La banalità del male: Gaza e non solo

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Richiamare uno dei testi fondanti della cultura (più ancora che del diritto) della civiltà seguita alla Seconda guerra mondiale per una riflessione su quanto si sta vivendo in questi interminabili mesi, che hanno restituito un ruolo di protagonista globale al termine “genocidio”, può apparire frutto di incompetenza o di ideologia. Ma così non è alla luce della lunga in un organismo (il Tribunale Permanente dei Popoli) che si è confrontato sistematicamente con situazioni riconducibili a quella che oggi si vive tra uno Stato (Israele) riconosciuto come autorità legittima ed esemplare nella comunità internazionale e un Popolo (quello palestinese) che, da quando le Nazioni Unite lo hanno formalmente indicato come titolare di uno Stato simmetrico a Israele, continua ad essere un’entità virtuale (e di vittima concreta, e anch’essa esemplare). Da una parte, un’autorità giuridicamente riconosciuta a prescindere dalla sua aderenza o violazione alle regole di una democrazia non solo formale; dall’altra, i popoli che, pur con tanti nomi (opposizioni, popolazioni, minoranze, movimenti di liberazione…), condividono la realtà di essere negati-repressi-puniti nei loro diritti fondamentali, nei modi più diversi e drammatici.

Non è difficile riconoscere queste situazioni nelle mappe geopolitiche che via via si rinnovano. Bastano pochi nomi, anche vicini agli scenari che circondano Gaza, e non solo: Turchia, Iran, Egitto, Myanmar, Sri Lanka… La caratteristica comune di queste situazioni è quella di conflitti per i quali si esclude a priori una soluzione. Il diverso-dissidente è il nemico: non può avere spazi di azione che mettano in difficoltà la controparte. E se c’è la minaccia di una forza antagonista, occorre dichiararne la non appartenenza alla società degli Stati. La definizione più mainstream per questa entità che può nascere ovunque e per i diversi motivi è terrorismo: introdotta nel linguaggio universale dagli Stati Uniti e adottata senza nessun accordo giuridico, ma come categoria indefinita, tanto da poter essere applicata arbitrariamente come una condanna automatica e passibile delle più diverse sanzioni, fino alla legittimazione di una guerra per distruggerla. Il Medio Oriente ne sa qualcosa, dai tempi delle Guerre del Golfo che hanno inaugurato l’entrata ufficiale del “terrorismo” come attore strutturato dello scenario internazionale. In queste situazioni, la comunità internazionale degli Stati, attraverso le Nazioni Unite e le Corti internazionali, ha un potere di intervento molto ristretto, perché sostanzialmente dipendente dai poteri più forti (che arrivano a non riconoscerne la competenza) e da interessi geopolitici, sempre più banalizzati e irrigiditi-diversificati, in termini di interessi economici, che nelle loro diverse forme sono i più potenti attori transnazionali.

Quanto succede con il mercato delle armi” e dei “sistemi di sorveglianza-sicurezza”, generalizzati e promossi ben al di là dell’uso nelle tante guerre tra Stati e terrorismi, completa un quadro di cui la guerra Russia-Ucraina, o Russia-Nato, è lo scenario devastante: da tutti riconosciuto come un “teatro”, con spettatori obbligati e diversamente paganti (o vittime), senza vincitori previsti, e che perciò si può prolungare senza scadenze. La guerra in Ucraina, divisiva tra tutte le tendenze politiche per le non-ragioni più diverse, è anche il pro-memoria del dato di fatto che appare nelle cronache più per impressionare che per far pensare. La presenza di decine, o centinaia, o migliaia, o milioni di soggetti umani, singoli o collettivi, titolari di diritti inviolabili, è una variabile assolutamente facoltativa, confinata, con la dovuta solennità, come oggetto di “raccomandazioni” o di preoccupazioni. La loro rilevanza è misurata, all’interno degli Stati, nei termini del peso che possono avere come elettori, consumatori, mano d’opera a costi sostenibili. I loro diritti coincidono con il grado di democrazia del singolo Stato. Le frontiere sono impermeabili, in entrata e in uscita, ai diritti umani che continuano a chiamarsi universali.

Gaza è stata il laboratorio di verifica di tutte le definizioni, esplicite e implicite, degli ambigui scenari di diritto appena evocati e si impone come chiave di lettura della loro tenuta rispetto al progetto di civiltà con cui confrontarsi. Un attacco da parte di un movimento “terroristico”, perfettamente noto e ufficialmente sorvegliato da Israele fino nei dettagli più personali della sua composizione, ha preso ufficialmente di sorpresa uno Stato che da 75 anni viola i trattati internazionali nella più assoluta impunità anche per crimini come l’apartheid contro tutto un popolo. La risposta è stata universalmente riconosciuta come “sproporzionata”, ma questo “eccesso” ha raggiunto livelli di inumanità mai visti, resistenti a tutte le pressioni di cessate il fuoco e via via “perfezionati” con ripetute violazioni dei diritti più elementari e antichi. Perfino un Segretario Generale delle Nazioni Unite, certo non rivoluzionario, ne ha sancito la impensabilità: e le immagini della banalità con cui l’orrore si diversificava fino agli ultimi (finora) bruciati vivi di Rafah, tranquillamente definito “un incidente”, sono entrate a pieno titolo in antologie di inumanità che si pensava appartenessero al mai più. La pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia è stata non solo rigettata da Israele contro ogni evidenza ma accolta con il gesto plateale e sprezzante di tagliuzzare lo statuto delle Nazioni Unite: Israele si dichiara a priori non solo in-giudicabile, ma estraneo alla comunità internazionale. Non si è risparmiata neppure la vacuità di dichiarare terrorista l’Unrwa. E irride, offeso, all’ipotesi che si possa parlare di genocidio, anche quando si dimostra che da anni i suoi servizi segreti inseguivano il presidente della Corte Penale Internazionale per documentarne anticipatamente la non credibilità.

Nel frattempo, in quanto soggetto “inesistente”, il popolo palestinese continua ad essere massacrato: suscitando una emotività che occupa pagine sempre più interne, perché sempre uguale e scostante come uno spettacolo obbligato. La discussione (se questo termine ha senso in questo contesto) si concentra sulla definizione del crimine e sulla competenza delle Corti. “Genocidio” è parola proibita (come, nel quadro generale sopra ricordato, lo è il termine “pace”…). Può essere usato solo per l’evento che ha fondato con la sua tragicità la nostra storia. Ed è segno di antisemitismo dichiarare che lo Stato di Israele, proclamatosi non appartenente alla storia attuale, riproduce (lo dicono bene, da anni, suoi membri autorevolissimi come A. Burg e tanti altri) l’Hitler profondo che ha in sé per la sua origine sionista. Le definizioni che pretendono non confrontarsi con il presente e la realtà dei fatti sono una trappola funzionale al gioco dei poteri da cui si è partiti. A Gaza, in modo esemplare, si sta decidendo (o si è già deciso) quali sono le definizioni che contano per il presente-futuro di un mondo che non riconosce più – e non pensa più di rispettare – un diritto che cerca di essere universale per gli umani, perché la legge delle cose è prioritaria ed escludente: e le cose umanitarie non possono essere date neppure ai bambini di quegli umani che rappresentano, con la loro concentrazione in una striscia che sostituisce una terra da abitare, tutti i migranti del mondo.

Anche se gli esperti internazionali e indipendenti di genocidio concordano sul fatto che a Gaza (come nel Myanmar o contro i Kurdi) ciò che succede ha superato tutti i limiti di definizione, il male si è fatto così “banale” ed evidente (e il diritto che lo deve definire chiaro ma lontano) che si sente il bisogno di una domanda-sogno: e se, eliminando le formalità delle definizioni, si arrivasse a riconoscere che la vita e l’esistenza del popolo palestinese è sacra (in quanto rappresenta anche le vite di tanti popoli) e la sua autodeterminazione dovuta? E la pace può avere un futuro? A Gaza, banalmente, si sta invece continuando a dire che non c’è spazio – nella cultura, nella politica, nella civiltà della comunità internazionale – per un futuro umano. Gaza può ripetersi ovunque. Se il diritto internazionale non coincide con una rilettura della convivenza umana secondo cui Gaza non è un “evento genocida” contro un popolo siamo di fronte alla dimostrazione – concentrata in un’area ridicolmente piccola, banale, e in un tempo che non ha durata – che il salto di civiltà prodotto dai milioni di morti della seconda guerra mondiale è da rifare. Perché i bambini di Gaza ricordano tutti i milioni che muoiono in eccesso per effetto del mercato. Dobbiamo inventare un tribunale per condannare il capitalismo o il neocolonialismo di un colore o di un altro?

Una risposta reale per Gaza è in una lista d’attesa di cui si conoscono perfettamente i responsabili e i loro incroci. E non ci sono risposte per i terrorismi di Hamas e per i genocidi in corso, più o meno giuridicamente definibili. Nell’oscurità dell’impunità, le Corti hanno aperto, a partire da Gaza (forse per rendere la brutalità senza senso e senza limiti che la opprime meno minacciosa per la buona coscienza della nostra civiltà?) fessure che si vorrebbe tanto qualificare di speranza. Più profonda dell’impunità, imposta dai poteri ufficiali per proteggere colpevoli di cui sono in diverso modo complici, la “banalità del male” che considera le vite degli umani come disposable, usa e getta, è la sfida aperta, in una società eticamente capovolta, per un diritto capace di confrontare le proprie definizioni con la durezza e le ipocrisie della storia che si vive, e della memoria di tutte le resistenze che lo hanno sognato.


La giustizia internazionale alla prova di Israele

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Come noto il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, con un’interpretazione della giurisdizione della Corte opposta a quella sostenuta da Stati Uniti e Israele, ha richiesto l’emissione di mandati di arresto nei confronti, oltre che dei capi di Hamas (come era prevedibile e quasi scontato), anche nei confronti di Netanyahu e di Gallant (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/22/la-corte-penale-internazionale-i-crimini-di-netanyahu-lipocrisia-delloccidente/). La decisione sta comportando una serie di reazioni a livello internazionale, fortemente contrastanti tra loro. Colpisce, in particolare, l’accusa principale rivolta al Procuratore di avere assimilato la posizione dei leader di Hamas con quella dei responsabili politici di Israele: da ciò l’accusa di comportamento oltraggioso, per aver equiparato gli aggressori e gli aggrediti. Si tratta di un’affermazione che prescinde dal contenuto della richiesta dei mandati di cattura (ricca di elementi di prova circa la commissione dei reati contestati) ed è finalizzata a supportare le tesi di Israele già in più occasioni portate avanti per prevenire l’eventuale richiesta, poi avvenuta, dei mandati di cattura.

Queste intimidazioni sono state di livello tale da indurre il Procuratore Capo a emettere un pesante avvertimento: «Tutti i tentativi di ostacolare, intimidire o influenzare impropriamente i funzionari di questa Corte devono immediatamente cessare. Il mio ufficio non esiterà ad agire ai sensi dell’art. 70 dello Statuto di Roma se tale condotta dovesse continuare. L’articolo citato, con la rubrica “Reati contro l’amministrazione della giustizia”, recita: «La Corte eserciterà la propria giurisdizione sui seguenti reati commessi ai danni della amministrazione della giustizia se sono perpetrati intenzionalmente: […] (d) ostacolare, intimidire o corrompere un funzionario della Corte allo scopo di obbligarlo o persuaderlo a non ottemperare, o ad ottemperare impropriamente ai suoi obblighi. […] In caso di condanna, la Corte può comminare una pena non superiore a cinque anni, o un’ammenda, in conformità con le regole procedurali e di ammissibilità delle prove, oppure entrambe».

L’ingerenza nell’attività della Corte è gravissima, anche a prescindere dalla fondatezza delle argomentazioni che si ricavano dalla lettura della richiesta. Infatti, contestare l’operato di una Corte, autonoma ed indipendente, riconosciuta da almeno 124 Stati, che opera per una finalità superiore di giustizia internazionale come espressamente indicato nel Preambolo («Determinati ad istituire a tali fini e nell’interesse delle generazioni presenti e future, una Corte penale internazionale permanente e indipendente, collegata con il sistema delle Nazioni Unite competente a giudicare sui crimini più gravi motivo di allarme per l’intera comunità internazionale») appare francamente inammissibile. Impedire alla Corte di adempiere al dovere attribuitole dallo Statuto di Roma di perseguire “i crimini più gravi motivo di allarme per l’intera comunità internazionale” (e certamente quanto è capitato il 7 ottobre 2023 e quanto sta continuando a capitare ogni giorno da allora ad opera dell’esercito israeliano, costituiscono crimini che hanno allarmato il mondo intero) costituirebbe una rinuncia al mantenimento di uno strumento autonomo e indipendente di diritto internazionale. E dunque, appare legittimo, e anzi dovuto, un intervento della Procura presso la Corte Penale Internazionale che segnali e chieda di sanzionare comportamenti tenuti dalle parti che costituiscano, secondo le prove sino ad ora raccolte, crimini di guerra e contro l’umanità nelle due differenti situazioni.

L’indipendenza e l’autonomia della Corte vanno preservate in ogni caso, così come, ed a maggior ragione, va preservata l’autonomia, l’indipendenza e la vincolatività delle ordinanze e sentenze della Corte Internazionale di Giustizia. A questo proposito, mentre scrivo, giunge la notizia dell’emissione di una terza ordinanza da parte della Corte Internazionale (assunta il 24 maggio con una maggioranza di 15 voti favorevoli contro 2 contrari, di cui uno è il voto del giudice ad hoc nominato da Israele) che conferma ed aggrava le misure cautelari emesse in precedenza, dando atto dell’aggravarsi della situazione a Gaza, così come descritta dal Segretario Generale dell’ONU, dai Relatori Speciali ONU e da altri funzionari dell’Organizzazione e a fronte anche delle dichiarazioni provenienti da esponenti del Governo israeliano quali il Ministro Katz che, a sua volta, ha affermato: «Si ordina a tutta la popolazione civile di [G]aza di lasciare immediatamente. Vinceremo. Non riceveranno una goccia d’acqua o una singola batteria finché non lasceranno il mondo». Scrive il Segretario Generale dell’Onu Guterres:

Il sistema sanitario a Gaza sta collassando. […] Nessun luogo è sicuro a Gaza. In mezzo al costante bombardamento da parte delle Forze di Difesa di Israele, e senza rifugi o elementi essenziali per sopravvivere, mi aspetto che l’ordine pubblico si sgretoli completamente presto a causa delle condizioni disperate, rendendo impossibile persino un limitato soccorso umanitario. Una situazione ancora peggiore potrebbe svilupparsi, comprese malattie epidemiche e una maggiore pressione per lo spostamento di massa verso paesi limitrofi. Stiamo affrontando un grave rischio di collasso del sistema umanitario. La situazione sta rapidamente deteriorandosi in una catastrofe con implicazioni potenzialmente irreversibili per l’intera popolazione palestinese e per la pace e la sicurezza nella regione. Un esito del genere deve essere evitato a tutti i costi.

(Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, doc. S/2023/962, 6 dicembre 2023)

In queste circostanze, la Corte ritiene che la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza sia seriamente a rischio di ulteriore deterioramento prima che la Corte stessa emetta la sua sentenza finale.

Insomma, la situazione è gravissima ed è attestata da entrambe le Corti internazionali esistenti a tutela del diritto internazionale dei popoli. Ora, è noto che le decisioni delle Corti internazionali sono vincolanti, anche se mancano gli strumenti per renderle eseguibili. Ciò che maggiormente sconcerta, dunque, è l’atteggiamento non solo di Israele, ma anche di molti altri Stati, che mira a screditare l’operato delle Corti. Netanyahu ha affermato: «Vergogna! Niente al mondo ci fermerà!» ed ha chiarito che non intende in alcun modo rispettare quelle decisioni. Eppure Israele, se può affermare la sua estraneità rispetto alle richieste (e agli eventuali provvedimenti) della Corte Penale Internazionale, non avendo Israele ratificato lo Statuto di Roma, istitutivo di quella Corte, nulla può contestare circa le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, posto che si tratta del massimo organismo predisposto dall’ONU, valido, conseguentemente per tutti gli Stati, tra cui Israele, che dell’ONU fanno parte.

Accettare l’atteggiamento di Israele ci riporterebbe indietro di 70 anni e renderebbe ogni Stato libero di agire a propria difesa (e offesa) senza limiti e condizionamenti internazionali: basta con ONU, CPI, Corte Internazionale di Giustizia! Paradigmatico, in questo senso, è quanto sostenuto dal Segretario del Partito Radicale, Maurizio Turco, che chiede di costituire un’Organizzazione Mondiale degli Stati Democratici, posto che buona parte dei paesi ONU che danno origine alla Corte Internazionale di Giustizia non sono democratici! Dimenticando, peraltro, di spiegarci sulla base di quale concetto uno Stato potrebbe essere ritenuto democratico ed ammesso, conseguentemente, a quell’Organismo.

Da tutto ciò deriva un senso di scoraggiamento per un celere raggiungimento del cessate il fuoco a Gaza. Ma d’altro lato, cresce la sensazione che lentamente si stia affermando un convincimento generalizzato volto a ritenere fondamentale la tutela dei diritti umani garantita da organismi internazionali indipendenti e autonomi. Non resta che attendere, con ansia, gli sviluppi dell’intricata situazione.


La Corte penale internazionale, i crimini di Netanyahu, l’ipocrisia dell’Occidente

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«Gli Stati parti del presente Statuto,
Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto;
Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità;
Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo;
Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti…»

Così recita il preambolo dello Statuto che istituisce la Corte penale internazionale stipulato a Roma il 17 luglio 1998, entrato in vigore il 1° luglio 2002. La Corte penale internazionale è l’unica istituzione di garanzia volta a rafforzare i precetti del diritto internazionale che bandiscono il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità (e dopo il 2010 anche il crimine di aggressione, ove ricorrano determinate condizioni), con la missione di intervenire laddove gli Stati nazionali non siano in grado di assicurare la repressione di tali crimini.

A differenza della Corte di Norimberga, la Cpi non agisce nell’interesse dei vincitori ma è strumento – almeno astrattamente – della Comunità internazionale, rappresentata dai 123 Stati che hanno sottoscritto il suo Statuto. Proprio per questo suo carattere, svincolato dalla forza, l’azione della Cpi deve confrontarsi con difficoltà di ogni tipo quando si trova a giudicare crimini commessi da agenti di Stati che non sono stati sconfitti e generalmente godono di buona salute. È sintomatico che tre dei cinque paesi membri del Consiglio di Sicurezza (Usa, Cina e Russia) non abbiano aderito alla giurisdizione della Corte penale internazionale, assieme ad altri Stati più adusi a commettere crimini internazionali come Turchia, Israele, Arabia Saudita, Siria.

Se la Cina si è limitata a non aderire, gli Stati Uniti, fin dall’inizio, hanno manifestato un’aperta ostilità al lavoro della Corte, che hanno cercato di ostacolare in ogni modo. In questo quadro si devono ricordare i numerosi accordi bilaterali stretti dagli Usa con vari Stati che, per fatti potenzialmente rientranti nella competenza della Cpi, fanno divieto di consegnare alla Corte un cittadino americano ricercato o indagato da questa, prevedendo l’esclusiva competenza dello Stato di cittadinanza. A siffatta prassi veniva fornita una base legislativa di diritto interno, attraverso una legge del Congresso americano che autorizza il Presidente degli Stati Uniti a utilizzare ogni mezzo utile per ottenere il rilascio dei cittadini americani che fossero detenuti a richiesta della Cpi (conosciuta come legge che autorizza l’invasione dell’Aia). Infine, nell’era Trump (settembre 2020) si arrivò alle minacce e alle sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte, la Procuratrice dell’epoca Fatou Bensouda e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, per impedire che venisse portata avanti l’inchiesta avviata dalla Corte sui crimini di guerra commessi dagli Usa in Afganistan. Le sanzioni imposte da Trump (e poi tardivamente revocate da Biden) trovarono l’appoggio entusiasta del primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si affrettò a congratularsi con Trump per la decisione di imporre sanzioni alla «corrotta e faziosa Corte penale internazionale», definendola «una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani». Netanyahu accusò la Corte di aver inventato «accuse stravaganti», come che «gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra». L’avversione di Netanyahu all’esistenza stessa di una giurisdizione internazionale con la missione di prevenire e reprimere «i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale», naturalmente aveva fondate ragioni dal suo punto di vista, dal momento che Israele, nella sua condotta politica e militare, non ha mai accettato di avere le mani legate dai vincoli del diritto.

Orbene, dopo un lungo silenzio durante il quale è sorto il dubbio sull’esistenza stessa del diritto internazionale e sull’utilità di una giurisdizione concepita per contrastare quei crimini che offendono la coscienza morale dell’umanità, la Corte penale internazionale ha battuto un colpo. Il 20 maggio l’ufficio della Procura ha reso nota la richiesta di emissione di un mandato di cattura per tre leader di Hamas (per i fatti del 7 ottobre) e per due dei massimi dirigenti politici di Israele, il primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Gallant. Non è stato un percorso facile a causa delle intimidazioni che sono state esercitate dagli “amici” di Israele, che hanno costretto il Procuratore, l’inglese Karim Khan, a mandare questo inusuale avvertimento: «tutti i tentativi di ostacolare, intimidire o influenzare impropriamente i funzionari di questa Corte devono cessare immediatamente. Il mio Ufficio non esiterà ad agire ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma se tale condotta dovesse continuare».

La procura ha chiesto il mandato di cattura per Netanyahu e Gallant contestando sia crimini di guerra, sia crimini contro l’umanità. L’atto di accusa evidenzia che le prove raccolte:

«dimostrano che Israele ha intenzionalmente e sistematicamente privato la popolazione civile in tutte le zone di Gaza di beni indispensabili alla sopravvivenza umana. Ciò è avvenuto attraverso l’imposizione di un assedio totale su Gaza che ha comportato la chiusura completa dei tre valichi di frontiera, Rafah, Kerem Shalom ed Erez, a partire dall’8 ottobre 2023 per periodi prolungati e poi limitando arbitrariamente il trasferimento di rifornimenti essenziali – compresi cibo e medicine – attraverso i valichi di frontiera dopo la loro riapertura. L’assedio ha incluso anche l’interruzione delle condutture idriche transfrontaliere da Israele a Gaza – la principale fonte di acqua potabile per i gazawi – per un periodo prolungato a partire dal 9 ottobre 2023, e l’interruzione e l’impedimento delle forniture di elettricità almeno dall’8 ottobre 2023 fino ad oggi. Ciò è avvenuto insieme ad altri attacchi contro i civili, compresi quelli che facevano la fila per il cibo; all’ostruzione della consegna degli aiuti da parte delle agenzie umanitarie; agli attacchi e alle uccisioni di operatori umanitari, che hanno costretto molte agenzie a cessare o limitare le loro operazioni a Gaza. […] Questi atti sono stati commessi come parte di un piano comune per usare la fame come metodo di guerra e altri atti di violenza contro la popolazione civile di Gaza come mezzo per […] punire collettivamente la popolazione civile di Gaza, percepita come una minaccia per Israele. Gli effetti dell’uso della fame come metodo di guerra, insieme ad altri attacchi e punizioni collettive contro la popolazione civile di Gaza, sono acuti, visibili e ampiamente noti. […] Tra questi, la malnutrizione, la disidratazione, le profonde sofferenze e il crescente numero di morti tra la popolazione palestinese, tra cui neonati, altri bambini e donne. Israele, come tutti gli Stati, ha il diritto di agire per difendere la propria popolazione, ma, quali che siano gli obiettivi militari – conclude il Procuratore – i mezzi scelti da Israele – ovvero causare intenzionalmente morte, fame, grandi sofferenze e gravi lesioni al corpo o alla salute della popolazione civile – sono criminali».

Di fronte a questa incriminazione per fatti noti a tutti e puntualmente denunciati dalle Agenzie dell’ONU e dal suo Segretario Generale, crolla quel muro di opacità con il quale i leader dei principali Paesi dell’Occidente hanno cercato fin qui di mascherare l’oscenità del martirio di un’intera popolazione perseguito con accanimento da Israele nella convinzione della sua più totale impunità. Abbiamo bombardato di sanzioni la Russia, rivendicando – per bocca di Stoltenberg – un ordine internazionale “fondato sulle regole”, mentre siamo rimasti muti e impassibili quando Israele violava tutte le regole del diritto bellico infliggendo sofferenze inenarrabili alla stremata popolazione di Gaza.

Come dimenticare la falange di scudi sollevata dalla politica e dai principali organi di stampa per nascondere all’opinione pubblica l’orrore che si stava consumando sull’altra sponda del Mediterraneo? Come dimenticare l’abbraccio della Meloni a Netanyahu il 21 ottobre scorso, e il suo incondizionato sostegno per l’operazione “spade di ferro”, pur avendo il premier israeliano fatto esplicito riferimento – per chiarire le sue intenzioni – allo sterminio degli Amaleciti raccontato nella Bibbia? Il mandato di arresto per Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Gallant, spiazza tutti i governi europei che, come quello italiano, hanno coperto i crimini di Israele e hanno cercato di silenziare tutte le proteste con i manganelli, trasformandosi negli avvocati difensori di Israele nel proscenio internazionale.

Ora non c’è più tempo da perdere, le indagini della Corte penale internazionale certificano l’esistenza di quelle atrocità inimmaginabili che la politica ha finto di non vedere. Se non vogliamo diventare complici, non possiamo più tacere. L’incriminazione di Netanyahu ci avverte che i crimini contestati sono ancora in corso. È dovere della Comunità internazionale porre fine a questo scempio. Bisogna esigere il cessate il fuoco immediato a pena di sanzioni adeguate. L’occupazione della Striscia di Gaza è illegale, dopo i disastri che ha combinato non si può consentire ad Israele di restare arbitro della vita e della morte degli abitanti di Gaza. Deve intervenire una missione dell’ONU per separare i contendenti e garantire la sopravvivenza della popolazione di Gaza.

 


La distruzione di Gaza: reazione o progetto preparato da tempo?

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Non si tratta di fare disquisizioni semantiche sul termine genocidio: quello che avviene in Palestina, nonostante il cerchiobottismo dei paesi occidentali che non prendono posizione contro l’attuale Governo d’Israele che vede nella guerra, coinvolgendo la popolazione civile, l’unico mezzo per la soluzione del conflitto, è sotto gli occhi di tutti: il popolo palestinese è oggetto di un massacro indiscriminato e sospinto drammaticamente verso una nuova Nakba, ad iniziare dall’espulsione manu militari dalla Striscia di Gaza. Contemporaneamente in Cisgiordania aumentano le violenze dei coloni ebrei contro i Palestinesi, e non solo da parte degli ultraortodossi, con l’esproprio forzato di terre, uccisioni impunite e sostenute dall’esercito israeliano (IDF Israel Defense Force) che, come tutti gli eserciti che entrano in guerra, si è macchiato di gravi e ripetute violazioni del diritto internazionale umanitario.

Va detto che se Hamas, nella sua Costituzione, non riconosce il diritto di esistenza allo Stato di Israele è altrettanto vero che Israele da sempre nega il diritto all’esistenza di uno Stato palestinese: due popoli in piena dicotomia che, per ragioni opposte, hanno rifiutato la soluzione dei due Stati che rimane l’unica strada per cercare una via d’uscita dallo storico e devastante conflitto tra Israele e il popolo palestinese (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/07/antisemitismo-e-critica-di-israele-di-cosa-parliamo/). Strada obbligata ma da sempre in salita e controvento sia per il fanatismo di Hamas sia per quello di Israele perché va sottolineato che le dichiarazioni del primo ministro di Israele Netanyahu sono perfettamente in linea, a distanza di oltre trent’anni, con quelle dell’ex primo ministro di Israele Ariel Sharon: «Non si restituisce ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono: da migliaia, migliaia di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia di Gaza. […] No, lo ripeto, non permetteremo mai di installarvi un secondo Stato palestinese. Mai! Non fatevi illusioni» (intervista a Oriana Fallaci, settembre 1982).

La violenza di Hamas è stata feroce e inumana ma non giustifica la reazione spropositata, altrettanto feroce e inumana di Israele sul popolo palestinese. Probabilmente si dovrebbe smettere di utilizzare il termine “reazione” perché oggettivamente è ben difficile credere – e in effetti ben pochi ci credono – all’alibi politico e militare israeliano dell’essere stati colti di sorpresa dalla tragedia del 7 ottobre. Israele è il Paese che realizza, ed utilizza tramite il Mossad, la tecnologia di spionaggio più avanzata e i già noti software-spia Pegasus e Predator (in grado di aggirare qualunque difesa degli smartphone utilizzandoli poi, ad esempio, come telecamere e microfoni per carpire qualunque tipo di informazione) oggi risultano superati dal software-spia della israeliana start up Toka, in grado di inserirsi in qualunque telecamera di sorveglianza di qualunque città, avendo così il controllo di quanto avviene, con la possibilità di modificare le immagini in diretta o registrate e alterare quindi la realtà senza lasciare alcuna traccia. Non è immaginabile che questi sistemi di controllo non siano utilizzati proprio sull’area di Gaza, su cui l’intelligence israeliana attua del resto anche un ferreo controllo “tradizionale”, e la preparazione dell’atto terroristico del 7 ottobre non è stata compiuta da una cellula di pochi militanti ma con un’azione corale che ha coinvolto migliaia di elementi e ha richiesto mesi di esercitazioni che, clamorosamente, oggi si scopre essersi svolte alla luce del sole e apparse anche su Telegram.

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova» è una frase famosa di Aghata Christie. In questo caso gli indizi che possono sostenere la tesi che Israele fosse al corrente dell’attacco ma non l’abbia prevenuto per poterlo poi utilizzare nella rappresaglia su Gaza, e in generale contro i palestinesi, sono più di tre: 1) nelle settimane precedenti il 7 ottobre la CIA aveva rilanciato report degli stessi servizi israeliani che segnalavano movimenti anomali a Gaza; 2) l’intelligence egiziana già a fine settembre aveva segnalato che stava per succedere qualcosa di grosso; 3) Yigal Carmon, storico agente segreto del Mossad e già consigliere per l’antiterrorismo per gli ex primi ministri Shamir e Rabin ha confermato, in una intervista apparsa sul Corriere della Sera del 2 novembre 2023, di avere avvertito della minaccia imminente di Hamas con interventi circostanziati di MEMRI, il suo centro di analisi di fonti aperte del Medio Oriente; 4) per mesi dal bunker della base di Nahal Oz, non distante da Gaza, sono stati inviati avvertimenti su strani pattugliamenti degli jihadisti, che evidentemente sono serviti per individuare i punti dove squarciare la recinzione e invadere il sud del Paese; 5) il New York Times ha pubblicato un’indiscrezione clamorosa sull’attuale fase della guerra in Palestina: secondo il quotidiano americano, Israele sarebbe stato a conoscenza del piano d’attacco di Hamas un anno prima del 7 ottobre 2023. I militari di Tel Aviv avrebbero infatti avuto tra le mani un documento – intitolato Muro di Gerico” – con tutti i dettagli sul piano terroristico di Hamas, che poi è stato fedelmente eseguito!

Oggi il Governo reazionario di Israele, fortemente sbilanciato sulla visione degli ultraortodossi, estremista («È la nostra terra per diritto divino») e razzista («I palestinesi sono animali, non sono umani, non hanno ragione di vivere»: frase pronunciata da Eli Ben-Dahan Viceministro della Difesa di Israele), punta a utilizzare al massimo la congiuntura di guerra per ridimensionare i territori e la presenza dei palestinesi sia con la totale distruzione ed occupazione di Gaza sia con l’ampliamento esponenziale degli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, dove, nel silenzio generale, è in corso l’altra faccia, non meno violenta, della stessa guerra che mira alla deportazione in Giordania del popolo palestinese con la parola d’ordine «Nakba shtaim» (seconda Nakba). E l’ormai prossima invasione militare di Rafah va drammaticamente in questa direzione.


Antisemitismo e critica di Israele: di cosa parliamo?

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1. La raccapricciante ritorsione dello Stato di Israele in risposta al massacro del 7 ottobre ha indotto molti, anche tra i suoi sostenitori, a prendere le distanze dalle modalità – e dagli obiettivi – con cui il Governo di Tel Aviv ha ritenuto di esercitare il suo “diritto all’autodifesa”. La sproporzione tra l’offesa ricevuta e la risposta lascia sgomenti, non meno dell’arbitrarietà con cui si continuano a colpire indiscriminatamente soggetti che con Hamas, responsabile della terribile operazione del 7 ottobre, non hanno nulla a che fare. Bambini, operatori umanitari, religiosi, medici, giornalisti, funzionari delle Nazioni Unite, non c’è nessuno o nessuna che sembra potersi salvare dalla furia dell’esercito israeliano, che con protervia ha definito “danni collaterali” la perdita di migliaia di vite umane, come se l’uccisione di civili non fosse messa in conto dai programmi di intelligenza artificiale di cui l’esercito israeliano si avvale. Questa reazione ha suscitato innumerevoli critiche, trovando il suo apice nella denuncia di Israele alla Corte internazionale di giustizia da parte del Sudafrica per genocidio.

Leader di molti paesi – il brasiliano Lula, il malese Anwar Ibrahim, il colombiano Petro, tra gli altri – si sono espressi in maniera severa nei confronti del Governo di Tel Aviv creando incidenti diplomatici. La Bolivia ha interrotto le relazioni diplomatiche, Cile e Colombia hanno richiamato i propri ambasciatori, il Venezuela ha condannato gli attacchi nella Striscia di Gaza. Il Nicaragua ha esteso le responsabilità agli alleati di Israele, denunciando la Germania alla stessa Corte internazionale di giustizia e riservandosi di fare la stessa cosa contro Olanda, Canada e Regno Unito per complicità in genocidio. Il Consiglio dei diritti umani, un’agenzia dell’Onu, ha presentato il 26 marzo a Ginevra un rapporto che aveva come titolo Anatomia di un genocidio. Artisti e artiste, giornalisti e giornaliste, numerosi intellettuali hanno preso parola in questi ultimi mesi per denunciare il massacro; diverse università europee, anche per via della pressione esercitata da movimenti studenteschi e d’opinione in crescita, hanno messo in discussione le collaborazioni su programmi cosiddetti dual use (ossia suscettibili di applicazioni militari e coloniali) che coinvolgano anche università israeliane. In Italia, è ormai noto il caso del Bando Maeci, un accordo di collaborazione stilato da organismi statali italiani e israeliani, che l’Università di Torino ha giudicato ambiguo al punto che il senato accademico ha approvato una mozione che giudica “non opportuna” la partecipazione a esso. Lo stesso organo della Normale di Pisa, dopo aver approvato un documento che chiede il cessate il fuoco a Gaza, ha invitato il ministero degli esteri a riconsiderare il “bando scientifico 2024”, lo strumento di attuazione dell’accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica con Israele.

Questo elenco non è esaustivo e si estende di giorno in giorno. Il punto di convergenza dei diversi movimenti e istituzioni è la difesa della vita e dei diritti dei palestinesi. Eppure su tutti, senza eccezioni, è calata l’accusa, a volte strisciante più spesso esplicita, di “antisemitismo”, mossa principalmente da giornalisti, commentatori, politici di professione, provenienti per lo più dal mondo conservatore o di destra, ma non solo. Non è mancato purtroppo il sostegno di una parte consistente di una generazione di sinistra cresciuta nell’idea dell’eccezionalità dello Stato d’Israele, che quindi non dovrebbe essere oggetto di critica politica alla stessa stregua degli altri stati. Pur essendo abbastanza chiaro l’obiettivo reale di quanti usano l’epiteto “antisemita” – ossia: chiudere sul nascere ogni forma di discussione screditando l’interlocutore –, ci pare opportuno fare uno sforzo per capire di cosa si parla quando si scomoda l’antisemitismo. Visto che la parola viene usata con leggerezza senza mai essere sostanziata, l’obiettivo di questo intervento è ricordare come e dove nasce l’antisemitismo, come si è storicamente concretizzato e quali attori ne sono stati protagonisti. Ci soffermeremo su cosa la parola descriva oggi e infine, mostreremo che, anche nelle critiche più accese, sia del tutto impossibile trovare tracce di antisemitismo.

2. L’antisemitismo ha radici cristiane risalenti nel tempo, che risultano evidenti sul piano teologico e politico: si direbbe un tratto caratterizzante il cosiddetto Occidente, dall’antichità al medioevo. In epoca moderna l’antisemitismo, mai rifluito, si sposa con il razzismo, che riconnette il comportamento di individui e popoli alla presunta appartenenza razziale. Su questa strada si muove alla metà dell’Ottocento il primo tentativo di sistematizzare il fenomeno: il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, a firma di Joseph Arthur de Gobineau. Il libro esalta la superiorità della razza bianca, bella, intelligente, forte, e contrasta ogni forma di meticciato, che porta alla decadenza delle civiltà. Il passo dal razzismo all’antisemitismo di nuova foggia viene compiuto di lì a poco in tutta Europa, con le opere di Ernest Renan, Edouard Drumont, Robert Knox e infine Chamberlain, che nei Fondamenti del XIX secolo (1899) indica la razza ebraica come il male da combattere, additando l’ebreo come un pericolo per la civiltà. Il dado è tratto: tanto sul piano pseudoscientifico quanto sul piano politico l’ebreo diventa bersaglio da colpire e poi eliminare. Nessuna delle cosiddette grandi nazioni all’inizio del Novecento è immune dall’antisemitismo, che si diffonde con la cultura di destra, il nazionalismo e il fascismo, con la sua declinazione nazista in Germania. Grandi responsabilità nel suo radicamento popolare sono da attribuire anche alla Chiesa cattolica, come la storiografia ha ampiamente comprovato. Non è il caso di omettere che nel mondo del socialismo internazionale tra Otto e Novecento fanno capolino figure anche importanti che nelle loro teorie rivoluzionarie o riformatrici cedono al razzismo e all’antisemitismo (Eugen Dühring, tra essi); detto questo bisogna però sottolineare che mai compaiono elementi di razzismo e antisemitismo nei programmi politici delle organizzazioni di partito e sindacali e neppure testi teorici significativi e di un qualche impatto nel socialismo occidentale. Anzi più spesso socialisti, comunisti, anarchici sono indicati dagli avversari come parte di un complotto ebraico, e poco importa se contemporaneamente l’ebreo viene indicato anche come il capo della plutocrazia capitalistica mondiale: non è certo la coerenza logica uno degli strumenti del razzismo e dell’antisemitismo.

L’Olocausto rappresenta un punto di non ritorno nella storia dell’umanità, e le operazioni successive di riduzionismo e negazionismo, tentate nel secondo Novecento da settori della cultura di destra sempre più ampi ed estremisti, sono state e ancora vengono contrastate dalle forze democratiche e di sinistra. Quelle che oggi vengono accusate di antisemitismo. È infine il caso di menzionare i noti tentativi di Stalin di fomentare, dopo la seconda guerra mondiale, l’antisemitismo, anche con feroci campagne complottiste, ma va ricordato che questo accade in un paese che da molto tempo di socialista manteneva soltanto il nome.

3. Negli ultimi anni si è assistito, in concomitanza con le sempre più numerose e gravi violazioni del diritto internazionale da parte dei governi israeliani, al moltiplicarsi delle accuse di antisemitismo rivolte sia a posizioni e iniziative critiche verso le politiche israeliane, sia ad atti verbali o fisici (dai crimini d’odio su Internet alle vere e proprie aggressioni) che hanno coinvolto persone di origine ebraica. Il punto è assai sensibile, quindi occorre fare chiarezza. Senza sminuire affatto la persistenza di pregiudizi e violenze antisemite, che, anzi, in un’epoca di crisi permanente, trovano nel complottismo e nella vocazione al linciaggio dei social network un brodo di coltura ideale, è stato osservato da diversi studiosi come si sia innescata una spirale perversa. L’aumento degli atti di antisemitismo, in Occidente imputabile in gran parte ad atti criminali dell’estrema destra, ha provocato un allarme che ha indotto, non a intensificare la sorveglianza dei gruppi fascisti e nazisti, bensì a proporre definizioni sempre più estensive di ciò che va considerato come antisemita. Con l’obiettivo di stroncare sul nascere il fenomeno, in tale categoria viene così annoverato un ventaglio molto ampio ed eterogeneo di comportamenti, comprese le critiche e le manifestazioni contro Israele e il sionismo: in breve, il legittimo dissenso. In tal modo la crescita dell’antisemitismo, reale per quanto riguarda l’estrema destra, è sovrastimata nel complesso, il che sembra confermare l’allarme originario e spiana la strada a ulteriori giri di vite.

Se guardiamo all’Occidente nel suo insieme, è impossibile sottovalutare l’importanza che ha avuto, nello stroncare sul nascere qualunque dibattito sui governi israeliani, screditando gli oppositori qualificati come antisemiti, l’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 a Stoccolma dall’allora primo ministro socialdemocratico Göran Persson, l’IHRA nasce con l’obiettivo di promuovere la ricerca e la formazione sull’Olocausto. Accertato che «il flagello dell’antisemitismo è ancora una volta in ascesa«, nel 2016 ha elaborato una “definizione operativa” di antisemitismo che, pur non essendo giuridicamente vincolante, ha esercitato un’influenza enorme: «L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto».

Non è tuttavia questa concettualizzazione molto generica ad aver suscitato accese polemiche, bensì gli undici “esempi contemporanei di antisemitismoillustrati dall’IHRA. Almeno sette si prestavInno infatti a letture decisamente discrezionali, tra queste per esempio: «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato d’Israele è una espressione di razzismo»; «applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico»; «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti». In base a questi “esempi” organizzazioni come Amnesty International o Human Rights Watch sono state tacciate di antisemitismo per aver denunciato il regime di apartheid imposto da Israele ai palestinesi. Quanto ai doppi standard (e ammesso e non concesso che Israele sia una democrazia), qualsiasi critica alle violazioni del diritto compiute da Israele potrebbe essere giudicata antisemita ogni qualvolta siano riscontrate violazioni più gravi in altri Stati. L’anatema contro l’individuazione di similitudini tra alcune politiche israeliane e il piano nazista di discriminazione degli ebrei impedisce ipso facto la denuncia della sistematica violazione dei diritti dei e delle palestinesi all’interno di Israele e in Cisgiordania, nonché della ghettizzazione su base etnica e di ciò che oggi a molti appare – persino alla già ricordata Corte internazionale di giustizia un pericolo plausibile di genocidio.

La definizione proposta dall’IHRA è stata adottata da quarantacinque paesi nel mondo, tra cui i ventisette membri dell’Unione europea e trentaquattro stati degli Usa (più il Dipartimento di stato), nonché da innumerevoli amministrazioni locali. Molte università, sia in Europa che in America, l’hanno ripresa. Nel Regno Unito (dove, per inciso, grazie a questa definizione Jeremy Corbin è stato scalzato dalla leadership del Labour; si è tentato lo stesso nel 2016 in Usa con Bernie Sanders, ma non ha funzionato) la maggioranza degli istituti di formazione superiore l’ha incorporata. Anche la Conferenza dei rettori delle università italiane ha invitato, in un documento sottoscritto con l’Unione delle comunità ebraiche italiane e l’ambasciata di Israele, a «favorire l’adozione/l’utilizzo della definizione di antisemitismo della IHRA […] e gli esempi/indicatori proposti inserendoli nei codici etici dei docenti universitari e non” [grassetto nel testo]. LUniversità di Pisa l’ha adottata nel 2019, senza consultare il corpo docente.

4. Alla luce di tutto ciò, appare calzante la considerazione di Neve Gordon, ebreo, insegnante di diritto internazionale e diritti umani alla Queen Mary di Londra: la definizione IHRA può essere considerata come «uno strumento contro-insurrezionale sviluppato per proteggere Israele dalla resistenza alla sua forma oppressiva di governo razziale e al suo persistente rifiuto della liberazione palestinese nonché, alla luce della sua recente guerra a Gaza, dalle accuse di violenza genocidiaria».

L’applicazione della definizione dell’IHRA ha del resto svolto egregiamente il suo compito nelle università europee e statunitensi. Nonostante la maggior parte delle inchieste su presunti comportamenti/dichiarazioni antisemite di studenti, studentesse e docenti si risolva nel nulla (perché le accuse non sono corroborate dai fatti), la nocività di questa strategia rimane inalterata: inquina il dibattito e lascia una coda di discredito e isolamento nei soggetti che esprimono critiche allo Stato di Israele. Non vengono risparmiate Ong, attivisti e perfino membri del Congresso e nemmeno le forme squisitamente nonviolente di opposizione a Israele. Per esempio, in Germania, nel 2019, il Parlamento ha approvato una mozione che marchia il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions) come antisemita, collegandolo alla fase più buia della storia tedesca. La prima forza politica a presentare una mozione in tal senso è stata l’antisemita e ultranazionalista Alternative für Deutschland; la mozione è stata respinta solo perché proveniva da una forza politica “impresentabile” (ma in continua ascesa), non per i contenuti, che sono anzi riproposti nella mozione dei partiti mainstream. Sulla questione, in una importante sentenza del 2020 (Baldassi e al. vs. Francia), la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiarito che il BDS rientra pienamente tra le libertà fondamentali di espressione del pensiero.

La definizione dell’IHRA ha tuttavia centrato l’obiettivo reale: è diventata un’arma retorica potentissima nelle mani dello stato di Israele e della destra occidentale. Pare non servire a nient’altro: è ormai difficile salvarsi da questa accusa. Alcuni casi sono emblematici. Masha Gessen, intellettuale ebrea di origine russa, newyorkese di adozione, ha più volte denunciato l’appropriazione da parte dell’estrema destra europea dell’antisemitismo come strumento di rilegittimazione del proprio passato e insieme di stigmatizzazione del dissenso (verso Israele e più in generale verso ogni forma di autoritarismo e razzismo); per questo ha ricevuto minacce di morte di inaudita crudeltà. A dicembre si è vista cancellare il premio per il pensiero politico che la Fondazione Heinrich Böll aveva deciso di conferirle. Il motivo? In un articolo del 9 dicembre 2023 sul New Yorker ha osato utilizzare la parola “ghetto” per descrivere la condizione di Gaza: «Da diciassette anni la Striscia di Gaza è un luogo sovrappopolato, impoverito, fortificato, da cui solo una piccola parte della popolazione ha il diritto di andarsene anche solo per un breve periodo di tempo. In altre parole, è un ghetto. Non come il ghetto ebraico di Venezia o di alcune città degli Stati Uniti, ma come il ghetto ebraico in un paese dell’Europa orientale occupato dalla Germania nazista».

La sua affermazione rientra dunque nei comportamenti sanciti come inammissibili dall’IHRA, nello specifico i paragoni tra la politica israeliana e il nazismo. Allo stesso modo figurerebbe come antisemita la lettera che diversi intellettuali ebrei, tra i quali Hannah Arendt e Albert Einstein, inviarono al New York Times nel 1948 per denunciare l’ascesa del Partito della libertà di Menachem Begin (il principale partito di destra del Parlamento israeliano fino alla sua confluenza nel Likud, nel 1988): «un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista».

Se anche ebrei ed ebree, in Israele come nella diaspora, possono essere tacciati di antisemitismo, è evidente che ci troviamo di fronte, citando Furio Jesi, a un’“idea senza parole”, un vessillo agitato per suscitare una reazione emotiva che annienti qualsiasi capacità di riflessione (e autoriflessione); un “simbolo” plasmato dalla destra ma che ha impregnato, proprio come Jesi avvertiva, la cultura maggioritaria – compresa quella di una fetta della cosiddetta sinistra.

5. La crisi permanente in cui siamo immersi da anni ha assunto la forma paradigmatica della guerra. Siamo di fronte a un processo unitario e criminale: la guerra ampia, aperta, guerreggiata, che ci pone di fronte al tempo della fine. Una guerra che va configurandosi come una somma di guerre incontrollate e incontrollabili da parte di classi dirigenti insensate, tanto più pericolose nell’epoca attuale, perché sappiamo che non esistono attori razionali sulla scena. Per limitarci a qualche esempio, élite pericolose in questo senso sono al potere in Russia, in Ucraina, in Turchia, nelle cosiddette democrazie occidentali… e pure nello stato d’Israele: al centro della critica ci sono, non già gli ebrei, ma la politica e la strategia di politica internazionale di uno Stato. I richiami a un antisemitismo da polemica televisiva sono del tutto strumentali, come abbiamo provato ad argomentare. E per di più rischiano di depotenziare il contrasto a quello che da anni denunciamo con preoccupazione: l’antisemitismo sempre più aggressivo (che sempre va di pari passo con l’islamofobia: le discriminazioni viaggiano insieme) di gruppi apertamente fascisti e nazisti, che in alcuni paesi europei si fanno forti dei loro “camerati” al governo. Chiarito ciò, non ci illudiamo che la nostra parte politica ne sia immune e siamo i primi a stigmatizzare scivolamenti in questa direzione che si possano presentare nel nostro ambiente di vita, lavoro, impegno. Ma sollevare il problema dell’antisemitismo nella sinistra che critica le politiche dello stato d’Israele a fronte della crescita impressionante delle forze nazifasciste in Europa, ci pare metta in evidenza la riduzione drammatica degli spazi di dissenso anche nelle “democrazie” nel momento in cui si preparano alla guerra.

Noi non abbiamo letto un solo documento antisemita tra quelli circolati negli ultimi anni nel mondo della sinistra in relazione al conflitto israelo-palestinese. Quanto al controverso slogan “From the river to the sea, Palestine free”, esso ha assunto significati diversi a seconda del contesto storico e di chi lo ha pronunciato. È vero, Hamas lo ha incorporato nei suoi documenti per negare il diritto di Israele a esistere (pur aprendo, nel corso degli anni, a un riconoscimento de facto dello stato israeliano; rimandiamo al libro di Paola Caridi, Hamas. Dalla resistenza al regime, 2023). Ma se ne è altresì appropriato il Likud di Netanyahu, per affermare che tra il fiume e il mare ci sarà solo una sovranità: quella israeliana. È difficile pensare che chi oggi manifesta per il cessate il fuoco a Gaza (per lo più giovanissimi, in molti casi alla loro prima esperienza politica) gridi questo slogan per esortare alla distruzione di Israele; piuttosto chiede la fine della frammentazione dei territori palestinesi, libertà e sovranità per i palestinesi e le palestinesi, nonché pace e sicurezza per tutti, israeliani compresi.

Sul termine antisemitismo evidentemente si gioca una partita rischiosa. Pare attivarsi lo stesso meccanismo che, particolarmente in Italia, riguarda l’uso e l’abuso della parola “terrorismo”, impiegata spesso per squalificare in anticipo qualsiasi forma di opposizione all’ordine dominante. Non ci si rende conto che ampliando il campo d’applicazione della parola si smarrisce la sua capacità di descrivere ed esprimere i fenomeni che le sono correlati? E il loro carattere eccezionale e specifico? Il termine antisemitismo, una volta ridotto a epiteto da scagliare contro gli interlocutori, subisce questo stesso destino.

Anche in una versione debole, la più generica, di “sinistra”, sempre si troverà la critica delle diseguaglianze e delle discriminazioni. E sempre si troverà la contestazione dell’oppressione dei popoli da parte degli Stati: questa e solo questa è oggi la critica rivolta allo Stato dIsraele dalle forze organizzate, dai movimenti, dai singoli intellettuali. E da molti ebrei della diaspora e non solo. Se nei movimenti filopalestinesi compaiono tracce di antisemitismo, devono essere stigmatizzate senza esitazioni: sostenere che tali casi siano la cifra dei movimenti è falso e in cattiva fede. E la cattiva fede, di solito, difende cattive cause.

L’articolo è stato pubblicato, il 25 aprile, anche su MONiTOR
(https://www.monitor-italia.it/antisemitismo-e-critica-di-israele-di-cosa-parliamo/)


La storia riconoscerà che Israele ha commesso un olocausto

Autore: e

In questo momento a Gaza e in Palestina sono le 20.00: è la fine del mio quarto giorno a Rafah e il primo momento in cui ho potuto sedermi in un posto tranquillo per riflettere. Ho provato a prendere appunti, foto, immagini mentali, ma questo è un momento troppo grande per un taccuino o per la mia memoria in difficoltà. Niente mi aveva preparato a ciò a cui avrei assistito. Prima di attraversare il confine tra Rafah e l’Egitto ho letto tutte le notizie provenienti da Gaza o su Gaza. Non ho distolto lo sguardo da nessun video o immagine inviata dal territorio, per quanto fosse raccapricciante, scioccante o traumatizzante. Sono rimasta in contatto con amici che hanno riferito della loro situazione nel nord, nel centro e nel sud di Gaza – ciascuna area soffre in modi diversi. Sono rimasta aggiornata sulle ultime statistiche, sulle ultime mosse politiche, militari ed economiche di Israele, degli Stati Uniti e del resto del mondo. Pensavo di aver capito la situazione sul campo. Ma non è così. Niente può veramente prepararti a questa distopia. Ciò che raggiunge il resto del mondo è una frazione di ciò che ho visto finora, che è solo una frazione della totalità di questo orrore. Gaza è un inferno. È un inferno brulicante di innocenti che boccheggiano in cerca di aria. Ma qui anche l’aria è bruciata. Ogni respiro irrita la gola e i polmoni e vi si attacca. Ciò che una volta era vibrante, colorato, pieno di bellezza, possibilità e speranza contro ogni aspettativa, è avvolto da un grigiore di sofferenza e sporcizia.

Quasi nessun albero

Giornalisti e politici la chiamano guerra. Gli informati e gli onesti lo chiamano genocidio. Quello che io vedo è un olocausto, lincomprensibile culmine di 75 anni di impunità israeliana per i ripetuti crimini di guerra. Rafah è la parte più meridionale di Gaza, dove Israele ha stipato 1,4 milioni di persone in uno spazio grande quanto laeroporto di Heathrow a Londra. Scarseggiano acqua, cibo, elettricità, carburante e provviste. I bambini sono privati della scuola: le loro aule sono state trasformate in rifugi di fortuna per decine di migliaia di famiglie. Quasi ogni centimetro dello spazio precedentemente vuoto è ora occupato da una fragile tenda che ospita una famiglia. Non è rimasto quasi nessun albero poiché le persone sono state costrette ad abbatterli per produrre legna da ardere.
Non ho notato lassenza di verde finché non mi sono imbattuta in una bouganville rossa. I suoi fiori erano polverosi e soli in un mondo deflorato, ma ancora vivi. La discrepanza mi ha colpito e ho fermato l’auto per fotografarla. Ora cerco il verde e fiori ovunque vada, finora nelle zone meridionali e centrali (anche se nel centro è diventato sempre più difficile entrare). Ma ci sono solo piccole macchie derba qua e là e qualche albero occasionale che aspetta di essere bruciato per cuocere il pane per una famiglia che sopravvive con le razioni ONU di fagioli in scatola, carne in scatola e formaggio in scatola. Un popolo orgoglioso con ricche tradizioni e consuetudini culinarie a base di alimenti freschi è stato ridotto e abituato a una manciata di impasti e poltiglie rimaste sugli scaffali per così tanto tempo che può essere avvertito solo il sapore metallico e rancido delle lattine.
Al nord è peggio. Il mio amico Ahmad (non è il suo vero nome) è una delle poche persone che hanno Internet. Il segnale è sporadico e debole, ma possiamo ancora scambiarci messaggi. Mi ha inviato una sua foto in cui sembrava l’ombra del giovane che conoscevo. Ha perso più di 25 kg. Inizialmente le persone si sono ridotte a nutrirsi di mangime per cavalli e asini, ma è finito. Ora stanno mangiando gli asini e i cavalli. Alcuni mangiano cani e gatti randagi che a loro volta stanno morendo di fame e talvolta si nutrono dei resti umani che ricoprono le strade, dove i cecchini israeliani hanno preso di mira le persone che hanno osato avventurarsi nel campo visivo dei loro mirini. I vecchi e i più deboli sono già morti di fame e di sete. La farina è scarsa e più preziosa delloro. Ho sentito la storia di un uomo nel nord che di recente è riuscito a mettere le mani su un sacco di farina (che normalmente costava 7 euro) e gli sono stati offerti gioielli, dispositivi elettronici e contanti per un valore di 2.300 euro. Ha rifiutato.

Sentirsi piccoli

A Rafah le persone si sentono privilegiate nel ricevere farina e riso. Te lo diranno e ti sentirai umiliato perché si offrono di condividere quel poco che hanno. E ti vergognerai perché sai che puoi lasciare Gaza e mangiare quello che vuoi. Ti sentirai piccolo qui perché non sei in grado di fare davvero nulla per placare il bisogno e la perdita catastrofici e perché capirai che loro sono migliori di te, poiché in qualche modo sono rimasti generosi e ospitali in un mondo che è stato tanto e per così tanto tempo ingeneroso e inospitale nei loro confronti. Ho portato tutto quello che potevo, pagando il bagaglio extra e il peso di sei bagagli e aggiungendone altri 12 in Egitto. Per me ho portato quello che stava nello zaino. Ho avuto la lungimiranza di portare cinque grandi sacchi di caffè, che si è rivelato essere il regalo più apprezzato dai miei amici qui. Preparare e servire il caffè ai colleghi di lavoro del luogo in cui mi trovo è la cosa che preferisco fare, per la gioia assoluta che ogni sorso sembra portare. Ma anche quello presto finirà.

Difficile respirare

Ho assunto un autista per trasferire sette pesanti valigie di rifornimenti a Nuseirat [campo profughi al centro della Striscia, ndt] e lui le ha trasportate giù per alcune rampe di scale. Mi ha detto che portare quelle borse lo faceva sentire di nuovo umano perché era la prima volta in quattro mesi che andava su e giù per le scale. Gli ha ricordato di quando viveva in una casa invece che nella tenda dove ora abita.
È difficile respirare qui, letteralmente e metaforicamente. Una foschia immobile di polvere, degrado e disperazione intride l’aria. La distruzione è così massiccia e persistente che le particelle sottili della vita polverizzata non hanno il tempo di depositarsi. La mancanza di benzina ha portato le persone a riempire le loro auto di stearato, olio esausto che ha una combustione sporca. Emette un odore particolarmente sgradevole e una pellicola che si attacca all’aria, ai capelli, ai vestiti, alla gola e ai polmoni. Mi ci è voluto un po’ per capire la fonte di quell’odore pervasivo, ma è facile riconoscere gli altri.
La scarsità di acqua corrente o pulita compromette l’igiene di chiunque di noi. Tutti fanno del loro meglio nella cura di sé stessi e dei propri figli, ma a un certo punto smetti di farci caso. A un certo punto lumiliazione della sporcizia è inevitabile. A un certo punto aspetti semplicemente la morte, proprio come aspetti anche un cessate il fuoco. Ma la gente non sa cosa farà dopo il cessate il fuoco. Hanno visto le foto dei loro quartieri. Quando vengono pubblicate nuove immagini provenienti dall’area settentrionale le persone si ritrovano insieme per cercare di capire di quale quartiere si tratti, o da chi fosse la casa ridotta in quel cumulo di macerie. Spesso questi video provengono da soldati israeliani che occupano o fanno saltare in aria le loro case.

Cancellazione

Ho parlato con molti sopravvissuti estratti dalle macerie delle loro case. Raccontano quello che è successo con espressione impassibile, come se non fosse capitato a loro; come se sia stata sepolta viva la famiglia di qualcun altro; come se i loro corpi straziati appartenessero ad altri. Gli psicologi dicono che si tratta di un meccanismo di difesa, una sorta di intorpidimento della mente finalizzato alla sopravvivenza. La resa dei conti arriverà più tardi, se sopravvivranno.
Ma come si può affrontare la perdita dell’intera famiglia, mentre si osservano i corpi disintegrarsi tra le macerie e si avverte l’odore, mentre si attende il salvataggio o la morte? Come si fa a considerare la cancellazione totale della propria esistenza nel mondo: la casa, la famiglia, gli amici, la salute, l’intero quartiere e il paese? Nessuna foto della tua famiglia, del tuo matrimonio, dei tuoi figli, dei tuoi genitori; anche le tombe dei tuoi cari e dei tuoi antenati sono state rase al suolo. Tutto questo mentre le forze e le voci più potenti ti diffamano e ti incolpano per il tuo miserabile destino.
Il genocidio non è solo un omicidio di massa. È una cancellazione intenzionale. Di storie. Di ricordi, libri e cultura. Cancellazione delle risorse di una terra. Cancellazione della speranza in e per un luogo. Cancellazione come impulso alla distruzione di case, scuole, luoghi di culto, ospedali, biblioteche, centri culturali, centri ricreativi e università. Il genocidio è la demolizione intenzionale dellumanità di un altro. È la riduzione di unantica società orgogliosa, istruita e ben funzionante a oggetti di carità privi di mezzi, costretti a mangiare lindicibile per sopravvivere; vivere nella sporcizia e nella malattia senza nulla in cui sperare se non la fine delle bombe e dei proiettili che piovono sui loro corpi, sulle loro vite, sulle loro storie e sul loro futuro.
Nessuno può pensare o sperare in ciò che potrebbe accadere dopo un cessate il fuoco. Il massimo possibile delle loro speranze in questo momento è che i bombardamenti cessino. È il minimo che si può chiedere. Un minimo riconoscimento dellumanità dei palestinesi. Nonostante Israele abbia tagliato l’energia e Internet i palestinesi sono riusciti a trasmettere in streaming limmagine del loro stesso genocidio a un mondo che permette che questo vada avanti. Ma la storia non mentirà. Ricorderà che nel 21° secolo Israele ha perpetrato un olocausto.

Susan Abulhawa è una scrittrice e attivista. Questo pezzo è stato scritto durante la sua visita a Gaza a febbraio e all’inizio di marzo. La traduzione dall’inglese è di Aldo Lotta.

L’articolo è tratto dal sito Zeitun-Notizie e libri sulla Palestina (https://zeitun.info/)


Un mandato di cattura per Netanyahu?

Autore: e

Notizie recentissime riferiscono di un imminente mandato di cattura nei confronti di Netanyahu e di Gallant da parte della Corte Penale Internazionale (CPI). Ciò impone un aggiornamento rispetto alla situazione esistente appena tre settimane fa (https://volerelaluna.it/mondo/2024/04/10/la-corte-internazionale-di-giustizia-a-gaza-il-rischio-genocidio-aumenta/) e riapre il discorso sulla competenza di quella Corte.

È noto che Israele non ha aderito allo Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale; lo ha fatto, invece, la Palestina, che è stata considerata dalla Corte come Stato-Parte, ancorché, ad oggi, non sia riconosciuta come Stato. In conseguenza di ciò, la Corte ha ritenuto, con una pronuncia a maggioranza, di avere la competenza su tutti i crimini di guerra commessi a Gaza, in quanto sul territorio di uno Stato-Parte.

La questione è assai complessa perché Israele, sostenuta nella sua posizione dagli Stati Uniti, afferma che nessuna conseguenza può derivargli dalle decisioni della CPI, in quanto da lui non riconosciuta e dunque, a suo giudizio, priva di giurisdizione nei suoi confronti. D’altra parte, tutti i Paesi sottoscrittori del Trattato istitutivo della Corte avrebbero il dovere di applicarne le decisioni, il che significa che un eventuale mandato di cattura nei confronti dei governanti di Israele dovrebbe essere eseguito qualora i soggetti colpiti dal provvedimento si trovino sul territorio di uno qualsiasi dei Paesi aderenti alla Corte. Dunque, situazione complicata e con risvolti di natura sia giudiziaria che politica, cui si affianca l’attesa decisione della Corte Internazionale di Giustizia sul rischio di genocidio nella striscia di Gaza.

Sono evidenti le ricadute sul piano della credibilità internazionale di uno Stato accusato, come Stato, di “rischio di genocidio” e i cui principali governanti, se le notizie ufficiose diffuse in questi giorni verranno confermate, sono accusati della commissione di crimini di guerra. Ferma restando la suddivisione di giurisdizione tra Corte Internazionale di Giustizia (nei confronti degli Stati) e Corte Penale Internazionale (nei confronti dei soggetti autori dei crimini), se i mandati di cattura verranno effettivamente emessi, si chiuderà il cerchio che consentiva alla Corte Internazionale di Giustizia di perseguire uno Stato, ma rendeva problematico per la CPI perseguire, a livello personale, i responsabili di crimini commessi da quello Stato.

Tra l’altro, le voci riferiscono anche di possibili mandati di cattura nei confronti di esponenti di Hamas, sulla base di un’interpretazione estensiva della portata della giurisdizione, sulla base del fatto che quegli esponenti avrebbero commesso i fatti (uccisioni, stupri, presa di ostaggi) in territorio israeliano (come tale sottratto alla giurisdizione della CPI), ma poi avrebbero proseguito la loro azione delittuosa in territorio palestinese, sottoposto alla giurisdizione della Corte. Ciò rappresenterebbe la risposta concreta, bidirezionale, alla commissione di crimini di guerra da entrambe le parti. L’azione nei confronti di Hamas, poi, sarebbe particolarmente significativa, perché supplirebbe all’impossibilità di agire nei suoi confronti da parte della Corte internazionale di Giustizia, non essendo Hamas uno Stato aderenti all’ONU.

Non resta che attendere gli sviluppi della situazione, sia in relazione all’eventuale emissione dei mandati di cattura da parte della CPI, sia circa le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, nella speranza che tali provvedimenti possano contribuire ad innescare una decisione di cessate il fuoco che impedisca l’ulteriore commissione di crimini.


Boicottare le Università israeliane?

Autore: e

Persino la nostra prudente stampa deve ammetterlo: le proteste contro il massacro della popolazione di Gaza da parte dell’esercito israeliano non sono prerogativa di alcuni estremisti antisemiti ma dilagano nel mondo. Ciò accade anche nelle Università, coinvolgendo decine di migliaia di studenti e docenti: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti (come scrive in queste pagine Elisabetta Grande: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/stati-uniti-le-universita-la-palestina-e-un-nuovo-maccartismo/); e altresì, seppur in misura ridotta, in Israele, dove il conflitto interno alle strutture universitarie è particolarmente aspro (come dimostra il caso del professor Regev Nathansohn, docente al Sapir College, di cui molti studenti e personale della scuola hanno chiesto il licenziamento a seguito della sottoscrizione di una petizione nella quale si chiede di porre fine alla guerra a Gaza, definita un “possibile genocidio”: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-docenti-contro-tra-isolamento-e-repressione/). Uguali sono, ovunque, i tentativi di silenziare le proteste accompagnati, spesso, da una pesante repressione (denunciata negli articoli già citati di Elisabetta Grande e di Asaf Elia-Shalev e nel parallelo commento di Rosita Di Peri: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/04/30/israele-dove-e-finita-la-liberta-di-pensiero/). In questo contesto si stanno moltiplicando nel mondo (e anche nel nostro Paese: https://volerelaluna.it/materiali/2024/03/06/una-richiesta-dal-mondo-accademico-sospendere-laccordo-di-cooperazione-italia-israele/) le proposte di boicottaggio delle istituzioni culturali israeliane e di sospensione, da parte delle Università, di ogni accordo con il Governo e le stesse Università di Israele. Sul punto – com’è fisiologico, data la pluralità dei profili implicati – il variegato mondo impegnato nel sostegno al popolo palestinese e nella condanna alla guerra scatenata dal Governo di Benjamin Netanyahu si è diviso. Per dar conto di questo confronto pubblichiamo qui un’intervista di Chiara Cruciati alla professoressa di origine israeliana Maya Wind (tratta da il manifesto del 24 aprile) e una breve nota di Tomaso Montanari.

I.

Intervista di Chiara Cruciati a Maya Wind (da il manifesto del 24 aprile)

«È nostro dovere chiedere di interrompere i rapporti con l’accademia israeliana fino a quando non prenderà parte al processo di decolonizzazione». Così Maya Wind conclude la conversazione con il manifesto. Antropologa israeliana alla British Columbia, ha da poco pubblicato per Verso il libro Towers of Ivory and Steel: How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom in cui indaga il ruolo dell’accademia nel mantenimento del sistema di oppressione del popolo palestinese.

Partiamo dal ruolo storico nella fondazione dell’industria militare israeliana.
Le università israeliane sono state una colonna portante del dominio razziale, dell’apartheid e dell’occupazione e sono state al servizio dello Stato in diversi modi. Innanzitutto, il luogo stesso e il modo in cui i campus sono stati costruiti su terre confiscate, per togliere continuità al territorio palestinese, li rende una delle infrastrutture della spoliazione. Lo è anche la produzione di conoscenza funzionale al sistema militare e di intelligence: molte discipline sono state subordinate alla produzione di ricerche che forniscono da decenni modelli di governo militare dei palestinesi. Infine, c’è l’aspetto tecnologico: l’accademia israeliana ha dato vita all’industria militare israeliana. Le aziende ancora oggi leader sono nate dentro l’accademia israeliana, pensiamo a Science Corps, dipartimento di ricerca interno alle milizie Haganah, operativo nei primi tre campus israeliani, il Technion, la Hebrew University e il Weizmann Institute. Con la fondazione dello Stato, accademici e scienziati israeliani hanno lavorato perché Israele non solo importasse armi e tecnologie militari ma perché le sviluppasse. È questa l’origine dell’industria militare israeliana, di Israel Aerospace Industries, Rafael, Elbit Systems, nate dentro le università, in particolare al Technion. Sono le aziende poi divenute esportatrici globali. E dalle loro origini le armi prodotte vengono testate sui palestinesi. Le università sono il laboratorio centrale dell’industria militare israeliana e i loro vertici ne parlano apertamente. Li cito nel libro quando dicono che senza l’accademia Israele non avrebbe mai raggiunto il livello attuale.

Tale collaborazione è ancora attiva e trova applicazione nell’offensiva su Gaza?
Intorno alle collaborazioni c’è grande oscurità. Quello che sappiamo è che tutte le tecnologie sviluppate in passato sono il fondamento di quelle nuove, è come un edificio che cresce. Rafael, Elbit, Iai sono interne al sistema accademico in diversi modi: borse di studio agli studenti, finanziamento di ricerche e interi laboratori, porte girevoli di ricercatori e dipendenti. Sono due sistemi inseparabili. E poi c’è un altro tipo di industria, in particolare all’Università di Tel Aviv, che si occupa di intelligenza artificiale.

Esiste anche un ruolo politico di legittimazione delle pratiche militari?
Da anni e in particolare negli ultimi sei mesi gli accademici reagiscono ai tentativi di giudicare Israele a livello internazionale. Ad esempio alla Corte internazionale di giustizia: accademici e giuristi israeliani producono interpretazioni del diritto umanitario e del diritto di guerra per proteggere Israele dall’accusa di genocidio. Da decenni fabbricano interpretazioni innovative del diritto internazionale per sostenere che Israele non lo viola e che le offensive militari contro i palestinesi non comportano crimini di guerra. Le università sono davvero soggetti centrali nel meccanismo di legittimazione e di sostegno dell’impunità israeliana. Quando il Sudafrica si è rivolto alla Cig, facoltà di legge e giuristi si sono subito mossi per produrre controargomentazioni. Tra i più attivi c’è l’ex responsabile del dipartimento di diritto internazionale dell’esercito che oggi lavora alla Tel Aviv University e che ha detto, la cito: «L’arena internazionale è un campo di battaglia. Devi conoscere il tuo nemico e sapere come affrontarlo, non vogliamo fornirlo di munizioni».

Sul piano politico, abbiamo assistito non solo a una mancata condanna dell’offensiva su Gaza ma anche alla repressione interna ai campus delle voci critiche.
Fin dalle sue origini l’accademia israeliana è stata un luogo ostile e repressivo per studenti e professori palestinesi. Di certo c’è stata un’escalation, con le amministrazioni delle università che hanno sospeso studenti, li hanno cacciati dai dormitori con sole 24 ore di preavviso, chiesto indagini nei loro confronti. La caccia alla streghe è facilitata da facoltà e gruppi di studenti ebrei israeliani, come la National Student Union che sorveglia i palestinesi e li denuncia. Il caso della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian è esemplare: è stata arrestata e interrogata la scorsa settimana. La ragione per cui è da anni perseguitata è che ha il coraggio di fare ricerca sulla violenza coloniale e la violenza di Stato. La Hebrew University è diretta responsabile di quello che le sta accadendo: per anni ha deciso di non sostenerla e infine l’ha sospesa, aiutando il clima di incitamento contro di lei.

Qual è il rapporto tra accademia israeliana e palestinese?
È quello che l’intellettuale palestinese Kamal Nabulsi definisce il lato scolastico dell’occupazione. Israele ha sempre visto nell’educazione palestinese una minaccia, come ogni altra amministrazione coloniale. Per questo l’ha sempre repressa sia dentro Israele che nei Territori occupati. Le università israeliane hanno avuto un ruolo perché hanno condizionato per decenni l’iscrizione dei cittadini palestinesi alla fedeltà allo Stato e hanno continuamente represso la ricerca critica palestinese e la mobilitazione interna ai campus. Senza contare il silenzio del mondo accademico israeliano di fronte alla distruzione di tutte le università di Gaza, ai continui raid e agli arresti nei campus in Cisgiordania e a Gerusalemme est e alla detenzione nelle prigioni militari israeliane di studenti e professori palestinesi.

In Italia sono in corso da mesi proteste per porre fine alle collaborazioni con gli atenei israeliani. Negli Stati uniti lo stesso. Si chiede di boicottare le istituzioni, non i singoli docenti. Cosa ne pensa?
Il mio libro intende fornire chiaramente le prove della complicità del mondo accademico israeliano nell’oppressione dei palestinesi. È un fatto che sia complice del sistema di apartheid, occupazione e colonialismo. Per questo ne sostegno il boicottaggio. Penso che per i docenti, gli studenti e le amministrazioni delle università nel mondo (in particolare in Occidente: sono gli atenei occidentali a finanziare e legittimare l’accademia israeliana) sia indispensabile assumersi la responsabilità della propria complicità della mancata libertà dei palestinesi.

II.

Nota di Tomaso Montanari

Le università israeliane sono larghissimamente coinvolte nelle politiche dei governi del Paese, un Paese in cui vige un regime di apartheid etno-religiosa e oggi impegnato in qualcosa che si può plausibilmente definire genocidio. Nonostante questa evidente realtà, una piccola parte della comunità accademica israeliana cerca di resistere, e di opporsi: anche se farlo può comportare conseguenze non remote da quelle in cui incorsero i professori che non giurarono fedeltà al fascismo nell’Italia del 1931. Allora in Italia e oggi in Israele le voci esplicite di dissenso sono poche, ma il dissenso era, ed è, molto più largo. E le università sono l’unico luogo in cui questo dissenso può resistere. Per questo, oltre che per il fatto che bisognerebbe altrimenti boicottare anche le università di molti altri paesi (incluse alcune del nostro), isolare quelle università e privarle del rapporto con ricercatori di altri paesi sarebbe un errore.


Israele. Dove è finita la libertà di pensiero?

Autore: e

Giovedì 18 aprile 2024 la professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian docente della Hevrew University specializzata in studi di genere, è stata arrestata dalla polizia israeliana con l’accusa di avere rilasciato dichiarazioni sugli eventi del 7 ottobre che avrebbero costituito un incitamento alla violenza, al terrorismo e al razzismo, un potenziale pericolo per la sicurezza di Israele. Subito dopo l’arresto, più di 100 suoi colleghi hanno firmato una lettera in cui lamentavano il fatto che la Hebrew University non si fosse schierata apertamente contro il fermo della sua docente in quello che, a loro avviso, era stato un arresto politico. Nonostante il rilascio della professoressa Shalhoub-Kevorkian il giorno successivo all’arresto sulla base di una decisione dell’Alta Corte di Gerusalemme secondo la quale non sussistevano gli estremi per la detenzione, la vicenda ha suscitato un’ondata di indignazione dentro e fuori Israele, anche per il trattamento disumano a cui la studiosa sarebbe stata sottoposta durante il periodo di detenzione, come affermato dal suo avvocato.

Già nel mese di marzo la professoressa Shalhoub-Kevorkian era stata sospesa dalle attività didattiche per un intervento in un podcast nel quale, secondo i vertici del suo dipartimento, non era stata abbastanza critica sulle atrocità commesse da Hamas e, apparentemente, per aver messo in dubbio le violenze sessuali commesse da quest’ultimo. La stessa Hebrew University, una delle università israeliane da sempre considerata all’avanguardia in termini di libertà di pensiero, apertura e democraticità, aveva pubblicato in quell’occasione uno statement in cui dichiarava che alla Hebrew University non c’era posto per personale non-sionista. Il reintegro della docente era poi avvenuto solo in seguito a una sua successiva dichiarazione nella quale la stessa specificava che le frasi incriminate era state citate fuori contesto, che le violenze commesse da Hamas non erano state messe in dubbio ma che il quadro era certamente più complesso di come sovente era stato descritto dopo il 7 ottobre.

Il caso solleva due ordini di questioni: la prima è relativa alla libera espressione del pensiero e del dissenso; la seconda riguarda la necessità di contestualizzare eventi e dichiarazioni.

In merito al primo punto, ciò che ha alimentato il dibattito è stata, da un lato, la difficoltà sempre più evidente in Israele (ma anche in vari paesi europei) di esprimere posizioni di critica contro le politiche genocidarie del governo Netanyahu verso i palestinesi di Gaza ma anche contro le uccisioni, cresciute esponenzialmente dopo il 7 ottobre, di quelli della Cisgiordania da parte dei coloni ultraortodossi, della polizia e dell’esercito (nel mese di marzo il bilancio era di 416 persone uccise). Dall’altro lato, il fatto che quello di Shalhoub-Kevorkian non è un caso isolato ma si inserisce in una strategia più ampia di intimidazione e di silenziamento delle voci di autorevoli intellettuali. La libertà di pensiero è fortemente messa in discussione e le opinioni qualificate discreditate ed etichettate come antisemitismo. La conseguenza è un corto circuito in cui esistono soltanto due posizioni e due schieramenti: questa visione binaria impedisce ogni possibilità di dibattito serio e di spiegazioni che vadano al di là della mera cronaca.

Il caso della professoressa Shalhoub-Kevorkian, poi, è ancora più significativo perché la studiosa appartiene a quella minoranza nota come “arabi di Israele”. Questa è la denominazione di coloro, non ebrei, che sono rimasti all’interno dello Stato di Israele dopo la sua nascita nel 1948 acquisendo la cittadinanza israeliana. Si tratta di una minoranza di palestinesi, circa il 21% della popolazione che, dal 1966, godono sulla carta degli stessi diritti degli israeliani ebrei (diritti politici, possibilità di accedere all’istruzione nelle istituzioni israeliane, welfare, leva, sebbene non obbligatoria) ma che, di fatto, sono marginalizzati e discriminati in termini di equo accesso alle risorse economiche ma anche politiche. Non è un caso che la maggior parte degli arabi di Israele viva prevalentemente nelle aree meno sviluppate del paese. Questo divario tra cittadini ebrei e non ebrei si è acuito con la Nation State Law (https://volerelaluna.it/materiali/2018/07/31/israele-stato-nazione-del-popolo-ebraico/), approvata dalla Knesset nel 2018 e secondo la quale Israele è «lo Stato della nazione ebraica» (anziché, come prima dell’adozione della legge, uno Stato «ebraico e democratico»), che ha escluso l’arabo dalle lingue ufficiali dello Stato (assegnandogli soltanto uno statuto speciale) e nella quale si afferma che l’estensione degli insediamenti è nell’interesse nazionale di Israele. Nonostante le critiche che la legge ha ricevuto sia all’interno sia all’esterno di Israele, soprattutto per aver creato una spaccatura ancora più netta tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, la Corte Suprema israeliana, in una sua pronuncia del 2021 ha affermato che la Nation State Law non contraddice la Basic Law in cui già si affermava la natura ebraica dello Stato di Israele.

In un articolo di commento sul caso Shalhoub-Kevorkian apparso su Haaretz il 21 aprile, Anwar Mhajne, una docente palestinese con cittadinanza israeliana che lavora negli Stati Uniti, ha evidenziato le contraddizioni di un sistema in cui gli arabi di Israele si trovano a dover studiare e lavorare in istituzioni accademiche dove sovente subiscono atti di razzismo e di marginalizzazione o vere e proprie intimidazioni e minacce ma in cui, allo stesso tempo, la loro presenza è importante non solo per i palestinesi che studiano in quelle università ma anche per rivendicare il loro diritto ad esserci. Allo stesso tempo essi devono confrontarsi con un sistema in cui sono accusati dagli stessi palestinesi di essere conniventi con l’occupazione, fatto che li pone di fronte a un dilemma morale che li spinge a doversi giustificare per una condizione nella quale si trovano senza averlo scelto.

In merito alla seconda questione, ossia alla contestualizzazione, si tratta di una delle istanze che studiose e studiosi, ma anche giornalisti competenti, hanno avanzato da quando l’attacco di ottobre ha riportato la questione palestinese all’attenzione internazionale. Con l’era Trump e gli Accordi di Abramo da quest’ultimo promossi dal 2020, era stato avviato un processo di normalizzazione nell’intera regione che aveva l’obiettivo di stabilizzare le relazioni di Israele con vari paesi arabi, in primis quelli del Golfo (Bahrein, Emirati Arabi Uniti) ma anche il Marocco, senza tuttavia tenere conto dei palestinesi: già il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme nel 2018 aveva indicato chiaramente la traiettoria della strategia trumpiana che, dietro la retorica dei “due popoli due Stati”, rendeva di fatto impraticabile questa strada promuovendo e difendendo la politica degli insediamenti dello Stato di Israele. Nella stessa direzione è andata la decisione di sospendere i finanziamenti all’agenzia per i rifrugati palestinesi, l’UNRWA. La marginalizzazione dei palestinesi non solo all’interno di Israele ma, più in generale, nel contesto regionale e internazionale (data anche la flebile difesa dei diritti dei palestinesi palesata da vari stati arabi), ha occultato il crescente peggioramento delle loro condizioni di vita e l’insanabile crisi politica tra ANP e Hamas. La sensazione di essere in una situazione di stallo in cui le strategie di lotta per l’autodeterminazione, per la fine dell’occupazione, dell’apartheid e della costruzione degli insediamenti in Cisgiordania erano senza esito, è stata alla base degli atti di inaudita violenza di Hamas dello scorso 7 ottobre. Senza naturalmente giustificare la violenza, va tuttavia ricordato come le condizioni di vita nella Striscia di Gaza fossero gradualmente peggiorate dopo il ritiro israeliano del 2005: economicamente marginalizzata, senza alcun sistema produttivo, senza risorse e senza possibilità di movimento per i suoi abitanti, questa striscia di terra di poco più di 360 chilometri quadrati è stata anche oggetto di continue incursioni e bombardamenti da parte dell’esercito israeliano che, oltre a mietere molte vittime, hanno contribuito a distruggere la già precaria rete di infrastrutture presente nell’area. La Striscia di Gaza è stata definita una “prigione a cielo aperto”, condizione, questa, molto ben raccontata in un documentario del 2013 dal titolo Striplife nonché da varie organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. È alla luce di tali elementi che contestualizzare è necessario. Ciò non significa giustificare la violenza o essere pro-Hamas o antisemiti ma significa rivendicare il diritto di inserire gli eventi in un quadro più ampio e complesso che aiuti la comprensione dei fenomeni sociali e politici. È proprio tale diritto che, non solo in Israele ma anche in molti paesi europei come Francia e Germania, viene limitato o addirittura negato. In questi giorni ne sono manifestazioni concrete gli arresti e le violenze nei campus americani e, anche in Italia, la repressione delle manifestazioni di dissenso contro l’attacco a Gaza da parte di Israele e le sue terribili conseguenze.

I recenti fatti di sospensioni e arresti di voci critiche sull’intervento a Gaza all’interno delle istituzioni accademiche israeliane, dunque, pongono seri problemi alla libertà accademica, di pensiero e di espressione. Molteplici, in tal senso, sono state le voci di condanna da parte di istituzioni accademiche e anche di società di studi. Silenziare gli intellettuali e chi promuove una politica del dialogo operando all’interno delle università israeliane è non solo deplorevole ma anche pericoloso: il non riconoscimento di pari dignità, la persecuzione ossessiva di tutti coloro che non si adeguano agli standard di un governo razzista che non può essere criticato, non faranno che aumentare la radicalità dei posizionamenti offuscando le voci di quegli israeliani, arabi e non, che rivendicano il diritto di critica e di dissenso.


Israele. Docenti contro: tra isolamento e repressione

Autore: e

Regev Nathansohn, che insegna comunicazione al Sapir College, fa parte delle due dozzine di accademici israeliani che hanno firmato una petizione che chiede agli Stati Uniti di smettere di armare Israele nella sua guerra contro Hamas. La petizione, che è stata firmata da oltre 1.000 accademici di tutto il mondo, definisce la condotta di Israele come un “genocidio plausibile”: «Presidente Biden, non permetta che gli Stati Uniti passino alla storia come facilitatori di un genocidio» – si legge nella petizione, che ha più di 1.000 firmatari, presentata da un gruppo chiamato Academics4Peace –. «Rispettate gli obblighi degli Stati Uniti in base al diritto internazionale e ai principi fondamentali dell’etica. L’unico modo per fermare la fame di due milioni di persone, tra cui oltre 100 ostaggi israeliani, è porre fine a questa guerra».

Sapir si trova al confine con Gaza, vicino alla città di Sderot, che è stata uno dei siti attaccati durante l’invasione di Israele da parte di Hamas del 7 ottobre, che ha visto 1.200 persone massacrate e 253 rapite nella Striscia di Gaza, di cui circa 130 sono ancora nelle mani di Hamas. Molti studenti e personale della scuola provengono dalla zona e centinaia di studenti hanno firmato una lettera per chiedere all’amministrazione del college di licenziare Nathansohn per aver firmato la petizione. Israele respinge le accuse di genocidio e afferma di adottare misure per evitare vittime tra i civili. «Non tollereremo gli educatori che incitano e invitano al boicottaggio del nostro Paese, così come quelli che diffamano i nostri soldati», si legge nella lettera degli studenti. Nathansohn non è stato licenziato. Ma la scuola ha rilasciato alla stampa una dichiarazione che condanna la petizione, distanziando Sapir dal suo contenuto e affermando di aver dato istruzioni al docente di non usare la sua affiliazione accademica per fare dichiarazioni politiche. Da allora, Nathansohn e l’amministrazione si sono scontrati su ciò che l’università debba a uno dei suoi membri di facoltà, se e come debba essere protetto e, più in generale, fino a che punto debba estendersi la libertà accademica.

Nathansohn, che ha conseguito il dottorato all’Università del Michigan, è uno degli almeno cinque firmatari israeliani che hanno dovuto affrontare una forte reazione da parte degli studenti, secondo l’organizzatrice della petizione, Shira Klein, docente di storia israelo-americana alla Chapman University in California. Gli altri sono Eran Fisher della Open University di Israele e tre studiosi dell’Università Ben Gurion di Beersheba: Michal Givoni, Maor Zeev-Wolf e Uri Mor. Klein ha citato i post degli studenti che li denunciano sui social media e in una petizione online, nonché, in un caso, con una protesta nel campus. In totale, più di 20 accademici israeliani hanno firmato la lettera, tra gli oltre 1.000 complessivi. Al di fuori di Israele, i firmatari includono due premi Nobel e numerosi studiosi dell’Olocausto e della storia ebraica. Klein è un’esperta dell’Olocausto e ha studiato l’antisemitismo contemporaneo.

I conflitti nei campus sono particolarmente evidenti in Israele, dove le istituzioni di istruzione superiore – tra cui Sapir – sono uno dei pochi spazi in cui ebrei e arabi israeliani interagiscono. Dopo il 7 ottobre sono scoppiati altri conflitti nei campus del Paese. «Condanniamo con forza la retorica contro i soldati dell’IDF e prendiamo molto sul serio l’offesa subita dagli studenti» – si legge nella dichiarazione del Sapir –. «Dobbiamo chiarire al di là di ogni dubbio: la petizione e i suoi firmatari non rappresentano Sapir in alcun modo». Il comunicato continua: «Pur sostenendo i principi fondamentali della libertà accademica e della libertà di parola, che l’università ha rispettato fin dalla sua fondazione, l’università ha inequivocabilmente indicato al docente di non utilizzare il nome dell’università in contesti personali e/o politici e che egli non rappresenta l’università in questi contesti».

Nathansohn ha detto che l’università avrebbe dovuto fare di più per difendere il suo diritto alla libertà di espressione. In seguito alla pubblicazione della lettera degli studenti sulla stampa israeliana, egli ha dichiarato di aver ricevuto telefonate anonime e messaggi di condanna da parte di colleghi docenti. In una lettera inviata agli amministratori di Sapir il 28 marzo, Nathansohn ha scritto che non hanno «impedito la creazione di un’atmosfera di lavoro ostile all’interno del college». Ha dichiarato di non poter insegnare nel semestre primaverile, che sarebbe dovuto iniziare il 1° aprile, e ha chiesto un periodo di congedo. Gli amministratori del college hanno inteso la sua e-mail come una richiesta di congedo non retribuito, dicendo che concedere un congedo retribuito non sarebbe stato possibile secondo i regolamenti della scuola e, secondo la corrispondenza esaminata dalla Jewish Telegraphic Agency, hanno offerto un congedo non retribuito di sei mesi. Gli amministratori hanno anche respinto le sue accuse, affermando di aver fortemente difeso il suo mantenimento in servizio sulla base della libertà accademica. «Negli ultimi giorni, abbiamo difeso in modo inequivocabile il suo diritto di esprimere la sua opinione come privato cittadino, dinanzi a una serie di fronti con cui ci stiamo confrontando, dall’associazione degli studenti alle agenzie governative», si legge in una lettera datata 1° aprile dell’amministratrice delegata del Sapir, Orna Gigi, e del suo rettore, Omri Herzog. L’università non ha risposto a una richiesta di commento da parte della Jewish Telegraphic Agency.

Nathansohn ha infine accettato di prendere un congedo non retribuito, ma non la considera una scelta volontaria. Ha detto che le restrizioni sull’uso della sua affiliazione accademica nelle petizioni sono ingiuste e, se applicate solo a lui, potrebbero costituire un illegale doppio standard. «Mi hanno posto di fronte a una scelta di stampo mafioso: o tornare a insegnare senza tutele e con una libertà di parola più limitata, o rimanere in congedo non retribuito che incide drammaticamente sul mio sostentamento», ha detto Nathansohn. Un giornalista di Channel 14 di Israele ha twittato i nomi dei firmatari della recente petizione che lavorano in college e università israeliane. Il post ha suscitato l’indignazione di molti utenti, alcuni dei quali hanno accusato gli accademici di tradimento.

La petizione è la quarta organizzata da Academics4Peace. La prima, messa online ad agosto, precedente alla guerra tra Israele e Hamas, ha cercato di attirare l’attenzione sul trattamento riservato da Israele ai palestinesi durante le proteste di massa contro gli sforzi del governo per indebolire la magistratura. Le tre successive si sono concentrate sul 7 ottobre e sulle sue conseguenze. Oltre alle lettere che lo esortano ad affrontare le conseguenze, Nathansohn ha ricevuto il sostegno di diverse associazioni accademiche e di professori. Un collega accademico ha scritto in una mail alla direzione di Sapir che Nathansohn «è stato sottoposto a una persecuzione politica e a un trattamento ingiusto dalla comunità del Sapir Academic College e in particolare dalla sua direzione». Herzog ha risposto che Sapir ha cercato di rispettare i propri valori in un contesto sempre più difficile: «Stiamo facendo da guardiani, con tutte le complessità di cui lei può o meno essere a conoscenza» – ha scritto –. «Sono orgoglioso del lavoro che svolgiamo nelle aule e nel campus».

L’articolo è tratto da The Times of Israel del 14 aprile. La traduzione in italiano è di Sabrina Di Carlo