Precariato, welfare e PNRR

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È noto che uno dei peccati originali del primo centrosinistra prodiano sta nella legge Treu, che diede il là alla precarizzazione del lavoro e nel cui solco poi tutti i governi della seconda repubblica si sono mossi estendendo all’infinito il maleodorante bouquet dei contratti precari. Si discute animatamente, e a ragione, sugli effetti più evidenti che il processo di precarizzazione ha innescato: il deficit di contrattualità che ne consegue; la compressione dei salari; la scomparsa nelle nuove generazioni di ogni tratto che conduca a una percezione collettiva dei problemi e a un agire conseguente; l’eclisse di futuro che tutto ciò comporta; i sempre più vaghi segnali che attestino inequivocabilmente l’ingresso dei giovani nella età adulta, che pesano poi enormemente sul piano dell’immagine di sé che essi hanno come lavoratori e come cittadini; il fatto infine che tutto ciò si riflette più pesantemente sulla vita delle donne. Si discute meno animatamente dell’ennesima occasione mancata da parte del padronato italiano sul piano dell’innovazione tecnologica, grazie alla perversa combinazione fra precarizzazione e delocalizzazione, e alle multiple e reiterate concessioni fatte in ogni occasione al padronato dai nostri governi. E ancor meno di ciò che è accaduto su questo piano nelle pubbliche amministrazioni, e in particolare nei territori del welfare. Ed è su questo piano che vorrei fare alcune considerazioni in vista anche dell’arrivo del denaro del PNRR.

Fin dal varo della Legge Treu tutte pubbliche amministrazioni cominciarono, da una parte, ad assumere precari, e dall’altra, e nel welfare (che fino a quel momento era stato prevalentemente pubblico), a patrocinare accordi con il privato, profit e no profit, cui furono esternalizzate porzioni crescenti di welfare: ai “privati profit” quelle ad alta composizione organica del capitale investito (ad es. gli ospedali), al “privato no profit” il resto (ad es. il sociale). Il privato cominciò così ad espandersi, senza alcuna attenzione da parte dei sindacati, grazie a vincoli minori di cui godeva, su tutti i piani, rispetto al pubblico (assunzioni senza concorso, uso massivo dei precari, contratti-capestro etc.). E soprattutto in base agli accordi discreti, se non clientelari, che legavano (e ancor oggi legano) le loro dirigenze burocratiche alle amministrazioni pubbliche.

È questa una delle basi sulle quali si fonda da allora larga parte del potere delle amministrazioni comunali e regionali, la cui architettura significativamente fu in gran parte ridisegnata (si pensi alla Legge Bassanini) quasi in concomitanza con il varo della Legge Treu. Si tratta di un processo che ha permesso di superare la dicotomia tipica della prima repubblica che vedeva l’Italia del welfare dispiegarsi a macchia di leopardo, per cui nei territori in cui governava la sinistra c’era il welfare dei servizi e in quelli governati dalla DC quello dei sussidi. Di superala e di unificarla sotto il segno dell’integrazione fra pubblico e privato.

C’è un elemento che sfugge ai non addetti ai lavori di quel periodo, e ancor più oggi: un elemento che riguarda l’atteggiamento della vecchia dirigenza tecnica del welfare pubblico, che sia nei territori del welfare dei sussidi, sia in quelli dei servizi non solo abdicò al ruolo di programmazione che fino ad allora la vedeva come protagonista, ma in molti casi guidò le esternalizzazioni, facendo a brani i servizi. Con l’unica differenza che, nel momento iniziale, laddove c’era da tempo il welfare dei servizi si creò una doppia leadership tecnica: da una parte quella degli operatori che cercarono di mantenere vivo lo spirito del pubblico, dall’altra quella, diventata subito egemone perché apparentatasi con il potere politico locale, che si prestò a quest’opera di demolizione, di appalto al privato e di abbandono della riflessione e della programmazione che avevano caratterizzato la nascita dei nuovi servizi e la ridefinizione, spesso radicale, di quelli vecchi (pensiamo al manicomio) .

Oggi una pioggia di denaro sta per arrivare su questo nuovo welfare aziendalistico e clientelare. A mio avviso sbaglierebbero i sindacati se dovessero basare la propria azione solo su un’equa distribuzione delle risorse definita a livello centrale o, peggio, se ancora una volta rinunciassero a chiedere di essere parte in causa in questo momento. È più che mai urgente muoversi sul piano territoriale per fare in modo che siano superati gli aspetti peggiori di questo assetto, a partire da una lotta in ogni luogo di lavoro per il superamento del precariato, ma anche per il recupero di un modo di operare libero dai legami clientelari e capace di tornare a programmare per il bene dei cittadini, e non sulla loro pelle. Altrimenti tutto finirà con l’ungere ancor di più l’ingranaggio clientelare.