Morire di infortuni sul lavoro

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Si ritorna al passato di 40 anni fa: si vagheggia perfino l’istituzione di un corpo unico di vigilanza che eserciti l’attività di controllo, ma non di prevenzione. Il 16 settembre scorso, in piena campagna elettorale, Cisl, Cgil e Uil hanno rivolto un accorato appello a tutte le forze politiche perché, nell’imminenza delle elezioni, trovasse adeguato spazio nel dibattito politico il drammatico tema delle morti sul lavoro e, più in generale, della salute e sicurezza dei lavoratori. Naturalmente non è accaduto nulla, e con l’implacabile stillicidio di tre vittime al giorno, i lavoratori hanno continuato a morire nei primi nove mesi del 2022, come del resto nell’anno precedente.

Questa presa di coscienza collettiva dei sindacati sulla drammaticità della situazione è il segno che sono bastati pochi mesi dalla infelice riforma del decreto n. 81/2008 per rendersi conto che i problemi annosi della salute e dell’incolumità dei lavoratori non si risolvono con giochi di prestigio come l’estensione delle funzioni di vigilanza nei luoghi di lavoro alla Direzione Nazionale del Lavoro o con l’aumento di qualche centinaio di nuovi ispettori alle dipendenze del Ministero del Lavoro (pur positivo per contrastare le diffuse irregolarità nei rapporti di lavoro). Si trattava, infatti, di scelte vagamente populiste del tutto inidonee a risolvere una questione grave e complessa che richiede tempo, risorse (finora sempre negate alle Regioni) e l’impegno di attori diversi, a partire dalle imprese.

Consapevoli della complessità della situazione, i sindacati tornano a chiedere provvedimenti semplici, ma essenziali. C’è bisogno di maggiore impegno delle aziende in materia di formazione e addestramento di tutti i lavoratori e dei datori di lavoro. Bisogna rafforzare i controlli attraverso un sistema di vigilanza che coinvolga tutti gli attori della prevenzione a garanzia dell’adozione della contrattazione collettiva maggiormente rappresentativa a tutti i livelli, con l’estensione a tutti i lavoratori di eguali tutele di salute e sicurezza. E, infine, che ogni finanziamento alle imprese proveniente dal PNRR sia condizionato agli investimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Ma la strada fin qui percorsa non è quella indicata dai sindacati: si è preferito cambiare il testo del decreto n. 81/2008 attribuendo funzioni di vigilanza alla competenza degli Ispettori del Lavoro che affiancano così i servizi pubblici di prevenzione delle Asl. Un provvedimento che a distanza di quasi un anno dalla sua adozione non ha dato (né poteva darlo) alcun risultato: i lavoratori continuano a morire come e più di prima, ad infortunarsi gravemente e ad ammalarsi molto più di prima. Nessuno parla in Tv o sulla stampa delle malattie professionali; eppure il numero dei morti per malattie contratte a causa del lavoro non è certo inferiore a quello dei morti per infortunio.

La scelta di intervenire sul Testo Unico 81/2008 ha avuto effetti negativi sulla tenuta dell’intero sistema di prevenzione, innescando una serie di spinte disgregatrici emblematicamente riassunte in un “decalogo Aias per il lavoro sicuro”, la cui logica ci riporta indietro nel tempo. Si rimette di nuovo in discussione l’assetto unitario della legge n. 833/1978 di riforma sanitaria che aveva eliminato la frammentazione delle varie competenze istituzionali, la deleteria separazione tra le funzioni di vigilanza e quelle di prevenzione e la sostanziale assenza dei responsabili aziendali dalla elaborazione partecipata degli interventi di eliminazione dei rischi. Si ritorna al passato di oltre 40 anni fa: qualcuno vagheggia perfino l’istituzione di un corpo unico di vigilanza che eserciti l’attività di controllo, ma non si occupi più di prevenzione, come se le aziende avessero bisogno solo di controlli e di contravvenzioni, e non anche di formazione e di cultura adeguata alla complessità degli interventi di sicurezza. Giustamente Susanna Cantoni, Presidente della Consulta interassociativa italiana della prevenzione (CIIP), ha osservato che «la prevenzione dei rischi occupazionali è tema complesso che richiede riflessioni ben ponderate, non emotive e che non offrano il destro, a chi vorrebbe procedere a colpi di spugna, di modificare il decreto legislativo 758/1994, eliminare importanti obblighi dei datori di lavoro giudicandoli formalismi e ridurre ancor più l’attività dei servizi pubblici, già̀ decurtati ampiamente di risorse».

Certo si potrebbe obiettare che l’opera delle Aziende sanitarie locali, specie in alcune parti del territorio nazionale, è stata carente e non è riuscita a incidere in profondità. Ma si tratta per l’appunto di un motivo in più per investire in prevenzione i fondi del PNRR, per rinforzare gli organici delle Asl, vergognosamente decimati negli ultimi dieci anni, e per accrescere la cultura di tutti gli addetti alla prevenzione. Questa sarebbe stata la via da percorrere, non certo quella di modificare le norme esistenti, che sono assolutamente sufficienti ad assicurare un’adeguata tutela dei lavoratori.

La prof. Sciarra, da pochi giorni presidente della Corte costituzionale, ha osservato nel suo discorso di insediamento che «l’Italia ha un corpo di norme sulla tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro molto avanzato, che è studiato come modello». Ma ha subito aggiunto che «c’è bisogno di insistere utilizzando leggi che sono già molto avanzate. C’è una scarsa attenzione nell’attuarle nel modo migliore». Proprio così: dal nuovo governo non ci si attende che modifichi le norme sulla sicurezza ma che intervenga con provvedimenti e risorse capaci di garantirne l’applicazione.

L’articolo è stato pubblicato anche su il manifesto


Più risparmi e meno risparmiatori: le due facce della crisi

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Più risparmi con meno risparmiatori. Si potrebbe sintetizzare così il principale risultato della ricerca realizzata dal Centro Einaudi e da Intesa San Paolo sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani nel 2021 (https://www.centroeinaudi.it/images/abook_file/21_620_bro_einaudi_2021.pdf). Infatti dall’indagine emerge che nell’ultimo anno i risparmi degli italiani sono aumentati di 110 miliardi di euro, mentre i risparmiatori sono diminuiti di 6,5 punti in percentuale. Detto in un altro modo: sono aumentate le disuguaglianze.

In questo scenario il Covid è stato un attore protagonista: il 36,8% degli italiani ha visto ridursi o azzerarsi le entrate ordinarie a causa delle conseguenze economiche della pandemia. In particolare il 19,6% dichiara che le entrate sono “un poco” diminuite, il 15,7% che sono “molto” diminuite e l’1,5% che tutte le entrate sono state perdute. Queste percentuali mostrano che la perdita media di reddito netto familiare, pari a 105 euro mensili, non ha riguardato tutti: si è avuta una forte concentrazione dell’impatto economico, che si è scaricato su poco più di una famiglia su tre. Di fronte all’emergenza, le famiglie italiane erano preparate? Nonostante l’ampio serbatoio di risparmio privato, in realtà la maggioranza non lo era. Infatti, è risultato che il 53% delle famiglie non aveva accantonato un fondo di riserva, ossia non aveva depositi liquidi sufficienti o strumenti finanziari monetari liquidabili immediatamente per far fronte a un’emergenza economica come quella che abbiamo vissuto. Le istituzioni pubbliche sono intervenute per mitigare l’impatto della crisi. In media, i sussidi o altre forme di supporto economico hanno raggiunto il 28% delle persone, quindi hanno servito il 74% di coloro che hanno perduto entrate.

La pandemia è intervenuta anche sui comportamenti di risparmio, evidenziando due cambiamenti. Anzitutto, la diminuzione, dal 55,1% al 48,6%, della quota di risparmiatori, per effetto delle ridotte disponibilità: di conseguenza il numero dei non risparmiatori ha superato quello dei risparmiatori. Inoltre, tra i risparmiatori sono cresciuti (di 6,7 punti percentuali) quelli involontari, essenzialmente per non essere riusciti a spendere nell’anno della pandemia a causa delle restrizioni di attività e mobilità. Chi ha avuto la possibilità di risparmiare, l’ha fatto ampiamente: il monte risparmi complessivamente è salito di 110 miliardi di euro. Mediamente per i risparmiatori si tratterebbe di un aumento di quasi 4.000 euro pro capite.

Gli investimenti finanziari sono stati ridotti e messi in larga parte in standby proprio dall’incertezza pandemica, ma anche dalla difficoltà oggettiva di incontrare sul mercato investimenti corrispondenti agli obiettivi dei risparmiatori, che nel 2021 hanno privilegiato nel lungo periodo la sicurezza (ossia il desiderio di non perdere il capitale investito) e nel breve periodo la liquidità (per poter far fronte alle emergenze). Da notare che soltanto il 6,7% del campione – ma si sale al 14% tra i laureati – risulta interessato agli investimenti etici e a impatto positivo sull’ambiente e sulla società.

La maggioranza tra i risparmiatori vorrebbe per il momento aspettare a spendere e tenere da parte il gruzzoletto accantonato: si tratta del 64%. Non è tuttavia la parte più abbiente, bensì quella più avanti negli anni e che appartiene al ceto medio-basso e con limitata istruzione. Il restante 36%, che include i laureati, i giovani e gli appartenenti al ceto medio-alto e per reddito, è di opinione diversa e vorrebbe rilanciare i suoi consumi, anche se con priorità differenti. Il ceto medio è pronto a spendere di nuovo, nell’ordine, in viaggi, in una nuova auto o nuovi beni durevoli, al terzo posto in una casa nuova. I laureati mettono sempre in cima alla lista un viaggio, segno che la fermata dei movimenti è stata sofferta, ma invertono le preferenze che vengono dopo: prima la casa e poi una nuova auto. I giovani mettono al primo posto la casa, poi l’auto e infine i viaggi.

Le case degli italiani sono mediamente più piccole (81 mq) di quelle degli spagnoli (96 mq), dei francesi (102 mq) e dei tedeschi (109 mq): la didattica a distanza e lo smart-working hanno mostrato l’insufficienza del patrimonio abitativo italiano. Il 18% del campione ha dichiarato che, a seguito della pandemia, giudica oggi insufficiente lo spazio della propria casa. D’altra parte è necessario sottolineare che il 16,8% dei possessori di un mutuo per la casa ha chiesto e ottenuto la sospensione, quota che sale al 31,5% tra coloro che in famiglia hanno avuto un impatto sanitario relativo al Covid.

Le fasce di età che evidenziano uno stato di maggiore preoccupazione per il futuro sono quelle intermedie, ossia fra i 35 e i 64 anni. L’apprensione è strutturalmente salita non tanto riguardo alla salute, quanto piuttosto al lavoro e al reddito. È salita di 10 punti percentuali, al 54%, la quota delle persone preoccupate della possibilità di subire una diminuzione temporanea del reddito; il 63% (+13 punti rispetto all’anno precedente) teme invece una perdita permanente del reddito.

I problemi economici e finanziari nel tempo della pandemia sarebbero stati estremamente più seri senza i benefici decisi dall’Unione Europea. La differenza tra la quota di intervistati che hanno fiducia nell’Europa rispetto a coloro che non ce l’hanno è di 46 punti percentuali. Tale risultato segna un progresso notevole rispetto al 2020, quando lo stesso saldo era stato appena di 26 punti in percentuale. Interessante notare che il tasso di approvazione dell’Europa aumenta con il livello di istruzione e non con i trasferimenti di cui si è beneficiato. In altri termini, l’Europa è apprezzata non per avere ricevuto trasferimenti di denaro ma per la sua attuale politica economica in risposta alla pandemia.


La manovra di bilancio e il Patto di stabilità

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Il Consiglio dei ministri ha approvato “all’unanimità” il Documento programmatico di bilancio che traccia i confini della manovra e che, notte tempo, ha preso la strada verso Bruxelles per la supervisione.

Da quel che si sa, si tratta di una manovra di almeno 23 miliardi, finanziata in buona parte dalla crescita del Pil. La Lega ha espresso una riserva politica sulle pensioni – quindi l’unanimità è solo fittizia – e Draghi si è fin qui limitato a prenderne atto. Si sa che i soldi per una riforma fiscale (circa 9 miliardi) ci sarebbero ma la legge delega volutamente generica partorita dal Governo (una “scatola di princìpi”) impedisce una valutazione nel dettaglio, anche se è già evidente che la ricerca dell’efficienza economica e del consenso dei mitici ceti medi prevale su quella della giustizia fiscale. Viene ridotta la postazione per la riforma degli ammortizzatori sociali, da 4-5 miliardi a 3, anche se pare venga incrementata quella per il reddito di cittadinanza, così impropriamente chiamato. In sostanza si conferma il quadro delineato dalla Nota di aggiornamento al DEF. Di fronte al bivio, in sé non nuovo, se tirare il freno della spesa pubblica o, al contrario, giocare con coraggio la sfida di un incremento degli investimenti e dei consumi in campi innovativi, come richiederebbe la conversione ecologica dell’economia, la scelta del Governo va nella prima direzione.

Poco tempo fa l’economista Nouriel Roubini, che seppe prevedere la grande recessione del 2008, aveva lanciato l’allarme sul perverso annodarsi di stagnazione e di aumento dell’inflazione, tristemente nota come stagflazione. Questo quadro dovrebbe consigliare una politica economica ben più coraggiosa. Invece, anziché confermare l’11,8% di deficit sul Pil previsto in aprile, la Nota di aggiornamento al DEF (https://volerelaluna.it/economie/2021/10/13/una-nadef-a-passi-di-gambero/) si compiace di prospettarne una riduzione al 9,4%, prevedendo una politica di bilancio espansiva fino al 2024, dopo di che ‒ come scrive il ministro Franco in premessa al documento governativo ‒ si punterebbe però alla «riduzione del disavanzo strutturale e a ricondurre il rapporto debito/Pil al livello pre-crisi entro il 2030». Eppure, solo per recuperare sull’ultimo ventennio perduto, bisognerebbe avanzare, dopo la fine dell’intervento del PNRR nel 2026, del 3% ogni anno. Il rimbalzo non basta. Ma per farlo, bisognerebbe dare ben altro impulso alla spesa pubblica, ponendo le basi per un nuovo modello sociale ed economico. Soprattutto in un quadro mondiale ove la prospettiva, dopo il rimbalzo, di una stagnazione accompagnata da una ripresa di inflazione si fa in effetti sempre più probabile, come potrebbero segnalare l’appiattimento della curva dei tassi di rendimento tra titoli a breve e a lunga durata negli Usa, e non solo, ma anche, l’improvvisa frenata della crescita cinese.

È evidente che le decisioni italiane sono e saranno condizionate dall’esito del confronto europeo sul Patto di stabilità. Dombrovskis ha dichiarato che il Patto «ha funzionato bene» e che la flessibilità di cui è già dotato ha retto la tempesta, per cui non servirebbe una modifica legislativa, ma «una comunicazione interpretativa». Nelle stesse ore Gentiloni affermava che il Patto «ha ottenuto risultati ambivalenti» e dunque richiederebbe aggiustamenti pur senza cambiamento dei Trattati e delle regole fondamentali, malgrado l’entità degli investimenti necessari. Poi i due si sono accordati per una dichiarazione congiunta anodina, sterilizzando lo scontro tra falchi e colombe. Le principali ipotesi di modifica del Patto, tra quelle ammesse al tavolo di partenza, sono sostanzialmente tre: una revisione dell’entità annua della riduzione del debito sopra il 60%; una sorta di patto à la carte, proposto tra gli altri da Jean-Paul Fitoussi e benvisto dal ministro francese Bruno La Maire, per cui ogni paese, sulla base di una certificazione di un organismo indipendente (come il nostro Ufficio parlamentare di bilancio), stabilirebbe un proprio piano di rientro dall’extradebito, sottoposto all’approvazione della Commissione e del Consiglio europei; una revisione, considerata la più improbabile, del tetto del 60% del rapporto debito/Pil, vista la sua inadeguatezza, senza modificare i Trattati ma solo i protocolli, con l’unanimità degli Stati, ma saltando la ratifica dei parlamenti nazionali.

Su questa discussione, già troppo timida in partenza, peserà la formazione e il programma del nuovo Governo tedesco. Non c’è da stare allegri. Scholz ha recentemente detto che il Patto «sarà utile anche nel futuro» e, se il leader dei liberali Lindner diventerà ministro delle finanze in una “coalizione semaforo”, c’è da aspettarsi un ulteriore irrigidimento. Il dibattito intergovernativo nell’Unione appare arretrato non solo rispetto all’andamento dell’economia reale, ma persino rispetto alle posizioni di personalità non ascrivibili al credo keynesiano. L’ex ministro Giovanni Tria è stato netto nel dire, ora che ha le mani libere, che il fiscal compact era sbagliato fin dall’inizio. Per Klaus Regling, braccio destro di Theo Waigel, il “padre dell’euro”, ora direttore del famigerato Mes, la regola della riduzione dell’extradebito al 60% nel giro di venti anni (che costringerebbe l’Italia a surplus di bilancio del 6-7% annui) è del tutto irrealizzabile e insensata. Dietro allo scontro su cifre e algoritmi, si nasconde il grande tema della conversione ecologica dell’economia. E non è un tema da lasciare in mano agli attuali governi europei.  


Invalsi e altre sciocchezze

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Vinti e festeggiati, in barba ad ogni norma anti Covid-19, gli Europei maschili di calcio, dopo ben 53 anni di astinenza, l’Italia è ripiombata bruscamente nelle innumerevoli voragini di una crisi politica, economica e sociale che la sta logorando in profondità: dai licenziamenti di massa della GNK e Whirlpool alla disoccupazione giovanile, dalla violenza delle forze dell’ordine nelle carceri ai dissesti del territorio e delle infrastrutture, dal Parlamento ridotto a segretario del Governo alla sofferenza del sistema sanitario, la struttura democratica del Belpaese è sempre più debole e a pagarne le conseguenze è ovviamente la parte più fragile e povera della società. In questa situazione, la scuola pubblica è sempre più in difficoltà, stretta tra trionfali proclami di rilancio e malinconici mancati investimenti.

A scompigliare ancor più le carte scolastiche, in quest’estate di violenti temporali equatoriali, sono giunti, immancabili come la nuvola di Fantozzi durante le ferie, i risultati delle prove Invalsi 2021, i quali sono stati usati dagli analisti dei grandi mezzi di informazione come la sacra pietra angolare con cui misurare il rendimento della scuola. E così, via con le cifre nude e crude: il 44% dei maturandi non raggiunge un livello di conoscenza minima dell’italiano; in Calabria il 63% degli studenti di terza media ha una preparazione inadeguata in matematica; in Campania il 73% degli allievi di quinta superiore non ha una preparazione sufficiente in matematica. Si è trattato di una vera e propria Caporetto didattica, con un netto peggioramento dei risultati rispetto agli esiti delle prove Invalsi del 2019: in tutta Italia, a parte Valle d’Aosta, Piemonte e provincia autonoma di Trento, le conoscenze e competenze in italiano, matematica e inglese (perché questo è ciò che valutano e giudicano i test Invalsi) sono in caduta libera. Ai commentatori, in attesa lungo il fiume ad aspettare impazienti il cadavere della scuola, non è parso vero di poter attestare ufficialmente, con sadismo misto a cinico compiacimento, il fallimento della DAD e l’acuirsi del divario tra Nord e Sud. Uscendo dalle logiche del tifo da stadio tra difensori e detrattori estremi della didattica a distanza, veramente la responsabilità di questi pessimi risultati vanno ricondotti quasi completamente alla DAD?

Proviamo a fare alcune considerazioni.

In primo luogo, bisogna certamente prendere atto che la DAD ha indebolito il percorso di apprendimento degli studenti (in particolare quelli delle scuole secondarie di primo e secondo grado maggiormente colpiti dai provvedimenti di lockdown e quelli con maggiori difficoltà economiche e familiari), ma bisogna anche ricordare e ribadire che nella prima parte del 2020 la DAD è stata una soluzione eccezionale, che ha determinato un impegno gravoso (per studenti, genitori e insegnanti), spesso anche scoordinato e sgraziato; si è trattato di un ripiego, di una innovazione nata quasi dal nulla per tamponare una necessità connessa a tragiche e impreviste contingenze sanitarie. Questa è l’imprescindibile premessa da cui dobbiamo partire per ragionare onestamente di didattica a distanza. Il vero problema è quanto è avvenuto dopo la prima fase emergenziale e che purtroppo sta ancora avvenendo o, per meglio dire, che non sta accadendo. La pandemia ha messo a nudo le ataviche carenze e insufficienze della scuola pubblica italiana: edifici fatiscenti e inagibili, troppi allievi per classe, personale precario, scarsa innovazione didattica. Cosa si sta facendo da un anno a questa parte per cambiare la scuola e provare a porre rimedio a tali lacune? Concretamente nulla! Abbiamo constatato che la scuola non in presenza ha molti limiti di apprendimento, di socialità e di crescita umana; allora serve finalmente investire risorse e intelligenze nel sistema di istruzione, dopo decenni di tagli a partire dal grande furto di 8 miliardi di euro operato dalla Gelmini nel 2008, che forse proprio per questi meriti è entrata a far parte del governo dei migliori guidato da Draghi. Se vogliamo affrontare l’anno scolastico 2021-2022 in presenza occorre affiancare a un serio piano di vaccinazione nazionale un ripensamento degli spazi didattici, a partire dalla messa a punto di nuovi edifici e dalla riduzione del numero di allievi per classe. Ma purtroppo in questi mesi non si sta facendo nulla in questa direzione, anzi, il Miur, a fronte di un calo degli iscritti alla scuola primaria, sta dirottando i maestri soprannumerari che possiedono l’abilitazione alle scuole secondarie. Questi sono i fatti reali al di là delle effimere parole pronunciate al vento da ministri e sottosegretari. Con scuole affollate, visto il proliferare di nuovi casi da variante, sarà molto difficile ripartire tutti in presenza a settembre. Il tempo sta trascorrendo inesorabilmente, ma gli errori fatti negli anni non sembrano far cambiare rotta a chi ha il potere di farlo e non si tratta solo di incapacità, ma anche e soprattutto di una volontà politica che si nutre con furbizia dell’indifferenza complice della maggioranza dei cittadini, sempre più incapace di riconoscere i beni essenziali di una democrazia.

In secondo luogo, attribuire comunque alla DAD i risultati fortemente negativi ottenuti dagli studenti italiani con i test Invalsi, effettuati nella primavera 2020 nelle scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado sul territorio nazionale, è una operazione intellettuale in parte semplicistica e in parte disonesta. La scuola italiana, infatti, è afflitta da decenni dalla scarsa motivazione degli allievi nei confronti dello studio e per molti si è trasformata in un luogo di noia. Inoltre, quest’anno, in piena pandemia, molti allievi delle superiori hanno svolto i test rapidamente e con poco impegno, sia per protesta, sia perché non erano valutati: ciò testimonia uno scollamento tra le istituzioni e gli studenti, che rende vano ogni discorso di patto educativo, in quanto si studia per il voto o niente. Precisati questi aspetti, il calo delle competenze di analisi e comprensione del testo in lingua italiana degli studenti viene da lontano ed è figlio di tanti fattori, riscontrabili, nel disinteresse per la lettura, per la disaffezione alla poesia e alla letteratura italiana, percepita come distante e a tratti incomprensibile. Il declino dei tassi di lettura è iniziato nei primi anni ’80 (prima della DAD e dopo la peste del ‘600) ma ha subito una brusca accelerazione dopo la metà degli anni 2000, in corrispondenza non casuale all’ascesa di smartphone e Internet ad alta velocità che sono divenuti poco a poco ampiamente disponibili. Contestualmente andava anche ad aumentare il tempo degli adolescenti trascorso sullo schermo, compresa la televisione, che ha iniziato a salire, quasi triplicandosi tra fine degli anni ’70 e 2010. Bambini, adolescenti e giovani che stanno smettendo di leggere sono di fatto meno ribelli, più tolleranti di fronte a ingiustizie e infelicità, meno felici e purtroppo poco preparati, se non, in alcuni casi, impreparati ad affrontare l’età adulta. Più in generale, si può affermare che leggere testi lunghi, come libri e articoli di riviste, è molto importante per comprendere idee complesse e sviluppare capacità di pensiero critico che dunque vengono a mancare o a scarseggiare se non si legge. A scuola come insegnanti speriamo di poter offrire ai ragazzi qualcosa di diverso e alternativo rispetto all’individualismo, alla noia e al vuoto nichilismo che ci circonda. E quando i nostri allievi dimostrano di non volerne sapere della letteratura, perdono la possibilità di vivere la scuola come luogo di contrasto, di riflessione critica e di “resistenza”. Tra le altre cose, insegnare letteratura significa, perciò, educare l’immaginario dei ragazzi e aiutarli a combattere l’appiattimento conformistico di pensieri e delle mode, donare loro una nuova prospettiva per interpretare il mondo e spingerli a creare nuove realtà e nuovi desideri. Per quanto concerne le difficoltà in matematica, urge ripensare il modo in cui viene insegnata e occorre formare gli insegnati in direzione di una didattica più laboratoriale che metta gli allievi realmente al centro dei processi di apprendimento, in modo che ne comprendano il senso e siano coinvolti in uno studio non solo finalizzato alla prestazione e al voto. Dove il docente costruisce una matematica a misura di persona, gli studenti crescono e ottengono soddisfazioni e risultati.

In terzo luogo, sarebbe una bella manifestazione di professionalità se gli analisti e i commentatori mainstream, esperti, ma solo a parole, di questioni che a dire il vero poco conoscono, andassero oltre la succulenta possibilità di esprimere un giudizio tranciante sull’inefficienza della scuola, in modo da raccogliere visualizzazioni e click, e non usassero le magagne e le problematiche che assediano il mondo dell’istruzione per rimanere nel solito comodo e redditizio luogo comune dei professori fannulloni e incapaci e del sud Italia povero, ignorante e scansafatiche. Urge un giornalismo di inchiesta che analizzi i tanti problemi che affliggono la scuola e il meridione e che non si limiti a scimmiottare la realtà, producendo facili e superficiali news da consumare rapidamente. Serve aprire una discussione pubblica onesta su quale scuola costruire per una sana e robusta democrazia per il XXI secolo. Ma parlare di questo, si sa, non porta nell’immediato audience, dunque non genera profitto e quindi è meglio lasciar perdere e continuare a dare quello che per anni si è proposto a un pubblico educato e addestrato a scandali e gossip.

Infine, sarebbe il caso di rivedere il test Invalsi o almeno di mutarne il significato. Il test misura le competenze linguistiche e matematiche, sicuramente importanti per la crescita umana, ma che non sono certamente le uniche. Dunque, quando analizziamo i risultati, facendo spesso improbabili comparazioni con i paesi OCSE per dedurne sempre che i nostri studenti sono i più impreparati, nonostante poi assistiamo alla costante fuga di cervelli, teniamo conto della parzialità della misurazione. Ciò non vuol dire non dare importanza ai risultati, ma affrontare il problema in modo laico e non facendone una guerra di religione come se stessimo parlando di una verità assoluta di fede. E soprattutto sarebbe opportuno utilizzare i risultati per investire risorse nelle aree maggiormente in difficoltà. Se gli Invalsi sono un termometro che segnala la febbre, allora il ministro deve trovare una cura: la ricetta da cui partire si chiama più scuola, più formazione e più retribuzione per insegnanti, meno allievi per classe, più lettura, più teatro, più cinema, più scrittura, più dibattiti, più esercizi di matematica, più laboratori scientifici. E soprattutto più inclusione e meno classismo, perché i risultati dell’Invalsi sono anche figli di una scuola italiana frammentata in ricchezza e povertà, in benessere e marginalità. La scuola deve diventare la casa di tutti gli studenti e, nel processo di apprendimento, bisogna andare oltre l’IO del docente e il TU dell’allievo per produrre un fertile NOI, all’interno del quale si realizzi la formazione della persona umana pluridimensionale. Dobbiamo costruire una scuola che misuri la crescita umana, fatta di competenze linguistiche, logiche, e matematiche, ma anche emozionali, artistiche e politiche.

Il lavoro è tanto e il tempo è poco, per questo non ci resta che rimboccarci le maniche, nella speranza di rivederci a settembre con la voglia di migliorare la nostra amata scuola. E se un peggioramento autunnale della pandemia dovesse portare il Governo, che nulla sta facendo per migliorare gli spazi scolastici, a chiudere nuovamente le scuole, ci vedremo in piazza a fare lezione di italiano, matematica e filosofia al grido di POPOPOPOPOPOOOOOO, con tanto di autorizzazione di Chiellini e Bonucci.

Foto della homepage di Siora photography su unsplash 

 


Il sussidistan delle imprese

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Sussidistan

In questo anno e mezzo le aziende italiane hanno accumulato oltre 100 miliardi (dati Istat). Un tasso di risparmio senza precedenti. Soldi sottratti agli investimenti produttivi in attesa di tempi migliori o, in molti casi, dirottati verso la finanza e beni immobili. Non c’è una correlazione automatica, ma è strano il fatto che l’ammontare dei risparmi sia quasi pari alla somma erogata tramite i decreti per ristori e sostegni.

Che le imprese italiane siano super sussidiate è un dato difficilmente contestabile.

Da vent’anni a questa parte, per non andare troppo a ritroso, alle imprese sono stati elargiti migliaia di miliardi sotto forma di incentivi, decontribuzioni e defiscalizzazioni. Una montagna di denaro pubblico.

Persino le imprese dannose per l’ambiente ogni anno ricevono dallo Stato ben dieci miliardi di sussidi. Molte altre prosperano grazie ad appalti, concessioni e convenzioni con il pubblico (nel campo dell’edilizia, dei rifiuti, dei trasporti, della sanità…).

Sussidistan di BonomiCarlo Bonomi, presidente di Confindustria, parlando di Sussidistan, ha proprio sbagliato indirizzo. E’ difficile rimuovere la dimensione imponente degli aiuti, diretti e indiretti, dello Stato al mondo imprenditoriale. Aiuti che hanno raggiunto l’apice in questo biennio.

Il Sussidistan è un paese ben conosciuto ai nostri imprenditori. Bisognerebbe piuttosto indagare più a fondo sulla destinazione dei profitti e riflettere sui motivi per cui l’ammontare annuo della rendita finanziaria e immobiliare supera, ormai da tempo, l’insieme di salari e stipendi. I profitti che si trasformano in rendita spiegano il declino della manifattura italiana molto meglio di tante analisi.

La pandemia, dunque, ci restituisce un paese più fragile, diviso ed ineguale. Il debito pubblico è schizzato a livelli mai raggiunti prima. Il benessere dei cittadini è diminuito, salvo che per una ristretta minoranza. La flessibilità del lavoro si è tradotta in precarietà e in perdita di potere contrattuale e di reddito. La disoccupazione giovanile e femminile si aggrava sempre di più. Si è accentuata la distanza tra ricchi e poveri, come quella tra ceto medio e fasce più benestanti.

Il virus, che ancora ci tormenta, sta scavando nelle disuguaglianze e nelle contraddizioni del nostro paese, ma molti commentatori sprizzano ottimismo sulla ripresa in atto e sulla spinta che il Pnrr sta per dare alla crescita economica. Cercano di nascondere o minimizzare il dramma dei licenziamenti, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali e territoriali, l’emergenza ambientale.

La ricetta è sempre la stessa: la crescita risolverà tutti i problemi e ne deriverà benessere per l’intera società. Il dubbio che viene, però, sulla base dell’esperienza e dell’evidenza, è che, nell’era della finanziarizzazione dell’economia e dell’algoritmo, le ingiustizie e le disuguaglianze crescenti siano diventate la condizione stessa dell’accumulazione capitalistica. Una politica, che ancora una volta mettesse l’impresa e non il lavoro al centro dello sviluppo, sarebbe un boomerang per la sostenibilità sociale ed ambientale.

Vi sono segnali ben visibili in questo senso.

Le entrate Irpef del 2020 sono aumentate di ben 17 miliardi rispetto al 2019. Una pressione fiscale che grava sulle fasce di reddito medio – basso. Intanto i capitani d’impresa versano sempre meno all’erario.

Banca d’Italia, inoltre, ci informa che il 55 per cento dei precari e dei lavoratori poveri (working poors) hanno visto diminuire il proprio reddito ed il 60 per cento di lavoratori autonomi vive una condizione economica di difficoltà. Insomma, un quadro squilibrato, che dovrebbe spostare decisamente l’azione di governo sul lavoro, sulla sua valorizzazione, su una redistribuzione più equa.

Il presidente Mario Draghi, invece, ha di recente respinto l’ipotesi di una pur minima revisione delle imposte di successione. «Non è il momento di prendere ma di dare», ha detto. Eppure, in questo orribile 2020, il gettito delle tasse sui trasferimenti ereditari si è dimezzato.

Trasferimenti per un valore complessivo di circa 200 miliardi di euro, nel 2020 hanno portato nelle casse statali la metà (circa 200 milioni) di quanto era stato incassato l’anno precedente. I ricchi conoscono bene le scappatoie legali (utilizzando, ad esempio, fittizie società di capitale) per eludere quel poco che dovrebbero dare. Non è il momento di prendere, ma resta vergognoso che eredi straricchi paghino tasse simili ad un obolo di beneficenza.

La riforma fiscale è uno dei pochi strumenti che abbiamo per tentare di raddrizzare il mondo alla rovescia in cui viviamo. Sarebbe un grave errore procedere con ritocchi superficiali e rinunciare a fare della progressività e della capacità contributiva il punto focale e qualificante del sistema fiscale, così come prevede la Costituzione.

Tra la narrazione fideistica sulla crescita e le difficoltà quotidiane della gente comune si apre per la sinistra uno spazio politico enorme. Non resta che occuparlo.

 

L’articolo è stato pubblicato su Il Manifesto del 20 luglio col titolo Il Sussidistan delle imprese fa crescere solo la disoccupazione


Cortocircuito di Capodanno

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La testata e i titoloni del sito on-line del Corriere della Sera scorrono incorniciati in una sala d’attesa avveniristica, sospesa a mezz’aria come fosse la carlinga d’un dirigibile. In primo piano una famigliola benestante e felice che osserva un paesaggio incontaminato: un trionfo di verde con un tocco di rosso, quello di una “freccia” che sta per fermarsi sotto l’aerostazione per portare i passeggeri verso una meta turistica tra le tante, “ravvicinate” alle grandi città.

In questi anni le frecce, «la metropolitana d’Italia» come le ribattezzò l’ingegner Moretti (il più ferroviere dei manager pubblici chiamati a compiere la grande modernizzazione dei binari), hanno davvero compresso la carta geografica del Belpaese. Proprio come prometteva l’architetto finanziario della Tav – l’avvocato Necci – fin dalla prima brochure cui la pubblicità che circonda il primo quotidiano d’Italia si ispira, quasi a sottolineare la continuità dell’impresa. Continuità garantita dal getto di calcestruzzo in cui il Governo giallorosa si è impegnato a spendere la maggior parte dei Recovery fund europei (come richiesto dall’altro quotidiano milanese, anzi asso-lombardo: il Sole24ore).

Peccato che il costo dell’avvicinamento tra Milano, Roma e Napoli lo abbiano pagato due terzi delle cento città che ancora per un po’ ci rendono unici e desiderabili nel mondo. Peccato che per consentire agli executives di Intesa San Paolo di andare a dormire in un condominio di Legacoop di Moncalieri dopo aver passato le otto ore in Torre Breda/Porta Garibaldi (ma rimanendo connessi a piazza Affari anche durante il “viaggio veloce”) siano stati aboliti gli abbonamenti ridotti per studenti… Peccato che, se fosse possibile rappresentare sulla carta geografica le tre ore tra Milano Centrale e Roma Termini e l’irraggiungibilità in una intera giornata tra Viterbo e Matera (per fare un solo esempio) si impallerebbe anche Googlemaps. Peccato, insomma, che la rivoluzione delle frecce, con Italo di complemento, abbia aumentato (altro che diminuito!) le disuguaglianze sia economiche che culturali: l’enorme investimento 100% pubblico andato a favore sì e no del 5% dei cittadini, mentre al rimanente 95% dei clienti delle Ferrovie italiane – i pendolari, lavoratori e studenti ‒ sono stati assegnati rotaie vecchie e materiale rotabile fatiscente (o, nel migliore dei casi, “ricondizionato”). Una disuguaglianza resa drammatica dalla pandemia che ci ha flagellato nell’anno che va a morire tra qualche ora, senza poterci garantire che – nonostante il vaccino – quello che si apre possa davvero rappresentare una svolta. Per fare un esempio trasportistico, l’incertezza (soprattutto il non detto) sulla riapertura delle scuole dopo la Befana è soprattutto legata alla carenza di mezzi (non di binari AV o di autostrade) paradossalmente proprio in quelle aree urbane la cui classe dirigente troviamo – alla faccia del telelavoro ‒ seduta sulle frecce, opportunamente distanziata (e a tariffe “ritoccate”, tanto paghiamo noi anche per loro)!

Che per una svolta, se non sanitaria almeno culturale, basti anticipare il capodanno 2020-2021 alle ore 22.00 lo si deduce dal contenuto (politico) che i titoli racchiusi nella cornice pubblicitaria di Trenitalia rivelano: soprattutto dal cortocircuito permanente tra politica e informazione. In tanti, in queste ore di enfatizzazione dei numeri dei sanitari che hanno delle perplessità sui vaccini (peraltro legittime ancorché ovviamente discutibili) e con la minaccia di obbligatorietà brandita più dal sottobosco della politica che dagli scienziati, si sono interrogati sul ruolo dei mezzi e degli operatori dell’informazione mai come ora delicato (se non “in tempo di guerra”).

A certificare questa diffusa inquietudine pare destinata l’intervista di Fiorenza Sarzanini che, da prima della classe, è riuscita a intercettare la Ministra dell’interno Luciana Lamorgese (il prefetto di ferro che ha avvicendato il folkloristico Salvini in un ruolo e in un momento che più delicato non potrebbe essere): più ancora in prospettiva che non nella notte dei botti con l’orologio avanti e la sordina. Infatti non è sulla frase che ti aspetti ‒ «I controlli a Capodanno saranno inflessibili» ‒ che voglio attirare l’attenzione, quanto su quella successiva, ripresa in tutta evidenza nel catenaccio sotto il titolo: «Investimenti e riforme per superare i ristori». Lungi da me fare l’interpretazione autentica del Lamorgese-pensiero, ma, ripresa nel testo, l’affermazione non lascia molto margine al dubbio: «Ha timori per la tenuta sociale del Paese?» chiede Sarzanini. Prima risposta di Lamorgese: «Speriamo di lasciarci alle spalle un anno difficile, ma siamo tutti consapevoli che inizia una fase cruciale per dare una concreta prospettiva di ripresa alle famiglie e alle imprese che hanno subito i contraccolpi più pesanti nel 2020. È necessario dare risposte concrete lasciandoci alle spalle polemiche e inutili divisioni anche per ridare fiducia agli italiani e consolidare il quadro sociale». «Pensa che possano bastare i ristori?», insiste l’intervistatrice. «Ristori e incentivi – risponde la ministra ‒ sono stati fondamentali in una prima fase per fare fronte al forte impatto economico causato dalla pandemia, ma ora servono investimenti anche di medio periodo e riforme che diano una prospettiva alle categorie più colpite dalla crisi e offrano un percorso di crescita duratura al nostro Paese». Ecco: proprio la risposta che ci si attende dal ministro dal quale dipende (dipenderà) la coesione sociale, la tenuta delle istituzioni che metterà i sopravvissuti al Covid nella condizione di sopravvivere alla povertà che proprio nelle strade di Milano, nelle file davanti alle mense caritatevoli ha visto la rappresentazione plastica di quel che potrebbe essere il futuro prossimo.

Aspettiamo che un’altra firma di prestigio del quotidiano della città del Pio Albergo Trivulzio – che so io, Severgnini – intervisti il ministro dell’economia Gualtieri per sapere cosa pensa di fare il Governo se, terminati i «ristori» (detestata “spesa corrente”), gli investimenti in calcestruzzo by Associazione Costruttori (di finanza creativa rabastata in Cassa Depositi e Prestiti) non si dovessero rivelare in grado di dare «una prospettiva alle categorie più colpite dalla crisi e offrano un percorso di crescita duratura al nostro Paese» come auspicato dalla sua collega cui – a quel punto – non resterà che mandare la polizia a manganellare chi protesta, disperato o “fomentatore” che sia o che tale venga ritenuto…

E qui chiuderei il cerchio.

Ho usato come cornice ‒ lo ammetto ‒ una pubblicità di una cosa narrata da anni come redditizia ma che lo è perché persino i morti di Covid, grazie alle tasse di successione, continueranno a pagare interessi (alle banche private che hanno finanziato il Tav senza problemi grazie alla garanzia dello Stato). Poi ho inserito nella cornice (come del resto han fatto gli impaginatori del Corriere) l’intervista di capodanno all’inquilino pro tempore del Viminale, che è un classico della notte di San Silvestro e del mattino seguente; ma prendendomi la libertà di affermare che questa volta non sarà come quelle che abbiamo vissuto sin qui (a rischio di farmi dare dello scopritore dell’acqua calda). Poi, però, ne ho provato a immaginarne le conseguenze, per l’anno che arriva (e dopo). Operazione discutibile, ma legittima (sfido chiunque a contraddirmi). Non mi resta che augurarmi di sbagliare… Altrimenti come augurare buon anno allo scoccare delle 22 del 31 dicembre 2020?


Produzione industriale e Covid-19: appunti per la ripresa

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La contrazione stagionale della produzione manifatturiera è una peculiarità del nostro Paese che il Covid ha solo amplificato. Per favorire la ripresa servono segnali espliciti e sincronizzati di supporto alla domanda, dal lato degli investimenti e dei consumi interni. Che mancano però nel Decreto Rilancio.

L’indice della produzione industriale manifatturiera (2015=100) nel primo mese di lockdown di marzo 2020 è risultato pari a 81,7. Nel mese precedente era stato 105,7. La riduzione è certamente rilevante, ma il commento ai dati fornito da Istat non appare convincente: «A marzo le condizioni della domanda e le misure di contenimento dell’epidemia di Covid-19 determinano un crollo della produzione industriale italiana. In termini tendenziali l’indice corretto per gli effetti di calendario mostra una diminuzione che è la maggiore della serie storica disponibile (che parte dal 1990), superando i valori registrati nel corso della crisi del 2008-2009. Senza precedenti anche la caduta in termini mensili dell’indice destagionalizzato».

Tale commento è stato ripreso dalle principali testate giornalistiche (ad esempio Corriere e Repubblica) e le analisi proposte sembrano suggerire che il sistema industriale si sia irrimediabilmente accartocciato su sé stesso, dando origine a un evento tanto inusuale quanto raro (“senza precedenti”). La rappresentazione che viene fornita è quella di una catastrofe inedita che ha interrotto l’omogeneo fluire degli scambi e delle produzioni. Un colpo di maglio su una struttura troppo fragile per potersi riprendere e che non è in grado di sostenere una così pronunciata interruzione delle attività.

Nessun dubbio che la pandemia e la sospensione delle attività che ne è seguita siano eventi di estrema gravità. L’interruzione generalizzata delle attività non è però una circostanza così inusuale. Basta infatti osservare che l’indice di produzione (grezzo – è ciò che conta in questa riflessione –, non l’indice destagionalizzato) presenta oscillazioni molto intense ogni anno e che in realtà tutte le estati in Italia il sistema industriale va in “lockdown” (vedi figura 1).

 

Fig. 1. Indice grezzo della produzione industriale manifatturiera in Italia (2015=100) 2012-2020 (marzo)
Fonte: nostra elaborazione su dati Istat

Il problema, quindi, non sembra essere dovuto al fatto che una quota significativa delle imprese contrae simultaneamente il proprio volume di output: accade frequentemente. E non è in sé un danno irreparabile: per l’Italia è un evento più ordinario che straordinario. Se, ad esempio, confrontiamo l’andamento dell’indice di produzione manifatturiero tra Paesi diversi notiamo che Francia e Germania hanno un’esperienza relativamente limitata di interruzione generalizzata delle produzioni. L’Italia, all’opposto, sembra essere del tutto familiare con fenomeni di lockdown “volontario” (vedi figura 2).

 

Fig. 2. Indice grezzo della produzione industriale manifatturiera Italia, Francia e Germania (2015=100) 2008-2020 (marzo)
Fonte: nostra elaborazione su dati Eurostat

Le evidenze fornite confermano ancora una volta l’elasticità del sistema nell’adattarsi alle fluttuazioni dei volumi di produzione. L’intervallo delle oscillazioni in Italia, infatti, è quasi il doppio di quello registrato negli altri Paesi esaminati ed è particolarmente pronunciato in riferimento alla contrazione del volume delle produzioni.

Questa peculiarità è probabilmente da attribuire alla forte presenza di settori come il made in Italy e al peso delle produzioni di beni di investimento, che hanno natura stagionale o sono marcatamente ciclici e che dispongono strutturalmente della capacità di reagire positivamente a variazioni impreviste del volume di attività. Le imprese, comprimendo i costi fissi a favore di quelli variabili e operando con un grado di integrazione verticale molto più contenuto di quello degli apparati industriali di altri Paesi, hanno costi di aggiustamento al ciclo e agli eventi inattesi relativamente contenuti.

L’altra faccia della medaglia dell’elasticità è che le imprese non producono per il magazzino o seguendo una programmazione di lungo termine, ma principalmente sul venduto. Una parte non marginale della competitività dell’industria manifatturiera italiana è proprio fondata sui tempi brevi e i costi ridotti di adattamento all’andamento degli ordini ricevuti. I segnali dal lato della domanda sono quindi molto più rilevanti di quanto accade in altri contesti manifatturieri.

La questione quindi non è l’interruzione delle attività di per sé, ma cosa accade nel momento della ripresa: un classico problema di coordinamento che si manifesta nella fase di riattivazione delle produzioni. Ogni settembre il coordinamento è spontaneo. Nell’attuale circostanza non lo può essere a causa del rallentamento asimmetrico dei flussi di scambio tra Paesi e della contrazione del reddito delle famiglie. Allo stesso tempo è indiscutibile l’attivazione di un’ampia gamma di risorse pubbliche che solitamente non è presente nell’abituale “riapertura di settembre”. Se ben utilizzate queste risorse possono sopperire al deficit di pianificazione e ridurre i costi di coordinamento.

Un intervento molto poco selettivo e indirizzato a fornire un supporto alle imprese di natura essenzialmente fiscale, come quello approvato nel Consiglio dei Ministri del 13 maggio con il cosiddetto “Decreto Rilancio”, non aiuta in questo senso. Sarebbero più efficaci, dal punto di vista dei temi appena discussi, segnali espliciti e sincronizzati di supporto alla domanda, sia dal lato degli investimenti che dei consumi interni. Ad esempio, misure più estese e durature di sostegno ai redditi, così come il rifinanziamento di programmi volti a incentivare gli investimenti potrebbero essere visti dalle imprese come segnali di un progressivo e simultaneo riallineamento delle attività verso livelli più elevati di produzione.

 L’articolo è frutto della collaborazione con Sbilanciamoci! (sul cui sito è stato pubblicato il 20 maggio)


Un modello sociale ed economico da buttare

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Tutti i giorni i giornali, le radio, le televisioni, le piattaforme digitali ci forniscono, a proposito del nostro Paese, una massa di dati demografici, statistici ed economici impressionante, che spesso stentiamo a comprendere e soprattutto a collegare tra loro. Vediamo qualche esempio.

L’immigrazione è il tema che più spesso viene messo in vetrina dai mass media perché è quello che sta più a cuore al governo e al suo ministro degli interni: secondo il Viminale nel 2018 i migranti arrivati in Italia sarebbero 17.151, mentre per UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, sarebbero in realtà 23.371; in ogni caso meno degli 86.000 circa arrivati nel 2017. Si tratta di una tendenza alla diminuzione che interessa tutta l’Europa e in particolare gli altri Paesi di arrivo (Grecia, Spagna, Malta e Paesi balcanici).
Meno enfasi viene messa sui dati relativi all’emigrazione: ogni anno, infatti, molti cittadini italiani, soprattutto giovani e per circa un terzo laureati, emigrano dal nostro Paese in cerca di maggiore fortuna.
Secondo l’Istituto di statistica (ISTAT) nel 2017 sono emigrati 114.000 italiani e nel 2018 circa 120.000: questi dati, però, si riferiscono solo a coloro che si registrano all’AIRE (anagrafe italiani residenti estero). Difficilmente chi emigra cambia residenza subito nei primi anni: si sposta prevalentemente all’interno dell’UE ed è preoccupato più di trovare un contratto di lavoro stabile e un domicilio adeguato; la regolarizzazione della residenza avviene sempre con qualche anno di ritardo. Tenendo conto di queste considerazioni IDOS, un istituto promosso da Unar (Ufficio alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio), Caritas e Chiesa Valdese, ritiene che un dato più attendibile si ottenga moltiplicando per 2,5 quello ufficiale: in questo modo gli emigrati effettivi sarebbero stati 285.000 nel 2017 e circa 300 mila nel 2018.
È facile confrontare i dati degli immigrati e degli emigrati per rendersi conto di come, dei due aspetti, quello principale sia il secondo: mentre tutti si affannano a capire come contenere il numero degli immigrati, nessuno ci spiega come ridurre il numero molto più elevato di giovani italiani, in buona parte istruiti e formati nelle province relativamente più ricche, che se ne vanno in altri Paesi europei, perché in Italia non riescono a trovare una collocazione sociale e professionale soddisfacente.
Esiste poi un fenomeno rilevante di giovani che emigrano dalle province di nascita verso altre all’interno del nostro Paese: è ancora forte, infatti, l’emigrazione interna dal sud al nord. Così ogni anno circa 600 mila adulti, in maggioranza giovani, si spostano dal meridione al settentrione alla ricerca di un posto di lavoro più adeguato sia professionalmente, sia economicamente.

D’altro canto una conferma di questa situazione ci viene dal dibattito sulla possibile introduzione per legge del salario minimo garantito: come si sa la proposta del M5Stelle introdurrebbe un salario minimo di 9 euro lordi l’ora. Secondo l’INAPP, un istituto alle dipendenze del Ministero del Lavoro, questa misura determinerebbe l’aumento della retribuzione di 2,6 milioni di lavoratori (in larga maggioranza a tempo pieno) particolarmente concentrati nel Sud e nelle aziende fino a 50 dipendenti. Questi dati ci dicono che il mercato del lavoro in Italia è sempre connotato da una forte arretratezza nella richiesta di personale qualificato, da una realtà di bassi salari e da un’endemica precarietà, quando non da una vera e propria illegalità. Può sembrare un giudizio eccessivo, ma altri dati ci confermano indirettamente questa valutazione.

In questa situazione critica, infatti, come ci dicono quotidianamente tanti buoni economisti di ogni tendenza e scuola, bisognerebbe fare investimenti produttivi, mentre sappiamo che né lo Stato (per eccesso del debito pubblico), né i privati (per maggior favore verso la speculazione finanziaria) investono in maniera adeguata.
Da diversi anni la CDP (cassa depositi e prestiti), che gestisce il risparmio postale degli italiani, sembra essere una delle poche casse di proprietà pubblica ancora operative: dove sta orientando i suoi consistenti capitali? È fortemente coinvolta nel salvataggio di Alitalia, la compagnia aereonautica di bandiera, un carrozzone già adeguatamente spolpato da imprenditori privati con pochi scrupoli e ancora meno idee industriali, e si accinge a sostenere il salvataggio di Astaldi – una grande impresa edile sull’orlo del fallimento – e la sua fusione con Salini Impregilo la più grande azienda del settore. Anche quello dell’edilizia è un settore costellato da grandi imprese ormai decotte: oltre ad Astaldi, Condotte, CMC, Trevi, Fincosit, Unieco, Mantovani, Tecnis, tutte in condizioni fallimentari.
I pochi capitali pubblici disponibili sono, dunque, serviti prima a salvare le banche travolte dalle speculazioni e dalla cattiva gestione (Monte dei Paschi, le banche venete e quelle toscane, Carige etc.) e ora vengono utilizzati per altre grandi imprese industriali che non riescono a stare sul mercato.

E i capitali privati? La grande massa fluttua nell’empireo dei mercati finanziari cercando rapidi guadagni.
Le poche aziende industriali private con dimensioni e capacità adeguate a stare sul mercato internazionale investono nell’automazione.
Paradigmatica è la situazione della Fiat-FCA a Torino: dopo un grave ritardo ha iniziato a investire nella produzione di auto elettriche. Così a Mirafiori finalmente verrà avviata la linea per la 500 elettrica: 1.200 addetti con 200 robot per produrre 80.000 unità annue, per un investimento totale di 700 milioni.
Peccato, però, che gli addetti attuali di Mirafiori siano ancora 3.200, tutti in cassa integrazione e che la produzione in quello stabilimento non inizierà che nel 2020: nel frattempo in Italia la produzione del gruppo FCA è di nuovo scesa sotto il milione di pezzi. Insomma l’investimento per i primi modelli elettrici si sviluppa in un quadro di forte ridimensionamento della produzione e soprattutto dell’occupazione.
La città di Torino e l’intera regione Piemonte da anni assistono a una drastica riduzione del settore industriale senza che nasca un settore dei servizi avanzato: l’unico settore in crescita in tutta la regione e in tutte le province è quello della ristorazione, dove si registrano oggi più di 10 mila aziende con una crescita di quasi il 20% rispetto al 2011. Tra queste imprese sono cresciute più di tutte quelle gestite da stranieri.
Nel frattempo Milano e Torino sono le due aree urbane in testa alla classifica mondiale per le morti premature a causa dell’inquinamento determinato da gas di scarico e polveri sottili, secondo International Council on Clean Transportation (Icct).

Insomma il quadro generale mette in evidenza come il modello sociale ed economico italiano si caratterizzi per una spontanea tendenza alla decrescita infelice: poco lavoro, generalmente poco qualificato e mal pagato, pochi investimenti destinati a tenere in piedi strutture produttive o di servizi fallimentari oppure a mantenere attività produttive ridimensionate e con minore capacità occupazionale, una fuga generalizzata dei giovani, soprattutto quelli che sono riusciti a studiare e a qualificarsi, un ambiente progressivamente degradato.
Così le tendenze demografiche non fanno che rispecchiare questa spinta verso il declino: ISTAT registra nel 2018 solo poco più di 439 mila nuovi nati in Italia, 18 mila in meno rispetto all’anno precedente (- 4%). La popolazione residente si è fermata a 60 milioni 359 mila con una perdita di 124 mila unità rispetto all’anno precedente e di oltre 400 mila rispetto a quattro anni fa. Anche gli stranieri residenti – che sono circa 5 milioni – stanno frenando la loro crescita: fanno, però, ancora figli e muoiono di meno perché hanno un’età media inferiore a quella degli italiani.

Di fronte a questa situazione, che tutti i giorni ci viene documentata e illustrata dai mass media, c’è da chiedersi che senso abbia la paziente e continua ricerca di tanti bravi economisti anche progressisti, di minute e parziali proposte di aggiustamento e miglioramento di un modello sociale ed economico che è chiaramente fallimentare. Queste risorse andrebbero invece mobilitate per elaborare un’alternativa democratica di sistema che aiuti a ricostruire una sinistra politica capace di mobilitare la grande maggioranza di chi vive (o vorrebbe vivere) del proprio lavoro.