Paolo Mieli e il razzismo democratico dell’Occidente

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Fra le novità storiche emerse in questi due anni di guerra, in Ucraina e a Gaza, spicca in Italia la piccola guerra psicologica, una forma di squadrismo mediatico, condotta da un gruppo di giornalisti impegnati a intimorire e emarginare tutti coloro che deviavano dalla versione dominante. L’eccezionalità bellica li ha come costretti a rivelare i compiti nascosti che costoro da anni sono chiamati a svolgere sotto traccia: difendere gli interessi dell’establishment con un’accorta rappresentazione della realtà, elaborando le retoriche utili a coprire i fatti con una versione gradita ai gruppi dominanti, talora loro padroni editoriali. Lo stesso fine viene perseguito tacendo su fatti rilevanti che contaddirebbero troppo apertamente la loro vulgata. Dallo scoppio della guerra in Ucraina costoro hanno condotto la caccia ai cosiddetti putiniani, sport in cui si è distinto il Corriere della Sera, il maggiore elaboratore di menzogne della grande stampa italiana (https://volerelaluna.it/commenti/2024/03/05/i-cattivi-maestri-del-corriere/). Ora cercano di nascondere il clamoroso fallimento della narrazione che hanno condotto su quel conflitto e, capovolgendo il modo di ragionare con cui hanno mentito per due anni, orchestrano una nuova messinscena a favore di Israele e Stati Uniti per sdrammatizzare il massacro che stanno perpetrando a Gaza.

In questa opera di cinica e maldestra operazione di supporto giornalistico agli assassinii di massa dell’esercito israeliano, all’uccisione mirata di bambini inermi e di donne incinte (alcuni soldati si vantano di uccidere due palestinesi con un sol colpo), alla demolizione di gran parte degli abitati, alla negazione di acqua, viveri e medicine ai sopravvissuti, spicca – insieme a quella di giornalisti come Galli della Loggia o Pierluigi Battista e diversi altri – l’attività di Paolo Mieli.

Questo giornalista, sedicente storico, che probabilmente non ha mai messo piede in un archivio, che gode di una visibilità mediatica spropositata, copre e giustifica l’eccidio in corso a Gaza con argomenti di falsificazione degni di nota. Alla trasmissione Tv Piazza Pulita del 1 febbraio 2024, condotta da Corrado Formigli, in dialogo con Tomaso Montanari, alla domanda del conduttore se riteneva o meno spropositata la risposta di Israele all’eccidio del 7 ottobre, Mieli ha risposto in maniera netta. Tanto le morti di Israele che quelle a Gaza sono responsabilità di Hamas. Forse mai era stato espresso con tanta cinica sfrontatezza il nocciolo della narrazione dominante, la formula narrativa con cui da mesi gran parte delle élites europee difendono gli interessi sanguinari degli Usa in Medio oriente e la politica genocida di Israele.

Dunque, i civili palestinesi sono periti a migliaia, altri stanno morendo di fame, di stenti e di malattie e tutto per responsabilità di Hamas. Ma davvero? Ma che storico è Paolo Mieli? E i 75 anni di sopraffazione e stragi subite dai Palestinesi non sono mai avvenuti? Ma non si accorge dell’enorme erroneità della sua retorica? Secondo questa formula fondata sulla legittimità della vendetta, la responsabilità dei morti alle Fosse Ardeatine non sarebbe dei nazisti, ma degli autori dell’attentato a via Rasella. È vero che il 7 ottobre Hamas ha ucciso anche civili, ma non c’è limite al numero dei palestinesi che Israele può uccidere per essere soddisfatto? E se la logica della vendetta vale per tutti, quanti israeliani avrebbero dovuto uccidere gli uomini di Hamas, avendone la forza, dopo le migliaia di morti palestinesi subiti per l’operazione Piombo fuso (2008) e Margine di protezione (2014)?

È noto che la vendetta vale solo per Israele, lo Stato a cui è concesso di vivere al di sopra delle leggi, che può perpetrare qualunque crimine, in virtù dell’immane tragedia che grava sul suo passato. Questa abborracciata interpretazione della storia, sta tuttavia bene in bocca a Mieli. Ne rivela l’intimo e sostanziale razzismo che sta al fondo del conservatorismo italiano e occidentale. Fa riaffiorare il nascosto suprematismo bianco. Nel suo caso coperto da una pomposa solennità cardinalizia. Alla trasmissione di Formigli questo giornalista, che ha scritto qualche libro di argomento storico e s’intesta una professione che non possiede, e a cui non farebbe onore, in tanti minuti di discussione non ha trovato mai il modo per una parola, non dico di dolore, ma di pietà, nei confronti dei civili palestinesi, come se la martoriata striscia di Gaza fosse abitata da una indistinta popolazione di insetti.


23 febbraio 2024: no alla repressione, no alle guerre

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23 febbraio 2024: oggi non è una giornata allegra. Abbiamo dovuto constatare che il nostro Paese sta deviando dalla linea che dovrebbe seguire un Paese democratico, in cui la protesta, tanto più se totalmente pacifica, dovrebbe essere rispettata e, se è il caso, tutelata dalle forze dell’ordine. Invece no: le immagini mostrate ai telegiornali poche ore fa sono inequivocabili: a Pisa, a Firenze cortei formati da studenti, sono stati respinti con forza e a suon di manganellate da poliziotti bardati di tutto punto. Coloro che prendevano manganellate, invece, erano ragazzi inermi, con le mani alzate in segno di resa. Due giovani pisani sono stati presi e fatti sdraiare a forza sull’asfalto bagnato e – chissà perché – immobilizzati. Leggo il comunicato che i docenti di questi ragazzi hanno immediatamente diramato; ci spiega che, di fronte all’ingresso del Liceo artistico “Russoli” di Pisa, i poliziotti in tenuta antisommossa hanno caricato gli studenti che procedevano pacifici, dopo averli di fatto chiusi in modo da non consentire loro l’allontanamento. Gli studenti avevano deviato dal tragitto concordato? E se pure fosse, di fronte a un corteo pacifico, la polizia di un Paese democratico cerca di trattare con i manifestanti, non parte alla carica menando manganellate. Un episodio simile si è verificato oggi anche a Firenze.

Andiamo alle ragioni della protesta odierna: si chiede che finalmente il massacro che dal 7 di ottobre 2023 vede come oggetto la popolazione palestinese abbia fine. Oh, scusate: dovevo premettere che il 7 ottobre Hamas ha colpito Israele con un attacco che ha causato circa 1.400 vittime tra civili e militari e portato alla cattura di 240 ostaggi. Ma – scusate ancora – ho dimenticato di specificare come si viveva in Palestina prima del 7 ottobre 2023: «Dagli anni ’90 la popolazione palestinese non era più in grado di muoversi liberamente. Dal 2006 l’introduzione di un blocco israeliano contro Hamas ha peggiorato la situazione. Le conseguenze economiche sono state catastrofiche: disoccupazione, dipendenza dagli aiuti internazionali, difficoltà a ottenere cure mediche e infrastrutture fondamentali regolarmente distrutte dalle guerre». Insomma, in Palestina si dovevano sopportare angherie quotidiane e da molto tempo. Persino Giulio Andreotti aveva avuto modo di affermare nel 2006: «Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista». Questa non è una giustificazione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre: ma se fossi sul palco di Sanremo e avessi detto quel che ho scritto, ci sarebbe la Mara Venier di turno che puntualizza. E che cosa puntualizza? Il fatto che l’orrore di 30.000 vittime civili (ma chissà quante saranno davvero) è equiparabile all’orrore dell’attacco di Hamas e che non possiamo parlare delle vittime palestinesi senza ricordare il diritto di Israele a esistere e difendersi. Anche quando difendersi vuol dire far morire per fame, sete, mancanza di cure mediche quei civili palestinesi che non muoiono sotto le bombe e che magari nemmeno si identificano con Hamas?

No, così non va. La mia solidarietà, qui ed ora, visto che siamo partiti dalla scuola, va a tutti i docenti che hanno accolto l’appello allo sciopero delle pochissime formazioni del sindacalismo di base che oggi si sono esposte per lo sciopero a difesa della Palestina (nessuna delle formazioni “maggiori”, né del sindacalismo istituzionale né di quello cosiddetto di base ha ritenuto valesse la pena di scioperare contro il massacro dei palestinesi), a tutti gli studenti che si stanno muovendo contro le guerre, a tutti coloro che sentono come un’offesa alla propria intelligenza e al proprio sentimento l’unanimismo pro-israeliano dei nostri mezzi di comunicazione di massa e infine, con vera vicinanza, a quegli israeliani che condannano le scelte dissennate di Netanyahu. La pace è un punto d’approdo di cui, per ora, non si intravvedono i contorni. Anche Netanyahu, per esempio, vuole la pace, ma sospetto somigli da vicino alla “pax romana”. Desertum fecerunt et pacem appellaverunt: lasceremo che si arrivi a questo in nome della presunta sicurezza di Israele? E quanti terroristi farà germinare il sangue innocente che scorre in Palestina?

Oggi bisogna essere tenacemente contro la guerra. Sarà pur vero che “guerra è sempre” ma è altrettanto vero che la capacità di arrivare alla tregua e di renderla il più stabile e duratura possibile, nel rispetto di tutti, è l’unico cammino verso un maggior grado di civiltà. E per noi, in Italia, è necessaria la massima all’erta: tira un forte vento di destra, che per ora si indirizza sulle proteste studentesche ma che non esiterebbe a reprimere con maggior durezza ogni dissenso. Anche per questo motivo, oltre che per protestare contro guerra, violenza, discriminazione sociale, le nostre piazze devono essere piene: facciamo comprendere a chi ci governa con l’uso della propaganda quando non addirittura con la menzogna che l’era della servitù volontaria sta per finire e il popolo ha capito che un unico filo tiene insieme la guerra sociale e la drammaticità senza rimedio della guerra vera.


La sinistra e l’Europa: se si è insieme è bene, ma se si è chiari è meglio

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Donald Trump ha ricordato recentemente agli alleati europei della Nato che negherebbe il sostegno militare in caso di attacco, ove non fossero virtuosi negli investimenti in spese militari. Non è una novità. Già Trump aveva attaccato la Nato e il suo ruolo durante il suo mandato presidenziale e la questione dell’impegno ad accrescere le spese militari al 2% del PIL è stato tema di discussione e decisione da parte della Nato.

Non è nuova neppure la reazione degli alleati: scandalo, riprovazione e, soprattutto, paura. La presa di distacco dall’Europa e dai suoi problemi da parte degli Stati Uniti è stata assunta come una catastrofe, come una prospettiva di isolamento e crescita della vulnerabilità e dell’insicurezza. E la risposta, naturalmente non poteva che essere una: impedire il distacco degli Stati Uniti dagli affari europei o, in alternativa, sostituirli. L’unica proposta è stata il rilancio dell’esercito europeo, che inevitabilmente diventerebbe, se vuole essere deterrente, anche forza nucleare. Risorse inimmaginabili verrebbero buttate nel pozzo senza fondo del sostegno alle guerre e si perderebbe ancora una volta l’occasione per cercare un nuovo ordine del mondo, una nuova regola di convivenza e collaborazione.

Non viene in mente a nessuno (e purtroppo neppure a nessuna) dei (delle) governanti europei che ciò che avviene negli USA possa essere un sintomo di fallimento della politica estera e di difesa della Nato, di una crescente sfiducia degli statunitensi nella capacità di quella politica di assicurare sicurezza e benessere. Non viene in mente a nessuno che ormai è ora di cambiare il punto di vista, lo sguardo che abbiamo sul mondo e sulle cose. Alla provocazione di Trump, dovremmo rispondere che sono le alleanze militari che devono essere messe in soffitta, che non garantiscono più né sicurezza, né tanto meno benessere e che l’Europa potrebbe difendere con molto maggiore successo la propria esistenza con la trattativa, la collaborazione, la sicurezza reciproca. Invece gli europei si stanno accingendo a ripetere l’errore compiuto all’indomani dello scioglimento del Patto di Varsavia, quando, invece di comprendere che si aveva di fronte la grande occasione per disarmarci reciprocamente, gli Usa, e l’Europa al seguito, hanno scelto la via del dominio unipolare, fondato sulla forza militare usata in tutti i teatri dl mondo. Quanti avvertimenti dovremo ancora avere per comprendere la necessità di cominciare a pensare e ad agire in modo profondamente diverso?

Nel giro di pochi anni sono diventate emergenze quotidiane del presente questioni che pensavamo estranee alla nostra “confort zone” europea. Il riscaldamento globale, con l’avvicendarsi sempre più frequente di eventi estremi, ha ormai posto davanti agli occhi di tutti la necessità di cambiare drasticamente, rapidamente e insieme in modo socialmente compatibile il nostro modo di produrre e di consumare, dall’abitare, al coltivare, al produrre, al mangiare. La pandemia di Covid 19 ha improvvisamente ricordato a tutte e tutti che nessuno può salvarsi da solo, che nessuno, a parte forse pochissimi, possiede tante ricchezze, conoscenze e opportunità per potersela cavare. La crescita dei fenomeni migratori, delle persone che sfuggono alle guerre o alle catastrofi ambientali, ma anche delle donne e degli uomini che cercano nuove opportunità di vita, ha riaperto nelle nostre società la spirale perversa della guerra tra poveri. E, infine, il ritorno terribile della guerra, della potenza militare come strumento di definizione dei rapporti di forza e di gerarchie nel mondo e nelle sue diverse aree. È tornata la guerra, non più confinata tra i poveri e i derelitti del mondo, ma in Europa, nel Mediterraneo, a un passo dalle nostre case. E se ancora non ne paghiamo il prezzo diretto di sangue e distruzione, cominciamo a risentirne gli effetti nell’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime, nel rallentamento dei commerci e delle comunicazioni, nella crescita delle andate migratorie. Quante di queste guerre “combattute dall’occidente” abbiamo perso? Tutte. Quanto hanno migliorato queste guerre i paesi in cui le abbiamo portate? Per nulla, anzi. Abbiamo alimentato odio, nazionalismi, povertà.

Ma di tutto questo sembra che in Europa abbiamo perso cognizione. Le novità portate dalla pandemia sono state archiviate e l’utilizzo del PNRR, del debito comune è stato via via depotenziato dei suoi (pochi già in origine) aspetti innovativi. Le misure di riconversione ambientale vengono via via rinviate, allontanate nel tempo, messe in secondo piano, mentre sia l’Europa che i singoli paesi sembrano del tutto incapaci o impossibilitati ad aiutare economia, società e sistemi pubblici ad affrontare le sfide della crisi climatica e della riconversione necessaria. Il patto di stabilità, che tanto ha danneggiato le nostre società e i nostri sistemi pubblici costringendo alle politiche di austerità, di privatizzazioni e tagli, è stato ripristinato senza nessun reale ripensamento. C’è un’unica voce che non va in crisi e c’è un’unica spesa che non viene messa in discussione: quella per gli armamenti. Nessun dubbio sembra sfiorare le menti dei governanti europei. E tutte e tutti noi siamo dentro a una sorta di drammatica coazione a ripetere politiche che già hanno fatto fallimento e che stanno conducendo il mondo in una situazione di guerra diffusa, permanente e senza sbocco.

In questa situazione, la sinistra, le forze che tali ancora si definiscono sembrano, nella migliore delle ipotesi, ridotte all’afasia. Non riescono a costruire nessuna alternativa. Anzi, non ci provano neppure. Sembrano accontentarsi dei sondaggi che sembrerebbero assicurare per il prossimo Parlamento europeo maggioranze simili all’attuale, ancorché indebolite. Lo status quo, questo sembra l’unico obiettivo auspicabile e desiderabile. Così la domanda se valga la pena di andare a votare diventa inevitabile. Non a caso i sondaggi rivelano che via via che ci si avvicina la voto, paradossalmente, aumenta, invece che diminuire, la percentuale di quanti non sanno se andranno alle urne. Oltre alla domanda inquietante su chi votare nel giugno prossimo, se esisterà o meno un riferimento per chi volesse sentirsi di sinistra, ne esiste un’altra, forse ancora più preoccupante: per cosa siamo chiamati a votare alle elezioni europee? Questo secondo interrogativo è in realtà preliminare. Anzi, in una qualche misura pregiudiziale.

L’abitudine della politica italiana di considerare le elezioni europee, che, si svolgono con il metodo proporzionale e quindi non obbligano a coalizioni e alleanze, come una grande primaria per misurare forza e consenso non solo tra i partiti, ma anche tra i/le leader degli stessi movimenti, rischia, questa volta, di allontanare dalle urne anche i più fedeli praticanti del dovere del voto. Se la Comunità esiste è per rinviarle addosso le palle difficili o per invocarne principi e valori originali, ormai sbiaditi nella consapevolezza comune. Eppure non si può dire che l’Europa non sia presente, nel bene e, va detto, soprattutto nel male. L’Europa è in guerra e noi siamo in guerra con lei. Mandiamo armi all’Ucraina, costruiamo missioni militari nel Mar Rosso, subiamo di fatto la follia di Netanyahu, partecipiamo, più o meno consapevoli e convinti, alla battaglia di sopravvivenza armata di un occidente sempre meno forte economicamente e sempre meno democratico, sempre meno attrattivo.

Le piazze europee sono state attraversate da lotte e movimenti che, senza letture alternative, senza politiche pubbliche efficaci, senza cura delle compatibilità sociali, rischiano di trovare il nemico nelle politiche di riconversione ambientale. Cosa può rendere interessante il voto europeo? Cosa può portare i milioni di cittadini italiani a votare nel prossimo giugno, a partire da me? Cosa può segnalare l’inizio di un nuovo modo di pensare le nostre società e le nostre vite?

Il sistema elettorale europeo è, fortunatamente proporzionale. Possiamo votare per chi ci convince di più e non solo per chi ci dispiace di meno. Non è più sufficiente oggi, la denuncia dei mali dell’ordoliberismo. Occorre proporre un obiettivo, grande, ma praticabile e comprensibile. Un obiettivo che apra la strada a politiche diverse, liberi le risorse per un nuovo paradigma, che sostituisca la competizione, e lo sfruttamento e la rapina delle risorse, con la cura per le persone e per il nostro mondo. Credo che abbiano ragione Santoro e La Valle: quell’obiettivo è la fine della guerra in Europa e della partecipazione europea alle guerre di dominio ad alta e bassa intensità ovunque nel mondo. Se si esprimesse, se non in tutta Europa, almeno in Italia, in un voto così motivato, una parte di quel sentimento pacifista che si manifesta oggi solo nei sondaggi e nelle mobilitazioni, questo sarebbe un segnale forte. Esprimerebbe una voglia di cambiamento, una volontà di liberare le risorse impegnate nelle guerre, di avere un’Europa capace di accompagnare la società e le attività verso la riconversione ecologica, di ragionare con equità sugli accordi commerciali, di combattere la povertà e i lavori poveri e precari, di impegnare risorse nella salute, nella ricerca, nella vivibilità delle nostra città, nella costruzione di modelli diversi di produzione e consumo. Le idee ci sono. Sono le volontà che mancano. Alla fine, non è più l’unità quella che conta, per avere una lista attrattiva. Se si è insieme è bene. Ma se si è chiari, è meglio.


Un’Europa federale per uscire dalla palude

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La prima cosa che vorrei dire è che in vista delle elezioni europee del prossimo giugno temo il rischio che molti voti vengano vanificati dal non raggiungimento del quorum da parte di liste alla sinistra del PD. Questa esperienza l’abbiamo già fatta ed è molto frustrante.

Il momento è difficile: l’Europa che abbiamo davanti è lontanissima da quella che sarebbe necessaria. Edgar Morin osserva che le crisi si alimentano a vicenda e le guerre ne sono parte fondamentale, fino a divenire quella che lui definisce una “crisi antropologica”. In Europa, le piccole aperture che avevamo apprezzato durante la pandemia, quali il ricorso al debito comune per finanziare investimenti e la sospensione del Patto di stabilità, hanno lasciato il posto a una acritica ripresa del rigore finanziario e di bilancio.

L’indebolimento del fronte alternativo alle destre è preoccupante così come la subalternità delle forze socialiste e democratiche rispetto all’offensiva di destra, inseguita, spesso, sul suo stesso terreno. Il voto del 18 gennaio scorso del Parlamento europeo sulla guerra in Medio Oriente è emblematico e può rappresentare l’anticipazione delle dinamiche politiche della prossima legislatura. Infatti, a una risoluzione chiara che chiedeva il cessate il fuoco permanente a Gaza e il rilascio degli ostaggi, è stato inserito un emendamento – sostenuto dal PPE, dalle destre e da parte dei liberali – che ne ha stravolto completamente il senso, subordinando il cessate il fuoco alla sconfitta definitiva di Hamas e al rilascio degli ostaggi, praticamente la linea di Netanyahu. Ciò nonostante, la Risoluzione è stata approvata a larga maggioranza con il voto favorevole del Gruppo socialisti e democratici, con qualche piccola e meritoria defezione. Lo scenario che si prepara è facilmente prevedibile; il PPE riconquistando centralità come primo partito potrebbe giocare su più tavoli anche senza arrivare a una alleanza organica con le destre.

Che tutto ciò crei malessere fin dentro le istituzioni europee è testimoniato dal fatto che ben 840 funzionari della Commissione, con una lettera aperta, avevano contestato già dall’inizio le dichiarazioni di von der Leyen di totale appoggio alla reazione israeliana ai drammatici eventi del 7 ottobre, reazione che già si annunciava indiscriminata e tesa a colpire soprattutto la popolazione civile palestinese.

In tutto questo, appare quanto mai inadeguata la linea socialista di riproporre nella prossima campagna elettorale lo schema dello Spitzekandidat (cioè il candidato designato alla Presidenza della Commissione) da collegare al risultato elettorale; questa cosa avrebbe un senso solo in un sistema elettorale maggioritario. A chi auspica una proiezione in Europa degli attuali equilibri politici italiani, andrebbe ricordata la procedura che porta alla formazione della Commissione europea: a cominciare dalla designazione del/della suo/sua Presidente. Quest’ultimo/a viene indicato/a da un voto del Consiglio europeo (capi di Stato e di Governo) a maggioranza qualificata, e deve ricevere l’investitura del Parlamento a maggioranza assoluta dei componenti il che vuol dire 361 voti su 720. Quanto ai membri della Commissione, essi vengono indicati dai governi di ogni singolo Paese. Il Consiglio, a sua volta, approva a maggioranza qualificata l’intera Commissione. L’insieme della Commissione, compreso l’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza, è sottoposto al voto a maggioranza del Parlamento europeo. Il Parlamento, ha anche il compito di esaminare le candidature dei singoli commissari, attraverso audizioni atte a stabilirne: la competenza, l’impegno europeo e l’indipendenza; un giudizio, quindi, che prescinde dall’appartenenza politica ma che costò la bocciatura, nel 2004, al candidato italiano Buttiglione. Infine, l’ultima parola spetta al Consiglio, il quale, con un voto a maggioranza qualificata, nomina la Commissione e il/la suo /a Presidente. Ciò fa capire quanto sia azzardato fare previsioni.

Detto tutto questo, quello che sarebbe davvero importante è il rafforzamento del Gruppo della sinistra europea, che esercita il ruolo di stimolo, soprattutto nei confronti del Gruppo dei verdi e dello stesso Gruppo socialista; oltre a ciò, questo Gruppo ha il merito di mantenere alcuni “punti fermi” in una situazione in cui rischiano di venir meno i riferimenti fondamentali alla base del processo di integrazione europea quali: la pace e la guerra; l’ immigrazione e i diritti delle persone; le politiche sociali; le politiche ambientali e di contrasto ai cambiamenti climatici e le questioni della democrazia e della partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche.

La nostra destra, avendo abbandonato l’antieuropeismo ancestrale, ha una idea precisa, direi terra-terra, dell’Europa e la si può dedurre dai ripetuti pronunciamenti della presidente Meloni – da ultimo quello esposto nella conferenza stampa di inizio anno in cui ha dichiarato: «Non c’è questo superiore interesse comune, ci sono nazioni che, chiaramente, valutano quello che è meglio per i propri interessi e si cerca una sintesi tra questi interessi». Nella neolingua meloniana, “nazione” e “interesse” sono termini ossessivamente presenti e, messi insieme costruiscono “l’interesse nazionale”, concetto ambiguo e mutevole, che tende a legittimare, come portatori di questo interesse, i governi; questa visione si sposa perfettamente con il progetto di premierato inseguito in Italia. Questa visione, sotto la cortina fumogena degli interessi nazionali, nasconde i veri scontri di interessi che sono quelli tra i poteri economici, i gruppi sociali subalterni e quelli degli stessi governi che mirano essenzialmente al consenso e al mantenimento del proprio potere.

Il paradosso è che le destre nazionaliste sembrano, più di altri, in grado di agitare questioni che travalicano la dimensione nazionale, riportandole, poi, nella dinamica spesso conflittuale della prassi intergovernativa che oggi prevale nel sistema istituzionale europeo. Tutto ciò rende indifferibile una svolta realmente europea della sinistra e pone il problema, non solo della rappresentanza ma, soprattutto, quello di rendere incisive le proprie idee; in pratica, fare politica e cercare di farla sempre più nella dimensione europea.

Che io ricordi, in tutti gli anni trascorsi al Parlamento europeo, a parte singole crisi aziendali, l’unica occasione in cui vi fu una vera mobilitazione dei lavoratori fu quella dell’opposizione alla famigerata Direttiva Bolkestein; mobilitazione che qualche risultato lo ottenne – almeno quello di impedire che le imprese, operando in un Paese diverso dal proprio, potessero avvalersi delle legislazioni sociali del Paese di provenienza. Sventato questo pericolo, essa rimane un provvedimento volto soltanto a tutelare il mercato e la concorrenza delle imprese più che i diritti dei destinatari dei servizi. I sindacati, che pure hanno una rappresentanza nella dimensione europea (Confederazione europea dei sindacati), non sono ancora riusciti, tramite le necessarie “cessioni di sovranità”, a darsi una vera organizzazione europea capace di portare a quel livello il conflitto sociale.

Con il Trattato di Lisbona e con la prassi che ne è seguita, il tratto istituzionale che si è rafforzato è quello “intergovernativo” fino a fare dell’attuale Unione qualcosa di molto simile a una confederazione di Stati, modello caro alle destre. Ciò ha influito anche sul ruolo del Parlamento; osservando, infatti, il comportamento dei diversi gruppi politici, si può notare la continua scomposizione degli stessi in riferimento alla diversa collocazione dei singoli deputati rispetto al Governo nel proprio Paese, a prescindere dal contenuto o, al contrario, votare contro contenuti condivisi ma proposti da Gruppi o deputati estranei alla propria maggioranza. Qualche esempio curioso, a questo proposito: nella Risoluzione che il Parlamento europeo ha esaminato e votato sulle riforme necessarie al progresso dell’Unione, il Gruppo della sinistra europea, ha proposto un emendamento per abolire, togliendoli dai Trattati, il Patto di stabilità e il Fiscal compact, cavallo di battaglia di Lega e di Fratelli d’Italia i quali, però, hanno votato contro. Nella stessa Risoluzione, il deputato della sinistra Botenga ha chiesto di inserire un articolo che riprendesse l’art. 11 della nostra Costituzione sul ripudio della guerra, posizione sostenuta anche dal Movimento europeo; ebbene, solo 21 dei 76 deputati italiani lo hanno votato. I Gruppi di centro-destra (PPE, ECR, ID) hanno proposto di scorporare dal calcolo del rapporto deficit-Pil gli investimenti collegati al raggiungimento degli obiettivi europei; tutti i deputati italiani degli altri gruppi (non vi sono italiani nel Gruppo della sinistra) hanno votato contro, salvo 15 del PD che si sono astenuti – come se questa proposta l’avesse inventata Giorgetti e non fosse una proposta della sinistra presente in quel Parlamento fin dai tempi di Giorgio Ruffolo, e dello stesso presidente Prodi quando definì stupido il Patto di stabilità.

Per non parlare della pericolosa rielaborazione della storia a fini politici, che coinvolge sempre più anche i parlamenti a cominciare da quello europeo, quando equiparò nazismo e comunismo in una Risoluzione del 2019 che trattava della Seconda guerra mondiale. Più che egemonia della destra, questi episodi segnalano l’ignavia di una parte della sinistra. Prova di quel “pensiero cieco” di cui parla Morin, cui bisogna cercare di sottrarsi cercando di produrre “anticorpi” che possono nascere solo dall’esercizio della critica, da una conoscenza della Storia e da un’analisi della realtà contemporanea. La cosa più grave è che, a oltre due anni dall’inizio della guerra in Ucraina e dopo l’esplodere della guerra in Medio Oriente, il Parlamento europeo non sia stato capace di una posizione che si discostasse da quella dei governi. Neanche sulla richiesta del cessate il fuoco a Gaza!

A questo proposito, potrebbe essere importante, al di là di tante parole, il riconoscimento dello Stato palestinese, come atto politico da parte dell’Ue stessa e dei paesi Ue che non lo hanno ancora fatto. Questo anche per ribadire il diritto di quel popolo a rimanere sul suo territorio. La Svezia lo ha fatto da tempo, la Spagna si appresta a farlo, molti paesi, come Malta, Cipro, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania, lo avevano già fatto prima dell’adesione all’UE. Quanto alle soluzioni possibili, penso che Israele, nel tempo, abbia portato la crisi a un punto di non ritorno con l’occupazione illegale dei Territori e l’approvazione nel 2018 della legge di rango costituzionale che dichiara Israele lo Stato degli ebrei. Nel campo palestinese è importante favorire processi di riconciliazione politica, capaci di emarginare le ali militari delle diverse componenti, premessa per avere qualche voce in capitolo circa la propria sorte.

A chi continua a parlare dei due Stati con una certa superficialità, chiedo di essere coscienti delle proposte inaccettabili fin qui prospettate ai palestinesi, fino ad arrivare a quella prevista nei famigerati accordi di Abramo, confezionati alla Casa Bianca all’epoca di Trump, per iniziativa di suo genero, l’imprenditore Jared Kushner, grande amico degli sceicchi e interlocutore di Netanyahu; per tutte queste ragioni sarebbe più corretto aggiungere qualche aggettivo al sostantivo Stato. Non è un caso che Arafat, quando parlava di Stato palestinese, aggiungesse sempre “vivibile”. La stessa Unione europea, fino a quando ha fatto coincidere le sue posizioni con quelle delle risoluzioni dell’ONU, poneva delle condizioni precise per definire la vivibilità di uno Stato. Non dimentichiamo tutto questo.

Infine, non credo che senza rimettere in discussione l’attuale assetto intergovernativo esistano le condizioni per grandi cambiamenti nel modo di funzionare dell’Unione, la realtà smentisce ancora una volta l’approccio funzionalista di Jean Monnet e la teoria secondo la quale sarebbero le reazioni alle crisi a far progredire l’integrazione europea.

Eventuali progressi nella politica della difesa comune sono impensabili nell’attuale quadro di dipendenza dagli USA, funzionali al rafforzamento del ruolo della NATO oltre che dettati prevalentemente dagli interessi economico-militari di una parte dell’industria. Dopo la moneta senza Stato, sarebbe paradossale aggiungere anche un esercito senza Stato.

Così come pensare di risolvere l’attuale perdita di credibilità dell’Unione superando il voto all’unanimità del Consiglio costituisce un falso obiettivo perché è lo strapotere del Consiglio stesso che va messo in discussione come elemento strutturale dell’attuale Unione. La controprova che questa sia una “falsa soluzione” sta nel fatto che anche nelle materie in cui è previsto il voto a maggioranza i provvedimenti si bloccano davanti al Consiglio.

Se l’attuale Unione si dimostra “irriformabile” e molto più vicina quella Confederazione di Stati-nazione così cara alla cultura delle destre, nulla impedisce che il progetto federalista possa essere rilanciato da una parte di paesi europei. Molti leader europei si sono cimentati con ipotesi di assetti a diversa intensità di integrazione, primo fra tutti Mitterrand all’epoca della caduta del muro di Berlino, oggi Macron, con la sua “Comunità politica europea”. Tutte costruzioni basate su predestinazioni geopolitiche riferite ai diversi paesi e soprattutto rivolte ai paesi candidati; queste visioni partivano dal presupposto che vi fosse un nucleo forte con intorno satelliti. Oggi è proprio questa idea a vacillare e a richiedere una riflessione per impostare su nuove basi lo stesso discorso sul futuro dell’Europa.

Rovesciando l’approccio, il criterio delle diverse velocità che in genere si applica a Paesi destinati a seguire, potrebbe valere, al contrario, per Paesi che volessero costruire la loro integrazione su basi autenticamente federali e quindi, accelerare il passo dell’intero convoglio. Si obietterà che questa è un’utopia, ma in un mondo in cui i cambiamenti sembrano non avere un “governo”, l’immobilismo europeo contribuisce a questa deriva non riuscendo a esprimere alcun un ruolo. È altrettanto evidente che questi processi non possono essere affidati ai Governi; da qui l’importanza della società civile, dei movimenti della sinistra e dei sindacati, insisto su questi ultimi perché, rinchiudersi nella dimensione nazionale è sempre meno possibile in un mondo che cambia e che, attraverso il tumultuoso sviluppo delle tecnologie porrà ulteriori e nuovi problemi al mondo del lavoro, a cominciare dalla proprietà dei prodotti dell’innovazione, al loro utilizzo, alle riconversioni legate alla difesa dell’ambiente.

Verso le elezioni, può essere molto utile seguire la newsletter sull’Europa prodotta dall’Osservatorio sull’Unione europea, insieme a Transform!Italia; quest’ultimo è il nodo italiano della Fondazione che fa capo al Partito della sinistra europea. La newsletter ha carattere bimensile e monotematico; raccoglie articoli e materiali pubblicati nell’area della sinistra critica. Oltre che un mezzo di comunicazione esso si propone di essere uno strumento di confronto e di dialogo. Il tema del prossimo numero sarà: l’Unione europea e la guerra.

C’è materia per lavorare a proposte che, uscendo da quel recinto, anche mentale, presentato alle opinioni pubbliche come insuperabile, diano all’Europa un ruolo diverso nella crisi mondiale. A queste bisognerebbe applicarsi perché le alternative da prospettare agli elettori vadano incontro alle aspirazioni profonde, soprattutto dei giovani e di chi non si rassegna alla cultura, all’economia e alla pratica della guerra.

È la relazione dell’autrice al seminario “Europa va cercando. Unità pure” (Roma, 31 gennaio 2024), tratta dal sito del CRS


Le bugie di Leonardo sulle armi a Israele: intervista ad Antonio Mazzeo

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L’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, di proprietà del Vaticano, ha rifiutato, ritenendola inopportuna, una donazione natalizia di un milione e mezzo di euro proposta da Leonardo, società pubblica italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. Leonardo ha replicato che «in tutti i teatri di guerra in corso non c’è nessun sistema offensivo di nostra produzione» (Repubblica, 12 gennaio). L’affermazione non risponde al vero, come evidenzia nella intervista che segue, Antonio Mazzeo, giornalista pacifista specializzato in questioni militari.

Sulla base di cosa Leonardo può fare un’affermazione del genere? E con quale credibilità?

Beh, bisognerebbe chiedere ai manager di Leonardo perché si siano inventati una risposta che non trova alcun fondamento né tra i comunicati stampa emessi in tutti questi anni dalla holding armiera a capitale pubblico, né tra le relazioni ufficiali periodiche delle autorità governative sulle attività di esportazione delle aziende belliche italiane.

Israele è uno dei partner strategici di Leonardo Spa o delle società controllate interamente o parzialmente che hanno sede sociale in paesi terzi (in particolare negli Stati Uniti d’America). Sono stati realizzati negli stabilimenti di Alenia Aermacchi (Leonardo) di Venegono Inferiore (Varese), i caccia-addestratori M-346 “Master” dove si formano i top gun dell’Aeronautica militare israeliana, prima di operare nei cacciabombardieri di IV e V generazione (come i famigerati F-35 che sono stati predisposti per l’uso di armi nucleari tattiche) che stanno sterminando morte e distruzione a Gaza, Libano meridionale e Siria. Negli stabilimenti AgustaWestland di Leonardo sono stati realizzati gli elicotteri d’addestramento che le forze armate israeliane hanno acquistato un paio di anni fa per “formare” i reparti elicotteristici destinati alle operazioni di guerra. E a bordo dei carri armati che hanno raso al suolo tanti quartieri di Gaza sono stati predisposti sofisticati sistemi di “autoprotezione” realizzati in joint venture dalla controllata USA di Leonardo (DRS) e aziende israeliane leader nel settore bellico.

Questo per quello che riguarda solo il caso di Israele. Ma possiamo dimenticare l’apporto di Leonardo al potenziamento bellico delle forze armate turche? Al regime di Erdogan è stato fornito il know how per realizzare in Turchia gli elicotteri d’attacco “Atak”, la versione nazionale degli Agusta Westland A129 “Mangusta” di Leonardo, costantemente impiegati dalle forze armate di Ankara per bombardare i villaggi kurdi in territorio turco, iracheno e siriano. E, oltre a questi sistemi di morte, Leonardo SpA, attraverso la controllata Telespazio, ha fornito alla Turchia componenti vitali per la realizzazione del programma aerospaziale militare “Göktürk-1”, basato su un satellite di osservazione della Terra con un sensore ottico ad alta risoluzione, un centro per l’integrazione satellitare e i test (costruito ad Ankara) e un segmento terrestre responsabile del controllo missione, della gestione in orbita, dell’acquisizione e processamento dati. Il satellite “Göktürk-1” è stato lanciato in orbita il 5 dicembre 2016 dallo spazioporto europeo di Kourou, in Guyana francese, con un lanciatore italiano VEGA, sotto il controllo del Centro Spaziale del Fucino di Telespazio.

È possibile sapere con una ragionevole approssimazione che parte delle attività di Leonardo è dedicata alla produzione di armamenti o di sistemi direttamente legati alla guerra?

Soprattutto il settore aerospaziale transnazionale si sta caratterizzando per la ricerca, sperimentazione e produzione di sistemi cosiddetti “dual”, che cioè possono operare in qualsiasi momento in contesti di tipo “civile” o di tipo “militare” o in quell’area grigia rappresentata dalle operazioni di “soccorso” in caso di eventi bellici, pandemie, catastrofi ecc. Ciò rende davvero impossibile quantificare le percentuali di produzione a fini bellici di un’azienda che operi in questo settore. Tuttavia ci sono comparti produttivi di Leonardo che continuano a caratterizzarsi per l’esclusiva realizzazione di sistemi d’arma. Penso in particolare agli stabilimenti ex Oto Melara di La Spezia dove si costruiscono cannoni terrestri e navali, carri armati e blindati, spesso in joint venture con il gruppo privato Iveco Defense Systems con quartier generale a Bolzano. C’è poi il settore della cybersecurity i cui prodotti sono destinati alle forze armate e gli apparati sicuritari statali. Nelle guerre cibernetiche Leonardo e le aziende controllate hanno assunto un ruolo chiave in Italia e a livello internazionale.

Le produzioni della compartecipata (il 30% di Leonardo è capitale pubblico) che andamento hanno avuto negli ultimi anni?

Gli ordini di prodotti Leonardo sono cresciuti progressivamente negli ultimi anni (il loro valore era di 11.595.000,000 euro nel 2017, mentre sono stati per 17.226.000.000 euro nel 2022). Anche in termini di ricavi i bilanci di Leonardo hanno evidenziato una forte crescita: 11.527.000.000 euro nel 2017, 14.713.000.000 euro cinque anni dopo. Nel 2023 fatturati e dividendi sono ulteriormente cresciuti per cui c’è da attendersi un ulteriore salto in avanti di quella che ormai si è consolidata nella classifica top ten delle grandi aziende produttrici di sistemi di guerra. Ma attenzione, non sono tutte “rose” quello che governi e partiti di maggioranza e opposizione ci fanno credere quando esaltano le capacità produttrici di Leonardo e i suoi benefici per la società e l’economia italiana. I bilanci del gruppo rivelano infatti anche il boom dell’indebitamento della holding, passato da 2.351.000.000 nel 2018 a 3.016.000.000 nel 2022. Come dire cioè, che i benefit vanno ai manager e agli azionisti, mentre il pagamento dei debiti a banche e gruppi finanziari internazionali spetta ai contribuenti italiani.

L’intervista è tratta, in forza di un rapporto di collaborazione, da Pressenza.com


La lezione di Bobbio sulla democrazia e sulla pace

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Qualche giorno fa, intervenendo in occasione del ventennale dalla scomparsa di Bobbio, Paolo Borgna osservava che «nessuno può parlare in nome di chi non c’è più», indovinare che cosa penserebbe, o direbbe, su temi e problemi di attualità. Sono d’accordo. La tentazione di tirare Bobbio “per la giacchetta” – come si suol dire – attribuendogli posizioni che potrebbero essere il frutto delle nostre personali elucubrazioni, va respinta. Quello che si può fare, tuttavia, assumendosi la responsabilità del caso, è rileggere la sua opera chiedendoci in che cosa continua a essere viva per noi, e quali indicazioni possiamo trarne per orientarci nei nostri giudizi politici e morali.

Mi limito qui ad accennare a due tematiche di stringente attualità, su cui il maestro torinese ha scritto pagine fondamentali: la democrazia e la guerra. Bobbio è – come noto – il teorico di una concezione procedurale della democrazia, di cui offre una definizione “minima”: asciutta, (relativamente) poco impegnativa, limitata ai requisiti indispensabili perché un regime politico possa essere riconosciuto come democratico. In una delle sue versioni, la definizione minima si traduce in sei “universali procedurali”: sei semplici regole miranti a stabilire chi ha diritto di assumere le decisioni collettivamente vincolanti e come, che si prestano a fungere da test per saggiare la maggiore o minore democraticità dei vari regimi politici, reali o ipotetici. In sintesi, le sei regole prevedono: 1) il suffragio universale; 2) il principio dell’“egual peso del voto”; 3) la garanzia della libertà di espressione, informazione, riunione, associazione; 4) l’esistenza di una pluralità di alternative tra cui scegliere; 5) la regola di maggioranza; 6) il divieto, da parte delle maggioranza, di conculcare i diritti della minoranza, in particolare quello «di diventare a sua volta maggioranza a parità di condizioni» (N. Bobbio, Teoria generale della politica, Einaudi, 1999, p. 381).

Ora, se proviamo a sottoporre a questo test i sistemi che siamo abituati a considerare democratici, a partire dal nostro, ci accorgiamo che non ne escono bene. Ma se estendiamo l’esperimento alla “madre di tutte le riforme”, la bocciatura è clamorosa. La costituzionalizzazione di un sistema elettorale che attribuisce alla lista che ha ottenuto un voto in più delle altre (fosse anche il 30%) il 55% dei seggi viola in modo plateale la seconda regola di Bobbio (oltre che l’art. 48 della Costituzione). La maggioranza parlamentare gonfiata, e blindata, che la riforma assicurerebbe al premier eletto direttamente dal popolo fa saltare tutte le soglie necessarie per eleggere gli organi di garanzia (Corte costituzionale, CSM, Presidente della Repubblica) e per modificare la Costituzione, compromettendo i diritti dell’opposizione e il pluralismo, garantiti da terza, quarta e sesta regola. Ricordiamocene, nell’affrontare il dibattito sulla riforma. E rileggiamo le parole con cui Bobbio – spesso ricordato come “il filosofo del dubbio” – conclude il suo ragionamento su questo punto: «non ho dubbi sul fatto che basta l’inosservanza di una di queste regole perché un governo non sia democratico, né veramente né apparentemente» (ivi, p. 382, corsivo mio).

Il secondo tema su cui desidero attirare l’attenzione meriterebbe ben altri sviluppi di quelli possibili in poche righe. Mi limito a un consiglio di lettura e a una citazione. Il consiglio di lettura, o rilettura, riguarda Il problema della guerra e le vie della pace (il Mulino, 1979): un classico del pacifismo giuridico, in cui compare la celebre tesi della guerra come “via bloccata”. Una tesi che va compresa bene, non intesa in modo semplicistico. Bobbio sostiene in primo luogo che tutte le teorie classiche a favore della “guerra giusta” cadono di fronte alla smisurata potenza distruttiva delle armi atomiche. Ma prosegue, poi, osservando che nuove giustificazioni continuano ad essere escogitate per giustificare la guerra. Vengono dai realisti, inclini a considerare la guerra atomica come solo quantitativamente diversa da quella tradizionale; dai fanatici, disposti a rischiare la distruzione dell’umanità per la vittoria della propria causa; dai fatalisti, rassegnati alla tragicità del destino soprattutto quando pensano che non li riguardi, ma incomba su popoli lontani o generazioni future. Mentre è relativamente facile smontare gli argomenti dei (sedicenti) realisti – ci dice Bobbio – molto più arduo è confrontarsi con i fanatici e con i fatalisti. Il che non significa che non ci si debba provare. Ed ecco la citazione, in cui c’è tutto Bobbio, e forse anche qualcosa di noi, in questi tempi di rinnovata barbarie: «Non sono ottimista, ma non per questo credo che ci si debba arrendere. Altro è prevedere, altro è fare la propria scelta. Quando dico che la mia scelta è nel senso di non lasciare alcun mezzo intentato per la formazione di una coscienza atomica, e la filosofia che oggi non si impegna in questa strada è un ozio sterile, non faccio alcuna previsione sul futuro. Mi limito a fare intendere quel che con tutte le mie forze vorrei non accadesse, anche se in fondo in fondo alla mia coscienza ho l’oscuro presentimento che accadrà. Ma la posta in gioco è troppo alta perché non si debba, ciascuno dalla propria parte, prendere posizione, benché le probabilità di vincere siano piccolissime» (p. 97).


Israele, la democrazia, la giustizia internazionale

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La Corte internazionale di giustizia sta valutando, su richiesta presentata dal Sud Africa il 29 dicembre 2023, la violazione da parte di Israele degli obblighi della Convenzione Onu del 1948 sul genocidio. È un procedimento che, accanto alla possibilità concreta di prevedere come misura provvisoria la cessazione delle operazioni militari a Gaza, coinvolge la credibilità del diritto e delle istituzioni internazionali e interroga la loro esistenza come strumenti di giustizia e di tutela dei diritti umani, contro logiche coloniali e asimmetriche. Al difficile intreccio tra il diritto e la guerra abbiamo dedicato, in queste pagine, numerose analisi, tra cui, a proposito della situazione di Gaza, quella contenuta nel documento collettivo dello scorso 20 novembre (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/20/palestina-40-giorni-dopo-tra-crimini-di-guerra-e-calcoli-geopolitici/). Come ulteriore contributo proponiamo qui il testo dell’intervento di Alessandra Algostino all’incontro “Palestina. Guerra, informazione, politica” organizzato a Torino, il 27 novembre 2023, da Volere la Luna e da altre associazioni democratiche (la redazione).

Vorrei accostare il tema oggetto di questo incontro al termine “democrazia” e muovere da un’affermazione. Un’affermazione che non si può fare, che non è tollerata dall’informazione dominante: “Israele non è una democrazia”. Vorrei allora qui, in questo spazio libero, cercare di argomentare perché “Israele non è una democrazia”, ma anche riflettere sulle implicazioni sulla nostra, come sulle altre, democrazie che discendono dalla delegittimazione, se non criminalizzazione, della critica. Con una premessa. Il discorso razionale pensando a Gaza, si intreccia inevitabilmente con un piano emotivo; come ha scritto qualche giorno fa Valeria Parrella su il manifesto: «Penso sempre a Gaza. Si, è vero, mi alzo, esco, faccio le mie cose e penso sempre a Gaza». In primo luogo, sono il dolore, la disperazione e l’angoscia del popolo palestinese, che sentiamo riflessa in noi, e poi l’impotenza, e, insieme, la volontà di reagire, di non accettare che vi siano persone senza un luogo sicuro, senza acqua, cibo, cure, sotto i bombardamenti e privazioni disumane, uccise nella vita e nella speranza. E per reagire, denunciare, prendere posizione, per fermare il genocidio e con esso la scomparsa del senso di umanità, provo a ragionare.

Primo punto. La guerra di oggi è l’ultimo cortocircuito della democrazia israeliana, una democrazia negata dalla presenza di aggettivi che ne contraddicono l’essenza, li anticipo: razziale o etnica, identitaria, coloniale; aggettivi che raccontano una lunga storia di diseguaglianza, oppressione e violenza.

Il primo cortocircuito è nella tensione presente nella Dichiarazione di Indipendenza, laddove lo Stato è definito “ebraico e democratico”; un’affermazione affinata in senso identitario ed escludente con la legge fondamentale del 2018, “Israele, lo Stato-nazione del popolo ebraico”, che insiste sul rafforzamento dell’«insediamento ebraico» e afferma che «l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale dello Stato d’Israele appartiene solamente al popolo ebraico». Una democrazia etnica e identitaria che si fonda sulla distinzione e l’espulsione dell’altro (il nemico) è una contraddizione in termini laddove la democrazia ha nei suoi geni l’uguaglianza e il pluralismo (https://volerelaluna.it/materiali/2018/07/31/israele-stato-nazione-del-popolo-ebraico/ ).

Il secondo cortocircuito è nella negazione dell’essenza della democrazia: l’uguaglianza. In Israele e nei territori occupati vigono regimi differenti, che concretizzano la definizione di apartheid come di colonialismo (da ultimo, cfr. Amnesty International, Israel’s Apartheid against Palestinians, 2022), sia in relazione alla legislazione e giurisdizione sia nelle discriminazioni in materia di diritti: dagli espropri ed assegnazioni delle terre alla libertà di circolazione al riconoscimento della cittadinanza all’allocazione delle risorse per servizi e diritti sociali alle privazioni arbitrarie della libertà personale. E poi, come può definirsi democratico un sistema che esercita poteri di governo senza riconoscimento di diritto di voto ai governati (come è per i 5.5 milioni di persone, su 14.5 milioni, che risiedono nei territori occupati)?

Il terzo cortocircuito è reso dall’assenza del concetto di limite. Non vengono riconosciuti limiti per quanto riguarda il territorio (occupazioni, insediamenti, frammentazione delle terre palestinesi, il muro in Cisgiordania dichiarato illecito dalla Corte Internazionale di Giustizia); non è rispettato il limite del diritto internazionale, da sempre, non da oggi; infine, la logica dell’emergenza utilizzata senza soluzione di continuità legittima la violazione dei limiti di uno stato democratico.

Infine, il quarto cortocircuito, la guerra. La guerra è violenza, distruzione e sopraffazione, sempre; avvolge Israele in una spirale di violenza difficile da arrestare; la guerra condotta contro Gaza (quanto sta accadendo è evidentemente una guerra contro il popolo palestinese) è una violenza cieca ad ogni rispetto dell’umano. Bombardamenti di campi profughi, di ospedali, privazione di acqua, cibo, medicine. È un genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/). Come negare che si tratti di atti «commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso», come recita la Convenzione Onu per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948? Lo hanno detto il direttore dell’Ufficio di New York dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, Craig Mokhiber, come sette relatori speciali delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina. Cito le parole di Mokhiber, molto chiare: «So bene che il concetto di genocidio è stato spesso utilizzato abusivamente per scopi politici. Ma l’attuale massacro su larga scala del popolo palestinese, radicato in un’ideologia coloniale etno-nazionalista, in continuità con decenni di persecuzione ed epurazione sistematica, basata interamente sul loro status di arabi, e accompagnato da esplicite dichiarazioni d’intenti da parte dei leader del governo e dell’esercito israeliano, non lascia spazio a dubbi o discussioni». Una democrazia non può praticare una punizione collettiva, una democrazia deve agire, anche di fronte a dei crimini come quelli compiuti il 7 ottobre contro i civili israeliani, con coerenza rispetto a se stessa: deve rispettare i diritti e i limiti che la distinguono da un mero assetto di dominio e sopraffazione; altrimenti si autodistrugge. Come scrisse il Presidente della Corte Suprema israeliana, Aharon Barak, la democrazia deve «affrontare la lotta con una mano legata dietro la schiena».

Secondo punto. La violenza bellica, la disumanizzazione, l’arruolamento e la repressione della dissidenza, si riverberano su tutte le democrazie. Due sono i profili che vorrei mettere brevemente in rilievo: il dissenso neutralizzato dalla semplificazione e dalla logica dicotomica amico/nemico e il suicidio dei diritti umani. Prima è venuta la guerra fino all’ultimo ucraino, nel contesto di uno scontro manicheo fra democrazia e autocrazia; quindi, il conflitto fra la supposta democrazia (Israele) e la barbarie (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/13/gaza-la-guerra-non-e-contro-hamas-e-contro-i-palestinesi/ ): il 16 ottobre 2023, Netanyau scrive, in un post su X che «questa è una lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre, tra l’umanità e la legge della giungla». Il nemico non solo non è democratico, è disumano; ricorderete tutti il riferimento agli “animali umani”: il 9 ottobre 2023, il Ministro della Difesa, Yoav Gallant, ha affermato, per giustificare l’assedio totale («non ci sarà elettricità, né cibo, né carburante, tutto è chiuso…»): «stiamo combattendo contro animali umani e ci comportiamo di conseguenza». Il nemico si può cancellare, è da cancellare. Il bene e il male, l’umano e l’inumano, la democrazia e l’autocrazia: dicotomie che espellono, tacciando di tradimento, delegittimandole, le opinioni non allineate, chiunque intenda riflettere con un approccio storico e non artificialmente semplificato (quanto accade a Gaza evidentemente non inizia il 7 ottobre 2023 ma data almeno 75 anni), chiunque voglia applicare le categorie del pensiero complesso. Per tutte, ricordo la reazione scomposta e violenta che ha seguito le parole del Segretario generale delle Nazioni Unite Guterres (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/02/palestina-un-caso-di-genocidio-da-manuale-e-il-fallimento-dellonu/). La complessità, la contestualizzazione, la storia richiamano parole e concetti che non si possono dire, come “Israele non è una democrazia”, dal quale siamo partiti, ma anche violazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, occupazione, discriminazione, espulsioni collettive, apartheid, progetto coloniale, genocidio, così come diritto all’autodeterminazione dei popoli, che non può essere a senso unico, e diritto di resistenza (all’occupazione come alla sistematica violazione dei diritti umani).

In questione sono l’informazione plurale, con la criminalizzazione delle voci critiche (la vicenda dell’attivista palestinese, Mariam Abu Daqqa, espulsa dalla Francia, per non riferirsi direttamente al numero impressionante di giornalisti uccisi); la libertà di manifestazione del pensiero, nel suo essere libertà di critica, di protesta e di dissenso (per l’ex ministra degli interni britannica Braverman sventolare la bandiera palestinese implica sostegno al terrorismo); la libertà di riunione (penso ai cortei vietati in Francia e non solo, ma anche alla negazione degli spazi nelle università). Si tratta dei fondamenti della democrazia, di una democrazia che sia effettivamente tale, plurale e conflittuale. Ancora. I diritti vengono colpiti alle radici: la disumanizzazione che uccide a Gaza si riflette come in uno specchio sui diritti, che si infrangono, per tutti. Quando i diritti non sono più riconosciuti all’umano, naufragano per tutti; la perdita del senso di umanità dissolve i diritti, privandoli della loro essenza.

Non reagire, non esigere il cessate il fuoco (per tacere del supporto militare), comporta una complicità dei paesi europei, degli Stati Uniti e di quanti non agiscono, nel genocidio, come nell’annientamento dell’idea di diritti umani, oltre che della credibilità del diritto internazionale e dell’idea delle Nazioni Unite, che si perdono nel loro utilizzo occidentalocentrico, coloniale e selettivo. Anche per questo, quanto accade a Gaza si riverbera sulla democrazia, svuotandone la sostanza. Spezzare un’informazione arruolata e chiedere un immediato cessate il fuoco e la fine di violente politiche coloniali è anche un passo per salvaguardare la democrazia dalla deriva autoritaria.


L’agonia del diritto internazionale travolto dalla legge del più forte

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È una verità tragicamente verificabile ogni giorno, in mille luoghi dove agonizzano umanità sfinite: il diritto internazionale, bellico, umanitario non esiste più, è un postulato, un gesto normativo indimostrabile nella realtà. Non perché qualche onnivora canaglia internazionale o imperversante demagogo riesca a renderlo talvolta inapplicato accumulando orribili abilità. La violazione isolata non fa crollare il sistema, anzi lo rafforza come per qualsiasi sistema giuridico che presuppone la violazione. La ferita è più profonda: ovvero nessuno tiene più conto del Diritto nell’agire nella mischia internazionale o nell’impartire ordini a soldati e guerriglieri. La reputazione strategica si ottiene solo al prezzo di innumerevoli ingiustizie legalistiche e bestiali atavismi. Le Leggi sacrosante servono per la propaganda contro il nemico e per tirarle fuori dagli zaini quando si imbandiranno i processi ai vinti. Nelle guerre e nei confronti tra Blocchi del terzo millennio per tutti è facile compiere il male, come ai tempi degli assiri, ci riescono tutti, a occidente e a oriente. Assumere esplicitamente la realtà inesorabile che viviamo, tutti, in un modo darwiniano sottomessi alla sola legge del più forte, è invece impresa insolita.

L’esistenza di leggi universali e intangibili è diventata purtroppo un’astrazione per cattedre universitarie, osanna di sofisti, petrarchismi legulei per ciarloni da pulpito. Un mondo regolato da norme innegoziabili che l’uomo può conoscere ed osservare si è raggrinzito a nostro messianismo, un testo rivelato dagli “sviluppati” e regni collegati a “quelli in via di sviluppo” a cui non è concessa che la chance di colmare la giuridica arretratezza e convertirsi alla modernità dei diritti umani. Dietro il sipario, intanto, la guerra è tornata alla sua torva, inumana essenza, guerra da masnadieri ovvero forza e violenza allo stato puro, regolate solo dall’arbitrio e dalla ingiustizia.

È una verità che dovrebbe scandalizzare un gran numero di anime sincere in Occidente, dove sono i fondatori di questa religione dell’Umanità con il suo Decalogo, i diritti dell’Uomo. E invece si continua a fingere formule omeopatiche che attribuiscono il delitto agli sciagurati, ai cattivi, agli autocrati, ai fanatici: Putin infatti invade, ammazza i civili con bombardamenti indiscriminati, rapisce bambini… Hamas realizza pogrom di massa e usa ostaggi… Insomma le guerre dei nichilisti che non si affidano certo a lodevoli scartafacci… Noi invece. Sarebbe rassicurante se fosse così.

Come la mettiamo ad esempio con la guerra di Gaza? Due democrazie, Stati Uniti e Israele, si scambiano da due mesi incontri e missioni di alto livello per fissare, insieme, il limite “accettabile” di violenza che l’esercito ebraico rovescia ogni giorno sulla popolazione della Striscia. Accettabile: si dice così a Washington dove sono sempre in fregola per processare criminali internazionali. Il perimetro del diritto bellico assegnato ai palestinesi, che certo non sono in massa complici del delitto di Hamas, viene dunque fissato attraverso un accordo contrattuale, come una lustrale transazione tra privati. Ventimila defunti per Biden e Blinken sono evidentemente al di sotto di questa linea, non sono delitto. Per non parlare di distruzione pianificata di costruzioni civili, bombardamento di ospedali, deportazione sotto minaccia della popolazione, impicci alla distribuzione di aiuti umanitari, prigionieri sottratti a qualsiasi controllo internazionale. Post eventa, gli americani si vanteranno di aver svolto una funzione moderatrice. Altro che prognosi giuridiche, nella prassi non sembrano esistere cose impossibili perché troppo immorali.

Analizziamo le guerre direttamente americane. Non le tardive reminiscenze di My Lai e del preistorico conflitto nel Vietnam, veniamo all’ultima meraviglia bellica made in Usa, i droni: quale assoluzione si può trovate nel diritto internazionale sul disinvolto utilizzo di questo terrorismo da ricchi che purtroppo la produzione industriale ha ormai messo nelle disponibilità anche di criminali meno sofisticati? Le armi proibite…, che fiaba! Bombe a frammentazione, al fosforo, ordigni micidiali che lasciano tracce per sempre, missili la cui imprecisione è la migliore qualità perché fa più danni tra gli innocenti: tutti ne hanno gli arsenali stracolmi e le usano. Diavolo! Servono eccome: a vincere. È colpa degli altri se siamo costretti a questi mezzi… Passanti inermi abbattuti per precauzione, per evitare vittime tra i propri combattenti: siete proprio sicuri che sono regole che trovereste solo nei manuali operativi di jihadisti, russi invasori e sgherri di Bashar al-Assad?

Proviamo a far di conto su quanti sono gli orfani del Diritto internazionale; non si risparmiano certo gli zeri. Che potranno raccontare gli armeni cacciati dagli azeri come se fossero armenti entrati nel campo del vicino? E gli otto milioni di fuggiaschi sudanesi a chi si rivolgeranno per veder punita la norma che vieta severamente di sottoporre i civili inermi a violenze e saccheggi? Che vi diranno della loro esperienza del Diritto umano i tigrini che il premio Nobel per la pace, il premier etiope, ha cercato di sterminare con la fame per costringerli ad arrendersi? Chi terrà una lectio magistralis agli abitanti del Niger, del Mali e del Burkina Faso, vittime dei massacri di jihadisti e regolari dell’esercito, e dei bombardamenti a casaccio dei francesi?

Nelle guerre di nuovo tipo, bastarde, asimmetriche, annientatrici, in cui rientra anche quella apparentemente classica tra Russia e Ucraina e i suoi alleati, le regole di discriminazione e proporzionalità, che vietano punizioni collettive e invocavano un rapporto tra mezzi impiegati e danni inferti e tra mezzi e scopi, sono impossibili. I civili innocenti sono un lusso che nessuno può permettersi. Oggi la guerra è regolata dalla perfidia, a quella che era un tempo la strategia dei terrorismi si uniformano senza ipocrisia gli eserciti regolari, alle prese con l’enigma irrisolto di debellare un avversario imprendibile, che non si inchina alla maggiore potenza. La reciprocità è il principio della guerra. E così tutti anche le democrazie devono scendere sul terreno della violenza pura. Bisogna vincere. La sconfitta non risparmia nessuno, soprattutto nelle democrazie dove chi è al comando deve sottoporsi al giudizio. Non quello remoto e ininfluente della Storia. Quello degli elettori.

L’articolo è tratto da La Stampa del 3 gennaio


2024: nuovi venti di guerra da Israele

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Che anno sarà il 2024 per la pace? Se il 2022 è stato l’anno dell’aggressione della Russia all’Ucraina e il 2023 l’anno dell’ennesima guerra di Israele contro Gaza, il 2024 rischia di essere l’anno della guerra tra Israele e Iran. Le premesse ci sono tutte. I ripetuti attacchi israeliani contro il Libano meridionale controllato da Hezbollah, i continui raid aerei contro la Siria, l’assassinio mirato di Seyed Razi Moussavi, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica a Damasco: tutto lascia intendere che l’obiettivo di Tel Aviv sia non il contenimento, ma l’allargamento del conflitto, sino a coinvolgere Teheran. A spingere lo Stato ebraico in questa direzione operano, in effetti, ragioni tattiche e strategiche.

Dal punto di vista tattico, la guerra a Gaza non sembra stia andando come Israele aveva pianificato. L’obiettivo ultimo – oramai è chiaro – era suggellare la sconfitta di Hamas con l’espulsione dei gazawi verso l’Egitto: vale a dire, la pulizia etnica di Gaza. L’obiettivo era una nuova Nakba, volta a ripetere quanto realizzato nel 1948 con la cacciata forzata di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio del nascente Stato di Israele. La mancanza di sostegno internazionale e, soprattutto, l’opposizione egiziana – un’opposizione interessata: perché mai Al Sisi dovrebbe accogliere due milioni di potenziali alleati dei Fratelli musulmani, i suoi più acerrimi nemici? – ha fatto saltare i piani di Netanyahu. Nel contempo, nemmeno la guerra a Gaza sembra andare come pianificato dai comandi israeliani. Certamente, gli uomini di Tsahal sono penetrati in profondità nella striscia, infliggendo danni umani e materiali pesantissimi. Ma nessun comandante di un qualche rilievo di Hamas è stato sinora catturato o ucciso: a cominciare dall’introvabile Yahya Sinwar, l’obiettivo numero uno che, al momento, continua a essere uccel di bosco. Come se non bastasse, dopo più di due mesi di ostilità le forze militari legate ad Hamas e alla Jihad islamica continuano a mantenere una sorprendente capacità di colpire i reparti israeliani, causando loro perdite tutt’altro che irrilevanti, che hanno oramai superato quelle inflitte a Israele da Hezbollah nella guerra del 2006. Inchieste giornalistiche israeliane hanno certificato un numero di feriti assai superiore a quello ammesso dai vertici militari d’Israele, ma anche stando ai dati ufficiali i morti sono oramai 168, contro i 119 uccisi per mano di Hezbollah nella seconda guerra del Libano. Allora, molti commentatori trassero da tali dati la conclusione della sconfitta dello Stato ebraico: il rischio, per Netanyahu, è che lo stesso possa ripetersi oggi, specie se si aggiunge l’indignazione (non dei governi ma) dell’opinione pubblica internazionale sollevata dai crimini commessi a danno dei civili gazawi, che hanno rapidamente alienato a Israele i sentimenti di solidarietà scaturiti dai crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre scorso.

Dal punto di vista strategico, l’elefante nella stanza che tutti fingono di non vedere è la sostanziale specularità tra la posizione di Hamas e quella della quasi totalità delle forze politiche israeliane: così come il primo rifiuta di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico, allo stesso modo le seconde escludono, sempre più apertamente, la nascita dello Stato palestinese. Se la comunità internazionale, e al suo interno quella occidentale, fosse realmente equanime e interessata alla pace, la conseguenza non potrebbe essere che una: l’imposizione allo Stato di Israele di sanzioni politiche ed economiche analoghe a quelle imposte ad Hamas. Ma sappiamo da tempo che l’Occidente è schierato dalla parte delle forze di occupazione di Tel Aviv e che le solenni proclamazioni di principio a favore della pace, dell’autodeterninazione dei popoli e dei diritti umani valgono solo per i “nostri” nemici.

Il punto oramai chiaro è che il vero problema non è la violazione dei diritti dei palestinesi, impunita da decenni: il vero problema è l’esistenza stessa dei palestinesi. Il sionismo è nato alimentandosi di una menzogna: che la Palestina fosse una terra senza un popolo, in quanto tale assegnabile a un popolo senza terra, come quello ebraico (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/13/gaza-la-guerra-non-e-contro-hamas-e-contro-i-palestinesi/). E Israele ha continuato a prosperare su questa menzogna: dapprima con la Nakba e poi con l’occupazione illegale delle terre su cui, secondo il diritto internazionale, avrebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese. Negare l’ipotesi stessa che possa esistere uno Stato palestinese, indipendente e sovrano, è stata, d’altro canto, altresì la causa del fallimento del processo di Oslo, sino alla farsa consumatasi nel 2000 a Camp David, quando Ehud Barak e Bill Clinton cercarono di imporre a Yasser Arafat il controllo amministrativo di quattro cantoni interamente circondati da territorio israeliano (e che la proposta di Camp David fosse tutt’altro che “generosa”, come Israele continua a propagandare, lo dimostrano i parametri successivamente proposti da Clinton, e fatti propri da Barak a Taba nel 2001, come base per rilanciare, sia pure fuori tempo massimo, il dialogo di pace). Sarebbe intellettualmente disonesto nascondere che, in questa negazione dei diritti politici dei palestinesi, i laburisti hanno responsabilità analoghe a quelle della destra israeliana, essendo stati loro a operare la Nabka, a scatenare l’invasione del 1967 e a far fallire, giunti al dunque, il processo di Oslo.

La realtà è che fare la pace oggi in Medio Oriente significherebbe fare nascere un vero Stato palestinese su quella porzione della Palestina storica che ancora non è formalmente israeliana: appena il 22 per cento del territorio, corrispondente alla Cisgiordania e alla striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale. Affinché ciò possa accadere, Israele dovrebbe ritirarsi dai territori che occupa dal 1967 (in violazione di decine di risoluzioni dell’Onu) e rimuovere dalla Cisgiordania le colonie illegali costruite dai governi di sinistra e di destra in questi decenni, riportando in Israele gli oltre 700.000 coloni armati, e integrati nel sistema di sicurezza militare di Tsahal, che vi vivono (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/12/21/palestina-la-legge-dei-coloni/). Uno scenario da guerra civile che spiega perché oggi Israele è un ostacolo alla pace tanto quanto lo è Hamas e perché l’allargamento del conflitto sia una strategia così appetibile per Netanyahu e i suoi alleati: perché rilanciare al tavolo della guerra, affogando il problema palestinese in un mare di problemi ancora più grandi e drammatici, è il solo modo per evitare di dover fare i conti con l’esistenza del popolo palestinese, con l’impossibilità di sterminarlo manu militari (ma come dimenticare la minaccia di sganciare un’atomica su Gaza, formulata dal ministro israeliano Amichai Eliyahu?) e, in ultima istanza, con l’insopprimibilità dei suoi diritti all’autodeterminazione politica.

Da Gaza, il 2024 lancia subito la sua sfida al mondo: agire perché finalmente nasca lo Stato palestinese o farsi trascinare in guerra contro l’Iran?


Israele-Usa: messaggio di fine anno dalle “democrazie esemplari”

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La cronaca e le analisi di quanto sta succedendo da ormai più di due mesi tra Gaza e Cisgiordania sono talmente diffuse, pur nella profonda differenza delle interpretazioni, da non richiedere ulteriori contributi fattuali o analitici. Le prospettive recentemente aperte da Domenico Gallo (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/15/palestina-uscire-dal-tunnel-una-proposta-per-la-pace/) rappresentano d’altra parte, e in modo concreto per la precisione del quadro di diritto internazionale proposto, opinioni assolutamente maggioritarie che ritengono imprescindibile e non rimandabile la fine del massacro del popolo palestinese come condizione minimale per pensare a un futuro per il quale tuttavia le prospettive non vanno al di là della ripetizione rituale di vecchie formule.

Chi non sembra aver dubbi, per un presente-futuro di perfetta continuità sono i due Stati ricordati nel titolo: il loro messaggio di fondo è per altro già chiaro, perfettamente annunciato e confermato: «Le nostre decisioni sono affari interni dei nostri paesi-interessi». L’arroganza-provocazione di questa posizione trova, peraltro, un sostegno chiaro nella sostanziale connivenza della comunità internazionale degli Stati. Al di là delle votazioni a livello delle Nazioni Unite, nulla di fatto si è mosso a livello concreto. Se si fa il confronto con quanto successo per l’Ucraina, sembra di essere abitanti-spettatori (cittadini?) di due mondi-epoche diversi. Non per nulla perfino le dichiarazioni delle massime autorità delle Nazioni Unite, che hanno per la prima volta assunto toni e termini rispondenti alla intollerabilità dei fatti e non alle regole sacre di neutralità della diplomazia, sono state oggetto di commenti più o meno favorevoli, ma non hanno trovato echi-conferme-conseguenze nelle posizioni concrete di critica rispetto ai due Stati, che rimangono ufficialmente qualificati (almeno nella formalità diplomatica) come democrazie esemplari e le cui ragioni sono intoccabili.

Per sapere a che punto siamo, e se e come qualcosa si deve pensare per il futuro, è necessario constatare le implicazioni di ciò che continua a divenire ancor più evidente. Le due democrazie protagoniste degli scenari di Gaza e Cisgiordania certificano che non sono tenute a rispondere delle loro politiche. Il diritto internazionale non ha valore. La loro interpretazione della democrazia non include il rispetto neppure delle regole più elementari e antiche della guerra. Le nuove tecnologie di identificazione degli obiettivi mirano a rendere più efficace la eliminazione delle popolazioni. Le migliaia di bambini, la distruzione degli ospedali, le condizioni minime della sopravvivenza sono parte integrale e inevitabile di una “risposta difensiva” a un attacco che peraltro era stato anticipato e non si è voluto evitare. L’uccisione, certo non casuale di tanti giornalisti e di poeti-intellettuali completa il quadro. Si certifica in questo modo anche che una categoria tanto ambigua come quella di terrorismo può cancellare l’esistenza stessa di un popolo e della vita di tutti i suoi membri: le considerazioni umanitarie sono eccezioni non praticabili.

L’invocazione di un giudizio-competenza di una Corte internazionale (formulata in modo autorevole da più parti non istituzionali) riflette a questo punto una formalità di cui è chiara la improbabilità, e ancor più la inefficacia: le discussioni sulla qualifica dei crimini che sono in gioco — di guerra, contro l’umanità, genocidio – assomiglia a un dibattito politico-dottrinale che prescinde dalla concretezza delle stragi che si traducono solo in statistiche più o meno accurate, dove i numeri sostituiscono e nascondono la indescrivibile sofferenza-morte di non importa chi. Le democrazie esemplari certificano che è sufficiente qualificare qualcuno come nemico per rendere irrilevante il suo essere un soggetto titolare di diritti inviolabili in quanto umano. Tutto un popolo può essere trasformato in ostaggio senza possibilità di trattativa: il crimine di cancellare la pace come ipotesi da percorrere non è perseguibile né invocabile.

Quanto è “certificato” nei fatti dalle democrazie più direttamente coinvolte, e da quelle conniventi con le loro posizioni, nello scenario di Gaza e di Cisgiordania (la storia e il diritto del popolo palestinese obbliga a non separare le due situazioni, per le vittime, e per le implicazioni che comportano se si vuole pensare a una via di uscita), ha conseguenze tragiche per la credibilità di un “ordine internazionale”. Chi potrà più protestare-opporsi a quanto l’una o l’altra dittatura-potenza (più o meno travestita da democrazia: basta pensare alla Turchia, che si offre addirittura come mediatrice, o alla Russia, o ai regimi di Myanmar, o dell’India rispetto al proprio interno o al Kashmir…) decide di fare rispetto a una realtà di popoli così facilmente qualificabili, in vari modi, come terroristi?

L’urgenza (di cui solo il popolo palestinese sa il peso insostenibile, rispetto alla prospettiva di mesi simili a quelli vissuti: e che si sommano ai tanti anni di in-esistenza come interlocutori alla pari) di trovare soluzioni, è obbligatoria: ma può essere credibile solo se la protesta globale della società civile diventa nucleo fondante di una presa di coscienza della urgenza della comunità degli Stati di modificare a fondo i propri strumenti e istituzioni.

I 75 anni passati dalla Dichiarazione universale dei diritti umani non possono essere “celebrati”: la guerra delle “democrazie esemplari” certifica (non da sola: ma come indicatore tragico di un disordine di civiltà) che il futuro dei “popoli”, non solo nei macro contesti geopolitici, ma all’interno di tutti i paesi, non può essere garantito dalle regole attuali. Dal suo piccolo osservatorio permanente, il Tribunale dei popoli è stato testimone, insieme a tantissimi movimenti che sperimentano strategie di liberazione dai modelli sempre rinnovati di colonialismo, di quanti sono i vuoti e le omissioni di un diritto che è divenuto il garante violento di poteri sempre più dissociati dalla vita-dignità degli umani. I migranti sono il “popolo palestinese” più diffuso ed esposto a un genocidio per stillicidio. Così come il popolo crescente dei diseguali, per una delle tante guerre. Di cui quella ambientale, ri-dichiarata nell’ultima COP, è uno scenario trasversale.

Non è purtroppo una realtà nuova. Gaza e Cisgiordania sono la certificazione, tragicamente attuale, che è in gioco la credibilità minima di una civiltà che voglia essere umana. E forse non c’è modo migliore per chiudere queste riflessioni, che il rimandare a un libro, pubblicato in Israele già nel 2006, da uno dei grandi protagonisti della storia recente del Paese, Avraham Burg, che è stato anche presidente della Knesset. La più grande sfida che lo Stato di Israele deve/sta affrontando coincide con il titolo: “Sconfiggere Hitler”. Non si deve permettere che la memoria profonda e autentica della Shoah si traduca nella sua riproduzione, all’interno, e ancor più negli scenari regionali ed internazionali: lasciapassare che giustifica e obbliga a comprendere-perdonare tutti gli eccessi, dall’apartheid alla paranoia della sicurezza, alla guerra.