Il Covid-19, i diritti e le libertà

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Il lockdown che stiamo vivendo impatta su libertà fondamentali: partendo dalla libertà di circolazione (art. 16 Costituzione) e dal diritto di riunione (art. 17) a essere ristretti sono, a cascata, alcune forme di manifestazione del pensiero (art. 21) e di libertà di religione (art. 19), il diritto di sciopero (art. 40), il diritto-dovere al lavoro (art. 4), l’iniziativa economica privata (art. 41), il diritto di istruzione (artt. 33 e 34), la libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15). Il bilanciamento, ça va sans dire, è, in senso lato, con il diritto e «interesse della collettività» alla salute: l’unico diritto ad esser definito «fondamentale» dalla Costituzione (art. 32).

Nel nostro sistema le misure derogatorie devono essere strettamente proporzionali e ragionevoli rispetto allo scopo perseguito, ovvero la tutela della salute. Le relative scelte sono rimesse al decisore politico, ma evidentemente giustificate in relazione a dati la cui valutazione è compiuta dal sapere medico. Si pone, qui, per inciso, la questione del rapporto fra politica, diritto e tecnica e del sottile crinale fra legittimazione delle scelte sulla base di risultanze scientifiche e rischio di rimettere decisioni politiche a tecnici, dotandole dell’insindacabilità politica connessa alla loro sussunzione nella razionalità tecnica. In ogni caso, affinché le restrizioni adottate si mantengano entro la cornice della Costituzione e di una forma di Stato democratica, evitando la diffusione del virus politico dell’autoritarismo, occorre che siano rispettati alcuni requisiti. Fra questi, oltre la temporaneità e l’equilibrio fra i poteri (con connesso ricorso a fonti adeguate), c’è l’esigenza che il bilanciamento fra i diritti rispetti i canoni della proporzionalità e della ragionevolezza (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/27/coronavirus-interventi-normativi-costituzione-10-domande-e-risposte/). Occorre, cioè, che tutti i diritti siano garantiti nel massimo grado possibile con la preservazione del diritto alla salute; non solo: occorre bilanciare l’impatto diseguale che lo stato di emergenza produce.

Non è sempre così. Per esempio, l’apertura di un procedimento di infrazione nei confronti della Confederazione nazionale dell’Unione Sindacale di Base (USB), in relazione allo sciopero proclamato il 25 marzo 2020, limitato nei servizi essenziali alla durata di un solo minuto simbolico (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2020/04/10/sciopero-e-diritti-nella-stagione-del-contagio/), non tiene in adeguata considerazione la salvaguardia del diritto di sciopero e di azione sindacale (artt. 39 e 40 Cost.). Analogamente il decreto interministeriale (n. 150 del 7 aprile 2020) che chiude i porti alle navi che soccorrono i naufraghi (https://volerelaluna.it/migrazioni/2020/04/09/litalia-non-e-piu-un-porto-sicuro/), al di là dell’intrinseca irragionevolezza di distinguere a seconda dello stato di bandiera della nave, viola il diritto alla vita, il diritto alla salute, il principio di non refoulement e il diritto di asilo, nonché, nello specifico, il diritto dei naufraghi ad essere condotti in un porto sicuro, come sancito dalle norme di diritto internazionale, risultando irragionevole il bilanciamento con il diritto alla salute alla base dell’emergenza sanitaria; le esigenze legate all’epidemia di Covid-19, al più, potrebbero dar luogo a controlli sanitari e a provvedimenti di quarantena (in primo luogo a tutela delle persone soccorse). Il bilanciamento, poi, si pone inevitabilmente allorquando si ragiona di tracciamento dei dati personali, che sia a fini di prevenzione, per mappare i contatti di un eventuale positivo al virus, o che sia a fini di controllo del rispetto delle misure adottate: il rischio è lo scivolamento verso forme di autocrazia digitale o di capitalismo della sorveglianza.

D’altro canto, la mancata chiusura di alcuni settori produttivi, o la prematura riapertura di altri, su pressioni imprenditoriali (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/20/coronavirus-la-classe-operaia-allinferno/), integra un cedimento nella tutela della salute come diritto “fondamentale” delle persone rispetto al perseguimento di interessi economici. Non si misconosce certo la necessità di tutelare il lavoro, ma per l’appunto, ricordando qual è il senso del lavoro posto a fondamento della Repubblica: il suo essere trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, strumento di dignità ed emancipazione della persona e della società, non merce da cui estrarre profitto. In questa prospettiva, occorre anche vigilare perché il cosiddetto smart working o home working, da strumento che, in un’ottica emergenziale, tutela il lavoro insieme alla salute delle persone, così come salvaguarda l’erogazione di servizi, non si normalizzi, favorendo un processo di individualizzazione – solitudine e debolezza – del singolo lavoratore e una dilatazione del tempo-lavoro, indistinto rispetto al tempo-vita e oggetto di una progressiva espropriazione, nell’orizzonte di una crescita del biopotere. Ugualmente, l’utilizzo della didattica a distanza, utile, senza dubbio, dato il distanziamento sociale, per mantenere viva e presente la scuola (di ogni ordine e grado), non deve costituire un pretesto per l’introduzione di una didattica digitale, che, oltre i limiti pedagogici, amplifica diseguaglianze ed esclusioni. Infine, uno stato di emergenza legittimato dalla necessità di salvaguardare la salute, deve tutelare la salute di tutti, a partire dai soggetti vulnerabili, non ripercorrendo la tragica storia dell’affievolimento (o della negazione) dei diritti oltrepassate le porte delle Residenze Sanitarie Assistenziali, i cancelli delle carceri o gli ingressi dei vari centri di detenzione e accoglienza dei migranti.

In ogni caso, una particolare attenzione deve essere prestata al fatto che le ricadute delle misure di distanziamento sociale sulle esistenze delle persone, in termini di qualità della vita, condizioni sociali ed economiche, facilmente enfatizzano le vulnerabilità e riproducono e incrementano le diseguaglianze.

Post scriptum

Nelle more della pubblicazione di questo scritto è stato adottato il Dpcm del 26 aprile 2020.
Esso suscita numerosi dubbi, non solo, ancora – e non si tratta di notazione di poco conto – per la forma dell’atto, ma anche per il suo contenuto. Al di là del ricorso a termini giuridicamente ambigui, come il riferimento ai “congiunti” (che collide con la certezza del diritto, quando in questione è la limitazione dei diritti), colpiscono alcune assenze. Se i numeri – in verità alquanto oscuri e, anche per un profano, colmi di irregolarità statistiche in grado di rendere poco intellegibile la fotografia dell’epidemia – possono essere tali da giustificare ancora misure di distanziamento, l’indebita compressione di alcuni diritti, con il prolungarsi del tempo e la possibilità di mettere in campo alternative, appare sempre meno giustificabile.
Innanzitutto, emerge un’assenza: un’adeguata considerazione del diritto all’istruzione. Viene data per scontata la fine dell’anno scolastico, senza nemmeno provare ad immaginare modalità – in presenza – alternative: nel decreto si legge che «sono sospesi i servizi educativi per l’infanzia […] e le attività didattiche in presenza nelle scuole di ogni ordine e grado» (art. 1, lett. k). L’utilizzo della didattica a distanza (art. 1, lett. m, n e o) utile, senza dubbio, come detto, dato il distanziamento sociale, ha evidenti limiti pedagogici, non tutela l’aspetto relazionale, amplifica diseguaglianze ed esclusioni. E ancora: la salute, e il pensiero corre in specie a bambini ed adolescenti, deve essere intesa, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in senso ampio, come stato di benessere «fisico, mentale e sociale». Perché, emblematicamente, consentire l’attività motoria, ma vietare assolutamente, sempre in sicurezza, l’«attività ludica o ricreativa all’aperto» (così il Dpcm, art. 1, lett. f)?
In secondo luogo, traspare dal Dpcm una forte impronta economicista. Se il diritto alla salute cede, è (quasi) unicamente in relazione all’attività produttiva, all’iniziativa economica privata. E questo – occorre precisarlo – non significa tout court tutelare il lavoro, la dignità, il sostentamento delle persone; il lavoro, come detto sopra, nel senso della Costituzione.
In terzo luogo, il mutare del contesto rende sempre più inaccettabili le chiusure di ogni spazio per la libertà di riunione, così come le restrizioni nel diritto di sciopero (ma il discorso potrebbe estendersi anche alla cultura così come alla libertà di associazione, sino ad eccessive restrizioni anche alla libertà di circolazione e finanche di religione). Occorre iniziare a riaprire spazi, anche fisici, di espressione del dissenso, se pur con misure a tutela della salute (quali distanziamento e uso della mascherina), garantendo il diritto di sciopero e di riunione, vitali per una democrazia. La democrazia è pluralismo ed è conflitto (https://volerelaluna.it/societa/2020/04/18/il-coronavirus-la-crisi-e-il-conflitto-sociale/), e non può prescindere dal garantirli nella misura più ampia possibile, anche in uno stato di emergenza.
(28 aprile)


Liberi con gli altri, non da soli

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Il 25 aprile di ogni anno celebriamo la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dal regime fascista. La festa della liberazione venne istituita, su proposta di Alcide De Gasperi, l’anno successivo all’avvenimento, il 22 aprile del 1946. E la festeggiamo ancora, sempre con un certo gioioso entusiasmo, nonostante i tentativi di farla diventare qualcos’altro, magari di “meno politicizzato” (per esempio, è stato proposto di intitolarla a «tutti i caduti di tutte le guerre, compreso il coronavirus»). Certo, quest’anno non ci saranno sfilate e manifestazioni e scarseggeranno le cerimonie collettive di posa delle corone d’alloro davanti ai monumenti per ricordare i caduti; chiusi come siamo in una sorta di cattività preventiva, necessaria per il bene nostro e della collettività, passeremo questa festa della liberazione in attesa: di un cambiamento, di una novità, forse di una luce in fondo al tunnel; magari, della nostra liberazione, letteralmente. Perché diciamocelo: dopo due mesi passati in casa, a parte le uscite essenziali, con scuole, posti di lavoro e luoghi di aggregazione chiusi, l’idea stessa della festa della liberazione assume tutto un altro sapore.

Tra i molti filoni di discussione che hanno monopolizzato l’opinione pubblica in queste settimane di clausura, una che mi ha colpito particolarmente è quella che di fatto, più o meno esplicitamente, rimprovera noi, sani o perlomeno poco acciaccati, rintanati al sicuro, nell’abbraccio delle nostre case, senza problemi di approvvigionamento alimentare, di lamentarci per il “semplice fatto” di essere stati privati della libertà di movimento. Ne ho letti a bizzeffe di articoli, approfondimenti e commenti di questo genere: gli italiani dipinti come popolo di piagnoni perché si lamentano di non poter uscire a correre, di non avere modo di portare i bambini al parco o magari di non poter andare dal partner non convivente: sciocco popolo di viziatelli, abituati a vivere nell’agio. E poi, immancabile, la china che io definirei benaltrista: bisognerebbe pensare a chi in questo momento sta rischiando la vita negli ospedali, a chi è in terapia intensiva, a chi non ha un tetto sopra la testa…

Intendiamoci: per un verso, sono completamente d’accordo; penso continuamente a chi si trova a tu per tu con il coronavirus, e la mia stima per queste persone è immensa, come pure la mia gratitudine; e i problemi sono ben altri che non il mio fastidio di passare la maggior parte della giornata, quando non tutta, tra le quattro mura; i problemi sono ben altri che non trovare il proprio ristorante preferito chiuso, o magari dover fare un’ora di coda per andare al supermercato: dovrei essere felice di essere in grado di andarci, al supermercato! I problemi sono anche ben altri rispetto all’impossibilità di vedere i propri affetti… Però, non so a voi, ma a me questo parallelismo ricorda vagamente i ricatti morali di genitori e nonni per farmi finire il piatto di pasta quando ero piccola: pensa a chi in questo momento muore di fame…

Forse, proprio nell’ottica del 25 aprile, conviene chiedersi esattamente di cosa siamo stati privati con le misure di contenimento del contagio che sono state definite social distancing, distanziamento sociale, e che forse potrebbero essere chiamate con l’espressione distanziamento fisico o qualcosa di simile, che sottolinei la necessità di tenersi fisicamente lontani dagli altri, senza però dare adito a una distanza psicologica dal prossimo, a un eccesso di egoismo e solipsismo, come ha notato ad esempio il linguista David Crystal su Twitter.

Siamo stati privati delle “giratine”, che detta così sembra veramente un capriccio da bimbi viziati. Però riflettiamo su una cosa: anche le misure carcerarie implicano principalmente la perdita della possibilità di muoversi liberamente. Certo, in questo caso siamo in linea di massima a casa nostra, non in carcere; ma cosa vuol dire per ognuno di noi stare a casa? L’abitazione non è per tutti un luogo piacevole per trascorrerci la maggior parte del tempo, sia per questioni strutturali (si pensi ai quartieri-dormitorio, concepiti soprattutto per il riposo, non certo per una vita intensiva tra le mura domestiche) che per motivi di convivenza; ma anche per il fortunato che è felice di passare tutto il tempo con i propri cari e magari ha una bella casa con tutti i comfort, la sola idea di non poter andare e venire a piacimento può diventare, con il tempo, difficilmente sopportabile. Il nostro essere “animali sociali” implica anche lo stare tra le persone, la normalità dei contatti interpersonali (sia forti che deboli) quotidiani. Per quanto possiamo sforzarci di vedere i lati positivi della situazione, dobbiamo ricordarci che non poter uscire di casa non è una condizione di vita normale e facilmente sostenibile sul lungo periodo, anche nella situazione apparentemente più agiata: semplicemente perché è innaturale. Siamo sicuramente diventati stanziali, ma nessuno ci aveva mai preparati a una stanzialità così ristretta, a una parcellizzazione domestica della nostra società.

Io sto relativamente bene con me stessa; la pandemia non mi ha costretta a immobilizzarmi e “guardarmi dentro”, il rallentamento non mi ha “colta di sorpresa” e, soprattutto, non mi sento “meno me stessa” perché mi sono dovuta fermare (ho virgolettato le espressioni perché le ho ritrovate in numerosi pezzi di esperti, intellettuali, pensatori pubblicati in queste settimane). Chi pensa che sia questo il problema della maggior parte delle persone secondo me è fuori strada. Se è pur vero che, ad esempio, il lavoro contribuisce alla nostra autodefinizione, e che quindi la sua mancanza o il suo stravolgimento pesano, non penso che per la maggior parte delle persone il trauma sia stato dover rallentare a tutti i costi.

Al netto di problemi pratici (mancanza di prospettive lavorative, scarsezza di denaro, disagi oggettivi), ritengo che per me, come per molti altri, la questione centrale sia che senza il contatto con il mondo e con gli altri esseri viventi mi sento umana a metà. Certo, sono più o meno sana, respiro, non sono all’ospedale e appartengo a quella schiera di fortunati che possono ancora lavorare, seppure a distanza (mi rifiuto di chiamare smart working il disbrigo faticosissimo delle faccende lavorative dal salotto di casa mia, tra figlia, gatti, campanello che squilla e altre emergenze giornaliere: chi l’ha definito così riferendolo alla situazione attuale non deve avere mai provato il brivido di partecipare a una sessione di tesi di laurea in queste condizioni). Ciononostante, mi mancano i miei simili.

Questo 25 aprile io vorrei celebrare la mia appartenenza a una società libera, democratica, fatta di esseri umani, ma anche la prospettiva di tornare a parteciparvi in maniera attiva, reale e fisica. E francamente, non ci vedo nulla di disdicevole o sbagliato nel vivere con disagio la mia agiata, ma straniante, settima settimana di confinamento tra le mura domestiche.

Propongo di fare un piccolo sforzo collettivo: ricordandoci che in questo momento più che mai c’è bisogno di fare proprio il motto di Don Milani, I care (sottinteso: del prossimo), «“Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”», una misura concreta per rimanere umani, perfettamente umani, e di conservarci al contempo anche animali sociali, potrebbe essere smetterla di giudicare per cosa e in quale modo ognuno di noi stia male: se c’è qualcosa di davvero e infinitamente personale è il dolore; non penso che si debba cedere alla tentazione di definire dolori di serie A, degni, e dolori indegni di serie B.

Anche quella di soprassedere sul perenne giudizio del prossimo potrebbe essere una forma di liberazione, del resto: da una pessima abitudine nella quale indulgiamo forse troppo di frequente.


Memoranda/ Mai tardi. Mai più nessuno sia lasciato indietro

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Dopo circa sei settimane di reclusione forzata, ci troviamo a vivere per la prima volta un 25 aprile molto insolito, poiché la nostra libertà è limitata e siamo tutti, chi più chi meno, prigionieri in attesa della “liberazione”, ansiosi di poter tornare a vivere le nostre vite senza rinunce e limitazioni. Da più parti si è detto che siamo in guerra, ma non è vero, perché nessuno minaccia la nostra incolumità o quella dei nostri cari, perché le nostre case non crollano sotto le bombe e non infuria la violenza nelle strade. Se usciamo di casa speriamo di non essere multati, ma in guerra si spera di tornare sani e salvi, e tra le due cose c’è una bella differenza. Eppure è innegabile che la reclusione e l’obbligo di rinunciare a uscire pesano a tutti e danno da pensare, perché non eravamo abituati a vedere le nostre libertà limitate.
Quest’anno non potranno svolgersi le abituali celebrazioni del 25 aprile che in via telematica, oppure in forma privata e più interiorizzata, il che forse rappresenta un’occasione per interrogarsi sul nostro rapporto con la libertà. Personalmente propongo di ripartire da Nuto Revelli, non solo perché lo scorso anno si è celebrato il centenario della sua nascita, ma perché sulla libertà questo scrittore ha molto da suggerirci. Nel 1999, nel suo discorso di conferimento della laurea honoris causa a Torino, la definì un “bene prezioso”, senza il quale l’individuo “vegeta” anziché vivere. Ciò è vero in senso letterale, perché senza libertà siamo come la pianta che cresce dove il seme ha attecchito senza poter mutare la propria condizione. Essa è dunque la condizione necessaria per trasformarsi e per non rassegnarsi ad accettare lo status quo e continuiamo a esercitare il nostro senso critico in ogni circostanza, anche e soprattutto in quelle più disorientanti.
Rileggere Nuto Revelli ci può aiutare a non perdere la bussola in questo frangente, anzitutto attraverso i bellissimi libri autobiografici Mai tardi, La guerra dei poveri e Le due guerre, nei quali lo scrittore raccontò il suo personale percorso che lo vide evolversi da giovane fascista a ufficiale del regio esercito, dunque partigiano durante la seconda guerra mondiale. Attraverso la disastrosa campagna e ritirata di Russia, Nuto maturò la propria istintiva rivolta e si interrogò su come riparare al proprio errore di gioventù (aver creduto nel fascismo), finché scelse la via della lotta partigiana, benché privo di qualsiasi ancoraggio politico antifascista. Questa scelta fu la sua rivendicazione di libertà di mettersi alla prova e di sbagliare, immaginando di poter diventare una persona diversa e di contribuire a fondare un mondo diverso, possibilmente migliore. Attraverso i suoi libri autobiografici, Nuto racconta un’esperienza lontana ed estranea alla nostra quotidianità – la guerra – la quale però ci appare di colpo attuale e pregna di suggestioni. Infatti, il motivo che attraversa questi tre libri è sempre lo stesso, ovvero l’itinerario critico e autocritico di una coscienza che cerca di reagire a una situazione di incertezza e grave emergenza.


Ugualmente ricche di suggerimenti sono le sue ricerche dedicate ai reduci di guerra e alla campagna povera negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, pubblicate nei libri La strada del davai, L’ultimo fronte, Il mondo dei vinti e L’anello forte, nonché trattate in molte interviste raccolte nel volume Il testimone, anch’esso pubblicato da Einaudi come tutta l’opera di Nuto Revelli, e curato da Mario Cordero. Dalla lunga frequentazione del mondo contadino, durante gli anni del decollo industriale dell’Italia repubblicana, Revelli ricavò una convinzione fondamentale: una società che abbandona i poveri e i deboli, i quali non riescono a tenere il passo veloce dello sviluppo economico e non sono “spendibili” sul mercato che spreme tutto e tutti, è malata e indegna di essere chiamata civile e democratica.
Già in Russia, nel 1943, Nuto aveva visto i deboli, i feriti e gli sfiniti che cadevano lungo la pista della ritirata nella steppa gelata. Lui stesso, come ufficiale, aveva dovuto abbandonare i feriti gravi della sua compagnia perché era impossibile trasportarli, un’esperienza crudele e traumatica che avrebbe continuato a tormentarlo per tutta la vita. Nel dopoguerra, mentre la società del benessere inseguiva il sogno della ricchezza, Revelli vedeva altri deboli, spesso malati e anziani, abbandonati nelle loro baite di montagna, sui campi impervi e poco produttivi. I giovani fuggivano dalle campagne povere e andavano in fabbrica, perché il piano economico perseguito dalla politica italiana ed europea consisteva nel fare del mondo occidentale un grande mercato capitalistico e non lasciava altra scelta. Chi ne aveva la forza e i mezzi competeva e forse poteva salvarsi. Chi invece non aveva strumenti adeguati ed energie sufficienti per tale impresa era lasciato indietro.
Nei giorni scorsi abbiamo assistito con spavento e vergogna al dissidio che ha spaccato la Comunità Europea in due blocchi attorno al tema degli aiuti economici per contrastare l’epidemia e i suoi futuri effetti disastrosi sul mercato del lavoro. Da un lato paesi sufficientemente ricchi da poter far fronte all’emergenza senza indebitarsi, dall’altro paesi che non possono evitare di accrescere il proprio debito per sostenere il costo della ripresa economica. La richiesta da parte dei “poveri”, affinché quelli “ricchi” contribuiscano a creare uno strumento di intervento economico comune, ha incontrato un muro di ostilità. La solidarietà, parola mai tanto abusata come in queste settimane, è stata formale, tanto che lo stesso presidente della Repubblica Federale Tedesca Steinmeier è intervenuto per invocare uno spirito di collaborazione “umano”.
Revelli s’indignava perché nei dispersi di Russia e nei “vinti” dello sviluppo economico vedeva delle vittime sacrificate per interessi politici ed economici, e queste vittime erano per lui sempre persone, mai numeri. Noi ci stiamo forse avvezzando, tristemente, ai numeri dei morti che ogni giorno crescono, e rischiamo di dimenticare che sono persone. Così rischiamo anche di dimenticare che, quando la crisi sarà passata, saranno ancora e sempre persone quelle che stanno dietri i numeri delle statistiche della disoccupazione, del disagio sociale, della depressione, dell’emarginazione e via dicendo.
In questo senso Nuto Revelli ci parla di cose memorabili perché presenti. Ogni epoca conosce le sue crisi, ogni società attraversa i suoi momenti di emergenza. Che tipo di società siamo, lo scopriamo in questi frangenti. Nuto scrisse nei suoi appunti, mentre si trovava in Irpinia dopo il terremoto del 1980, che il modo in cui si fosse affrontata quell’emergenza avrebbe rivelato che tipo di società era l’Italia di allora. Oggi lo stesso può dirsi in relazione alla pandemia: che tipo di società dovrà esprimersi nella Comunità Europea, lo vedremo nel modo in cui sarà affrontata l’emergenza, se perseguendo il sentimento della solidarietà o se applicando logiche neoliberiste che faranno pesare i soliti rapporti di forza.
Il discorso di Nuto sulla libertà assume, visto in tale prospettiva, un’attualità notevole perché invita a riflettere, a interrogarsi criticamente e a cercare risposte ai problemi di oggi anziché affidarsi ciecamente alle scelte degli altri, dei politici, dei gruppi di potere. Anche se obbligati a stare in casa, non vegetiamo ma esercitiamo la libertà facendo buon uso del nostro tempo, leggendo, documentandoci, immaginando che mondo vorremmo trovare quando torneremo alla vita. Magari un mondo in cui le persone non siamo considerata dei numeri e gli interessi economici non valgano più della solidarietà.


Covid-19. La gestione dell’epidemia: un’analisi controcorrente

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Sono due mesi che la nostra vita è stravolta: mentre noi siamo reclusi in casa, i “nuovi schiavi Covid-19” hanno invece l’obbligo di lavorare con abnegazione negli ospedali, nelle farmacie, nei supermercati, nei call center, nei trasporti. Qualunque atto al di fuori della stretta riproduzione fisica è considerato illecito o addirittura reato. A breve, un’app informatica appositamente progettata controllerà ogni piega privata delle nostre vite, scandite dai tre mantra: «tutto andrà bene», «io resto a casa» e «la vita umana non ha prezzo».

Mentre contiamo i morti, l’auspicio arcobaleno benaugurante è a dir poco macabro e il compiacimento per la reclusione fra le mura domestiche suona beffardo nei confronti di chi vive in strada o in un tugurio. Quanto al terzo imperativo apodittico, è falso sostenere che per lo Stato la vita umana non abbia prezzo: sappiamo tutti che lo Sato non previene i tumori causati dal fumo perché antepone la riscossione delle accise al benessere dei cittadini perfino durante il lockdown totale, non impone motori meno potenti che ridurrebbero gli incidenti per eccesso di velocità, così come non intraprende politiche efficaci contro quei grandi poteri globali che inquinano e distruggono l’ambiente, insieme alla nostra salute. La vita umana ha un prezzo, nelle tasse e soprattutto nei profitti privati.

Quindi, abbandonata la retorica, è bene valutare se le politiche di gestione dell’epidemia stiano davvero conseguendo il risultato di salvare vite in modo proporzionato alle conseguenze sugli individui e sul paese. Prenderò allora in considerazione chi sono coloro che si ammalano e subiscono esiti gravi. Dai dati salta subito all’occhio che ci sono grandi differenze fra le diverse classi di età. In pratica, i bambini e gli adolescenti che si contagiano sono pochissimi (solo l’1,8% del totale) e nessuno di loro corre alcun rischio di morte (fatality rate uguale a 0). Anche la fascia di età successiva, da 20 a 40 anni, gode di ottime protezioni (costituisce il 25% dei contagiati totali), soprattutto nei confronti del decesso (solo 1,1% dei decessi totali, con tasso di letalità uguale a 0,2), sebbene, per lo stile di vita e la condizione lavorativa, dovrebbe essere la più esposta. Secondo dati ISS, al 16 aprile, i soggetti deceduti con età da 0 a 40 anni, su un totale di 19.996, erano solo 42, dei quali almeno 28 erano affetti da gravi patologie, dei restanti 14 non si sa.

A essere contagiati sono dunque in larghissima maggioranza anziani, con un’età media di 62 anni, mentre a morire sono persone con un’età media ancora più avanzata (addirittura di 78 anni), con la mediana a 80, tutti portatori di almeno una patologia (96,7%), e in grande maggioranza di tre o più (61,8%). Fra i malati e i deceduti, inoltre, sono molto numerosi i ricoverati presso residenze per anziani non autosufficienti, le ormai famigerate RSA. Non esistono dati precisi, ma la stessa Protezione Civile, finalmente allertata dalle denunce dei parenti e dalle inchieste giornalistiche, stima che almeno il 60% dei decessi sia avvenuto appunto in tali residenze. A questi si devono aggiungere i numerosi contagi fra i degenti in ospedale per altra patologia. Non è irrealistico, pertanto, ritenere che la gran parte di chi è andato incontro alla morte fosse persona molto anziana, malata e da tempo ricoverata in qualche struttura.

Con questo, non intendo sottovalutare la tragedia dei tanti decessi, sia che riguardino anziani, sia in piccola misura persone più giovani e nel pieno della loro vita, bensì evidenziare che chi ha meno di 60 anni, se non è gravemente malato, ha quasi nulle probabilità di contrarre il virus in modo grave e anche chi è più in là negli anni, se gode di buona salute e vive autonomo a casa propria, corre rischi davvero molto modesti, ancor più se donna.

La concentrazione dell’epidemia nelle sue forme gravi fra gli anziani ci dice anche che è molto improbabile che i contesti lavorativi siano (stati) importanti luoghi di propagazione del contagio, se escludiamo naturalmente gli ospedali e le RSA. E in effetti né fonti ministeriali, né l’INPS, cui tali dati devono essere obbligatoriamente comunicati dai datori di lavoro, danno notizia di situazioni critiche. Peraltro, nemmeno le organizzazioni sindacali, pure attentissime alla salute dei lavoratori, sembrano essere a conoscenza di casi preoccupanti. Anche se non fosse intervenuto il decreto del Presidente del Consiglio a chiudere buona parte delle aziende, non c’è ragione di ritenere che si sarebbe verificato un grande numero di casi gravi, vista la buona salute di chi oggi sta lavorando in tutte quelle imprese rimaste in funzione perché di pubblica utilità.

A questo punto, la situazione appare veramente paradossale e inquietante. Per un canto, l’epidemia, imponente nel numero dei malati e dei decessi, non è affatto dilagata nella società, ma è penetrata e poi rimasta confinata solo nelle fila delle persone fragili e degli anziani portatori di gravi patologie, preferibilmente quelli ricoverati in strutture assistenziali o negli ospedali, nella grande maggioranza residenti nella pianura padana e in piccoli centri. Con loro ha colpito anche chi li stava curando, medici e infermieri. Una grande tragedia umana che ha travolto un sistema sanitario colpevolmente sottodimensionato, ma molto circoscritta socialmente e territorialmente. E che non pare sia stato il lockdown a frenare.

Dall’altro lato, i decisori, anziché modellare le loro politiche di salute pubblica sull’evidenza del “chi e dove” l’epidemia stesse colpendo, prima non hanno ostacolato il moltiplicarsi dei focolai in ospedali e RSA inadeguati per impianti e personale; poi, caduti nel panico per l’appello degli anestesisti davanti all’insufficienza dei posti in terapia intensiva, hanno chiuso l’intero paese, comprese le regioni praticamente immuni e la gran parte delle aziende, dove nessun segnale faceva davvero presagire il manifestarsi dell’epidemia. Hanno quindi imprigionato in casa sessanta milioni di cittadini, i bambini, gli adolescenti, gli adulti, gli anziani in salute, tutte categorie di persone che non hanno mai incontrato rischi apprezzabili di ammalarsi gravemente. Gli unici che sarebbero dovuti essere protetti, le persone fragili, i disabili gravi, gli anziani già ricoverati, sono rimasti completamente abbandonati a infettarsi e morire, privati perfino del conforto dei loro parenti.

Per quelle decisioni che oggi, avendo a disposizione un maggior numero di dati e informazioni, si può dire essere state sproporzionate e male indirizzate, l’economia è al tracollo, migliaia e forse milioni di famiglie stanno precipitando nella povertà, tanti moriranno proprio in conseguenza dell’indigenza, molti vedono peggiorare le condizioni di salute perché il sistema sanitario non ritiene più essenziali le cure di cui necessitano. Spaventata e disorientata, la politica si è consegnata nelle mani di scienziati del tutto indifferenti nei confronti delle conseguenze sociali delle loro imposizioni. E noi, senza più possibilità di voce, e neppure di exit, sgomenti assistiamo sugli schermi alla presa del Palazzo d’Inverno. Il nuovo ordine, «dovete imparare a convivere con il virus», non propone di accogliere l’idea della malattia e della morte, così come facevano le nostre madri negli anni 50, o noi stessi quando, nel mondo di ieri, attraversando una strada o imbarcandoci su un areo, accettavamo il rischio di un incidente. Al contrario, ogni sera, gli scienziati, minacciosamente, ci ricordano il nuovo comandamento «non avrete altro fine all’infuori del blocco totale dei contagi» e per questo dovremo rinunciare alla nostra libertà, nei tempi e nei modi da loro unilateralmente stabiliti.

L’Italia che si infetta e muore soffocata proprio nelle sue regioni più orgogliosamente ricche è una metafora drammatica delle logiche del mercato globale, le stesse che hanno imposto di organizzare sanità e assistenza con le regole del business e di produrre altrove quelle mascherine e quei respiratori che avrebbero potuto salvare la vita a migliaia di nostri concittadini. È stato assurdo e colpevole illudersi di poter essere liberi, ricchi e sani in pochi, in un mondo fatto di poveri che premono ai cancelli delle nostre dimore e ai confini delle nostre nazioni, in un pianeta sempre più malato. Ma ora analogamente imperdonabile sarebbe accettare di perdere le libertà garantite dalla nostra Costituzione, consegnandoci a un nuovo totalitarismo di una scienza disumana.

Che si facciano allora, immediatamente, poderosi investimenti in sanità pubblica e ci siano restituiti i nostri diritti, anche quello di ammalarci ed essere curati. Potremo così pensare a ricostruire dalle macerie un modello di mondo che non sia troppo uguale a quello collassato sotto le bordate di un virus.

 

Riferimenti

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento nazionale, 6 aprile 2020

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento, 7 aprile 2020

ISS, Epidemia Covid-19. Aggiornamento, 17 aprile 2020

ISS, Report sui pazienti deceduti positivi a Covid-19 in Italia, 7 aprile 2020


“Spillover”, una nuova normalità

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“Spillover”. C’è bisogno di uno “spillover”. Questa parola è diventata popolare grazie a David Quammen (Spillover. L’evoluzione delle pandemie, Adelphi, 2014), che qualche anno fa raccontò i virus, in particolare il ceppo cui appartiene il Covid-19. In inglese vuol dire «debordare», «tracimare su», ed è in certo modo l’equivalente del termine scientifico «zoonosi», quel che avviene quando un virus ”tracima” da una specie a un’altra. Volendo attribuire delle intenzioni della natura, si potrebbe dire che scatenando i virus, o reagendo ai gas serra ecc., essa crea nuovi “protocolli” per gli esseri umani, come non toccarsi e parlarsi da dietro una mascherina, e questi sono tra gli effetti più lievi.

Ma se, come ha scritto Angel Lara in un articolo molto letto (https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/), non possiamo augurarci di ritornare alla normalità perché è la normalità il problema, allora bisognerebbe attrezzarsi urgentemente per creare una nuova normalità. E per farlo occorre uno “spillover” culturale, una tracimazione di idee e progetti e modi di guardare il mondo fuori dal serbatoio obbligato in cui tutti siamo rinchiusi da quarant’anni, cioè dal dilagare del neoliberismo.

In questi giorni si leggono articoli che criticano, e giustamente, il modo in cui i politici, gli industriali, le borse e la stessa Unione europea stanno cercando un “recovery”, un recupero dell’economia, i cui prodotti interni lordi e altri indicatori stanno precipitando. Tutte le misure che vengono prese – tutte – hanno lo scopo di ripristinare la situazione che esisteva prima della pandemia, la “normalità”. Quindi la task force italiana della “fase due” è composta quasi esclusivamente di manager ed economisti (https://volerelaluna.it/commenti/2020/04/13/coronavirus-fase-2-guai-ai-poveri/). E il Governo italiano mette 400 miliardi a disposizione degli imprenditori perché possano avere la liquidità necessaria a “ripartire”. Per fabbricare cosa? Non importa, qualunque cosa, purché i fatturati riprendano a crescere. E a parte la miopia di incitare a riprendere la produzione quando gli scambi, anche di materie prime e componenti, ormai indispensabili ad ogni produzione e ad ogni esportazione (che pure viene finanziata alla cieca), sono bloccati dalla pandemia, questo significa che i prossimi lavoratori a cadere sotto l’infezione, dopo il personale sanitario, saranno gli operai, per quante mascherine si procureranno loro.

Tutte le politiche governative, in Europa e altrove, sono determinate da questo scopo cieco, benché già prima del virus l’economia stesse affondando nella palude di una globalizzazione fallita, abbattuta da una concorrenza globale che è un gioco perverso, perché produrre non importa cosa a costi sempre più bassi, trasportando le merci ovunque in mercati sempre più saturi, e ignorando le conseguenze sull’ecosistema, come i catastrofici incendi australiani, alla lunga produce i virus, tra l’altro.

Un portavoce del Pentagono ha paragonato il Covid-19 al bombardamento di Pearl Harbour, quando i giapponesi attaccarono a tradimento la base navale nelle Hawaii. All’ammiraglio Yamamoto, che guidava quell’attacco, è attribuita una di quelle frasi che passano alla storia: «Abbiamo risvegliato un gigante assopito», disse, alludendo alla potenza economica e industriale degli Stati uniti.

Cosa ha risvegliato il Covid-19? Se si perlustra internet si trovano, solo in Italia, migliaia di siti e di pagine individuali o di gruppo, che non si limitano a denunciare quanto stupido o malvagio sia il modo di reagire della politica e dell’economia, o a denunciare chi ha tentato di smantellare, in nome dell’austerità, uno dei migliori servizi sanitari pubblici del mondo. Si producono idee, frutto di esperienze professionali e del lavoro di associazioni e gruppi di ogni genere, che in Italia esistono – e agiscono – a migliaia. E chi ha una competenza cerca di trasmetterla ad altri. Per esempio gli urbanisti che dicono: è criminale buttare miliardi perché le imprese edilizie ricomincino a ricoprire di cemento il suolo e a distruggere i panorami, bisogna piuttosto recuperare a un uso pubblico i milioni di fabbricati di ogni tipo, vuoti. Sarebbe una riforma straordinaria, utile all’ambiente, al diritto all’abitare e alla bellezza dei luoghi (e la bellezza non è un bene superfluo). O ancora: vietare progressivamente le bottiglie di plastica dell’acqua minerale e allo stesso tempo ricostruire gli acquedotti, ri-pubblicizzandoli come chiedono i referendum vinti a suo tempo. Ricostruire una rete di trasporti di prossimità e urbani utilizzando i fondi dell’alta velocità e diradando le auto nelle città fino ad ammettere solo le elettriche. Questo elenco può continuare a lungo: le idee non mancano, le urgenze pure.

Gli stessi sindacati, costretti ad accettare la riapertura delle fabbriche dal ricatto sul lavoro degli operai, potrebbero, come il mitico Di Vittorio nel dopoguerra, gettarsi nella ricostruzione mettendoci dentro i bisogni dei lavoratori (e degli esclusi): l’edilizia popolare del Piano Fanfani, la riforma agraria e la cogestione delle fabbriche furono il frutto di questa politica, anche se poi la guerra fredda riportò in sella i vecchi padroni. Riuscite a immaginare quanti posti di lavoro creerebbe un piano di restauro del territorio e delle città? Milioni, letteralmente. E “restauro” non è una parola a caso: il neoliberismo senza guinzaglio ha avvelenato le acque e l’aria, ha ridotto le città a centri storici in vendita sul mercato turistico e le periferie a depositi di esseri umani asserviti o “esuberi”, inquinato le campagne con la chimica, costretto la comunicazione nella camicia di forza del mercato, disboscato e spopolato le colline di cui è fatto il nostro paese…

E allora, se ci sono o potrebbero esserci le idee e i progetti, perché i governi, i partiti politici, gran parte degli intellettuali e la quasi totalità dei giornalisti incitano a “tornare alla normalità” e mettono le chiavi in mano agli economisti e ai manager, i quali non possono che replicare quel che ci ha portato alla catastrofe?

Come ha scritto il filosofo spagnolo Amador FernándezSavater nelle menti dei reclusi in casa “ribollono”, dietro la doverosa obbedienza alle misure anti-virus, dubbi, domande, crepe nella versione ufficiale dei fatti e del modo di uscirne. E, aggiunge Amador, può essere che questa soggettività dubbiosa si trasformi in modo imprevedibile in una soggettività collettiva, cioè politica. Non si sa, conclude lui (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2020/04/11/vita-ed-esperienza-nella-crisi-del-coronavirus/).

Ma il gigante temuto da Yamamoto, quello molecolare, potrebbe prendere coscienza di sé e assumere, come già sta facendo, che quel che occorre, per una nuova normalità, è la difesa della natura e una economia femminista, cioè aliena dalla violenza strumentale del patriarcato. Così, i gruppi di amici e di interesse comune, di relazioni professionali, del volontariato, ambientalisti, di cura della povertà, e i sindacati, potrebbero costituirsi in gruppi più larghi, in “forum” o qualcosa del genere utili a elaborare compiutamente progetti, linee di riforma, a mettere insieme quel che si sa del territorio, del lavoro, della comunicazione, della fabbricazione di beni utili, della riparazione dei danni, insomma avremmo i singoli tasselli di un mosaico compiuto che rovesci il paradigma dell’economia ‒ si produce quel che si vende – in un nuovo paradigma della società o della vita ‒ si fabbrica quel che è utile e che non danneggia noi stessi e il pianeta ‒.

Certo, non è facile. Forse è impossibile. In ciascuno di noi fermenta la nostalgia per la libertà apparente, ma non per questo meno affascinante, del consumo senza limiti. E poi non c’è un interprete di una tale rivoluzione, chi se ne faccia portatore, qualcuno dice “un partito”, e dunque, dicono i più politici, non si può fare, omettendo il fatto che tutte le rivoluzioni hanno debordato da governi, parlamenti, poteri dati, e cercato forme nuove di espressione e organizzazione, e hanno trovato la maniera per costringere i poteri a cambiare strada.

Infine c’è l’economista, autorità morale suprema, che chiede: già, ma chi pagherebbe tutto questo? E la risposta è: chi paga il ritorno alla “normalità”, cioè noi, e magari i ricchi un po’ di più. Ma l’economista insiste: e i mercati e il ministro olandese delle finanze cosa direbbero? Risposta: chi se ne frega?

In fondo, come dice una battuta di umor nero che circola in Spagna, otro fin del mundo es posibile.


Il Coronavirus, la democrazia svedese e la disinformazione

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Siamo tutti molto provati dalla quarantena, e preoccupati per il futuro; il balletto di date sull’avvio della fase 2 non aiuta. Cresce l’esasperazione dei cittadini, e allora bisogna spaventarli, anche diffondendo notizie false. Capita così che diversi media italiani raccontino come la Svezia, dopo settimane di sconsideratezza, sia stata costretta dal drammatico numero di morti per Coronavirus a fare marcia indietro, chiudendo a sua volta tutto e assegnando al Governo pieni poteri. Capisco che possa risultare irritante e incomprensibile per chi, come noi, è segregato in casa (e ancora di più per chi è in prima linea o ha subito un lutto) vedere foto di svedesi che vanno a spasso sotto i ciliegi in fiore oppure a correre nei parchi (o a nuotare in acque con una temperatura di 3 gradi). Tuttavia, a parte il fatto che non sono gli svedesi a diffondere queste foto (che spesso danno un’immagine distorta dell’affollamento: vale anche per le strade italiane), si fa un torto non solo alla Svezia, ma anche alla nostra intelligenza a star dietro a un’informazione, questa sì, di gregge.

Prima di riassumere i fatti, esplicito, in nome del principio di trasparenza, le mie fonti svedesi: il sito, e la conferenza stampa giornaliera, dell’Agenzia per la sanità pubblica; i tre principali quotidiani, di diverso orientamento politico (il liberale Dagens Nyheter”, il conservatore Svenska Dagbladet e il socialdemocratico Aftonbladet), la televisione pubblica (SVT) e i social media dei principali partiti.

Dal mio primo intervento sul tema (https://volerelaluna.it/mondo/2020/03/29/il-modello-svedese-alla-prova-del-coronavirus/), le novità sono ‒ a oggi 10 aprile ‒ tre: il divieto di recarsi in visita presso le case di riposo vale ora su tutto il territorio nazionale (mentre prima era a discrezione delle autorità locali); le attività produttive e commerciali rimangono aperte, ma i locali che non rispettano la raccomandazione di evitare distanze ravvicinate tra i clienti saranno prima ammoniti, poi, se perseverano, chiusi (soprattutto a Stoccolma); il Governo guidato da Stefan Löfven (una coalizione socialdemocratici-verdi che conta sull’appoggio esterno di due partiti di centro-destra) ha chiesto non pieni, bensì accresciuti poteri, per fronteggiare l’emergenza sanitaria nel periodo dal 18 aprile al 30 giugno.

Inizialmente Löfven aveva chiesto che il Governo potesse prendere decisioni urgenti in merito al contenimento del virus senza passare per il Parlamento; di fronte alla levata di scudi di tutti i partiti (eccetto i Cristianodemocratici e i populisti di destra, i Democratici di Svezia), che hanno espresso preoccupazione per il vulnus inferto alla democrazia, il Governo ha accolto la richiesta di condizionare la validità delle misure straordinarie all’approvazione del Parlamento. In breve: il Governo potrà rendere operativo subito il provvedimento, ma dovrà contemporaneamente sottoporlo all’assemblea elettiva, che si pronuncerà nel giro di un paio di giorni. Se l’esito sarà una bocciatura, il provvedimento verrà ritirato.

Rispetto all’Italia, due differenze saltano agli occhi: il ruolo del Parlamento, che viene preservato, anche se ex-post; la collegialità delle decisioni urgenti, prese non dal solo presidente del Consiglio, ma dal Governo nella sua interezza.

Due peculiarità svedesi vanno qui ricordate, una di lungo periodo, l’altra contingente.

Anzitutto la costituzione svedese (che non è un testo unico, ma comprende quattro leggi fondamentali, più un Atto parlamentare intermedio tra leggi fondamentali e ordinarie) non prevede lo stato di eccezione. La Svezia è un Paese neutrale, che ha vissuto la sua ultima guerra nel 1814. Si potrebbe discutere per ore di quanto questo invidiabile record storico renda il Paese impreparato ad affrontare le emergenze; in effetti, la condotta delle autorità di fronte all’omicidio del primo ministro Olof Palme, nel 1986, fu talmente disastrosa che ai nostri occhi di scaltri continentali risulta comprensibile solo ipotizzando un qualche coinvolgimento della polizia (che, peraltro, non escludono nemmeno alcuni svedesi).

L’altro elemento da tenere in considerazione è che ad affrontare l’emergenza Coronavirus è un Governo di minoranza (in Svezia vige il parlamentarismo negativo: si presume che l’esecutivo goda della fiducia del Parlamento fino a che una maggioranza di parlamentari non gli vota contro). È chiaro, quindi, che sarebbe molto complicato sia dal punto di vista costituzionale sia da quello parlamentare proclamare uno stato di eccezione: richiederebbe un processo incompatibile con l’urgenza imposta dalla crisi.

Si aggiunga che per gli svedesi è semplicemente impensabile che lo Stato vieti loro di uscire, o di svolgere attività fisica all’aperto: la vicinanza all’Orso russo, l’arci-nemico, li ha resi molto sensibili alle restrizioni della libertà. Diverso sarebbe se a chiederlo fossero gli esperti, che però ribadiscono l’importanza di tenersi in forma, pur mantenendo le distanze, per rafforzare il sistema immunitario.

Può darsi che gli svedesi siano degli sprovveduti e abbiano preso una sonora cantonata, come può essere che il loro attaccamento ai principi democratici sconfini nell’autolesionismo, o ancora che, cinicamente, valutino che un certo numero di morti “vale” la prosecuzione delle attività economiche (condizione necessaria per finanziare il Welfare State, ripetono i socialdemocratici così come i conservatori). Del resto, gli epidemiologi svedesi hanno esplicitato sin dall’inizio che il Coronavirus andava affrontato come un’emergenza a tutto campo e non unicamente sanitaria (senza con ciò sminuire la cruda realtà di morti e ricoverati). Quel che ad ora possiamo dire peraltro (per un bilancio definitivo bisognerà aspettare settimane) è che la strategia basata soprattutto sulla responsabilità individuale ha dato risultati buoni, anche se non ancora sufficienti; da qui il quotidiano appello delle autorità al senso del dovere di ciascuno. Al momento il numero di morti cresce di giorno in giorno in termini assoluti, ma la curva è stabile e il sistema sanitario regge, pur soffrendo, come in altri Paesi, di carenza di attrezzature.

Tutto può cambiare da un giorno all’altro, naturalmente; Pasqua sarà un momento critico anche per la Svezia. Ma resta un dato significativo: gli svedesi ‒ mi scrive da Gotland uno stimato storico marxista – si fidano di Anders Tegnell, l’epidemiologo “di Stato” (anche questa definizione racconta qualcosa del Paese nordico) perché, nonostante lo smantellamento di alcune sue parti, il Welfare State gode ancora di un ampio, e trasversale, consenso.

Anche il modello svedese uscirà trasformato dalla prova del Coronavirus: vedremo se delegittimato – è l’augurio dei suoi detrattori – o considerato degno di essere ridiscusso, magari a livello europeo, per affrontare su basi diverse le prossime emergenze.       


Immaginari pandemici

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È curioso come la sospensione dell’ordinario trasformi radicalmente la nostra percezione del tempo – della durata, per dirla con Bergson. In particolare per chi, come me, può permettersi il lusso di una quarantena totale, i ritmi quotidiani si dilatano, scanditi non più dagli orari lavorativi che sfumano – imponendoci spesso di lavorare più del solito –, ma dai bollettini medici con i loro grafici, le loro curve e il crudele conto dei morti; ma le notizie, le analisi, i commenti invecchiano assai più rapidamente, sembrando obsoleti e superati a poche ore dal momento della loro pubblicazione, già nascosti nel flusso della corsa al commento e alla testimonianza. Del resto, un orizzonte temporale di breve termine per questa sospensione, che fino a qualche settimana fa ci sembrava possibile, oggi appare un miraggio.

Ciò nonostante, provo anche io a dire la mia, sapendo bene di espormi al ridicolo dell’obsolescenza improgrammabile dei nostri sforzi di ragionare su qualcosa di radicalmente nuovo – non nella storia e, purtroppo, neanche nella geografia – ma nelle nostre vite.

Nel suo libro sull’influenza spagnola del 1918, Laura Spinney riparte dall’evocativa data del 9 novembre 1918: il Kaiser Guglielmo abdica, ponendo fine alla prima guerra mondiale, nelle stesse ore in cui un altro Guillaume – nientemeno che Apollinaire – moriva di spagnola, solo, nella sua casa di Parigi.

Tra la più grave pandemia del Novecento e il primo conflitto mondiale la battaglia per l’egemonia fu impari. La prima è sopravvissuta per lo più nei racconti e nei ricordi di una generazione ormai scomparsa; nella mia famiglia, ad esempio, è legata agli aneddoti sul temperamento insofferente della nonna che nel litigare con sua sorella, fortunata superstite, ogni tanto biasimava, in dialetto cilentano, “quella Spagnola, che non se la prese”. La prima guerra mondiale, invece, fu tra gli eventi più traumatici del secolo scorso, che cambiò radicalmente il modo di vedere il mondo, in particolare di una vecchia Europa, da sempre intenta a considerarsi ombelico del mondo e drammaticamente obbligata a guardare lontano, non più solo per sete di conquista.

Nascono e si trasformano immaginari globali. Il mondo è finalmente uno, grazie a bombe e a carrarmati.

A un secolo di distanza il globo è ancor più connesso, dagli scambi economici e da quelli turistici, dalle tecnologie informatiche ai conflitti a distanza. E la nuova pandemia sbarca in Europa, in tempo di pace. In poche settimane, alcuni dei nostri meccanismi di interpretazione del mondo si inceppano.

La provincia di Hubei, la Lombardia e lo stato di New York potevano ricorrere in una stessa frase forse solo per glorificare o per denunciare la cosiddetta globalizzazione: finanza, nuove tecnologie, viaggi intercontinentali, l’etica manageriale e il nuovo spirito del capitalismo. Oggi, e così sarà nei prossimi anni, il nesso più intuitivo è legato agli ospedali improvvisati, alle mascherine chirurgiche, al distanziamento sociale.

Il nostro modo di interpretare il mondo cambia.

Prima di tutto, siamo disposti a tollerare che l’esercito gestisca l’ordine pubblico – e tra poco l’approvvigionamento di viveri – di città deserte come neanche Roma in quegli agosto degli anni ’80; stiamo disciplinatamente a casa a contare quanti giorni sono passati dall’ultima uscita per procurarci cibo, possibile momento di contagio. Per chi, come me, ha passato anni a studiare gli “stati di emergenza”, criticandone il ricorso sempre più frequente e per i motivi più svariati – terrorismo, catastrofi naturali, disastri economici, flussi migratori – la situazione non è semplice da analizzare con lucidità. Con Hobbes – e senza bisogno di scomodare la biopolitica – la modernità politica nasce dal presupposto che lo stato è (un male) necessario alla sopravvivenza del singolo; la storia del consolidarsi della cultura dei diritti come limite ai poteri – e la battaglia contro le sempre costanti violazioni – ha posto una certa distanza fra noi e il “diritto alla vita”. Certo ci indigniamo di fronte a chi vuol negare il soccorso in mare ai migranti e ci preoccupiamo per i rischi di estinzione legati alla catastrofe ecologica in corso; ma in quei casi, semmai, scendiamo in piazza. Oggi restiamo in casa, per la nostra sicurezza e per quella degli altri. Per un po’ di sana paura, come direbbe Hobbes. Se prendiamo per buono l’adagio schmittiano per cui sovrano è «colui che decide sullo stato d’eccezione», ha sostenuto Ida Dominijanni, oggi sovrano è il virus; e da lui ci lasciamo disciplinare. O meglio, ci lasciamo disciplinare dalle scelte di chi è al comando per gestire lo stato di necessità.

Allo stesso tempo, però, la pandemia incrina molti altri tic del nostro modo di vedere il mondo. Certo il virus è democratico e contagia indistintamente tutto (pan) il popolo (demos). Ma, come il suffragio universale, il virus non si impone nel vuoto sociale e non garantisce quel radicale riequilibrio di condizioni, a volte evocato con troppa facilità. Certo ci sono una serie di variabili naturali – come la differente mortalità per fascia d’età – ma, un po’ come nei discorsi di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren, la tua probabilità di sopravvivere dipende da quanto solido è il sistema sanitario pubblico del luogo in cui ti trovi a trascorrere la quarantena. Del resto, si è già smesso di parlare del sistema sanitario come dell’esempio di ogni spreco ma lo si guarda come la fonte di ogni salvezza. Inoltre, la retorica della Milano produttiva che non molla neanche in tempo di pandemia, ci spaventa e ci innervosisce, ci pare intollerabile leggerezza. Persino alcuni fra i più disciplinati interpreti del rigore economico più miope oggi iniziano a dubitarne; taluni, addirittura, difendono l’inversione di tendenza a proposito di spesa pubblica, come risvegliati d’improvviso davanti ai rischi di una catastrofe sociale e della fine dell’Unione europea, che pure da ben prima della pandemia incombevano sulle nostre teste. Infine, come per miracolo, abbiamo smesso di contare i morti “per etnia” mentre fino a pochi giorni fa la nazionalità del defunto era d’obbligo in ogni notizia di cronaca nera.

Non sappiamo quando tutto questo finirà, ma sappiamo che finirà; è successo anche a flagelli peggiori. Ciò che sappiamo è che il bilancio sarà terribile, è già terribile; e sappiamo anche che molto cambierà nel nostro modo di rapportarci agli altri, di immaginare il mondo e di pensare la politica anche se non sappiamo ancora come tutto ciò cambierà.

A noi resta lo sforzo di tentare di dare una direzione a questo cambiamento di immaginario. Possiamo lasciare che nel mondo-del-dopo-Corona la faccia da padrone la paura – quella che Montesquieu definiva principio del governo dispotico –; è possibile che, spaventati e scossi, continueremo a invocare l’uomo forte, il solo capace a gestire ogni emergenza. Colui che non esita, come in quella Cina che, per efficienza, pare ormai a molti un modello. È possibile che le immagini dell’esercito che scorta carovane di feretri siano così potenti da anestetizzarci nei confronti di altre presenze militari per le strade delle città; così come possibile è che i poteri di emergenza trovino altre scuse ben meno “fondate” della crisi sanitaria in corso. In Ungheria, del resto, lo stato di indiscutibile necessità è già stato pretesto per completare il percorso che da stato di diritto ha portato a stato d’eccezione permanente.

Oppure possiamo ripensare la libertà. Ribadire l’importanza della libertà di movimento, proprio perché ne abbiamo sperimentato la drastica limitazione, magari ripartendo dal senso comune sulle migrazioni e sul diritto penale. Forse guarderemo con occhi differenti chi è costretto a lasciare la propria casa, dopo essere stati confinati nelle nostre, ben più confortevoli; e anche il carcere, forse, ci parrà più odioso, infintamente più odioso. Poi potremmo anche ricordarci che non c’è libertà senza diritti sociali; la salute prima di tutto – come nei vecchi adagi degli anziani, ai quali più di tutti dobbiamo procurare aiuto e sostegno – perché dalla spesa sanitaria dipende la nostra sopravvivenza prima ancora che il nostro stile di vita. A chi avanza strane proposte di nuove assemblee costituenti, proporrei più sommessamente un’abolizione rapida della riforma costituzionale del 2001, che restituisca subito la gestione del sistema sanitario allo stato centrale, sottraendolo all’inesorabile iniquità della regionalizzazione – e si tratterebbe comunque solo di un punto di partenza. L’istruzione, poi; chi come me passa le sue giornate a chiedere ai propri studenti “mi sentite?” – quante volte mi ronza nella testa Tommy, can you hear me? – si è resto conto di quanta voglia e bisogno di confronto abbia quella generazione spesso liquidata come pigra e ignorante. E poi, ovviamente, il lavoro; perché sul lavoro come diritto – quant’altri mai più violato – mi pare chiaro che si giocherà la partita più importante. Vecchie diseguaglianze di classe si aggraveranno e nuove si imporrano, forse ancora più drammatiche. La partita è aperta, il risultato quanto mai incerto.

Se, in tempo di sospensione, non possiamo immaginare il quando, dobbiamo almeno sforzarci di pensare il come. Se penseremo al mondo come fonte di paura o come luogo di libertà molto dipenderà dalle scelte della politica; ma anche queste sono influenzate (almeno) in parte dalla nostra capacità di intervenire e dal nostro modo di guardare a questo mondo da ricostruire. Rilanciare un modello sociale che guardi alla redistribuzione, ripensare i nostri stili e i nostri ritmi di vita, presidiare i nostri spazi di libertà: sono questioni che non possono restare sospese nel limbo della quarantena. Pensare e discutere, per quanto difficile, si può fare anche restando in casa. Infondo, come sosteneva con cauto ottimismo Italo Calvino, “fare di tutto per volgere al bene comune tutte le forze che possono essere volte al bene comune non è eclettismo, è atteggiamento di scelta attiva e di rigore discriminante, fiducia nel poter sottomettere a ragione la storia, finora mossa dal ritmo catastrofico e biologico dei maremoti e delle epidemie”.

E sulle epidemie, passo e chiudo.


Coronavirus. Ci stiamo giocando la democrazia

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«La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare» (Piero Calamandrei).

Già, ma quanto vale la nostra comune libertà?

La fase 2 della sospensione delle nostre libertà, si apprende, inizierà prima dalle fabbriche, e solo dopo dalle persone. Peraltro da fabbriche in cui assai spesso si lavora senza tutele sanitarie adeguate, con una penosa autocertificazione vagliata (?) dai prefetti (!). Il sogno proibito di un capitalismo estremo: le persone ridotte letteralmente a produttori senza diritti e consumatori senza libertà. Produrre, consumare, crepare. Ma, si apprende, questo sarà brevissimo: e avviene perché ci sono i ponti festivi di primavera, e non possiamo liberare gli italiani: che, sennò, abuserebbero della loro libertà. La svolta paternalista: festeggeremo la Liberazione in casa perché non sapremmo gestire la nostra libertà. Dal maggioritarismo al minoritarismo: nel senso che ci ritroviamo in stato di minorità.

Ma non è il momento di polemiche, e nemmeno di critiche, e nemmeno di un pensiero diverso, ci si dice. Non sono d’accordo. Io penso questo: saremo dopo quel che siamo ora (come è già stato scritto in queste pagine: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/03/23/saremo-domani-quel-che-siamo-oggi-riflessioni-per-il-dopo-coronavirus/). Il modo in cui gestiamo l’emergenza, quel modo sarà la cifra del dopo.

E questo modo è, per molti versi, l’esasperazione negativa di ciò che combattevamo prima.

Mille sono i fronti su cui ora – proprio ora – occorre combattere una battaglia politica. Sanità pubblica, diritti dei lavoratori e dei loro corpi ridotti a merce, diritti di chi non ha una casa in cui rimanere né i soldi per vivere, diritto alla vita degli anziani, diritto all’istruzione e libertà di insegnamento, finanziamento della ricerca e accesso ai ruoli di responsabilità scientifica e mille altre questioni vitali. Insomma, la ricostruzione dello Stato dalle sue fondamenta: secondo il progetto della Costituzione.

Ma un fronte appare preliminare a tutti gli altri: e si chiama democrazia. Tutti i maestri di diritto costituzionale ci hanno spiegato che sì, si possono e si devono comprimere le libertà per garantire a tutti (e specie ai più deboli: ricordiamolo) vita e salute. Sacrosanto. Ma hanno anche aggiunto: purché sia per un tempo breve, e certo. Condizione necessaria per rimanere in regime democratico.

Bene, onestamente nessuno sa quanto la compressione delle nostre libertà durerà. Si rincorrono gli studi: sei mesi, un anno, due anni da ora? Appare chiaro che anche il prossimo anno scolastico potrà essere in remoto – con conseguenze psicologiche, sociali e culturali che non voglio nemmeno immaginare.

Se le cose stanno così, deve essere il Parlamento a decidere: non il signor presidente del Consiglio dei ministri.

Avrei voluto che il Parlamento avesse un ruolo anche nella costruzione del decreto Cura Italia, da cui pure dipende la vita di milioni di italiani: l’assenza di una vera discussione e la incredibile decisione del Governo di porre la fiducia significano che la democrazia è ridotta a una pura formalità. Di questo passo il taglio ai parlamentari potrebbe essere del 100%: se per le decisioni più gravi prese, forse, nella storia della Repubblica il ruolo delle Camere è pari a zero, perché tenerle aperte?

Da cittadino ora pretendo che siano i miei rappresentanti a discutere a fondo, e di fronte al Paese: chiedendo e ottenendo la migliore documentazione scientifica, comprese le necessarie ammissioni di ignoranza e di impotenza. Perché le cose che non sappiamo sono forse ora ancora più decisive di quelle che sappiamo.

Vorrei che si considerasse quel che si fa negli altri paesi europei: in alcuni – per dire – si può andare nei parchi, in altri i conviventi (famiglie o nuclei di qualunque sorta) possono uscire insieme, purché a distanza dagli altri. Vorrei che lo si considerasse, lo si soppesasse: e poi si decidesse, e si spiegasse perché lo si è deciso. Non sono dettagli: sono la sostanza della vita di noi tutti non sappiamo fino a quando.

Vorrei che si discutesse a fondo e poi si decidessero alcune regole. Chiare, comprensibili, razionali, fondate, uguali per tutto il Paese. Perché – sul piano delle libertà – la cosa peggiore che sta succedendo è che la confusione delle fonti e ancor più la vaghezza delle norme (per dirne una tra mille: cosa diavolo vuol dire prossimità? Il quartiere, come quando ci si vuole imporre il ‘poliziotto di prossimità’, o i duecento metri stabiliti dalla Lombardia?) stanno lasciando un enorme margine di arbitrio alle forze dell’ordine.

Ora, io ho una sincera gratitudine verso questi lavoratori che, per stipendi da fame, sono per strada a farsi alitare in faccia da legioni di furbetti, ma vedo anche che questa situazione sta facendo regredire le coscienze a una situazione da antico regime. Non sai mai se quel che stai facendo sia passibile di sanzione: tutto è rimesso alla discrezione dell’uomo in divisa che ti trovi davanti. Ecco, questa è una situazione che si sta facendo insostenibile: e che, proiettata in mesi o in anni e soprattutto valutata nelle sue conseguenze di lungo periodo, mi pare davvero fatale.

E nodi più grandi andranno sciolti: lavoreranno (e usciranno di casa?) gli immuni, i giovani, le donne? E come si accerterà l’immunità? E poi i controlli: droni, applicazioni, satelliti, tracciamenti… A decidere i contorni di questa distopia orwelliana non potrà essere solo il signor presidente del Consiglio: e non si dica che di fatto siamo temporaneamente una virtuosa “dittatura scientifica”, perché il Comitato tecnico scientifico non fornisce – né potrebbe – al Governo certezze oggettive o decisioni già confezionate: fornisce invece elementi, più o meno certi, in base ai quali orientare una scelta. Che è, e resta, politica: e che dunque va fatta in Parlamento, con la massima trasparenza e con la ricerca del massimo consenso possibile.

Dovremo discutere di molte cose, dovremo pretendere risposte e cercare terribili verità su quel che è successo in questi mesi: dovremo farlo con feroce determinazione.

Ma non sapremo dove farlo se nel frattempo ci saremo convinti che la democrazia non ci serve più: anzi, che la democrazia sia una zavorra che ora non ci possiamo permettere.


Libertà e buona sorte

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«E in virtù d’una Parola / Ricomincio la mia vita / Sono nato per conoscerti / Per chiamarti / Libertà». Così Paul Éluard conclude la sua celebre poesia, pubblicata clandestina nel 1942 e qui proposta nella traduzione di Franco Fortini. Ma che cos’è la libertà? Un concetto che forse davamo per scontato fino al mese scorso. Tuttavia, quando un’idea astratta si confronta con una nuova realtà, e non collima, richiede una rielaborazione. E se un nostalgico sguardo all’indietro, verso le abitudini perdute, è una naturale strategia d’evasione, arriva prima o poi il momento di pensare a un futuro che non può essere il semplice ripristino delle condizioni precedenti.

Stipare frettolosamente nel bagaglio quanto abbiamo in casa può essere sufficiente per una vacanza, ma non per affrontare un viaggio, la cui meta tra l’altro è sconosciuta. Per questo occorre selezionare e portare con sé l’essenziale, restando aperti a ciò che di volta in volta troveremo sul cammino. È insomma richiesto un intimo spirito di avventura. Un po’ quella che muoveva i cavalieri erranti dei poemi, ma anche – per restare su modelli meno eroici e a noi più vicini – il protagonista di Tutti i nomi di Saramago (https://volerelaluna.it/caffe-letterario/2020/02/15/tutti-i-nomi-che-abbiamo-lordine-e-il-caos/), che dal suo cantuccio isolato trova il coraggio di rimettersi in discussione dopo che l’ingranaggio è saltato e vita e morte si confondono.

Per prepararci possiamo intanto far nostre quelle virtù che Machiavelli riconosce a un bravo politico: la solidità e la duttilità (aveva già inventato il concetto di resilienza!). Solitamente, avverte, l’uomo è rigido e quindi ha successo solo se si presenta una situazione conforme al suo carattere. Ma l’intelligenza, anche nella nota massima di Einstein, è invece data dalla capacità di cambiare quando necessario. E la libertà, a meno di non volerne adottare la definizione minimalista, ha molto a che fare con queste doti.

Non possiamo cioè limitarci a considerare la libertà come mera assenza di impedimenti (una libertà da qualcosa), ma va contemplata anche la presenza di opportunità, ossia di mezzi e risorse favorevoli (la libertà di fare qualcosa). Risparmiare sui beni pubblici, ad esempio, non lede la libertà nella sua prima accezione, ma la erode notevolmente se abbracciamo la seconda e più complessa declinazione. E con questa libertà, esterna, dialoga costantemente il soggetto, con le proprie capacità di scelta, che tradizionalmente chiamiamo libero arbitrio. Ma in che grado questo si sviluppa spontaneamente?

Non si tratta infatti di essere liberi o non liberi (i ragionamenti binari funzionano solo come modelli), ma di livelli maggiori o minori di libertà. Entra allora in gioco anche il grado di maturazione di una qualità personale, e quindi un’educazione intesa nel suo significato etimologico di “trarre fuori” una dote innata (i famosi talenti della parabola). Che tenga conto delle innegabili differenze individuali di partenza e, realisticamente, per quanto ricalibrata dall’equità, di arrivo. Che non faccia a meno di regole, ma, proprio perché guida e non giudice, attentissima a porne solo di sensate, e mai con lo scopo di prevaricare bensì di servire.

Tornando all’oggi e ai casi concreti, in questi giorni la domanda a cui ci è chiesto di attenerci prima di muoverci è «è necessario?». Mi parrebbe più sensato «è dannoso?», perché va al cuore della questione. E ancora, da parte di chi decide, «è proprio necessaria questa restrizione?» è preferibile a «è proprio necessaria questa libertà?». Se vogliamo buone risposte occorre porre buone domande. «E giustizia e pietade, altra radice / avranno allor che non superbe fole, / ove fondata probità del volgo / così star suole in piede / quale star può quel ch’ha in error la sede», Leopardi, La ginestra. Tradotto all’ingrosso: le virtù civili traballano se non poggiano sulle giuste basi. Anche perché eliminare indiscriminatamente tutto il non necessario è la stessa logica che ha portato a tagliare continue risorse a ricerca e cultura.

È tipico dei poeti essere incredibilmente ficcanti, riuscire a coniugare molteplici concetti e infinite disquisizioni filosofiche in una manciata di versi. Del resto la prosa spiega, analizza, suddivide. La poesia invece unisce, usa il simbolo (syn ballo, “metto insieme”, il cui contrario è dia ballo, “metto attraverso, separo”, da cui “diavolo”). È per questo che in quel bagaglio di cui sopra trova posto quel magnifico inno alla vita e alla libertà che è Il canto della strada aperta di Walt Whitman. L’inizio può sembrare quanto di più lontano da ciò che stiamo vivendo:

A piedi e a cuor leggero, prendo la strada aperta.
In piena salute, libero, il mondo davanti a me,
Dinnanzi a me il lungo sentiero buio che mi conduce dovunque io voglia.

Ma è questa in fondo la «strada» sconosciuta che ci aspetta, per percorrere la quale è importante mantenerci lucidi, in «piena salute» fisica, mentale, spirituale anche adesso, senza farci manipolare da chi vorrebbe non tanto regolamentare le azioni, ma gestire e censurare le emozioni.

D’ora in poi non chiedo più la buona sorte, io stesso sono la buona sorte,
D’ora in poi non mi lamento più, non rimando più, nulla mi serve,
Basta con i rimpianti al chiuso, le biblioteche, le critiche querule,
Forte e contento viaggio sulla strada.

Che non è il mito del self made man come lo conosciamo oggi, in forma deteriorata e più che mai insostenibile, bensì l’assunzione di una responsabilità insieme individuale e collettiva che rende Whitman il «poeta della democrazia».

Qui la lezione profonda dell’accoglienza, senza preferenze né rifiuti, […]
Tutto passa e passo anch’io, ogni cosa passa e nulla può essere fermato,
Nessuno che non sia accettato, nessuno che non mi stia a cuore.

Fino agli animali, agli uccelli, agli insetti, all’erba che dà il nome alla sua più celebre raccolta. Anche chi non ha voce ha diritto alla “cura”. Anche i bambini mi verrebbe da dire in questo particolare frangente, spesso viziati ma poco ascoltati nel loro non essere semplici adulti in miniatura come nei quadri medievali.

Credo che chiunque io veda debba essere felice. […]
Ora conosco il segreto di come si fanno le persone migliori,
Che è di crescere all’aria aperta, e mangiare e dormire in armonia con la terra. […]
L’effusione dell’anima passa dalle splendide porte della legge e sollecita le domande:
Questi aneliti, perché ci sono? Questi pensieri al buio, perché ci sono?

Avremo bisogno di teorie, certo, ma non fatte a tavolino, bensì traducibili in buone pratiche, che sappiano dialogare con le reali e variegate esigenze della vita, con i casi concreti sempre unici e imprevedibili. Perché è sul campo dell’esperienza quotidiana che poi si fanno i conti, che gli ideali hanno la loro verifica.

Qui [sulla strada] è la prova della saggezza,
La saggezza non può essere valutata nelle scuole,
La saggezza non passa dall’uno all’altro,
La saggezza appartiene all’anima: ha in sé la sua validazione. […]
Ora riesamino filosofie e religioni,
Possono esser giuste nelle aule scolastiche, ma non lo sono per nulla
sotto le nuvole spaziose, lungo i paesaggi e le acque fluenti.

È la trasposizione in versi della morale kantiana: la legge dentro di me che deriva dalla comprensione delle innumerevoli costellazioni che compongono il cielo sopra di noi. E se Whitman si definisce «padrone di stesso» è in un’accezione diametralmente opposta all’hybris, l’orgogliosa tracotanza degli antichi greci, bensì di spoliazione, alla stregua di Pessoa quando esorta: «Siediti al sole. Abdica e sii il re di te stesso». E allora, se il grado di libertà è dato dall’opportunità e dalla capacità di compiere la scelta migliore in determinate circostanze, più la visione è cristallina, priva di brame, e più questo aumenta. Se accettiamo che la vita in sé è solo fino a un certo punto in mano nostra, a noi resterà chiara la scelta di come viverla, con cosa vogliamo riempirla di senso. Non è poco.

Ascolta, sarò sincero con te,
Io non ho da offrire antichi facili premi, ma offro premi nuovi e difficili. […]
E questi sono i giorni che dovrai passare:
Tu non ammasserai ciò che si chiama ricchezza,
Tu distribuirai con mano generosa ciò che guadagni o ottieni […]
Hanno avuto successo le lotte passate?
Cosa ha avuto successo? forse tu? la tua patria? o la Natura?
Ora ascoltami bene – è nella natura delle cose che da ogni successo,
qualunque esso sia, ne derivi qualcosa che renda necessario un impegno maggiore. […]
Ecco compagno! Ti do la mano!
Ti do il mio amore, più prezioso del denaro,
Ti do me stesso, al posto di regole o prediche;
Ti darai tu a me? vuoi venire in viaggio con me?


Obbedienza e libertà

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D’accordo, lo riconosco, ho una natura anarcoide e dell’autorità non ho un alto concetto, né professo spontanea riverenza verso chi comanda, più spesso dubito della sua autorità morale ‒ perché il solo comando che ha presa su di me è quello che ha una base etica, per l’appunto. Se al “distanziamento sociale” imposto ubbidisco è perché gli riconosco questo fondamento morale. Serve a proteggere l’altro. Ma mi privo della mia libertà personale  – sacra in ogni ordinamento democratico ‒ solo temporaneamente, e lo faccio perché  il mondo in cui vivo, malgrado il suo alto livello di sviluppo tecnologico, ne ha bisogno; perché nel frattempo una politica locale dissennata ha distrutto la sanità, e una politica mondiale equilibri naturali fondamentali.

Ma deploro chi spontaneamente si flette e genuflette, e addirittura esalta il bene della segregazione… E scopre nell’isolamento l’isola felice… Ora ci si può affacciare alla finestra! E vedere il tramonto, se si ha quella vista… Ora si può fare lo skype dinner! E leggere! Pensate! Perfino leggere…

Noi lettori e lettrici wollfiane non abbiamo bisogno della segregazione forzata, dell’isolamento nell’isola del quartiere o del palazzo, per leggere. A questo proposito condivido con voi questo scambio con Liliana Rampello, la nostra Lilli, a cui avevo scritto qualche giorno fa per averne notizie, visto che vive a Milano. Lei mi risponde: «Non esco praticamente da tre settimane, se non per pochi passi intorno a casa e questa
situazione per ora non mi sta insegnando niente, se non che i piaceri, anche quello semplice
e intimo della lettura, esistono se immersi nella vita che corre, perché così, sospesi in un tempo senza tempo, sembrano tutti passatempi verso il nulla».

Ecco, io sono dalla parte di Lilli. Per favore evitiamoci almeno la lode della  segregazione, evitiamo di scoprire la bellezza e la bontà del distanziamento. Non c’è bisogno, vi pare? Sì, ripeto, obbediamo, perché costretti. E perché soggetti morali.  Ma il conformismo sociale di «chi si accontenta e gode», non serve alla libertà. Almeno, quella mentale conserviamola.

 

Il testo è stato pubblicato anche sulla pagina Facebook della Italian Virginia Woolf Society