Il Giorno della Memoria è per tutti: nessuno può essere dimenticato

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Nel Prometeo incatenato Eschilo immagina che il protagonista elenchi i meriti che ha nei confronti dell’umanità e per i quali è crudelmente punito da Zeus. Tra i doni fatti ai viventi che li hanno trasformati da creature puerili in esseri riflessivi, «sovrani del proprio intelletto», pone orgogliosamente la scrittura: «fu mio il sistema dei segni tracciati, Memoria del mondo, fertile madre di Muse». La scrittura ha sempre svolto un ruolo fondamentale nella memoria della deportazione e lo sta assumendo sempre di più ora, quando la testimonianza orale sta a poco a poco scomparendo. Coloro che hanno vissuto la tragedia dei campi di concentramento se ne stanno andando uno ad uno. È, quindi, necessario, è doveroso consegnare a chi verrà dopo di noi una memoria documentata e completa del passato, che, utilizzando opportunamente tutti gli strumenti tecnologici a disposizione, rinunci a ogni retorica e rifugga ogni omissione. Purtroppo, invece, nel nostro Paese la retorica è assai coltivata e le omissioni stanno diventando clamorose. Ed è soprattutto sulle seconde che mi voglio qui soffermare, anche perché spesso i “vuoti” sono riempiti da un’artificiosa ricerca dell’effetto e da semplificazioni che stimolano l’adesione a superficiali luoghi comuni. Un ruolo fondamentale è svolto, certo, dai mezzi di comunicazione. Basti pensare ai titoli che vengono dati alle trasmissioni e ai telegiornali in occasione del 27 gennaio. Ma è una tendenza, come si vedrà più avanti, che si sta diffondendo anche altrove e, forse, è gradita a chi ci governa.

Il primo passo consiste nel presentare le leggi antiebraiche e la deportazione come se fossero avulse da ogni precedente evento storico. Primo Levi nella sua lettera Al Visitatore di Birkenau aveva già messo in evidenza, con la capacità di chi ha dimestichezza con la Memoria e con le Muse, l’inadeguatezza di un tale approccio: «La storia della deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere del Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania nel 1923, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto».

Se, poi, si compiono i corretti e necessari collegamenti fra gli avvenimenti storici, si comprende bene quanto sia inadeguata una storia della deportazione che riguardi soltanto il popolo ebraico. Non vi è alcun dubbio – sia ben chiaro – che lo sterminio degli ebrei deve avere un ruolo centrale nella narrazione del nazismo, del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Cioè di un tempo della nostra storia in cui i bambini, i malati, i vecchi, insieme agli uomini e alle donne delle loro famiglie, furono prelevati in ogni parte d’Europa per essere sottoposti a un viaggio spaventoso che li condusse ad Auschwitz-Birkenau, a Chelmo, a Belzec, a Maidanek a Sobibor, a Treblinka per essere sistematicamente eliminati. La barbarie nazifascista, però, si avventò su molte altre persone che non possono, non debbono essere ignorate. Nei campi del sistema concentrazionario furono condotti, e in molti casi morirono, anche prigionieri di guerra, rom e sinti, testimoni di Geova, omosessuali, nonché coloro che nei vari paesi si opposero agli occupanti tedeschi: antifascisti, partigiani, organizzatori e partecipanti agli scioperi operai, persone che appoggiarono la Resistenza. E, più in generale, uomini e donne che decisero di non adeguarsi, anche con un solo gesto, agli ordini dei nazisti. Per quanto riguarda gli italiani e le italiane, i deportati nei campi gestiti dalle SS – che erano cosa differente dai campi di internamento dei militari e dai campi di lavoro – furono oltre quarantamila. Gli ebrei, quasi tutti condotti ad Auschwitz, furono quasi ottomila: ne morirono più di settemila. Gli altri, oltre trentamila, furono portati in vari campi del Reich: Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Dora, Flossemburg, Ravensbruck; oltre 1200, tra cui moltissime donne, giunsero ad Auschwitz. Ne morirono 10.500. I dati sono stati citati per cercare di fornire un quadro il più possibile attendibile della deportazione italiana. Si deve però aggiungere che gli studiosi stanno continuando le loro ricerche per fornire sempre più accurati approfondimenti sui numeri e sui nomi.

La presenza della deportazione politica accanto a quella ebraica è stata pienamente riconosciuta nel testo votato dal Parlamento italiano al momento dell’istituzione del Giorno della Memoria. Infatti, la legge porta un titolo corretto: “Istituzione del ‘Giorno della Memoria’ in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici nei campi nazisti”. La legge sta, però, per essere modificata. Il 18 gennaio di quest’anno, al Senato è stata approvata una proposta – prima firmataria la senatrice Daisy Pirovano della Lega per Salvini premier – che attende ora l’esame e il voto della Camera. Nulla da dire sulla scelta di destinare due milioni di euro per tre anni alle scuole secondarie di secondo grado con lo scopo di favorire l’organizzazione di “viaggi nella memoria”, riservati agli studenti delle due classi terminali. È una scelta lodevole che sarà giustamente apprezzata dal mondo dell’istruzione, che oggi si trova ad affrontare non pochi problemi al momento di programmare e realizzare iniziative di questo tipo. La proposta di legge finalizza, però, i viaggi, e le relative risorse, a un solo scopo: «Far maturare la coscienza civica delle nuove generazioni rispetto all’estrema sofferenza patita dal popolo ebraico durante la persecuzione nazista della Shoah». Dell’esistenza della deportazione non ebraica sembrerebbe che gli studenti debbano essere tenuti all’oscuro e anche sui campi visitabili potrebbe delinearsi un’inquietante selezione. Per l’Italia la scelta delle scuole potrebbe essere quella di escludere le visite a campi diversi da Auschwitz? Una scelta molto limitante, che spingerebbe a scartare, ad esempio, Ravensbruck e l’approfondimento del tema della deportazione femminile e dello sfruttamento del lavoro delle donne nelle officine della Siemens. O Mauthausen, classificato dai nazisti con il numero 3, “campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro”, in cui furono condotti, e in gran parte morirono, tanti oppositori del regime fascista.

Viene alla mente un pensiero che si vorrebbe subito allontanare: non si vorranno così eliminare dal pensiero e dallo studio le scomode presenze di tanti comunisti, di tanti socialisti, di tanti oppositori del regime? Delle 650 persone, in particolare, che, come ci ricorda Dario Venegoni in un bellissimo articolo comparso il 26 gennaio su Domani, erano «antifascisti della prima ora, “attenzionati” fin dagli anni Venti o Trenta, spesso a lungo incarcerati, confinati, perseguitati»? Delle vittime di un regime da cui chi ci governa non riesce proprio a prendere le distanze? Sarà bene, però, allontanare questo pensiero e sperare che alla Camera si ponga rimedio – basta un emendamento di una o due righe – al vulnus che un testo siffatto recherebbe alla memoria della deportazione nel nostro Paese.


Il fondamento della violenza nazista

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Per non lasciarsi soffocare e impedire dall’odio che provava per l’irrazionalismo nazista, Thomas Mann cercava di dare una risposta razionale a una stessa domanda che ha riformulato in due articoli degli anni Quaranta, articoli ora compresi, insieme ad altri, in Fratello Hitler e altri scritti sulla questione ebraica (Mondadori, Milano 2005). La domanda è la seguente: «Che razza di esseri umani sono, che razza di mostri quelli che non sono mai sazi di uccidere [quelli che non si stancano mai di infliggere agli altri i peggiori tormenti], per i quali ogni miseria che riversavano sugli ebrei [per i quali la miseria che hanno riversato su vittime pacifiste e indifese, tanto avverse alla violenza] altro non era che uno stimolo a spingerli in una miseria ancora più profonda e più spietata [uno stimolo a far precipitare queste stesse vittime verso sventure ancora più terribili e spietate]?» (Ebrei nel terrore, 1942; Un popolo duraturo, 1944, corsivi nostri).

Tra le risposte che avanza, il «crollo morale del 1918» (La questione ebraica, 1921), cui farà cenno anche la Arendt nel suo saggio su Le origini del totalitarismo (1951); il declino, l’imbarbarimento, l’involuzione e la massificazione della cultura europea che esortava i giovani alla deresponsabilizzazione, vale a dire a delle «vacanze protratte dal proprio Io» (Attenzione, Europa!, 1935): li invitava cioè non solo a congedarsi dalla responsabilità, ma anche ad eludere con ciò stesso la complessità dei problemi posti dalla modernità, cercando di risolverli con la violenza, che è, dice Mann, un «principio straordinariamente semplificatore» (ibid.); l’anti-intellettualismo e il primitivismo come Weltanschauung (Fratello Hitler, 1939); la ripresa, l’approfondimento e l’attuazione politica di quell’irrazionalismo filosofico a cui György Lukács dedicherà l’intero suo saggio su La distruzione della ragione (1959); il sostegno da parte degli intellettuali tromboni o delle “muse arruolate” (così ad esempio in Auschwitz e gli intellettuali Enzo Traverso definisce Martin Heidegger); la falsificazione, alla quale, come evidenzierà nel 1949 Orwell in 1984, verrà attribuito «il medesimo valore che ha la verità» (ibid.), inaugurando così l’istituzionalizzazione della postverità; ed altre risposte ancora.

Tutte risposte fondate e pertinenti. Ma più che le risposte a noi qui interessa rilevare il senso e soprattutto il contenuto della domanda del romanziere di Lubecca, alla quale proveremo ad aggiungere una nostra risposta, che in spirito è vicina a quella che la stessa figlia dello scrittore darà nel suo saggio La scuola dei barbari (1938). La riprendiamo sinteticamente e la riformuliamo in forma affermativa: la violenza che i nazisti perpetrarono nei confronti del popolo ebraico – nazisti che, secondo lo storico Goldhagen, a differenza di quanto sostiene lo stesso Mann, erano antisemiti eliminazionisti come la maggioranza del popolo tedesco – ebbene questa loro violenza, osserva acutamente il narratore, non era altro che uno stimolo a compierne sempre di più e nelle forme più disumane possibili. Una volta messo a tacere ogni impulso morale, tranne quello che serviva al soldato in guerra o alla SS in Lager, i tedeschi si resero disponibili all’autoalimentazione della violenza all’unico scopo di ottimizzare la resa comportamentale nell’espletamento delle disumane operazioni di massacro.

Un’autoalimentazione, viene però subito da pensare, simile per certi versi a quella davvero infernale che i nazisti, prima della costruzione dei moderni impianti di cremazione a Birkenau, assicuravano al fuoco all’interno delle selvagge fosse di abbruciamento o nei roghi con lo stesso grasso dei cadaveri degli ebrei. Dopo la gasazione nei Bunker di Brzeżinka (in polacco questo nome significa “foresta di betulle”, “betullaio”, in tedesco Birkenwald o Birkenau, da Birke “betulla”, un albero la cui radice etimologica rimanda curiosamente a qualcosa di “luminoso” e di “risplendente” per via delle sue strisce bianche), i membri del Sonderkommando dovevano abbruciare più di una volta i corpi delle persone come inutili sterpaglie in disumani roghi a cielo aperto, alternando strati di corpi a strati di legna, di rami e tronchi di betulle. Dopo aver sbriciolato le ossa più grosse e aver più volte passato al setaccio i resti, la cenere veniva gettata nella Vistola o nella Soła, fiumi che si incrociavano proprio ad Auschwitz.

Questa autoalimentazione rimanda inoltre all’idea leviana di pendolarità della violenza, la quale, secondo il principio del “turbocompressore”, nel tempo si esalta e si potenzia anziché estinguersi, una violenza che richiede sempre più violenza, nello stesso e identico modo in cui l’abisso di quelle gheenne invocava altre e più capienti gheenne. Certo, i giovani ariani, ha dimostrato Monica Mann, erano stati educati per bene e per tempo alla barbarie, addestrati, gedrillt, secondo la pedagogia militare del Drill. Ma è sul campo che essi, rivaleggiando l’un l’altro, si sono effettivamente forgiati, in virtù della violenza da essi impunemente esercitata e da essi soprattutto vissuta come stimolo, come incentivo necessario a realizzarne con spirito competitivo livelli sempre più impensabili e feroci, formandosi e specializzandosi così in freddezza e durezza al fine di poterla affrontare senza subire traumi. Come il Deutschland, anche il giovane tedesco doveva quindi essere über alles, al di sopra degli uomini di tutte le altre nazioni e delle loro leggi morali, capace cioè di fronteggiare quella violenza crescente, senza limiti e arbitraria che li temperava proprio mentre la esercitavano. Il terrore, proprio del potere assoluto, dice a tal riguardo Wolfgang Sofsky nel suo saggio del 1993 Die Ordnung des Terrors, ha fondamento e fine in sé stesso, cioè nell’angoscia, e come tale non solo non ha bisogno di giustificarsi, ma si dimostra esercitandosi. «La brama di tormentare il prossimo», scrive infatti Mann a questo riguardo, «non aveva limiti» (Ebrei nel terrore). È in questo über che essi coglievano la continua esortazione a un aumento illimitato della Gewalt, cioè la possibilità di un aumento sia della brutalità sia, parallelamente, della loro potenza, intesa naturalmente come hýbris, come superbia, come arroganza. È insomma in quella eccedenza in violenza, in Gewalt, che essi vedevano la loro eccezione.

Da questo punto di vista, la loro formazione, specie secondo il Dachauer Modell, era pertanto soprattutto interiore, poiché per esercitare quella loro crescente aggressività non era affatto richiesta una particolare forza fisica. La loro Arbeit, il loro lavoro consisteva nel pianificare nel modo più razionale e metodico possibile la deportazione, lo sterminio e l’incenerimento di migliaia di esseri umani resi del tutto incapaci di reagire e di opporsi. Sicché, più che formare soldati, suggerisce Mann, gli ideologi del nazismo, i maestri dai «cervelli putrefatti» (Ebrei nel terrore) e «disgustosamente decomposti» (Un popolo duraturo), affetti da una «patologia abominevole» (Fratello Hitler) instillata in loro dalla «velenosa semente di Hitler» (Salvate gli ebrei d’Europa!, 1945), educavano invece esseri vili, ignobili e spregevoli – questa la razza di uomini cui lo scrittore fa riferimento nella sua domanda – la cui viltà (altro che coraggio!) cresceva in proporzione alla debolezza delle loro vittime. I nazisti – apprendiamo ad esempio dal manoscritto anonimo di un membro del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau – preferivano fucilare le vittime «uno alla volta», di modo che lo strazio dell’attesa dell’esecuzione fosse ancora più penoso della morte medesima. «Il tedesco», affermava infatti questo prigioniero, «sa bene come straziare gli uomini e dominare il loro stato d’animo» (La voce dei sommersi. Manoscritti ritrovati di membri del Sonderkommando di Auschwitz, Marsilio, Padova 1999, p. 215, corsivo nostro).

A proposito di questo esser forti con i deboli, di questa forza apparente: non appena entrato nella sua baracca, Salmen Gradowski – ebreo polacco di Suwalki, giunto ad Auschwitz l’8 dicembre 1942, selezionato appunto per il Sonderkommando e in seguito eliminato per aver preso parte il 7 ottobre 1944 alla rivolta tentata da alcuni membri di questa Squadra speciale –, non appena dunque arrivato al Block, Gradowski venne a sapere che il campo dove si trovava era «un campo di morte», era «un’isola dei morti», in cui gli uomini venivano non per vivere ma per morire. Venne a sapere insomma che quello «Non era luogo di vita. Era la residenza della morte» (La voce dei sommersi, p. 63, corsivo nostro).

Ora, com’è noto, L’isola dei morti è il titolo di un celebre dipinto che a fine Ottocento il pittore svizzero Arnold Böcklin aveva realizzato in cinque versioni, una delle quali, quella del 1883, era stata acquistata proprio da Hitler. Die Toteninsel era infatti uno dei quadri preferiti non solo dal Führer, ma anche da D’Annunzio e da Freud. Lo stesso compositore russo Rachmaninov, in una delle sue opere più riuscite del 1909 (L’isola dei morti, op. 29), era stato ispirato dalla versione in bianco e nero delle tele di Böcklin. A differenza di questi altri ammiratori dell’opera böckliana, però, la necrofilia “estetica” di Hitler, sostiene Erich Fromm, deriva dal suo sadismo, perché il sadico, afferma lo psicologo, «ha paura della vita»: questa «lo spaventava, perché, per sua stessa natura, è incerta e imprevedibile» (Anatomia della distruttività umana, Mondadori, Milano 1994, p. 366). La sua necrofilia pertanto non può essere che “estetica”, perché quest’uomo, scrive ancora lo psicanalista tedesco di origine ebraica (anche lui costretto ad emigrare nel 1934, prima in Svizzera e poi in America per sfuggire alla persecuzione nazista), nonostante il suo sadismo, «non riusciva a sopportare la vista dei cadaveri» (ivi, p. 504). Una siffatta contraddizione mette pertanto in luce quella debolezza che, seppur espressa in modo diverso, si riflette anche nelle odiose e vili operazioni delle Einsatzgruppen, poiché questi gruppi, sottolinea Gradowski nel suo taccuino, mostravano tutta la loro crudele forza non nei confronti di forti e coraggiosi soldati, bensì di fronte a vittime inermi e deboli (La voce dei sommersi, p. 52). Quel taccuino, scritto il 6 settembre 1944, e quindi certamente uno dei primi resoconti sullo sterminio sistematico degli ebrei, era stato ritrovato da una Commissione d’indagine sovietica il 5 marzo 1945 all’interno di una borraccia d’alluminio, rintracciata nei dintorni del crematorio III di Birkenau seguendo le indicazioni di Shlomo Dragon, uno dei due fratelli Dragon che, in quanto selezionati per lo Sonderkommando e inquadrati in particolare nello Stubendienst, nel servizio negli alloggiamenti degli uomini del Sonderkommando, hanno potuto creare le condizioni favorevoli per consentire a Gradowski di redigere le sue annotazioni. Come una guida sapiente, con le sue parole preziose, egli ci lascia intravedere cosa accadeva al popolo ebraico durante la deportazione e lo sterminio, perché, come pochi altri, sapeva entrare nella mente e nel cuore delle vittime, quasi a volerne mostrare e salvare i pensieri angosciosi e pieni di sconforto. In quella “gigantesca fornace ardente” di Auschwitz-Birkenau, nella quale operava giorno e notte il Sonderkommando, lo sterminio degli ebrei, ci dice a tal proposito la voce di un altro sommerso, Salmen Lewental, si svolgeva «in una tranquillità terrificante»: «gli uomini arrivano», scrive nel suo quaderno, ritrovato anch’esso vicino al crematorio III, «e senza sapere dove vengono condotti, vanno al crematorio»; «essi sicuramente non riusciranno a capire la verità, perché nessuno può figurarsela. Nessuno può neppure immaginare come gli eventi sia siano [svolti], perché è inimmaginabile che si [possano] riferire con precisione le nostre esperienze; solo uno [di] noi potrebbe raccontare tutto questo» (La voce dei sommersi, pp. 131-132). Dalla testimonianza dei fratelli Dragon e di quella di altri membri del Sonderkommando di Birkenau raccolte nel 1995 dallo storico israeliano Gideon Greif in Bakhinu beli dema‘ot (“Piangevano senza lacrime”… Testimonianze degli ebrei del “Sonderkommando” di Auschwitz), tradotte in tedesco nello stesso anno (Wir weinten tränenlos…” Augenzeugenbericht des jüdischen “Sonderkommandos” in Auschwitz) e in inglese nel 2005 (We wept without tears) veniamo infatti aiutati a capire queste loro terribili esperienze con precisione ma anche con sgomento, convincendoci sempre di più al tempo stesso, anche di fronte alla disastrosa guerra in atto in Ucraina, dell’unicità della Shoah.

Certo, alcuni di coloro che hanno “scandagliato il fondo” della realtà del Lager, diremmo con Levi, cioè i prigionieri del Sonderkommando, quelli che, come dice Shlomo Venezia, hanno “visto il peggio”, quelli che erano «tutto il giorno […] nel cuore dell’inferno» (Sonderkommando Auschwitz, Rizzoli, Milano 2007, p. 124), non sono tornati, e fra questi Gradowski, Langfus e Lewental. Essi, però, come si è detto, hanno lasciato allora sepolti dei taccuini che noi oggi possiamo leggere e dai quali apprendere alcuni aspetti della storia del Lager. Altri membri del Sonderkommando però sono tornati, come ad esempio Shlomo Venezia e quei superstiti intervistati da Gideon Greif, i quali, pur non avendo provato le stesse sofferenze patite dai “normali” deportati, e sebbene abbiano vissuto la medesima incomprensibilità delle azioni che erano costretti a compiere come dei robot, non se ne sono tuttavia lasciati paralizzare. A lasciare questi testi non sono stati necessariamente alcuni prigionieri privilegiati, come sottolinea Sofsky nella Prefazione del suo saggio, cioè alcuni dei “salvati”, diceva Levi nella Prefazione de I sommersi e i salvati (testo a cui peraltro fa riferimento lo stesso Sofsky), ma quelli del Kommando “speciale” che si sono mischiati ai prigionieri “normali” al momento dell’evacuazione del campo di Auschwitz-Birkenau o che sono riusciti a fuggire durante la marcia della morte, oppure quelli che sono sopravvissuti a questa marcia e che hanno resistito fino all’arrivo dei liberatori, dei russi ad Auschwitz e degli anglo-americani nei altri campi del Reich.

In ultima analisi, se, come dice ancora Primo Levi ne I sommersi e i salvati, per aver costretto i membri del Sonderkommando a distruggere i loro propri fratelli, le loro stesse famiglie e il loro popolo, le SS hanno commesso «il crimine più demoniaco del nazionalsocialismo» (Einaudi, Torino 1986, p. 34), altrettanto diabolico sembra essere quella loro folle disponibilità all’autoalimentazione della violenza, intesa come una delle forme attuative più esemplari del principio della necessaria priorità del negativo.


Quel che dobbiamo ricordare il Giorno della Memoria

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Che cosa vuol dire celebrare il Giorno della Memoria, in questo anno 2023, tra la stanca retorica di chi quella memoria ha lasciato morire e la clamorosa contraddizione di un governo di matrice fascista?

Vuol dire guardare in faccia la realtà, in tutta la sua crudezza. Cioè ripetere a voce alta, e allo specchio, queste parole di Primo Levi: «Il nazismo in Germania è stato una metastasi di un tumore che era in Italia. È un tumore che ha condotto alla morte la Germania e l’Europa, vicino alla morte, al disastro completo. Non sono solo per i quattro milioni di Auschwitz, ma anche per i sei o sette milioni di vittime ebree. Per i sessanta milioni di morti della Seconda guerra mondiale, che sono il frutto del nazismo e del fascismo».

Quel che dobbiamo ricordare è che il fascismo italiano è stato una ideologia e un regime della violenza e della morte quanto il nazismo tedesco.

Quel che dobbiamo ricordare è che le leggi razziste del 1938 non furono un sottoprodotto del razzismo tedesco, ma l’esito di una storia che ha le sue radici nella lunga storia dell’antisemitismo cattolico e della Chiesa, nella retorica nazionalista del Risorgimento, nel colonialismo liberale e poi fascista italiano.

Quel che dobbiamo ricordare è che il razzismo italiano fu il frutto del totalitarismo fascista, che odiava ogni diversità: quella di ebrei, rom, neri…

Quel che dobbiamo ricordare è che il razzismo italiano era legato alla mistica della guerra coltivata dal fascismo, e alla convinzione che una nazione ‘pura’ avrebbe sempre prevalso con la forza su una ‘meticcia’.

Quel che dobbiamo ricordare è che Mussolini non fu affatto ‘meno peggiore’ di Hitler. E che noi italiani non fummo affatto ‘brava gente’, ma responsabili esattamente quanto i tedeschi.

Quel che dobbiamo ricordare è che Giuseppe Bottai, ministro della pubblica istruzione, ordinò che la «Difesa della razza» fosse accolta in tutte le biblioteche scolastiche e universitarie, e letta nelle scuole. Quel che dovremmo rileggere, a voce alta in mezzo di strada, è il Manifesto della razza che vi fu pubblicato nel primo numero. Eccone qualche, mostruoso, passaggio: «È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità. È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali), da una parte, gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani».

Quel che dobbiamo ricordare è che il segretario di redazione di quella oscena rivista era Giorgio Almirante. Che vi scrisse, tra altre aberrazioni: «Vi fu dunque sempre un insuperabile, e spesso drammatico, contrasto fra la romanità – la ‘vera’ romanità e non quella annacquata dalla pseudocultura internazionalistica – e giudaismo. Il che dimostra ancora una volta che in fatto di razzismo e di antigiudaismo gli italiani non hanno avuto né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia». Triste, ma esatta, profezia.

Quel che dobbiamo, oggi, ricordare è che è lo stesso Giorgio Almirante a cui Fratelli d’Italia intitola le sue sezioni e, quando è al governo, anche piazze e strade.

Quel che dobbiamo, oggi, ricordare è che la nostra Presidente del Consiglio, che riconosce Giorgio Almirante come suo punto di riferimento, lo ha, tra l’altro, definito: «Politico e patriota d’altri tempi, stimato da amici e avversari. Amore per l’Italia onestà, coerenza e coraggio sono valori che ha trasmesso alla Destra italiana e che portiamo avanti ogni giorno. Un grande uomo che non dimenticheremo mai».

Oggi, Giorno della Memoria 2023, abbiamo il dovere di ricordare che, è vero: non l’hanno mai dimenticato. Proprio per questo ciò che è successo potrebbe succedere ancora. Abbiamo il dovere di ricordare che il fascismo non è morto, e non è cambiato. E che, oggi, chi rivendica quelle idee atroci (che non sono separabili dai campi di sterminio cui portarono) è tornato al potere in Italia, e si appresta a calpestare la Costituzione antifascista del 1948, per ridare il potere nelle mani di uno solo.

Il Giorno della Memoria riguarda tutti noi. Riguarda il presente e il futuro. Perché, come diceva Primo Levi in quella stessa intervista: «Anche in Italia non ci vorrebbe molto. Io purtroppo devo dirlo – lo so questo: non è che lo pensi – i lager si possono fare dappertutto, possono esistere. Dove un fascismo – non è detto che sia identico a quello –, un fascismo, cioè un nuovo verbo come quello che amano i nuovi fascisti d’Italia, cioè che “non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno i diritti, altri no”. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il lager. Questo io lo so con precisione».


​Migranti. Le urla di Abdul, torturato in quel lager chiamato Libia

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Cerco un ragazzo di 17 anni, con i capelli crespi e scuri, gli occhi sono dilatati dal dolore. Si può guardare attraverso quegli occhi come se non finissero mai. È magro e sottile come la sua gente. Conosco il luogo in cui è nato, i luoghi della sua infanzia e adolescenza: il Tigrai con le ambe e le valli dove il verde si rannicchia succhiando la vita. So anche il suo nome: Abdul Razaq. Lo immagino camminare attraverso montagne e deserti, lo vedo coperto di polvere su pick up che corrono su piste segnate dall’usura dell’uomo. È uno di coloro per cui non c’è nulla che li aspetti, in nessun luogo, che devono portare tutto con sé, che sono dispersi come le perline di una catenella che si sia sfilata. Migranti. La distanza tra il Tigrai un piccolo pezzo di mondo calpestato dall’odio e dalla fame, è di alcune migliaia di chilometri.

Non so quanto tempo un ragazzo di 17 anni impieghi a percorrere questo abisso. Mesi? Forse anni? Vogliano concedergli mesi per cercare i soldi con cui pagare le tappe successive del viaggio o soltanto per riposare un po’. Non so quanto arrivare in Libia gli sia costato. I prezzi della tratta variano dipende alla domanda e dalla offerta. È il capitalismo signori, il libero mercato: droga uomini merci che differenza fa? Forse mille euro, forse di più. Non lo so. So che il suo cammino è terminato, in un posto che si chiama Janzur, Libia. No. Abdul Razaq non ha compiuto l’ultimo balzo con il gommone o la barca, il dettaglio che lo fa diventare per noi qualcosa. Da respingere o da salvare. In questo caso lo avrei trovato a Lampedusa o sulla nave di qualche organizzazione umanitaria che incrocia sulla rotta della morte. Bandiere scolorite dei diritti dell’uomo, la svendita di un continente, marea montante del fango, da dieci anni, popoli respinti lentamente al macello. Un burocratico, mediocre avvilente crepuscolo degli dei.

In fondo Abdul non è nemmeno un migrante, si è fermato prima, è niente. È finito nel setaccio che abbiamo preparato per quelli come lui, oggetti senza valore in sé ma che si possono far fruttare. Sta sperimentando la soluzione che abbiamo inventata dall’altra parte del mare per risolvere il problema della migrazione, quella che ci dà fastidio, perché arriva da quell’insopportabile, puzzolente Sud del mondo.

Mi piacerebbe parlare con lui: che cosa pensa, che cosa sente, che cosa sa, cosa confessa a se stesso e cosa non vuole rivelare per pudore e per dolore a sé e agli altri. Invece mi devo accontentare di un video: disumano o semplicemente troppo umano? Vi compare solo un ragazzo tigrino che viene torturato lungamente, implacabilmente in una luce pallida, malata, gialliccia da mani senza volto con scariche elettriche al collo al petto in tutto il corpo. Vogliono soldi dalla sua famiglia, da chiunque, diecimila dollari per liberarlo o forse solo per non torturarlo più. Non so se basteranno per far sì che salga su un barcone diretto in Italia.

Speri febbrilmente che il video finisca e ti prende la paura, aspra, inspiegabile, come se quando la sequenza si chiude dovessi trovare sfasciato il mondo. Conosco i luoghi, le prigioni per i migranti, gli uomini feroci a cui noi, noi persone civili che amiamo la pace e odiamo l’ingiustizia diamine!, li abbiamo consegnati da anni. Avrei molte cose da raccontare, posso immaginare molte cose ma non voglio ricordi. Da anni ho deciso di non scriver più di migranti perché per raccontare gli esseri umani, le loro tragedie e non fare letteratura bisogna meritarselo: e io, noi che abbiamo fatto per meritarcelo? Violo la mia promessa per Abdul Razaq: voglio guardarlo negli occhi, sentire la sua voce che non sia quel lamento di bestia torturata. Ma so che la pietà è una cosa da tempi tranquilli. Guarderemo il video. Si farà il possibile, se si può… seppelliamo i morti e divoriamo la vita. Ne avremo, noi, ancora bisogno

L’articolo è tratto da La Stampa del 31 ottobre

 


Mauthausen e il giuramento della speranza

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1.

Tra gli anniversari della Liberazione e del Referendum che fece dell’Italia una repubblica si celebra anche, seppure in modo più sommesso, un’altra data, il 5 maggio 1945, quando le truppe americane raggiunsero il campo di concentramento di Mauthausen, ultimo dei lager nazisti a essere liberato.

In una giornata di sole primaverile, verso mezzogiorno, coloro che si trovavano ancora nel campo udirono un forte rombo dei motori e videro apparire le avanguardie della 3ª Armata. I soldati si trovarono di fronte a cataste di morti e a 16.000 deportati coperti appena di stracci, che la fame, il freddo, i maltrattamenti avevano ridotto a scheletri viventi. Tremila morirono nei giorni immediatamente successivi; altri, malgrado le cure, riuscirono a sopravvivere solo per alcuni mesi. Si calcola che, complessivamente, a Mauthausen furono richiuse circa 190.000 persone e che 90.000 vi abbiano trovato la morte. Nella classificazione del sistema concentrazionario nazista, Mauthausen era collocato nella “terza categoria”: era un campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro, non era previsto il ritorno per coloro che vi erano internati. Che erano prevalentemente prigionieri di guerra e oppositori politici: polacchi, ungheresi, spagnoli, sovietici, francesi, belgi, olandesi, e italiani (più di seimila). Insieme a numerosi ebrei, Rom e Sinti, “triangoli rosa”, ovvero persone deportate a causa dell’orientamento sessuale. Occorre anche ricordare che, nell’ultima fase della guerra, a Mauthausen erano confluiti moltissimi prigionieri provenienti da altri lager situati più a est, che i tedeschi avevano dovuto abbandonare per l’arrivo degli Alleati. La presenza di così tante persone di diverse nazionalità conferisce un particolare significato alla cerimonia che si svolse il 16 maggio 1945, in occasione del rimpatrio del primo contingente di deportati, quello sovietico. Sul piazzale dell’appello si tenne una grande manifestazione antinazista, al termine della quale fu emanato il testo di un appello noto come il “Giuramento di Mauthausen”.

Nei giorni drammatici che stiamo vivendo, forse, può essere importante ripercorrere, nelle sue parti più significative, il messaggio di solidarietà e fraternità fra i popoli che coloro che stavano per tornare nei paesi liberati ci hanno lasciato. I detenuti liberi, sfuggiti dalle mani dei boia nazisti, non invocarono vendetta, ma espressero, invece, la consapevolezza del valore della fratellanza tra i popoli: «Così come il mondo è stato liberato dalla minaccia della supremazia hitleriana con uno sforzo comune di tutti i popoli, dobbiamo considerare questa libertà conquistata come un bene comune di tutti i popoli». Si esprime la convinzione che la memoria della solidarietà internazionale che si è affermata nel lager e la volontà di ricostruire il mondo su principi di giustizia sociale e nazionale saranno alla base della collaborazione pacifica fra gli stati e fra i popoli. C’è, infine, l’impegno di percorrere una strada comune: quella della libertà indispensabile di tutti i popoli, del rispetto reciproco, della collaborazione nella grande opera di costruzione di un mondo nuovo, libero, giusto per tutti. Il giuramento viene suggellato con queste parole: «Nel ricordo del sangue versato da tutti i popoli, nel ricordo dei milioni di fratelli assassinati dal nazifascismo, giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Vogliamo erigere il più bel monumento che si possa dedicare ai soldati caduti per la libertà sulle basi sicure della comunità internazionale: il mondo degli uomini liberi!»

2.

Il giuramento di Mauthausen è l’espressione di una grande speranza di pace e di giustizia basate sulla solidarietà internazionale e ci fa comprendere come, in quel momento in Europa, dopo la resa incondizionata della Germania, si potesse veramente guardare con fiducia l’avvenire e considerare la guerra una realtà mostruosa ormai lontana. Pochi anni dopo la nostra Costituzione avrebbe tradotto in norme giuridiche il rifiuto, anzi il ripudio della guerra. Nell’Assemblea Costituente, eletta con il suffragio universale nello stesso giorno del Referendum del 1946, gli esponenti dei partiti antifascisti occupavano oltre l’80% dei seggi. Molti di loro avevano alle spalle anni di battaglie contro il fascismo e il nazismo e condividevano, pur nelle differenti posizioni politiche, una decisa condanna della scelta bellica di Mussolini che aveva condotto il nostro paese a una umiliante sconfitta e a una tragica distruzione. L’art. 11 usa il termine “ripudia”, che compare una sola volta nel nostro testo fondamentale. Si volle così esprimere la condanna senza appello della guerra, sia come strumento di offesa della libertà dei popoli sia come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali. L’uso delle armi viene considerato possibile solo per reagire a un’ingiusta aggressione condotta dall’esterno sul territorio italiano.

Purtroppo, tuttavia, prima che l’immane carneficina della Seconda guerra mondiale si concludesse ci sarebbe stato ancora un terribile avvenimento: i bombardamenti atomici che gli Stati Uniti inflissero alle popolazioni di Hiroshinma e a Nagasaky nell’agosto 1945. Non è questo il luogo per discutere se questa fosse davvero l’unica strada per piegare l’accanita resistenza giapponese che poteva far apparire ancora lontana la fine della guerra. Sono invece, seppure approssimativamente, certe le conseguenze sulla popolazione civile che questa scelta determinò. Si contarono più di 200.000 morti e 150.000 feriti come effetto delle due esplosioni. A cui si devono aggiungere i pesantissimi effetti sulla salute delle persone che si videro negli anni successivi. Dopo la tragedia di Hiroshima e Nagasaky, dopo l’invenzione delle armi termonucleari, sembrava, però, diffusa la consapevolezza, anche a livello di opinione pubblica, del pericolo paventato nella celebre frase di Albert Einstein: «Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni».

Oggi, sembra che questa consapevolezza non sia più così scontata e, soprattutto, che l’idea della solidarietà internazionale sia sempre meno diffusa.

3.

Come è stato possibile? La risposta è contenuta nei settantasette anni che ci separano dal giorno in cui i deportati si accinsero a lasciare l’ultimo campo di concentramento liberato. Purtroppo, quando si prova a suggerire un minimo esame storico, si viene spesso invitati a pensare al presente e non al passato. Frequentemente, però, l’invito viene avanzato proprio dalle stesse persone che chiedono di “saltare” alcuni decenni di storia e di assimilare senza se e senza ma l’attuale situazione ucraina alla lotta che i partigiani combatterono e che contribuì a porre fine alla Seconda guerra mondiale.

Un’analisi corretta è, invece, proposta da un libro di Noam Chomsky (Perché l’Ucraina, Ponte delle Grazie), uscito proprio in questi giorni, che si esprime sull’invasione russa dell’Ucraina con parole che non possono dare luogo a dubbi: «Non ci sono giustificazioni o attenuanti, occorre cercare spiegazioni». Non è possibile sintetizzarne in poche righe il contenuto, ma, indubbiamente, si può sottolineare il grande merito del libro: quello di usare la dimensione dello spazio e del tempo nella ricerca delle cause dell’aggressione russa dell’Ucraina, di provare a gettare lo sguardo oltre il confine violato e la data del 24 febbraio 2022. Usando un approccio di questo tipo, Chomsky descrive le vicende che hanno visto contrapposti i due grandi imperi, statunitense e sovietico, nel corso della Guerra fredda; il ruolo della NATO e le responsabilità degli Stati Uniti, soprattutto dopo la fine dell’URSS; la difficile posizione dell’Europa e l’attuale, rilevante importanza della Cina nell’assetto mondiale e anche nella crisi ucraina. Tra l’altro, Chomsky sottolinea l’estraneità che la maggior parte del mondo dimostra nei confronti del terribile spettacolo in scena in Europa. Anche le sanzioni non sono state votate da nessun paese del Sud globale «che resta a guardare disorientato mentre le nazioni d’Europa tornano al loro tradizionale passatempo di massacrarsi a vicenda e intanto seguono la loro vocazione di distruggere tutto ciò che ritengono essere alla loro portata: Yemen, Palestina e tanti altri».

La globalizzazione, peraltro, ha reso sempre più labile la solidarietà internazionale, perché non solo non ha favorito una più equa distribuzione della ricchezza nel mondo, ma ha, semmai, contribuito ad accentuare le distanze fra paesi ricchi e paesi poveri e, all’interno di essi, fra le differenti classi sociali. Basta esaminare la “piramide” della distribuzione della ricchezza mondiale: metà della ricchezza appartiene all’1% più ricco della popolazione; gli adulti che si collocano nella parte più abbiente, pari al 10% del totale, ne detengo l’85%, mentre la parte più povera, pari al 90%, detiene il restante 15%. Anche in Europa, dove forse la strada della lotta alle disuguaglianze avrebbe potuto essere più agevole, la camicia di forza delle regole imposte dall’Unione Europea ha imbrigliato gli stati e ha a lungo impedito che potessero dispiegarsi pienamente quelle politiche economiche e sociali che avrebbero consentito di realizzare una comunità più libera e più giusta. E non si può essere accusati di pessimismo se si pensa che anche gli effetti delle sanzioni alla Russia si scaricheranno sui ceti meno abbienti e costeranno la perdita di milioni di posti di lavoro.

Cercare la strada del negoziato e della diplomazia è, oggi, una strada obbligata e, come Chomsky ci ricorda, potrebbero essere necessari anche dei compromessi. Al primo posto ci deve essere l’impegno di costruire seriamente la neutralità dell’Ucraina: «nessuna adesione a un’alleanza militare ostile, nessun alloggiamento di armi puntate sulla Russia (nemmeno quelle chiamate erroneamente “difensive”), nessuna manovra militare con forze armate ostili». L’Unione Europea deve svolgere un’azione convinta per favorire le trattative in modo che al più presto venga dato l’ordine di cessare il fuoco.

Per trovare l’indispensabile via d’uscita dal tunnel della guerra, lo spirito che animò il giuramento di Mauthausen può rappresentare un punto di riferimento di grande valore morale. Il messaggio in esso contenuto acquista ancora maggiore significato se si pensa che fu pensato e scritto da persone che avevano conosciuto la fame, il freddo e ogni tipo di sofferenza. Ripensiamo a cosa videro gli americani entrando a Mauthausen (come a quello che videro i soldati dell’Armata rossa superando i cancelli di Auschwitz e tutte le truppe che liberarono nei campi di concentramento di cui era cosparsa l’Europa): cataste di cadaveri e scheletri viventi. Tutte le strutture dei lager parlavano di torture, di esecuzioni spietate; delle uccisioni con il gas di uomini, donne e bambini e della cremazione di milioni di corpi. Eppure, questa umanità martoriata riuscì a parlare di solidarietà internazionale e non di vendetta, a chiedere libertà e giustizia sociale, a pensate al mondo intero e non solo alla propria nazione. Non possiamo dimenticarlo.


Migranti. Organizzare una cospirazione del bene

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Qualche giorno fa, a Firenze, è arrivato per il forum sul “Mediterraneo frontiera di pace” (https://volerelaluna.it/territori/2022/02/23/firenze-migrazioni-passerelle-e-luoghi-comuni/), l’ex ministro Minniti, quello del Memorandum Italia-Libia (https://volerelaluna.it/migrazioni/2022/02/15/revocare-il-memorandum-italia-libia/), che ha finanziato i lager e le relative torture. L’ex ministro è oggi in Leonardo, uno dei maggiori venditori di armi del mondo. Era un incontro che riuniva vescovi e sindaci per parlare di un mare “frontiera di pace”. Di pace, con Minniti. E si faceva riferimento a La Pira, a La Pira, con Minniti (https://volerelaluna.it/commenti/2022/02/23/firenze-tradisce-la-pira/). Papa Francesco doveva arrivare ma non è arrivato: si è risparmiato incontri imbarazzanti, forse non solo con l’ex ministro, anche con qualcuno della sua “ditta”, come la chiamava Don Milani.

In contemporanea Mediterranea Saving Humans organizzava con Luca Casarini un incontro con chi lavora per aiutare i migranti e dava la parola a uno dei rifugiati sopravvissuti alla detenzione nei lager libici. In sala, intorno a chi parla e a chi ascolta, nell’aria nel cuore e nell’anima, c’è la tristezza di questo tempo ancora di guerra, l’angoscia dell’impotenza di fronte alla geopolitica del potere, dove l’antico imperialismo da secolo breve segnala che il secolo non è poi per nulla breve. Parla David, da un luogo imprecisato. Ricercato, nascosto. E il suo racconto fa venire i brividi. Forse dice cose che già si sono lette e chi voleva sapere sapeva. Ma le storie, le vite raccontate, sono un’altra cosa. Non è un fatto di politica estera, in un certo senso nemmeno di politica dell’accoglienza. È questione di esistenza, di umanità, quindi davvero di politica. È la vita di qualcuno che ha un nome e una vita da raccontare. La racconta pacatamente, pacatamente ti spiega che con i soldi delle nostre tasse – i nostri soldi – si finanziano quei lager, quelle torture, le bande armate chiamate guardia costiera. Li paghiamo noi, seduti in platea ad ascoltare. E la vita di una persona che ti guarda e ti parla non è una somma indistinta di numeri. Minacciosa, magmatica, nemica. I miei studenti una volta parlavano male dei “cinesi invasori” della loro città. Dissi che non mi sembrava bello verso la loro compagna, orientale. Mi risposero: «Ma che c’entra lei, prof… lei è Jong, la conosciamo, è una di noi». Una persona, un nome, tutta un’altra storia. Dalla discussione viene fuori un disagio, una sofferenza. Ma forse alla fine anche una specie di terapia. C’è lo sdegno ovviamente, molti dicono che quelle parole fanno accapponare la pelle, un dolore viscerale, una rabbia. E c’è anche il senso di impotenza, di radicale insufficienza di quello che facciamo, mai all’altezza dell’orrore, del disumano. Un impegno condannato ad essere di parole, con il rischio di salvare davvero solo le nostre coscienze. Forse.

Alessandro Santoro, prete delle Piagge, dice che qui ci conosciamo tutti, si ascolta, si parla, si risponde al mega convegno istituzionale con Minniti. Siamo noi e noi siamo così, con il dovere di esserci, il senso dell’atto dovuto. Ma poi? Bisognerebbe parlare con quelli/e che non ci sono, incontrare gli assenti, quelli che passano per la strada. Essere radicalmente altro e fare diventare il mondo altro, almeno un po’, a partire da dove viviamo e lavoriamo, costruendo relazioni. Una specie di sovversione esistenziale.

Luca Casarini racconta anche lui, in un certo senso, la sua storia, un po’ da Holden Caulfield (Catcher in the Rye): quello che acchiappa i bambini che da un campo di segale cadono nel dirupo. E viene fuori la proposta, un po’ buffa ma di radicale ingenuità, cioè potente, di organizzare una cospirazione del bene. Ci si mette sulle frontiere, si attraversano, si fanno ponti. Si aiutano le persone che soffrono nei lager a fuggire e poi gli si va incontro e si portano via. Una sorta di politicizzazione dell’etica. Dice che la vecchia nave, la Mare Jonio, si vede che è rinata, è felice, ce lo fa capire. Vicini a terra ti ordinano ‒ “le autorità” ‒ di fermarti, fuori dal porto, di rispettare i Sacri Confini. Tu gli comunichi che neanche per idea, noi prima si attracca, si fanno scendere tutte e tutti, poi voi fate quello che vi pare. Prima gli umani. Ti processano, magari ti portano anche in galera per un po’. Chi se ne frega. Alcuni di quelli salvati in Italia o altrove abitano, vivono, lavorano, vanno a scuola. Ti chiamano ogni tanto per salutarti e allora sei felice, come la nave. Vivi finalmente anche tu. Le cose che si fanno hanno un senso, vincono il disincanto, la “malinconia di sinistra” come l’ha chiamata Enzo Traverso.

A un lavoro così arrivano a dare una mano anche ragazze e ragazzi, gli ontologicamente assenti dai convegni istituzionali e dai partiti. Dalla politica come antica militanza: farsi il culo oggi per prendere il potere domani e poi, dall’alto del potere, cambiare il mondo dopodomani. Quello che si fa deve avere senso per chi lo fa, aiutare altre e altri, dunque dare un po’ di felicità.

Quel dolore nello stomaco che si prova ad ascoltare certe storie ha a che fare con l’amore viscerale delle madri per figlie e figli. È una radice dell’umano. Che basta e avanza per combattere il disumano. Per essere sovversivi, cospiratori, naviganti felici, nell’etica del mare.


Draghi in Libia: nulla è cambiato rispetto alla linea Minniti-Salvini

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«Noi esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa, per i salvataggi e nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia». Con queste poche parole, il presidente del Consiglio Draghi in visita in Libia ha delineato la strategia presente e futura del suo Governo in tema di immigrazione e diritti umani. Nulla di nuovo verrebbe da dire, se non ci si trovasse di fronte all’esecutivo che doveva segnare una svolta per il nostro Paese. Eppure la linea dettata è ancora una volta quella della continuità.

Di fronte a dati reali e testimonianze, anche di agenzie delle Nazioni Unite, che parlano da anni di torture, morte, stupri, riduzione in schiavitù e violenze diffuse, il capo del Governo italiano esprime soddisfazione. Chiama salvataggi quei respingimenti delegati alla cosiddetta guardia costiera libica. Definisce «aiuti e sostegno» le risorse impiegate per sostenere i trafficanti, travestiti da guardia costiera o da polizia locale, non certo per sostenere il processo di pace.

In sostanza, al di là della citazione fugace dei corridoi umanitari – un impegno peraltro imbarazzante se guardiamo ai numeri (poche centinaia di persone a fronte di decine di migliaia di respingimenti) – il presidente del Consiglio ha deciso di sposare in pieno la linea del duo Minniti-Salvini. La strategia è sempre la stessa: fornire strumentazione e sostegno, diretto e indiretto, alle milizie che gestiscono in Libia luoghi di tortura più o meno ufficiali, nonché le operazioni di cattura delle persone in fuga in alto mare (chiamandoli salvataggi), definendola «azione umanitaria in nome dell’interesse nazionale». Passi pure rappresentare l’interesse privato di aziende che operano in Libia come interesse del Paese, ma descrivere il sostegno a violenze e torture come interesse pubblico è davvero insopportabile.

Dal 2017 a oggi, almeno 20 milioni di euro sono stati trasferiti dai Ministeri italiani verso la Libia, che si aggiungono ai 57,2 milioni del programma europeo del Fondo fiduciario, spesi direttamente per formare, equipaggiare e regalare alle guardie costiere libiche almeno 46 mezzi navali (di cui due dovrebbero essere consegnati prossimamente) più 40 fuoristrada e minibus sempre per impedire l’immigrazione. A questi si sommano le attività di coordinamento, supporto e formazione nell’ambito delle altre missioni navali nel Mediterraneo e missioni internazionali sia italiane che europee (780 milioni di euro dal 2017).

Risultato? Più morti, violenze, torture e stupri. Nel 2017 le intercettazioni delle c.d. guardie costiere libiche sul numero degli arrivi in Italia erano il 9%, mentre nel 2020 un profugo su due è stato vittima di respingimento. Dal 2017 a oggi sono oltre 55mila le persone riportate nei lager libici ‒ tenendo conto che gli aggiornamenti arrivano al 27 marzo ‒ e negli ultimi giorni oltre 500 persone sono state intercettate e riportate a terra. Nel solo 2017, furono oltre 15mila persone. Sempre dall’anno della firma del Memorandum hanno perso la vita, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale, secondo le stime dell’OIM, oltre 6mila persone (6.649).

Gli unici a trarre beneficio da questa strategia, oltre alle milizie libiche, sono i movimenti xenofobi anti immigrati, che su queste tesi hanno costruito la loro fortuna. In altre parole, stiamo usando denaro pubblico per sostenere da un lato quei trafficanti che si dichiara di voler combattere e dall’altro gli Orban e i Salvini di tutta Europa. Nulla di cui essere soddisfatti per un “governo europeista”.

 


MEMORIA. Notte sull’Europa

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Nel 1963 l’Associazione ex deportati politici nei campi nazisti pubblicò uno straordinario e approfondito volume (Notte sull’Europa) con storie di deportati. A segnalare l’importanza dell’evento il disegno di copertina (riprodotto nella homepage) venne commissionato a Renato Guttuso e la presentazione a Carlo Levi. Si ripropone qui quella presentazione, documento di grande lungimiranza e modernità.

Quando ritorna nella memoria, o si ritrova nei racconti, nei libri, nei documenti, nelle immagini, qualcosa del tempo disumano dei campi di concentramento, ancora avviene di ritrarci come per la presenza di uno spavento, di un impen­sabile orrore, di una inesistenza al di là dei limiti dell’uomo, di una perdita, di una degradazione che coinvolge le radici profonde dell’essere e repugna alla ragione che le oppone un suo vano rifiuto, e pare riproporci i più oscuri, arcaici abissi nascosti e ricoperti nel profondo della coscienza, di una totale impossibilità che pure è in noi, di uno spaventoso assurdo che pure abbiamo vissuto. E, malgrado il correre del tempo e il rimarginarsi delle ferite e la continua novità delle cose, e il nascere colorato e molteplice dei nuovi esseri, e lo scorrere vitale della storia, delle infinite nuove vicende individuali, quella grande negazione rimane presente, e pesa, come se tuttora condizionasse, per il solo fatto di essere stata, la vita degli uomini e il loro futuro. Ancora essa appare nel sogno con cui finisce «La tregua» di Primo Levi, questo libro meraviglioso di altezza morale e di qualità poetica, con il grido di sveglia che rinasce ancora dall’ombra felice di questi giorni interme­diari e ci riporta le livide albe di Auschwitz.

Certo, coloro che per diretta, e atroce, esperienza, o per avervi (come è avvenuto a tutti) in qualche modo partecipato, hanno parlato e scritto dei campi di sterminio, dei «giorni della nostra morte», dell’«univers concentrationnaire», o si sono chiesti «se questo è un uomo», hanno sentito che quella realtà (o non realtà) non stava chiusa nel suo passato, non si esauriva con la sua fine, ma si prolungava nel tempo come qualcosa di permanente, di decisivo, come un peccato fondamentale gravante sulle generazioni e tale da modificare la vita del mondo. «Dopo Maidaneck…», usava ripetere Umberto Saba. «Dopo Maidaneck…» e intendeva che dopo gli orrori del nazismo tutti gli uomini sono in qualche modo diminuiti. «Tutti ‒ vittime e carnefici, siamo ‒ e lo saremo per molti secoli ancora ‒ molto meno di quanto fossimo prima». Mai si era giunti a una tale disgregazione e negazione, a una tale degradazione dell’uomo in cosa, in oggetto, in rifiuto. «Un pezzo di sapone che dobbiamo seppellire piangendo, un pezzo di sapone che è il corpo e l’anima di un uomo». È questa estremità (che ha esaurito nei fatti ogni possibile immaginazione, e ha mostrato nell’avvenimento la forma fisica della totale alienazione) che ha diminuito il mondo. È questa estremità che è apparsa come una cosa nuova, mai prima avvenuta: come una colpa mai prima commessa, e inespiabile. Così Primo Levi racconta il momento della liberazione, l’apparizione della prima pattuglia russa, quattro giovani soldati a cavallo, a Auschwitz, sul mezzogiorno del 27 gennaio 1945:

«quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo. Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi dove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male; spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia».

Per questo ogni racconto, ogni descrizione, ogni denuncia di quel tempo, di quel male, di quella offesa, suona in qualche modo anche come una confessione. Riguarda tutti, rimorso che va ai limiti del mondo. Perché? Perché il senso di colpa pare debba toccare, di fronte a quelle estremità, anche il giusto, anche la vittima? Forse non soltanto perché questa è la legge del male, ma perché il campo di sterminio è stato per tutti gli uomini quello che ha portato all’evidenza dei fatti, con una inaudita concentrazione di orrore, e ha rivelato alla coscienza, una situazione nascosta nella remota eredità della storia. Il Lager è stato non soltanto una criminale follia del nazismo, ma anche, in un certo modo, la «soluzione finale», la conseguenza rigorosa e fanatica dell’ultima esplosione di una concezione idolatrica e disumana dei rapporti umani, nel mondo rituale della servitù. Lager, in modo meno condensato e evidente, senza filo spinato e forni crematori, sotto i felici aspetti della civiltà e degli Stati, è stato nei secoli la vita di una parte (di una gran parte) dell’umanità: il Lager della miseria, della fame, della servitù, della alienazione. Si potrebbe pensare che il Lager tedesco è stato la ripresa virulenta, definitiva e ultima, il punto finale di un fenomeno storico dappertutto diffuso, che è il rifiuto dell’uomo da parte dell’uomo, l’uccisione quotidiana dell’uomo, il permanente sacrificio umano sull’altare degli idoli dello Stato. Il nazismo vi aveva aggiunto il nuovo e moderno elemento totalitario, che aboliva i limiti e le frontiere e i compensi interni dell’antichissima idolatria, distruggendo ogni contrappeso morale e sovrastrutturale, fino alla nuda realtà dei campi di sterminio. Più in là non si può giungere. È la fine di un mondo di negazione rituale, che ha condensato e bruciato in un momento le sue colpe millenarie, e ha ritrovato, riscoperto e resi espliciti, col nazismo, i suoi sacrifici sanguinosi.

Si può, si deve pensare che questo scoppio finale abbia potuto segnare veramente la fine di quel mondo. Per questo, malgrado il disgusto e la vergogna, conviene conoscere e ricordare e ripensare anche quello che oggi sembra incredibile. Era quello il nero mondo dell’omicidio. Non poteva andare più in là, né ripetersi. La coscienza universale non avrebbe più potuto riimmergersi in una tale esperienza: ma tuttavia il suo peso permane come diminuizione di valori, oscuro pericolo. Dopo i campi di sterminio è venuta la bomba, la nuova dimensione atomica, dove tutti sono, ancora una volta, coinvolti. Dopo il mondo dell’omicidio appare il mondo del suicidio, entrambi collettivi e totalitari. E se il primo implica tutti gli uomini moralmente nella sua colpa; il secondo implica tutti gli uomini anche materialmente nella sua distruzione. Per questo, conviene conoscere e ricordare, e, con chiara coscienza, oggi, agire.

Roma, novembre 1963

Qui il link per scaricare il testo originale della presentazione di Carlo Levi al libro Notte sull’Europa pubblicato nel 1963 dalla Associazione ex deportati politici nei campi nazisti (testo tratto dal sito della Fondazione Lelio e Lisli Basso)


MEMORIA. Testimoni della Storia. Un ricordo personale

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L’anno scorso in questo periodo ero nella elegante e gelida Praga. Da anni, in realtà, vivo a Praga, tra gennaio e marzo, per accogliere migliaia di ragazzi che partecipano ai viaggi della memoria e, sulla via per Cracovia, passano per quei luoghi che tanta storia hanno vissuto. Ho camminato a Terezín con loro, raccontando storie; quelle storie che fanno sì che non si parli solo di numeri, storie che diventano la trama dei nostri viaggi. I luoghi che visitiamo sono importanti, ma non sono nulla senza le storie di chi vi ha abitato, vi ha vissuto o vi è morto. La memoria ci parla della vita di queste persone ma anche di una società disintegrata dal regime nazifascista, dalle leggi razziali e dalle persecuzioni. Cerchiamo di spostare l’attenzione dal ricordo a quali sono gli insegnamenti vitali dello studio del passato, che acquista nuovo significato nel momento in cui diventa chiave di lettura del presente e sprone al nostro impegno quotidiano. Spesso siamo così concentrati a scongiurare il pericolo della ripetizione degli eventi (che invece sono accaduti ancora e accadono in molte parti del mondo, anche a un passo da casa nostra, anche qui, pensiamo all’orrore sepolto dal Mediterraneo) che troppo poco ci occupiamo a individuarne le cause e la situazione politica, sociale e culturale che ha creato le condizioni perché quell’evento si verificasse. Mi mancano gli occhi bassi dei ragazzi e delle ragazze, a fine giornata, occhi pieni di pensieri mentre guardano il lago ghiacciato di Lidice e in realtà guardano dentro se stessi. E credo che loro manchino a quei luoghi; quest’anno, senza ragazzə, restano solo custodi silenziosi.

Terezín, che per uno strano scherzo del destino ha la forma di una stella. Era una città fortezza costruita dall’imperatore d’Austria Giuseppe II, dedicata all’imperatrice Maria Teresa, per difendere il quadrilatero boemo dalle brame del re di Prussia Federico II. Nel novembre 1941 Heydrich, allora Protettore di Boemia e Moravia, fece trasformare la città in ghetto, e la caserma in campo di concentramento, un campo di transito, dove gli ebrei venivano radunati in attesa di essere deportati verso est, in Polonia, ad Auschwitz.

Una delle fotografie che si ricordano del ghetto di Terezín è una ragazza in piedi in mezzo a un gregge di pecore. La ragazza è sopravvissuta, diventando curatrice per l’editore Československý spisovatel, amica di molti scrittori cechi, tra cui Václav Havel e Milan Kundera. E mia. La ragazza si chiamava Doris Grozdanovičová e io ho avuto la fortuna di averla per un po’ nella mia vita. L’ho conosciuta a Praga grazie a Darina Sedláčková, direttrice dell’organizzazione Živá pamět (Memoria viva), che da anni si occupa di aiutare i sopravvissuti alla persecuzione nazista, con cui ogni anno cerchiamo di organizzare degli eventi in modo che i ragazzi e le ragazze in viaggio possano incontrarli. Doris, che ci ha lasciato nell’agosto del 2019, lo ha sempre fatto ‒ anche quell’ultimo giorno stava tornando da una ennesima conferenza a Terezín ‒ nella solida certezza di quanto fosse giusto e necessario, ricordare gli orrori del passato. Orrori che in Doris, come in molti dei sopravvissuti che ho avuto l’onore di conoscere, non erano mai motivo di disperazione, rancore o cinismo, ma diventavano un appello sincero ad amare la vita e un invito a costruire insieme un mondo di fratellanza, bontà e bellezza. Instancabile, si faceva fatica a portarla a casa a fine serata; ricordo una cena frugale in una taverna di Malostranská in cui lei, sottovoce, mi mostra le foto della sua famiglia, della sua collezione di pecorelle (a cui ne avrei aggiunte un paio anch’io), mi chiede di raccontarle dei miei figli, mi dona un piccolo Golem di metallo che ci potesse proteggere. Ricordo quanto era stata felice di venire a trovarci a Torino, ospite del Salone Internazionale del Libro, dove ancora una volta ha raccontato a centinaia di giovani la deportazione, i suoi anni di prigionia nella città ghetto di Terezín, la fortuna di essere scampata al peggio perché assegnata a badare alle pecore, la perdita dei genitori, la farsa della visita della Croce Rossa Internazionale presso il campo, la liberazione e il futuro incerto, e poi il fratello ritrovato e gli anni di lavoro come traduttrice. Torino l’abbiamo visitata dopo ore di Salone del Libro, che è un’esperienza estenuante per noi comuni mortali, ma lei doveva vedere tutto e poi cenare ancora una volta insieme e bere dal calice della vita ogni goccia, ogni istante.

Diffondere la testimonianza dei sopravvissuti e delle sopravvissute dell’Olocausto è doveroso e importante, conservare la memoria del male perpetrato solo settant’anni fa contro milioni di innocenti. Lo abbiamo ripetuto infinte volte e continueremo a farlo, perché è il nostro modo per costruire l’argine al male, al lato oscuro dell’essere umano che, come la storia continua a mostrarci, è sempre in agguato.

Doris verrà ricordata stasera, alle ore 18, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Praga in occasione della première del documentario Terezín. Il grande inganno di Mary Mirka Milo. L’evento sarà in diretta sulla piattaforma Zoom, mentre il film sarà poi in visione tramite questo link inserendo la password: “Memoria”.

Sempre oggi, alle ore 11 e alle ore 18, il coro del Teatro Regio di Torino con “Dieci canti corali dal ghetto di Terezín” dedica un intero programma al compositore, direttore d’orchestra e pianista a Viktor Ullmann, ebreo di origini slesiane, rinchiuso a Terezín e poi deportato ad Auschwitz, dove fu ucciso. Streaming su www.teatroregio.torino.it .


MEMORIA. Arpad Weisz: dallo scudetto ad Auschwitz

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Ci sono libri che lasciano un segno. Dallo scudetto ad Auschwitz. La storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo (Imprimatur, 2014) di Matteo Marani, è uno di questi.

«Il Bologna è uno squadrone che tremare il mondo fa»: probabilmente questo slogan suggestivo riecheggia ancora nella memoria di molti, ma quanti sanno che i due scudetti vinti dai felsinei nel 1936 e nel 1937 e la vittoria del Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi del 1937 portano la firma di Arpad Weisz, ungherese, giocatore prima e allenatore dopo, che molto diede al calcio italiano sprovincializzandolo (l’innovativo manuale calcistico Il gioco del calcio del 1930, con prefazione di Vittorio Pozzo, porta la sua firma e quella di Molinari)? Grande esperto di calcio e abile talent scout scoprì e lanciò una serie di giovani talenti tra cui Giuseppe Meazza quando condusse per ben sei stagioni anche l’Ambrosiana (dal 1932 Ambrosiana-Inter) vincendo lo scudetto nel 1930 con il metodo 3-4-3.

Il libro di Matteo Marani ricostruisce pezzi di vita di Arpad, dal successo calcistico con l’Ambrosiana alla conquista della salvezza del Bari e gli anni del trionfo con il Bologna, sullo sfondo di un’Italia che sta drammaticamente cambiando e della minaccia nazista sempre più invasiva in tutta Europa. Amaro e tragico è il destino di Arpad: l’esonero da allenatore in seguito alle leggi razziali approvate in Italia dal Regime fascista nel settembre 1938, il breve esilio in Francia da cui prosegue verso l’Olanda dove allenerà, sempre con ottimi risultati, il Dordrecht. Ed è infine in questa cittadina che nell’agosto del 1942 Arpad e la sua famiglia vengono arrestati, deportati in quanto ebrei ad Auschwitz e subito divisi: lui tradotto in un campo di lavoro in Slesia da cui non farà ritorno, la moglie Elena e i due figli Roberto e Clara subito dirottati nelle camere a gas.

Marani ricostruisce la deportazione e lo sterminio con una capacità di coinvolgere il lettore al punto da farlo sentire diretto spettatore del dramma della Shoah, il genocidio nazifascista che ha pesantemente segnato il ’900. L’atroce parabola della vita di Arpad Weisz passata dal successo calcistico alla deportazione e alla camera a gas non poteva continuare a essere lasciata nella cenere dell’oblio, nella dimenticanza. Marani, giornalista sportivo, ha avuto la tenacia e la capacità di fare una ricerca storica su tracce labili con il merito di renderle incancellabili dalla Memoria.

Ma nel libro c’è molto altro: uno spaccato dell’epoca del regime fascista in cui si scoprono storie accennate che il lettore coinvolto può approfondire, come per la stessa sorte toccata ad altri calciatori rei di essere ebrei, o la storia di Dino Fiorini, fortissimo terzino del Bologna, scoperto e lanciato proprio da Arpad, che, fascista militante sarà giustiziato dai partigiani nel 1944; oppure la storia di Alexandre Villaplane, un genio calcistico, capitano della nazionale francese e idolo dei tifosi transalpini, che si rivelerà poi un criminale di guerra, distinguendosi tra i capi della Brigata Nord Africana, collaboratori spietati della Gestapo nella persecuzione degli ebrei e della Resistenza francese.

E l’effetto domino della ricerca storica, stimolata dalla lettura di questo bel libro, può portare alla figura di Irma Bandiera: partigiana, staffetta GAP, Medaglia d’Oro al Valore; arrestata dai fascisti non farà alcun nome e non fornirà alcuna informazione sull’organizzazione della Resistenza, e per questo verrà torturata a lungo al punto da essere accecata prima di venire infine massacrata e abbandonata sulla strada nei pressi della casa dei genitori.

Un libro importante che stimola la ricerca storica ed è, in sostanza, un antidoto alla dimenticanza.