Braccia/2. Lavoro e sfruttamento in Bassa Valle Scrivia

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Due anni or sono l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) e la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound) pubblicarono il rapporto Working anytime, anywhere: the effects on the world of the work (“Lavorare in ogni momento e in ogni luogo così come offre – impone – il mercato”). È la fotografia di una nuova forma di nomadismo necessario per vivere lavorando nelle reti “corte” del territorio, nelle reti “lunghe” transnazionali e nelle piattaforme digitali. Una delle forme di nomadismo è data dall’impiego delle “braccia” nei lavori in agricoltura, nell’edilizia, nella logistica, nelle imprese di pulizia e nei servizi di ristorazione. Ciascuna di queste attività ha una sua composizione sociale e, almeno in parte, etnica, espressione di storie di gruppi di migranti, soprattutto maschi ma anche donne. Parlare di lavoro oggi impone di aprire una finestra su questo arcipelago raccogliendo dati, mettendo sotto osservazione gli aspetti centrali della condizione dei lavoratori, soprattutto migranti, usati per le loro braccia (il reclutamento, la paga, la sicurezza e l’igiene, il cibo e il tetto), analizzando la dimensione transnazionale dei lavori e del nomadismo nel Mediterraneo e in Europa. È quanto abbiamo deciso di fare, in questa complessa estate, come “Volere la luna”. La prima tappa di questo percorso ha riguardato la raccolta di frutta nel saluzzese (https://volerelaluna.it/lavoro-2/2020/08/05/braccia-1-raccogliere-la-frutta-nel-saluzzese/). Con la seconda si esaminano le condizioni dei lavoratori migranti in Bassa Valle Scrivia.

 

Nel 2012, la loro lotta contro il caporalato in Bassa Valle Scrivia era finita su tutti i media. Una quarantina di braccianti, in gran parte marocchini, stanchi di lavorare 13 ore al giorno nei campi a raccogliere ortaggi, senza essere pagati per mesi, si ribellarono allo schiavismo dei padroni Lazzaro, padre e figlio, proclamarono uno sciopero a oltranza, allestirono un presidio di tende, avviarono un boicottaggio dei supermercati Bennet acquirenti dei Lazzaro. Furono sostenuti da decine di cittadini e solidali. Il presidio ai bordi della statale durò 74 giorni. Da quella straordinaria lotta, è nato il Presidio permanente di Castelnuovo Scrivia, realtà auto organizzata, composta da braccianti e solidali, che organizza lotte e vertenze in Bassa Valle Scrivia.
Dopo otto anni, peraltro, giustizia non è ancora fatta. Anzi, nonostante la sentenza del Tribunale di Torino, divenuta esecutiva per mancato ricorso in Cassazione, che li ha condannati al pagamento di oltre 400 mila euro di salari arretrati, i Lazzaro non solo non hanno ancora pagato gli ex lavoratori sfruttati e poi licenziati con un cartello affisso su un palo della luce, ma richiedono un risarcimento di un milione e mezzo di euro! Chi ha denunciato, rischia di dover risarcire gli sfruttatori, che, poco prima, hanno patteggiato una condanna a un anno e otto mesi per sfruttamento di manodopera. Il processo contro braccianti e solidali riprenderà il 29 ottobre 2020.

Questa vicenda ha evidenziato un nervo scoperto dello sfruttamento nelle nostre campagne. In molte aziende agricole della zona, piccole e grandi, esistono condizioni di lavoro simili a quelle praticate da Bruno e Mauro Lazzaro. Le retribuzioni orarie, quando vengono pagate, sono ancora di cinque euro l’ora o poco più; lavoro nero e ricatti sono pratica quotidiana.
Basta citare alcuni interventi della Guardia di Finanza di Tortona, dei Carabinieri e dell’Ispettorato del Lavoro: uno nei confronti dell’azienda agricola Balduzzi Fiorenzo e Stefano di Isola Sant’Antonio dove, alcuni anni fa, sono stati trovati 15 lavoratori in “nero” su 30, 209 casi di lavoro irregolare in quattro anni e qualcosa come 4mila giornate di lavoro irregolare, con pure una lavoratrice addetta al magazzino seppur in periodo di astensione obbligatoria dal lavoro! In questa azienda, due anni fa, durante uno sciopero e un presidio contro i licenziamenti di tutti i lavoratori iscritti al sindacato, il padrone, con il suo SUV lanciato a tutta velocità, ha sfiorato e rischiato di investire un sindacalista e un lavoratore. Ne è seguita una denuncia con tanto di video e di testimonianze: è di questi giorni, la notizia dell’archiviazione della denuncia in quanto fatto non rilevante!
Lotte e scioperi sono stati organizzati da lavoratori italiani, marocchini e indiani della ditta Angeleri & C. di Guazzora per il pagamento dei salari arretrati da mesi e per avere chiarimenti in merito alle prospettive aziendali. C’è pure stato l’intervento del Prefetto. Ma niente da fare. Tutto si è concluso con un misterioso incendio divampato di notte nel capannone della ditta, alla vigilia delle festività natalizie, seguito dal fallimento dell’azienda, che ha lasciato per strada una trentina di lavoratori, senza lavoro e senza soldi. Francesco Angeleri era stato, a suo tempo, anche denunciato dagli avvocati del Presidio in quanto utilizzava lavoratori “in nero” e senza permesso di soggiorno nella sua azienda agricola a Castelnuovo Scrivia. Il risultato è stato il patteggiamento di una pena di un anno di reclusione e 10 mila euro di multa, con sospensione condizionale. Intanto ai lavoratori che hanno fatto la denuncia non è stato riconosciuta neppure la protezione umanitaria, nonostante ne avessero diritto!
Oreste Novelli, per anni ha dato lavoro nei campi ad alcuni stranieri clandestini: è stato riconosciuto colpevole e condannato alla pena di un anno di reclusione e 45 mila euro di multa, anche se è stato assolto dall’accusa di sfruttamento lavorativo per mancanza di prove certe.

Sono poi stati scoperti tre casi di caporalato: uno a Castelnuovo Scrivia, dove un tale Rachid El Farchoi gestiva una “cooperativa” di una quarantina di braccianti che venivano inviati in aziende agricole della zona; un altro, in Alessandria, al rione Cristo, in via Campi 17, con la “cooperativa” Ru.ma” di Dimitrovski Jose e di Dimitrovska Snezana che ingaggiava decine di braccianti che, all’alba, si presentavano nel piazzale antistante la sede della cooperativa e venivano trasportati in aziende agricole delle Langhe e dell’astigiano per lavorare in quelle vigne, patrimonio dell’Unesco, che producono vini eccellenti e costosi, esportati in tutto il mondo. Ancora. A novembre del 2018, è stato bloccato in Alessandria, un camion zeppo di braccianti, in gran parte richiedenti asilo ospiti di cooperative, in partenza per tre aziende agricole, tra Spinetta Marengo e Pozzolo Formigaro, per la raccolta dei pomodori; bloccati pure due caporali che reclutavano questa manodopera a bassissimo prezzo – 50 centesimi alla cassa! – facendoli lavorare fino a dieci ore al giorno, senza alcuna tutela. Ebbene, di tutte queste vicende, non è dato sapere più nulla, buio assoluto! Un altro caso è stato accertato in epoca relativamente recente, a seguito di un intervento ispettivo, nelle campagne di raccolta dell’aglio a Molino dei Torti e ad Alzano Scrivia, sempre in Bassa Valle Scrivia, dove risultano coinvolte alcune aziende – la più significativa è l’azienda agricola Balduzzi Dimitri – con lavoratori “in nero” e senza permesso di soggiorno.

Con le mobilitazioni e le lotte dei braccianti della Valle Scrivia si è comunque squarciato il velo di ipocrisia e di omertà che, da sempre, avvolge la nostra provincia, benché in molti facciano ancora finta di non vedere e di non sapere. Anche qui nel “civile e progredito” Nord, esistono sfruttamento, caporalato, traffico di permessi di soggiorno, mafie, estorsioni, violazioni plateali di leggi e di contratti, lavoro nero e irregolare. Sicuramente si sono intensificati i controlli, i salari sono diventati un po’ più alti e i contributi più regolari, è aumentato l’accesso all’indennità di disoccupazione e sono aumentate le denunce e le segnalazioni di irregolarità, ma il problema resta, perché è strutturale e riguarda l’intera filiera dell’agroalimentare.

In Bassa Valle Scrivia, nei comuni di Sale e di Castelnuovo Scrivia, abbiamo aperto, da poco tempo, due sportelli migranti, con l’obiettivo di dare e di raccogliere informazioni, ma anche di svolgere le pratiche più urgenti fino a ieri delegate ai patronati sindacali. Gli sportelli, come le scuole popolari di alfabetizzazione che da anni abbiamo avviato sul territorio, vogliono essere momenti di aggregazione delle realtà migranti e di discussione sui problemi sociali e del lavoro nelle campagne. Siamo attualmente impegnati anche sul problema della casa, con alcuni casi di sfratti, in una realtà, come quella di Sale, un piccolo paese di circa 4.000 abitanti, con ben tre case sequestrate alla mafia, per le quali gli enti preposti, dopo anni, non hanno ancora stabilito alcuna destinazione sociale, mentre potrebbero essere utilmente destinate all’emergenza abitativa. Infine, il 14 luglio c’è stato, ad Alessandria, un incontro con gli avvocati di InfoPoint Sanatoria Piemonte, partecipato e ben riuscito, organizzato con una rete territoriale di realtà impegnate sul versante migranti e rifugiati, che si è proposto, non solo di spiegare e far conoscere i meccanismi dell’odierna sanatoria, ma anche quello di porre sul tavolo obiettivi politici di prospettiva, ovvero la rivendicazione di una vera sanatoria estesa a tutte le attività produttive, un permesso di soggiorno a chi ha già un contratto, un permesso di attesa occupazione a chi non ha un lavoro, il diritto alla conversione dei permessi temporanei. Il tutto per dire che una persona non è legale solo fino a quando raccoglie pomodori!


Schiavi e caporali

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Caporalato, intermediazione di manodopera, lavoro nero

Il caporalato è una intermediazione illecita di manodopera e, insieme, una forma di controllo brutale dell’uomo sull’uomo. Lungi dall’essere un retaggio del passato, esso è tornato prepotentemente alla ribalta negli ultimi quindici-vent’anni, e in maniera ancora più aspra nell’ultimo decennio, seppur con una differenza evidente rispetto al passato novecentesco. Nella stragrande maggioranza dei casi, e in particolare per le raccolte agricole più pesanti e meno qualificate, ai “cafoni” pugliesi, siciliani, lucani, calabresi e campani di un tempo si sono, infatti, sostituiti nuovi braccianti provenienti prevalentemente dall’Africa e dall’Europa dell’Est.

Il nuovo caporalato è per lo più associato alle regioni meridionali e alla raccolta stagionale dei pomodori, delle arance, delle angurie nel Tavoliere, nella Piana di Gioia Tauro, in Lucania o in Salento e proprio in tali aree sono emersi i peggiori casi di sfruttamento e di neo-schiavismo. Ma il fenomeno non riguarda unicamente il Sud Italia. Una marea limacciosa, fatta di violenza, minacce, sotto-salario, contrazione del costo della forza-lavoro, orari massacranti, condizioni igienico-sanitarie innominabili, sta risalendo la penisola. Come “la linea della palma” di Leonardo Sciascia, anche la linea del caporalato s’alza simile all’ago di mercurio di un termometro: «su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…». È già arrivata in Piemonte e in Lombardia.

Secondo dati forniti dalla campagna «Stop caporalato», lanciata nel 2011 dalla Flai-Cgil e dalla Fillea-Cgil, oggi in Italia almeno 60 mila lavoratori vivono in condizioni di assoluto degrado, in alloggi di fortuna e sprovvisti dei minimi requisiti di vivibilità. L’incidenza del lavoro nero sarebbe del 90% nelle regioni del Mezzogiorno, del 50% nelle regioni centrali, del 30% in quelle settentrionali.

Tra passato e presente

C’è una profonda differenza tra i braccianti di oggi e quelli di ieri: quelli di Di Vittorio e di Placido Rizzotto, quelli che hanno lottato per l’imponibile di manodopera, hanno partecipato alle occupazioni delle terre e si sono scontrati contro condizioni di lavoro e di vita inique. Un tempo i “cafoni” condividevano con il caporale il medesimo orizzonte sociale e culturale, la medesima lingua, le medesime contrade. Pur schierati su versanti contrapposti, appartenevano allo stesso paese. Pertanto venivano a stabilirsi con il caporale, e quindi con il proprietario terriero alle sue spalle, dei rapporti di forza codificati, che impedivano – per la loro stessa natura – che il caporalato si trasformasse in aperta schiavitù. I vecchi caporali l’avrebbero ritenuta “sconveniente”. Certo, c’erano la fame, la malaria, la mortalità infantile… La “civiltà contadina” è stata anche questo.

Tuttavia oggi accade qualcosa di profondamente diverso. I braccianti stranieri, soprattutto se stagionali, percepiscono le nostre campagne come una “terra di nessuno” con cui non hanno niente a che spartire: una terra di cui non condividono la lingua e le usanze, non conoscono le leggi scritte e quelle non scritte. Anche quando si insediano nelle borgate e nei casolari intorno ai paesi, non c’è alcuna forma di integrazione con il tessuto urbano e sociale. C’è una distanza siderale: ogni chilometro ne vale cento; ed è proprio questa estraniazione a generare la profonda vulnerabilità che alimenta lo sfruttamento più crudo. Benché non tutto il caporalato sia riconducibile a forme di neo-schiavismo, sempre più spesso esso si manifesta in casi eclatanti di riduzione in schiavitù, in vari gradi di “soggezione continuativa”, secondo la definizione dell’articolo 600 del codice penale per cui «la riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona».

Riproducendosi su larga scala, e per migliaia di lavoratori, tale “soggezione continuativa” diviene elemento strutturale del lavoro agricolo (e, in misura minore, in altri ambiti come l’edilizia). Condiziona le sue regole; produce una gravissima concorrenza sleale per tutte quelle imprese che intendono rimanere nell’ambito della legalità.

Alcune inchieste

Negli ultimi anni ci sono stati articoli, reportage, libri, rapporti, che hanno provato a definire l’universo materiale e psicologico dello sfruttamento, le biografie dei nuovi schiavi, i loro sogni e i loro incubi, la genealogia della violenza subita, le speranze di riscatto (si vedano, ad esempio, i testi citati nella bibliografia). Tuttavia è grazie ad alcune importanti indagini della magistratura che si è potuto ricostruire il funzionamento del caporalato dal suo interno, i rapporti tra i caporali più influenti e i propri sottoposti, le relazioni con gli imprenditori agricoli, gli scambi con la criminalità organizzata. Detto in altre parole: si è fatta un po’ di luce sulla piramide dello sfruttamento a partire dal suo vertice.

In questa sede, vanno ricordate almeno tre inchieste:
a) l’inchiesta “Terra promessa” della Direzione distrettuale antimafia di Bari sui casi di riduzione in schiavitù durante la raccolta del pomodoro nel Tavoliere di Puglia, inchiesta che ha portato a un importante processo, conclusosi nel 2010 con la condanna in via definitiva di un nutrito numero di caporali stranieri;
b) l’inchiesta “Migrantes” coordinata dalla Procura della Repubblica di Palmi, successiva alla rivolta di Rosarno e alla “cacciata” dei braccianti stranieri dal paese;
c) l’inchiesta “Sabr” della Direzione distrettuale antimafia di Lecce originata, tra l’altro, dalle denunce dei braccianti africani che hanno organizzato, nell’agro di Nardò, il primo sciopero dei raccoglitori immigrati contro il caporalato.

Le inchieste ci dicono alcune cose essenziali.

Siamo in presenza di un sistema ramificato su scala interregionale, in grado di movimentare sul territorio nazionale lavoratori che provengono dall’altra parte del Mediterraneo o dalle regioni più povere dei Paesi dell’Est Europa recentemente entrati nell’Unione europea. In alcuni casi – come nel Tavoliere di Puglia – il controllo sui braccianti si estende per 24 ore al giorno, ben oltre l’orario di lavoro, e fin dentro gli alloggi e le bidonville sorvegliate da veri e propri sgherri. Difficile fuggire, quasi impossibile ribellarsi, senza subirne le conseguenze. Nel Tavoliere, come in altre zone, è la cronaca a restituire periodicamente le storie di braccianti uccisi o scomparsi per il solo fatto di essersi ribellati a tali condizioni di vita.

Ciò che stupisce nelle moderne storie di schiavitù è l’intreccio di crimine ed economia. L’attività di queste organizzazioni variamente assortite è orientata all’intermediazione criminale di manodopera globale. Se da una parte ci sono gli “schiavi”, dall’altra ci sono le imprese. Si tratta di organizzazioni fluide: la loro forza non è tanto nel radicamento sul territorio, quanto nell’abitare gli anfratti dell’economia globale.

L’intervento delle mafie

Quali rapporti questi nuovi aggregati criminali volti al controllo della forza-lavoro stabiliscono con le mafie tradizionali, camorra, Cosa nostra, ’ndrangheta?

Come dimostrano i fatti di Rosarno, dove le aggressioni ai braccianti all’origine della rivolta sono avvenute su un terreno di proprietà della famiglia Pesce, in alcuni casi la contiguità tra mafia e organizzazione del nuovo caporalato è evidente. Anche quando la ’ndrangheta non è interessata a gestire direttamente il mercato delle braccia straniere, l’azione dei caporali non avviene mai autonomamente sul territorio. Tuttavia non va dimenticato che casi efferati di riduzione in schiavitù si sono riprodotti anche in province (meridionali e non solo meridionali) tradizionalmente non interessate dalla presenza di insediamenti mafiosi di lunga durata.

Dalle inchieste pugliesi è emersa, invece, la notevole capacità dei caporali più potenti (anche stranieri) di investire il “capitale” accumulato con lo sfruttamento delle braccia in altri “settori”, in primis la tratta a fini sessuali e il traffico di sostanze stupefacenti, spesso in accordo con clan della zona.

Se si allarga, inoltre, lo sguardo dal solo sfruttamento della forza-lavoro all’intera filiera dell’agro-industria, il controllo dell’ortofrutta da parte delle mafie tradizionali (come rivela, ad esempio, l’inchiesta della magistratura sul mercato di Fondi) si fa asfissiante. L’estendersi di tale controllo è direttamente proporzionale all’abbassamento del costo del lavoro nei campi di raccolta, dalla Puglia alla Sicilia, e quindi al dilagare del caporalato.

Gli invisibili

“Sabr”, l’inchiesta conclusa dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce nella primavera del 2012, ha preso il suo nome dal più potente caporale dell’agro di Nardò, nel cuore del Salento: un certo Saber Jelassi, chiamato anche “Giuseppe il tunisino”. Come emerge dalle indagini, la rete di capi squadra e importanti imprenditori agricoli della zona intessuta negli anni è davvero ramificata. L’organizzazione del grave sfruttamento appare pianificata burocraticamente. Centinaia di intercettazioni telefoniche tra gli interessati, oltre alle testimonianze di alcuni braccianti che hanno avuto il coraggio di denunciarli, lo confermano.

A sorprendere non è solo la fitta ragnatela stretta tra i caporali e alcuni imprenditori agricoli, ma anche i fitti collegamenti tra i caporali delle principali regioni meridionali. C’è un vero e proprio circuito dello sfruttamento: da Nardò a Cerignola, da Rosarno a Pachino, dalla Terra di Lavoro alla Basilicata. I braccianti che si spostano dalla raccolta delle angurie a Nardò a quella dei pomodori a Cerignola, e poi a quelle delle arance e dei mandarini in Calabria, per poi ricominciare il giro, non lo fanno autonomamente. Il mercato è regolato dai signori delle braccia. Sono loro che assecondano il flusso dei braccianti, quasi una “transumanza”, traendone il maggior profitto, provando a impedire le ribellioni contro il proprio dominio o i tentativi di sciopero, negando il lavoro a chi è fuori dal proprio controllo. Questo circuito asfissiante, questa “tratta interna”, come è stata definita, è una sorta di percorso obbligato per migliaia di lavoratori che non hanno altre alternative. È possibile rompere questo schema?

Come detto in precedenza, non è possibile comprendere l’odierno sfruttamento nelle campagne se non si coglie appieno la vulnerabilità dei nuovi braccianti: una vulnerabilità che nasce dall’invisibilità. È lo stesso Saber Jelassi, ad esempio, ad avere ben chiaro questo concetto. Parlando al telefono con un altro caporale, spiega in poche esaustive parole i vantaggi dell’oscurità: «È il padrone che mi ha spiegato il sistema del lavoro. Mi ha detto: figlio mio, allontanati dal centro del paese. Quando carichi la gente la mattina, ti vedono le forze dell’ordine… ti vengono a trovare. Dieci persone in una macchina, è certo che ti fermano. Ma quando sei dentro le campagne, non disturbi la gente, non hai preoccupazioni, non hai problemi con le persone, capisci?».

Quando i braccianti abitano in casolari isolati o in tendopoli auto-costruite lontane dai centri abitati, tale invisibilità alimenta la loro vulnerabilità.

Il reato di caporalato

È alla luce di tutto ciò che vanno valutate le nuove misure varate nel settembre del 2011 (introduzione del reato di caporalato) e nel luglio del 2012 (concessione del permesso di soggiorno ai lavoratori che denunciano i propri sfruttatori). Si tratta di misure di enorme importanza. Per la prima volta in Italia viene formulato giuridicamente il concetto di grave sfruttamento lavorativo: qualcosa cioè che, anche quando non giunge alle forme estreme di riduzione in schiavitù, è comunque molto più grave del semplice “lavoro nero” o della sola evasione contributiva. Per la prima volta, inoltre, viene offerta una via d’uscita ai lavoratori ricattati dalla condizione di clandestinità.

Tuttavia tali norme possono divenire davvero efficaci, solo se la cappa di vulnerabilità e invisibilità verrà rotta anche sul piano culturale, sociale, economico, sindacale.

Bibliografia

Brigate di solidarietà attiva, Sacchetto Devi, Nigro Gianluca, Perrotta Mimmo, Yvan Sagnet (a cura di), Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, DeriveApprodi, Roma, 2012

Leogrande Alessandro, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Mondadori, Milano, 2008

Mangano Antonello, Gli africani salveranno l’Italia, Bur, Milano, 2010

Medici senza frontiere, Una stagione all’inferno. Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia, pubblicato online sul sito www.medicisenzafrontiere.it, 2008

Rovelli Marco, Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro, Feltrinelli, Milano, 2009

L’articolo è tratto dal Dizionario enciclopedico di mafie e antimafia,
a cura di M. Mareso e L. Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2013).
Si ringrazia l’editore per l’autorizzazione alla pubblicazione.