” Firenze è un bello scorno per il bullo di Rignano, dove peraltro Italia Viva non è andato oltre il 10% contro il 36% del Pd…).

Se dovesse andar giù – ipotesi tutt’altro che improbabile -, venendo meno alla ragione fondamentale della sua esistenza, quella di durare fino al rinnovo della Presidenza della repubblica, questo Governo lo farà esclusivamente motu proprio, per responsabilità e colpa delle sue due principali componenti: per le convulsioni del Movimento 5 stelle, dove la sensazione di evaporazione dai territori (in nessuna delle sei regioni sono andati al di sopra del 10%, in Veneto stanno addirittura al 2,7!) sta già scatenando un inizio di bellum omnium contra omnes di cui il troglodita politico Di Battista si è fatto avanguardia e in cui l’impressionante incapacità non solo “strategica” ma anche “tattica” di tutto il quadro dirigente e militante fa da combustibile. E insieme per le opposte e simmetriche tentazioni egemoniche del Pd, inebriato dai risultati (sono inaspettatamente il primo partito in cinque regioni su sei, solo in Veneto sono secondi, all’11,9% dietro la Lega che sta al 16,9%) e spinto da molti a forzare, per hybris, non tanto sul sacrosanto terreno dei punti programmatici irrinunciabili per qualunque forza politica rispettabile (la cancellazione dei “decreti Salvini”, una legge elettorale di “salute democratica” e dunque rigorosamente proporzionale) ma su quello fangoso delle poltrone ministeriali, magari chiedendo un rimpasto che, nel castello di carte che è oggi il Governo Conte II, potrebbe innescare a cascata un effetto domino dall’esito poco controllabile. Tanto più che il fondamento (anzi, potremmo dire “il fondo”) su cui la costruzione politica e istituzionale si appoggia – la “base sociale”, il “comune pensare”, i “sentimenti della nazione”, chiamiamolo come vogliamo -, è liquido, instabile e basculante come le “terre ballerine” delle aree paludose. E l’onda di piena che da quasi un decennio sta destabilizzando il quadro politico di mezzo Occidente, e che per semplicità continuiamo a chiamare “populismo”, nonostante le apparenze, non sembra essersi riassorbita ma piuttosto pare di volta in volta cambiare forma e linguaggio senza perdere slancio. Ce lo dicono, nel linguaggio criptico delle mappe elettorali, gli stessi risultati delle regionali.

E’ vero infatti che le due forze che hanno incarnato “ufficialmente” il populismo italiano – Lega e M5S, quelle che hanno raggiunto l’apice con il Conte I e la maggioranza giallo-verde – sono uscite malconce. O, se si preferisce, sembrano aver perso la propria “forza propulsiva”, bastonata la seconda. Ma anche – ed è il dato più importante – arrestata la prima, quella che sembrava aver raccolto il testimone della viralità populista. Anzi, arrestato il suo “Capitano”, umiliato al Sud, ma anche ridimensionato al Centro e al Nord. La “sua” Lega sta sotto la linea di galleggiamento del 10 per cento in Puglia (9,6%) e in Campania (5,7%). In Liguria, dove Toti stravince col 56% Salvini prende un misero 17% e nel Veneto di Zaja al 70% si ferma al 16,9%. Solo nelle Marche raggiunge il suo picco massimo, che però è il 22%, e il vincitore è in quota Meloni, mentre in Toscana si deve accontentare del 21%, pochino per uno che voleva prendere tutto. Se un dato invece spicca – finora poco considerato dai commentatori, ma rilevante e in qualche misura sintomo di una febbre non ancora spenta – è la dimensione fortemente personalizzata di questo voto, e la natura decisamente “personale” delle vittorie. I vincitori sono quasi ovunque i candidati, non i rispettivi partiti, e spesso le loro liste individualizzate: così per il Veneto di Zaja (premiato dal virus), ma anche per la Liguria di Toti (lanciato in alto dall’uso del ponte come trampolino), naturalmente per De Luca in Campania (beneficiato anche lui dal Covid e dalla sua crozziana visibilità) e per Emiliano in Puglia. E la personalizzazione è, come è noto, un tratto distintivo della “sindrome populista”, che si alimenta della inevitabile disintermediazione tra elettori e potere quando si estenua il ruolo dei partiti.

Caso a sé, per certi versi, la Toscana dove il basso profilo del candidato Presidente tende ad escludere il fattore “carisma”. Qui, dall’analisi territoriale dei risultati emerge con molta chiarezza l’esistenza non di una ma di due Toscane: una Toscana dell’hard core, vogliamo chiamarla una “Toscana classica”, distesa lungo la linea della Firenze-mare dove il rosso stravince con distacchi abissali come a Firenze 1 (il comune di Firenze, dove tra Giani e Ceccardi ci stanno più di 30 punti di distacco: 60,3 contro 29,7) o nella Pisa-città riconquistata (52,8 a 36,5) e a Livorno (48,4 a 32,7), oltre naturalmente nella Siena orfana di Montepaschi (51 a 40); e una Toscana dei margini (Lucca, Grosseto) dove prevale il blu e Ceccardi arriva prima, anche con un certo distacco, col caso deprecabile di Massa-Carrara, collegio tradizionalmente rosso, con forti venature anarchiche, dove tuttavia Ceccardi vince sia pur di misura (un punto e mezzo di distacco). Sono i segni di come, anche qui, lavori la legge dei margini che già aveva operato in Emilia-Romagna, e che vuole la torsione populista come punizione di una sinistra migrata altrove, nei luoghi dell’economia fast, a danno delle aree slow…

Non è finita, dunque. Siamo ancora a metà del guado. E probabilmente l’esito di questo – su quale sponda si resterà o si approderà – dipenderà più dagli errori che ognuno dei giocatori farà nei prossimi mesi che dai meriti di ognuno di essi. Più dalle rispettive “assenze” che dalle possibili virtù (che non esistono, su nessun versante). E da quanto le parti più sofferenti di società si sentiranno, vicini o lontani, i rispettivi giocatori di una partita la cui posta era e resta altissima.


Conte e il “decreto semplificazioni”: il vecchio che avanza

Autore:

“Martedì 7 luglio il Consiglio dei ministri approva il Decreto Semplificazioni. Ancora ieri, gli uffici del Mibact (cui l’ho domandato come membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali) mi comunicavano che non ne esiste un testo definitivo, e che le bozze commentate negli scorsi giorni sui quotidiani sono tutte ampiamente superate in nodi cruciali. Mentre sembra evitato l’abisso di un nuovo condono edilizio, per di più delegato ai comuni, rimangono incerte le norme sulle autorizzazioni paesaggistiche, sulle valutazioni di impatto ambientale, su punti cruciali dell’edilizia (tra cui quello che concederebbe le mani libere sui centri storici, bomba libera tutti per la speculazione edilizia). E sulla testa del patrimonio culturale continua a incombere il silenzio assenso: che farebbe funzionare la burocrazia non nell’unico modo sano (assumendo le migliaia di storici dell’arte, archeologi e architetti che oggi consegnano le pizze), ma spianando la strada ai vandali.

Il senso del decreto è riassunto nell’elenco di 130 Grandi Opere strategiche che dovrebbero «portare l’Italia nel futuro», secondo il presidente del Consiglio Conte. Una chiave di lettura esaltata, sul piano simbolico, dalla scena in cui l’«avvocato difensore del popolo», venerdì scorso, schiaccia il pulsante che alza le paratie del Mose a Venezia, dichiarando (con una faccia tosta degna di Alberto Sordi, suo vero modello culturale): «non siamo qua per fare passerelle». Agli ambientalisti che protestano, Conte risponde: «Di fronte all’ultimo miglio la politica si assume le proprie responsabilità e decide che con un ulteriore sforzo finanziario si completa, e si augura che funzioni». La cassa aperta e il corno rosso in mano: intramontabile ritratto dell’impotenza politica italica.

C’è un motivo per cui Conte è stato accolto così bene dal sistema, divenendone in breve il garante: ed è la sua totale appartenenza culturale al sistema stesso. La cui regola fondamentale è: non cambiare mai nulla. Sono decenni che la bandiera delle semplificazioni viene sventolata: da tutti, da Berlusconi a Renzi. Naturalmente si gioca sull’equivoco: si lascia intendere che ad essere semplificata sarà la vita del cittadino, che conterà di più. E invece a contare sempre di più sono pochi centri di interesse e potere (a garantire i quali servono i commissariamenti delle grandi opere), e ad essere più semplice è la devastazione dell’ambiente (e dunque della salute) dei cittadini.

Io, che sono un ingenuo, continuo a sbalordirmi (e a incazzarmi) per il tradimento senza fine del Movimento 5 Stelle, che Conte sta traghettando definitivamente nelle nebbie di una Democrazia Cristiana senza la cultura politica della Democrazia Cristiana. Un tradimento consumato nel metodo, e nel merito.

Nel metodo: un Movimento che in nome della democrazia diretta sta pesantemente contribuendo al vilipendio del Parlamento, accetta poi che un decreto decisivo per il futuro dell’ambiente venga scritto nemmeno dall’esecutivo, ma dalla sorda burocrazia ministeriale che a parole si vorrebbe combattere. È la corridoiocrazia, perché è nei corridoi romani del potere che in queste ore si tolgono e si mettono commi: in una oscurità democratica in cui le lobbies del cemento ottengono quello che vogliono.

E poi nel merito. Perché dopo anni di seminari in cui il Movimento invitava a parlare tutto il pensiero critico ambientalista, quando è arrivato al governo prima si è fatto complice della resurrezione del TAV in Val di Susa e ora blinda una lista in cui si allineano pressoché tutte le Grandi Opere contestate dai suoi meetup fondativi.

Non c’è traccia, nell’elenco di Conte, dell’unica Grande Opera utile, la messa in sesto del dissestatissimo territorio italiano. Non si arrestano le frane, non si governano i fiumi, non si fa manutenzione nelle foreste (anzi, secondo Italia Nostra le si minaccia mortalmente). E poi non si pensa alle aree interne, all’Italia dei margini, ai borghi spopolati. Né c’è traccia dell’altra Grande Opera davvero vitale: trovare aule scolastiche per un milione di alunni. Ma invece ci sono, tra l’altro, tutti i totem dei renziani: l’aeroporto e lo sventramento TAV di Firenze e la maledetta Tirrenica.

Il simbolo di questa gattopardesca perpetuazione dell’ovvio consumo di Italia è proprio quel Mose a cui Conte ha voluto legare così indelebilmente la propria persona. Bisognava avere la forza di dichiararlo perento, di prendere atto che non funziona già e non funzionerà mai, e di destinare quel fiume di soldi alla manutenzione della Laguna, tracciando finalmente una via sostenibile per il futuro della morente Venezia. Invece, nulla: l’inerzia conservatrice del PD si è definitivamente mangiata i Cinque Stelle, mentre Conte semplifica come Berlusconi e Renzi, augurandosi «che funzioni».

Saranno le piogge, le frane e le relative morti del prossimo autunno a dirci che, come sempre, non funzionerà.

Una versione ridotta di questo articolo è comparsa su Il Fatto Quotidiano


Conte bis: per l’ambiente nessun buon segnale

Autore:

Io me lo ricordo bene il centrosinistra, i governi Craxi-Andreotti, ad esempio. Il governo Conte bis è un centrosinistra, solo che oggi non si capisce più qual è il centro e qual è la sinistra. Direi che Di Maio ha l’aspetto del perfetto democristiano, pur senza averne la preparazione, ma il PD è pieno di democristiani doc e quindi direi che il M5S è l’equivalente del PSI e il PD della DC. Può essere? Forse. Differenze sostanziali con i programmi del centrosinistra? Diciamo che oggi forzatamente, per via del turbocapitalismo imperante (la locuzione non è mia ma di Diego Fusaro), deve esserci un po’ più di attenzione al sociale. Secondo gli ultimi dati riportati da Il Fatto Quotidiano 16,4 milioni sono a rischio povertà e la forbice fra chi ha e chi non ha è sempre più accentuata. E poi ci sono i migranti, che fuggono per via dei cambiamenti climatici (l’affermazione non è mia, è del CNR: l’80% dei migranti provenienti dall’area del Sahel fuggono per questo motivo.

Per il resto, nessuna differenza. Si spinge sempre l’acceleratore sul pedale dello sviluppo. E se questo non è strano per il PD (Il Sole 24 Ore, organo di Confindustria, è da sempre schierato a favore di governi DS, PDS, Ulivo, PD che dir si voglia e del resto l’alternativa prima era il bunga bunga e oggi il mojito), appare singolare per il M5S che doveva essere il partito del cambiamento, anche in campo ambientale e territoriale. Ma è bastato andare al governo per piegarsi alle solite lobbies. Vediamo.

Contratto di governo con la Lega (“Contratto di governo per il cambamento”…). In tema ambiente e territorio le uniche affermazioni che si facevano erano che lo sviluppo deve essere sostenibile e che si puntava alla green economy. Sì al terzo valico, revisione (poi non verificatasi) della TAV.

Oggi. Programma di governo col PD, 26 punti. Solo il punto 5) parla di ambiente, per sostenere sempre il totem della green economy, secondo la quale l’Italia esce dai combustibili fossili, ma riempie le campagne di pannelli solari, i crinali di pale eoliche, i corsi d’acqua di captazioni. Solo il punto 6) parla di territorio: «Occorre potenziare le politiche sul dissesto idrogeologico», ma ignora volutamente che un alloggio su due nel sud Italia continua a essere abusivo. Dell’abusivismo meglio non parlare, fa perdere consensi. E infine il divertente punto 19): «Occorre tutelare i beni comuni, come la scuola, l’acqua pubblica, la sanità». Divertente perché il primo dei beni comuni sarebbe la scuola! Non si parla neppure di suolo. Del resto, per chi non lo sapesse, la senatrice Paola Nugnes, che era la prima firmataria della proposta di legge per il consumo zero di suolo, è stata silurata dal Movimento ed è finita nel gruppo misto… Il M5S, pur di restare al potere, ha persino rinunciato a due dei venti punti indicati come irrinunciabili da Di Maio: «Misure per garantire il rispetto degli animali. Contrasto alle violenze e al maltrattamento, tutela della biodiversità e lotta al bracconaggio» (il PD e la Lega sono tradizionalmente i partiti delle doppiette) e «Sostegno ai piani di settore e alle filiere agricole e promozione di pratiche agronomiche e colturali sostenibili e a difesa del suolo».

Tutto il resto del programma del Conte bis parla solo di sviluppo e sociale. Per quanto riguarda le infrastrutture, decisa spinta in avanti: Paola De Micheli (PD) è il nuovo ministro delle Infrastrutture. «Piace ai big del cemento» (Il Fatto). E infatti il programma non parla della fastidiosa analisi costi-benefici né della revoca ai Benetton. Ah, dimenticavo il democristiano Franceschini ai beni culturali: Tomaso Montanari lo qualifica il peggiore che si potesse scegliere.

Insomma, una coalizione con i piedi ben piantati per terra, anzi, nel cemento e nell’asfalto. Mattarella, da buon democristiano, sorride a trentadue denti e dà la sua benedizione. L’Europa e Confindustria festeggiano. La Borsa brinda. E persino l’intellighenzia di sinistra, la stessa che criticava aspramente quel vecchio centrosinistra, è contenta. Si è scongiurato il pericolo della destra al potere. C’è un gioco sulla Settimana Enigmistica, si chiama “Aguzzate la vista”. Vi invita a rilevare le differenze. Usatelo anche qui.


Il Governo che verrà: c’è rospo e rospo…

Autore:

Le trattative segnano alti e bassi ma il Governo si farà. Per diverse ragioni molte delle quali non esaltanti: dal terrore (più che giustificato) del M5S di essere spazzato via da nuove elezioni alla certezza del Pd (altrettanto giustificata) di essere comunque destinato a restare minoranza; dalla volontà di Renzi e dei suoi fedelissimi di mantenere il controllo dei gruppi parlamentari e di scegliere tempi e modi per iniziare una prossima avventura politica autonoma alle pressioni internazionali sempre più scoperte e smodate. Ma anche per un’altra ragione – l’unica – più nobile: quella di ripristinare un minimo di agibilità politica in una situazione inquinata dalla gigantesca anomalia dello strapotere istituzionale e mediatico di Matteo Salvini (e, con lui, della destra più eversiva) determinato non già dal successo elettorale ma dall’ambiguità del M5S e dall’insipienza del Pd, che hanno regalato al leader della Lega un ruolo governativo di primissimo piano (da lui utilizzato per sconquassi istituzionali senza precedenti e per una spregiudicata operazione di acquisizione di consenso).

A chi chiede elezioni immediate gridando al golpe per il cambio di alleanze va infatti ricordato, anzitutto, che nelle elezioni del 4 marzo 2018 la Lega ottenne, per la Camera, 5.698.687 voti su 32.840.055 votanti (pari al 17,35%, cioè un votante ogni 6 o poco meno) e su 50.782.650 aventi diritto al voto (pari all’11,22%, cioè un cittadino ogni 9) – cifre ragguardevoli ma ben distanti non solo dalla maggioranza ma anche da una posizione egemonica – e, poi, che l’accordo di governo tra M5S e Lega fu del tutto innaturale in quanto concluso dopo una campagna elettorale di durissima contrapposizione e, addirittura, realizzato in forma di contratto (in molti punti aperto) essendosi rivelati impossibili una convergenza e un compromesso. Ciononostante i 14 mesi di governo appena trascorsi hanno visto un ruolo di assoluto primo piano di Salvini (vicepremier e ministro dell’interno) con effetti devastanti sulla cultura, sul costume e sul sentire collettivo. A fronte di ciò il ripristino, prima di tornare al voto, del peso di ciascuno e dell’ordine delle cose risponde a una fisiologica esigenza di igiene istituzionale troppo a lungo trascurata.

Ma c’è modo e modo di farlo e il paradosso in cui versiamo è che la bonifica è affidata, per insuperabili ragioni numeriche, alle due forze – il M5S e il Pd – che hanno consentito o favorito l’inquinamento e che, per di più, erano, fino a due settimane fa, in profondo e aspro conflitto. Di qui – non occorre essere particolarmente avveduti per verificarlo – la situazione kafkiana in atto in cui si intrecciano e si sovrappongono anomalie macroscopiche: la contemporanea rivendicazione di continuità e di rottura con la precedente esperienza di governo, i giochi di parole per occultare la sostanza delle questioni sul tappeto, una trattativa condotta con metodi da suk e con rivendicazioni personalistiche tali da far impallidire il manuale Cencelli di democristiana memoria, la trasformazione dell’avvocato Giuseppe Conte – fino a ieri sbiadito e imbelle esecutore di politiche sgangherate e razziste – in statista di levatura internazionale e molto altro ancora. Non era ineluttabile. Almeno il rito poteva essere meno deludente. Ma tant’è. Questo è il livello delle forze in campo…

Un nuovo Governo si farà, probabilmente di basso profilo, ma si farà. Non sarà ‒ almeno per chi vorrebbe un’uscita in avanti dalla crisi economica, sociale ed etica che attraversa il Paese – un buon Governo. Anzi sarà un Governo che, in continuità con quelli (pur tra loro assai diversi) che lo hanno preceduto, insisterà in un modello di sviluppo ingiusto e devastante incrementando ulteriormente le disuguaglianze sociali e le situazioni di povertà ed emarginazione. Eppure si farà.

Si tratta probabilmente, non certo in assoluto ma nella situazione data, del male minore. Ma non ad ogni costo. La cosa va sottolineata per mantenere aperto, almeno a sinistra, un dibattito sulle reali necessità del Paese e, poi, per indicare alla sparuta pattuglia di Leu (se ancora esiste ed ha una posizione unitaria) le condizioni minime per consentire il via libera a questa esperienza. Al dibattito generale abbiamo già offerto, su queste pagine, diversi contributi (cfr., tra gli altri, https://volerelaluna.it/commenti/2019/08/21/votare-o-non-votare/ e https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/27/dieci-punti-per-un-governo-che-riparta-dalla-costituzione/). Qui e ora, mentre sembra prossimo lo scioglimento della riserva da parte del presidente incaricato, è bene fermarsi ancora sulle condizioni minime (ma, per questo, irrinunciabili), necessarie per essere della partita: 1) il varo di una legge elettorale pienamente proporzionale, che compensi la riduzione dei parlamentari, altrimenti destinata ad accrescere le rendite di posizioni dei partiti più forti, scardinando ulteriormente la rappresentatività del sistema; 2) provvedimenti legislativi e amministrativi immediati che evidenzino l’abbandono dell’illusione repressiva, nei confronti dei migranti e non solo, come strumento di governo della società e la sua sostituzione con un modello fondato sull’inclusione e il potenziamento dello Stato sociale; 3) l’apertura di un tavolo di discussione a tutto campo sul sistema delle grandi opere in un quadro di politica di tutela dell’ambiente e del territorio che superi le imposizioni e le ipocrisie di questi anni.

Il resto – triste ma doveroso dirlo – esige ben più del Governo che si delinea. E andrà preparato da subito anche con una ripresa del conflitto sociale in un clima politico auspicabilmente diverso. Ma senza queste condizioni, che è possibile inserire in una trattativa vera, non ha senso una fiducia in bianco per evitare il peggio. Perché, alla fine, saremmo al protrarsi del peggio e diventerebbe preferibile un Governo a termine di pura decantazione (cfr. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/23/un-governo-per-tornare-alla-costituzione/).

 


Governo M5S-Pd: la fretta e i “gattini ciechi”

Autore:

Non a qualunque costo, non in qualunque modo.

È verissimo: votare ora significherebbe regalare a Salvini un consenso inerziale che ha già cominciato lentamente a perdere e che qualche mese lontano dal Viminale (dove mai sarebbe dovuto arrivare) potrà erodere decisivamente. Ma solo se chi governerà al suo posto lo farà meglio di lui: cioè producendo giustizia sociale. Dunque, non un governo qualsiasi, ma un buon governo.

Il primo requisito sembra incompatibile con la perentoria richiesta di avere un nome e un programma «entro martedì». La possibile intesa tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico non è, infatti, una soluzione d’emergenza, ma l’unica soluzione possibile, anche dopo le elezioni (l’altra è un governo Salvini). Dunque, non si capisce perché la sua nascita debba esser forzata da levatrici impazienti e dunque necessariamente maldestre. L’accumulo di diffidenza (per essere eufemistici) e propaganda, e le profonde spaccature (di potere) nei due partiti sono tali da non potersi sciogliere in poche ore. Né d’altra parte ci si vorrebbe rassegnare a pensare che sia tutta questione di “mi piace” o “non mi piace”, come sui social networks. Un governo che abbia qualche prospettiva di durata e serietà (quel buon governo che serve a battere Salvini) deve basarsi su un confronto sulle cose, e non sui nomi. È già stato scritto su queste pagine: la trattativa che ha visto alla fine nascere il governo Conte è durata, comprensibilmente, due mesi. Perché questa (anche più difficile) deve compiersi, la va o la spacca, in meno di una settimana? In Germania la nascita dell’attuale governo Merkel ha richiesto quasi 6 mesi, mentre in Spagna è da 4 mesi che si discute di un esecutivo che probabilmente non partirà. Bisogna dimenticare la funebre retorica del “governo nato nell’urna” (peraltro ormai remota), e darsi un tempo ragionevole. Sappiamo bene che si rischia, così, di dover votare a Natale, e che i tempi della legge finanziaria incombono. Ma dovremmo imparare, una buona volta, a scegliere il male minore: e un governo debole e destinato a cadere presto bruciando l’unica via d’uscita post-elettorale è un male maggiore.

Avere più tempo significherebbe forse poter evitare errori fatali. Uno di essi è già apparso all’orizzonte, in queste ore frenetiche: ed è l’idea di un governo costituente. Al taglio dei parlamentari brandito dai Cinque Stelle (una riforma a nostro giudizio sbagliata, perché destinata ad allentare ancora i nessi tra rappresentati e rappresentanti, e perché animata dall’antiparlamentarismo che ormai da trent’anni devasta la vita politica del Paese) il Pd risponde proponendo una più complessiva riforma della Costituzione (monocameralismo e maggioritario, torna a sibilare Renzi nell’audio dal sen fuggito). C’è innanzitutto un grave errore di metodo: durate la campagna del referendum che bocciò la riforma Boschi-Renzi, ripetemmo fino a perdere il fiato (insieme a tutto il Movimento 5 Stelle) che non spetta ai governi cambiare la Costituzione. Anche i muri avevano allora imparato a memoria queste parole di Piero Calamandrei: «Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza… Nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria … Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti».

Ebbene, fondare un nuovo governo su un patto costituente sarebbe un errore gravissimo, qualunque sia il contenuto di quel patto. Perché è evidente che Salvini si batte solo in un modo: attuandola, la Costituzione antifascista del 1948, non stravolgendola. Attuandola a partire dall’approvazione dell’unica legge elettorale che ne fa funzionare le garanzie: una proporzionale pura. E poi attuando soprattutto il secondo comma dell’articolo 3: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Più lo si attua, più il consenso a Salvini diminuisce: è sul come farlo che 5 Stelle e Pd dovrebbero confrontarsi. Con ragionevole calma.

Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata su “Il Fatto quotidiano” del 24 agosto


Votare o non votare?

Autore:

La crisi, finalmente aperta anche in modo formale, offre fin dall’inizio alcuni spunti di riflessione in vista di una (incerta e difficile) uscita in avanti.

Primo. Sono bastati dieci giorni a ridimensionare Salvini, almeno sotto il profilo politico (ché sotto quello del consenso si vedrà). Il ruolo di ministro dell’interno, centrale nel suo disegno politico, e quello di presidente del Consiglio ombra (capace di sostituirsi al premier nel dettare i tempi dell’attività di governo e finanche nel dialogare con le parti sociali) gli avevano conferito l’immagine di politico (unico nel panorama attuale) efficiente, determinato, capace di decisioni rapide e di sintonia con il sentire di ampia parte del Paese, in una parola vincente. Di qui una marcia trionfale punteggiata dal raggiungimento degli obiettivi mediaticamente più visibili, anche se non necessariamente più rilevanti in termini politici (dalla legge sulla legittima difesa ai decreti sicurezza, dal varo di tutte le grandi opere in cantiere al parziale smantellamento della legge Fornero) e non scalfita neppure dalle (imbarazzanti) disavventure giudiziarie. E di qui il disegno di innescare una “crisi lampo” destinata a produrre elezioni immediate. L’impasse seguito alla imprevista resistenza del premier Conte (e, con ogni verosimiglianza, del presidente della Repubblica) ha mostrato i limiti del personaggio e della sua politica. Privato nei fatti del suo doppio ruolo (fino allo schiaffo della mancata controfirma dei ministri pentastellati al suo ennesimo provvedimento di chiusura dei porti) Salvini ha inanellato gaffes e insuccessi in serie dimostrando una imprevista fragilità e una marcata incapacità di gestire le situazioni difficili: ha aperto la crisi restando al governo in una posizione perdente, ha presentato una mozione di sfiducia nei confronti del Governo poi inopinatamente ritirata, si è proposto come leader di una destra unita non riuscendo neppure a incassare l’appoggio della morente Forza Italia, ha fatto un’imbarazzante retromarcia prospettando la ripresa della collaborazione con il M5S da cui ha ricevuto solo risposte irridenti. Il suo disagio e il suo nervosismo sono emersi in modo plastico nella goffa incertezza sul luogo (banco del Governo o scranno parlamentare) da cui svolgere l’intervento in risposta alle comunicazione del presidente Conte. Ciò ha scalfito la sua immagine di vincente e ha restituito la realtà di un leader debole e maldestro. Resta tutta intera – sia chiaro – la pericolosità dei suoi deliri autoritari e resta, almeno nei tempi brevi, un indubbio consenso popolare intorno alla sua persona. Ma la sua cavalcata trionfale si è interrotta ed è emerso evidente che può essere sconfitto.

Secondo. I tempi della crisi si sono dilatati ed è auspicabile che si prolunghino quanto necessario per consentire gli approfondimenti necessari. Così funzionano le democrazie parlamentari e i sistemi proporzionali (pur imperfetti come il nostro). La formazione del Governo gialloverde ora defunto ha richiesto – anche se oggi i suoi artefici fingono di dimenticarlo – oltre due mesi di trattative (si è votato il 4 marzo 2018 e il Governo si è insediato solo il 1 giugno successivo). Ed è così in tutta Europa: basti ricordare i casi della Germania, dove il varo dell’attuale Governo Merkel ha richiesto un confronto di oltre cinque mesi (dal voto del 24 settembre 2017 al giuramento del 14 marzo 2018), e della Spagna, dove il tentativo di formare un nuovo esecutivo (probabilmente destinato a restare senza esito) si protrae dal 28 aprile, e dunque da quasi quattro mesi. Non è un caso e non è un fatto negativo. L’idea che si debba sapere la sera del voto chi governerà per l’intera legislatura – ricordate la retorica renziana? – ha una (discutibile ma indubbia) validità nei sistemi con lunga e consolidata tradizione bipartitica (come gli Stati Uniti) ma è priva di ogni razionalità in sistemi politicamente frammentati, nei quali tale risultato si potrebbe raggiungere solo regalando al partito più forte una maggioranza che non ha (così alterando l’ABC della rappresentanza e aprendo la strada ad avventure potenzialmente autoritarie). Finita – sperabilmente – l’ubriacatura maggioritaria, resta la paziente ricerca di convergenze e alleanze, pur consapevole delle posizioni diverse o addirittura originariamente conflittuali delle forze coinvolte (come accade in tutti i sistemi proporzionali). Il punto delicato non sta né nella trattativa né nei suoi tempi ma negli esiti, cioè nel raggiungimento – o meno – di un progetto all’altezza della situazione. Avviare un confronto e una trattativa per realizzarlo (e, a maggior ragione, riuscirci) non rafforzerà la Lega, che riceverà invece nuova linfa dalla formazione di un esecutivo debole e inconcludente.

Terzo. Ma è possibile, oggi nel nostro Paese, uno sbocco di governo credibile alternativo a quello (pessimo) degli ultimi 15 mesi e sostenuto da una diversa maggioranza (cioè, inevitabilmente, per ragioni numeriche, da M5S, Pd e Leu)? Non avendo la sfera di cristallo non lo so. Ma so che per coltivare seriamente questa prospettiva ci sono alcune condizioni irrinunciabili. La prima è una visibile e reale rottura con il passato: la si può presentare, per ragioni tattiche, in diversi modi ma non se ne può eludere la sostanza. A partire dalla composizione del nuovo esecutivo. Un Governo diverso non può che avere facce diverse. Anzitutto quella del suo presidente. Dopo l’intervento di Conte al Senato c’è chi, incredibilmente, lo ha riproposto come premier. È l’ennesimo segnale di una politica malata. Conte ha liquidato senza sconti e in modo efficace Salvini, è vero. Ma lo ha fatto, evidentemente colpito sul piano personale, dopo averlo blandito per oltre un anno e, soprattutto, dopo avere guidato il Governo che ha impresso al Paese la più rilevante torsione razzista e autoritaria del dopoguerra e ha fatto ulteriori scelte sciagurate come quelle in tema di uso delle armi e di grandi opere. Nessun Governo alternativo può annoverarlo tra i suoi protagonisti. E la cosa vale – superfluo dirlo – per i ministri uscenti del M5S (almeno per quelli di primo piano).

Quarto. Oltre alla questione del chi, c’è – ancora più importante – quella del cosa. La contrapposizione tra Governo di legislatura o a termine è, a ben guardare, oziosa e fuorviante. Così come non si parte con il piede giusto prospettando con tono grave – come subito si è cominciato a fare – obiettivi generali e generici. Quel che occorre è un esecutivo che metta in cantiere un numero limitato di cose chiare da realizzare nel giro di alcuni mesi e che le realizzi. Non può che essere questa la sua cifra e il metro della sua durata. La definizione di queste cose è l’oggetto delle trattative dei prossimi giorni. A cui la sinistra (la piccola pattuglia di Leu nelle istituzioni e il resto – noi tra gli altri – nel dibattito politico) deve dare un contributo propositivo forte. Anche in modo provocatorio. Rilanciando una legge elettorale rigorosamente proporzionale (e non un semplice impegno a garantire la centralità del Parlamento, tanto condivisibile quanto indeterminata); chiedendo la cancellazione della legge sulla legittima difesa e dei decreti sicurezza; lanciando un’alleanza tra i Paesi del Sud dell’Europa per una politica europea che abbandoni il mito dell’austerità e definisca un sistema accogliente e condiviso in tema di migrazioni; sollecitando il potenziamento del reddito di cittadinanza (liberato dalle attuali valenze paternalistiche e di controllo sociale) e l’approvazione di una legge sul salario minimo garantito con contestuale abbandono della prospettiva della flat tax; definendo un progetto concreto di messa in sicurezza del territorio e riproponendo l’abbandono del TAV Torino-Lione (rimasto in sospeso per la mancata adozione degli atti formali necessari per dare attuazione al “via libera” del premier); proponendo l’abbattimento delle spese militari e via seguitando. Libro dei sogni? Provocazione? In parte sì, ma c’è tempo per il realismo. Ora occorre rimescolare le carte e rendere evidente che fare un nuovo governo non può essere un’operazione a costo zero per tutti (ché, altrimenti, è davvero meglio il voto).  

 


All’armi siam fascisti? La resistibile ascesa di Salvini e Di Maio

Autore:

 

Traccia di discussione

Il nostro giudizio sul Governo pentaleghista è esplicito e senza dubbi: si tratta di un Governo pessimo, esito probabilmente inevitabile di un voto che ha visto una netta vittoria della destra, a cui hanno concorso lo smottamento dell’ala movimentista del M5S (scioltasi come neve al sole senza neppure un accenno di resistenza) e l’afasia del PD (convitato di pietra per l’intera durata della lunga crisi).

La vittoria alle elezioni politiche della destra a trazione leghista è stata imponente e confermata dalle successive elezioni amministrative. Ed è la vittoria di una destra razzista, autoritaria e potenzialmente eversiva (tanto che c’è chi rimpiange il moderatismo di Berlusconi: sic!). I primi gesti del ministro dell’interno Salvini e dei ministri leghisti (in attesa che emerga, al di là dei proclami, una politica del Governo e della maggioranza) sono espliciti: la “chiusura di porti e frontiere”, l’irrisione di migranti (considerati “non persone”) e ONG, la legittimazione della tortura in Libia (e di un uso indiscriminato delle armi in Italia), la minaccia nei confronti degli avversari politici (da Saviano al sindaco di Riace), il disconoscimento dei diritti civili etc.

La vittoria della destra si sta trasformando anche in egemonia politica e culturale, fondata sulla capacità di cavalcare inquietudini, paure ed esigenze reali mettendo in discussione alcuni capisaldi della politica che ha prodotto la crisi in atto: la subalternità all’Europa dei mercati, lo smantellamento dello Stato sociale, una deregulation sfrenata delle condizioni di lavoro, il mito di una crescita economica libera e incontrollata. Si vedrà se e quanto tale messa in discussione è concreta o solo a parole. Ma, intanto, essa produce consenso e crea un nuovo blocco sociale.

Tutto ciò, questa vittoria e questa egemonia, si alimenta anche della inconsistenza degli altri attori della scena politica. Il Movimento 5Stelle, privo di una riconoscibile linea politica propria sulle questioni di maggior rilievo, si è rivelato incapace di capitalizzare il fatto di essere, singolarmente considerato, il partito più votato e si è allineato alle scelte dell’alleato leghista, talora con atteggiamenti a dir poco imbarazzanti, come quelli del ministro alle infrastrutture Toninelli (trasformatosi in una sorta di eco di Salvini) o di quell’onorevole Elio Lannutti, che vorrebbe addirittura «affondare le navi delle ONG “pagate da Soros”». Il centro – ché tale è da tempo il PD (non a caso alleato nelle elezioni politiche con Casini, Lorenzin e un campione del liberismo economico come Bonino) – è stato drasticamente ridimensionato dal voto del 4 marzo e addirittura umiliato nelle elezioni amministrative in cui ha perso il governo di città simbolo come Siena, Pisa, Terni e via elencando. Oggi il PD è isolato, diviso, chiuso in un atteggiamento rancoroso che ne offusca ogni visione, politicamente irrilevante anche in termini di opposizione. La sinistra politica semplicemente non esiste: i suoi frammenti, anche quelli approdati in Parlamento, sono privi di ogni peso e della loro esistenza nessuno si è accorto, in questi mesi, né nelle aule parlamentari, né nella società, né sui media.

In questo contesto era difficile ipotizzare un Governo diverso da quello che ci ritroviamo. Che è – è bene ribadirlo – un Governo sostenuto da ampio consenso e privo, allo stato, di alternative.

Ciò impone l’abbandono di luoghi comuni e di pigrizie intellettuali e richiede analisi non rituali. Prima di tutto per cogliere appieno il senso e le prospettive del cambiamento in atto.

Il 24 giugno, su “Il Fatto quotidiano”, Furio Colombo (Trump e Salvini: rabbia e vendetta) si è spinto a definire Matteo Salvini l’Eichman del Mediterraneo «che in pochi giorni ha deformato il volto del Paese nel silenzio o nel vago mormorio di ciò che resta delle autorità dello Stato». Tre giorni dopo, in questo sito, Marco Revelli (Il trionfo della crudeltà e della stupidità, link) ha evocato le radici profonde di quanto sta accadendo individuandole in una sorta di alienazione diffusa conseguente al sogno irrealizzato dell’uguaglianza, o alla «rivoluzione fallita» che sta alla base di ogni «ritornante fascismo». Il 29 giugno, poi, dalle pagine de “Il Manifesto” Giampasquale Santomassimo (La rappresentanza sociale ha cambiato verso) ha ammonito ad evitare giudizi affrettati e false analogie tra fenomeni incomparabili, aggiungendo che «se si vuol tornare a parlare alle masse popolari che ci hanno abbandonato, la prima regola sarebbe di non insultarle accusandole di fascismo o razzismo».

C’è materia per approfondire…

PER PARTECIPARE AL FORUM, INVIARE IL PROPRIO INTERVENTO A: REDAZIONE@VOLERELALUNA.IT

INTERVENTI:

la foto usata per la copertina è di Vincenzo Cottinelli


Il trionfo della crudeltà e della stupidità

Autore:

 

 

 

 

Domenica il mondo è andato giù di nuovo. In modo più radicale, però, più definitivo, se possibile, rispetto al 4 marzo (il mondo della sinistra, intendo). Per un fattore simbolico, in primo luogo, con la scomparsa della cosiddetta “zona rossa” (che ancora, pallidamente, a marzo s’intravvedeva sia pur slabbrata), e le roccaforti della Toscana, dell’Umbria, dell’Emilia – Massa, Pisa, Siena, e poi Imola dove nacque il socialismo, e Treni siderurgica… – consegnatesi senza colpo ferire all’avversario di sempre. Gomene d’ancoraggio tagliate dal colpo di scure di Matteo Salvini e dei suoi bravi. E poi perché questo secondo crollo viene dopo più di tre mesi di gestazione del nuovo governo. Tre mesi in cui tutti i protagonisti si sono esibiti en plein air, illuminati dalla luce cruda dei riflettori mediatici. La gente ora sapeva benissimo chi votava. Sapeva di votare la “cattiveria” di Salvini, la sua politica della “crudeltà” (lo vota proprio per quello). Sapeva di votare la guerra alle navi che salvano, di “premiare” quelli che ne invocano la messa al bando e magari, nei casi estremi, che ne richiedono l’affondamento. Sapeva di approvare quell’”inversione morale” che già Minniti aveva sdoganato lo scorso anno e che ora diventa pratica conclamata del governo del cambiamento. Anzi, la cifra del cambiamento. In questa seconda “prova” il voto ha assunto il profilo dell’antica “festa crudele”.

C’è un insegnamento drammatico in tutto questo. Ed è che la “narrativa” intorno a cui si è strutturata in questi tre mesi l’opposizione al nascituro governo che oggi imperversa, non solo non ha funzionato. Ma si è rovesciata nel suo contrario: carburante nel motore “populista”. Per ottanta giorni e passa i pallidi dirigenti del Pd ma soprattutto la stampa mainstream – il “partito di Repubblica”, potremmo dire – non hanno smesso un secondo di irridere, stigmatizzare, denunciare il pressapochismo, il dilettantismo, l’impreparazione e la presunta goffaggine, la “mancanza di cultura di governo” (o di cultura tout court) dei “vincitori-non vincitori”, sfoderando sorrisetti di superiorità, senz’accorgersi che così non li si delegittimava ma al contrario li si rafforzava. Che ogni derisione dei congiuntivi mancati di Di Maio gli portava sporte di voti. Che ogni sarcasmo sul curriculum di Conte lo nobilitava anziché diminuirlo. Perché in fondo siamo un popolo senza congiuntivi. E anche senza curriculum. Dovremo inventarci una narrativa diversa – opposta – a quella snob del partito dei media perbene, se vorremo opporci all’onda nera che sale, con una resistenza “popolare”.

C’è poi un altro “insegnamento” (o monito) in questa seconda fine del mondo. Ed è la conferma di quello che Luciano Gallino chiamava il “trionfo della stupidità” (la quale, purtroppo, un peso ce l’ha negli eventi storici, e anche grande nei momenti topici). Mai come ora possiamo constatare quanta stupidità politica ci sia stata nella scelta del Pd di non tentare tutto il possibile per impedire la saldatura dell’asse Cinque Stelle-Lega: l’unica strategia politica adeguata allo scenario aperto dal voto di marzo. Cancellata con un tweet e una comparsata da Fabio Fazio del devastatore Matteo Renzi: quello che ha impresso l’immagine del suo volto come una maschera funeraria sul corpo del suo partito e dell’intera sinistra rendendola respingente per chiunque. E dall’altra parte quanta stupidità politica alligni tra gli strateghi dei 5Stelle (vero Toninelli?), per non permettergli di capire che lo spazio lasciato alla retorica del disumano di Salvini è mortale per loro. Li espone alla cannibalizzazione da parte dell’alleato-nemico. Ho ancora in mente l’immagine provocante del neo-capogruppo Pd al Senato Marcucci a pochi giorni dal voto di marzo, proclamare sogghignando “Non vedo l’ora di vedere Salvini giurare al Quirinale”, secondo la suicida strategia renziana del pop corn, cose da inseguirlo per strada con i forconi. O il neoministro alle Infrastrutture Toninelli recitare alla radio il vangelo secondo Matteo (Salvini) sulle navi salvagente delle Ong riclassificate come fuori-legge, e invitare le motovedette libiche a occuparsi loro dei naufraghi in quelle acque territoriali per riportarli a terra, come se non sapesse cosa accade in quei campi di tortura… Reintrodurre almeno un po’ d’intelligenza nella politica sarà impresa lunga e ardua, dopo questa regressione epocale.

Ma c’è qualcosa che va oltre, o sotto, la superficie della riflessione razionale sulla politica in questo voto impietoso (così privo di pietas) e distrattamente feroce. Qualcosa che va oltre i nostri stessi confini, che coinvolge un’Europa preda di nuovi nazionalismi fuori tempo insieme a un Occidente avvelenato da nuovi egoismi fuori misura che sanno di guerra. E che ha probabilmente a che fare con ciò che la discorsività democratica non dice, perché questo inedito contagio del male affonda le radici in un livello più profondo, e torbido. O incandescente. Un brillante politologo latino-americano, Benjamin Arditi, in un saggio sul populismo come “periferia interna” della politica democratica ha evocato la categoria freudiana della “terra straniera interiore” inclusa entro i confini dell’Ego, nella quale il populismo pescherebbe le proprie pulsioni: oscure paure, frustrazioni rimosse, perdita di naturalità e di coscienza di sé, tutto il non detto dell’edificante narrazione liberal-democratica. Una sorta di inconscio individuale, ma soprattutto collettivo (più junghiano che freudiano), che proietta sullo “straniero” vero, sul corpo “alieno” che viene da fuori, i propri terrori ancestrali che da sempre il nostro originario genera e che ora, caduto lo scudo protettivo del benessere e dell’ascensore sociale, si sfoga.

Il piacere di condividere lo stesso sentimento di ostilità e di vero e proprio odio nei confronti di una figura “aliena”, che circola come una corrente elettrica sfrigolando sottopelle nelle nostre declinanti società, assomiglia molto a quello che animava le “società istantanee che nascono in occasione di un linciaggio” descritte da Sartre a proposito dell’antisemitismo: la folla con cui in contesti sociali fortemente gerarchizzati, si costruivano effimere “comunità egualitarie”, cementate provvisoriamente da scariche di passioni comuni che permettevano, per il breve istante dell’odio, al cocchiere antidreyfusardo descritto da Proust di assimilarsi al duca che conduceva in carrozza in nome del comune disprezzo per l’ufficiale giudeo. Così come il contagio virale dell’odio a cui assistiamo in questi giorni, in questi mesi, ricorda da vicino quello descritto da Horkheimer e Adorno a proposito della persecuzione degli ebrei, con il suo contagioso e travolgente “appello all’idiosincrasia”: al riflesso inconscio e incosciente che si esprime nella reazione di pancia, ripetendo, per così dire, “i momenti della preistoria biologica: segnali di pericolo a cui si rizzavano i capelli e il cuore si fermava nel petto”, con “l’io che si apprende con queste reazioni” di cui non è interamente padrone, “come nell’accapponarsi della pelle, nell’irrigidirsi dei muscoli e degli arti” alla vista dell’”alterità” che incarna a sua volta, nei tratti somatici o nell’atteggiamento, la propria estraneità a un codice di disciplinamento e di coazione della propria natura a cui ci si è un tempo sacrificati.

E’ una sfida – questa dell’ “idiosincrasia razionalizzata” – che parla della nostra alienazione umana (di un disagio radicale dell’esistenza), prima che della nostra incapacità politica. Che nel suo ripetere ossessivo “perché a loro sì e a me no”, rievoca una rimossa rinuncia a sé – a un’antica naturalità cancellata dal disciplinamento del lavoro razionalizzato e dal dominio – di cui si richiede con odio all’altro, con la sua negazione sacrificale, un risarcimento tardivo. Esattamente come nel meccanismo descritto da Sarte ritorna, aggressivo, il fantasma di un’eguaglianza reale perduta, forse un tempo creduta, ma ora non più sperata. In entrambi i casi, ritorna profetica l’affermazione di Walter Benjamin secondo cui dietro ogni ritornante fascismo c’è una rivoluzione fallita. E forse, prima di metterci a ricostruire una sinistra così sinistrata, avremmo bisogno tutti di un buon trattamento mentale, se vogliamo esorcizzare queste baccanti feroci che minacciano di squartare la nostra democrazia.

[Versione ampliata dell’articolo Il voto come un’antica festa crudele. Vince la cattiveria, pubblicato sul Manifesto del 27 giugno 2018]