La morte di Berlusconi e i 50 anni di “Malizia”

Autore:

Per uno strano corto circuito, la morte di Berlusconi mi ha fatto pensare al film di Salvatore Samperi Malizia (1973), grande successo ambientato negli anni ’50, quando Silvio aveva all’incirca la stessa età di Nino (Alessandro Momo), il ragazzino invaghito della bella cameriera di casa e poi promessa sposa del padre (Turi Ferro). Soprattutto ho pensato a quello che ha scritto il critico Anton Giulio Mancino sugli uomini raccontati dal regista: «Circondando le sue attrici di un nugolo assortito di maschi patetici, tragicomici, giovanissimi o anziani, senza grandi differenze in fatto di erotomania, Samperi ribadiva come alla maturità fisica, parentale e spesso anagrafica della donna guardata corrispondesse per il principio della proporzionalità inversa l’immaturità del soggetto sedicente virile, inguaribile guardone». Come ammetteva lo stesso regista: «Io non ho mai raccontato la storia di una donna, io ho raccontato e continuerò a raccontare come vedo io le donne, e le vedo sempre con lo sguardo del ragazzino che sono stato».

Anche Berlusconi ha sempre fatto qualcosa di simile, facendo delle donne pure proiezioni del suo sguardo, dalle ragazze spogliate e scosciate della TV anni ’80 (e di tutta quella a venire) fino all’ultimo, al corpo della giovane Marta Fascina ricoperto con austeri e anacronistici vestiti fuori moda, da moglie castigata anni ’50: lunghi fino ai piedi, con fantasia a piccoli pois, abbottonati fino al collo e dotati di collettoni bianchi o di pizzo; controfigura, più che delle sue ex mogli, dell’amatissima mamma Rosa Bossi in Berlusconi, estrema figura devota e accudente.

Di questo tratto proiettivo, Malizia è stato un film rivelatore e anticipatore: qui la donna che sorge dalle acque profonde dello sguardo maschile, evocata e non creata, è una cameriera che appare per la prima volta al funerale della madre del protagonista e guarda caso si chiama Angela. Più che una donna in carne e ossa, è infatti il realizzarsi dei sogni e delle fantasie di tutti gli uomini di casa: angelo del focolare e oggetto del desiderio. Il costumista Piero Tosi, che vincerà per questo film uno dei suoi numerosi Nastri d’Argento, interpreta alla perfezione le intenzioni del regista, costruendo una nuova immagine di Laura Antonelli, così aderente non solo ai desideri dei personaggi ma anche a quelli del pubblico, che l’attrice non potrà poi più cambiarla.

Nei suoi film precedenti, infatti, la Antonelli era stata una bella ragazza del suo tempo, indistinguibile da tante altre, spesso con capelli biondi lunghi e lisci e, soprattutto, con la frangetta a coprirle la fronte. Tosi era un costumista anomalo, che costruiva i personaggi non solo con gli abiti, ma prima di tutto con le pettinature e il trucco; convinto che, prima ancora che dall’abito, il personaggio fosse fatto dai capelli e dal viso, diceva: «Il volto è fondamentale. Il volto è il cinema, perché il cinema è un primo piano». Scoprì quindi la fronte alta e leggermente bombata dell’attrice e le tolse quasi completamente il trucco, mettendone così in evidenza i tratti rinascimentali e più precisamente leonardeschi. Addirittura riprese, a mio avviso, la pettinatura dai morbidi ricci lunghi fino alle spalle dall’angelo della Vergine delle rocce, secondo la sua abitudine di trarre ispirazione anche dalla storia dell’arte. L’angelo di Leonardo e la Antonelli sembrano gemelli: i grandi occhi chiari, la bocca delicata, l’arco sottile delle sopracciglia e perfino la forma del naso. «Aveva questo viso da Madonna e un corpo da Venere, attaccato alla terra», diceva Samperi della Antonelli, sulla stessa lunghezza d’onda ma probabilmente più a corto di riferimenti iconografici di Tosi. Il contrasto tra questo volto angelico e quasi asessuato e il corpo molto femminile diventeranno la cifra del suo enigmatico personaggio, che sembra non essere mai completamente nelle situazioni in cui si trova e non appartenere al nostro qui e ora, un tratto per cui verrà anche scelta spesso per ruoli in costume. Fra questi, anche se non nel ruolo principale, affidato invece a Valeria D’Obici, un gioiello poco noto nella filmografia di Ettore Scola: Passione d’amore (1981), dal romanzo di Iginio Ugo Tarchetti Fosca, «sul diritto alla bruttezza», come disse il regista stesso. C’è qualcosa di più antiberlusconiano di questo?