Guardiani, lupi, lupetti: una metafora del presente

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E così, alla fine, a causa della continua, implacabile e distruttiva rivalità tra i guardiani, i lupi e i lupetti, da anni costretti nel loro recinto, si sono trovati inaspettatamente liberi, dinanzi a una prateria sterminata. Dopo quasi ottant’anni, per eccessiva sicurezza e per alterigia, i guardiani finivano addirittura per giocare con quei lupi, i quali continuamente, con i loro cuccioli, ringhiavano, scalpitavano e zampettavano sempre più vicini alla porta del recinto. In alcuni momenti poi, facendo comunque attenzione che lo sportello non venisse mai aperto, quasi a scherno e tenendo bene in vista le chiavi del recinto, il gioco preferito dei guardiani era quello, ben noto già da Esopo, di gridare “Al lupo! Al lupo!”. Questa infantile ostentazione di potere se da un lato rassicurava una parte degli abitanti del paese, dall’altro lato non faceva che aumentare il livore e il mai sopito desiderio di vendetta nei lupi e in quell’altra parte di abitanti che li difendevano.

Ora, però, che nel recinto, in quella specie di Strafkolonie, ci sono loro, cioè i guardiani, che continuano inutilmente a gridare con più enfasi “Al lupo! Al lupo!”; ora che, in questo gioco delle parti, i ruoli si sono invertiti, i lupi a loro volta deridono gli ex guardiani con tradizionali frasi ad effetto come “homo homini lupus”, suscitando in questi naturalmente altrettanto livore e un mesto digrignar di denti. Ora, infatti, anche i lupi, i nuovi guardiani, possono finalmente ritornare ad essere quello che sono sempre stati, vale a dire semplicemente dei lupi: possono cioè finalmente tornare a ululare ai quattro venti e alla luna o al sole e in pieno giorno quelle parole che per troppo tempo hanno dovuto sottacere e soffocare in deboli guaiti, possono ostentare liberamente quegli atteggiamenti lupeschi che in passato e da reclusi potevano solo accennare o abbozzare.

Da qui il disamore e lo sdegno di tutti quelli che avevano confidato nell’inflessibilità e nell’intransigenza dei guardiani. I quali, adesso, dal più grande al più piccolo, anziché mostrare vergogna per quella loro irresponsabile leggerezza, per vari motivi glissano, digrediscono, si mostrano increduli, in realtà si nascondono, scivolano via, sfuggono alle loro responsabilità, alle loro colpe, tirandosele addosso l’un l’altro come delle ignobili patate bollenti. Ora, infatti, essi si avvedono già del modo in cui procederanno quei lupi per tornare a ritracciare con la zampa alzata i loro confini, per riappropriarsi dei loro territori, dei loro spazi e del loro tempo perduto. Come hanno fatto in passato i loro capi branco, anche questi lupi oggi procederanno d’astuzia, cioè un passo alla volta, passo dopo passo, Schritt für Schritt, facendo seguire una piccola mossa dopo l’altra, di modo che la reconquista (che fa rima con repulisti e con spoil sistem) non desti troppo scandalo, non dia troppo all’occhio. Anche se, a quanto si nota, lo smarrimento negli ex guardiani è tale da essersi quasi trasformato in intorpidimento mentale e afasico che impedisce in loro ogni rinsavimento.

Nessuno può prevedere per quanto tempo i lupi potranno scorrazzare in quella prateria, creando inevitabilmente quei danni che purtroppo non tutti conoscono e che, paradossalmente, per averne forse parlato anche troppo, si è finito per ingenerare un certo rigetto. È assai probabile comunque che per riportare i lupi nel recinto ci vorrà del tempo, perché si dovrà aspettare che nella coscienza di quella parte di persone che li incitano (e non solo in queste) si determini ad esempio una crisi e un inevitabile imbarazzo simili a quelli che provarono molti italiani in seguito alla disfatta dell’Armir tra il ’42 e il ’43 e dinanzi a tutti i danni umani provocati dal velleitarismo fascista. Una crisi e una presa di coscienza che dopo l’8 settembre, specie dopo la nascita della Repubblica di Salò, determinò in molti reduci dalla Russia (ma non solo) la scelta per la Resistenza partigiana. Una scelta che allora si cercò non solo di impedire, di attenuare e di deviare, ma anche di strumentalizzare. Non appena rientrati in Italia, infatti, questi reduci furono invitati a tacere, a non raccontare. «La strumentalizzazione dei dispersi di Russia – scrive Nuto Revelli in Le due guerre. Guerra fascista e guerra partigiana – diventa sfacciata, crudele, penosa. Ben presto inizia una campagna di diffamazione nei confronti della Resistenza, in parallelo con una furiosa “crociata anticomunista”». Il libro di Revelli esce nel 2003. Ma egli sapeva già che la strumentalizzazione di quei dispersi, la diffamazione della Resistenza e l’annesso anticomunismo in Italia erano continuati, ed erano esplosi una decina di anni prima, nel febbraio del 1992, alla vigilia delle elezioni politiche, sfruttando una falsificazione di una lettera di Togliatti del febbraio del ’43. In questa lettera si diceva, appunto, che la testimonianza dei reduci avrebbe potuto confermare in tutti gli italiani la disfatta dell’aggressione nazifascista in Urss. Nonostante questa presa di coscienza, tuttavia, dopo cinquant’anni, nel 1994 quella strumentalizzazione delle parole del Migliore, la diffamazione della Resistenza e l’anticomunismo servirono al fondatore di Forza Italia, allo scalpitante Cavaliere di Arcore, per sdoganare l’Msi e per vincere le elezioni politiche. Certo, sia l’amnistia Togliatti del giugno del ’46 sia la fondazione dell’Msi da parte di Almirante sei mesi dopo avevano creato delle speranze nei lupi, che ora, pur essendo rinchiusi nel recinto creato dalla neonata Repubblica democratica, potevano intanto cominciare a nascondersi e a camuffarsi bene tra le maglie burocratiche dello Stato. Lo dice chiaramente Revelli nel suo testo: «Lo Stato democratico è rinato su fondazioni fasciste. La burocrazia è rimasta quella di prima. La cosiddetta “epurazione” si risolve in una beffa”».

È quel Cavaliere, dunque, il Cavaliere delle Libertà, che, una volta fattosi eleggere guardiano in quel modo, fa compiere ai lupi passi decisivi verso l’ingresso del recinto, fino a portarne addirittura qualcuno con sé come dei Sancho Panza, fuori, tra gli stessi guardiani. Si disse che era proprio in questa coabitazione, in questa collaborazione di lupi e guardiani che consisteva la democrazia. Ma ai lupi che erano rimasti dentro al recinto o comunque più lontani dall’entrata, quelli più ringhiosi e più legati alle idee del loro capostipite, quel lupo moderato e collaborazionista non piaceva, perché troppo amico dei guardiani. E così, dopo la “svolta di Fiuggi”, dal 1995, decisero di stare all’opposizione, aspettando il momento propizio per poter uscire a testa alta da quello steccato costituzionale.

Sicché, sia per la loro cieca rivalità, sia per la loro solita sicumera, i guardiani, approntando per di più una legge elettorale ambigua e pericolosa, crearono nel settembre 2022 quel momento opportuno, cioè la condizione per nulla necessaria ma assolutamente sufficiente per far compiere ai lupi quel salto di qualità, quella tanto attesa fuoriuscita dalla staccionata. In tal modo, con una quota minima e comunque congrua di votanti, questi sono stati eletti nuovi guardiani e mandati al potere. E con ciò essi (cioè quelli stessi contro cui era stata scritta la Carta Costituzionale) hanno conseguito la possibilità non solo di mettere mano alla Costituzione (in vista del presidenzialismo e dell’autonomia differenziata), non solo di perpetuare la diffamazione della Resistenza e l’anticomunismo, ma anche di ricreare il solito clima cupo di fondo attraverso la giustificazione della violenza, l’educazione alla competizione, attraverso quell’odio per l’avversario già denunciato da don Sturzo nel 1938: un’avversione non soltanto per il politico, ma anche per il cittadino comune, se non addirittura per il vicino di casa. Con Primo Levi si potrebbe dire che essi, questi rimestatori, hanno avuto l’occasione per andare a ridestare quell’idea che nell’animo umano permane come un’«infezione latente», cioè l’idea che «ogni straniero è nemico». E tutto ciò, per di più, facendo della religione cristiana una copertura dietro cui nascondere disegni contrari ai principi cristiani. Con un tale mandato, certo del tutto inatteso, essi possono quindi riprendere, come nulla fosse (specie in un paese con poca memoria del proprio passato), quella loro vecchia strada, quel proprio Sonderweg che la storia aveva però interrotto ottant’anni fa. Una via che aveva fatto dell’italianità, dell’ineguaglianza e della questione razziale dei valori fondativi, una via alla fine della quale, ammoniva Levi nella Premessa a Se questo è un uomo, ci potrebbe essere il Lager. Con l’attuale eterofobia, ricordava infatti Bauman (e con lui tanti altri studiosi, compresa Hannah Arendt), «la possibilità dell’Olocausto non è affatto superata». Anche perché, suggeriva Hilberg, «potremmo essere ancora una volta impreparati a cogliere e decodificare i segnali di avvertimento, nel caso in cui essi fossero, ora come allora, manifestamente intorno a noi». «E chi non capisce nel momento giusto – avvisava anche Revelli –, rischia di capire quando è troppo tardi». E Todorov dal suo canto avvertiva: «perché il male si realizzi, non basta che alcuni agiscano, bisogna inoltre che la maggior parte degli altri se ne stia in disparte, indifferente. E di questo, come ben sappiamo, siamo tutti capaci».