Il Governo vanta grandi successi ma, intanto, la povertà cresce

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In ogni telegiornale si susseguono le trionfalistiche “sparate” della destra secondo cui, grazie all’azione del Governo Meloni, le condizioni sociali ed economiche degli italiani sono, nell’ultimo anno, nettamente migliorate. A smentire la grancassa mediatica ci sono peraltro, oltre alla percezione dei cittadini e delle cittadine che vanno a fare la spesa, i dati dell’Istat.

L’Istituto di statistica, infatti, ha diffuso, nei giorni scorsi, le stime preliminari della povertà assoluta per l’anno 2023 insieme alle stime preliminari delle spese per consumi delle famiglie che, come noto, costituiscono la base informativa per gli indicatori della povertà assoluta. Sono infatti classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a una soglia minima corrispondente all’acquisto di un paniere di beni e servizi considerato essenziale a garantire uno standard di vita minimamente accettabile nel contesto di riferimento e a evitare gravi forme di esclusione sociale. Le stime definitive saranno rese disponibili il 10 ottobre 2024 (Spese per consumi) e il 17 ottobre 2024 (Povertà). I dati diffusi in questa nota, pur suscettibili di revisioni nei mesi prossimi, smentiscono l’ottimismo del governo e della maggioranza.

Secondo le stime preliminari, nel 2023, le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie residenti (erano l’8,3% nel 2022), corrispondenti a circa 5,7 milioni di individui (9,8%; quota pressoché stabile rispetto al 9,7% del 2022). Invariata anche l’intensità della povertà assoluta a livello nazionale (18,2%). Nel Nord, dove le persone povere sono quasi 136mila in più rispetto al 2022, l’incidenza della povertà assoluta a livello familiare è sostanzialmente stabile (8,0%), mentre si osserva una crescita dell’incidenza individuale (9,0%, dall’8,5% del 2022). Il Mezzogiorno mostra anch’esso valori stabili e più elevati delle altre ripartizioni (10,3%, dal 10,7 del 2022), anche a livello individuale (12,1%, dal 12,7% del 2022). L’incidenza di povertà assoluta è stabile all’8,2% tra le famiglie con persona di riferimento occupata (interessando oltre 1 milione 100mila famiglie in totale). Da segnalare, però, un peggioramento rispetto al 2022 della condizione delle famiglie con persona di riferiento lavoratore dipendente: l’incidenza raggiunge il 9,1%, dall’8,3% del 2022, riguardando oltre 944 mila famiglie.

Nel 2023 poi, sempre secondo le stime preliminari, la spesa media mensile cresce in termini correnti del 3,9% rispetto all’anno precedente ma, in termini reali, si riduce dell’1,8% per effetto dell’inflazione (+5,9% la variazione su base annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo), senza particolari differenze tra le famiglie più o meno abbienti.

La conclusione non lascia dubbi. Nell’ultimo anno le condizioni degli italiani hanno subito un ulteriore, seppur lieve, peggioramento. C’è poco da essere ottimisti!

Qui il link alle anticipazioni dell’Istat sulla povertà assoluta in Italia.


La qualità della vita precipita? Il Governo sta a guardare

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1.

Il benessere dovrebbe essere l’obiettivo finale delle politiche. L’ultimo rapporto Bes presentato dall’Istat con i suoi 153 indicatori permette di misurare come va la vita in Italia per ciò che riguarda la salute, l’istruzione, il lavoro, i servizi sociali, la formazione, la ricerca, il benessere economico, la qualità dell’ambiente e del paesaggio, l’accesso al patrimonio culturale. Dati e informazioni articolate per età, genere e territorio che consentono di dare una risposta ancora più approfondita alla domanda sulle condizioni di vita reali nel Paese. Quanto emerge dall’ultimo rapporto conferma purtroppo la tendenza sul continuo peggioramento delle condizioni materiali e della qualità della vita già registrato a partire dal 2008, amplificato ulteriormente dalla pandemia e dall’assenza di risposte efficaci della politica economica e finanziaria del Governo.

L’incidenza della povertà assoluta raggiunge il livello più elevato dal 2005, anno di inizio della serie. Riguarda oltre 1 milione 950mila famiglie (7,5%) e più di 5 milioni 500 mila individui. I minori in povertà assoluta sono 1 milione e 384mila. Rispetto al 2020 le famiglie che dichiarano un peggioramento della propria situazione economica aumentano per il secondo anno di seguito, affiancandosi all’incremento delle famiglie che arrivano a fine mese con grande difficoltà. Una quota consistente di famiglie dichiara che il COVID-19 ha comportato una perdita di reddito per il proprio nucleo familiare (32,9%, 32,1% e 28,1%, rispettivamente in Centro, Mezzogiorno e Nord), l’11,3% ha avuto bisogno di ricorrere ad aiuti economici da parte di familiari o parenti – comportamento diffuso più tra le famiglie del Mezzogiorno (12,9%) e del Centro (11,9%) che tra quelle del Nord (9,9%) – e il 9% delle famiglie ha chiesto prestiti o finanziamenti bancari (9,5% al Nord, 9,3% al Centro e 8,1% nel Mezzogiorno).

Non vi è nessuna reale ripresa dell’occupazione. Nel 2021 la crescita dei posti di lavoro ha riguardato esclusivamente dipendenti a termine e collaboratori, soprattutto di breve durata. Aumenta invece il lavoro povero, precario ed insicuro. 

Cresce la percentuale di persone che vivono in grave deprivazione abitativa, cioè in abitazioni sovraffollate o in alloggi privi di alcuni servizi e con problemi strutturali (soffitti, infissi, ecc.). L’Italia scende al quinto posto della graduatoria dei Paesi dell’UE per la peggiore condizione abitativa, superata solo da Ungheria (7,6%), Bulgaria (8,6%), Lettonia (11,5%) e Romania (14,3%).

Aumenta la percentuale di persone che hanno dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie ritenute necessarie. Nel 2021 l’11% delle persone che avevano bisogno di visite specialistiche (escluse le visite dentistiche) o esami diagnostici ha dichiarato di averci rinunciato per problemi economici o legati alle difficoltà di accesso al servizio. Al livello regionale, permangono alcune situazioni particolarmente critiche: in Sardegna questa percentuale è pari al 18,3%, con un aumento di 6,6 punti percentuali rispetto al 2019; in Abruzzo si stima al 13,8%; in Molise e nel Lazio al 13,2% con un aumento di circa 5 punti percentuali rispetto al 2019. 

La popolazione femminile è quella che subisce gli arretramenti maggiori, sia nei livelli di benessere mentale che di occupazione, soprattutto per le madri con figli piccoli. Ma sono stati anche i bambini, gli adolescenti e i giovanissimi a pagare un altissimo tributo alla pandemia e alle restrizioni imposte dalle misure di contrasto. 

Le condizioni di benessere psicologico dei ragazzi di 14-19 anni, nel 2021, sono peggiorate. Se gli adolescenti insoddisfatti e con un basso punteggio di salute mentale erano nel 2019 il 3,2% del totale, nel 2021 tale percentuale è raddoppiata (6,2%); si tratta di circa 220 mila ragazzi che si dichiarano insoddisfatti della propria vita e si trovano, allo stesso tempo, in una condizione di scarso benessere psicologico. 

Il tasso di occupazione dei giovani di 25-34 anni, che era già tra i più bassi di tutti i Paesi europei, con una distanza particolarmente ampia per le ragazze, è addirittura peggiorato con la pandemia. Ai giovani più istruiti e qualificati, l’Italia non offre ancora opportunità adeguate. Le emigrazioni all’estero dei giovani laureati italiani si sono intensificate rispetto al 2019, in netta controtendenza rispetto ai trasferimenti di residenza della popolazione nel complesso. Le direttrici principali dei flussi di giovani laureati continuano a essere verso l’estero e dal Mezzogiorno al Centro-nord. Il bilancio delle migrazioni dei cittadini tra i 25-39 anni con un titolo di studio di livello universitario si chiude con un saldo dei trasferimenti di residenza da e per l’estero di -14.528 unità. In particolare, il Mezzogiorno, soltanto nel corso del 2020, ha perso 21.782 giovani laureati. 

L’Italia è al primo posto per presenza di NEET in Europa. Il 23,1% dei giovani tra 15 e 29 anni non sono più inseriti in un percorso scolastico o formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. Le differenze regionali rimangono elevate e ricalcano la dicotomia Nord-Mezzogiorno. Le regioni con la quota più elevata di NEET sono la Puglia (30,6%), la Calabria (33,5%), la Campania (34,1%) e la Sicilia (36,3%).

Gli effetti si vedono anche sull’istruzione. L’uscita dal sistema di istruzione e formazione è un fenomeno che riguarda più frequentemente dei sottogruppi di giovani che, provenendo da contesti socio-economici più difficili, non riescono ad affrontare i problemi oggettivi riscontrati nell’apprendimento. La quota di coloro che hanno abbandonato precocemente gli studi è più elevata nel Mezzogiorno: sono il 19,5% nelle Isole e il 15,3% nel Sud. In Sicilia, Puglia, Calabria e Campania la quota è particolarmente alta tra i maschi, rispettivamente 24,8%, 19,6%, 18,6% e 18,4%. Peggiorano le competenze dei ragazzi. In alcune regioni del Mezzogiorno i valori evidenziano situazioni di forte criticità con più del 50% dei ragazzi insufficienti nelle competenze alfabetiche (in Campania, 54,1%; Calabria 59,2%; Sicilia 52,8% e Sardegna 56,9%) e più del 60% delle ragazze insufficienti nelle competenze numeriche (in Campania 64,3%; Calabria 68% e Sicilia 63,3%). Se il quadro delle competenze acquisite dai ragazzi appariva già molto compromesso, con la DAD la situazione è peggiorata, nonostante gli sforzi delle scuole, dei docenti e delle famiglie. 

2.

Alla drammatica condizione della qualità della vita nel nostro Paese il Governo Draghi non dà risposte concrete, né garantisce investimenti nei settori, territori e fasce di età e popolazione che più avrebbero necessità. Il DEF e le scelte portate avanti con i fondi del PNRR alimentano e sostengono la stessa visione che ha prodotto la crisi e lo stesso modello di sviluppo neoliberista che per ammissione dell’UE è ritenuto insostenibile socialmente e ambientalmente. Purtroppo, dopo quindici anni in cui peggiorano le condizioni di vita, l’incessante richiesta di ritorno alla “normalità” e la brutale semplificazione dettata dall’agenda della guerra, rischiano di determinare una condizione senza ritorno non solo per la maggioranza della popolazione impoverita ma per la democrazia nel nostro Paese. Il DEF e il PNRR del Governo hanno come conseguenza l’aumento delle disuguaglianze e del debito pubblico. 

Per migliorare le nostre vite e rispondere alla crisi di sistema in cui siamo immersi, abbiamo bisogno di una inversione completa di rotta, di un metodo inclusivo e partecipativo e di un radicale ripensamento del modello di sviluppo.

A questo link la sintesi delle nostre richieste e proposte al governo e il nostro punto di vista sul PNRR.


La povertà in Italia nel 2020

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Nel mese di giugno di ogni anno l’Istat diffonde il report La povertà in Italia nel quale sono contenute le stime riferite all’anno precedente. Il report diffuso nei giorni scorsi, e relativo alla situazione del 2020, contiene dati interessanti e fonte di estrema preoccupazione. In sintesi: la povertà assoluta e quella relativa continuano a crescere. (la redazione).

L’Italia dispone di un quadro articolato di indicatori di povertà la cui varietà consente di cogliere le molte dimensioni del fenomeno, specie in un anno come il 2020, segnato da una congiuntura economica particolarmente difficile e anomalo da molti punti di vista. Le diverse linee di povertà e i relativi indicatori mostrano la situazione secondo prospettive differenti.

La soglia di povertà assoluta fa riferimento a un paniere di beni e servizi che vengono considerati essenziali per una determinata famiglia per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. Non si tratta quindi di una unica soglia, ma di molte soglie che variano, per costruzione, in base alla dimensione della famiglia, alla sua composizione per età, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza (vedi il Prospetto in Nota Metodologica che mostra le soglie mensili di povertà assoluta per le principali tipologie familiari, ripartizione geografica e tipo di comune). La soglia di povertà relativa, invece,varia di anno in anno a causa della variazione della spesa per consumi delle famiglie o, in altri termini, dei loro comportamenti di consumo. Tale soglia, infatti, deriva da un calcolo interno alla distribuzione delle spese (è pari infatti alla spesa per consumi media pro-capite per una famiglia composta da due persone). La misura di povertà relativa fornisce,quindi,una valutazione della disuguaglianza nella distribuzione della spesa per consumi e individua le famiglie povere tra quelle che presentano una condizione di svantaggio rispetto alle altre. Nel 2020, per una famiglia di due componenti, la soglia è risultata pari a 1.001,86 euro, cioè oltre 93 euro meno della linea del 2019.

Per tenere conto dei cambiamenti nei comportamenti di spesa, ogni anno si calcola anche una linea di povertà dell’anno corrente rivalutando quella dell’anno precedente con la variazione dei prezzi. La soglia 2019, rivalutata al 2020 in base all’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (pari a -0,2%), è risultata pari a 1.092,76 euro (90,90 euro in più della soglia standard). L’incidenza di povertà relativa 2020, calcolata rispetto alla soglia 2019 rivalutata, è, di conseguenza, molto più elevata ed è pari al 13,4% (3.484mila famiglie povere, ossia circa 847mila in più). Le due diverse stime permettono di individuare le famiglie che nel 2020, pur avendo conseguito dei livelli di spesa inferiori a quelli del 2019, non risultano povere per effetto della considerevole riduzione dei consumi e delle condizioni medie di vita nell’anno segnato dalle misure restrittive per il contenimento della pandemia.

I dati sono univoci. Sono in povertà assoluta 5,6 milioni di persone, record dal 2005. Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni.

Nel 2020, sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%). Dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta aumenta raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Per quanto riguarda la povertà relativa, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Per scaricare il rapporto integrale: https://www.istat.it/it/files/2021/06/REPORT_POVERTA_2020.pdf


Il benessere equo e sostenibile in Italia

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La peculiarità del periodo storico che stiamo vivendo ha reso sempre più evidente l’inadeguatezza del Pil come unica misura del benessere di una popolazione. L’importanza di avere un insieme razionale di indicatori al riguardo, sostenuta dalla letteratura fin dagli anni Sessanta e sollecitata dalla società civile, ha portato l’Istat ad avviare nel 2010, insieme al Cnel, il progetto Bes, per la misurazione del Benessere equo e sostenibile. L’esito, al quale si è giunti al termine di un processo di analisi aperto al confronto con la comunità scientifica, le associazioni e i cittadini, è stato l’individuazione di 12 domìni rilevanti per il benessere (salute; istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita; benessere economico; relazioni sociali; politica e istituzioni; sicurezza; benessere soggettivo; paesaggio e patrimonio culturale; ambiente; innovazione, ricerca e creatività; qualità dei servizi) e la selezione di circa 130 indicatori in grado di misurare i diversi aspetti – condizioni materiali e qualità della vita – che a essi afferiscono.

Nel marzo 2013 è stato pubblicato il primo rapporto Bes, seguìto da una nuova edizione ogni anno, fino ad arrivare all’attuale: l’ottava. Un percorso che ha portato, di volta in volta, a innovazioni metodologiche e di analisi, con revisioni nel set degli indicatori e lo studio della loro distribuzione per gruppi sociali.

Nel Rapporto 2020 si è aggiunto a questo processo un nuovo tassello, con l’aggiornamento del sistema di indicatori messo a punto per seguire l’evoluzione del concetto di benessere e cogliere le profonde trasformazioni in atto, ivi incluse quelle determinate dalla pandemia da Covid-19. In particolare, si è dato corso all’arricchimento del panorama informativo sui temi che più di altri hanno impatto oggi sul benessere dei cittadini: la salute e i servizi sanitari, le risorse digitali, il cambiamento climatico e il capitale umano, quest’ultimo sia in termini di formazione che di potenziale produttivo.

A dieci anni dall’avvio del progetto, gli indicatori proposti mostrano chiaramente come i cambiamenti nel profilo del benessere in Italia siano stati molti: tanto nella direzione del progresso, quanto nella persistenza di aree di criticità, anche profonde.

Per effetto dei tagli continui lungo tutto il decennio, il nostro sistema sanitario è arrivato a disporre di meno posti letto, di medici di età mediamente più elevata, per il blocco del turnover, con l’effetto complessivo di una maggiore disuguaglianza nell’accesso alle cure. I bambini iscritti al nido e i giovani che si laureano sono ancora troppo pochi, e il divario con l’Europa sull’istruzione continua ad allargarsi. La distanza dagli altri partner europei non diminuisce nemmeno per gli investimenti in ricerca e sviluppo, che restano troppo bassi, né, malgrado i progressi, per l’incidenza di lavoratori della conoscenza. Nel contempo si è accresciuto il numero di ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in programmi di formazione professionale. La qualità del lavoro in Italia resta critica, e l’incidenza della povertà assoluta, che per sette anni si era mantenuta su livelli doppi rispetto ai valori del 2009, solo nel 2019 mostra, per la prima volta, una leggera flessione, per poi aumentare nuovamente nel 2020. Quanto alla digitalizzazione, l’uso di internet è cresciuto, ma permane lo svantaggio del Mezzogiorno, delle donne e dei più anziani. Gli investimenti per la tutela e la valorizzazione di beni e attività culturali, già storicamente inadeguati, sono in diminuzione. Sul fronte dell’ambiente, molti sono i segnali di allarme: crescono infatti le criticità sulle risorse idriche, resta allarmante la qualità dell’aria, avanza il consumo di suolo e l’abusivismo edilizio torna a livelli preoccupanti nel Mezzogiorno. La pandemia ha rappresentato una frenata, o addirittura un arretramento, in più di un settore. Gli indicatori del Bes hanno registrato impatti particolarmente violenti su alcuni progressi raggiunti in dieci anni sul fronte della salute, annullati in un solo anno. L’emergenza sanitaria ha avuto conseguenze pesanti su un mercato del lavoro già poco dinamico e segmentato e ha imposto una battuta di arresto nella partecipazione culturale. In questo contesto, aumentano comprensibilmente i timori dei cittadini per la propria situazione futura e resta bassa la quota di persone molto soddisfatte per la vita.

Dal lato delle buone notizie, dopo anni di declino, l’interesse dei cittadini per i temi civici e politici ha mostrato segnali di ripresa e la loro sensibilità per i cambiamenti climatici continua ad aumentare. La presenza delle donne nei luoghi decisionali ha fatto passi in avanti, sebbene lentamente. La criminalità è andata progressivamente riducendosi. Alcuni indicatori ambientali, come quelli che monitorano la gestione dei rifiuti, hanno mostrato un andamento favorevole.

Il Rapporto presenta, in sintesi, un quadro complesso ricco e al tempo stesso contraddittorio. Mostra un Paese in grandi difficoltà, che tuttavia mantiene in vita riserve di speranza

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La criminalità in Italia: delitti, imputati e vittime

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L’Istat ripropone, in un ampio e documentato volume, una fotografia dell’andamento della criminalità in Italia, strutturato su «delitti, imputati e vittime». I dati presi in esame si riferiscono ai comparti tradizionali della delittuosità (come emerge dalle statistiche di polizia), della criminalità, dei condannati e della giustizia minorile (questi ultimi di provenienza giudiziaria). Come chiarito nella premessa del volume la fotografia proposta è parziale: sia perché i dati presi in esame (come sempre nelle rilevazioni dell’Istituto di statistica) non sono in tempo reale e risalgono al 2017-2018, sia perché ne restano estranei alcuni settori e tutto il sommerso. Si tratta tuttavia di un importante contributo alla conoscenza dell’andamento generale dei fenomeni criminali nel nostro Paese come emerge anche da pochi flash.

Un elemento è subito evidente. Il trend osservabile nei dati dalle statistiche della delittuosità è complessivamente decrescente. In particolare i reati contro la proprietà (furti in abitazione, scippi, borseggi e furti nei negozi) e le rapine in abitazione e in strada hanno ripreso la loro discesa dopo gli aumenti intervenuti tra il 2013 e il 2015. Per altri reati, poi, la diminuzione segue un andamento tendenzialmente costante e di lunga durata: i furti dei veicoli, le rapine in banca, gli omicidi consumati e tentati, gli incendi dolosi e i danneggiamenti hanno iniziato il loro trend decrescente prima dell’ultimo decennio e per gli omicidi si può parlare di trentennio. Nel 2018, gli omicidi in Italia hanno raggiunto il minimo storico di 345 unità. Gli omicidi di mafia e quelli legati alla criminalità comune sono fortemente diminuiti negli ultimi trent’anni, mentre si possono definire stazionari gli omicidi dovuti alla violenza interpersonale, come quelli di donne, uccise per la maggior parte da partner, ex partner e familiari. Il tasso di omicidi, pari allo 0,6 per centomila abitanti, è il più basso a livello europeo, più alto solo di quello del Lussemburgo. Le differenze regionali e provinciali sono molto marcate, ma non vi è un modello comune per tutti i reati: alcune regioni presentano valori elevati per alcuni delitti, ma assolutamente bassi per altri e viceversa. Si potrebbe definire una geografia sempre più a macchia di leopardo. Inoltre negli anni è emersa una maggiore propensione della provincia a catalizzare i reati, malgrado molti siano ancora maggioritari nei grandi centri metropolitani. Ma quante delle denunce trovano un autore da perseguire? I dati della Polizia di Stato forniscono il numero di autori scoperti per ogni reato commesso. Si chiama il clearance rate, il “tasso di scoperto”, che è calcolato come rapporto tra le persone identificate per avere commesso un reato e il totale dei reati e permette di conoscere il numero di autori rintracciati per ogni tipologia di reato. La scoperta dell’autore è molto frequente nei reati violenti, in particolare negli omicidi e nei tentati omicidi, mentre è minima nel caso dei furti. Per gli omicidi il clearance rate è aumentato negli ultimi anni, anche in concomitanza con la diminuzione degli omicidi di mafia, più complessi da risolvere nel breve tempo.

Le vittime dei reati sono in genere soprattutto giovani e uomini, ma le differenze sono molto marcate a seconda del reato considerato. Le vittime di omicidio sono uomini in poco meno di due casi su tre e hanno più frequentemente tra i 18 e i 44 anni. Per i tentati omicidi la percentuale di uomini è maggiore, così come per i 25-34enni. I reati che più frequentemente hanno come vittime le donne sono la violenza sessuale e lo stalking. Le donne e i più giovani sono prevalentemente le vittime dei furti in strada, come gli scippi e i borseggi; al contrario sono gli uomini ad essere più colpiti dalle rapine.

Interessante l’analisi dei procedimenti penali nella fase delle indagini. La serie dei dati dal 2006 al 2017, mostra un andamento crescente dei procedimenti per cui inizia l’azione penale fino al 2011, cui segue una lieve flessione nel 2012 che si mantiene quasi stazionaria fino al 2014 per poi iniziare una decrescita che raggiunge il picco negativo nel 2016. Nel 2017 i tipi di delitti più frequentemente registrati nei registri delle le procure ordinarie sono stati la minaccia, la truffa, le lesioni personali colpose e il furto semplice e aggravato, le lesioni personali volontarie, le ingiurie, la produzione e lo spaccio di stupefacenti o sostanze psicotrope, la ricettazione, il danneggiamento, l’evasione fiscale e contributiva (imposte dirette e indirette), la violazione degli obblighi di assistenza familiare, la resistenza a un pubblico ufficiale, l’omesso versamento di ritenute previdenziali e la rapina. Nel 2017, alla fine della fase delle indagini, il pubblico ministero ha definito circa un milione 64 mila procedimenti per delitto e/o contravvenzione (pari a 1.757,7 procedimenti per centomila abitanti), un dato in diminuzione rispetto ai cinque anni precedenti quando si attestava a 2.097,8. In poco più del 50 per cento dei casi ha chiesto che i procedimenti proseguissero nell’iter penale mentre negli altri casi ha chiesto l’archiviazione (per mancanza delle condizioni di procedibilità o mper ragioni di merito). Quanto ai tempi intercorsi tra l’iscrizione del reato e la sua definizione in Procura, l’archiviazione ha avuto tempi mediani pari a 145 giorni mentre la durata mediana della fase delle indagini per i procedimenti per cui è stata richiesta l’azione penale è stata decisamente più lunga e pari a 424 giorni, in aumento rispetto al 2014 quando era pari a 309 giorni. La maggioranza degli imputati è di sesso maschile, è nato in Italia e ha tra i 35 e i 39 anni. Gli imputati stranieri sono più giovani, dato il diverso profilo per età della popolazione straniera in Italia. La maggior parte degli imputati lo è per un solo reato. Circa il 20 per cento commette più tipi di reato che spesso completano il disegno criminoso. Circa il 65 per cento degli autori agisce da solo; in una quota non trascurabile di procedimenti emerge che gli autori agiscono in coppia o in gruppo, percentuale che aumenta tra i minori.

La fine del percorso giudiziario è segnato dai dati del Casellario giudiziale centrale: ove risultano iscritte 289.406 sentenze definitive di condanna per delitto o contravvenzione, corrispondenti a un tasso di 479 condanne irrevocabili per centomila abitanti. Dal 2015 al 2018 il numero di sentenze irrevocabili per centomila abitanti è diminuito del 7,5 per cento, anche probabilmente in seguito all’incremento dei procedimenti sospesi per messa alla prova dell’imputato (26.411 nel 2018). L’andamento delle condanne è attribuibile in gran parte alle sentenze in cui è presente almeno un delitto. Tali condanne rappresentano dal 2000 almeno il 70 per cento del totale delle condanne e nel 2018 sono il 74,6 per cento, quota in aumento dall’anno 2014 in cui erano il 69,9 per cento. La distribuzione delle sentenze per delitto più grave mostra oltre a furto semplice o aggravato, alle violazioni delle leggi in materia di stupefacenti, a ricettazione, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali volontarie, rapina, truffa anche le violazioni delle leggi sull’immigrazione, le violazioni degli obblighi di assistenza familiare e bancarotta; mentre diminuiscono rispetto al 2014, i reati in ambito di previdenza sociale e assistenza, anche a seguito di importanti modifiche legislative. La maggior parte dei condannati sono uomini, di cittadinanza italiana.

L’Istat ha stimato la durata dei processi a partire dalla data del commesso reato fino alla sua condanna. Le durate mediane sono molto diverse a seconda dei reati, ma abbastanza stabili nel tempo. Il tempo dei processi per le contravvenzioni è minore rispetto ai tempi dei delitti. Per questi, i tempi più lunghi riguardano i reati più gravi come l’omicidio, l’associazione mafiosa, la bancarotta, alcuni tipi di riciclaggio e la corruzione. I dati del casellario permettono anche di conoscere le sanzioni comminate ai condannati, sanzioni molto diverse per i delitti e per le contravvenzioni, pene da scontare con la reclusione in carcere o pene pecuniarie, ma in molti casi la sentenza prevede entrambe le tipologie. Le condanne con almeno un delitto per le quali è stata comminata solo la multa, senza reclusione, rappresentano meno del 15 per cento nel 2018. Di contro sono aumentate le sentenze con almeno un delitto che prevede l’ergastolo o la reclusione (soprattutto da uno a cinque anni, più che quintuplicate).

L’ultima parte del volume è dedicata all’analisi dei dati sui minorenni che hanno commesso reati. Il quadro è composto da diverse prospettive: la prima riguarda le segnalazioni o le investigazioni delle forze di polizia, che nel 2018 ha visto coinvolti 29.558 minori; segue la fase istruttoria del processo a cui nel 2017 hanno avuto accesso 36.416 minori, per un totale di 19.359 minori imputati; il percorso dei minori nell’area penale della giustizia, i cui Uffici di servizio sociale nel 2018 hanno avuto in carico 21.305 minori; la fine del processo che, grazie al successo della messa alla prova, nel 2018 ha riguardato un contingente ridotto di 2.802 minori condannati in maniera definitiva; e da ultimo, l’esecuzione della pena, che nel 2018 ha visto 318 minorenni e giovani adulti entrare negli Istituti penali minorili e 417 usufruire delle misure alternative alla detenzione.

I dati esaminati – come si è detto – sono relativi al 2018 e al 2017. Solo analisi a posteriori potranno mostrare le conseguenze dell’epidemia scoppiata all’inizio del 2020 sulla criminalità e sulla qualità della vita dei cittadini nell’ottica della sicurezza. Il rapporto dell’Istat si limita a segnalare che le misure di restrizione della mobilità legate al Covid-19 hanno influenzato notevolmente gli stili di vita facendo crollare alcuni reati legati al patrimonio, come gli scippi e i borseggi, le rapine, i furti in abitazione, soprattutto nel primo semestre 2020: a solo titolo di esempio, i borseggi che erano circa 10mila nell’aprile 2019, sono stati 939 ad aprile 2020 (periodo di lockdown totale). Sono aumentati al contempo le truffe e i delitti informatici. Ma i fenomeni sono complessi e non unidirezionali, come nel caso degli omicidi che sono anche questi diminuiti nel primo semestre del 2020, ma non quelli delle donne, che poco beneficiano delle misure di restrizione della mobilità, dal momento che sono soprattutto uccise nell’ambiente familiare e da parte dei partner.

Qui il link per scaricare il testo integrale del dossier: https://www.istat.it/it/files//2021/01/Delitti-Imputati-Vittime-dei-reati_Riedizione.pdf


La povertà in Italia (a margine dei dati ISTAT sul 2019)

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Ieri l’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato i dati sulla povertà del 2019. Già dal titolo si mette in risalto il calo della povertà assoluta dal 7% del 2018 al 6,4% del 2019, sottolineando come – per la prima volta dopo quattro anni – si sia ridotto il numero e la quota di famiglie in povertà assoluta. Peraltro non c’è molto di cui gioire perché siamo ancora molto oltre i livelli precedenti la crisi del 2008-2009 e la povertà relativa resta stabile al 23,8%. Alla luce della crisi in cui ci troviamo ora il quadro peggiora drammaticamente.

È necessario contestualizzare questi dati per cogliere ancora una volta l’inadeguatezza delle politiche messe in campo in questa fase e chiedere risposte forti e azioni concrete da parte del Governo. È utile ricordare che l’Italia è il Paese con il maggior numero di persone a rischio esclusione sociale in relazione alla popolazione totale (1 su 3); dove si trovano due tra le Regioni più povere d’Europa (1ª la Sicilia e 3ª la Campania); in cui 11 milioni di persone non possono più curarsi per motivi economici e dove le mafie fanno affari per 110 miliardi l’anno. Tutto questo è causato dai ritardi registrati nel nostro sistema di welfare, da un sistema di protezione sociale inadeguato, sottofinanziato e che scarica tutto il peso del lavoro di cura sulle donne (come denunciato dall’ex presidente dell’ISTAT Giovanni Alleva in Parlamento nel 2017), dall’assenza di politiche sociali che riescano a tessere una rete di protezione sociale per le persone che vivono con maggiore difficoltà in modo da non farle scivolare nelle fitte maglie della criminalità organizzata sui territori.

Alla luce di questi dati, il “decreto rilancio” appare inadeguato e inefficace una volta di più. Se questi erano i dati pre-Covid, perché la politica non ha saputo intervenire per colmare questa lacuna? Niente è stato fatto per sradicare le cause della povertà e delle disuguaglianze nel nostro Paese, né per neutralizzare il ricatto delle mafie sui territori. Il lavoro è sempre più precario, le ingiustizie sociali, ambientali ed ecologiche continuano a crescere e la democrazia è sempre più debole. Siamo alle solite!

Il dramma del Covid-19 è stato una gigantesca opportunità mancata. Ha mostrato tutte le fragilità del sistema Italia causate dall’assenza di una politica pubblica in grado di garantire il diritto alla salute e il diritto al lavoro, orientando il mercato privato e la domanda in funzione degli interessi generali. Purtroppo, nonostante decine di migliaia di morti, l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà, nel “decreto rilancio” non sono previste misure che tutelano i milioni di persone che vivevano già prima in condizione di povertà, come neppure quelle che ci sono scivolate a causa della perdita del salario o del lavoro nel peggiore dei casi.

Quello che ci preoccupa ancora di più è che l’opposizione al Governo non viene fatta per chiedere maggiori diritti sociali e giustizia ambientale, bensì chiedendo meno interventi dello Stato e maggiore libertà per le imprese. Una deriva fuori dalla democrazia che rischia di creare una spaccatura gigantesca nel nostro Paese tra ricchi e poveri. Non sarà certamente una crescita antieconomica che risolverà la crisi perché questa non si tradurrà in maggiore distribuzione della ricchezza, aumento della qualità del lavoro, migliori sistemi di protezione sociale e sanitaria.

Continuiamo a chiedere al Governo di ascoltare le proposte delle associazioni, dei sindacati e degli amministratori locali riuniti nel patto #Giustaitalia (https://volerelaluna.it/materiali/2020/05/13/giustaitalia-un-manifesto-per-far-ripartire-litalia/). Diciotto proposte suddivise in tre aree strategiche per mettere al centro i diritti sociali, assicurare la trasparenza nella gestione degli appalti, prevedere la tracciabilità del sostegno alle imprese, applicando bene e senza scorciatoie le norme che già esistono; garantendo diritti fondamentali, come il lavoro, la casa, il reddito, l’istruzione e la salute; lottando contro tutte le forme di povertà, a cominciare da quella educativa che colpisce le giovani generazioni; recuperando gli oltre 100 miliardi di euro sottratti annualmente alla collettività dall’evasione fiscale, per sostenere la nostra economia e ridurre il carico fiscale alle famiglie italiane.

Chiediamo dunque al Governo di intervenire perché c’è sempre tempo quando si ascoltano e si investe sui corpi sociali intermedi, cogliendo l’enorme patrimonio e la ricchezza più grande che l’Italia ha: i cittadini, le cittadine e le reti sociali che ogni giorno – con maggiore forza in questi mesi – si impegnano con gesti concreti di solidarietà e cooperazione.


Più italiani emigrati, meno arrivi dall’Africa

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Secondo il recentissimo Report migrazioni dell’Istat, nel 2018 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 157 mila unità, in aumento dell’1,2% rispetto all’anno precedente. Le emigrazioni dei cittadini italiani sono il 74% del totale (116.732). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 46.824, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) restituisce un valore negativo di 69.908 unità. Il tasso di emigratorietà dei cittadini italiani è pari a 2,1 per 1.000. Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all’estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l’estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l’anno.

In parallelo, le iscrizioni anagrafiche dall’estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all’anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.

L’andamento dei flussi migratori in ingresso nell’ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni con riferimento a tutti i paesi esteri: dopo l’incremento dovuto alle regolarizzazioni e all’ingresso di Romania e Bulgaria nell’Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall’estero hanno avuto un lento declino. Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare a causa dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo: soprattutto di persone in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Nel 2018, questi ingressi hanno subìto una battuta d’arresto e le iscrizioni anagrafiche dall’estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017). Sempre nel 2018 restano consistenti ma sono nettamente in diminuzione le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare dalla Nigeria (18 mila, -24%), dal Senegal (9 mila, -20 %), dal Gambia (6 mila, -30%), dalla Costa d’Avorio (5 mila, -27%) e dal Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l’unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all’anno precedente (17 mila, +9%).

Qui il testo completo del Report


Nella nostra parte del mondo

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«Alice: la questione è sapere se è possibile dare alla stessa parola molti significati diversi.
Humpty-Dumpty: la questione è di sapere chi sarà il padrone. Questo è il punto».

 

Sui temi del lavoro si è imposto un linguaggio improprio che molte volte maschera e deforma la realtà sociale ed economica di quella particolare prestazione dell’essere umano che chiamiamo “lavoro”.

Il “mercato del lavoro”. È un mercato di una entità non definita, per misurarlo l’istituto di statistica italiano deve precisare meglio, chiedendo a una persona: quanto “tempo” hai dedicato ad altri per ricevere un “compenso”? Quindi è il mercato dei lavoratori e in particolare di quello che serve al padrone: il loro tempo e le loro capacità operative.

Il “datore di lavoro”. In regime di mercato non dà un bel niente, compera tempo e capacità di un essere umano, al massimo si dovrebbe chiamare “compratore di lavoro” e non è un benefattore. Anche il termine “padrone” è ormai dimenticato, ma siamo nella fase del venir meno del pensiero critico.

Il “costo del lavoro”. Anche in questo caso siamo a un rovesciamento della condizione concreta: la retribuzione diventa un “costo” per colui che “dà” e non la parte spettante al lavoratore per il valore del prodotto conseguente al suo impegno in tempo e capacità.

È evidente che anche nel linguaggio si è imposta l’egemonia delle oligarchie finanziarie ed economiche a cui ormai nessuno più si sottrae.

Il lavoro non dovrebbe essere una merce ma lo è

La lotta dei lavoratori è stata sin dal suo nascere lotta per non essere “merci”, sia nell’utopia della società senza padroni sia per realizzare dignità e condizioni di lavoro che riconoscessero e rispettassero la persona. Al termine della seconda guerra mondiale, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro riprese pienamente le proprie funzioni con la Dichiarazione di Filadelfia che afferma «Il lavoro non è una merce» e ne precisa il significato «Tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro razza, religione o sesso, hanno il diritto di aspirare al loro progresso materiale e al loro sviluppo spirituale in condizioni di libertà, dignità, sicurezza economica, e con pari opportunità».

Il modello della flessibilità e della competitività globale ha fortemente depotenziato queste proposte negli ultimi decenni, in particolare dopo la crisi finanziaria del 2008.

Ogni mese veniamo informati sull’andamento dell’occupazione sulla base delle rilevazioni dell’ISTAT e ora anche dell’INPS. Per l’istituto di statistica una persona è “occupata” se ha lavorato almeno un’ora nella settimana precedente all’indagine, l’INPS invece misura le comunicazioni delle imprese relative ai rapporti di lavoro attivati e a quelli dismessi. Quello che vien misurato, quindi, non è l’occupazione ma la dinamica del mercato dei lavoratori: più rapporti di lavoro si attivano e cessano e più la merce “prestazione di lavoro” è in circolazione. Anche quello degli esseri umani è un mercato come gli altri.

Pochi addetti ai lavori usano l’ULA (Unità lavorativa anno a tempo pieno) per sommare i tempi minori dell’anno per contratti a termine, part-time, somministrazione, prestazioni occasionali e ricondurli allo standard che non possiamo più chiamare tradizionale. Ci spacciano per occupazione un uso sempre più occasionale e arbitrario del tempo.

Alcuni dati

Sino a un anno fa Ministero del lavoro, ISTAT e INPS pubblicavano mensilmente o trimestralmente i dati sull’andamento dell’occupazione e della disoccupazione, e molti organi di stampa ironizzavano sulla incongruenza dei numeri resi pubblici. Il Ministero ha come fonte le comunicazioni obbligatorie delle imprese, l’ISTAT la sua indagine campionaria e l’INPS la registrazione delle segnalazioni ai fini assicurativi dei rapporti di lavoro attivati o dismessi da parte delle imprese. Ora pubblicano congiuntamente una nota trimestrale che obbliga le diverse fonti a coordinarsi in modo che le discordanze non siano così clamorose.

Per curiosità si intendono presentare i dati delle rilevazioni ISTAT:

Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, luglio 2018

Sempre nella stessa nota mensile possiamo conoscere con un maggiore dettaglio alcuni dati:


Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, luglio 2018

Considerando le variazioni tendenziali degli ultimi anni si evidenzia una crescita dell’occupazione:

 

 

luglio 2015*

luglio 2016

luglio 2017

luglio 2018

 

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug15/lug14

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug16/lug15

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug17/lug16

Valori assoluti

(migliaia di unità)

Variazioni tendenziali

lug18/lug17

OCCUPATI

22.497

+180

22.765

+266

23.063

+294

23.292

+277

Dipendenti

16.990

+183

17.302

+285

17.723

+378

17.797

+214

– permanenti

14.587

+106

14.855

+244

14.988

+92

14.841

-122

– a termine

2.403

+77

2.446

+41

2.735

+286

3.086

+366

Indipendenti

5.507

-3

5.464

-18

5.340

-84

5.365

-63

Fonte ISTAT: occupati e disoccupati, rilevazioni mensili dei mesi di luglio degli anni 2015, 2016, 2017 e 2018

Quindi il numero di lavoratrici e di lavoratori che dichiara di aver lavorato più di un’ora nella settimana dell’intervista dell’ISTAT è aumentato di 795mila unità ma di queste ben 770mila stavano lavorando con un contratto a termine. Da sottolineare il dato del 2016 con 244mila rapporti a tempo indeterminato in più per effetto degli 8.000 euro di sgravi fiscali e contributivi per assunzione.

Se Ministero del lavoro, ISTAT e INPS pubblicassero i dati in ULA, il risultato sarebbe un altro, il dato c’è ma non sta nei comunicati. Ecco l’andamento dell’occupazione per ULA sempre pubblicato in un altro studio dell’ISTAT:

Fonte ISTAT: Conti aggregati economici nazionali trimestrali

Oltre all’incidenza dei contratti a termine deve essere sottolineata l’importanza dei contratti part time che sono ormai più di 2,6 milioni. Ecco i dati, in miliardi di ore per trimestre:

Un’occupazione cresciuta facendo lavorare le persone per meno ore, meno salario, meno libertà e meno diritti. Con la conseguenza aggiuntiva di meno tasse e contributi.

Il sistema di potere ha imposto un mercato dei lavoratori senza vincoli

Dopo un secolo dove si era ottenute conquiste progressive, ora i lavoratori e i loro rappresentanti sono stati esclusi da ogni possibilità di conoscere e controllare il collocamento al lavoro.

Ora questa funzione è attribuita alla “Rete Nazionale dei servizi per le politiche del lavoro”, formata dalle strutture regionali per le politiche attive del lavoro, dalle agenzie del lavoro, dagli altri soggetti autorizzati alla intermediazione di manodopera, dagli istituti scolastici di formazione professionale, delle università e delle scuole secondarie di secondo grado.

Per le agenzie il lavoro è merce con scopo di lucro, per le scuole è una gestione arbitraria priva della necessaria trasparenza: il fenomeno dei “tirocini” è l’espressione di un mercato delle convenienze preassuntive e di qualche punteggio per il curriculum scolastico.

Affinché non ci fossero dubbi sul carattere mercantile del lavoro il Sistema Informativo è stato ridenominato “borsa continua nazionale del lavoro”, luogo in cui domanda e offerta di prestazioni lavorative si incontrano. È stata una operazione ideologica priva di effettiva strumentazione ed efficacia. Contrariamente alle “borse” dove circola la merce denaro, quella del lavoro non ha alcuno strumento di controllo e di intervento contro la concorrenza sleale e, tantomeno, sono resi pubblici i valori delle merci trattate: tutto questo avviene tendenzialmente nel rapporto tra singolo lavoratore ed impresa.

Il cosiddetto “decreto dignità” non ha intaccato il sistema privato del collocamento e ha mantenuto inalterata la pluralità dei rapporti di lavoro, ritoccando in meglio le norme sulla durata dei contratti a termine. Sono stati corretti in modo irrisorio gli indennizzi in caso di licenziamento ed esteso il rapporto di lavoro occasionale con i voucher ai settori dell’agricoltura e del turismo.

Continuano quindi a operare in maniera diffusa e sostanzialmente arbitraria:

  1. I rapporti di lavoro nella forma del tirocinio, per studenti, lavoratori disoccupati e disabili.
  2. Permangono i contratti denominati di associazione in partecipazione (agli utili se e quando ci sono) stipulati prima del luglio 2015.
  3. I contratti di prestazione occasionale, quelli pagati a voucher, sia per le imprese che per i lavori di cura o manutenzione nelle famiglie.
  4. Il contratto a chiamata o intermittente.
  5. Il contratto di collaborazione dove si dovrebbe svolgere in autonomia il lavoro.
  6. Il contratto a termine, regolamentato recentemente che prevede ancora diverse articolazioni a seconda del settore.
  7. Il contratto di reinserimento per lavoratori anziani, disoccupati di lunga durata, donne residenti in territori ad alto tasso di disoccupazione.

Non può essere ignorato che nel cosiddetto lavoro indipendente rientrano figure di lavoratori la cui effettiva prestazione ha le caratteristiche del lavoro dipendente, basti pensare ai lavoratori autonomi con rapporti con un solo committente, i collaboratori con o senza progetto, i soci lavoratori di cooperative.

Il tempo come unità di misura

Anni fa il sindacato internazionale dei metalmeccanici ragionava sul fattore tempo: quanto tempo ci vuole per comprare un chilogrammo di pane o di riso? In Italia e in Tunisia? Quanto tempo serve a un facchino di Amazon e quanto al suo amministratore Jeff Bezos?

Per alcuni decenni il mercato del lavoro era regolato secondo i principi contenuti in due soli articoli dello Statuto dei Lavoratori, non a caso abrogati e sostituiti da qualche migliaio di norme contenute in leggi ordinaria.

Basterebbero ancora tre principi fissati sempre nello Statuto:

  1. dove c’è un posto di lavoro che continua nel tempo deve esserci un rapporto di lavoro equivalente che continua nel tempo;
  2. dove il posto di lavoro è limitato nel tempo ci deve essere un rapporto commisurato alla particolarità delle prestazioni richieste;
  3. i rapporti di lavoro devono essere tutti censiti da un servizio pubblico e accessibili ai lavoratori e alle loro rappresentanze.

 Non riuscendo al momento a implementare un reddito di cittadinanza che accompagni come un diritto di nascita una persona per l’intero arco della vita, le integrazioni del reddito devono supportare chi non ha un lavoro o l’ha perduto.


Poveri, noi

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Nel 2017 l’esercito degli “assolutamente poveri” in Italia ha raggiunto la cifra record di 5.050.000, pari all’8,4% della popolazione complessiva. Questo è il dato sconvolgente contenuto nella nota annuale dell’Istat su La povertà in Italia. Mostra l’immagine di un paese sprofondato in una condizione di degrado sociale pesantissima, soprattutto se si tiene conto che il numero complessivo e l’incidenza percentuale del fenomeno è esattamente il doppio rispetto a un decennio fa. Nel 2007, l’anno immediatamente precedente all’inizio della crisi, infatti, erano in condizione di povertà assoluta 2.427.000 individui, pari al 4,1% della popolazione, distribuiti in 975.000 famiglie (ora sono 1.778.000).Questo significa che per effetto della crisi il numero dei poveri in senso assoluto è raddoppiato!
E’ opportuno ricordare che, secondo i protocolli dell’Istat “la soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali” per condurre una vita dignitosa. Cioè per alimentarsi, vestirsi, curarsi, abitare, riscaldarsi, e in sintesi assicurarsi i beni e i servizi minimi indispensabili. Essa è misurata sul valore monetario distinto per aree geografiche, dimensioni del comune di residenza e ampiezza della famiglia.
A sua volta il numero di individui in condizione di “povertà relativa” – cioè con una capacità di spesa mensile inferiore del 50% rispetto alla media nazionale – è salito a 9.368.000 pari al 15,6% della popolazione (nel 2007 erano 7 milioni 542 mila, quasi due milioni in meno).
La presenza di minori si conferma come un fattore determinante per la condizione di povertà: la percentuale di famiglie in condizione di povertà assoluta sale infatti al 10,5% tra quelle con almeno un minore a carico, e addirittura al 20,9% se i figli minori sono tre o più, cioè tra le famiglie numerose, a dimostrazione di una strutturale, scandalosa assenza di politiche di contrasto alla povertà minorile nel nostro Paese.
Si conferma anche, drammaticamente, il divario nord-sud: è nel meridione che si è registrato il più forte peggioramento rispetto al 2016, con un incremento del (già elevatissimo) tasso di povertà assoluta di quasi due punti percentuali per le famiglie (dall’8,5% al 10,3%) e per gli individui giunti a rappresentare l’11,4% della popolazione. Sconvolgente, in particolare, l’impennata della povertà assoluta nei comuni Centro di aree metropolitane dove la percentuale è addirittura raddoppiata passando del 5,8% al 10,1%.
Il fatto è particolarmente impressionante se si tiene conto che, strutturalmente, questi indicatori si “muovono” con relativa lentezza, e scostamenti di pochi decimi di punto sono, per gli analisti, comunque rilevanti: un “salto” di cinque punti percentuali, e il raddoppio del tasso, indicano quindi un vero e proprio sommovimento tellurico nel tessuto sociale. Un aumento significativo della povertà assoluta si registra anche nei piccoli comuni (inferiori a 50mila abitanti) dove l’incidenza passa dal 7,8% al 9,8%. E – cosa cui prestare particolare attenzione – anche nelle periferie delle aree metropolitane del Nord, il che spiegherebbe la più recente geografia elettorale, con il voto “populista” in particolare crescita appunto nelle periferie delle grandi città e nei comuni minori.
Poveri sono i giovani (sotto i 35 anni la povertà assoluta è doppia rispetto agli ultra-sessantenni: 9,6% contro 4,6%). Gli operai: “nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%)”; quella relativa sfiora il 20% (una famiglia operaia su cinque è povera). I meno scolarizzati e qualificati: “Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%”. Gli stranieri: per i quali “l’incidenza raggiunge il 34,5%, con forti differenziazioni sul territorio (29,3% al Centro, 59,6% nel Mezzogiorno)”.

In un bell’editoriale su” La Stampa” intitolato Ora servono misure straordinarie Linda Laura Sabbadini ha scritto: “La povertà nello scorso anno è aumentata, 5 milioni i poveri assoluti secondo l’Istat. Il Sud sprofonda, in un solo anno 321 mila poveri assoluti in più. Pare strano che la povertà possa crescere in concomitanza con la crescita – da ben 15 trimestri – del Pil, seppure a ritmi piuttosto blandi. Sapete che cosa vuol dire? Se c’è chi peggiora sempre di più la propria condizione, ma il Pil aumenta, vuol dire che c’è chi la migliora e anche di molto. Lo dice anche la Banca d’Italia: i più ricchi sono sempre più ricchi…”. Linda Laura Sabbadini è una che di queste cose se ne intende, e molto. Di statistiche, di statistiche sociali, e di misurazione della povertà. E’ stata Direttora Centrale delle indagini su condizioni e qualità della vita dal 2001 al 2011 e Direttora del Dipartimento delle statistiche sociali e ambientali dal 2011 al 2016, prima di essere scandalosamente marginalizzata da una Presidenza dell’Istituto quantomeno miope. Ho lavorato con lei e ne ho conosciuto l’altissimo valore alla Commissione povertà, prima che fosse “normalizzata” e poi sciolta da governi che della povertà temevano perfino i numeri. Quando parla (e scrive) sa quel che dice.

 

Per un confronto con i dati pre-crisi si veda il Rapporto CIES (Commissione d’indagine sull’esclusione sociale)  del 2008.