Umano-inumano negli Stati Uniti: lavoratori a punti

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Parte prima

Il sistema a punti nell’industria di lavorazione della carne negli Usa ha costretto molti lavoratori a recarsi al lavoro anche se presentavano sintomi di infezione da Covid.

Ogni giorno che stai a casa hai un punto. Con un certo numero di punti (da 6 a 14, a seconda degli stabilimenti) sei licenziato. L’attribuzione dei punti dipende anche dalla benevolenza del capo, che ti devi conquistare. Le principali industrie hanno dichiarato di aver sospeso il sistema durante la pandemia, ma in realtà, anche nei casi migliori, la cosa è vera solo dopo che sei risultato positivo a un test. Fare il test è costoso, per molti c’è la paura dei controlli da parte dell’ufficio immigrazione, si deve aspettare a lungo il risultato e intanto si deve andare a lavorare. Alcune ditte hanno allentato i criteri nel momento di massima attenzione alla epidemia in questo settore (in moti stabilimenti c’è stato un elevato numero di morti) per poi tornare a regole ancora più rigide. In alcuni casi, i punti venivano assegnati e il lavoratore doveva fare un ricorso per farseli togliere, a volte a un call center che comunicava solo in inglese, problema ostico in stabilimenti dove i lavoratori parlano decine di lingue diverse. Il settore occupa principalmente lavoratori immigrati, in genere senza formazione professionale, che, nonostante le smentite delle aziende, vengono visti come un componente facilmente sfruttabile e manipolabile del processo produttivo, come «un pezzo di macchinario» (https://jacobinmag.com/2020/11/meatpacking-tyson-covid-symptoms-work).

Parte seconda

Vale la pena scommetterci. Complessivamente a metà novembre il numero di lavoratori dell’industria della carne che avevano contratto il Covid era di circa 50.000, con 250 morti. Risultato di un’assenza di regolazione e di controlli, di indebolimento del sindacato e di calcolata negligenza dei datori di lavoro, pronti a giocare con le vite dei dipendenti pur di far girare gli impianti. Il fatto è che parlare di giocare non è purtroppo solo una metafora: come si vede, i numeri sono abbastanza grandi, e si può pensare a utilizzarli per qualche forma di intrattenimento. In uno stabilimento dello Iowa, di quelli di cui si parlava sopra, un capo ha organizzato un giro di scommesse fra dirigenti e capisquadra: si puntava su quanti lavoratori si ammalavano, chi ci azzeccava vinceva tutto. La cosa è saltata fuori, è partita una denuncia, la ditta nega tutto (ma ha sospeso i capi). La denuncia si riferisce anche all’assoluta mancanza di protezioni e di distanziamento, alle pressioni per continuare a lavorare anche se chiaramente malati. Il cinismo dei capi è una cosa, ma ancor più grave è la mancanza totale di controlli da parte degli enti federali e statali, che delegano alle imprese tutte le questioni legate alla sicurezza: nello Iowa, sede della storia che stiamo raccontando, l’agenzia statale raccoglie semplicemente le denunce dei lavoratori (che richiedono la compilazione di complicati moduli, tutti naturalmente solo in inglese), poi telefona o manda una lettera alla ditta coinvolta, dal tenore «abbiamo ricevuto questa denuncia, non sappiamo se è vera, verificate voi e fateci sapere» (https://jacobinmag.com/2020/11/meatpacking-iowa-tyson-lawsuit-work-conditions-covid-19).

I comportamenti inumani si fondano sempre su solide basi strutturali…


Rider, non c’è limite al peggio

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Sembra che non ci sia limite al peggio! Nel mondo del lavoro stiamo assistendo ad avvenimenti gravissimi, che mettono in discussione principi consolidati in tema di diritti.

Conosciamo tutti il fenomeno della consegna di cibo e altro a domicilio, che ha creato un settore assai florido dell’economia, fortemente rafforzato in questo periodo dal lockdown determinato dalla pandemia da Covid-19. Sono sorte, così, numerose imprese che hanno saturato il mercato e che hanno fatto ricorso all’attività lavorativa dei più disperati tra coloro che cercano un lavoro.

Uber, Glovo, Deliveroo, Eats sono nomi che abbiamo imparato a conoscere e, in particolare, abbiamo imparato a conoscere i giovani che con le pettorine delle varie aziende, scorrazzano per le città, con qualunque tempo per consentirci di approvvigionarci di cibo. Si è, così, venuta a creare una forma di rapporto di lavoro sconosciuta in precedenza e che aveva e ha bisogno di una classificazione.

Per lungo tempo, i rider, o ciclofattorini, sono rimasti privi di tutela ed esposti alle decisioni del datore di lavoro, sia in punto retribuzione che in tema di salvaguardia dei loro diritti (alla salute, all’incolumità, alla previdenza). Lentamente, poi, hanno cominciato a organizzarsi e a rivendicare i loro diritti.

È nota la sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro del 24 gennaio 2020 n. 1663 (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2020/02/11/i-riders-hanno-diritto-a-tutte-le-tutele-del-lavoro-subordinato-parola-di-cassazione/) che ha definitivamente risolto il contenzioso tra lavoratori rider di Uber e società, stabilendo che a essi doveva essere applicata la normativa del rapporto di lavoro subordinato, indipendentemente dalla qualificazione giuridica (rapporto di lavoro autonomo o subordinato) loro attribuita. Recente è, poi, l’azione della Procura della Repubblica e del Tribunale di Milano che ha commissariato Uber Italy e ha emesso vari provvedimenti cautelari nei confronti dei responsabili aziendali della società per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, oltre a vari reati fiscali: il manifesto del 13 ottobre 2020 pubblicava un articolo dal titolo esaustivo della situazione “Uber sfruttava rider disperati a tre euro l’ora”.

Intanto le aziende del settore si sono riunite in un’associazione sindacale, denominata Assodelivery e analogamente le organizzazioni sindacali dei lavoratori hanno cominciato, sia pur tardivamente, a occuparsi del problema. È nato, così, su iniziativa del Governo, intervenuto per trovare una soluzione al problema che si faceva incandescente, un tavolo sindacale, una sorta di osservatorio permanente, presieduto dal Ministro del lavoro e composto dai rappresentanti dei datori di lavoro e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori più rappresentative. Ed è iniziata un’intensa attività negoziale: nelle more della stipula di un contratto collettivo nazionale per il settore, si è prevista l’applicazione del CCNL del settore Logistica, il più simile per il tipo di attività, all’attività di consegna di cibo a domicilio. Fin qui, tutto bene, nel senso di una normale dialettica tra datori di lavoro e lavoratori, con l’intermediazione del Governo.

Ma a questo punto è nata l’iniziativa che mi ha portato a scrivere «sembra che non ci sia limite al peggio»! Infatti, mentre si svolgeva la trattativa al tavolo organizzato dal Ministro del Lavoro, Assodelivery ha iniziato una trattativa segreta e parallela con un’organizzazione sindacale, l’UGL che non risulta «comparativamente più rappresentativa sul piano nazionale» rispetto a CGIL, CISL e UIL, firmatarie di quel contratto collettivo nazionale Logistica di cui si era stabilita l’adozione provvisoria. Tale trattativa ha portato alla stipula di un «contratto collettivo nazionale per la disciplina delle attività di consegna di beni per conto altrui, svolto da lavoratori autonomi, c.d. rider», contratto che è stato trasmesso al Ministero il 16 settembre 2020.

Il Ministero ha risposto il giorno successivo con una durissima lettera con la quale contestava la validità e la legittimità di quel contratto perché non rispettava i parametri di legge, non era sottoscritto dalle organizzazioni sindacali più rappresentative a livello nazionale, prevedeva un compenso legato al numero di consegne, a cottimo, contra legem, non prevedeva un compenso minimo garantito e conteneva la qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo, mentre tale potere di determinazione spetta solamente al giudice. Anche le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno contestato l’atteggiamento inaccettabile di Assodelivery, definendo quel contratto una «finta operazione di miglioramento delle condizioni di lavoro dei rider» che riconduceva al cottimo l’attività di quei lavoratori, cui non verrebbero retribuite malattia, tredicesima, ferie e maternità.

In tale situazione di palese violazione di norme e di specifiche indicazioni provenienti anche dal Ministero, si inserisce, ora ‒ ed è l’aspetto che maggiormente indigna e segna il passaggio della vicenda da questione giuslavoristica a fattispecie penale ‒ il comportamento di una delle associazioni del settore, Deliveroo Italy, che ha inviato a tutti i lavoratori suoi collaboratori, circa 8000 (!), una e-mail in cui comunica l’avvenuta adozione del CCNL Assodelivery-UGL, che entrerà in vigore il 3 novembre 2020, affinché coloro che intendono proseguire la loro attività con Deliveroo firmino un nuovo contratto che ne recepisca le direttive. La e-mail Deliveroo conclude: «Se non firmerai il nuovo contratto di collaborazione entro il 2 novembre, a partire dal giorno 3 novembre non potrai più consegnare con Deliveroo poiché il tuo contratto non sarà più conforme alla legge. Se non desideri continuare a consegnare con Deliveroo secondo i termini previsti dal CCNL, questa e-mail costituisce il preavviso formale della risoluzione del tuo attuale contratto che terminerà il giorno 2 novembre 2020»!

Dunque, davvero non c’è limite al peggio! Si tratta, all’evidenza, di un comportamento che contiene un’aperta minaccia a lavoratori che si trovano notoriamente in condizioni di grave disagio economico e sociale: o firmi questo contratto o sei licenziato!

Non solo vi è un comportamento che pare contenere tutti gli elementi del reato di estorsione, quanto meno nella  forma (attuale) del tentativo, ma si tenta, attraverso questo escamotage contrattuale, di capovolgere il principio storicamente radicato in campo sindacale per cui il Sindacato acquisisce la rappresentanza dei lavoratori e poi stipula il CCNL; invece, così facendo, prima si firma il contratto individuale di lavoro e poi si ottiene l’adesione di fatto dei lavoratori all’organizzazione sindacale firmataria del CCNL. Insomma, una situazione che merita di essere combattuta sotto tutti i punti di vista, sia sotto quello della tutela dei diritti dei lavoratori, sia sotto quello del rispetto della rappresentatività sindacale e del rapporto tra lavoratori e organizzazioni sindacali.

A fronte di ciò l’associazione “Comma2-Lavoro è Dignità” (composta prevalentemente da avvocati e docenti universitari operanti nel campo del diritto del lavoro) ha ritenuto imprescindibile intervenire nella sua qualità di associazione che ha, tra gli scopi statutari – sul presupposto che «l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (art. 41 comma 2) e che sia compito della Repubblica tutelare il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni al fine di affermare e regolare i diritti del lavoro (art. 35)» – quello di «promuovere e tutelare i diritti dei lavoratori». Conseguentemente ha deciso di presentare in numerose Procure della Repubblica, attraverso alcuni suoi iscritti, esposti-denuncia volti a far verificare dall’autorità giudiziaria se si ravvisino nel comportamento di Deliveroo Italy gli elementi tipici della fattispecie del reato di estorsione, elementi che possono essere indicati nella presenza evidente della minaccia di licenziamento, nel profitto ingiusto che deriverebbe all’azienda che potrebbe applicare un contratto a lei più favorevole e nel corrispondente ingiusto danno per i lavoratori.

Gli esposti-denuncia sono stati, ad oggi, presentati presso le Procure di Torino, Roma e Napoli e saranno seguiti da altre denunce depositate anche a Bologna, Milano e Firenze. La ragione della presentazione presso più Procure risiede nella difficoltà di individuare con certezza la Procura competente territorialmente che, ad oggi, pare ravvisabile nel luogo in cui ogni lavoratore ha ricevuto la e-mail di minaccia.

Spetta ora all’Autorità Giudiziaria verificare la sussistenza del reato e la competenza territoriale.

Sembra che la notizia del comportamento di Deliveroo Italy abbia destato l’attenzione non solo delle organizzazioni sindacali più rappresentative, ma anche di alcune forze politiche, che hanno preannunciato la presentazione di interpellanze sul punto. A queste future iniziative si deve aggiungere la sperabile opposizione alla iniziativa di Deliveroo Italy da parte del Ministro e del Governo, che appare probabile alla luce della durissima lettera con cui il Ministero ha stigmatizzato il comportamento di Assodelivery.

Una volta tanto, e di fronte al peggio del peggio, attendiamo fiduciosi gli sviluppi.


Fedeli e silenziosi: i lavoratori secondo la Cassazione

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I fatti sono noti e molto se ne è parlato ma conviene tornarci sopra per la loro valenza generale.

Il 5 giugno 2014 cinque lavoratori della FCA Italy spa allestiscono, a Nola, un patibolo con un cappio che stringe al collo un manichino penzolante, a grandezza naturale, raffigurante l’amministratore delegato di FIAT spa Sergio Marchionne, simulandone l’impiccagione e partecipano all’affissione di un manifesto con sfondo raffigurante il viso di Marchionne sul quale è scritto: «Il mio lascito prima del mio ultimo respiro: preso atto del mio piano fallimentare chiedo agli Agnelli, ai politici e ai sindacati: quelli che verranno dopo di me, se ci sarà la conduzione manageriale FCA, spero che siano non attenti solo al profitto, ma al benessere dei lavoratori licenziati e cassaintegrati. Inoltre chiedo come atto di clemenza la riassunzione di tutti i 316 deportati a Nola nello stabilimento di Pomigliano D’Arco. Chiedo perdono per le morti che io ho provocato. Sergio Marchionne». Nel pomeriggio dello stesso giorno i lavoratori allestiscono di nuovo il patibolo davanti agli studi della RAI. Dopo cinque giorni allestiscono è la volta della rappresentazione del funerale del dr. Marchionne davanti all’ingresso dello stabilimento di Nola.

Per questo comportamento i lavoratori vengono licenziati.

Il Tribunale di Nola respinge il ricorso dei lavoratori e conferma il licenziamento osservando che nel caso concreto non può essere ravvisato un esercizio di attività sindacale e che sono stati superati i limiti di continenza sostanziale sia quanto al riferimento a pretesi intenti discriminatori nel trasferimento di circa trecento operai da Pomigliano d’Arco a Nola e alla pluriennale condizione di cassintegrati, sia quanto al riferimento ai suicidi di lavoratori del sito industriale, poiché non sarebbero emersi elementi di connessione con la «conduzione manageriale del gruppo FIAT» e sarebbero risultate infondate le critiche ai risultati industriali della dirigenza aziendale. Il Tribunale ritiene inoltre che siano stati superati i limiti della continenza formale nell’attribuzione all’amministratore delegato della personale responsabilità per i suicidi; per le condotte di «deportazione» di dipendenti; per la «fin troppo realistica rappresentazione del suicidio a mezzo di impiccagione dello stesso Marchionne con successivo funerale», con lesione dell’onore, decoro e reputazione tanto dell’amministratore delegato che della società.

La Corte d’appello di Napoli, peraltro, ribalta la decisione ritenendo, anzitutto, legittime le critiche relative alle «scelte fallimentari» di FCA sotto il profilo industriale, «trattandosi di una mera valutazione soggettiva peraltro del tutto generica» e alla «deportazione» di 316 dipendenti da Pomigliano a Nola, trattandosi di una circostanza oggettivamente vera e non essendo mai stato contestato che tutti i lavoratori trasferiti, fra i quali i ricorrenti, fossero «ininterrottamente sospesi dal lavoro dal 2008». Quanto alla «macabra rappresentazione scenica del finto suicidio» dell’amministratore di FIAT e del suo successivo funerale valuta che «la rappresentazione scenica realizzata, per quanto macabra, forte, aspra e sarcastica, non ha travalicato i limiti di continenza del diritto di svolgere, anche pubblicamente, valutazioni e critiche dell’operato altrui (quindi anche del datore di lavoro), che in una società democratica deve essere sempre garantito» e che il collegamento fra i suicidi e le strategie aziendali, corrispondeva alla «verità soggettiva» dei licenziati. La Corte perviene a tale conclusione attraverso una tenace ricerca della verità processuale all’esito della quale rileva che: uno dei lavoratori suicidi aveva lasciato uno scritto che spiegava il drammatico gesto proprio con le condizioni lavorative di cassintegrato; l’altra lavoratrice, suicida nel maggio 2014 (una settimana prima della famosa rappresentazione) molto impegnata sindacalmente, aveva pubblicato un scritto intitolato Suicidi in fabbrica, con questo incipit: «Non si può continuare a vivere per anni su ciglio del burrone dei licenziamenti»; le accuse mosse all’amministratore di FIAT non erano di istigazione al suicidio, che presuppone il dolo, ma l’avere determinato le morti con le scelte aziendali adottate; le problematiche erano da tempo note alla pubblica opinione, «come provato dalla copiosa rassegna stampa prodotta»; della situazione dei cassintegrati del Polo Logistico di Nola si era interessata anche la Giunta regionale campana ed era stata oggetto di un’interrogazione parlamentare; in una precedente manifestazione di protesta, in occasione del funerale della lavoratrice suicida, molti colleghi si erano stesi vicino ai cancelli indossando indumenti macchiati di vernice rossa. Quanto, invece, alla continenza formale, la Corte ritiene la «durezza» delle rappresentazioni giustificata dalle reali modalità di quei tragici fatti: la lavoratrice suicida era stata trovata riversa nel suo letto immersa nel sangue, dopo essersi inflitta tre coltellate al ventre e l’altro lavoratore si era impiccato. Gli indumenti macchiati di vernice rossa, a simulare il sangue, sono apprezzati quale «prova evidente della immedesimazione emotiva che ha legato i manifestanti alla sorte dei compagni morti suicidi» e la rappresentazione duramente sarcastica, ma senza alcuna istigazione alla violenza, contrariamente a quanto affermato nelle contestazioni disciplinari, in quanto priva di «espressioni offensive, sconvenienti o eccedenti lo scopo della critica», inidonea a causare nocumento morale all’azienda o al suo amministratore delegato e diretta solo ad accendere l’attenzione della pubblica opinione su fatti già noti.

Infine la Corte di cassazione, con sentenza 6 giugno 2018, annulla la pronuncia della Corte d’appello ripristinando così la decisione di primo grado. Secondo il giudice di legittimità «la rappresentazione scenica» avrebbe «esorbitato i limiti della continenza formale attribuendo all’amministratore delegato qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli, esponendo il destinatario al pubblico dileggio, effettuando accostamenti e riferimenti violenti e deprecabili, in modo da suscitare sdegno, disistima nonché derisione e irrisione», travalicando dunque quel punto di equilibrio più volte evocato, giacché anche la satira richiederebbe «forme espositive seppur incisive e ironiche, ma pur sempre misurate» e così «spostando una critica sindacale anche aspra, ma riconducibile ad una fisiologica contrapposizione fra lavoratori e datori di lavoro, su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse a un confronto con la controparte, annichilita nella propria dignità di contraddittore». Più in particolare, la Cassazione rileva come il diritto di critica, anche sindacale, non possa comunque mai contravvenire «al c.d. minimo etico ossia a quei doveri fondamentali che si concretano in obblighi di condotta per il rispetto dei canoni dell’ordinaria convivenza civile» ed afferma che la sentenza impugnata debba esser cassata «avendo violato il parametro normativo che prevede il bilanciamento effettivo di due interessi costituzionalmente rilevanti (il diritto di critica e la tutela della persona umana)». E proprio in tale aggettivo parrebbero condensarsi le ragioni della censura: non vi sarebbe, dunque, «effettivo» bilanciamento quando l’esercizio del diritto di critica abbia violato il sopra ricordato minimo etico ovvero i «doveri fondamentali alla base dell’ordinaria convivenza civile» richiamati in massima.

L’argomentare astratto e del tutto avulso dalla concretezza del fatto della Cassazione si traduce in una motivazione tautologica. Nella pronuncia il principio di diritto violato dalla Corte territoriale è individuato sul terreno della continenza formale, rispetto alla quale la Cassazione introduce riferimenti restrittivi apparentemente impercettibili, ma che tali, a ben vedere, non sono.

Ci dice, anzitutto, che la satira, pur essendo per propria natura strutturata sul metro del grottesco, del paradosso e dell’iperbole, richiede comunque «forme espositive misurate», perché altrimenti si correrebbe il rischio di «annichilire» il contraddittore ed esondare dai «canoni dell’ordinaria convivenza civile». Per cui non sarebbe «effettivo» un giudizio di bilanciamento fra i più volte ricordati diritti costituzionali che non tenesse conto di tali specificazioni, assunte semplicemente come autoevidenti, senza individuare il punto di crisi delle argomentazioni del giudice di merito. Così ragionando finiscono per dissolversi, perché non richiamati né sostituiti da altri, alcuni fondamentali parametri di giudizio: le ragioni del dissenso espresso; la «rilevanza sociale dell’argomento»; la natura «gratuita» o meno delle espressioni potenzialmente lesive dell’onore e del decoro; l’interesse pubblico generale che legittima la satira ad assumere «forme tanto più incisive e penetranti quanto più elevata è la posizione pubblica del destinatario». Finanche la stessa consapevolezza della storia millenaria della satira, che ha avuto per esplicito obiettivo la fustigazione dei potenti fin da quando Seneca trasformò in una zucca l’imperatore Claudio additandolo a emblema di arroganza e stupidità. Paragonata a quell’antichissimo esempio, la rappresentazione scenica del funerale dell’amministratore delegato di FCA (la cui «posizione pubblica» non sarà stata pari a quella d’un imperatore romano, ma non era di certo poco «elevata»), allestita da operai sindacalisti che avevano vissuto il dramma dei suicidi di propri compagni dovuti alle situazioni lavorative vissute, non pare proprio trasmodare in offese gratuite addirittura tali da «annichilire» il destinatario delle stesse.

Nella cassata pronuncia della Corte d’appello di Napoli è agevole riconoscere lo sforzo cognitivo volto a far emergere «la trama dei rapporti sociali sottesa alle norme giuridiche». La Corte napoletana ricostruisce in modo compiuto il tessuto normativo sotteso alla vicenda, i principi che lo innervano e il percorso valutativo da compiere per assicurarne il necessario equilibrio. Fatto ciò, procede alla ricerca paziente e ostinata dei fatti, alla ricostruzione del contesto in cui compiutamente si declinano finché siano proprio i fatti della concreta vita degli uomini a dare significato a norme e principi astratti e, così facendo, li sottraggano alle «ambiguità e contraddizioni» insite in ogni norma o principio, oltre che ad un opaco esercizio della discrezionalità dell’interprete. Allo stesso modo è difficile non vedere, nelle censure della Cassazione, forti tracce di quella dogmatica giuridica che fa delle norme e dei principi da esse estratti «schemi rigorosi e coerenti di interpretazione del mondo» attraverso i quali diritti costituzionali fondamentali tornano ad essere relegati sullo sfondo. Il giudice di legittimità declina formule giuridiche, «dogmi» e ne dà per acquisita quella pertinenza che avrebbe dovuto, invece, quanto meno esplicitare.

Che la rappresentazione allestita dagli operai licenziati fosse macabra è indubitabile, ma macabro non vuol dire osceno e nemmeno offensivo è il mezzo usato. Quello della rappresentazione scenica teatrale, era un mezzo che di per sé stesso si basava su una associazione (morte e morte) di tipo visivo e non di tipo verbale. Lo scritto era illustrativo della scena in cui il suicidio era per pentimento (e dunque nella prospettiva della rappresentazione una cosa buona e non cattiva). La Cassazione non spiega perché una simile rappresentazione evocherebbe «uno scontro violento e sanguinario» e addirittura «annichilirebbe nella propria dignità» il datore di lavoro. Si limita ad enunciarlo e tanto dovrebbe bastare. Enumera una serie di aggettivi («riprovevoli», «disonorevoli», «violenti», «deprecabili»), ma palesemente omette di argomentarne la riferibilità ai fatti. Eppure la verità dei suicidi non può essere negata, come non può essere negato che siano stati determinati dalla condizione di cassintegrati in cui si trovavano i lavoratori da oltre sei anni, dal limbo degradante dell’assenza del lavoro e della dignità che ne consegue. Non possono essere negate le modalità cruente con cui sono stati eseguiti, non può essere negato il dramma vissuto dai compagni di lavoro superstiti, la contiguità temporale (una settimana appena) fra il secondo suicidio e la rappresentazione, la notorietà di quei tragici eventi già oggetto di analoghe critiche da parte dei media e della politica regionale e nazionale, tanto da suonare amaramente paradossale che solo ai compagni dei morti la critica debba essere interdetta e, con essa, la possibilità di manifestare le ragioni del loro dolore. Tanto più che, a guardarla con le lenti della nostra Costituzione, quella messa in scena altro non sembra che la rappresentazione della morte della «responsabilità sociale dell’impresa» di cui all’art. 41 Costituzione.

Se si volesse, infine, guardare alla vicenda con la profondità prospettica ch’essa merita, dovremmo posizionarci ancor più all’indietro nel tempo e far riemergere consapevolezze che, in decenni di meccaniche ripetizioni di formule, paiono sprofondate nell’inconscio collettivo dei «cultori della materia».

Prima d’ogni altra, la consapevolezza del fatto che, a fondamento dell’intera costruzione dei limiti al diritto di critica del lavoratore subordinato, sta un’interpretazione dell’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 codice civile che va talmente oltre la lettera della norma da assumere un valenza, per quanto pacifica e mai contestata, questa sì incontestabilmente creativa giacché la clausola generale da cui tutto discende non è neppure contenuta nel testo normativo, ma solo nella sua rubrica. Eppure, attraverso quel riferimento in rubrica alla “fedeltà”, l’obbligo per il lavoratore subordinato di «non trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio» si è trasformato in un dovere di conformazione che investe un’amplissima gamma di comportamenti che nulla hanno a che fare con l’adempimento contrattuale e possono investire fatti socialmente o eticamente riprovevoli, fatti penalmente rilevanti o, appunto, l’esercizio del diritto di critica che sovente è anche manifestazione del conflitto di classe. Del quale, pertanto, l’obbligo di fedeltà si presta ad essere un efficace mezzo di prevenzione e profilassi.

È probabilmente in queste amare considerazioni il nucleo rimosso degli infiniti ragionamenti attorno al diritto di critica del lavoratore subordinato, troppo spesso condotti, per tornare a quanto appena detto, secondo i canoni di quella dogmatica giuridica che pretende di acconciare i fatti alle proprie formule e di scolorire il dramma del conflitto, nel «diseguale» rapporto di lavoro, dietro un giudizio meramente formale di bilanciamento fra contrapposti interessi.

Una versione più ampia dell’articolo e il testo dei provvedimenti citati
possono leggersi in Questione giustizia online


«Qui si lavora, non si fa politica»

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Due anni fa lanciammo una mobilitazione contro il licenziamento di cinque operai cassintegrati della Fiat di Pomigliano “colpevoli” di aver espresso il dolore e la rabbia per il suicidio di tre compagni di fabbrica, privati – non diversamente da loro – di ogni prospettiva di occupazione.

Ci parve che gli amministratori della giustizia avessero rimesso il mondo sul suo asse, perché la Corte d’appello, smentendo il Tribunale del lavoro, diede ragione a Mimmo Mignano e ai suoi quattro coraggiosi compagni, ordinando alla Fiat Chrysler Automobiles il pieno reintegro. Cosa che però la FCA non fece, limitandosi a versare il salario senza permettere ai cinque di varcare i cancelli della fabbrica, quasi fossero pericolosi criminali, mentre invece portò la vicenda in Cassazione.

Dopo un tempo lunghissimo – due anni, che i cinque hanno trascorso in attesa e sospensione nel vuoto – il 6 giugno 2018 la Cassazione ha reso nota la sentenza con cui accoglieva il punto di vista aziendale, sancendo l’obbligo di “fedeltà” all’azienda fuori dall’orario di lavoro.

Secondo i giudici di Cassazione, i cinque avrebbero posto in essere «comportamenti che compromettevano sul piano morale l’immagine del datore di lavoro», venendo meno all’«obbligo di fedeltà a carico del lavoratore subordinato» richiamato dall’articolo 2105 del codice civile. Questo a dispetto del fatto che l’articolo in questione dispone – semplicemente – che «il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

Stiamo parlando di una norma studiata per salvaguardare gli interessi dell’azienda rispetto ad eventuali competitori, che vieta al dipendente di mettersi in concorrenza con il proprio datore di lavoro, legandolo alla riservatezza sui segreti aziendali. Come può una simile disposizione essere indirizzata a operai che, con mansioni esecutive spesso limitate a una sola linea di produzione, o al massimo a un reparto, nemmeno lontanamente possono «trattare affari per conto proprio o di terzi», né tantomeno conoscere «notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione»?

La sentenza ratifica una ratio secondo cui non conta la sofferenza dei deboli ma l’immagine pubblica del padrone; in cui non si protegge l’onorabilità dei suicidi ma quella della controparte, indipendentemente dall’immane disparità del rapporto di forza.

Anno dopo anno, in Italia è stata intaccata la fondamentale funzione esercitata dalla disciplina del diritto del lavoro, diretta a bilanciare lo squilibrio nel rapporto di forza fra imprenditore e dipendente. Privati persino del diritto di protestare, di gridare il proprio dolore e offesa, cosa lo Stato intende lasciare ai suoi cittadini cassintegrati, licenziati, disoccupati, oltre all’abisso di gesti autolesivi?

Contro questa sentenza, che apre pericolose contraddizioni sull’interpretazione dell’obbligo di fedeltà cui sarebbero assurdamente sottoposti i dipendenti aziendali, intendiamo sostenere non solo Mimmo Mignano e i suoi compagni, ma i numerosi lavoratori licenziati per aver espresso pubblicamente opinioni critiche sulle scelte del proprio datore di lavoro, benché fuori dall’orario e dalle sedi di impiego.

Una simile interpretazione adatta ai casi concreti i principi generali della fedeltà e dell’auto-dominio, e così facendo sancisce l’asservimento dei lavoratori, li condanna al silenzio, li rende ricattabili nella sfera pubblica, riduce la persona umana al mero scambio lavorativo appropriandosi anche della parte di esistenza che è fuori dall’orario di lavoro, disconosce la tutela della dignità dell’uomo sancita dalla Costituzione.

Le recenti riforme del lavoro hanno modificato le relazioni tra lavoratori e datori di lavoro, indebolendo le tutele dei primi a favore dei secondi. Quanto sta accadendo non è solo il risultato di cambiamenti normativi ma l’indice di una profonda involuzione culturale, politica e umana, che minaccia lo stesso sistema democratico del nostro Paese.

La sentenza contro i cinque della FCA segna un salto simbolico al quale intendiamo opporci, perché va a colpire operai che hanno attuato una protesta sindacale utilizzando espressioni satiriche, per quanto aspre, all’unico scopo di dar voce all’angoscia esistenziale che nasce dalla precarietà del lavoro, dall’umiliazione dell’essere considerati scarti dell’umanità, dal dolore per i numerosi compagni che negli anni, alla Fiat e in tutta Italia, si sono suicidati per la perdita del lavoro.

Anche noi crediamo nell’obbligo di fedeltà: quello alla dignità di chi si oppone, e quello alla memoria di chi soccombe. Per questo lanciamo una campagna con la quale chiediamo al Legislatore di regolamentare la normativa sull’obbligo di fedeltà limitandone l’interpretazione a ciò che effettivamente dice, cioè la difesa dell’azienda rispetto alla concorrenza, e chiediamo alla Cassazione di revocare e correggere l’attuale interpretazione.

 

Primi firmatari:

Andrea Vitale (maestro, pubblicista), Daniela Padoan (scrittrice), Alessandro Arienzo (Università di Napoli “Federico II”), Franco Rossi (docente e pubblicista), Guido Viale (economista), Paolo Maddalena (vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, presidente Attuare la Costituzione), Erri De Luca (scrittore), Massimo Cacciari (filosofo), Marco Travaglio (giornalista, direttore de Il Fatto Quotidiano), Luigi De Magistris (sindaco di Napoli), Moni Ovadia (attore), Ascanio Celestini (attore e regista), Alex Zanotelli (missionario comboniano), Massimo Villone (costituzionalista, professore emerito di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Napoli), Livio Pepino (magistrato, già presidente di Magistratura democratica e componente del CSM), Lorenza Carlassare (giurista e costituzionalista), Luigi Ferrajoli (giurista, professore emerito di filosofia del diritto all’Università di Roma Tre), Riccardo Petrella (professore emerito dell’Università Cattolica di Lovanio), Giuseppe Del Bene (già magistrato del lavoro), Alessandra Ballerini (avvocato), Giuseppe De Marzo (responsabile politiche sociali di Libera).