Il (giovane) vecchio che leggeva romanzi d’amore

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Ogni libreria, mi dice una persona cara, è un sistema a parte. Pensa alla tua libreria come ad uno di quei piccoli paesini sperduti tra le montagne; ci sono rapporti precisi tra i suoi abitanti, e poi ci sono rapporti altrettanto precisi tra i suoi abitanti e il resto del mondo, al di là della valle. Qualcuno, proseguiva poi, fa della propria libreria una biblioteca, seguendo regole universali nell’organizzarla. Qualcuno, più di frequente, ne fa un magnifico pezzo d’arredo, stando attento che sia perfettamente in tinta con il divano. Se solo i divani tutti, veri o presunti, potessero parlare! Non parlerebbero certo come dei critici letterari, ma avrebbero chiaro che ogni cosa ha il suo posto, e il posto dei libri è la libreria, mentre il divano è il posto di noi che leggiamo, serenamente.

Questo libro, lo confesso, nella mia libreria c’è entrato un po’ per caso, ma non casualmente, e sicuramente non senza una ragione precisa. Se è vero che ogni libreria è un paese, allora la mia lo ha subito accolto, come un profugo che, appena scampato da una alluvione, non avesse più un posto dove stare; oppure, come una merce di contrabbando, destinata, per sua natura, ad essere letta molto lentamente, per ingannare il tempo; o forse, più semplicemente, per non considerarlo nemmeno. Insomma, se ogni libreria è un sistema razionale, posso assolutamente dire che questo libro è stato per me come un vero “irrazionale reale”, e cioè l’eccezione a molte presuntuose regole.

Perché dico tutto questo? Semplicemente perché Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda non è un libro come tutti gli altri, ma è un libro sui libri, e sull’amore, sui libri d’amore e sull’amore per i libri, sugli amanti che si regalano libri e sui libri come regali d’amore. Non è un romanzo, come per altro risulta evidente; non è nemmeno una biografia, non è una favola né un saggio; una volta, lo ho sentito chiamare “libro da valigia” da una ragazza particolarmente fantasiosa, scrittrice promettente, che avrebbe coniato questa categoria apposta per quei libri che, nel suo sistema libreria-mondo, un posto non lo avevano mai trovato; io mi permetto di avanzare questa ipotesi: deve senz’altro trattarsi di un “libro altruista”, visto che trova spazio solo nelle librerie altrui, e sa subito farsi volere bene.

Il racconto si apre a El Idilio, paesino ai margini della foresta ecuadoriana, i cui abitanti sono costretti, ogni sei mesi, a passare per le “mani insolenti” del dottor Rubicondo Loachamìn, il quale risale apposta il fiume per occuparsi della estrazione dei denti, ma anche per rifornire gli abitanti di birra e acquavite, e, soprattutto, per permettere al protagonista, Antonio José Bolivar Proaño, di fare il pieno della sua più grande passione, ovvero romanzi d’amore che “fanno piangere a fiumi”.

Questa volta, però, un evento inatteso, cioè il ritrovamento del cadavere d’un uomo bianco, e la scoperta di evidenti tracce di un’aggressione animale, spingeranno il protagonista all’avventurosa ricerca del colpevole, un’esemplare femmina di tigrillo, resa furiosa dall’uccisione dei suoi cuccioli per mano dell’uomo. Provocata, non assassina di sua volontà: questo è importante sottolinearlo.

Durante questa ricerca, il protagonista si abbandonerà ai ricordi di una vita trascorsa a metà tra il mondo civilizzato e la natura. In questo modo, il vecchio Bolivar non è più solo un cacciatore che cerca la sua preda, la quale si aggira minacciosa ai confini della foresta; tutt’altro, la sua ricerca si fa soprattutto interiore, abbracciando tematiche d’identità e appartenenza. Bolivar si ritrova quindi a pensare al suo passato di colono, alla moglie morta tempo addietro e alla scelta di allontanarsi dal suo mondo cittadino, per trovare accoglienza presso gli indigeni Shuar e imparare poi da questi un nuovo modo di stare insieme, letteralmente cominciando una nuova e diversa vita. Lo scontro tra uomo e natura, in un climax ascendente e spettacolare, trova il suo culmine nel momento finale della lotta tra l’uomo e l’animale. Tuttavia, sarebbe sbagliato credere che questo sia semplicemente uno “scontro” e non anche, e soprattutto, un incontro tra l’uomo Bolivar e la natura che lo circonda, che ha imparato ad amare e odiare, ma soprattutto a rispettare con la stessa dignità che lui stesso chiede per sé, come parte di essa.

È importante notare come il libro sia dedicato a Chico Mendes, sindacalista brasiliano molto attivo nel Movimento ecologico universale e amico personale di Sepúlveda, ucciso nel 1988 durante la sua lotta “in difesa di questo mondo, l’unico che abbiamo”. In tempi come questi, dove l’ecologia e il “movimentismo verde” gode di una, per così dire, rigogliosa rinascita, e quella stessa lotta per il nostro unico mondo è, volenti o nolenti, quasi sempre all’ordine del giorno, su ogni rotocalco, ecco che forse ci farebbe bene anche riscoprire la testimonianza di figure serie come lo è stata questa, ma anche molte altre (penso, ad esempio, al “viaggiatore leggero” Alexander Langer) capaci di lanciare messaggi chiari anche in epoche che, se non meno gravi, erano certo più posate della nostra.

Vorrei ora spendere due parole per Luis Sepúlveda, l’autore di questo racconto meraviglioso, che gli fu ispirato dai mesi trascorsi in Ecuador nel ’77. È notizia di questi giorni che lo scrittore stia lottando in ospedale, assieme alla moglie, colpito dal virus di questa epidemia globale che sembra non risparmiare più nessun angolo della terra. Mai momento sarebbe più appropriato per riscoprire il messaggio nella bottiglia di questo suo romanzo d’esordio, quello che vorrebbe farci capire che tutti gli uomini, meglio, tutti gli abitanti di questa terra sono esseri viventi strettamente interconnessi, dal cui vivere dell’uno spesso dipende il vivere dell’altro, anche quando questo non risulta evidente o immediatamente visibile. Questo vorrebbe essere un modo, da parte del sottoscritto ma anche, ne sono certo, da parte di chi legge, di fare sentire a Sepúlveda il nostro affetto e la nostra vicinanza.

“Il cileno errante” era stato ribattezzato Sepúlveda dagli indios Shuar, nel ’77. Proprio come il protagonista del suo racconto, anche lui era pienamente consapevole del fatto che, per quanto ben accetto, non sarebbe mai potuto diventare uno di loro, né restare nella selva. Tuttavia, era altrettanto consapevole del fatto che non sarebbe mai potuto neppure tornare ad essere quello di prima; e forse è in questa continua ricerca di un confine preciso, mai trovato, che si capisce perché un vecchio così rude fosse poi altrettanto interessato a leggere tutti quei romanzi d’amore, e cioè per il fatto che, in amore come nella foresta, alla fine, perdere sé stessi è il magro prezzo da pagare, per trovare quello che, in fondo, si stava cercando, e cioè la propria libertà di non accettare un amore, o una identità, o una qualsiasi fede che non ti domandi sempre, daccapo: ma io che cosa amo, amandoti?

Auguro a quasi tutti noi di essere dei vecchi lettori di romanzi d’amore già fin da giovani, in modo che, una volta che lo saremo anche da anziani, potremo rispondere a quelli che ci additeranno come fossimo dei vecchi sentimentali che non è la verità, perché lo eravamo già da molto prima.