Guccini o dell’elogio politico della contingenza

Non possiamo essere che ciò che non siamo davvero. È questo il grande filo conduttore che muove le fila dell’opera di Francesco Guccini: l’elogio della contingenza. Cioè, l’essenza della politica moderna. Per questo mi stupisce il fatto che la commozione per la sua morte si confonda con giudizi cauti sulla qualità politica della sua opera. Guccini è stato – tra i grandi cantautori italiani – quello più coerentemente politico.

Un fratello maggiore, le storie e un sorriso sornione

Guccini è stato qualcosa di più di un grande cantautore. È è stato un uomo onesto. Con se stesso e con chi lo seguiva. Uno che l’eskimo non se lo è mai tolto e che quando lo portava l’ha fatto con saggezza e umiltà. Ha saputo essere contro corrente in modo anche sornione, mai urlato, in un’epoca in cui molti gridavano slogan estremisti di moda allora, per poi finire belli belli a occupare quelle poltrone che volevano abbattere.

Guccini, che non si è arreso al mondo

Guccini ci ha insegnato che la vita, in fondo, non è soltanto cronaca della realtà. La sua parte più profonda sta nel modo in cui gli esseri umani costruiscono il mondo attraverso simboli, ricordi, possibilità, immagini. Non vivono soltanto di fatti; vivono di significati. E anche grazie a lui, vogliamo restare un po’ irragionevoli, abbastanza da non arrenderci al mondo così com’è, abbastanza da continuare a immaginarne un altro.

Guccini: l’amore, i pugni chiusi e le sfida dei perdenti

Ai concerti di Guccini scattava sempre il pugno chiuso. Un gesto politico, certamente, ma anche un segno liberatorio, in cui confluivano l’amore dei solitari, la loro protesta contro le maggioranze volgari, la sfida dei perdenti che non smettono comunque di battersi contro la “gente vuota”, preti o materialisti, e vincono il tempo. E restano. Come resterà Francesco, per noi.