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Israele scende in piazza, ma è una buona notizia solo per metà

Da molte settimane Israele scende in piazza contro Netanyahu e il suo progetto di ridimensionamento della Corte suprema. È una buona notizia? Si, perché è è giusto ribellarsi contro gli attentati ai capisaldi dello stato di diritto. No perché la mobilitazione non coglie che il veleno che mina la fragile democrazia israeliana è la sistematica oppressione del popolo palestinese, contestata solo da una minoranza degli israeliani.

La Palestina e l’autocensura dei giornalisti

L’Ordine dei giornalisti italiani ha sottoscritto la definizione di antisemitismo adottata dalla International Holocaust Remembrance Alliance, una definizione che, volutamente e incongruamente, fa coincidere l’antisemitismo con la critica alle politiche del Governo di Israele, in particolare nei confronti dei Palestinesi. È un fatto estremamente grave: una sorta di autocensura preventiva che viola il diritto all’informazione.

L’Italia ripudia il conflitto

Le proteste che incendiano Francia e Israele sono, nel nostro Paese, inesistenti e addirittura inimmaginabili, pur in presenza di una situazione sociale e politica per molti versi analoga. Sarà la sfiducia nella politica o lo sfarinamento della società civile o la reciproca frattura tra istituzione e protesta sociale. Ma certo viene spontaneo dire che l’Italia, affascinata dalla guerra, ripudia il conflitto interno.

La scomparsa del sogno palestinese

La Palestina è da tempo in una situazione drammatica e senza vie d’uscita. Intifada popolari, diplomazia a perdere, lotta armata dalla vita breve, attacchi individuali: nulla ha scalfito il sistema di segregazione israeliano. Questi “fallimenti” hanno un responsabile: la complicità internazionale verso il colonialismo israeliano d’insediamento, un colonialismo che accomuna oggi sia il Governo di estrema destra sia le proteste israeliane contro Netanyahu.

Gaza e Cisgiordania: la prigione più grande del mondo

Dall’inizio dell’anno, nella sola Cisgiordania, 132 palestinesi sono stati uccisi in scontri con l’esercito israeliano, facendo del 2022 l’anno più sanguinoso dal 2015. È il segnale della totale assenza di prospettive di giustizia e di pacificazione nel Medio Oriente. Un coraggioso libro di Ilan Pappè spiega le ragioni dell’incapacità di qualsiasi governo di risolvere la questione palestinese.

Il riconoscimento dello Stato di Palestina è urgente

Il riconoscimento dello Stato di Palestina è possibile e urgente. È il primo passo da fare, è il segnale che la politica è tornata in campo per costruire la pace. Ancora una volta ci rivolgiamo al Presidente della Repubblica, al Parlamento, al Governo italiano chiedendo che si riconosca lo Stato di Palestina per avviare una politica di pacificazione nell’intera regione medio-orientale.

Ragionare di Palestina è impossibile, anche nel Parlamento italiano

Parlare di Palestina citando le risoluzione dell’Onu e il diritto internazionale è sempre più difficile anche in sedi istituzionali. Lo dimostra l’aggressività del presidente della Commissione esteri della Camera, on. Fassino, nei confronti della Relatrice delle Nazioni unite sui diritti umani nel territorio palestinese occupato, Francesca Albanese, in sede di audizione.

Gaza: se gli aiuti umanitari cancellano i diritti

Nel 2022, a Gaza, i palestinesi che hanno bisogno di assistenza per sopravvivere sono 1,3 milioni (circa il 63% dei residenti). Dunque gli aiuti umanitari sono necessari. Ma occorre che avvengano nella consapevolezza che questa situazione è frutto della scelta del Governo israeliano di trasformare i palestinesi da popolo con diritti politici in una comunità indebolita dipendente dall’assistenza umanitaria.