Mostra d’arte cinematografica di Venezia – 76ª edizione / 2

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Tra i film più attesi del concorso della 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia c’è sicuramente J’Accuse di Roman Polanski. L’ottantaseienne mostro sacro racconta l’affare Dreyfus, l’emblematico scandalo che a cavallo tra XIX e XX secolo pose l’attenzione sull’antisemitismo radicato e diffuso e sulle beghe dell’esercito transalpino, concentrandosi sulla lunga, lancinante e dolorosa ricerca della verità compiuta dal colonnello Georges Picquart, inizialmente convinto della colpevolezza del maggiore ebreo e poi ricredutosi a seguito del ritrovamento di documenti decisivi. Questo affaire che il J’Accuse di Emile Zola rese celebre e inarrestabile viene fatto rivivere da Polanski in un film estremamente rigoroso, dove dietro la superfice della raffinata ricostruzione storica e ambientale riecheggiano gli echi della contemporaneità: quella globale delle intolleranze crescenti e dei razzismi sempre meno striscianti, e quella privata del regista da tempo al centro di accuse e vicende giudiziarie. Certamente con qualche eccesso accademico, in particolare nella prima parte, J’accuse è ad ogni modo un film impeccabile nella messa in scena, di un’eleganza che mai diventa una gabbia laccata come spesso capita nelle ricostruzioni storiche, ma che permette alle rivendicazioni sulla contemporaneità, agli sfoghi dell’autore e all’interiorità devastata e ossessionata di Picquart di ribollire ed emergere. Da questo punto di vista, molte delle sequenze più riuscite sono quelle in cui è evidente la discesa verso gli inferi dell’ossessione e della paura del colonnello protagonista, asciutto eroe arrivato a pochi passi dalla follia. Uno dei territori, cioè, preferiti da Polanski, il quale già nella prima splendida sequenza – quella dell’ingresso e della condanna di Dreyfuss, particolare irrilevante in un nebbioso e quasi metafisico campo lunghissimo con l’esercito schierato e come composto da marionette – aveva sintetizzato la sostanza dell’intera vicenda: l’incubo.

Passando da un mostro sacro a uno dei protagonisti più rilevanti del cinema del XXI secolo, il cileno Pablo Larrain ha presentato, ancora in concorso, Ema. Se il film di Polanski è rigoroso e compatto al limite dell’accademismo, Ema è un film lisergico e travolgente che cerca di dare meno appigli possibili, quasi volesse seguire le coordinate del caos e del disordine per rappresentare la disperazione di una giovane donna – la Ema del titolo – e il suo spietato e sfrontato tentativo di recuperare il figlio. L’ultima fatica dell’autore cileno offre numerose chiavi di lettura. La sfuggente definizione della realtà, continuamente interiorizzata e deviata dall’ego, aveva già caratterizzato il surrealismo di Neruda e, in maniera più sottile, la rielaborazione del lutto nel bio-pic Jackie. In Ema Larrain compie un ulteriore passo e shakera la realtà e la narrazione in un denso cocktail di suggestioni e stimoli visivi, stilistici, sonori ‒ decisiva, tanto da far definire il film come un “melodramma musicale”, è infatti la colonna sonora all’insegna dell’elettronica e del reggaeton ‒ e “tematici”: per fare alcuni esempi, c’è la questione del corpo come simbolo e mezzo di rivendicazione; quella collegata della sensualità; la danza come strumento di sfogo, identitario e di ribellione; le questioni di genere, così come non manca una riflessione sul senso della famiglia e dei rapporti. È un film certamente concettuale e tutt’altro che immediato, che inevitabilmente può dividere e allontanare, ma allo stesso tempo capace di travolgere e di trasmettere un calore e una passione quasi materiche.

Nella sezione Orizzonti, sorprende invece il tibetano Qiqiu (Baloon) di Pema Tseden, soave dramma con venature di commedia e con inserti poetici e onirici dedicato a una famiglia del Tibet rurale. La vicenda prende il via da due preservativi scambiati per palloncini dai figlioletti più piccoli. Questo equivoco apre le porte alla rappresentazione di un microcosmo combattuto tra gli accenni di modernità e la sopravvivenza delle tradizioni culturali e religiose. Pema Tseden unisce la precisione dello sguardo sulle contraddizioni, legate soprattutto alle questioni della famiglia e delle politiche demografiche, con la loro rielaborazione più fantasiosa, divertita e visionaria. Il risultato è l’affresco di un tempo e di un luogo immobili, nonostante le tensioni dovute al “progresso”, e di soggettività inevitabilmente combattute (si vedano i numerosi primi piani accompagnati da silenzi). Da tutto ciò è possibile fuggire solamente per mezzo di quegli scarti interiori, anche fantasiosi e quasi surreali, dalla realtà prescritta che possono permettere la rielaborazione e una comprensione più stratificata della stessa.

Sempre in Orizzonti, interessante è la rielaborazione degli stereotipi compiuta dallo statunitense Grear Patterson in Giants being lovely, asciutto melodramma a tre e rilettura rarefatta e stilizzata dell’adolescenza apatica e dispersa, sola e senza stimoli, che tante volte il cinema statunitense ha raccontato. Come, per esempio, in Elephant di Gus Van Sant, capolavoro che riecheggia nel film di Patterson, il quale in qualche modo estremizza la radicalità dell’approccio di Van Sant lavorando ancor più per sottrazione e “stilizzazione”. È un film fatto di volti che si confondono in un orizzonte ideale e interiore che lega il perdente e il maschio alfa alla stessa condizione, di silenzi che sottolineano la solitudine e la disperazione e di luci abbaglianti e allo stesso tempo fredde, quasi irreali, ulteriore sottolineatura di un orizzonte che solo per nome è tale e in cui l’inquietudine sobbolle pronta ad esplodere. C’è anche una sequenza in cui risuona la nostra Ti amo di Umberto Tozzi.