Migrazioni: occorre una svolta politica radicale

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Sono passati cinque mesi (150 giorni) dall’insediamento del Governo Conte bis e dal ribaltamento della maggioranza gialloverde, ma i decreti sicurezza, approvati allorché era ministro dell’Interno Matteo Salvini, restano in vigore. Intatti. Pesanti come macigni. Qualcosa è cambiato nell’attività amministrativa e nel linguaggio del Governo ma il superamento di quei decreti non è neppure all’orizzonte. Nonostante le parole di circostanza di alcuni. E mentre è sempre più chiaro che non ci sono modifiche da elaborare e i decreti sicurezza vanno aboliti tout court. Cancellati con un tratto di penna. E sostituiti con provvedimenti che diano vita a una politica sulle migrazioni radicalmente diversa: accogliente, lungimirante, razionale. Nel mondo politico ci sono assai pochi segnali in questa direzione. Uno è contenuto in un appello diffuso nei giorni scorsi da Pietro Bartolo, Pierfrancesco Majorino ed Elly Schlein. Vale la pena riportarlo, nella speranza che abbia un seguito.

In Italia e in Europa c’è bisogno di una svolta radicale in materia di politiche di immigrazione.

Per questo rivolgiamo al Governo un appello preciso: ci si faccia carico di scelte più nette rispetto a quelle operate fin qui.

Serve una nuova legge quadro su di una materia che fin qui è stata affrontata attraverso le lenti dell’insicurezza, della paura, della fragilità dei progetti di inclusione e integrazione.

E serve una nuova legge sulla cittadinanza che cancelli l’odiosa differenza tra bambini che nascono e crescono in questo Paese e che devono essere sempre riconosciuti come italiani.

La cancellazione dei decreti Salvini, il superamento della Bossi-Fini, il potenziamento dell’accoglienza diffusa, il rilancio di SPRAR, un grande piano nazionale per la piena integrazione, il sostegno al soccorso in mare, la nuova gestione dei flussi contro qualsiasi illegalità, l’annullamento del memorandum con la Libia in cui la situazione non garantisce il rispetto diritti fondamentali e la cancellazione di quella autentica vergogna costituita dai campi di detenzione: tutto ciò deve e può essere il cuore di una nuova pagina da scrivere immediatamente attraverso il nostro Paese.

Un Paese che, ovviamente, non va lasciato solo.

Anche per questo è sempre più necessario che in sede europea si approvi davvero la riforma di “Dublino” e vinca la logica della comune responsabilità nella gestione dei processi di accoglienza e non quella della continua deresponsabilizzazione che aiuta i trafficanti e tratta i migranti come un nemico da respingere.


Il presepe, la laicità dello Stato, il razzismo

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«Illustrissimo dirigente scolastico, considerato l’avvicinarsi del Santo Natale le chiedo la disponibilità a valorizzare all’interno del Suo istituto, ogni iniziativa legata a questa importante festività come l’allestimento di presepi e lo svolgimento di recite o canti legati al tema della Natività. Ritengo che la ricorrenza natalizia e le conseguenti tradizioni come il Presepe, l’Albero di Natale e le recite scolastiche ispirate al tema della Natività siano parte fondante della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni che la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive. Allo stesso tempo, è evidente che la conoscenza delle nostre tradizioni scevra da qualsivoglia connotazione ideologica sia un supporto alla piena integrazione per chi proviene da altre realtà». Così Elena Chiorino di Fratelli d’Italia, assessora all’istruzione, lavoro, formazione professionale, diritto allo studio universitario della Regione Piemonte, si è rivolta a tutti i dirigenti scolastici piemontesi. La banalità del razzismo, verrebbe da commentare. Perché queste parole così grigie, usurate, burocratiche e dozzinali, con le loro maiuscole retoriche, contengono ed esprimono una violenza inaudita. Una quadruplice violenza.

La prima è quella usata contro le comunità scolastiche di insegnanti, alunni e genitori, che si trovano a subire questa pressione politica e ideologica dall’alto: alla faccia di ogni autonomia, e nel sovrano disprezzo del percorso di ogni istituto.

La seconda è quella usata contro la laicità dello Stato, contro la Costituzione, contro quella religione civile della cittadinanza, fondata sul rispetto di ogni diversità, per cui in Italia si combatte almeno dai tempi di Mazzini.

La terza è quella probabilmente più inconsapevole: ed è quella contro i cattolici che ci credono davvero. E che non pensano che la loro fede si riassuma in un rosario brandito da un predicatore di odio, intinto nel mojito e incorniciato da cubiste. Perché è fin troppo evidente la strumentalità di questo maldestro marketing dei simboli cristiani: usati e abusati perché ritenuti soprattutto simbolo etnico, nazionale e nazionalista. La “nostra identità culturale” è l’espressione chiave di questa direttiva degna di una teocrazia orientale. Ora, chiunque abbia sfogliato anche solo un po’ il Nuovo Testamento dovrebbe aver colto la costante separazione del messaggio cristiano da ogni identificazione etnica: per chi segue Gesù, scrive san Paolo, non «c’è più uomo o donna, schiavo o libero, giudeo o greco». Perché l’unica appartenenza “identitaria” per un cristiano è quella umana. Sappiamo bene che millenni di storia, dall’editto del 380 in cui Teodosio faceva del cristianesimo la religione di Stato, si sono incaricati di contraddire questa incontrovertibile verità: benedicendo cannoni, ungendo col crisma immani macellai, e invariabilmente urlando da ogni lato del campo di battaglia: “Dio con noi!”. Ma almeno dal Concilio Vaticano II è acquisito che si trattava di mostruose bestemmie del nome di Dio. Ma, si dirà, qua mica facciamo le crociate: vogliamo solo fare il presepe nelle scuole. Il presepe vale l’albero, dice l’assessora: e questa sì che è un’offesa ai cristiani, che vedono ridotti i loro simboli rivoluzionari a innocuo arredo natalizio: con le immagini della Sacra Famiglia considerate alla stregua del cotechino.

La quarta violenza è l’unica voluta, deliberata. Ed è la più odiosa, perché è quella contro i più i deboli: «chi proviene da altre realtà», come dice pudicamente l’assessora del partito della cristianissima Giorgia. Cioè i migranti, gli “islamici”, i ne(g)ri. E pure gli ebrei, eh. L’assessora non è sfiorata dal dubbio che esistano cittadini italiani da generazioni, e che dunque non provengono affatto da altre realtà, ma non sono cristiani. E che hanno il diritto di non vedere i loro figli fare il presepe cristiano in una scuola laica della Repubblica mantenuta con le loro tasse. (A proposito, la Regione Lombardia quest’anno stanzia 50.000 euro per fare presepi ovunque…).

Quanto ai nuovi italiani, o a coloro cui neghiamo la nostra cittadinanza pur usandone le braccia e la fatica: loro si devono «integrare». «Pienamente», dice la pia “fratella d’Italia”. Ti vuoi integrare? Devi fare il presepe. Che farebbe parte «delle nostre tradizioni che la Regione Piemonte intende tutelare e mantenere vive». Chissà se l’assessora sa di star parafrasando l’articolo 9 della Costituzione. Lo sta parafrasando, ma senza capirlo. Lì c’è scritto che la Repubblica «promuove lo sviluppo della cultura» e «tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». È l’unico dei principi fondamentali in cui si usi la parola “nazione”: e proprio per delinearne l’“identità culturale”, come direbbe la nostra simpatica crociata piemontese. Ebbene, lì non si parla di tradizioni, di fede, di razza, di etnia, di terra o tradizioni. Si parla di «sviluppo della cultura». Cioè non di una cultura statica, ma di un progresso infinito di cambiamento e contaminazione. Già: perché se esiste una “identità culturale italiana” il suo nome è “meticciato”. E poi quell’articolo parla del dovere di tutelare il territorio, la storia e l’arte: cioè un palinsesto che rappresenta tutta la varietà e la meraviglia di un paese in cui cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei e tanti altri ancora si sono incontrati e hanno lasciato una traccia. A scuola non si fa il presepe: si fa l’Italia. O si muore: di razzismo, e ignoranza.

L’articolo è comparo anche su “Il Fatto Quotidiano”


La prova dell’immigrazione

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Da almeno un ventennio i nostri governanti, di qualunque colore politico, hanno avuto in comune il medesimo convincimento: l’immigrazione è una bomba che si può disinnescare solo riuscendo a tamponare il suo flusso.

Ci si poteva dividere sul trattamento da riservare a chi ha varcato i nostri confini – integrazione o discriminazione? – ma non sull’assoluta priorità di limitare nuovi arrivi. Questa ci è stata inculcata come regola inesorabile della realpolitik, già da ben prima che Salvini utilizzasse il palcoscenico del Viminale per dare spettacolo con la sua “cattiveria necessaria”.

Anche in precedenza la domanda inquietante che nei talk show doveva tappare la bocca ai cosiddetti buonisti è sempre stata: «Ma allora secondo te l’Italia dovrebbe accoglierli tutti?». Una domanda di apparente buon senso, adoperata per eludere la questione spinosa e impopolare che invece s’imporrebbe a chiunque abbia responsabilità di governo: come può essere regolamentata una migrazione economica in cui i fattori climatici e le catastrofi ambientali si legano inestricabilmente alle guerre? Davvero è ancora possibile distinguere chi scappa da una persecuzione da chi scappa dalla siccità?

Capisco bene che i partiti protagonisti delle trattative per la formazione del nuovo governo non avessero il tempo di elaborare una risposta all’altezza. Lunedì scorso, nelle stesse ore in cui s’incontravano a Palazzo Chigi, la cronaca gli scaraventava addosso il caos normativo esasperato dai decreti propagandistici del primo governo Conte. Duecentosessanta migranti approdavano in Sicilia a bordo di cinque imbarcazioni: i 104 della Eleonore forzando il blocco; i 31 della Mare Jonio autorizzati dopo un’assurda attesa; altri 29 grazie al salvataggio della nostra Marina militare; e inoltre due barconi sfuggiti al respingimento. Sono numeri limitati, tutt’altro che allarmanti, ma riassumono un groviglio morale e giuridico di fronte al quale la politica si agita inconcludente.

Rivelatosi fallimentare il cinico progetto di ricattare l’Unione Europea tenendo in ostaggio nel mare qualche centinaio di sventurati, spetterà al nuovo governo elaborare forme di pressione più efficaci (e dignitose) per vincere l’egoismo dei nostri partner comunitari. Non sarebbe la prima volta. Per anni i governi italiani hanno praticato la ricollocazione dei migranti nell’UE con metodo non dichiarabile ma efficacissimo. La polizia non gli prendeva le impronte digitali e li lasciava transitare verso gli altri Stati.

Così, eludendo i regolamenti di Dublino, abbiamo smaltito la grande ondata di profughi dell’estate 2015. Umanitari e pragmatici, li abbiamo salvati e rifocillati e mandati via. È un escamotage, come tale non replicabile, d’accordo. Ma se vogliamo superare il vincolo per cui chi arriva in Italia non può uscirne più, forse è il caso di prendere in considerazione la proposta di Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale: far sbarcare i migranti nell’ambito di un regime giuridico esplicitamente derogatorio rispetto agli accordi di Dublino, in nome e per conto e a spese dell’Unione Europea. Sarebbe una forzatura positiva, ben diversa dal metodo Salvini, rivolta a smuovere la nuova Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.

Questo per l’emergenza, determinatasi in seguito al monopolio che i governi europei hanno regalato agli scafisti. Come? Rendendo quasi impossibile un’emigrazione legale dall’Africa. Rimane con ciò inevasa la necessità di soluzioni organiche di lungo periodo. Un governo di legislatura ha il dovere di cimentarvisi. Ieri, per la prima volta, al punto 15 del programma divulgato dal M5S compare la parola “integrazione”.

Vedremo se significa qualcosa, per esempio in materia di cittadinanza per ius culturae. Ma è soprattutto il segretario del PD, Nicola Zingaretti, ad avere assunto propositi impegnativi di riforma legislativa sull’immigrazione. All’Assemblea nazionale del 13 luglio scorso aveva proposto l’abrogazione della Bossi-Fini, «sostituita da un nuovo testo unico sull’immigrazione e il diritto d’asilo» che preveda «canali d’ingresso regolari». Certo Zingaretti non immaginava che il suo partito sarebbe tornato al governo poche settimane dopo. Lo aspettiamo alla prova dei fatti: disinnescare la bomba immigrazione richiede coraggio e lungimiranza.

L’articolo è tratto da “La Repubblica” del 4 settembre 2019


Un manifesto antirazzista

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«Il razzismo non è un’invenzione». Esordisce così il manifesto antirazzista diffuso oggi a Palermo da una cinquantina di associazioni e di realtà operanti sul territorio e impegnate sul terreno dell’integrazione e del multiculturalismo. È una risposta ai 45 casi di violenza razzista segnalati in Italia negli ultimi due mesi. Una denuncia circostanziata: dei fatti e delle politiche attuali e del recente passato che hanno contribuito a creare un clima favorevole al razzismo. Ma anche l’indicazione di un percorso alternativo possibile e necessario.

Lo proponiamo, come abbiamo fatto con altri analoghi documenti, per contribuire a creare una cultura e una rete capaci di opporsi a tutte le forme di razzismo, comprese quelle istituzionali a cui ogni giorno assistiamo in un crescendo sempre più preoccupante.

Il razzismo non è un’invenzione. In questi mesi siamo stati testimoni di una progressione del razzismo in Italia, di uno sdoganamento della violenza verbale e fisica che coinvolge e vede protagonisti non solo chi ha idee e pratiche di una certa destra, fascista e populista, ma anche chi, vittima di paure e insicurezze, ha individuato negli immigrati il nemico da perseguire, offendere, violare. Quarantacinque casi di violenza, soltanto negli ultimi due mesi, hanno colpito in tutta Italia persone di origine straniera, ma è solo la punta dell’iceberg, tantissimi casi temiamo non siano stati denunciati per timore o per sfiducia.

Con questo manifesto vogliamo assumerci le nostre responsabilità e affermare senza se e senza ma che un’emergenza razzismo esiste e va riconosciuta come tale anche dalla politica, dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine e dall’intera società civile. Si è costruito ad arte e per ragioni elettorali il mito dell’“invasione” che non corrisponde alla realtà. L’Eurostat recentemente ha affermato che il trend di migrazioni verso l’Europa ‒ meta di una porzione relativamente molto ridotta di chi si sposta per cercare una vita migliore ‒ si manterrà stabile con circa 1 milione di ingressi l’anno, compensando il calo demografico generale della popolazione. Come ha detto recentemente Tito Boeri, insomma, dei migranti abbiamo bisogno. Resta da capire se vogliamo accoglierli in modo eticamente e materialmente decoroso e rispettoso della dignità di chiunque, oppure vogliamo accoglierli in un Paese che li mortifica, li rifiuta, li disumanizza.

L’escalation di razzismo di questi mesi è stata sottovalutata, non ammessa, ridotta: è ora che l’Italia guardi in faccia l’esistenza del razzismo, non possiamo più essere sordi e ciechi dinanzi le discriminazioni e le violenze di cui sono vittime nella quotidianità gli stranieri e gli italiani di “origine straniera”. Vogliamo denunciare tutto ciò ma vogliamo anche affermare e raccontare a chi non si è accorto, a chi è anestetizzato da certi proclami, che l’Italia è, ormai da anni, anzi potremmo dire lo è sempre stata, un incrocio di culture, tradizioni, colori che ne fanno una terra ricca.

C’è una situazione generale di crisi e di ingiustizia, di non soddisfacimento dei diritti di tutte e tutti, e c’è chi usa, strumentalizza le paure e le incertezze di categorie sociali sempre più ampie. Sappiamo bene dove questa strada può portare e non possiamo restare a guardare. Tutte e tutti dobbiamo affermare con forza: no al razzismo. Perciò:

1. La vigilanza. Chiediamo che la politica, le istituzioni, le forze dell’ordine riconoscano che in Italia c’è un incalzante e diffuso fenomeno di razzismo e che mettano in atto azioni conseguenti che vigilino sui discorsi e atti razzisti e non li consentano per la sicurezza di tutte e tutti coloro che ne sono vittime e per la coesione sociale della nostra comunità.

2. La libertà di movimento. Riconosciamo la libertà di chiunque di muoversi, spostarsi, cercare la felicità, salvare la propria vita o cercare di averne una migliore. Non possiamo non interrogarci sulle cause che portano uomini, donne, anziani e giovani a lasciare le proprie case, i propri affetti e i propri Paesi. Non possiamo non interrogarci su leggi che non esistono o non permettono una mobilità regolare e minori rischi per chi cerca di spostarsi affrontando, nella maggior parte dei casi, viaggi a rischio della propria vita.

3. La cultura e l’educazione. Mobilitiamoci attraverso l’educazione, il diritto e la cultura: tutte e tutti dobbiamo sentire il richiamo di questa responsabilità perché quella verso cui andiamo è una società afflitta da una grave crisi di relazioni e rapporti, che non sarà più capace di interagire al suo interno, figuriamoci mostrare solidarietà all’altro, chiunque esso sia.

4. La politica sull’immigrazione. Denunciamo con decisione le modalità di fare politica che questo governo, irresponsabilmente, sta adottando come tutte le politiche precedentemente messe in atto relative all’immigrazione: direttive, circolari, dispositivi fuori da qualsiasi disegno e immagine di società e governo democratico e civile.

5. Le bufale sui numeri. Smantelliamo questa falsa narrazione su un’invasione che non esiste, sfatiamo il mito — falso — che certe politiche di costruzione di muri portino a una diminuzione degli arrivi perché, guardiamo in faccia la realtà, servono solo a “clandestinizzare”, a rendere più pericolosi i percorsi migratori, servono solo a rendere ancora più forte quel fantasma del nemico che non è nel migrante ma è in un sistema sociale ed economico iniquo. I dati ce lo dicono forte e chiaro: non esiste un’invasione, esiste una cattiva gestione dei flussi migratori, una cattiva gestione della distribuzione di coloro che arrivano, e aumentare il livello di scontro politico in Europa non sta facendo altro che porre l’Italia in una situazione di stallo e di “imbuto”.

6. I diritti di cittadinanza. Lo diciamo dalla Sicilia, dai nostri quartieri che contengono insieme il centro e la periferia: non vogliamo una guerra tra poveri, riprendiamoci il discorso sui diritti e doveri di cittadinanza di tutte e tutti, perché è l’ambiguità sui diritti di cittadinanza che sta spianando la strada alle peggiori pulsioni xenofobe e razziste. La nostra multietnicità è un fatto e soprattutto è una ricchezza per tutta la nostra società e da tutti i punti di vista.

Non saremo complici della stigmatizzazione delle diversità, identificate strumentalmente come fattori di alterazione dell’ordine collettivo.
Non saremo complici di una formulazione razziale delle questioni geopolitiche e di un’economia di rapina.
Non saremo complici del disfacimento della società civile italiana, per questo diciamo e invitiamo tutte a tutti a dire: no al razzismo.

Palermo, 14 agosto 2018

Forum antirazzista Palermo
Aps Maghweb
Arci Palermo
Arci Sicilia
Arci Porco rosso
Arte migrante Palermo
Associazione avvocati dei diritti umani-Adduma Palermo
Associazione culturale caffè internazionale
Associazione diritti e frontiere-Adif
Associazione Handala
Associazione Lab. Zen 2
Associazione Nottedoro
Associazione Pellegrino della terra onlus
Borderline Europe
Borderline Sicilia
Centro salesiano Santa Chiara
Hryo-Human Rights Youth Organization
Centro Astalli Palermo
Cgil Migranti Palermo
Ciai-Centro italiano aiuti all’infanzia Palermo
Ciss-Cooperazione internazionale Sud Sud
Comitato antirazzista Cobas Palermo
Cooperativa libera… mente Palermo
Cooperativa idee in movimento Palermo
Coordinamento antitratta di Palermo
Emmaus Palermo
Istituto di formazione politica “Pedro Arrupe”
Itastra-Scuola di italiano per stranieri
La casa della cooperazione circolo Arci
Laboratorio Zen Insieme
Laici missionari comboniani
La Migration-Sportello migranti Lgbt
Mediterraneo di pace
Medicina democratica
Missionari comboniani Palermo
Moltivolti
Osservatorio contro le discriminazioni razziali “Noureddine Adnane”
Palermo Pride
Per esempio onlus
ROMpiamo i pregiudizi
Stato Brado
Frank Ferlisi (associazione Italia-Cuba)
Centro diaconale La Noce-Istituto Valdese Palermo
Adham M. Darawsha (ex presidente della Consulta delle culture di Palermo)
Fulvio Vassallo Paleologo (giurista)
don Enzo Volpe (direttore del Centro salesiano Santa Chiara)
Cosimo Scordato (rettore della chiesa San Francesco Saverio)
Anna Barbera (direzione Centro Amazzone di Palermo)
Lina Prosa (drammaturga)
Enrico Montalbano (filmaker)
Laura Verduci (operatrice umanitaria)
Laura Strack (operatrice sociale)
Maria Ragonese (insegnante)
Gabriella Voza (operatrice sociale)

la foto usata per la copertina è di Luigi Ottani