«Gaza e la reticenza della stampa: la necessità di chiamarsi fuori»

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All’annientamento in atto della popolazione di Gaza si accompagna, in Occidente e nel nostro Paese, un atteggiamento dei media subalterno e complice. Lo abbiamo scritto più volte su queste pagine. «Siamo ormai totalmente immersi in un’informazione di guerra priva di qualsivoglia attenzione per la verità e per gli stessi fatti e interessata esclusivamente a favorire la “vittoria” della propria parte. In essa le notizie sono usate come armi, al pari delle bombe e dei proiettili. […] La prima componente di questa informazione drogata è quella dei giornalisti embedded, che procedono al seguito degli eserciti amici. Gli inviati di guerra di un tempo – che, anche con elevati rischi personali, si spostavano sui diversi fronti di combattimento e avevano contatti con tutti i protagonisti (e le vittime) del conflitto in una posizione di (almeno parziale) indipendenza – sono oggi sostituiti da militari di complemento (spesso addirittura vestiti da soldati) che diffondono, presentandole come la “verità”, le notizie confezionate dai loro danti causa (pena, altrimenti, il venir meno dell’accreditamento e il rinvio in patria). Per loro – e per chi recepisce la loro informazione – esiste solo un versante della guerra: l’altro è un indistinto obiettivo da distruggere. La seconda componente è data dalle modalità dell’informazione, anche quando, per l’evolversi del conflitto, i contatti diventano più estesi e l’angolo di visuale più ampio. Si tratta di modalità prossime alla propaganda più che all’informazione. Le abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: sulla scena ci sono, come nei film western di un tempo, i “buoni” e i “cattivi” senza alcuna zona grigia; ai primi è dedicata la gran parte dei telegiornali, dei talk show e della carta stampata mentre ai secondi sono riservati, nella migliore delle ipotesi, i titoli di coda; alle vittime della parte amica e ai loro congiunti sono dedicate immagini e interviste (giustamente) accorate, ripetute in maniera ossessiva per giorni e giorni, mentre le vittime dell’altra parte sembrano non avere nomi, case, parenti, amici, e, se compaiono, lo fanno solo in immagini che sfilano rapidamente e in maniera anonima; i morti di una parte sono persone in carne ed ossa mentre quelli dell’altra parte sono numeri (accompagnati spesso da verbi al condizionale o dalla precisazione che si tratta di cifre incontrollate); le case e le città distrutte da una parte sono luoghi di vita, di socialità, di felicità mentre quelle dell’altra parte sono “obiettivi”; i massacri di una parte sono atti di barbarie e terrorismo (come indubbiamente è), mentre quelli dell’altra parte sono manifestazioni di “legittima difesa”, operazioni contro il terrorismo anche quando colpiscono bambini, vecchi, malati, ospedali, scuole, ambulanza, persone in fuga» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/20/palestina-40-giorni-dopo-tra-crimini-di-guerra-e-calcoli-geopolitici/). Tutto ciò avviene in un inquietante e diffuso silenzio del mondo del giornalismo. Salvo poche eccezioni. Tra queste quella di Raffaele Oriani, giornalista di la Repubblica, che nei giorni scorsi ha comunicato l’interruzione del suo rapporto di collaborazione con il giornale in segno di polemica con la reticenza dell’informazione nazionale ed europea. Il gesto ha, nel contesto descritto, un che di dirompente (e, non a caso, è stato sostanzialmente ignorata dal nostro circo mediatico). Per questo pubblichiamo di seguito la sua lettera. (la redazione)

Care colleghe e colleghi ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perché la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori.


La Palestina e l’autocensura dei giornalisti

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Una guerra di parole contro lo Stato di Israele? Fiamma Nierenstein (Il Giornale, 27 giugno) lancia un’accusa assai veemente contro chiunque oggi metta in dubbio la definizione di antisemitismo proposta dall’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance). Definizione recentemente sottoscritta dall’Ordine nazionale dei Giornalisti, e da quello del Lazio in particolare.

Un fatto grave, che ci riguarda tutti come cittadini: una sorta di autocensura preventiva che viola il nostro diritto all’informazione. L’Ihra, fondato nel 1998, è un’organizzazione intergovernativa cui aderiscono 35 Stati (quasi tutti quelli europei più Israele, Stati uniti, Canada, Australia e Argentina). La “definizione operativa” di antisemitismo fu adottata in seduta plenaria a Bucarest nel 2016; secondo il sito dell’Ihra, 38 paesi l’hanno adottata, tra questi anche l’Italia. Sotto la lente dei suoi critici, sempre più numerosi, non sono tanto le pur vaghe due frasi che ne costituiscono il corpo («L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei, che può esprimersi come odio verso gli ebrei. Le manifestazioni di antisemitismo sono dirette contro individui ebrei o non e/o contro la loro proprietà, contro le istituzioni e i beni religiosi della comunità ebraica»), ma alcuni degli 11 esempi che sostanziano la definizione, sette dei quali si riferiscono a Israele, e in particolare quelli che equiparano all’antisemitismo la critica del sionismo politico, inteso come ideologia che giustifica il carattere etnico dello Stato «ebraico» di Israele e ispira la politica dei suoi governi.

Già dire «Palestina libera», a questa stregua, è antisemita, perché mette in questione l’esistenza di Israele. A parte il fatto che con le nuove centinaia di migliaia di coloni che l’attuale Governo promette di insediare nel poco che resta di Cisgiordania, se c’è qualcuno che sta vanificando la soluzione a due Stati non sono certo i palestinesi, a cui non è rimasta letteralmente la terra per averne uno. Ne ha preso atto anche una delle riviste internazionali più prestigiose, Foreign Affairs, che nel numero di maggio-giugno pubblica un saggio a firma di Michael Barnett, Nathan Brown, Marc Lynch e Shibley Telhami, Israel’s One-State Reality: «Una soluzione a uno Stato […] esiste già, comunque la si pensi. Tra il Mediterraneo e il Giordano, un solo Stato controlla l’entrata e l’uscita delle persone e dei beni, presiede alla sicurezza, e ha il potere di imporre le sue decisioni […] a milioni di persone senza il loro consenso». Ma poi, perché mai auspicare la liberazione di un popolo sarebbe auspicare la distruzione di un altro? Per dirla, ancora una volta, con gli autori di Foreign Affairs, «una realtà a uno Stato potrebbe, in linea di principio, basarsi sul principio democratico e uguali diritti di cittadinanza», anche se non è questo lo Stato presente. «Tra l’identità ebraica di Israele e la democrazia liberale, Israele ha scelto la prima. Ha blindato un sistema di supremazia ebraica, dove i non-ebrei sono strutturalmente discriminati o esclusi in uno schema a strati: alcuni non ebrei hanno la maggior parte, ma non tutti, i diritti che hanno gli ebrei, mente la maggioranza dei non ebrei vive in condizioni di grave segregazione, separazione, e soggezione».

Appunto. Se l’Onu e le altre agenzie internazionali hanno prodotto la montagna di risoluzioni che i governi di Israele hanno violato, primo tra tutti il diritto al ritorno dei palestinesi cacciati dalle loro terre, una ragione ci sarà. Una norma universale che valga un po’ sì e un po’ no è ancora una norma? Ma la norma dell’eguaglianza in dignità e diritti, purtroppo, è irrimediabilmente lesa. Non dal sionismo in generale, dato che tante versioni ce ne sono state, ma certo da quello cui si ispira la Legge dello Stato-nazione, approvata nel 2018 («emblema stesso del sionismo» la definì il portavoce della Knesset), con la sua distinzione tra due categorie di cittadini – quelli che godono, e quelli che non godono, dei diritti «nazionali». Riferendosi alla quale Netanyahu poté affermare che «lo Stato di Israele non è lo Stato di tutti i suoi cittadini ma del popolo ebraico esclusivamente». Ecco: ma deve forse esserlo, è nella sua natura discriminare all’interno categorie di cittadini e all’esterno espandere sempre di più l’occupazione illegale di terre non sue? Uno si aspetterebbe che la risposta non antisemita sia: no, certo! Tanto più adesso, quando i coloni compiono pogrom nei villaggi palestinesi e leader al governo si esprimono con linguaggio genocidario e molti israeliani esprimono il loro dissenso dall’attuale governo. Ma la perversa logica della definizione accusa di antisemitismo proprio la posizione critica, secondo cui la postura identitaria etnica non è l’essenza di Israele, ma riguarda solo le pessime politiche dei suoi governi, e di questo in particolare.

E come può un’agenzia di verità come dovrebbe essere la stampa far proprio un simile decreto, fatto per zittire tutte le posizioni critiche, e ledere il nostro diritto all’informazione?

L’articolo è tratto da il manifesto del 4 luglio


Operai

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Un viaggio all’interno della Fiat, per conoscere la vita, le case, le fabbriche di una classe che non c’è più. È il sottotitolo di “Operai”, scritto da Gad Lerner, per i tipi di Feltrinelli, nel 1988. Un libro estremamente attuale, come confermano le numerose ristampe. Ad esso alla sua genesi e al suo senso, in generale e nella vicenda politica dell’autore – sono dedicate alcune appassionate pagine del libro intervista di Gad Lerner con Elena Ciccarello che esce oggi per le Edizioni Gruppo Abele con il titolo Giornalisti da marciapiede. Per gentile concessione dell’editore le pubblichiamo di seguito. (la redazione) 

Come è nato il tuo primo libro, Operai? 

Chissà, forse dovrei risponderti che è nato dall’imbarazzo e dal senso di colpa per essere diventato un giornalista borghese. Dal bisogno di dimostrare a me stesso che anche se ero a L’Espresso e per la prima volta mi pagavano uno stipendio vero, io non ero cambiato: ancora pensavo che il giornalismo dovesse essere quella cosa in cui ero nato. Una missione che richiedeva di immergersi pienamente nell’ambiente proletario, fino a viverlo, e di continuare ad assumere come obiettivo prioritario il riscatto del lavoro manuale sotto padrone. Ma tutto questo ha un sapore troppo intimista. Diciamo che nel 1987 la fabbrica, la questione operaia, erano talmente dimenticate – una non notizia – da rappresentare proprio per questo ai miei occhi una notizia clamorosa.
Erano passati sette anni dall’autunno 1980, quando avevo seguito per Il Lavoro di Genova i 35 giorni di Mirafiori, la vertenza degli operai Fiat impegnati nel disperato tentativo di scongiurare una ristrutturazione aziendale che comportava per ventiquattromila di loro la cassa integrazione, anticamera dell’espulsione dalla fabbrica. L’epilogo, come è noto, fu la cosiddetta “marcia dei quarantamila” quadri (in verità furono quattro volte di meno) celebrata come suggello della rivincita padronale in una Torino che da allora in poi avrebbe cambiato volto. Ne seguirono, infatti, anni di lacerazione sociale, durante i quali decine di migliaia di lavoratori sono stati allontanati dallo stabilimento e si sono verificati diversi suicidi tra i cassaintegrati. Dilagava un clima di unilaterale esaltazione del successo padronale della Fiat. Intanto che io facevo la mia inchiesta, l’amministratore delegato Cesare Romiti rilasciava un’intervista dai toni apologetici all’allora vicedirettore di Repubblica, Giampaolo Pansa, in cui dichiarava la fine della lotta di classe e l’inutilità del sindacato. Il loro libro venne pubblicato nel 1988 da Rizzoli con il titolo Questi anni alla Fiat, e ovviamente fu un best seller, a differenza del mio che gli faceva il controcanto. Ma il tempo è galantuomo e il mio racconto delle condizioni di vita operaia dentro e fuori dalle fabbriche, dopo il divorzio fra sinistra e classe operaia, viene ancora ristampato. Quel panegirico, invece, oggi non sarebbe presentabile.

Lo scrivi nella premessa al libro: la cosiddetta marcia dei quarantamila aveva sancito la «definitiva cancellazione del logos attorno a cui s’era costituita l’identità della sinistra lungo tutto il dopoguerra: la centralità operaia».

E mi sbagliavo. Perché la sinistra politica era fin dagli albori del movimento operaio, non solo nel dopoguerra, concepita quale naturale portatrice degli interessi degli sfruttati. Per giustificare il divorzio, la fine della centralità operaia, alcuni sostenevano che quella classe sociale non esistesse più… i risultati li misuriamo ancora oggi. La sinistra italiana rinunciò a rappresentare la classe operaia. Non solo ripudiò il credo messianico di Karl Marx secondo cui gli operai, liberando se stessi, avrebbero liberato l’umanità intera, ma operò una recisione di legami addirittura più drastica rispetto ai socialdemocratici tedeschi e ai laburisti inglesi. Si cominciò a dire che Enrico Berlinguer si era sbagliato quando andò davanti ai cancelli per dire che era pronto ad appoggiare l’occupazione della fabbrica. E che la linea sindacale di resistenza era qualcosa di retrogrado. Per scrivere il libro ho girato in lungo e in largo la galassia degli stabilimenti Fiat, visitando gli impianti e poi raccogliendo, nelle case e nei paesi d’origine, molte testimonianze e storie di vita di una classe oramai abbandonata e invisibile. Non so quanto l’ufficio stampa Fiat avesse compreso le mie reali intenzioni – in fondo ero pur sempre un redattore de L’Espresso, giornale in buoni rapporti con gli Agnelli – fatto sta che mi diedero libero accesso quasi ovunque, accompagnato da Franco Sodano, un loro gentile funzionario. Spero non abbia passato dei guai in seguito, quando il capo ufficio stampa, Alberto Nicolello, trasecolò leggendo il libro. Ricordo la sua telefonata: «Ma hai scritto un libro contro di noi! E pensare che, visto l’interesse che mostravi, stavamo pensando di proporti di venire a lavorare qui».

Il libro ti è servito a superare il senso di colpa di cui parlavi?

Diciamo che mi ha rassicurato. Venne preso sul serio nel mondo sindacale e della sinistra, rinfrescò le mie vecchie consuetudini. Ancor oggi considero quel mondo una parte essenziale di me. Da ragazzino ho avuto la grande fortuna di frequentare figure affascinanti di lavoratori manuali autodidatti, divenuti intellettuali di valore. Non ho fatto l’università, quel legame con il mondo operaio-sindacale è stato la mia scuola. E così, negli anni seguenti, quando ho avuto modo di conoscere anche i padroni e i top manager – cioè la controparte –, li ho incontrati ricordandomi sempre da dove venivo, e confrontandoli con il mondo che avevo conosciuto bene. Questo mi ha consentito di saziare la mia curiosità quando instauravo amicizie con quelli che Bruno Manghi – per sfottermi – chiama sempre “i ricconi”. Il piacere di conoscerli senza appartenergli.

Hai ancora dimestichezza con gli ambienti operai?

Non mi è facile risponderti. Certo, conservo la dimestichezza dei linguaggi, non provo alcun imbarazzo nel frequentare persone rimaste a combattere con una busta paga esigua, mi appassionano le relazioni sindacali e l’organizzazione del lavoro, provo speciale rispetto per chi svolge mansioni manuali che implicano fatica fisica. E però… il cambiamento delle condizioni materiali di vita conta, eccome. Oggi sono un benestante. Potrei dirti che, sì, adesso vivo in questa bella casa a Milano, ma ringrazio il cielo di aver sperimentato l’abitare in case modestissime. È il compiacimento del parvenu, di quello che ce l’ha fatta? Al contrario, ripeto sempre a me stesso che bisogna tenersi pronti alla retrocessione, che può venire improvvisa così come l’ascesa sociale toccatami in sorte. Forse sono riflessioni che hanno poco a che fare col giornalismo. Ma è pur vero che quando scrivevo il libro Operai stavo in una soffitta di Torino prestatami da Goffredo Fofi, con il cesso sul ballatoio, e questo probabilmente aiutava il lavoro. Poi c’è il ricordo della prima casa di ringhiera in cui andai a vivere a Lambrate con alcuni amici, seguita da anni di indigenza e situazioni disagevoli. Insomma, so di poter vivere le due dimensioni. Mi piace il benessere, quando ho avuto i soldi sono stato spendaccione, mi sono tolto degli sfizi, ma conosco quell’altra vita.
In passato, il sindacalista che ho ammirato di più, credo anche il più libero nel rapporto con i padroni, è stato il segretario della Cisl di quegli anni, Pierre Carniti. Nel mondo cattolico legato alla fabbrica ho trovato persone più libere dall’ideologia. Un’altra persona che a Torino mi è stata maestra è stato il sociologo Bruno Manghi – quello dello sfottò sui ricconi – che ha rinunciato a una brillante carriera accademica per fare le scuole sindacali della Cisl, in un rapporto di coabitazione con l’esperienza operaia. Oggi, invece, ho maggior confidenza con i dirigenti della Cgil, a cominciare da Sergio Cofferati, Susanna Camusso e Maurizio Landini. Con loro sono di casa anche se sanno benissimo che sono diventato un borghese e che vado in barca con Carlo De Benedetti.

C’è ancora qualcuno che racconta quel mondo?

Direi di no. Non fa ascolti in tv e predomina una rappresentazione vittimistico-lagnosa che è sbagliatissima: la moglie dell’operaio che piange in cucina mostrando le bollette che non riesce a pagare. Bisognerebbe concentrarsi di più sul lavoro sfruttato, sulle normative ingiuste, sulla dignità negata a chi svolge mansioni subalterne. Invece pare che “sfruttamento” sia diventata una parolaccia indicibile. E guai a usare parole come “padroni”, guai a parlare di “cottimo” o tanto meno di “lotta di classe”. Un vocabolario considerato antico che invece sarebbe più che mai necessario nel racconto giornalistico contemporaneo del lavoro.

Chi sono gli operai di oggi?

Nonostante tutta l’innovazione tecnologica, l’automazione, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale, restano sempre almeno cinque milioni di persone in Italia adibite a svolgere lavori manuali del più vario genere sotto padrone. Aggiungetevi le loro famiglie, e fate il conto. Si tratta di un vasto proletariato – altra parola desueta ma necessaria – che quasi sempre coincide con redditi al limite o sotto la soglia di povertà. Oggi la composizione sociale di questo proletariato è una babele, il che rende difficile che fra loro si crei solidarietà, una volta avremmo detto “coscienza di classe”. Nel 2017 ho ripreso il titolo Operai per un’inchiesta televisiva in sei puntate per Rai3. Faceva impressione constatare quante lingue diverse si parlano dentro ai Cantieri navali di Monfalcone, dove operano a fisarmonica centinaia di ditte in appalto e in subappalto. Oppure, visitando di notte l’Ospedale civico di Palermo, scoprire che tra gli operatori sanitari e gli infermieri, che in quel momento svolgevano lo stesso identico lavoro, ce n’erano assunti a tempo indeterminato, col contratto a termine, con la partita Iva. Naturalmente con forti differenze retributive, alcuni garantiti quanto a ferie e malattia, altri no. Potrei continuare all’infinito, nel tempo della precarizzazione del lavoro generalizzata. Ritrovare un’identità comune, ovvero un senso di comunità incentrato sulla dignità del lavoro, è l’impresa difficile che ha di fronte chi ancora vuole battersi per la giustizia sociale.


C’era una volta l’informazione

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Una delle tante nefaste conseguenze del Covid (alla faccia di quelle anime candide che credevano che dopo sarebbe stato meglio) non sarà solo di avere della gente più grassa e dei ragazzi più ignoranti ma anche di aver perso una bella fetta di informazione.

Le poche volte che guardo i notiziari televisivi, sono infarciti di numeri su tamponi, ricoveri e morti. Quasi che non muoiano ogni anno più di 190.000 persone per tumore e 50.000 nella sola Pianura Padana per inquinamento. Deve passare solo una parte dei morti. Condita con stupidissime interviste per la strada del tipo «Lei si è vaccinato? Fa anche il tampone?». Dopo il bollettino di guerra sul Covid (non abbiamo forse un generale a combatterlo?), solo la politica governativa (senza un filo di critica), poi altri morti per le ragioni più svariate e un po’ di gossip e/o di sport.

Forse la gente non se ne rende conto, ma anche grazie alla pandemia, il livello dell’informazione è scaduto drasticamente. Passano solo certe notizie (condite da non-notizie) e manca totalmente la critica. I media sono totalmente asserviti al potere e i giornalisti, se vogliono conservare il posto di lavoro, sono solo più dei valletti accondiscendenti. E questo della perdita del lavoro è tanto più vero per la carta stampata visto che è arcinota la crisi in cui si dibatte l’editoria. Quindi non resta al giornalista che asservirsi alla logica padronale se tiene famiglia o una casa in affitto. Questo – oltre alle aggressioni fisiche e alle intimidazioni – dovrebbe emergere in una classifica sulla libertà di stampa come quella che viene annualmente redatta da Reporters sans Frontieres. Quanto è libero il giornalista di fare il suo mestiere?

Per fortuna residua ancora un mondo in cui le notizie filtrano ed è quello della rete. Il resto è omologazione. O dittatura?


Anche in Italia c’è bisogno di difensori dei diritti umani

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Siamo reti, organizzazioni e associazioni (Fondazione Basso, Centro Riforma dello Stato, Volere la Luna, Osservatorio Repressione, Associazione Bianca Guidetti Serra e Rete in difesa di) che da tempo lavorano sui temi della difesa dei diritti umani e che hanno seguito e seguono con crescente preoccupazione i tanti casi di violazione che avvengono, nel mondo, in Europa, e anche nel nostro Paese. Ci proponiamo di realizzare azioni comuni per favorire una consapevolezza maggiore sulla funzione che i difensori dei diritti umani – organizzazioni e singole persone – esercitano nel garantire il pieno rispetto dei diritti umani. Inoltre, intendiamo promuovere l’impegno dell’Italia nella protezione dei difensori a livello nazionale e internazionale, in conformità con quanto stabilito dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani e dalle linee guida sulla protezione dei difensori elaborate dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE.

Se da un lato valutiamo positivamente i passi compiuti dalle nostre istituzioni in direzione della formalizzazione dell’impegno dell’Italia nella protezione dei difensori, avvenuta nella cornice della Presidenza dell’OSCE e della candidatura dell’Italia al Consiglio Onu per i diritti umani, dall’altro lato osserviamo la persistenza di alcuni fattori che continuano a destare la nostra preoccupazione. Tra questi: a) la scarsa e poco diffusa cultura dei diritti umani; b) la frammentazione delle competenze a livello istituzionale in relazione all’applicazione degli impegni internazionali sui difensori dei diritti umani; c) l’assenza di un sistema di monitoraggio delle violazioni dei diritti umani a danno dei difensori e d) il continuo rinvio della creazione di una Autorità nazionale indipendente preposta a vigilare sul loro rispetto (raccomandazione UPR, 2019)

Abbiamo motivo di ritenere che i molteplici abusi documentati in questi anni nei confronti dei difensori dei diritti umani non siano casi isolati. Essi rappresentano piuttosto una tendenza diffusa e sistematica alla restrizione degli spazi di agibilità democratica e al ricorso alla repressione del dissenso. Tra le forme di abuso, segnaliamo la diffamazione, la delegittimazione, la stigmatizzazione, le aggressioni fisiche e verbali, le minacce e l’aumento dei processi e delle condanne penali a carico dei difensori. Si tratta di fatti che mettono a rischio non solo l’integrità fisica, la libertà, la sicurezza e la dignità dei difensori, ma anche il senso stesso della solidarietà e l’imperativo morale del rispetto dei diritti umani, con gravi conseguenze sulla nostra democrazia. Tra le categorie più colpite vi sono i difensori delle persone migranti e rifugiate, i difensori ambientali, i giornalisti, gli avvocati, ancora di più a rischio se donne o persone appartenenti alla comunità LGBT (tra questi, l’avvocata per i diritti dei LGBT Cathy La Torre).

1. Dati e casi emblematici

Dati sulla repressione contro attivisti e difensori dal 2011 a oggi (fonte: Osservatorio Repressione)
Dal 2011 a oggi, si registra una tendenza piuttosto costante relativa al numero di arresti, persone denunciate, ordinanze di sorveglianza speciale, fogli di via e obblighi di dimora. Dal 2017 si osserva in maniera particolare un aumento dei decreti di condanna penale e della presenza della DASPO in occasione di manifestazioni di protesta anche in seguito all’adozione dei decreti sicurezza cosiddetti Salvini.

Abusi contro i giornalisti (fonte: Ossigeno per l’informazione)
Dal 2006 a oggi, sono stati monitorati oltre 3.700 abusi commessi contro i giornalisti, soprattutto quando questi trattano temi come la criminalità organizzata, la migrazione e le grandi opere. Gli abusi (principalmente diffamazione e attacchi personali) si manifestano in forma diretta e indiretta, e attraverso i social media. Tra i casi noti, vi sono quelli del giornalista Paolo Borrometi, Federica Angeli, Francesco Pagliuso e Nancy Porsia. In particolare, quest’ultima è stata al centro di un caso di intercettazione telefonica illegittima che ha coinvolto i difensori dei diritti umani Alessandra Ballerini e Don Mussie Zerai. Per quanto riguarda il ricorso alle querele temerarie (le cosiddette SLAPPs), tale pratica è molto diffusa in Italia (il nostro paese è stato oggetto di vari richiami dalle autorità comunitarie). Siamo in attesa dell’adozione di una legge apposita attualmente all’esame del Parlamento. La nostra azione coinvolgerà anche il neonato gruppo di lavoro nazionale sulle SLAPPs, che di recente ha pubblicato un rapporto con una sezione sull’Italia (https://www.balcanicaucaso.org/Occasional-papers/SLAPP-la-querela-che-minaccia-la-liberta-di-espressione).

Criminalizzazione nei confronti dei difensori dei migranti e repressione giudiziaria
Il processo di sostanziale di revisione delle iniziative legislative del primo governo Conte, conosciute come decreti sicurezza, pur presentando alcune luci (il ripristino della protezione umanitaria per i richiedenti asilo e il raddoppio a due anni della durata del permesso di soggiorno) contiene ancora molte ombre. Il nuovo decreto-legge n. 130 del 2020 mantiene, in forma attenuata, la sanzione nei confronti delle imbarcazioni che soccorrono migranti in mare che da amministrativa diventa penale. Il rischio di una sanzione alle ONG o ad altri soggetti privati resta alto, anche nei casi di osservanza delle norme del diritto internazionale del mare (Fonte: Asgi). Perdurano le forme di intimidazione applicate a livello giudiziario. Esse rafforzano il clima ostile nei confronti dei difensori che assistono i migranti e il ricorso al diritto penale come modalità per scoraggiare i difensori dal prestare loro assistenza. La diffusione di un atteggiamento, istituzionale e mediatico, di sospetto nei confronti dei difensori che prestano attività di accoglienza e di soccorso nel Mediterraneo ha favorito l’affermarsi del «reato di solidarietà» che ha trovato riscontro non solo nel discorso pubblico, ma anche in alcuni provvedimenti (cautelari) dell’autorità giudiziaria con cui è stato disposto il sequestro delle imbarcazioni impegnate nel prestare soccorso ai migranti (Tribunale di Trapani nel 2017 e Tribunale di Catania nel 2018). A livello di procedimenti giudiziari, sono ormai celebri i casi a carico della nave Iuventa, in gestione della ONG tedesca Jugend Rettet, di Proactiva Open Arms, di Mediterranea e di Sea Watch.
La situazione dei difensori dei diritti dei migranti in Italia è da tempo all’attenzione delle istanze internazionali quali gli Special Rapporteur ONU sui Difensori dei Diritti Umani e dei Migranti, che hanno inviato numerose comunicazioni al Governo italiano. Va sottolineato che, ad esclusione del caso di Jugend Rettet, tutte le cause intentate contro ONG o difensori dei diritti dei migranti risultano concluse con l’assoluzione degli imputati. Ciononostante, tali processi hanno contribuito a delegittimare l’operato di chi si impegna per i diritti dei migranti, in assenza di un esplicito pronunciamento in loro sostegno da parte delle autorità pubbliche come invece dovrebbe essere in ottemperanza alle linee guida OSCE sui Difensori dei Diritti Umani. Recente è il caso dell’assoluzione di due attivisti dell’associazione Linea di Confine, mentre sono ancora in corso processi a carico di un attivista dell’associazione Baobab e di tre attiviste di una associazione per i migranti di Pordenone. È di pochi giorni fa, inoltre, la notizia dell’estradizione nelle carceri francesi dell’attivista No Tav Emilio Scalzo, accusato di aver partecipato ad alcune iniziative in protezione dei diritti di migranti lungo il confine Italia-Francia.
In questo contesto di ambiente ostile si inserisce la condanna in primo grado del Tribunale di Locri emessa lo scorso ottobre nei confronti di Mimmo Lucano, tre volte sindaco di Riace, città un tempo modello di accoglienza dei migranti. La condanna, che ha raddoppiato la pena richiesta dall’accusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa e abuso d’ufficio, ha assunto i contorni di una punizione esemplare a un’idea di accoglienza dei migranti (Fonti: Fondazione Basso e Volere la luna).
Infine, come evidenziato nel corso della recente missione dell’UN Working Group on Business and Human Rights, la situazione dei diritti umani e dei difensori dei diritti dei lavoratori migranti e braccianti migranti è estremamente preoccupante. Varie minacce sono state rivolte ad attivisti e sindacalisti attivi nel settore da parte della criminalità organizzata. Il sindacalista dei braccianti Sumaila Sacko è stato ucciso in Calabria due anni fa proprio per il suo impegno. Un altro caso è quello dell’uccisione, nel corso di un picchetto, del sindacalista del SI COBAS Adil Belakhdim, travolto da un camion a Biandrate (Novara) il 18 giugno di quest’anno.

No Tav e No Tap: esperienza paradigmatica di repressione e accanimento giudiziario
Sono stati documentati numerosi abusi commessi da agenti delle Forze di Polizia nel corso delle manifestazioni organizzate dai movimenti No Tav e No Tap. Tra le azioni di contrasto si segnalano: il numero massiccio e spropositato di mezzi e agenti; il blocco agli accessi e alle uscite dai luoghi interessati dalla manifestazione, estesi anche ai cittadini presenti; gli atteggiamenti aggressivi e violenti compiuti dagli agenti, anche a danno dei non manifestanti; l’identificazione e la segnalazione dei manifestanti; la limitazione della libertà di movimento e la creazione di “zone rosse” attorno ai cantieri. Anche la repressione giudiziaria è stata durissima: sono ormai centinaia i processi contro gli appartenenti al movimento No Tav con oltre mille indagati e anche per episodi di estrema modestia (es. Dana Lauriola). Lo schema, ricorrente, si ripropone anche per gli attivisti del movimento No Tap. Nel 2018, 47 attivisti sono stati coinvolti in un maxiprocesso con oltre 74 capi di imputazione.
Secondo la sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli sulle grandi opere del 2015, lo schema è quello del diritto penale del nemico, volto a creare un clima di paura in altri membri della comunità coinvolti in attività di protesta sociale e di partecipazione, limitando così i diritti costituzionali dei cittadini.
Per quanto riguarda i processi al movimento No Tap, il 21 marzo scorso il Tribunale di Lecce, in tre processi distinti, ha condannato 67 difensori dell’ambiente a pene variabili tra i tre e i sei mesi di reclusione e multe fino a 4200 euro, con l’accusa di proteste non autorizzate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio (fonte: FrontLine Defenders). In molti casi le autorità giudiziarie hanno comminato Daspo ad attivisti No Tap restringendo in maniera arbitraria il loro diritto alla mobilità. Più di recente, agli inizi di dicembre, altri tre attivisti No Tap sono stati condannati a 4 mesi ed altri 30 circa sono ancora sotto processo per aver partecipato ad alcune manifestazioni contro il gasdotto due anni fa, dopo essere stati oggetto di intimidazioni da parte delle forze di polizia.
Altri casi di criminalizzazione o delegittimazione di movimenti ecologisti e pacifisti nonviolenti riguardano le Mamme contro l’operazione Lince e contro la Repressione in Sardegna (45 giovani loro figli sono sotto processo per aver protestato contro le basi militari in Sardegna) e le mamme No PFAS nel Veneto. Quest’ultimo caso è stato analizzato anche da una delegazione dell’OSCE che ha visitato l’Italia lo scorso anno con il proposito di valutare la situazione dei difensori nel nostro paese.

Impunità nei casi di atti di violenza, minacce e intimidazione a danno dei difensori
Nonostante siano stati registrati numerosi progressi in risposta alle forme di intimidazione e stigmatizzazione che si commettono online (nel 2019 sono stati identificati dalle autorità competenti 288 presunti responsabili), non si può dire lo stesso nei riguardi di attacchi diretti e abusi commessi in altri contesti come quelli appena descritti. Mancano indagini adeguate sui responsabili di questi abusi e la tendenza è quella di minimizzare il fenomeno.

2. Con le nostre azioni intendiamo:

– creare una piattaforma di monitoraggio, supporto e accompagnamento dei difensori dei diritti umani in Italia, con focus iniziale su difensori dei diritti dei migranti, dell’ambiente e dei lavoratori;
– creare un servizio di supporto legale in favore dei difensori;
– facilitare le relazioni con le istanze internazionali di tutela dei diritti umani, tra cui i Relatori speciali ONU, l’OSCE, la FRA e la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa. 

3. Raccomandazioni

A. È necessario che l’Italia adotti un programma nazionale per la protezione e tutela dei difensori dei diritti umani e del diritto al dissenso, che assicuri trasparenza e impegno delle autorità competenti, in conformità con quanto stabilito dalla Convenzione ONU sui Difensori dei Diritti Umani e dalle linee guida OSCE. L’istituzione dell’Autorità Nazionale indipendente per i diritti umani e l’inclusione, nel proprio mandato, del sostegno ai difensori dei diritti umani non è più prorogabile. L’Autorità deve predisporre e coordinare un programma nazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani che includa la partecipazione attiva della società civile, e che assicuri al contempo il coordinamento inter-istituzionale e l’indagine su eventuali violazioni dei diritti dei difensori. In attesa della sua creazione, è necessario mettere a punto un piano di azione nazionale sui difensori e sul diritto al dissenso e agli spazi di agibilità civile e democratica che assicuri il monitoraggio indipendente e il coordinamento con gli organismi internazionali e l’applicazione degli impegni e degli standard di tutela del loro operato.

B. È necessario predisporre un modulo di formazione sugli strumenti e gli obblighi internazionali relativi al rispetto dei difensori, rivolto a pubblici funzionari, operatori delle forze di sicurezza, funzionari del settore giudiziario (pubblici ministeri e giudici) e dei ministeri competenti.

C. Ogni anno dovrà essere pubblicato un rapporto sullo stato di attuazione degli impegni presi dal Paese per il rispetto dei difensori dei diritti umani, delle linee guida OSCE-ODIHR, delle raccomandazioni degli organismi internazionali di tutela e delle iniziative intraprese al riguardo.

D. Ogni autorità competente dovrà dotarsi di “focal point” dedicati al monitoraggio dell’attuazione degli impegni internazionali sui diritti umani e i difensori dei diritti umani, come espressione di un tavolo di lavoro indipendente che coinvolge organismi nazionali e organizzazioni della società civile.

È l’intervento consegnato dagli autori alla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović nel corso dell’incontro avvenuto a Roma l’8 dicembre 2021


Il dittatore turco. Una guida per il presidente Draghi

Autore:

Gentile presidente del Consiglio Mario Draghi,

Qualche giorno fa, durante una conferenza stampa, Lei ha definito “dittatore” il Presidente della Repubblica di Turchia. È stato un momento storico, dato che Lei è stato il primo leader europeo importante a usare questa parola, in questo contesto, pubblicamente. Lo dicevano un po’ dappertutto in realtà da tempo. Nei corridoi e nelle aule dei parlamenti europei, durante le manifestazioni e sui muri della città in cui vivo, Torino. Lo dicono da tempo anche milioni di persone in Turchia. Solo che a differenza di Lei, loro finiscono in carcere, nella meno peggio delle ipotesi.

Rispettabile sig. Draghi, ora quindi possiamo passare ai fatti. Ci faccia vedere come ci si deve comportare nei confronti di un “dittatore”. Quando, la prossima volta, andrà a incontrare i suoi colleghi in Turchia, oppure per fare le vacanze, Le suggerisco di fare visita ad alcune persone.

Nedim Turfent, giornalista curdo di cittadinanza turca, si trova in carcere da circa 1800 giorni, accusato di «appartenere a un’organizzazione terroristica». Le prove? Sono le dichiarazioni di 20 testimoni anonimi. Tuttavia durante lo svolgimento del processo, in aula, 19 di questi hanno deciso di ritirare le loro dichiarazioni specificando che le avrebbero rilasciate sotto tortura. Nonostante questo il giudice ha utilizzato le prime dichiarazioni di questi testimoni per condannare Nedim a 8 anni e 9 mesi di carcere. Eh sì, in Turchia le persone vengono arrestate e condannate anche grazie alle dichiarazioni di testimoni anonimi. Le pare strano? Mi scriva, che Le racconto altri casi analoghi. Il 12 maggio del 2016, Nedim Turfent è stato preso in detenzione provvisoria e il giorno dopo è stato confermato il suo arresto. Nedim ha dovuto aspettare ben 13 mesi per vedere il suo capo d’imputazione. Il 14 maggio 2017, il giorno della sua prima udienza, Nedim si trovava in carcere da 399 giorni. A Nedim è stato negato il diritto di partecipare personalmente alle udienze e la Cassazione ha rigettato il ricorso fatto dai suoi avvocati. Nedim aspetta ancora la pronuncia della Cedu. Una piccola nota: i suoi colleghi e avvocati sostengono che Nedim sia in carcere perché ha diffuso un breve video ripreso in un cantiere edile, nella città di Hakkari nel 2016. I membri delle Squadre delle Operazioni Speciali avevano fatto sdraiare per terra proni diversi operai e li insultavano e minacciavano con delle dichiarazioni razziste. Le ricordo che Nedim Turfent si trova nel Carcere ad Alta Sicurezza di Van. L’indirizzo: Erciş Yolu Üzeri 25. KM Yüksek Güvenlikli Kapalı Ceza İnfaz Kurumu Tuşba / Van. Sul sito del ministero della Giustizia dice che è aperto h. 24.

Nella sua prossima visita potrebbe andare a trovare anche Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), si trova in carcere da circa 5 anni. Tra le accuse rivolte all’ex parlamentare c’è anche quella di «agire per conto di organizzazioni terroristiche». Già, in Turchia il concetto di “terrorismo” è un po’ scivoloso e viene usato parecchio. Mi scriva anche per questo, ho un bel po’ da raccontare. Le prove che ha utilizzato il procuratore per “incastrare” Demirtas sono molto interessanti. Un testimone anonimo di sopranome “Mercek” di cui le dichiarazioni contro Demirtas hanno trovato spazio nelle carte preparate dal procuratore, nonostante secondo il tribunale penale di Ankara questo testimone non sia mai esistito. Demirtas è accusato di aver svolto delle conversazioni telefoniche con alcuni “terroristi”, tuttavia i tabulati dimostrano che si tratta dei parlamentari del suo partito. Ah, tra l’altro si tratta di intercettazioni fatte in maniera illegale. Inoltre per condannare l’ex parlamentare sono stati utilizzati anche i suoi discorsi pubblici e registrati fatti dentro al Parlamento nazionale. Infine Demirtas è accusato di “incitare all’odio” per via di alcuni tweet. Tuttavia, è stato dimostrato che erano scritti da un account Twitter che non gli apparteneva, particolare che al procuratore non interessa. A proposito del procuratore, sono già dieci. Già: dieci procuratori e tutti quanti sono in carcere. Questo governo utilizza le carte prodotte da questi 10 procuratori che dalla magistratura sono stati accusati di «appartenere a un’organizzazione terroristica» e sono stati arrestati. Nonostante la Corte Costituzionale di Turchia, la Corte europea dei diritti dell’uomo e la sua Grande Camera, in tre tempi diversi, abbiano ritenuto puramente “politica” la sua detenzione, Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del secondo partito di opposizione che nell’ultima tornata elettorale ha incassato 6 milioni di voti, si trova tuttora in carcere. Sempre per la Sua prossima visita in Turchia, vorrei segnalare che Demirtas si trova nel Carcere Tipo F di Edirne, l’indirizzo è Umurbey Mah. Büyükdöllük yolu üzeri Ticaret Borsası yanı Merkez/EDİRNE.

Invece, se non volesse entrare nei centri penitenziari, Le proporrei di fare una visita a quei centinaia di professori che protestano da circa 100 giorni dentro il campus dell’università di Bogaziçi. Non so se Lei abbia sentito o meno, ma il presidente della Repubblica, il primo gennaio di quest’anno, ha deciso di nominare, ignorando le elezioni interne, un nuovo rettore. Ovviamente un outsider, iscritto al suo partito, pure candidato per diventare parlamentare. Una figura diventata molto discutibile anche a causa delle sue dichiarazioni dopo essere diventato rettore. Questi accademici con i loro studenti da mesi protestano e vengono bastonati, minacciati, insultati, arrestati, denunciati e maltrattati durante la detenzione. Nei confronti di queste persone è in atto un forte linciaggio mediatico e politico. Ovviamente anche in questo caso sono stati accusati di avere dei «legami con organizzazioni terroristiche», stavolta direttamente dal presidente della Repubblica. Di sicuro la Sua visita sarebbe per loro molto gradita. Il campus si trova nel quartiere di Bebek che appartiene al Municipio di Besiktas. Se chiede a qualche passante Le saprà indicare l’indirizzo esatto.

Infine, caro presidente del Consiglio, Le consiglierei vivamente di andare a trovare anche Berkin Elvan. Durante la rivolta del Parco Gezi, nel 2013, in località Okmeydani a Istanbul, Berkin è stato colpito alla testa da un candelotto sparato dalla polizia. Dopo 269 giorni di coma, il giovane ha perso la vita, aveva 15 anni. In un comizio elettorale, in quel periodo, il presidente della Repubblica era ancora il primo ministro del Paese e aveva pronunciato queste parole in merito al caso di Berkin e all’intervento sproporzionato della polizia: «Si tratta di un ragazzo che faceva parte delle organizzazioni terroristiche. Tutti si chiedono chi fosse a dare l’ordine alla polizia di sparare, sono stato io. La nostra polizia è stata leggendaria». Berkin Elvan dorme nel Cimitero di Ferikoy, si trova nel vecchio quartiere armeno in cui sono nato e cresciuto. Anche in questo caso, basta chiedere a un passante, glielo faranno vedere subito.

Caro presidente, Lei ha fatto un passo importante, ora è il momento di passare ai fatti. Altrimenti potrebbe perdere facilmente la sua credibilità, per un politico non sarebbe una cosa positiva. Facendo queste visite potrebbe dimostrare che in Europa ci sono anche dei leader che non sono solamente “preoccupati” per la situazione in Turchia e occasionalmente bastonano il regime a distanza, mentre quando incontrano “il dittatore”, si allacciano i bottoni delle giacche, firmano ogni accordo possibile e si fanno ricattare e umiliare. Io invece vorrei contare sulla Sua sincerità. Grazie.

Per qualsiasi cosa non esiti a contattarmi.

Distinti saluti

La lettera aperta è stata pubblicata anche su il manifesto del 23 aprile.


Intercettazioni: quando l’eccesso diventa intollerabile

Autore:

Inconcepibile e intollerabile. Ha ragione Danilo Paolini (Intercettazioni. È ancora intercettopoli, stavolta contro la libera informazione, Avvenire, 3 aprile, ndr): le intercettazioni (disposte dalla procura di Trapani nel 2016) che hanno coinvolto alcuni giornalisti di varie testate ‒ soprattutto Nancy Porsia e, tra gli altri, Nello Scavo di Avvenire ‒ che contattavano loro fonti per avere notizie sul traffico di esseri umani in Libia e sui soccorsi umanitari, sono semplicemente intollerabili. Ma, purtroppo, non stupiscono. Soprattutto: quelle intercettazioni sono state disposte rispettando la legge. Questa è la cosa più grave. Intendiamoci. Alcune cose, tra quelle riportate dai giornali, sarebbero illegali. Ad esempio, se fosse confermato che sono rimaste agli atti e sono state trascritte e depositate le telefonate captate tra la giornalista freelance Porsia e il suo avvocato Alessandra Ballerini, ciò sarebbe illegale (articolo 271 del codice di procedura penale). La Procura di Trapani, oggi, ha assicurato che non sarebbe così.

Ma, per il resto, ciò che ha fatto il pubblico ministero di Trapani non è censurabile. E non è così inusuale. Egli ha intercettato persone non indagate, che erano in contatto con indagati, al fine di raccogliere notizie penalmente rilevanti su questi ultimi. Il codice lo consente. Sennonché. Come sempre: non basta invocare di aver fatto una cosa rispettando la legge per poter dimostrare di aver fatto una cosa giusta. A nessuno verrebbe in mente di contestare il fatto che si intercetti il telefono dei parenti o amici di famiglia di una vittima di un sequestro di persona, che potrebbero essere contattati dai sequestratori. O che si controlli il telefono di un imprenditore, vittima di estorsione e indotto alla reticenza dalla forza di intimidazione dei criminali. Quindi, sarebbe impensabile invocare una legge che consenta di intercettare soltanto persone indagate.

Ma la legge andrebbe applicata con buon senso. E ai magistrati, che ogni giorno invocano il diritto-dovere di applicare la legge in modo «costituzionalmente orientato», andrebbe ricordato che esiste un articolo 15 della Costituzione che consacra come «inviolabile» la libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione. Certo, dice il capoverso di quell’articolo, anche quel diritto di libertà può essere limitato con un atto motivato dell’autorità giudiziaria. Ma chi è chiamato a esercitare questo terribile potere dovrebbe farlo soltanto dopo un ponderato bilanciamento dei princìpi in gioco: da un lato il dovere di esercitare l’azione penale di fronte a un reato; dall’altro, la libertà di comunicare. E non farebbe male a meditare quanto sia costato, in passato, nella storia italiana, il sacrificio di questa libertà. E quanto sia costato, ai nostri padri, riconquistarla.

Orbene: leggo che Nello Scavo sarebbe stato intercettato per scoprire la fonte da cui lui e un altro collega di Avvenire ricevevano un video che documentava le torture subite dai migranti in Libia. Il lettore si fermi un attimo su questa circostanza e si chieda: a questo punto siamo arrivati? È questo il prezzo che si deve pagare per avere una magistratura libera di condurre come vuole le indagini? Io penso di no.

Quando, una quarantina d’anni fa, entrai in magistratura ero stato sorpreso dalle parole di un anziano collega che ‒ commentando i successi di un giudice istruttore che aveva sgominato i sequestri di persona in Piemonte ‒ aveva detto: «Sì, certo; però lo ha fatto intercettando i telefoni di mezza Torino». Penso che quel magistrato avesse torto e riflettesse un antico e troppo rigido pregiudizio ideologico verso gli inquirenti. Ma il suo commento era l’espressione di una discussione profonda con i colleghi che la pensavano diversamente, che però aveva, alla base, una comune consapevolezza: l’importanza del bilanciamento fra diversi diritti. Si trattava di comprendere fino a che punto le indagini potevano spingersi nel limitare la segretezza delle comunicazioni di altre persone, probabilmente non coinvolte nei reati. Si trattava di trovare il punto di equilibrio.

La posta in gioco era chiara a tutti. Di questo si discuteva e magari si litigava. Se penso alla facilità con cui oggi vengono chieste, autorizzate e lungamente prorogate intercettazioni per reati infinitamente meno gravi del sequestro di persona a scopo di estorsione, a volte provo nostalgia per le accese discussioni ideologiche di quarant’anni fa. Sento spesso dire: ma l’uso estensivo delle intercettazioni è utile. Ma ci vogliamo ogni tanto ricordare che nella vita, e tanto più nel processo, non tutto quello che è utile è anche giusto? La risposta «è utile alle indagini» non può soddisfarci. Perché ciò che secondo la nostra Costituzione costituisce l’eccezione non può diventare la regola. C’è un limite oltre il quale ‒ ci ha ricordato Giovanni Verde ‒ «la nostra Repubblica (pensata come) democratica liberale» si trasforma in uno «Stato etico».

Questa è la strada, lastricata di buone intenzioni, a cui porta l’uso smodato delle intercettazioni; in particolare quelle col mezzo informatico del “trojan” che la riforma di due anni fa ha reso possibile per una gamma molto ampia di delitti, consentendone l’utilizzabilità anche per provare reati diversi da quelli per cui il giudice le ha autorizzate ed emersi nel corso degli ascolti (il cosiddetto utilizzo “a strascico”).

La stampa ‒ come ha ricordato Paolini ‒ ha le sue gravi responsabilità: per troppi anni ha solleticato il palato dei lettori con la pubblicazione di intercettazioni piene di pettegolezzi e particolari piccanti assolutamente irrilevanti per le indagini. Possiamo ben scriverlo dalle colonne di Avvenire che non ha mai voluto indulgere a questo andazzo. Ora anche i giornalisti cominciano a pagare il prezzo di questa deriva culturale. È ora di reagire. Se non ora, quando?

 L’articolo è tratto da Avvenire del 4 aprile 2021, dove è stato pubblicato con il titolo
Libia. Intercettazioni giornalisti a doppio taglio, tra illegalità e legalità ingiusta”

 


RAI: servizi o marchette?

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Una volta in televisione, negli organi di disinformazione, esisteva il “panino”: su un determinato argomento il giornalista intervistava l’interessato, poi sentiva chi contestava o obiettava, infine terminava di nuovo con l’interessato. Risultato? A chi guardava il servizio restava impressa l’opinione dell’interessato. Una tecnica vecchia, ormai superata dalla “marchetta”. Si intervista direttamente l’interessato. E stop.

Mi è venuto in mente questo quando, al TG3 serale del 23 novembre, dopo i consueti inutili servizi specifici sul Covid (apro parentesi, oramai non si parla d’altro: se volete conoscere qualche notizia andate in rete, altrimenti dovrete sorbirvi inviati a Milano, Napoli, Roma, che intervistano gente comune e comuni medici), ci sono stati due servizi, uno al Sestriere e uno in un allevamento di visoni del bresciano (http://www.tg3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0a7a7d71-0596-4cf2-9856-710928f43dc9-tg3.html#p).

Due marchette, appunto.

Primo servizio. Il giornalista al Sestriere afferma che le piste da sci «nutrono un mondo, dall’artigianato al commercio». E già qui ci sarebbe da ridere: che lo sci di pista nutra innanzitutto l’artigianato… Ma dove? Ma quando? Poi, solo quattro voci ascoltate: una maestra di sci, il presidente della Sestriere spa, la presidentessa dell’Ascom e il sindaco. E le voci, riportate, di Tomba e della Brignone. Messaggio: se non si aprono gli impianti questi sono rovinati.

Secondo servizio: gli allevamenti di visoni. Il giornalista va a intervistare il titolare di un allevamento del bresciano che rassicura tutti: qui gli animali non sono infetti. Va tutto bene, non è come in Danimarca (https://volerelaluna.it/commenti/2020/11/22/lo-sterminio-dei-visoni-e-lo-stupore-assente/). Ma poi chiama al telefono il titolare di un allevamento di Cremona che dovrà/dovrebbe abbattere i 28.000 capi che alleva per via del contagio (che c’è? non c’è? non si capisce, ma non importa). Il giornalista commenta che il settore è già in crisi e il Covid potrebbe dare il colpo di grazia.

In un caso e nell’altro si fa una scelta di notizie da fornire e, guarda caso, è solo ed esclusivamente una scelta dettata da esigenze economiche da salvare. Ricordo bene, tanti anni fa un servizio sempre del TG3 di Gianfranco Bianco, che andò a intervistare le maestranze di una ditta che lavorava ai sondaggi per il terzo valico ferroviario, perché rischiavano di perdere il lavoro a causa di un sequestro disposto dal magistrato. Stessa logica dei servizi del 23 novembre.

Non aspettatevi dalla RAI che vi dica quanto si sono arricchite le grandi stazioni di sci negli anni pregressi, quanto costi produrre neve finta, quali ricadute negative si abbiano con la stessa, quanto la mano pubblica abbia salvato dal fallimento diverse piccole stazioni, quasi che non ci dovesse essere rischio di impresa. Non aspettatevi che la RAI vi mostri le condizioni di vita (?) dei visoni dentro le loro gabbiette, men che meno quando vengono soppressi dopo questa vita (?). Per fare cosa? Pellicce. Bisogna salvare l’economia purchessia, questo è il messaggio che deve veicolare. Che poi sia l’alta velocità, le piste da sci, i visoni, o l’ILVA di Taranto chissenefrega.

Al di là del discorso della libertà di stampa, che comunque è una cosa seria e ci vede solo al quarantunesimo posto nel mondo quest’anno (https://rsf.org/en/ranking) si dovrebbe pensare seriamente a cosa è diventato il mestiere del giornalista, che sia pagato dalla RAI, da Il Corriere della Sera, o da Libero non importa. Per quanto mi riguarda, quando mi dicono «tu che sei giornalista» io ci tengo a precisare «blogger, prego».


Uno sguardo dal ponte. Governatori negazionisti e giornalisti di complemento

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È crollata una campata di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona. Un crollo drammatico (anche se per fortuna non ci sono state vittime). Ma anche un crollo simbolico di un ponte che unisce la Liguria al Piemonte, regioni i cui cittadini hanno affidato il governo a due “negazionisti” del cambiamento climatico: Toti & Cirio (quest’ultimo appena a ottobre aveva messo ai voti un documento che nega sostanzialmente e “formalmente” quanto – purtroppo – sotto gli occhi di tutti: v. torinotoday!)

Oggi i due coccodrilli “affacciati” sul baratro del viadotto di Altare invocano nuove Grandi Opere da fondare sul territorio “sfarinato” che le loro politiche hanno reso tale (in “coerente” prosecuzione, del resto, di quelle di chi li ha preceduti). E oggi si apprestano a portare in processione la ministra del calcestruzzo cui chiederanno nuovi appalti “senza lacci e lacciuoli” perché quanto prima delle loro regioni e dell’intera penisola non resti che il ricordo di quanto era bella.

A mo’ di promemoria, giova ricordare che l’autostrada Torino Savona (riverniciata col suggestivo slogan “la verdemare”) nacque come “camionale” per collegare Torino col porto di Savona e venne realizzata in economia dalla Fiat per rendere meno tortuoso e a minor pendenza il viaggio delle sue bisarche cariche di auto destinate all’export. Venne realizzata a carreggiata unica e corsie di sorpasso alternate ma non protette da spartitraffico centrale. Per molti anni la tratta pianeggiante tra Carmagnola e Marene, dove era stata realizzata una nuova carreggiata affiancata alla prima, è stata chiusa al traffico perché usata come pista di prova delle auto del Lingotto! Per le centinaia di incidenti – spesso urti frontali – si “meritò” un’altra e meno suggestiva definizione: l’“autostrada della morte” e venne addirittura chiusa al traffico, da luglio a ottobre del 1980, in forza di un’ordinanza della magistratura! Ma nonostante processi, polemiche, interpellanze parlamentari la Fiat venne sollevata dall’onere di fare finalmente della “sua” camionale un’autostrada degna di questo nome e di incassare “giustificatamente” il pedaggio. La concessione venne accollata a “Società autostrade”, concessionaria ancora pubblica in capo all’IRI che, a tappe forzate, realizzò (con contributo interamente pubblico) tutto il raddoppio, particolarmente oneroso nel tratto erroneamente definito “appenninico” (che si sviluppa tra Prealpi e Alpi Marittime), in gran parte con carreggiata in sede propria con percorso meno tortuoso e di minor pendenza (cosa alla quale si deve probabilmente l’assenza di vittime oggi e il possibile transito sulla carreggiata “nuova” finché il versante su cui è appoggiata la vecchia non verrà consolidato). Peccato che nel frattempo (pochi anni dopo aver finanziato il raddoppio coi soldi dei cittadini) la concessione sia passata, con la maggior parte della rete, ai profitti privati di Atlantia dei Benetton e da questi ceduta al Gruppo Gavio di Tortona, secondo gestore (ovviamente privato) dell’unica rete autostradale italiana, che ha in corso una trattativa per il prolungamento della concessione in cambio del completamento della Asti-Cuneo (interconnessa proprio con la Torino-Savona)… Cosa chiederanno i Gavio al Governo giallorosso (e alla ministra rosa-pomodoro) per ricostruire il vecchio viadotto fu Fiat?

Intanto il caso ha voluto che l’ultimo supplemento Affari & Finanza di la Repubblica abbia dato conto, con il titolo “Infrastrutture, investimenti, c’è un gap di 70 miliardi”, di un rapporto targato REF Ricerche (un istituto che mette sopra ogni cosa «l’indipendenza come valore» e che si avvale di partner e partnership al di sopra di ogni sospetto, come verificabile sul loro sito in cui, curiosamente, nel termine generico (e fuorviante) “infrastrutture” i ricercatori milanesi ricomprendono un po’ tutto, anche scuole e ospedali. Ebbene, la data dell’articolo che illustra la “ricerca indipendente” è, correttamente, 24 novembre, ma esso compare su un fascicolo abbinato al giornale in edicola lunedì 25, a poche ore dal crollo della campata del viadotto dell’autostrada A6, Torino-Savona e della voragine apertasi più o meno contemporaneamente nel rilevato della A21, Torino-Piacenza (due tratte in netta prevalenza a cielo aperto, “sopra e non sotto terra”).

Alla luce della stretta attualità stride non poco che il giornale fondato da Scalfari e azzoppato da Calabresi abbia scelto un riconoscibilissimo mega tunnel per illustrare la copertina “più Grandi Opere per tutti”! Perdoniamo redattori, titolisti, impaginatori e direttori per la sfiga di aver fotocomposto il dossier strappa-finanziamenti qualche ora prima che il “clima cambiato” rimettesse sottosopra la Liguria (questa volta in compagnia del Piemonte, dei rispettivi governatori negazionisti e dei loro elettori disperati). Ma perché in tutte le rassegna-stampa televisive il titolo (nato vecchio) di Repubblica viene messo in relazione diretta con crolli di ponti, voragini nella pavimentazione stradale e persino lungomare devastati, spiagge definitivamente erose e case senza più la terra su cui poggiavano le fondamenta messe a nudo dagli smottamenti? Un esempio? Sky TG24, il telegiornale permanente (e quindi aggiornato in “tempo reale”) riprende a tutto schermo la foto (infelice) del dossier della “concorrenza stampata” e lo associa al dissesto idrogeologico, di cui i tunnel non sono un rimedio, ma semmai una concausa (per non dire dell’irrecuperabile effetto serra da essi prodotto a fronte del quale i promotori di trafori autostradali (ieri) e di gallerie ferroviarie (oggi) si spacciano per “eco-benefattori”? È la fretta della diretta o la ferrea linea redazionale pro calcestruzzo?


Il catechismo delle Grandi Opere

Autore:

Grandi Opere is the new religion. Oltre l’economia, oltre l’ideologia: una religione capace di mettere insieme destra e (cosiddetta) sinistra, e di convertire assai in fretta anche coloro che si presentavano come eretici.

Come ogni religione, anche le Grandi Opere hanno i loro dogmi, le loro verità rilevate, il loro occhiuto clero, le loro dame della carità (le Madamine!), il loro catechismo. Soprattutto, hanno la capacità di controllare le coscienze attraverso una ferrea propaganda. In questo disegno, l’asservimento della “libera” stampa è un passaggio obbligato (cfr. L’informazione alla prova del TAV). Non è una novità, sia chiaro: era il 1938 quando George Orwell scriveva che «l’era della libertà di espressione è al tramonto. In Gran Bretagna la libertà di stampa è sempre stata una facciata perché, in ultima analisi, sono i soldi a controllare le opinioni». Quasi un secolo dopo, nell’ancor meno libera Italia, non bastano le concentrazioni editoriali e gli impliciti interessi dei padroni: per non lasciare nulla al caso, è la stampa stessa, nei suoi organi associativi, a sdraiarsi ai piedi dei grandi committenti di opere pubbliche.

È quanto succederà a Firenze lunedì prossimo, in un evento che è eufemistico definire grottesco. Il sito dell’Associazione Stampa Toscana (articolazione regionale della Federazione Nazionale della Stampa) annuncia un incontro di formazione riservato ai giornalisti organizzato in collaborazione con la Regione Toscana: «seminario con l’assessore Ceccarelli su ambiente e grandi opere (TAV, aeroporto, terze corsie, Corridoio Tirrenico). Qual è l’informazione corretta?».

Un cittadino ingenuo, che magari abbia letto la Costituzione, pensa che l’informazione “corretta” sia quella che dice la verità. E che non spetti mai a nessun governo, regionale o nazionale, stabilire quale sia questa verità, e questa correttezza. Cioè, per rimanere a Firenze, uno pensa che, per esempio, sia corretto scrivere che, secondo un’inchiesta della Procura di Firenze, l’imprenditore di Grandi Opere Toto dava soldi alla Fondazione Open di Matteo Renzi, quella che finanziava la Leopolda e che era presieduta dall’avvocato Alberto Bianchi, socio di Marco Carrai (attuale presidente di Toscana Aeroporti, per rimanere alle Grandi Opere) e il cui fratello fu messo da Renzi a guidare il Maggio Musicale. Per dire.

Ma è difficile che l’assessore Ceccarelli, responsabile regionale per Infrastrutture, mobilità, urbanistica e politiche abitative, orienti in questo senso la “formazione” dei liberi giornalisti toscani. E infatti il sito denuncia, con santo sdegno, che «c’è chi afferma che, in nome della tutela dell’ambiente, non si devono fare grandi opere ritenute invece fondamentali per migliorare la qualità della vita e i collegamenti. TAV, aeroporto di Firenze, terze corsie autostradali e Corridoio Tirrenico sono le grandi opere nell’occhio del ciclone. Approfondire i temi con l’intervento dell’assessore regionale Vincenzo Ceccarelli e di apprezzati professionisti, è sicuramente utile anche per i giornalisti, in nome di quella correttezza dell’informazione che è alla base del nostro impegno professionale in senso etico». Manco il Sant’Uffizio arrivava a tanto: ce n’è abbastanza per chiedere le dimissioni dei vertici dell’associazione dei sedicenti giornalisti.

E chi sono gli «apprezzati professionisti» chiamati a sbugiardare quei cani infedeli, quegli eretici e scismatici, degli ambientalisti? È presto detto: «Marco Toccafondi, RFI direttore sviluppo e commercializzazione territoriale centro nord; Enrico Becattini, direttore regionale politiche mobilità infrastrutture trasporto pubblico; Edo Bernini, direttore regionale ambiente ed energia Regione Toscana; Raffaele Carso, Ingegnere responsabile Nuove Opere Anas». Cioè a catechizzare gli alfieri del pensiero critico circa «la verità giornalistica e la correttezza dell’informazione di fronte ad argomenti che possono prestare il fianco a varie strumentalizzazioni» (!), saranno committenti e realizzatori delle Grandi Opere. Quando si dice la terzietà.

Come già in Piemonte, e tuttora in Emilia Romagna, anche in Toscana il sistema di potere del PD è legato a doppio filo al sistema delle Grandi Opere, e il ritorno al governo nazionale con la iper-sviluppista Paola De Micheli ha evidentemente condotto a un delirio di onnipotenza in cui il controllo dell’informazione si può non solo praticare, ma addirittura teorizzare, e spacciare per “formazione”.

Attraverso un suo collaboratore, il candidato presidente PD Eugenio Giani (sacerdote entusiasta delle Grandi Opere) aveva perfino provato a controllare le Sardine fiorentine, tentativo per ora respinto. Il panico da Salvini induce evidentemente ad arroccarsi ancor più nella cittadella del potere, colonizzando ogni spazio libero: ed è forse questo che vuol dire la Bibbia (quella vera) quando scrive che il Signore acceca coloro che vuole perdere.

L’articolo è comparso su “Il Fatto quotidiano” del 23 novembre