Non ci sono più limiti? A margine delle esternazioni di un generale

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Il trambusto sviluppatosi attorno alle “riflessioni” del generale Vannacci, di cui ignoravo l’esistenza e avrei volentieri seguitato a farlo, contenute in un “libro” che, guarda caso, ha subitaneamente scalato le classifiche online di vendita, ci interroga sul senso del limite e se ne esista ancora uno in ciò che comunichiamo al tempo dei social. Non mi riferisco tanto alla questione del ruolo pubblico del generale, che avrebbe dovuto indubbiamente osservare maggiore prudenza. Il tema è certamente rilevante, ma qui vorrei focalizzare la mia valutazione su quella sorta di “salvacondotto” che il virtuale garantisce, oltretutto in nome della “libertà di espressione”: questione sulla quale gli ultimi tre anni hanno segnato un cambiamento non particolarmente positivo, per dirla con un eufemismo, nell’attitudine nei confronti del “dissenso”.

Esiste un limite a ciò che si può affermare in pubblico e, soprattutto, cosa è pubblico all’epoca dei social? Di recente mi è accaduto di osservare che i social garantiscono ormai una sensazione di libertà assoluta che ci fa ritenere di poter dire ciò che vogliamo, senza freni, senza attenzione agli altri (https://volerelaluna.it/spazio-aperto/2023/07/27/social-o-sociale/). Un palcoscen(ic)o virtuale dove siamo i soli protagonisti, dove non interagiamo col pubblico pur cercandone il consenso, dove il nostro individualismo non conosce barriere. E può permettersi di dire ciò che vuole in nome della “libertà”.

Intendo affermarlo con nettezza: pur riconoscendo con crescente preoccupazione la costante compressione delle libertà di espressione individuale e collettiva in nome di emergenze alimentate ad arte, ritengo che la libertà compromessa da un contesto come questo non si possa e non si debba recuperare sul piano virtuale, permettendosi di affermare ciò che si vuole, offendendo le sensibilità altrui, legittimando intolleranza e razzismo, prendendo la parte del “dico ciò che tanti pensano, ma non hanno il coraggio di dire”.

Esiste un limite oggi? Esiste ancora una morale comune all’epoca dei social? E, se c’è, è presidiata dai gestori privati che, poi, con i social fanno profitto, anche con situazioni come queste? Non sono mosso da intenti moralistici, né automaticamente attribuisco questo degrado al ritorno del fascismo (argomento che pare buono per coloro che – e non sono pochi – non hanno nulla da dire, se non slogan atti a celare un tragico vuoto), ma a me un mondo dove non esistono più limiti, soprattutto se questa assenza produce profitti, fa sempre più orrore, con buona pace di chi invoca il mainstream e la dittatura del pensiero unico ogni tre per due. Anche stavolta, temo, perché non ha niente da dire di alternativo.


La decrescita come risorsa nel pianeta post-Covid

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Covid-19 ha sfidato un’intera civiltà. Le sue conseguenze macroeconomiche si fanno già sentire con una grande recessione globale e vengono proposte molteplici soluzioni per invertire gli scarsi risultati economici. Ma Covid-19 è davvero il problema principale? Per capirlo, bisogna prestare attenzione alla natura stessa del virus. Il Sars-CoV-2 è il settimo coronavirus che ha infettato l’uomo e il terzo, dopo Sars-CoV e Mers-CoV, che ha un’origine zoonotica, cioè che è stato trasmesso da animali. Questo fenomeno non è casuale. Come esseri umani, stiamo generando trasformazioni negli ecosistemi planetari, al punto che la fauna è stata confinata in piccoli frammenti di biodiversità. Di conseguenza, negli ultimi decenni, le nostre interazioni con gli animali selvatici sono diventate sempre più frequenti, aumentando così la probabilità di contagio di più virus di origine zoonotica.

In questo scenario di crisi sanitaria e conseguente contrazione economica, il focus è stato posto sulla attivazione di strategie che ci permettano di tornare sulla strada della tanto attesa “crescita economica”. Ciò non è insignificante ai fini che qui rilevano, perché alimenta un sistema economico che concepisce il pianeta come dotato di “risorse” illimitate. Uomini d’affari e autorità si attivano in ogni modo per salvaguardare gli indicatori economici, in particolare il Prodotto Interno Lordo (PIL), dando per scontato il benessere socioeconomico che questo suggerisce e senza alcuna considerazione dei limiti planetari. È curioso, quasi ironico, quindi, che lo stesso Simon Kuznets, inventore della contabilità nazionale statunitense e dell’indicatore del PIL, abbia avvertito, già nel 1934, che «il benessere di una nazione può a malapena essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale», aggiungendo che basare la situazione di un Paese su un indicatore che misura religiosamente l’attività economica del mercato, lascia da parte tre questioni essenziali: il benessere, l’ambiente e la felicità.

Per quanto riguarda il benessere, è stato dimostrato, ad esempio, che gli Stati Uniti, benché siano cresciuti costantemente nel loro PIL negli ultimi 50 anni, non hanno aumentato, dal 1978 a oggi, il benessere della loro popolazione, misurato attraverso l’Indicatore di Progresso Generale (IPG). A differenza del PIL, questo indice misura altre variabili, come la distribuzione del reddito, i costi ambientali, attività negative come la criminalità e l’inquinamento. In questo modo si evidenzia che l’aumento del PIL non implica necessariamente un maggior benessere della popolazione.

Per quanto riguarda l’ambiente, l’incremento della produzione di beni e servizi aumenta il flusso di materiali ed energie, generando sempre più degrado ambientale. Così, un’indagine pubblicata sulla prestigiosa rivista Conservation Letters, ha mostrato che con una maggiore crescita economica (misurata dal PIL) e un maggiore utilizzo di risorse ed emissioni inquinanti aumenta il cambiamento climatico, si riduce l’area degli habitat naturali e aumenta la propagazione di specie invasive (la seconda grande forza per la perdita di biodiversità a livello planetario). In altre parole, la crescita economica aumenta il degrado dell’ambiente.

Infine, il rapporto tra crescita economica e felicità è stato affrontato dall’economista americano Richard Easterlin. “Il paradosso di Easterlin” indica che l’espansione economica di un paese non si traduce necessariamente in una crescita della felicità dei suoi abitanti. Con uno studio pubblicato nel 2015, è stato dimostrato che la crescita in America Latina si è tradotta in una più o meno grande diminuzione della felicità. Ciò a causa della produzione di disuguaglianze, componente che inverte gli effetti della crescita economica. In altre parole, l’aumento del PIL non aumenta la felicità.

Sulla base di quanto precede, è rilevante guardare alla “decrescita”, un’alternativa radicale per raggiungere il benessere, intesa ‒ secondo Serge Latouche, che ne è uno dei suoi maggiori esponenti ‒ come «uno slogan politico con implicazioni teoriche». Nata nell’Europa degli anni ’70, l’idea ha preso forza a partire dagli anni 2000, con lo svolgimento di un congresso internazionale semestrale dal 2008. La decrescita non pretende di essere un modello rigido, con l’intenzione di espandersi a livello globale e di dettare fasi o regole che tutte le nazioni dovrebbero seguire, come fa il modello di sviluppo prevalente. Piuttosto, essa si pone come una critica ferrea alla religione della crescita economica, invitando a generare alternative più in linea con un pianeta con risorse limitate e riconoscendo le nostre differenze culturali. Il modello della decrescita propone di intraprendere stili di vita più semplici, di ridurre drasticamente i livelli di consumo, di ricollocare l’economia riducendo le distanze tra produzione e consumo, di compattare l’area urbana per dare maggiore importanza alla produzione agricola locale, di promuovere il lavoro condiviso riducendo il relativo orario (rendendo visibile, per esempio, il lavoro di cura). In questo senso, sono emerse contemporaneamente proposte latinoamericane in linea con la decrescita. Il Buen Vivir (noto anche come sumaq kawsay nella visione del mondo quechua, suma qamaña nella visione del mondo Aymara o küme mongen nella visione del mondo mapuche) è una di queste, un’alternativa che si fonda sulle relazioni tra gli esseri umani e l’ambiente anziché su quelle tra risorse e sfruttatori, con elementi pronti per essere sfruttati.

Queste alternative hanno molto più senso di fronte a una pandemia che, appunto, nasce come conseguenza del mancato rispetto delle condizioni limitate degli elementi e dei processi degli ecosistemi. È stato nel mercato di Wuhan che, a seguito del consumo di un animale selvatico, è iniziata la proliferazione della più grande pandemia degli ultimi 100 anni. Non solo, ma si prevede che questo tipo di malattia si manifesti più frequentemente proprio a causa dell’impatto che stiamo avendo sulla biodiversità.

La decrescita come opzione inizia a rimbalzare forte nei forum internazionali. Tanto che un gruppo di 174 scienziati ha scritto una lettera al Governo olandese con un chiaro riferimento alla decrescita come unica opzione in un mondo post-Covid. Questa nuova situazione rappresenta un’opportunità per guardare al benessere sociale ed ecologico oltre i semplici indici economici e commerciali. Rappresenta inoltre un’opportunità per generare condizioni coerenti con un pianeta che mostra già di non essere in grado di dare di più. La decrescita, quindi, è una solida alternativa per un pianeta post-Covid.

 

L’articolo, tratto dal sito cileno www.elmostrador.cl, è qui pubblicato
in virtù della collaborazione con il sito www.numeripari.org


Covid-19: qualcosa abbiamo imparato ma la strada è ancora lunga

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A sberle e cinghiate, il professor Secondo Covidio mi ha costretto a ripassare tre o quattro lezioni basilari. Mi ha rimesso sul banco, testa china e polpastrelli inchiostrati, a compilare colonne di aste per ficcarmi in testa un abbecedario universale ma – ahimé – incrostato da muffe e nascosto da parassiti superficiali. Mi ha assegnato esercizi da svolgere chiuso in casa isolato dalle distrazioni: «Guai a te se esci prima di aver finito i compiti!».

Avevo proprio dimenticato che su questo pianeta posso ancora ritrovarmi preda. Mi ero troppo cullato nella tranquillità di essere solo io a cacciare e cibarmi degli altri. Quel passaggio de I Promessi Sposi, «La peggior condizione era quella di un animale senza artigli e senza zanne che pure non si sentisse inclinazione di essere divorato», era rimasto sepolto tra le memorie liceali studiate ma inutilizzate. Avevo proprio dimenticato che posso edificare tutti i muri, i fili spinati, le barriere che voglio; posso stabilire confini, dogane, dazi ovunque mi aggradi; posso comandare documenti, autorizzazioni, certificati finché mi pare. A virus, animali, piante, funghi, parassiti, alla natura insomma, non importa nulla. Quando vuole passare, passa – come ricordano tutti i Papillon del mondo (Steve McQueen nel 1973 o Orso M49 nel 2019; toh, lo stesso anno del mio sadico professore).

Avevo dimenticato che – se non siamo proprio tutti uguali alla partenza – almeno dobbiamo sforzarci di comprimere le disuguaglianze per giungere all’arrivo un po’ meno svantaggiati.

Avevo proprio dimenticato le priorità della vita vera: affetti, cibo, lavoro, educazione, socialità, arte.

Avevo proprio dimenticato che gli impieghi fondamentali sono produrre e distribuire cibo (contadini e fattorini), curare le persone (medici e infermieri) e le loro menti (maestri, professori, educatori di ogni livello e servizio), allargare gli orizzonti (gli stessi di prima, più ricercatori, artisti, sovrintendenti, guide, filosofi). E pensare che un libriccino studiato anni fa aveva già nel titolo tutto il sapere necessario: Buono, pulito, giusto! (Carlo Petrini di Slow Food).

Avevo proprio dimenticato che proteggere la natura, curare la biodiversità, studiare animali e piante, consumare poco e sprecare ancor meno, non sono fissazioni da idealisti rompiscatole ma carte vincenti nella partita della mia sopravvivenza terrestre. Mi ero illuso che qualche impresa eccezionale, qualche risposta immediata alle emergenze, un po’ di italiota («Ci penso io!») potesse sostituire manutenzione ordinaria e cure quotidiane. Fallocrazia versus custodia, anziché armoniose congiunzioni di entrambe.

Avevo dimenticato di leggere ogni sera, per conciliare sogni belli prima di addormentarmi, un articolo della Costituzione della Repubblica Italiana. Di colpo, sotto la bacchetta del prof. Covidio, mi sono ricordato che al liceo una professoressa severissima mi fece innamorare – oltre che di lei stessa … – di due in particolare. Il 4, là dove recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», perché stabilisce che il lavoro – già esaltato da altri articoli fondamentali – non basta che sia garantito ma deve essere dignitoso e gratificante per il singolo e per la collettività. Una rivoluzione, ancora oggi! E il 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», perché raduna e protegge insieme quello che ha fatto dell’Italia, l’Italia che il resto del mondo invidia: una lenta e sapiente commistione tra natura, storia, cultura e saper vivere (ma guarda: 4 e 9, come la sigla dell’orso fuggiasco!).

Avevo proprio dimenticato che uno Stato che vuole essere Nazione si regge su tre edifici: Sanità, Scuola, Carcere. Ognuno con molte stanze, aule, laboratori e qualche scantinato, ma tutti abitati da donne e uomini al servizio degli utenti e della comunità intera. Il resto sono supporti accessori, utili ma non indispensabili, non qualificanti, non identitari.

Avevo dimenticato il proverbio spagnolo: «Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura mai!» ma per fortuna mia – perché ha usato carezze e non schiaffi! – lo ha ricordato Papa Francesco durante la Giornata Mondiale per la Terra.

La lezione è stata durissima. L’ho vissuta come l’addestramento urlato ai marines di Full Metal Jacket dal sergente maggiore Hartman (che non a caso viene ucciso da un suo soldato). Riconosco che ne avevo bisogno, ma confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

Però. Miei pensieri in ordine sparso… 

Però se costringerà Milano a costruire piste ciclabili e le ferrovie a allungare i treni sovraffollati finalmente rispondendo alle annose e inascoltate lamentele dei pendolari; se concederà un bonus per acquistare biciclette e non automobili; se vieterà ai calciatori di sputare ogni momento; se porterà la banda larga in Val Chiusella; se farà riaprire qualche ospedale periferico, o punto nascite, o pronto soccorso; e poi scuole, uffici postali, negozietti e presidi forestali; se ci farà fare file ordinate senza numeretti; infine se (magari, forse, speriamo!) farà spostare gli investimenti pubblici da F35 a FP2, dai cacciabombardieri alla sanità e agli asili.

Epperò se intanto ha già: mostrato la netta differenza che passa tra i cialtroni onnipresenti e i competenti meno visibili; inflazionato il petrolio, abbattuto polveri sottili, ossidi di azoto, smog, traffico; favorito amplessi trascurati (forse anche i divorzi, ma il loro bilancio comparativo dovrà essere valutato sul lungo periodo – almeno 9 mesi); aumentato i libri letti e i manicaretti casalinghi; abbattuto gli euri buttati nelle slot machine; redento tanti tabagisti; stimolato fantasia e creatività per passare il tempo in casa e per motivare le autocertificazioni; esaltato persino le penne lisce, snobbate fino a febbraio; e infine e soprattutto convinto i maschi a lavarsi le mani dopo essere stati in bagno (nemmeno mamme mogli fidanzate c’erano riuscite!), allora le dure lezioni del prof. Covidio hanno avuto e avranno qualche buona conseguenza. Saranno state almeno in parte proprio “positive” (ah ah ah).

P.S.: Perché ci ostiniamo a scrivere pensierini su questa storia? Perché una raccomandazione ripetuta fino al lavaggio del cervello recita «Non mettere le dita su bocca, naso, occhi e orecchie». Cioè non fare come le tre scimmiette «non vedo non sento non parlo». Anzi. Proprio perché vediamo meglio di prima senza la folla sfuocante, perché sentiamo meglio nel silenzio inusuale, proprio per questo, parliamo. E prima, pensiamo.

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte parchi”


I limiti della crescita e la nostra salvezza

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Dal 1972 parliamo in maniera approfondita di questioni ambientali e delle conseguenze del modello produttivo ed estrattivo capitalista sulla popolazione e sugli ecosistemi.

Era stato appena dato alle stampe The limit to growth, I limiti della crescita. Commissionato dal Club di Roma ad alcuni scienziati dell’MIT di Boston, denunciava già 47 anni fa i rischi per la sopravvivenza umana prodotti da un modello di sviluppo fondato sull’idea della crescita economica infinita, a fronte di un pianeta con risorse finite. Dal 1986 parliamo di sviluppo sostenibile e dal 1995 abbiamo fatto 24 conferenze mondiali sul clima, due incontri mondiali per la Terra.

Quasi tutte le grandi multinazionali parlano di green economy e si autocelebrano per la loro preoccupazione nei confronti dell’ambiente. Eppure siamo dinanzi alla più grave crisi ecologica della storia dell’umanità. È evidente che quanto ci viene proposto dalla governance liberista non funziona e che le promesse e gli impegni sono stati traditi. Questo sistema è per sua stessa ammissione insostenibile socialmente ed ecologicamente. Per la prima volta è la nostra sopravvivenza ad essere messa in discussione.

Non è la Terra che deve salvarsi, ma i suoi figli. La Terra sta già trovando nuovi equilibri per garantire il continuum della vita e se non ci adeguiamo e adattiamo alle mutate condizioni, la nostra presenza come specie umana è a rischio. Già oggi i cambiamenti climatici, che sono solo una parte della crisi ecologica, causano milioni di morti, danni per centinaia di miliardi di euro. Per questo sono ritenuti la più grave minaccia alla specie umana.

Distruggere le condizioni di vita del pianeta si traduce per noi, natura umana, in disastri sociali, economici, alimentari, energetici, migratori, finanziari, politici. Basterebbe pensare al dato dei migranti ambientali: sono 157 milioni gli esseri umani che dal 2008 al 2014 sono stati costretti a lasciare affetti, case e paesi. Ogni anno perdiamo 7 milioni di ettari di foreste, e abbiamo perso già il 65 per cento delle zone umide del pianeta, che da sole sono capaci di assorbire 50 volte in più CO2 rispetto alle foreste.

Ogni anno il giorno in cui consumiamo le risorse del pianeta prima che possano essere rigenerate arriva sempre prima. Nel 2018 è stato il primo agosto. La prima volta che è capitato era il 1970, ed era il 29 dicembre.

In meno di cinquanta anni il sistema di sviluppo capitalista ha contratto un debito gigantesco con la Terra: uno spread ecologico che si traduce in aumento di disuguaglianze e povertà e in perdita di ricchezza netta. Significa che se vogliamo raggiungere la giustizia sociale, la precondizione è quella di garantire la giustizia ambientale. I ragazzi che manifestano per mettere al centro delle priorità politiche la lotta ai cambiamenti climatici hanno perfettamente compreso questa relazione. Per questo si sentono giustamente traditi da una classe dirigente ormai incapace persino di capire quanto sia in gioco.

Se vogliamo evitare che la temperatura del pianeta cresca tra i 2 e i 4 gradi C, dopo aver indicato in un massimo di 1,5 gradi l’innalzamento consentito, bisogna ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento entro il 2020 e dell’80 per cento entro il 2040. In concreto significa: moratoria sulle estrazioni petrolifere e riduzione dei prelievi ancora operativi; investire nella riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica; stop agli investimenti in impianti fossili; sostegno finanziario a fonti rinnovabili e comunità energetiche; riorganizzare la mobilità attraverso interventi pubblici e un lavoro culturale e di sensibilizzazione che agisca nel medio lungo periodo; contrasto all’agrobusiness, tra i principali inquinatori e avvelenatori del pianeta, per un’agricoltura biologica, multicolturale e multifunzionale; fine delle politiche di austerità per promuovere investimenti diretti nel lavoro; nessun finanziamento a megaprogetti inefficaci socialmente ed ecologicamente come il TAV o il TAP.

È questa l’unica agenda del cambiamento possibile e desiderabile, capace di garantire giustizia sociale, ambientale ed ecologica, il diritto al lavoro, il diritto alla salute e i diritti di Madre Terra.

L’articolo è pubblicato anche su “Il Paese Sera”


La crescita illimitata è impossibile e dannosa

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A breve distanza di tempo dalla mobilitazione in favore della Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione del 10 ottobre scorso si è tenuto, sempre a Torino, un interessante convegno “Science and the future-2” presso il Politecnico e il Campus Einaudi. Si è trattato in realtà della seconda edizione (la prima fu nel 2013) di un incontro di carattere internazionale al quale hanno partecipato scienziati (tra gli altri è intervenuto come relatore il rettore del Politecnico) sia italiani che esteri e accademici dell’area giuridica, economica e sociale. È stata un’occasione importante per avere un quadro aggiornato della situazione ambientale e per verificare la compatibilità dell’attuale modello socioeconomico con il sistema della natura.

Come sappiamo nel dicembre 2015 con l’accordo di Parigi i principali Paesi hanno deciso di cercare di mantenere l’innalzamento della temperatura media dell’atmosfera ben al di sotto di 2°C o meglio fino a 1,5°C entro il 2030. Secondo il report 2018 dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change):

«oggi il riscaldamento prodotto dalle attività umane ha già raggiunto il livello di circa 1°C rispetto al periodo pre-industriale. Nel decennio 2006-2015 la temperatura è cresciuta di 0,87°C (±0,12°C) rispetto al periodo pre-industriale (1850-1900). Se questo andamento di crescita della temperatura dovesse continuare immutato nei prossimi anni, il riscaldamento globale prodotto dall’uomo raggiungerebbe 1,5°C intorno al 2040. […] Per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto all’era pre-industriale, il mondo dovrà affrontare una serie di trasformazioni complesse e connesse. Se alcune città, regioni, stati, aziende e comunità stanno già portando avanti transizioni per diminuire le emissioni di gas serra, sono poche le realtà che sono attualmente in linea con l’obiettivo di 1,5°C. Rispettare questo limite richiederà un’accelerazione nella dimensione e nel ritmo del cambiamento, soprattutto nei prossimi decenni. Sono molti i fattori che influiscono sulla fattibilità delle diverse opzioni di adattamento e di mitigazione che possono contribuire a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e di adattarsi con successo alle relative conseguenze. […] Gli impatti dei cambiamenti climatici riguardano tutti i continenti e gli oceani. Tuttavia, non sono distribuiti sul pianeta in maniera uniforme: nelle varie regioni gli impatti dei cambiamenti climatici si manifestano in maniera diversa. Tra i molti impatti possibili, un riscaldamento medio globale di 1,5°C aumenta il rischio di ondate di calore e piogge intense».

Sono cronaca di questi ultimi mesi i grandi incendi in California, dove da anni persiste una forte siccità, e, all’opposto, l’alluvione a Petra in Giordania in piena zona semi desertica; e in ambito locale le mareggiate sulle coste italiane, le alluvioni in Sicilia e i forti venti che hanno distrutto le foreste del Friuli. Questi fenomeni non devono stupire: a fine ottobre l’Agenzia europea per l’ambiente ha diffuso un rapporto sul tema dell’inquinamento atmosferico che, come sappiamo, è causa primaria dell’innalzamento della temperatura. L’Italia è il secondo Paese europeo, dopo la Germania, per decessi prematuri dovuti all’inquinamento da polveri sottili (più di 60 mila morti nel 2015); è invece al primo posto in Europa per le morti premature connesse all’inquinamento da biossido di azoto (20.500) e da ozono (3.200). Secondo l’Agenzia oltre 47 milioni di europei (8,9% del totale) sono esposti al rischio determinato dagli sforamenti di almeno due dei limiti delle polveri sottili, del biossido d’azoto o dell’ozono. All’interno di questo folto gruppo, però, 3,9 milioni di cittadini vivono in zone a “super rischio” dove gli sforamenti riguardano tutti e tre i fattori: di essi 3,7 milioni, cioè il 95%, abitano le aree urbane della Pianura Padana. Ma anche dal punto di vista del terreno la Pianura Padana è messa male: nel convegno citato è emerso che la nostra pianura è la meno fertile in Europa a causa dell’agricoltura intensiva del mais, in particolare.

In sostanza, secondo gli scienziati che sono intervenuti a Torino, c’è un evidente e insanabile conflitto tra l’economia circolare della natura e l’economia della crescita continua: basta anche solo pensare, oltre all’enorme consumo energetico attraverso la combustione (che in natura non esiste se non per piccole eccezioni), al tema dei rifiuti e del loro necessario, ma difficile riciclo. A questo proposito è emerso durante il convegno un dato interessante: quando si parla di rifiuti generalmente ci si riferisce ai rifiuti urbani. Essi, però, sono solo una piccola parte del volume molto più grande di rifiuti prodotti dalle diverse attività economiche: la parte principale dei rifiuti è dovuta infatti all’attività edilizia. Viene da chiedersi quanto fossero informati su questi dati ambientali i partecipanti alla manifestazione di Piazza Castello a Torino.

I relatori del convegno di Torino si sono soffermati altresì sugli aspetti economici e sociali del modello attuale per dire innanzitutto che l’idea di una crescita economica continua e illimitata è priva di fondamenti scientifici: la curva dell’economia reale non è, dunque, quella esponenziale che sognano alcuni economisti, ma molto più realisticamente una curva logistica che all’inizio cresce rapidamente per poi rallentare e stabilizzarsi lungo un asintoto superiore.

Anche il tema delle disuguaglianze sociali, che è oggi scoperto e trattato persino dai fautori della crescita illimitata perché temono che esso possa portare a una stagnazione economica (che in realtà è già in atto) e a un forte conflitto sociale e internazionale, è stato affrontato dai relatori. È stato detto che in una logica economica di crescita continua e di competizione esasperata l’aumento delle disuguaglianze è inevitabile. Infatti se la curva che meglio interpreta l’economia attuale è quella logistica, allora esistono due curve logistiche: quella della minoranza dei più ricchi, che segue l’andamento descritto prima per l’economia in generale, e quella della maggioranza via via più povera che inizialmente sale quasi parallela a quella dei ricchi, ma che poi declina molto prima e continua a scendere stabilizzandosi lungo un asintoto inferiore molto basso. Su questo aspetto almeno i partecipanti alla manifestazione di piazza Castello a Torino erano sicuramente informati e coscienti, visto che si sono dichiarati in continuità con la marcia del 40 mila del 1980 contro gli operai di Mirafiori. La loro speranza è sicuramente quella di restare appesi alla curva logistica dei ricchi e di non precipitare su quella dei poveri.

Se la situazione economica, ambientale e sociale è questa, non resta che sperare nell’innovazione tecnologica perché ci salvi dalla distruzione ambientale e dal degrado sociale. Ma anche qui le osservazioni che ci arrivano dal convegno “Science and the future-2” non sembrano confortare questa speranza.

Qual è la curva che descrive meglio i rendimenti non solo economici delle innovazioni tecnologiche? Non è in questo caso la logistica – che non andrebbe neanche male – ma quella detta di Seneca che, a fronte della complessità crescente della società, vede crescere inizialmente i benefici sociali per poi rallentare e raggiungere un massimo, dopo il quale la curva inizia rapidamente a scendere. Un esempio che descrive bene questo andamento è la scoperta della penicillina e degli antibiotici: inizialmente ha portato a un rapido miglioramento delle condizioni sanitarie; poi l’effetto si è stabilizzato e ora incomincia a decrescere. Questa interpretazione dei rendimenti decrescenti delle innovazioni tecnologiche è stata suffragata con l’analisi degli effetti socioeconomici delle tre grandi rivoluzioni industriali: del vapore, dell’elettricità e del digitale. In tutti e tre i casi i dati dei principali Paesi mostrano l’andamento suindicato.

Provando a tirare le fila di quanto fin qui detto, risulta evidente che occorra mettere mano alla costruzione della proposta di un modello socioeconomico diverso da quello attuale, superando la parzialità dei singoli movimenti che si occupano della salvaguardia dell’ambiente, se non addirittura di un suo specifico elemento (l’aria, l’acqua, i rifiuti ecc.) oppure dell’opposizione a grandi opere o grandi eventi finalizzati solo al doping di un’economia stagnante oppure ancora alla difesa della dignità sociale ed economica di chi vive o vorrebbe vivere del proprio lavoro.

Certo un intento di questo genere non può essere esente da dubbi, incertezze e anche vere contraddizioni, ma una certezza su tutte ci rimane: nessuno dei partecipanti alla manifestazione di piazza Castello a Torino vorrà e potrà contribuire a un progetto del genere.


Il futuro del pianeta e la crescita impossibile

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L’umanità sta vivendo un momento molto critico della sua storia. Siamo ormai più di 7 miliardi e seicento milioni, l’impatto del nostro modo di vivere e delle tecnologie di cui disponiamo sta producendo o accelerando mutazioni climatiche globali, il prelievo annuo di risorse biologiche ha superato da tempo la capacità di rigenerazione della biosfera, e così via. Questo stato di cose non è un arcano noto a pochi iniziati, ma è oggetto di migliaia di articoli scientifici pubblicati ogni giorno in tutto il mondo, con frequenza crescente occupa le pagine dei quotidiani ed è oggetto di dibattiti televisivi. Gli stessi governi di molti paesi, compreso il nostro, ne hanno in teoria colto la rilevanza e hanno sottoscritto documenti e accordi, come quello di Parigi, che impegnano, sia pur senza vincoli o sanzioni, ad agire con urgenza per riuscire quanto meno ad attenuare le conseguenze di una evoluzione carica di conseguenze globalmente dannose. La realtà è però che nulla di sostanziale è stato fin qui intrapreso.

Nelle scelte concrete di ogni giorno le classi dirigenti dei paesi più industrializzati, e in particolare del nostro, si comportano, di fronte a una vera e propria emergenza globale, come drogati in crisi di astinenza alla disperata ricerca di “dosi” che divengono sempre più scarse e difficili da trovare. Eppure non è difficile individuare il meccanismo perverso all’origine di tutti i guai. La nostra economia, ormai globale, si è sviluppata, fin qui, nel segno della crescita.

Fior di economisti hanno teorizzato che per mantenere sotto controllo le tensioni sociali legate alle disuguaglianze è necessario che la produzione e il volume degli scambi di beni e servizi (l’economia) cresca ininterrottamente. La parola che più viene pronunciata, invocata, declamata, nei discorsi di imprenditori, sindacalisti, politici di maggioranza e di opposizione, governanti e aspiranti governanti, commentatori di giornale o telegiornale, economisti (quanto meno classici) è “crescita”. Sembra una formula magica capace di esorcizzare disoccupazione e disagio, dissesto ambientale e crisi internazionali. Eppure la crescita non è una semplice parola: qualunque crescita economica ha e non può non avere una base materiale. Il fatto però è (c’è quasi da vergognarsi a ricordarlo) che nessuna crescita materiale indefinita è possibile in un ambiente finito. E il nostro ambiente è sicuramente finito; basta visitare un supermercato per accorgersi di quanto sia piccolo e a portata di mano il mondo intero.

La presenza di limiti invalicabili è insieme un fatto evidente e vivacemente rifiutato dalle nostre società. La disponibilità di qualsiasi risorsa materiale, assoggettata insieme alle leggi della fisica e a quelle del mercato, segue una curva nota come curva di Hubbert, inizialmente elaborata pensando al petrolio, ma in realtà applicabile a qualsiasi cosa. Dapprima la produzione annua della materia prima di turno cresce rigogliosamente, poi, raggiunto un massimo, prende inesorabilmente a diminuire. Non ci sono margini di discussione o di trattativa in proposito, ma l’economia classica e coloro che assumono decisioni capaci di influenzare la vita di tutti, fingono di ignorare il problema o si rifiutano di prenderne atto e preferiscono comportarsi come il drogato che esulta quando riesce a recuperare una “dose” dimenticata in un angolo, come avviene con il fracking, le trivellazioni off-shore, magari nell’Artico, e così via, senza preoccuparsi di cosa dovrà fare quando anche quella dose sarà finita.

Le leggi della chimica e della fisica (lo si sa dalla fine dell’Ottocento) ci dicono che se la composizione dell’atmosfera cambia in modo da renderla più opaca alla radiazione infrarossa, la temperatura superficiale del pianeta crescerà e questo fatto produrrà mutamenti climatici rilevanti la cui manifestazione locale (in un particolare punto del globo), per via della teoria del caos deterministico, rimarrà sostanzialmente imprevedibile, esponendoci così a rischi tanto più gravi quanto meno conosciuti in anticipo.

La questione del mutamento climatico si intreccia con la domanda crescente di energia e il correlato uso massiccio di combustibili fossili. Qui, in spregio alle leggi della termodinamica, si è continuato a inseguire il mito della fonte dell’illimitata energia.

Venendo alla biosfera, il Global Footprint Network si incarica ogni anno di segnalarci la data in cui i prelievi arrivano a saturare la capacità di rigenerazione della terra: oggi tale data si aggira intorno al 1 di agosto (quattro anni fa era il 20). Da lì in poi si continua prelevando da riserve accumulatesi nei secoli e che ovviamente non possono durare per sempre.

Vi è ancora un altro aspetto della crescita, che viene per lo più trascurato. Non c’è dubbio che la nostra economia sia un sistema complesso di relazioni di scambio di beni e di servizi; la complessità si può misurare mediante il numero di relazioni. Ora, se un sistema fisico cresce, il numero delle relazioni al suo interno cresce più in fretta del sistema stesso: è un fatto facilmente verificabile. D’altra parte lo scambio lungo ogni relazione non è astratto: ciò che viene spostato sono cose, persone, informazione (la quale ha sempre una base materiale). Ogni trasferimento materiale comporta qualche rischio di malfunzionamento o di fallimento (pensiamo a guasti o incidenti in un viaggio su strada); gli inconvenienti che ne nascono possono essere mantenuti al di sotto di una soglia di accettabilità in vari modi, che però corrispondono tutti a destinare al controllo e alla sicurezza una parte della ricchezza disponibile. Da un lato l’espansione dell’economia fa crescere la ricchezza prodotta (qualunque cosa sia), dall’altro il governo e la sicurezza del sistema in crescita portano ad assorbire una frazione crescente di quella ricchezza e, come abbiamo visto, il fabbisogno per la sicurezza aumenterà più in fretta della ricchezza prodotta.

Combinando le due crescite e sottraendo la seconda dalla prima si ricava una “ricchezza netta” (quella cui dovrebbe corrispondere un miglioramento effettivo delle condizioni di vita) che evolve nel tempo come in figura.


Andamento nel tempo della ricchezza netta prodotta da un sistema in crescita

È l’andamento che Ugo Bardi dell’università di Firenze ha battezzato “curva di Seneca”, riferendosi alla 91esima lettera a Lucilio, di Seneca appunto, in cui si dice che la crescita è lenta, ma la rovina è precipitosa.

Si tratta di una tendenza generale, valida in contesti apparentemente molto diversi. Storici e antropologi ci dicono che il grafico rappresenta abbastanza bene l’ascesa e il crollo di molte civiltà del passato che hanno involontariamente consumato le basi materiali della loro prosperità. Il guaio è che anche la nostra economia globalizzata sta percorrendo una curva come quella.

Il problema dei problemi, naturalmente, una volta fatta la diagnosi, è quello di trovare una cura. Se la malattia sta nel mito della crescita perpetua, la medicina non può essere la tecnologia, anche se essa riveste comunque un ruolo fondamentale: la tecnologia procede in base alle leggi fisiche e sono quelle che rendono impossibile l’eterna crescita. I cambiamenti di cui c’è bisogno riguardano le relazioni di dare e di avere tra esseri umani, cioè la loro cultura materiale. La crescita ‒ ci viene spiegato ogni giorno ‒ può essere mantenuta e stimolata mediante l’incremento della produttività; d’altra parte è ovvio che un incremento della produttività può essere compatibile con un mantenimento dell’occupazione solo se la produzione complessiva aumenta. Se quest’ultima non può crescere per motivi fisici, l’incremento della produttività comporta una contrazione dell’occupazione e l’intero sistema si inceppa. D’altra parte l’incremento della produttività è “necessario” per garantire la competitività e, di nuovo, in un sistema che non può più materialmente crescere la competizione porta a far crescere le disuguaglianze: ciò che aumenta è il numero degli sconfitti. Anche questa non è una semplice visione pessimista, ma trova ampio riscontro nelle statistiche in giro per il mondo: tolti periodi limitati, le disuguaglianze crescono un po’ ovunque, anche e forse in particolare in presenza di parametri positivi per l’economia tradizionale. Questa tendenza, fra l’altro, accomuna Stati Uniti e Cina, passando per l’Europa.

Insomma la convivenza con limiti materiali non flessibili e non negoziabili richiede un cambio di paradigma delle società umane in cui si persegua una sorta di stato stazionario a un livello adeguato e la competizione sia sostituita dalla collaborazione. Questo cambiamento bisogna innanzi tutto volerlo, dopodiché nulla è facile e tanto meno automatico: ci sono di mezzo i comportamenti quotidiani di milioni, anzi miliardi, di esseri umani.

Versione aggiornata e rivista dell’articolo «Il Futuro Impossibile. Vincoli e crescita economica» pubblicato in Ecoscienza