Le elezioni regionali: il crollo della rappresentanza e della partecipazione

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Calato il sipario sulle sfide elettorali in Sardegna e Abruzzo, drammatizzate al punto da farle assurgere a test di rilevanza nazionale, e in attesa che in Basilicata e nelle altre Regioni in procinto di votare si produca la stessa eccitazione adrenalinica, si può provare a fare qualche considerazione di carattere generale. Non sull’esito, opposto, della competizione elettorale, che ha fatto esultare il centro-sinistra per la riconquista della presidenza della Sardegna e la destra per la conferma della propria presa egemonica sull’Abruzzo. Ma sullo stato di salute delle istituzioni democratiche regionali, oggi centrali nel rispondere (o non rispondere) ai bisogni dei cittadini, in particolare in materia di sanità (come la diseguale gestione della pandemia ha tragicamente dimostrato) e domani, chissà, in molti altri ambiti, se verrà portata a termine la sciagurata riforma del regionalismo differenziato.

La Sardegna, innanzitutto. Qui la legge elettorale stabilisce soglie di sbarramento altissime: 5% per singole liste, 10% per liste coalizzate (un traguardo che, come è noto, Soru non è riuscito a raggiungere). Prevede inoltre un premio di maggioranza tra il 55% e il 60% alle formazioni politiche che sostengono il candidato alla presidenza vincente. In Abruzzo il premio è ancora più generoso: tra il 60 e il 65%, accompagnato a soglie di sbarramento al 4%. Va poi aggiunto che in entrambe le Regioni, nonostante la grancassa mediatica e il notevole impegno dei leader nazionali accorsi in loco a sostenere i loro uomini (e donne), quasi il 50% degli aventi diritto non si sono recati alle urne.

La scarsa rappresentatività democratica di assemblee così costituite dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ha speso neanche mezza parola in proposito. Ci stiamo evidentemente abituando a ridurre la democrazia all’elezione di una carica monocratica: il Presidente di Regione (altrimenti detto “Governatore”, all’americana), il sindaco; nel prossimo futuro, chissà, il premier. Su questa contesa al vertice si concentra, comprensibilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica, orientata dai media. Anche perché in un sistema come quello regionale, retto dal principio simul stabunt simul cadent, in cui il Presidente non può essere sfiduciato dall’assemblea senza che quest’ultima faccia a sua volta harakiri, è questo che conta. Mentre il ruolo del consiglio passa decisamente in secondo piano, al limite del decorativo…

Le leggi regionali di Sardegna e Abruzzo non sono molto diverse da quelle esistenti nel resto del paese, nelle Regioni a statuto ordinario come in quelle a statuto speciale. Tutte prevedono meccanismi – dai listini bloccati collegati al candidato Presidente a premi di maggioranza diversamente calcolati – atti ad assicurare il dominio assoluto del Presidente e della sua giunta sull’assemblea rappresentativa. Un sistema che ha un padre che tendiamo a rimuovere: Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio, dirigente del Fuan negli anni universitari, per molti anni esponente di spicco del MSI, nelle cui liste viene eletto per la prima volta deputato, quindi tra i fondatori di Alleanza nazionale, ministro e vice-presidente del primo Governo Berlusconi, capogruppo di AN alla Camera negli anni successivi, nonché vice-presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema. A lui si deve la legge n. 43 del 23 febbraio 1995, nota per l’appunto come Tatarellum, che ha aperto la strada alla successiva modifica costituzionale che ha introdotto l’elezione diretta dei Presidenti di Regione, ispirando tutte le successive leggi elettorali regionali.

Se, oggi, con il premierato, gli eredi diretti di un partito rimasto a lungo al di fuori dell’arco costituzionale vogliono mettere il loro sigillo su una nuova Costituzione, in netta discontinuità con quella anti-fascista, l’egemonia dell’estrema destra in tema di visione della democrazia (!) è di antica data e trova proprio nell’ampia condivisione creatasi attorno al Tatarellum uno dei suoi punti più alti. Al di là di differenze di facciata (il premierato non prevede, formalmente, lo scioglimento automatico dell’assemblea in caso di crisi) lo spirito e lo scopo della “madre di tutte le riforme” meloniana sono in perfetta continuità con le riforme avviate nel 1995: ridurre la contesa elettorale all’investitura diretta del capo, secondo quella concezione della “democrazia identitaria”, teorizzata da Carl Schmitt, basata su una concezione del “popolo” come soggetto unitario e omogeneo. L’idea dell’identità tra il popolo e il leader è uno dei cardini della concezione populista della democrazia, che Nadia Urbinati ha ben sintetizzato nel motto “Me the people”, ricalcato sull’originale “We the people” del preambolo della Costituzione degli Stati Uniti. E che, dalle nostre parti, trova una perfetta corrispondenza nel sempre attuale – pare – “Duce, sei tutti noi!”.

Svanisce in questo modo la sostanza pluralistica della democrazia. Che nasce per dare voce e visibilità ai conflitti tra diverse opinioni e interessi, postulando l’esistenza non di un popolo organicisticamente inteso (una “illusione metafisica”, per Kelsen), ma di una società divisa in “parti” (e organizzata in partiti), che solo un organo collegiale – consiglio comunale o regionale, parlamento – può “rappresentare”, più o meno fedelmente a seconda del sistema elettorale adottato. Perché possa poi compiersi quella difficile e delicata opera di mediazione e composizione in cui si sostanzia l’arte politica. Qui si tocca un altro tasto dolente.

Che ne è stato dell’esigenza, dichiarata da più parti, di correggere gli effetti distorsivi della riduzione del numero dei parlamentari con l’approvazione di una legge elettorale rigorosamente proporzionale? Il PD si era solennemente impegnato in tal senso, condizionando la sua tardiva adesione alla riforma del M5stelle all’adozione di una serie di “correttivi”, primo tra i quali il ritorno al proporzionale. Abbiamo invece votato, nel settembre del 2022, col pessimo Rosatellum. E chissà per quanto tempo ce lo dovremo tenere. A meno che, con l’approvazione del premierato, non passi una riforma del sistema elettorale molto simile alle attuali leggi regionali: premio del 55% alle liste collegate al candidato-premier vincente, che si troverà così con una maggioranza gonfiata, e blindata, prona al suo insindacabile volere. L’ennesima vittoria del Pinuccio nazionale. Che, se ci vede, da lassù, avrà ragioni per sorridere…


Francia. Il declino di Le Pen e Macron e l’impasse della sinistra

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1.

I risultati delle recenti elezioni regionali e locali francesi hanno contraddetto in parte le previsioni mainstream.
Innanzitutto l’astensionismo è stato più forte che mai (67% media nazionale, al pari di quanto registrato nelle regionali in alcune regioni italiane nelle due ultime tornate elettorali locali). Secondo alcuni studi questo fenomeno è connotato da una totale sfiducia nella possibilità di cambiare la vita con le elezioni e, quindi, nei confronti dei partiti e candidati più probabili vincitori, sia da parte di elettori di destra che di sinistra. Sono soprattutto i giovani che non vanno a votare (87%) mentre gli anziani in genere restano fedeli. Lo sprezzo per il voto tocca anche gli impiegati 69% dei quadri e 75% degli operai, ma 47% fra i pensionati.
Il partito della signora Le Pen ha avuto un chiaro insuccesso: non ha conquistato neanche la regione (la Provence) che sembrava quasi certa di dominare. Altra sconfitta, ancora più netta, è stata quella dei candidati del partito di Macron. Questi due risultati sembrano mettere in discussione la previsione delle prossime elezioni presidenziali in cui la maggioranza dei media prevede un ballottaggio fra questi due personaggi. Un ballottaggio sicuramente auspicato da Macron che spera di ripetere il successo del 2017 quando recuperò gran parte dell’elettorato di sinistra che votò per lui per impedire la vittoria della fascista-razzista Le Pen. Ma è la destra tradizionale (quella ex-Sarkozy ed ex-Fillon, entrambi finiti in pesanti procedimenti giudiziari per corruzione) che, a sorpresa, è risultata l’unica forza vincente delle regionali e che non esclude di competere con Macron per le presidenziali. La sinistra ha mantenuto le regioni in cui era già al potere, gli ecologisti hanno avuto un certo successo; ma s’è perso qualche bastione significativo come un dipartimento della regione parigina, da sempre dominio del Partito Comunista Francese (PCF). Questo partito – a differenza del PCI – rimane ancora in ballo, nonostante da oltre due decenni non faccia che perdere consensi, anche perché beneficia della fedeltà di una parte della CGT (la CGIL francese) mentre un’altra parte degli iscritti di tale sindacato votano Le Pen. Ma tutta la sinistra e gli ecologisti sono in un’impasse tragica: oltre alle piccole sigle, che non rinunciano a presentare un loro candidato al primo turno delle elezioni presidenziali, tutte le altre sono lungi dal poter approdare a un programma unico e a un candidato unico in vista di tale scadenza. Il leader degli Insoumis, Mélenchon, noto per il suo personalismo, s’è già proclamato candidato e sembra certo che anche gli ecologisti ne presenteranno uno, così come il PCF, mentre i socialisti sono divisi fra chi pensa che sia opportuno rinunciare perché la “partita è già persa”, chi spera di ritrovare un’intesa con Macron e chi (la minoranza Amon) pensa che l’astensione sia il voto di protesta da sostenere (visto che non c’è alcuna chance di unità a sinistra).

2.

La questione è capire perché la sinistra francese non riesce a trovare una convergenza e quindi un programma e un candidato comune.
Per certi versi questa situazione può apparire assurda perché in Francia, a differenza che in Italia, esiste comunque una sinistra e perché già alle passate presidenziali la somma dei voti ottenuti dai diversi candidati della sinistra era superiore a quelli dalla Le Pen e se al ballottaggio fossero arrivati Macron e un candidato  unitario della gauche sarebbe stata possibile la vittoria di quest’ultimo. Inoltre in questi ultimi due anni i movimenti sociali che si sono espressi massicciamente in Francia hanno messo in grave scacco Macron e le destre. Si pensi ai gilets gialli, per buona parte vicini alla sinistra e comunque su posizioni antagoniste non recuperabili dalle destre e tanto meno da Macron. E si pensi soprattutto al forte movimento contro la riforma delle pensioni e poi contro l’orientamento repressivo sempre più violento di una polizia che Macron ha affidato infine a un ministro ex-sarkozista, per giunta imputato di violenze sessuali oltre che appiattito sui sindacati di polizia di destra che reclamano sempre più impunità e risorse. Ricordiamo en passant che da Sarkozy a Valls sino a Macron la polizia francese è diventata la più violenta d’Europa (vedi Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021).
In altre parole, ecologisti e sinistra hanno avuto tutte le chances per poter conquistare l’egemonia politica del paese. Invece non hanno fatto che continuare a dividersi. In questa grande confusione della gauche c’è stata – ed è ancora attiva – l’azione di disorientamento pilotata da personaggi che mirano alla rielezione di Macron. Si tratta innanzitutto di Valls (ex capo del Governo del settennato Hollande) e degli intellettuali e personalità riuniti nel Printemps républicain, una schiera di individui uniti da una sorta di credo quasi religioso nei cosiddetti valori della République, ossia un universalismo che esclude (http://effimera.org/luniversalismo-non-aggrega-divide-intervista-etienne-balibar/), un nazionalismo che  puzza di sciovinismo, insomma un integralismo républicain. Questo integralismo, declinato anche da qualche intellettuale di sinistra, è una sorta di “nazionalismo di classe” (http://effimera.org/francia-il-nazionalismo-di-classe-di-stephane-beaud-e-gerard-noiriel-contro-lintersezionalita-di-salvatore-palidda/), con rimpianto per quando il PCF «integrava tutti nel crogiolo alla francese» a colpi di acculturazione autoritaria tipo “nos ancêtres les gaulois”, praticata persino negli anni Novanta. Da parte delle destre ex-sinistra (fra cui, purtroppo, Élisabeth Badinter e Dominique Schnapper, la figlia di Raymnond Aron) la difesa a oltranza dei “valori repubblicani” è diventata accanimento contro gli accademici antirazzisti e intersezionalisti, bollati come islamo-gauchistes e oggetto non solo di virulenti anatemi ma persino di  auspicate misure amministrative in quanto antitetici al presunto dovere di funzionari delle istituzioni pubbliche (università e CNRS-ricerca scientifica). La sinistra e gli ecologisti non sono stati per nulla compatti nel respingere questo attacco per far valere le ragioni indiscutibili dell’antirazzismo e dell’interculturalità come cifra di uno Stato di diritto del XXI° secolo che tutela l’incolumità e i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani.

3.

In realtà, tutta la politica francese è stata estremamente inquinata dalle reazioni alla terribile serie di attentati terroristi di pseudo-islamisti.
È infatti prevalsa l’opinione super mediatizzata che si sia trattato di un attacco ai “valori francesi”, e alla Francia, anziché di un attacco speculare all’integralismo sciovinista francese (http://effimera.org/terrorismo-islamista-e-radicalizzazione-speculare-degli-integralismi-di-salvatore-palidda/). È questo il fattore che spiega perché la Francia è stata il paese maggiormente colpito da tale terrorismo (all’opposto dell’Italia, che non è mai stata colpita pur essendo il paese della Chiesa cattolica). Di fronte al terrorismo le risposte prevalenti sono state viscerali e hanno escluso ogni riflessione seria e soprattutto ogni critica della pratica neocoloniale che la Francia ha rilanciato anche con Macron (a cominciare dagli interventi militari in Africa sub-sahariana oltre ai rapporti di dominio con i paesi terzi e il trattamento violento degli immigrati). Oggi gli abitanti della Francia provenienti da paesi considerati musulmani, originari e loro discendenti, sono tout court definiti islamici e oggetto di sospetto a seguito degli attentati terroristi. Non esiste in Francia un censimento ufficiale sulla religione degli abitanti; è quindi assai difficile determinare il numero di musulmani presenti. Le stime più recenti si situano fra 4,1 milioni (secondo l’Osservatorio della laicità nel 2019) e 8,4 milioni aventi un’“origine musulmana” (secondo la stima di François Héran del 2017). L’INED e l’Insee (l’Istat francese) li stimavano all’8% nel 2010. La proporzione dei cattolici e dei musulmani sarebbe identica fra i 18-29 anni (ma un’alta percentuale di questa fascia d’età dichiara spesso di non essere di alcuna religione). Il Pew Research Center stimava che nel 2050 i musulmani in Francia saranno fra 12,7% e 18% del totale della popolazione. Peraltro la quasi totalità di quelli che oggi si dichiarano musulmani condannano decisamente il terrorismo e solo una minoranza lo considera una reazione comprensibile al razzismo e al neocolonialismo francese (come dire che la Francia “se l’è cercato”).
In questo contesto la stigmatizzazione mediatizzata di tutti i musulmani come potenziali complici dei terroristi ha spinto soprattutto i giovani discendenti di musulmani a reagire secondo il classico meccanismo dell’etichettamento, che spinge a identificarsi nell’etichetta attribuita. Nella sua competizione con Le Pen il macronismo ha finito per dare troppi segnali stigmatizzanti per i musulmani (in particolare dopo ogni attentato con lo stesso discorso di Macron contro il separatismo di cui si accusano i musulmani, accusa infondata poiché questi criticano appunto la loro marginalizzazione e reclamano pieni diritti di cittadinanza). Intanto la legge sul separatismo è già stata votata in prima lettura anche se il Consiglio di Stato ne ha censurato alcuni articoli così come ha censurato l’altra legge scellerata sulla sicurezza globale che esaspera le misure repressive. Rispetto a questi aspetti cruciali la sinistra e gli ecologisti non sono stati coerenti e compatti nel respingere l’amalgama razzista e islamofobo oltre che sessista.

4.

La situazione politica francese resta pertanto incerta anche se, secondo una buona parte dell’opinione pubblica, nelle elezioni presidenziali ci sarà di nuovo un ballottaggio fra Macron e Le Pen, salvo la sorpresa di un candidato unico della sinistra già al primo turno. A differenza dell’Italia in Francia l’ipotesi di un governo di “unità nazionale” come quello varato da Mattarella e Draghi è del tutto improbabile (cfr. https://lundi.am/La-representation-est-morte) Quantomeno c’è ancora antitesi fra destre e fra queste e la sinistra e gli ecologisti.

 

 


Calabria. Per immaginare un futuro

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Nei territori si avvia una stagione di elezioni. Spesso assai delicate. Volere la Luna ha scelto di restarne fuori. Perché il degrado della politica è tale da richiedere una rifondazione in tempi lunghi e con pratiche nuove, che non consentono scorciatoie. I problemi evocati dalle elezioni, relativi al presente e al futuro delle persone, sono peraltro, ovviamente, al centro del nostro interesse. Di qui la scelta di ospitare, anche sollecitandoli, interventi che li affrontino (purché non riconducibili a una campagna elettorale in senso stretto). In questa prospettiva si colloca la pubblicazione di questa conversazione tra Luigi Pandolfi e Domenico Lucano che affronta questioni cruciali della situazione calabrese, su cui già siamo intervenuti con un intervento di diverso segno di Emilio Sirianni: https://volerelaluna.it/territori/2021/01/22/la-calabria-si-merita-de-magistris/. (la redazione)

La Calabria è una regione che si barcamena da secoli tra conformismo, subalternità al potere costituito e rotture clamorose. Più volte, nondimeno, è stata capace di stupire, con dure lotte e progetti visionari. Le prossime elezioni regionali, per come si sta delineando il quadro delle candidature e degli schieramenti, potrebbero riservare delle sorprese. In questo quadro non è una cosa di poco conto il fatto che anche tu abbia deciso di scendere in campo. Hai declinato in passato altri inviti, ora lo fai per la tua terra. Cosa ti ha convinto del progetto di Luigi De Magistris?

Nella mia vita hanno sempre contato le combinazioni. Le mie scelte non sono state mai dettate da particolari calcoli personali. È stato così tanti anni fa quando è iniziata l’avventura di Riace, lo è adesso con questa scelta di impegnarmi in prima persona per la Calabria. Luigi De Magistris è stato sempre molto vicino alla nostra esperienza, al laboratorio Riace, e mi è stato vicino, insieme a tanti altri, nei momenti più difficili di questa nostra storia, che credo debba in un modo o nell’altro continuare. Da sindaco di Napoli ha partecipato ad alcuni grandi appuntamenti che si sono svolti a Riace nel recente passato, come la grande marcia della solidarietà del 6 ottobre 2018 e quella che ha visto la presenza della sindaca di Barcellona, Ada Colau. Per questo, quando mi ha chiesto di dargli una mano, di lavorare insieme a un progetto di rinnovamento, non ho avuto difficoltà ad accettare, cogliendo peraltro nella sua scelta di proseguire il suo percorso politico in Calabria un’opportunità per la nostra regione. Questione di combinazioni. Non dimentichiamo poi che Luigi De Magistris, da pubblico ministero, aveva capito che il problema della criminalità organizzata non si esauriva nel ruolo della manovalanza, ma poteva essere compreso nella sua reale gravità soltanto alzando lo sguardo verso la cosiddetta “borghesia mafiosa” e i sodalizi massonici a essa collegati. Un mondo invisibile, che però decide, eccome se decide, per le sorti della nostra terra. Poteri forti, che hanno anche intrecci con la politica. Torniamo alla scelta di candidarmi. Credo che in Calabria possa accadere davvero qualcosa di importante. La prima forma di oppressione che i calabresi vivono attualmente è quella di non poter immaginare un futuro, per sé e per i propri figli. Rassegnazione, fatalismo. Ecco, vorrei dare un contributo per infrangere questa convinzione, per una grande opera di riscatto collettivo. Ci proveremo con la nostra lista che, non a caso, abbiamo deciso di chiamare “Un’altra Calabria è possibile”. Lo faremo comunque con la nostra autonomia, senza subalternità, con la bellezza dei nostri valori. 

Quando si parla di Riace, inevitabilmente, il pensiero va al tema dell’accoglienza. Accoglienza non solo come prova di umanità, ma anche come chiave di volta per una politica di rigenerazione dei borghi interni, soggetti da anni al fenomeno dello spopolamento e a un lento processo di desertificazione economica. Eppure, a ben vedere, Riace è stata molto altro. Acqua, rifiuti, tutela dell’ambiente e del paesaggio, riqualificazione del centro storico. Un diorama di buone pratiche amministrative che potrebbe essere preso a modello per un futuro governo della regione.

Sono d’accordo, ma consentimi una premessa. Tutto quello che è accaduto, che è stato fatto a Riace negli anni scorsi, non è stata opera di un singolo. Diciamo che se di successo si può parlare a proposito di alcune scelte amministrative, di alcuni progetti, ciò lo si deve alla straordinaria permeabilità delle nostre amministrazioni alle idee più interessanti, feconde, risolutive, che hanno incrociato il nostro percorso. Prendiamo il caso dell’accoglienza. Decisiva è stata la collaborazione con monsignor Giancarlo Maria Bregantini, all’epoca vescovo di Locri-Gerace, che, a proposito di “aree fragili”, dove la fragilità non è soltanto sociale ed economica ma addirittura esistenziale, diceva che far leva sulla nostra identità, sulle nostre tipicità, doveva significare recupero della nostra millenaria storia di accoglienza. Non un culto sterile delle nostre tradizioni, ma valorizzare le nostre migliori tradizioni per affrontare il presente e costruire il futuro. A modo mio, dico che Riace, in questo senso, è un mix di esperienze che rappresenta la dimensione più autentica della calabresità, di quella Calabria che ancora riesce a guardare al mondo senza la lente del pregiudizio, memore della sua storia di incontri con altre culture e di emigrazione. Sul piano pratico, tutto questo rappresenta uno dei modi più efficaci per romper il silenzio, il vuoto, che si è impadronito dei nostri paesi. Quale altra alternativa c’è all’abbandono delle nostre case, alla chiusura di scuole, asili, uffici postali? Una volta avviata l’opera di rigenerazione sociale e umana, tutto il resto è venuto per così dire a cascata, anche la riqualificazione estetica e urbanistica e il recupero funzionale del centro storico, oggi in gran parte recuperato e sottratto al degrado. E le politiche riguardanti il ciclo dei rifiuti, sulle quali già avevo maturato una consapevolezza diversa dei problemi e delle opportunità, grazie all’incontro con un fisico ambientale, Salvatore Procopio, autore di un libro sull’argomento che si intitola, per l’appunto, Il mio rifiuto. Da problema, i rifiuti sono diventati una risorsa, in termini occupazionali e finanche turistici. Ci siamo affrancati dal sistema di raccolta dei rifiuti basato sull’appalto del servizio a ditte esterne e abbiamo creato delle cooperative sociali che hanno dato lavoro a dieci persone, soggetti vulnerabili, tra persone del posto e rifugiati. Non solo. Nel centro storico, dove più difficile era l’accesso dei mezzi meccanici, abbiamo utilizzato dei carretti di legno, costruiti da un cittadino di origini rom, e gli asini per la raccolta delle frazioni differenziate dei rifiuti. Una pratica risalente ad anni molto lontani della nostra storia, ripresa e curata sul piano estetico, che negli anni ha finito per attrarre tanti visitatori e curiosi nel nostro piccolo borgo, perfino una televisione australiana. Il settore dei rifiuti che diventa un attrattore turistico? A Riace è successo. Paradossalmente, però, finisco sotto inchiesta e oggetto di misure cautelari proprio per la gestione dei rifiuti. Mi contestano l’affidamento diretto alle cooperative sociali, perché non erano iscritte nell’apposito albo regionale. Ma al tempo in cui furono fatti quegli affidamenti il registro ancora non c’era. Per il resto, tutto era stato fatto nel rispetto delle leggi vigenti e con i pareri favorevoli degli uffici. Cosa che riconoscerà in seguito la Corte di Cassazione. Ma tant’è. Sono certo che queste verità presto trionferanno, anche in sede giudiziaria.

Dicevamo della ripubblicizzazione dell’acqua, un tema di stringente attualità, visti i tentativi recenti ‒ anche attraverso il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, nel quale si parla di “industrializzazione” del ciclo idrico integrato ‒ di riorganizzare il settore, non escludendo in linea di principio un ruolo preponderante dei privati. Eppure, nel 2011 un referendum aveva sancito chiaramente che con l’acqua non si devono fare profitti.

Anche sul tema dell’acqua abbiamo fatto tesoro delle migliori elaborazioni e delle pratiche più innovative. La permeabilità di cui parlavo prima. Ricordo, a tal proposito, il contributo che abbiamo avuto da personalità come Alex Zanotelli, che sul tema dell’acqua pubblica ha fatto e fa battaglie esemplari, e Giovanni Di Leo, ingegnere idraulico scomparso di recente, che aveva lavorato presso l’Ufficio Gestione acquedotti della Cassa per il Mezzogiorno della Regione Calabria. A proposito della SoRiCal, la società mista che in Calabria gestisce gli acquedotti e vende l’acqua ai comuni, Di Leo diceva che si trattava di una “sovrastruttura” inutile, ovvero utile soltanto per trarre profitti dalla gestione dell’acqua, visto che il socio privato era una multinazionale francese. Aggiungendo che la gestione degli schemi idrici doveva ritornare in capo alla Regione o, comunque, agli enti pubblici, compresi i comuni. Anche perché le tariffe pretese da SoRiCal erano illegittime e aggravavano lo stato di salute dei conti pubblici comunali. Sono tanti i comuni calabresi finiti in dissesto finanziario per l’acqua. A partire da questa convinzione, a Riace ho provato a passare dalle parole ai fatti. Non ci siamo limitati a scrivere nello statuto comunale che l’acqua è un bene pubblico su cui non possono fare profitti. Grazie a un geologo che aveva maturato esperienze anche in Africa, Aurelio Circosta, abbiamo realizzato un pozzo per conseguire l’autosufficienza idrica del nostro paese e liberare la gestione e l’erogazione dell’acqua dalle grinfie dei privati. In questo modo, l’unico costo rimasto a carico della collettività era quello dell’energia elettrica, necessaria per portare l’acqua in superficie. Ma anche questo costo si potrebbe abbattere, eliminare, investendo sulle rinnovabili. La Calabria è ricca di acqua ma anche di sole, non dimentichiamolo. Insomma, l’acqua non può essere considerata una merce come le altre. Ironizzando, si potrebbe dire che chi pretende di fare commercio con l’acqua prima dovrebbe dimostrare di essere proprietario delle nuvole e della pioggia. Per questo bisogna battersi affinché sia un ente pubblico regionale in collaborazione con i comuni a gestire questa risorsa, nell’interesse delle comunità.

Il Covid ha reso ancora più palesi le carenze del sistema sanitario regionale. Sembra che per lo Stato il problema principale sia solo il debito accumulato in questi anni e l’esecuzione del Piano di rientro che ne è derivato. Il diritto alla salute trattato come una questione contabile. Intanto, mentre le strutture pubbliche sono state tagliate, amputate, depotenziate, in nome di un efficientismo incoerente con il dettato costituzionale, la corruzione e il malaffare non sono stati minimamente scalfiti. Senza parlare del drenaggio di risorse dal settore pubblico a quello privato, che, come lo stesso Piano di rientro riconosce, è stato uno dei motivi del progressivo deperimento della sanità pubblica calabrese.

Il Covid ha dimostrato ‒ non solo in Calabria, in verità ‒ tutta la fragilità del sistema, l’insostenibilità, sul piano sociale, di un modello che ha gonfiato i portafogli delle cliniche private e sottratto risorse alla sanità pubblica. La Locride, da questo punto di vista, è un caso di scuola. Anche per gli intrecci criminali che hanno caratterizzato la storia della sanità territoriale. In generale, possiamo dire che la questione sanitaria, al sud e in Calabria, ha anche risvolti di classe. Chi ha i soldi può andare a curarsi al nord, mentre i ceti meno abbienti rischiano la vita nei nostri ospedali. Non per mancanza di professionalità dei medici, che spesso sono dei veri e propri eroi, beninteso, ma per le carenze strutturali del settore. A proposito di questo aspetto, racconto sempre un aneddoto. Alle scuole elementari, ero l’unico della classe che non era nato a Riace. L’unico che era nato in ospedale e non a casa. Questo perché la mia famiglia era un tantino più agiata di quella dei miei compagni. Mio padre era maestro elementare, non era un contadino che dava le sue braccia ai proprietari terrieri della zona. Ecco, su una scala più ampia, ancora oggi c’è chi può permettersi cure d’eccellenza fuori regione e chi invece deve accontentarsi di quello che c’è qui. Per questo è necessario cambiare paradigma. Il pubblico al primo posto e investimenti che rendano il diritto alla salute effettivamente esigibile anche in Calabria, superando il gap che si è accumulato in questi anni con le regioni del nord. Un gap che rischierebbe di allargarsi se dovesse passare quella che viene chiamata “autonomia differenziata”, un progetto che raccoglie vecchie velleità separatiste della Lega Nord. Ma torniamo a Riace, che dicevamo è stato un laboratorio di pratiche amministrative alternative al sistema dominante. Dal caso di una bambina afghana malata di tumore e di un ragazzo del Mali affetto da un’altra grave malattia si arrivò a istituire un ambulatorio medico gratuito per tutta la popolazione di Riace. Due medici che avevano seguito questi due casi, colpiti umanamente dagli stessi, vollero dare un contributo fattivo alla costruzione di un presidio sanitario nel paese. Ben presto quel presidio si arricchì di altre professionalità, dal pediatra allo psicologo, diventando un punto di riferimento per tutti i cittadini riacesi. È una piccola storia, certo, ma ho voluto raccontarla per il significato generale, paradigmatico, che esprime. Per dire che Riace è stata insieme utopia e concretezza, una fucina di valori alternativi e una storia di risultati amministrativi tangibili.

Passiamo al processo che ti vede imputato a Locri, al quale più indietro accennavi. Dopo la requisitoria del pubblico ministero di Locri Michele Permunian, la tua vicenda giudiziaria è tornata sotto i riflettori dei media e della politica (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/05/19/riace-il-pubblico-ministero-insiste-laccoglienza-e-un-crimine/). In molte occasioni hai dichiarato che ad essere messo sotto accusa non è stato tanto Mimmo Lucano quanto il modello Riace. La normalità di Riace che confliggeva con la narrazione allarmistica, da stato d’eccezione, costruita intorno al fenomeno dell’immigrazione. Vogliamo parlarne?

Si, credo che ad un certo punto l’esperienza di Riace abbia iniziato a fare paura. Era la dimostrazione che non esiste un nesso tra immigrazione e insicurezza, degrado, conflitto. Anzi. Riace ha dimostrato al mondo che l’accoglienza può diventare un volano di sviluppo, un’occasione per ridare un futuro a territori e borghi soggetti ad abbandono e spopolamento. E proprio per questo bisognava mettervi fine. Nello specifico, in questa vicenda giudiziaria si ripresenta una vecchia contraddizione: quella tra legalità e giustizia, tra la legge formale e la difesa dei diritti umani. Un conflitto tra burocrazia e principi di solidarietà e umanità. Proprio quei principi, quelle norme, peraltro, su cui avevo giurato solennemente all’atto del mio insediamento e al cui rispetto non sono mai venuto meno. Sono fiducioso comunque che la giustizia avrà la meglio. Intanto, il sogno di emancipazione collettiva al quale ho dedicato tutta la mia vita deve continuare.


Domenico Lucano, le elezioni e le fantasie del pubblico ministero

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Dal processo di Locri contro Lucano e Riace arriva una notizia eclatante: nell’udienza di lunedì 26 aprile il pubblico ministero Michele Permunian ha chiesto l’acquisizione agli atti di un documento. Si tratta di un’intervista che Lucano ha rilasciato il 18 aprile scorso all’agenzia AGI, in cui spiega la sua decisione di candidarsi alle elezioni regionali del prossimo ottobre insieme a De Magistris. La difesa di Lucano ha contestato questa richiesta, definendola “tendenziosa”. Alla fine, il Presidente del collegio giudicante, Accurso, l’ha respinta, in quanto i fatti sono estranei al processo.

Allora, tutto bene? Tutto rientrato? Non direi. Perché per noi che osserviamo il processo da semplici cittadini e non da tecnici del diritto e nemmeno da esperti di cronaca giudiziaria e che quindi guardiamo il processo dal punto di vista del senso che vi si produce, la domanda sul perché la Procura di Locri abbia presentato una tale richiesta rimane intatta.

Certo, potremmo rispondere che si tratta di accanimento, come lo stesso pubblico ministero aveva dimostrato tentando di avviare un secondo processo contro Lucano. Ma non basta. Perché il tema Lucano-elezioni era già stato al centro dell’attenzione della Procura. Nell’ottobre 2019 il colonnello Sportelli, in mancanza di qualsiasi prova che Lucano avesse perseguito scopi di lucro personale sui fondi pubblici destinati ai migranti, aveva avanzato l’ipotesi che ci fosse comunque un dolo, un movente illegittimo di vantaggio personale: era l’ipotesi del movente politico-elettorale. Certo, è normale che un sindaco cerchi di corrispondere alle attese dei suoi concittadini. Ma Lucano faceva di più: progettava di candidarsi alle politiche del marzo 2018 e per questo aveva bisogno di continuare ad assicurarsi i voti. Cosicché, pur essendo perfettamente consapevole che i laboratori non funzionavano, che le associazioni facevano soldi indebitamente, che c’erano molte irregolarità, non denunciava nulla, perché non voleva perdere i voti che gli portavano le varie associazioni. Lucano cercava un vantaggio elettorale; Sportelli citava i voti dei Tornese, di Riace Accoglie, di Girasole.

Ma dove erano le prove del movente politico-elettorale? In un’intercettazione di fine 2017 in cui in sostanza Lucano diceva a suo fratello: «Quasi quasi mi candido». L’intenzione di Lucano di correre per l’elezione al Parlamento italiano rivelava, secondo l’accusa, il suo intento di sottrarsi alla giustizia, che sentiva ormai incombere su Riace, grazie all’immunità parlamentare; ecco la patata bollente dell’interesse personale, pur nell’assenza di lucro. Tuttavia, quando il Presidente gli chiedeva se si fosse poi candidato effettivamente, Sportelli doveva ammettere di no. Cosicché anche il famoso movente politico finiva per sfocarsi e perdere di incisività, tanto che nel seguito dell’illustrazione dell’accusa non si parlava praticamente più del movente di Lucano.

Ora, a un anno e mezzo da quelle udienze, il movente politico torna fuori. In zona Cesarini possiamo dire, all’ultima udienza dell’istruttoria dibattimentale. Succede che il pubblico ministero ha letto l’intervista rilasciata da Lucano una settimana fa, in cui parla della sua candidatura nella lista di De Magistris come capolista. E qualcosa ha fatto subito tilt nella sua mente: visto? L’avevo detto io che voleva candidarsi. Finalmente il piano è arrivato a compimento. Peccato che si tratti di quattro anni dopo, di quattro tornate elettorali dopo, di elezioni regionali e non politiche. Ma il suo piano è sempre quello. Anzi, il piano di oggi getta luce su quello di ieri: se non si era presentato allora, né alle politiche (2018), né alle europee (2019), né alle regionali (2020), è perché nessuno gli aveva voluto dare il posto di capolista. Ora finalmente, con De Magistris, il colpaccio gli è riuscito. E qui il pubblico ministero fa un volo pindarico: la candidatura di oggi confermerebbe la bontà delle intercettazioni di quattro anni prima…

Ovviamente Lucano ha il diritto di candidarsi quando vuole e con chi vuole, come ogni cittadino in pieno possesso dei suoi diritti politici. Ma l’imputato Lucano, secondo il pubblico ministero, è costretto dal suo “curriculum criminale”, come avrebbe detto Foucault; ogni sua azione prende un senso pregresso determinato dall’indagine che lo ha portato al processo e nello stesso tempo dà senso a quell’indagine quando incespica e si fa debole. Quell’intercettazione del 2017 che perdeva significato di fronte al dato di realtà che non si era poi candidato, per cui diventava difficile sostenere in modo convincente il suo interesse politico-elettorale, ritrova finalmente il suo senso predittivo in un’intervista di oggi.

Nel commentare questa singolare richiesta, Lucano mette il dito sui contenuti politici della sua candidatura, rivendicando giustamente la sua libertà di perseguire i suoi ideali di solidarietà, uguaglianza e umanità. E conclude: mi chiedo se il pubblico ministero avrebbe agito nello stesso modo se mi fossi candidato con la Lega. Certo, c’è sicuramente il contenuto politico nell’attacco del pubblico ministero, come hanno sottolineato altri commentatori. D’altronde, sin dall’inizio del mio monitoraggio sostengo che a Locri si sta celebrando un processo politico, dove si sono messi sotto processo non degli atti, ma delle idee. Nessuna sorpresa dunque nel constatare che le idee politiche di Lucano, che allora aveva messo in atto nel costruire il modello Riace e oggi mette al servizio di un progetto elettorale, sono al centro dell’accusa.

Ma a me preme portare l’attenzione anche su un altro aspetto: l’uso spregiudicato di un’intervista di oggi per dare senso a un’intercettazione di quattro anni fa, che non aveva retto alla prova dell’argomentazione dibattimentale. Quell’intercettazione non aveva retto perché l’azione che vi si annunciava non aveva avuto luogo; restava dunque una mera intenzione e le intenzioni non si processano, lo sanno anche i bambini. La candidatura di oggi invece viene letta come un passaggio all’atto che realizza finalmente quell’intenzione. Si avanza insomma l’ipotesi di un effetto retroattivo per cui l’azione dell’oggi illuminerebbe di senso un’intenzione espressa nel passato, la renderebbe “vera”. A tal punto che si può riattivare l’intento, allora fallito, di fondarci il movente.

Nella presentazione delle ipotesi di accusa non c’è solo lo scontro con le idee politiche di Lucano, che abbiamo già visto mille volte; c’è qualcosa di più e di diverso. C’è l’idea che gli atti non sono circoscritti nel tempo in cui si formano, non contengono il proprio significato, ma lo derivano dalla personalità dell’imputato, segnata senza soluzione di continuità dai reati che gli vengono attribuiti. L’indagine, conclusa a fine 2017, racchiuderebbe così tutto l’agire di Lucano, anche quello di oggi, anche quello futuro, che non potrebbe che esplicitarne meglio il senso, renderne più chiaro il carattere criminoso. C’è da credere che la Procura senta le sue ipotesi parecchio traballanti, per arrivare a proporre una tale forzatura!

L’articolo è pubblicato anche su Pressenza


La Calabria si merita De Magistris?

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In questa mia povera terra – che una sorta d’invisibile dr. Frankenstein delle istituzioni sembra ormai aver scelto quale sua “creatura” – un’altra ombra inquietante si profila all’orizzonte: l’attuale sindaco di Napoli, dr. De Magistris, ormai a scadenza mandato, ha deciso di candidarsi alla guida della Regione nelle ormai imminenti elezioni.

Si ignora chi l’abbia proposta tale candidatura, italicamente accompagnata dalla premura dell’interessato nell’escludere, nel caso vada male, ogni ipotesi di dimissioni dalla carica attualmente rivestita, pur in via d’esaurimento. Velando appena il disappunto con apprezzamenti a denti stretti per l’ex PM, vi ha alluso il geologo Carlo Tanzi: un bravo professionista che si è sempre detto «né di destra, né di sinistra» e, pertanto di destra, secondo l’infallibile assioma di Bobbio e secondo l’estrazione politica degli amministratori con cui il suo movimento politico governa la città di Crotone. Tace il resto della politica calabrese, in particolare la sinistra, nelle cui fila notoriamente allignano simpatie. E si è presi da sconforto.

Si vorrebbe discutere di degrado ambientale ed etico, degli sfregi al fondamentale diritto alla salute, delle centinaia di migliaia di giovani che se ne vanno da qui con la sconfitta nel cuore come nell’epopea migratoria del dopoguerra e, invece, si resta ancora incatenati all’ovvio, che qui diventa trascurabile dettaglio. Si candida(va) a sindaco o a presidente di Regione chi vive e bene opera nel relativo territorio, al più chi vi ha vissuto e ben operato in passato. Esclusa la prima, si dovrebbe versare nella seconda ipotesi. Però, singolarmente, di quel passato ben operare, nessuno, tranne l’interessato e nella forma indiretta d’un evocato legame sentimentale, declina memoria. Proviamo a farlo.

Il nostro ha esercitato funzioni di pubblico ministero nel capoluogo regionale per alcuni anni e, più che per i risultati processuali delle sue indagini, è noto per la bolgia mediatica che, tenacemente cercata, ne è seguita. Tenacemente cercata perché ogni passo, teoricamente segreto, di quelle indagini era quotidianamente replicato su giornali nazionali e locali, perché era solito, addirittura, dilatare a centinaia di pagine atti come i decreti di perquisizione, che solitamente non superano le quattro o cinque in modo da poterci riversare tutto ciò che sarebbe dovuto rimanere segreto, da verbali di testimonianze a intercettazioni. Così compromettendo definitivamente l’azione investigativa, ma assicurandosi imperitura attenzione mediatica. E altre e simili bazzecole, come fermare nelle patrie galere 26 persone e poi dimenticare di chiedere che un giudice convalidasse il fermo o inventarsi un registro di notizie di reato privato ubicato nella propria cassaforte, così sottraendosi alla verifica dei tempi d’indagine cui i suoi mortali colleghi sono invece sottoposti (questi alcuni dei capi di incolpazione della sentenza di condanna disciplinare del 19 febbraio 2008). Un eufemisticamente disinvolto uso della toga, che gli ha procurato una fama tale da farne il vero precursore del populismo penale di cui oggi si discute e da condurlo, da lì a breve, al seggio sindacale della più importante città del meridione. Un modello di magistrato, non infrequente, che ammicca alle pulsioni ferine del corpo sociale, così descritte da Luigi Ferrajoli, maestro del garantismo penale: «Gli imputati, secondo l’opinione corrente, non si presumono innocenti, ma colpevoli. Il garantismo non fa parte del senso comune, che ha bisogno, purtroppo, di avventarsi immediatamente su capri espiatori. In breve, esso non è popolare e questo basta al populismo per rifiutarlo come un lusso da anime belle. Ci troviamo di fronte a un paradosso. Il garantismo non è solo un sistema di limiti e vincoli al potere punitivo, sia legislativo che giudiziario, a garanzia delle libertà delle persone da punizioni eccessive o arbitrarie. Esso è ancor prima un sistema di regole razionali che garantiscono, nella massima misura, l’accertamento plausibile della “verità processuale” e perciò la punizione dei veri colpevoli. Ma è precisamente questa razionalità che non viene accettata né capita da gran parte dell’opinione pubblica, che aspira al contrario alla giustizia sommaria, tendenzialmente al linciaggio dei sospetti» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/03/06/il-populismo-penale-nelleta-dei-populismi-politici/). Questo è il lascito di De Magistris per la Calabria.

Ora, che un simile campione possa essere acclamato da politici di destra, più o meno camuffati, non stupisce. Ma la possibilità che possa esserlo anche a sinistra, atterrisce. La mia terra, la nostra terra, avrebbe bisogno di una sinistra capace di agire dal basso il conflitto in difesa dello sterminio dei diritti della propria comunità che qui ogni giorno si consuma, non del vicesceriffo di turno. Di una sinistra che cominci a creare, dal basso, alleanze e programmi e solo dopo giunga a esprimere chi sia candidato a rappresentarli e non dell’interminabile coazione a ripetere l’invocazione, intimamente di destra, di un leader.

Incatenati all’ottimismo, quasi ormai per istinto di sopravvivenza, attendiamo fiduciosi che una tale sinistra si palesi.


Ricominciamo da tre. Dopo la sconfitta della sinistra in Toscana

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In diverse riflessioni sulla vera e propria débacle della sinistra alle recenti elezioni regionali in Toscana si afferma che il problema centrale oggi è la ricostruzione di una sinistra visibile, credibile, affidabile. Chi lo sostiene rischia di essere come il protagonista di una vecchia storiella, un inventore che intendeva rendere più sicuri i paracaduti, munendoli di un gancio, e a chi gli chiedeva «Ma a cosa ci si aggancia?» rispondeva «E che devo inventare tutto io?».

Consapevole di tale rischio, avanzo alcune considerazioni.

“Toscana a sinistra” non era soltanto una lista elettorale – almeno io non l’ho intesa così –, ma una tappa importante della ricostruzione di quella sinistra che in Italia da tempo non esiste più (come presenza attiva e consistente). Per questo non sono stato d’accordo con chi sui giornali (fra l’altro Norma Rangeri su il manifesto) ha messo sullo stesso piano le quattro liste di sinistra presentatesi alle elezioni – quella collegata a Giani, le due degli “ultimi giapponesi” che riproponevano i partiti comunisti e, appunto, “Toscana a sinistra”.

Non credo che sia possibile rimettere insieme le varie sigle presentatesi alle elezioni regionali come sinistra: non sono infatti ricomponibili in una formazione unitaria coloro che rimangono ancorati a vecchi miti, e magari hanno posizioni non condivisibili, vicine a quelle rosso-brune, sull’Europa e sull’immigrazione, quanti ritengono predominante il tema del rapporto con il PD, chi invece intende costituirsi come realtà autonoma e non subalterna, come “Toscana a sinistra”. In effetti, alcune condizioni di partenza perché “Toscana a sinistra” fosse una proposta valida c’erano: non si partiva da zero, ma dall’esperienza positiva di due consiglieri nel passato Consiglio; le piccole formazioni residue della sinistra, così gelose delle loro bandierine, avevano rinunciato ai propri segni di riconoscimento, accontentandosi di alcune parole emblematiche nel simbolo unitario; la lista aveva al suo interno esperienze innovative quali “Firenze città aperta” e “Buongiorno Livorno” ed era espressione di altre realtà locali, associative e di movimento. Tutto ciò non ha dato buoni risultati, ma il lavoro fatto non andrebbe sprecato (forse una parte di noi, io fra questi, si era illusa che il faticoso processo di ricomposizione a sinistra fosse un po’ più avanti nella nostra regione – ed è vero, mi sembra, che le cose sono andate meglio laddove, nell’area fiorentina, ad esempio, era maggiormente radicato).

Dall’esperienza fatta si possono trarre valutazioni e indicazioni di carattere generale.

Si tratta di prendere piena coscienza del fatto che la sinistra politica, quella che si traduce in rappresentanza nelle istituzioni, oggi nel nostro Paese è quasi del tutto desaparecida (a differenza di altri Paesi europei e anche degli Stati Uniti, in cui comincia ad avere una qualche risonanza la parola socialismo). Il problema della sua ricostruzione potrà scaturire soltanto da un lavoro – sociale, culturale, politico – di lunga lena, da non collegare strettamente alle scadenze elettorali. D’altro canto, va anche preso atto che continua a esistere, e ad essere notevolmente vitale, una parte della società impegnata in attività solidali e di cooperazione (si potrebbe definire una “sinistra sociale”), molto frammentata e autoreferenziale nei suoi vari frammenti, che non si ritrova comunque nelle offerte politiche esistenti (in molti casi non si pone nemmeno il problema di avere una rappresentanza politica). Inoltre, c’è addirittura un fossato fra chi comunque ha sensibilità politiche e sociali e l’insieme della cittadinanza, diffidente nei confronti della politica e dei partiti e incline, nella sua parte maggioritaria, ad accogliere narrazioni semplificate dei problemi complessi che abbiamo di fronte (e, naturalmente, delle soluzioni per risolverli). E ancora: c’è una grande incomunicabilità fra i politicamente attivi e quelle componenti sociali – i più in difficoltà, gli emarginati, i privi di prospettive – che potrebbero/dovrebbero trovare un punto di riferimento nella sinistra (che esiste, fin dalle origini, per battersi per l’uguaglianza di tutte e tutti e per affermare i diritti civili, sociali, politici delle classi subalterne).

Ricostruire la sinistra significa, nel contempo, valorizzare la politica intesa come partecipazione, restituire senso e vitalità alla vita democratica, nelle istituzioni e nella società, dare centralità ai contenuti (messi da una parte in nome della corsa al potere o, comunque, da un politicismo basato tutto sugli schieramenti). C’è un’egemonia diffusa, nel senso comune, di una cultura e di un modo di pensare di destra – cioè egoistico, individualista, intollerante, tendente a privilegiare il privato sul pubblico e sui beni comuni, negatore della laicità –, che si è affermato nel tempo e ha fatto breccia anche in quelle forze che si definiscono di centro-sinistra (tanto che si è anche pensato a modalità “omeopatiche” per opporsi alla destra facendo proprie, almeno in parte, alcune delle sue indicazioni e dei suoi obiettivi (ricordiamoci del ministro piddino Minniti che ha operato così riguardo all’immigrazione [«l’essere un po’ fascisti al fine di combattere il fascismo» del comico Crozza aveva un fondo di verità]). Nasce da qui l’esigenza di svolgere un’intensa attività culturale per recuperare il terreno perduto (in altri periodi, pur non essendo al governo, la sinistra aveva indubbiamente una notevole voce in capitolo sul piano della cultura).

Vanno poste al centro delle elaborazioni e degli interventi quelle che sono già oggi priorità assolute (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro, fino a costituire delle vere e proprie emergenze, da cui dipende la sopravvivenza del genere umano): riguardano in primo luogo l’ambiente, la crisi climatica, la riconversione ecologica dell’industria, su cui va fatta crescere una sensibilità diffusa, che comporti cambiamenti nelle politiche e nei comportamenti, collegando le grandi tematiche generali alle loro ricadute nell’ambito locale (Giani in Toscana sta già mostrando di andare in senso contrario, peraltro fedele alle sue indicazioni programmatiche, riproponendo l’attuazione delle grandi opere inutili e dannose: il sottoattraversamento TAV di Firenze, ad esempio, a cui va contrapposta con forza l’unica grande opera necessaria, quella per tutelare il territorio e recuperare le zone in via di abbandono). Occorre rapportarsi con continuità con i movimenti ambientalisti (Fridays for future), appunto, ma anche con quelli antirazzisti, femministi, per la scuola e la sanità pubblica, contro il neo-liberismo e il lavoro precario. È necessaria una presenza reale sul territorio con spazi d’incontro, di dibattito, di relazioni, di mutualità sociale (dando, in proposito, continuità a quello che “Firenze città aperta” ha già cominciato a fare, anche in seguito all’emergenza da corona virus).

Essenziale comunque – e da stimolare con grande determinazione ‒ è la costruzione, prendendoci tutto il tempo che sarà necessario – senza ingannevoli scorciatoie ‒ di un soggetto politico nazionale che non sia la somma di sigle prive ormai, in gran parte, di agganci con le situazioni reali nei vari territori, ma che nasca su basi del tutto nuove (con i soggetti già costituiti che fanno un passo indietro e con l’obiettivo di divenire punto di riferimento per le energie sociali a cui si è accennato in precedenza, promuovendo un collegamento fra esperienze innovative diverse). Solo una sinistra così ricostruita potrà acquistare la consistenza e la visibilità che la metta in rapporto con l’insieme della popolazione e le faccia svolgere un ruolo verso un partito di centro come il PD (che appare invece a molti, ancora oggi, come l’unico argine possibile alla destra impresentabile, leghista / fascista / sovranista / populista / razzista).

Si tratta di un percorso avviato, nella nostra regione, con “Toscana a sinistra”, un progetto che va ripreso con maggiore convinzione, con vigore, con un più ampio radicamento nei territori, superando i limiti riscontrati e gli errori commessi. Andiamo quindi avanti, ricominciando però, non da zero, ma, alla Troisi, da tre, senza perdere di vista l’obiettivo finale, che oggi appare utopico, ma che comunque ci deve spronare a proseguire il cammino.


Il voto in Toscana: una lettura sbagliata

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caro direttore,

su una cosa si può essere d’accordo, tra quelle che Tomaso Montanari sostiene nel suo recente intervento su queste pagine (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/25/le-elezioni-e-la-sinistra-che-non-ce/): quando, nella conclusione sulla “sinistra che non c’è”, sottolinea che essa ben difficilmente potrà nascere «in prossimità di elezioni» e che occorre «battere strade più lontane, più impervie, più faticose». Certo, per iniziare davvero a percorrerle, queste strade, bisognerebbe cominciare ad abbandonare la cattiva abitudine, cui anche Montanari indulge, di considerare “risibile” la sinistra che non piace, muovendo dall’assunto implicito che solo il proprio modo di intendere la sinistra sia quello vero ed autentico.

Ma qui vorrei soffermarmi in particolare sull’interpretazione che Montanari propone del voto toscano, una lettura a mio avviso del tutto fuorviante. A suo dire, in Toscana «trionfa una paura creata ad arte», una gigantesca truffa ai danni della residua sinistra che si presentava alle elezioni. E allora, bisogna ricostruire i fatti: e i fatti non sono i sondaggi più o meno manipolati, ma i voti veri, quelli delle elezioni europee dello scorso anno, che videro la destra in vantaggio di quattro punti sul centrosinistra (e poi la lista “La Sinistra” al 2,6%). Di più, tra il 2015 e il 2018, la destra aveva conquistato l’amministrazione di 6 capoluoghi di provincia su 10. Sulle cause di questi mutati equilibri, si potrebbe discorrere a lungo, e non è questa la sede. Ma certo, la primaria responsabilità va addebitata al Pd e alle sue scelte, che hanno dilapidato il capitale storico ereditato dalla centenaria tradizione socialista e comunista di questa regione. Ma tant’è, alla vigilia di queste elezioni, questi erano i dati di partenza, e i sondaggi, quelli pubblicati sui maggiori quotidiani e condotti dagli istituti più seri, non potevano che registrare una situazione di grande incertezza. A ciò si aggiunga la scelta del candidato, Eugenio Giani: non è corretto definirlo, come fa Montanari, un candidato di “apparato” o di “corridoio”, ma certo un politico da tempo sulla scena, che inizia la sua carriera nel PSI, nella sinistra socialista di Valdo Spini, e che poi si trova a navigare nei meandri del centrosinistra e poi del PD, fino a schierarsi con Renzi, negli anni del suo massimo fulgore. Ma persona mai chiacchierata, sulla cui personale correttezza nessuno ha avuto mai da ridire. La scelta di questa candidatura, già prima del Covid-19, frutto di accordi interni al PD, ha creato disagio e dissenso: vanamente una parte della sinistra, e una parte dello stesso PD, hanno cercato di costruire e proporre altre candidature. Senza riuscirci. D’altra parte, proprio lo stile e la figura del candidato (che i giornali definivano vintage), nelle particolari condizioni di una campagna elettorale segnata dal Covid-19, acuivano la sensazione di una notevole difficoltà a mobilitare l’elettorato democratico. E così ben presto scattava un certo allarme: sì, una certa “paura”, specie di fronte ad una destra che non commetteva gli errori commessi in Emilia (nessuna “citofonata” di Salvini). E senza che ci fossero molte Sardine in giro, e lo si può ben comprendere, che ravvivassero un’opinione pubblica democratica che sembrava piuttosto sonnolenta. Cosa fare in queste condizioni? Senza dubbio, la scelta è stata quella di “drammatizzare” lo scontro, ma è davvero sorprendente che ciò sia avvenuto? Del resto, è singolare che si giudichi «non contendibile» la Toscana, ma post factum: prima non era affatto così, e tanto più la Toscana si sarebbe rivelata “contendibile” tanto meno diffusa si fosse rivelata la consapevolezza dei rischi oggettivi che si correvano. Le elezioni sono un gioco strategico in cui milioni di scelte individuali si combinano simultaneamente in un risultato aggregato e collettivo che può anche risultare imprevisto o indesiderato, se le aspettative che guidano le singole scelte muovono da presupposti fallaci o da aspettative infondate. Ed è quello che poteva accadere, se tutti o molti si fossero adagiati nella credenza che «la Toscana non poteva andare alla destra». E qui, per fortuna, la gente di sinistra e democratica non ha voluto correre rischi. E lo ha fatto anche contro la tentazione della “personalizzazione”: seppure con un candidato che non convinceva, ha prevalso la politica. E, anche da questo punto di vista, le elezioni toscane si differenziano dal voto delle altre regioni, in cui ha dominato la figura dei cosiddetti “governatori” incumbents.

La paura, come sappiamo, è un’emozione che conta molto in politica; ma può avere segni diversi. Nel nostro caso è scattata una reazione difensiva di alto valore civile e democratico. A due giorni dalle elezioni, di fronte alle immagini del trionfale comizio finale di Salvini e Meloni a Firenze, in una Piazza della Repubblica gremita, scattava anche una reazione di orgoglio: con tutti i suoi limiti, il modello sociale e istituzionale della Toscana sembrava qualcosa che meritava di essere difeso. A cominciare dal sistema sanitario regionale, che aveva retto bene alla prova della pandemia, e che è sentito come un patrimonio pubblico da salvaguardare. E certo non ne guadagnavano in credibilità coloro che, durante la campagna elettorale, andavano dicendo che Giani e Ceccardi erano «le due facce della destra».

Appare perciò ben misera una lettura del voto toscano in chiave complottistica, come se fosse tutto riducibile alla diabolica maestria di qualche spin doctor che semina il terrore. E come se tutto fosse riconducibile all’obiettivo di “far fuori” la vera sinistra. Ahinoi, la sinistra fuori dal PD ci pensa da sola, a farsi fuori. Il richiamo al “voto utile” contro la destra ha funzionato soprattutto nei confronti dell’elettorato del M5S: ben centomila voti in meno rispetto al 2019. È stato questo lo smottamento decisivo che ha portato poi ad otto punti di vantaggio per Giani. Come attesta una ricerca dell’Istituto Cattaneo, nella città di Firenze ben il 45% del precedente elettorato “grillino” è confluito direttamente (senza voto disgiunto) sulle liste di centrosinistra. La lista Toscana a sinistra ha ottenuto il 2,86%, persino qualcosa in più di quanto ottenuto lo scorso anno alle Europee da una lista che gravitava sulla stessa area (e il “voto disgiunto” a favore di Giani è stato scelto da circa il 15% dei 46 mila elettori della lista). Come insegnavano i nostri maestri, quando si sbaglia l’analisi anche le politiche si rivelano fallimentari. Sarebbe dovuto risultare ben chiaro che il 6,3% ottenuto da questa lista nelle elezioni regionali del 2015 (che avrebbe consentito di superare la soglia del 5%) era un traguardo irripetibile, nelle mutate condizioni: cinque anni fa, con il PD in piena era renziana, con la destra divisa tra due candidati, e con la rielezione del presidente Rossi del tutto scontata, molti avevano potuto votare una lista unitaria della sinistra. Ma oggi? Una parte della sinistra fuori dal PD ha scelto comunque di stare, con un proprio profilo autonomo, dentro il campo del centrosinistra. Discutibile, certo, ma non «risibile», come dice Montanari con un certo sussiego. Valga, a questo proposito, quanto ha dichiarato il dott. Malacarne, noto e stimato primario di rianimazione all’ospedale di Pisa, accettando la candidatura nella lista “Sinistra civica ecologista” (la lista “risibile”): «cinque anni fa ho votato per Toscana a sinistra, quest’anno non voglio correre il rischio che la sanità toscana finisca in mano leghista» (per inciso, a Pisa, questa lista ha ottenuto il 10%). Anche questa lista ha ottenuto un risultato modesto, il 2,96, mancando per pochi voti l’ingresso in Consiglio: ma appunto, siamo lì, sommando questi voti, gira e rigira, siamo sempre al 4,6% ottenuto da LeU alle politiche del 2018 (a cui si può aggiungere il 2% di Potere al Popolo). Di questo, occorrerebbe discutere: dell’incapacità di costruire un partito degno di questo nome alla sinistra del PD (un’incapacità che finisce per premiare oltre misura il voto al PD che, agli occhi di molti elettori, che pure non hanno particolari motivi per apprezzare questo partito, alla fine appare come l’unico voto “sicuro” – il 35% in Toscana: tutti “salvati” e iper-garantiti?).

Infine, alcune precisazioni sulla legge elettorale toscana. Si può criticare la legge toscana, ma a ragion veduta: non è vero, come scrive Montanari, che questa legge abbia le liste bloccate (ci sono le preferenze), e non è né migliore né peggiore delle leggi con cui si vota nelle altre regioni. Può non piacere, e a me non piace – sono per il proporzionale – ma parliamo di una legge che appartiene a quella “famiglia” di sistemi elettorali. E l’unica particolarità toscana, inefficace in queste elezioni, ossia la previsione di un ballottaggio se nessun candidato supera il 40%, fu introdotta nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il Porcellum (non l’Italicum, che non è mai venuto alla luce…), in quanto assegnava un premio di maggioranza senza nessuna soglia minima per il vincitore.

Insomma, ci sono molte cose da discutere: ma la via scelta da Tomaso Montanari non mi sembra la più costruttiva.

La replica di Tomaso Montanari

È bene ribadire qualche punto essenziale della vicenda toscana, visto il perdurare della propaganda:
a) il programma di Giani è pressoché indistinguibile da quello di Ceccardi, ed è un programma francamente di destra: sostenerlo da sinistra vuol dire non essere di sinistra, o non essere in buona fede;
b) le liste sedicenti di sinistra che lo hanno effettivamente sostenuto non hanno nessun radicamento reale nella società toscana, sono solo cavalli di Troia di un residuale ceto politico abbarbicato agli strapuntini del potere;
c) la Toscana non era contendibile, e infatti non è stata contesa. È il dato di realtà. Il capo della campagna di Giani (che prima lo era stato di Renzi e Nardella) ha scritto su Facebook: «Serviva una reazione forte della Toscana. E per questa reazione serviva che lo scenario fosse chiaro a tutti e l’averlo un po’ drammatizzato penso sia stato utilissimo per provocare questa reazione. Che c’è stata forte e chiara. Mi scuso quindi con tutti coloro che hanno subito il mio terrorismo psicologico». Terrorismo psicologico è la definizione giusta. La conseguenza di questo terrorismo è che la sinistra non è rappresentata in alcun modo nel Consiglio regionale toscano;
d) sì, l’elettorato del Pd e delle liste civetta che gli hanno portato acqua, è un elettorato di salvati, di conservatori, di persone che vorrebbero tenere le cose come stanno. I sommersi in gran parte non votano, in parte hanno votato per la Ceccardi;
e) il pessimo Toscanellum nasce, nel 2014, dal Pd renziano e dalle sue intese con Verdini e i suoi. L’Italicum ne fu un clone nazionale, e nel 2017 fu bocciato dalla Corte costituzionale (tra l’altro proprio sul ballottaggio).
Floridia mi giudica sussiegoso: è peggio, sono brutale. E sono brutalmente convinto che la vittoria di questo Pd in Toscana prepari solo un tonfo più forte e terribile alle prossime elezioni. E, ancora brutalmente, sono convinto che nulla di buono, anzi nulla di vivo, possa venire dal consunto, anzi perento, ceto politico che ha aiutato Giani “da sinistra”. È un mondo finito, le cui macerie però continuano ad impedire ogni ricostruzione a sinistra. «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti»: è l’unica cosa gentile che si può dir loro.
TM

Post scriptum [del 6 ottobre 2020]

Scopro che Antonio Floridia ha voluto replicare alla mia replica non su “Volere la Luna”, ma sulla sua pagina Facebook. Per dire, tra l’altro, che «questo è l’ultimo tentativo che faccio di dialogo pacato con questo pezzo di sinistra che si auto-proclama come l’unica, autentica interprete della “vera” sinistra». Forse dovrei correre a mettermi un casco, in vista dei prossimi tentativi di “dialogo non pacato”, ma la verità è che gli sono molto grato per questa decisione. Tra le ragioni che mi hanno spinto a partecipare alla fondazione di “Volere la Luna” c’era infatti la profonda insofferenza per l’impossibile, inconcludente, surreale dialogo con la sinistra che governa col Pd sostenendo di essere però dal Pd diversa. Semplicemente, da tempo non mi interessa più, in alcun modo: è il morto che continua a voler afferrare il vivo.
Ma è la chiusa del post di Floridia a meritare una risposta. Ecco cosa scrive: «Montanari è un ottimo storico dell’arte, ma insiste a parlare di cose che non sa o non ha studiato abbastanza: la legge elettorale toscana fu approvata nel 2004, e non c’entra nulla con il modello dell’Italicum. Fu modificata nel 2014 proprio per tener conto della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum… Ma vabbè, dettagli».
C’è una lunga schiera di personaggi, variamente connessi al potere, che da tempo mi suggerisce di occuparmi solo di storia dell’arte. Uno dei primi fu Marcello dell’Utri, attraverso un’interrogazione parlamentare dei suoi senatori al ministro dell’Università: gli dava fastidio che mi fossi occupato della razzìa della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, perpetrata dal suo braccio destro. Da allora ho deciso che di fronte questo “argomento” non avrei mai taciuto.
E dunque ripercorriamo le tappe che portano alla pessima, attuale legge elettorale toscana.
Quella approvata nel 2004 prevedeva che divenisse presidente il candidato alla carica che avesse riportato il maggior numero di voti validi, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima (art. 15 l.r. 25/2004 e art. 11, co. 1, lett. a l.r. 74/2004). La legge 270/2005 (c.d. Porcellum) ha introdotto un analogo meccanismo a livello statale (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima). La sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Porcellum perché prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse previsto il raggiungimento di una soglia minima.
La legge elettorale toscana approvata nel 2014, proprio per tener conto (benché non fosse obbligatorio) della sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum, ha previsto che divenga presidente il candidato alla carica di presidente che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti (art. 15, co. 1, l.r. 51/2014); se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti si tiene un secondo turno di ballottaggio tra i due candidati più votati (art. 15, co. 2, l.r. 51/2014).
Proprio a questa legge toscana – quella attualmente in vigore – si è ispirata la legge nazionale n. 52/2015 (c.d. Italicum), che ha introdotto un analogo meccanismo (non tramite l’elezione del vertice dell’esecutivo, ma tramite l’assegnazione di un premio di maggioranza in Parlamento alla lista o alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti, purché superiore al 40% dei voti e, se nessun candidato raggiunge il 40% dei voti, al vincitore di un secondo turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate). Ma la sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’Italicum perché, a livello nazionale, prevedeva l’assegnazione della maggioranza assoluta alla lista o alla coalizione più votata, senza che fosse prevista una soglia minima per l’accesso al turno di ballottaggio nel caso in cui nessuna lista o coalizione avesse raggiunto il 40% dei voti al primo turno.
In definitiva: la Toscana ha anticipato sia il Porcellum, sia l’Italicum ed entrambe queste leggi statali sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte costituzionale. Dopo la sentenza sul Porcellum, la Toscana ha ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale (anche se la sentenza non la riguardava direttamente: ma evidentemente ne sentiva il dovere morale). Dopo la sentenza sull’Italicum, la Toscana non ha invece ritenuto di dover cambiare la propria legge elettorale, che l’ha ispirato e che le assomiglia così tanto.
Da toscano, trovo ripugnante votare con una legge che è palesemente contro lo spirito della Costituzione. E trovo curioso che Antonio Floridia continui a non capirlo: lui che non è uno storico dell’arte, ma il Responsabile dell’Ufficio ed Osservatorio Elettorale della Regione Toscana.


Le elezioni e la “sinistra che non c’è”

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Davvero bisogna esultare perché le destre sono state fermate nelle urne?

A parte la banale constatazione che l’unica regione che ha cambiato segno politico, quella delle Marche, è proprio passata alle destre, mi pare evidente che la tenuta del Pd è stata resa possibile solo da un ulteriore spostamento a destra suo e dell’intero quadro politico, e da un ulteriore emorragia di democrazia. Mi pare questa la cifra dominante: almeno se con “democrazia” intendiamo pluralità, rappresentanza, istradamento del conflitto sociale nelle istituzioni. Decenni di plebiscitarismo, maggioritarismo, riduzione quantitativa e qualitativa della rappresentanza danno i loro frutti: in Veneto e in Campania siamo al dominio personale, al di là di ogni partito; in Liguria perde l’unico progetto mainstream in qualche modo progressivo; in Toscana trionfa una paura creata ad arte. E il referendum consacra una riforma che taglia il Parlamento, e lo umilia: una riforma (come ha chiarito Grillo a urne chiuse) che si ispira al più radicale antiparlamentarismo.

È sulla mia Toscana che vorrei scrivere qualche parola in più: anche perché il suo triste paesaggio politico annuncia scenari nazionali futuri. Mentre per fortuna muore nella sua stessa culla Italia Viva (4,48% mentre mancano ancora i dati di tre sezioni), Renzi trionfa nella sadica imposizione al Pd di Eugenio Giani: un candidato di apparato, anzi di corridoio. Del tutto incapace di parlare di futuro, del tutto alieno da ogni idea di sinistra. Come ho già detto su questo sito, e come ho continuato (inutilmente) a scrivere fino alla vigilia del voto, la Toscana non era affatto contendibile, e i veri sondaggi lo rilevavano correttamente: Giani è sempre stato saldamente in testa. Quel candidato inguardabile era un candidato naturalmente vincente: perché capace di attrarre moltissimi voti dalla destra del potere, e insieme di ricattare (proprio per la sua apparente debolezza) gli elettori di sinistra attraverso la paura della destra popolare. È andata puntualmente così: a urne aperte i toscani (specie quelli di sinistra-sinistra) hanno ricevuto decine di sms con sondaggi che davano la Ceccardi in vantaggio di dieci e passa punti (varie denunce sono state presentate), secondo una tecnica ampiamente sperimentata in Brasile, dove le campagne elettorali si decidono attraverso campagne mistificatorie via whatsapp. Conosco amici che, presi dal panico dei fascisti che arrivano in Piazza della Signoria, hanno votato per Giani, spesso senza riuscire a fare il voto disgiunto (risultano oltre quarantamila schede nulle), e trattenendo a stento i conati di vomito: salvo accorgersi, già lunedì pomeriggio, della truffa subìta.

Il risultato è che la bella lista di Tommaso Fattori, Toscana a Sinistra, che nel 2015 aveva preso il 6,9 entrando in Consiglio regionale con due seggi, oggi con il 2,86 rimane fuori. E del resto dal Consiglio regionale toscano rimane fuori (secondo i dati attuali) ogni possibile sinistra: perché nella coalizione vincente eleggono consiglieri solo il Pd, la lista di Giani e Italia Viva, mentre i (peraltro risibili) cartelli “di sinistra” creati ad hoc non superano lo sbarramento. Ma Giani ha già annunciato che nominerà assessori appartenenti a quella “sinistra di servizio”, un gesto più clientelare che politico: vista l’esiguità, per non dire l’assenza, di ogni base popolare di quelle forze, non avremo una coalizione con pesi politici chiari, ma solo la promozione di alcune persone. E nessun rappresentante di sinistra nel Consiglio: cioè nessun controllo democratico, e un’opposizione tutta regalata a Lega e Fratelli d’Italia.

Vincono dunque la paura, la credulità popolare e il cinismo di un sistema mediatico che, obbedendo a proprietà e poteri, letteralmente all’unisono ha suonato l’allarme per l’inesistente pericolo fascista e invitato al salvifico voto per Giani, eliminando dalla narrazione qualunque altra lista, e specie quelle non rappresentate nel teatro nazionale.

Naturalmente, però, i problemi della sinistra sono più antichi e più profondi. Giani vince con i voti dei salvati, di coloro a cui conviene che tutto rimanga com’è: mentre il voto dei sommersi, dei poveri, degli esclusi (la base sociale naturale di ogni sinistra) rimane nell’astensione (il 37,3% dei toscani non ha votato), o va (per disperazione e rabbia) alla Ceccardi, la candidata della Lega. Ma anche il 6,9% di Toscana a Sinistra del 2015 veniva dai salvati: dai più generosi e illuminati dei salvati, che si impegnano nelle lotte per l’ambiente e per gli ultimi. Stavolta sono stati terrorizzati, e si sono compattati per Giani, suicidando le loro idee. Ma è chiaro che, anche se avessero votato come nel 2015, il problema sarebbe stato lì, enorme: non esiste (in Toscana, in Italia, in Europa e forse nel mondo) una sinistra capace di portare al voto gli esclusi, i marginali, i poveri.

La novità terribile di queste elezioni toscane è che il sistema mediatico e quello elettorale, cioè la forma stessa assunta dalle istituzioni e dalla comunicazione, rende ormai difficile o forse impossibile anche solo provare a costruirla. La pessima legge elettorale toscana (maggioritario con listini bloccati e sbarramenti) è la madre riconosciuta dell’Italicum bocciato dalla Corte Costituzionale: e quella legge provoca un brutale strozzamento della rappresentanza anche per il combinato disposto con il taglio dei consiglieri regionali, passati da 55 a 40 nel 2011, con una retorica identica a quella dell’odierno taglio dei parlamentari. Proprio Tommaso Fattori aveva proposto nella scorsa consiliatura una legge elettorale proporzionale: respinta con sdegno dal Pd e da Italia Viva.

Ebbene, la sciagurata vittoria del Sì (votata dal 69,64% del 54,9% che ha votato) al referendum prosciuga ancora l’acqua della rappresentanza popolare, aumenta l’oligarchia, restringendo lo spazio del dissenso anche a livello nazionale. E nulla, ma proprio nulla, permette di credere che verrà approvata l’unica legge capace di raddrizzare la situazione: un proporzionale senza sbarramenti. La polarizzazione drammatica contro le “destre”, la normalizzazione dei media e l’involuzione costituzionale del taglio lasciano prevedere che la situazione Toscana possa replicarsi anche a livello nazionale: con l’espulsione dal Parlamento di ogni sinistra non di sistema, e con la conseguente espulsione anche del conflitto sociale.

Le prime analisi del voto referendario dimostrano che il Sì ha trionfato tra gli elettori meno scolarizzati e più poveri: proprio quelli che avrebbero bisogno di più rappresentanza! Ma la rabbia (assai giustificata) contro una politica che li ha abbandonati si è trasformata in ciò che essi leggevano come uno sfregio alla politica, ma che di fatto era un atto di autolesionismo politico. E qua è davvero imperdonabile il ruolo degli intellettuali che hanno scelto di cavalcare questa onda: attratti dal successo e dal fiancheggiamento del Governo, hanno attivamente cooperato a mettere la corda al collo della rappresentanza di chi è senza nessun’altra rappresentanza.

Personalmente, da questa settimana fatico, non dico a pensare a quale lista potrebbe presentarsi con qualche possibilità di successo alle prossime elezioni di ogni grado: ma addirittura fatico a pensare di continuare ad andare a votare, tanto la rappresentanza mi pare chiusa ad ogni istanza realmente democratica.

È sempre più evidente, in ogni caso, che la “sinistra che non c’è” non nascerà in prossimità di elezioni e istituzioni. Occorre battere strade più lontane, più impervie, più faticose.


Il voto nelle “terre ballerine”

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Non so se si può dire – come intitolava a caldo il Manifesto – che quella del 20 e 21 settembre è stata una “vittoria per due” (Zingaretti e Di Maio, che infatti hanno esultato). Credo di no. Ma sicuramente è stata una sconfitta per uno (Matteo Salvini).

I Cinquestelle possono, è vero, accreditarsi l’ampio consenso referendario al taglio dei parlamentari (l’ultimo brandello di bandiera che gli restasse, dopo aver ammainato malamente tutte le altre, e il più rozzo per le motivazioni addotte). Ma nelle Regioni in cui si è votato nelle amministrative sono praticamente spariti dai territori. Il Pd ha respinto, è vero, il tentativo di spallata della destra nelle Regioni simbolo, in particolare la Toscana. Ma si è perso, al referendum, buona parte dell’unico insediamento sociale omogeneo che gli era rimasto: la “fascia protetta” dei quartieri residenziali delle città e delle aree metropolitane, quelli dei Municipii I e II a Roma, della Crocetta e di Borgo Po a Torino, di Brera e Magenta a Milano, il “ceto medio riflessivo” e i winner della globalizzazione che non votano “con la pancia” e hanno scelto massicciamente il NO seguendo gli appelli di Repubblica e Huffington Post.

Lui, Salvini, invece, non può rivendicare niente. Ha perso su tutto il fronte. Al sud, naturalmente, in particolare in Puglia dove la sconfitta di Fitto porta il segno del default della “Lega con Salvini”, crollata di 15 punti rispetto alle Europee (dal 25,2% al 9,7%). E al Nord, nel “suo” Veneto, dove il suo antagonista interno Zaja lo doppia due volte, con un secco 45,2 contro 16,7. Oltre naturalmente alla Toscana – la “madre di tutte le battaglie” – dove evidentemente gli elettori si sono turati montanellianamente il naso di fronte all’impresentabile Giani in nome del proprio nobile passato di “regione rossa” (qui l’affluenza è stata di 15 punti percentuali superiore alla precedente tornata amministrativa). Aveva preconizzato, smargiasso, un 7 a 0, ed è stato l’ennesimo autogoal di una serie ininterrotta iniziata al Papeete lo scorso agosto e proseguita senza soluzione di continuità. Doveva essere l’occasione per la definitiva delegittimazione del governo giallo-rosa di Conte II. E’ stata invece una sua insperata riconferma.

 

Dal combinato disposto di questa tornata elettorale il governo sembrerebbe uscire, almeno in teoria, se non “blindato”, come titolano molti giornali, in qualche misura rafforzato. Non le sue due principali componenti, come si è visto entrambe – e in diversa misura – acciaccate. Ma il Governo nel suo insieme, che può sperare di sopravvivere senza gravi scossoni (per lo meno di origine esterna) fino al “semestre bianco” (tra meno di un anno, alla fine di luglio del ’21) e all’elezione del nuovo Presidente, tanto più che i “guastatori” renziani di Italia Viva sono stati ridicolizzati nelle urne (l’1,4% di Scalfarotto in Puglia contro Emiliano è esilarante, ma anche lo stentato 6,7% nella “sua” Firenze è un bello scorno per il bullo di Rignano, dove peraltro Italia Viva non è andato oltre il 10% contro il 36% del Pd…).

Se dovesse andar giù – ipotesi tutt’altro che improbabile -, venendo meno alla ragione fondamentale della sua esistenza, quella di durare fino al rinnovo della Presidenza della repubblica, questo Governo lo farà esclusivamente motu proprio, per responsabilità e colpa delle sue due principali componenti: per le convulsioni del Movimento 5 stelle, dove la sensazione di evaporazione dai territori (in nessuna delle sei regioni sono andati al di sopra del 10%, in Veneto stanno addirittura al 2,7!) sta già scatenando un inizio di bellum omnium contra omnes di cui il troglodita politico Di Battista si è fatto avanguardia e in cui l’impressionante incapacità non solo “strategica” ma anche “tattica” di tutto il quadro dirigente e militante fa da combustibile. E insieme per le opposte e simmetriche tentazioni egemoniche del Pd, inebriato dai risultati (sono inaspettatamente il primo partito in cinque regioni su sei, solo in Veneto sono secondi, all’11,9% dietro la Lega che sta al 16,9%) e spinto da molti a forzare, per hybris, non tanto sul sacrosanto terreno dei punti programmatici irrinunciabili per qualunque forza politica rispettabile (la cancellazione dei “decreti Salvini”, una legge elettorale di “salute democratica” e dunque rigorosamente proporzionale) ma su quello fangoso delle poltrone ministeriali, magari chiedendo un rimpasto che, nel castello di carte che è oggi il Governo Conte II, potrebbe innescare a cascata un effetto domino dall’esito poco controllabile. Tanto più che il fondamento (anzi, potremmo dire “il fondo”) su cui la costruzione politica e istituzionale si appoggia – la “base sociale”, il “comune pensare”, i “sentimenti della nazione”, chiamiamolo come vogliamo -, è liquido, instabile e basculante come le “terre ballerine” delle aree paludose. E l’onda di piena che da quasi un decennio sta destabilizzando il quadro politico di mezzo Occidente, e che per semplicità continuiamo a chiamare “populismo”, nonostante le apparenze, non sembra essersi riassorbita ma piuttosto pare di volta in volta cambiare forma e linguaggio senza perdere slancio. Ce lo dicono, nel linguaggio criptico delle mappe elettorali, gli stessi risultati delle regionali.

E’ vero infatti che le due forze che hanno incarnato “ufficialmente” il populismo italiano – Lega e M5S, quelle che hanno raggiunto l’apice con il Conte I e la maggioranza giallo-verde – sono uscite malconce. O, se si preferisce, sembrano aver perso la propria “forza propulsiva”, bastonata la seconda. Ma anche – ed è il dato più importante – arrestata la prima, quella che sembrava aver raccolto il testimone della viralità populista. Anzi, arrestato il suo “Capitano”, umiliato al Sud, ma anche ridimensionato al Centro e al Nord. La “sua” Lega sta sotto la linea di galleggiamento del 10 per cento in Puglia (9,6%) e in Campania (5,7%). In Liguria, dove Toti stravince col 56% Salvini prende un misero 17% e nel Veneto di Zaja al 70% si ferma al 16,9%. Solo nelle Marche raggiunge il suo picco massimo, che però è il 22%, e il vincitore è in quota Meloni, mentre in Toscana si deve accontentare del 21%, pochino per uno che voleva prendere tutto. Se un dato invece spicca – finora poco considerato dai commentatori, ma rilevante e in qualche misura sintomo di una febbre non ancora spenta – è la dimensione fortemente personalizzata di questo voto, e la natura decisamente “personale” delle vittorie. I vincitori sono quasi ovunque i candidati, non i rispettivi partiti, e spesso le loro liste individualizzate: così per il Veneto di Zaja (premiato dal virus), ma anche per la Liguria di Toti (lanciato in alto dall’uso del ponte come trampolino), naturalmente per De Luca in Campania (beneficiato anche lui dal Covid e dalla sua crozziana visibilità) e per Emiliano in Puglia. E la personalizzazione è, come è noto, un tratto distintivo della “sindrome populista”, che si alimenta della inevitabile disintermediazione tra elettori e potere quando si estenua il ruolo dei partiti.

Caso a sé, per certi versi, la Toscana dove il basso profilo del candidato Presidente tende ad escludere il fattore “carisma”. Qui, dall’analisi territoriale dei risultati emerge con molta chiarezza l’esistenza non di una ma di due Toscane: una Toscana dell’hard core, vogliamo chiamarla una “Toscana classica”, distesa lungo la linea della Firenze-mare dove il rosso stravince con distacchi abissali come a Firenze 1 (il comune di Firenze, dove tra Giani e Ceccardi ci stanno più di 30 punti di distacco: 60,3 contro 29,7) o nella Pisa-città riconquistata (52,8 a 36,5) e a Livorno (48,4 a 32,7), oltre naturalmente nella Siena orfana di Montepaschi (51 a 40); e una Toscana dei margini (Lucca, Grosseto) dove prevale il blu e Ceccardi arriva prima, anche con un certo distacco, col caso deprecabile di Massa-Carrara, collegio tradizionalmente rosso, con forti venature anarchiche, dove tuttavia Ceccardi vince sia pur di misura (un punto e mezzo di distacco). Sono i segni di come, anche qui, lavori la legge dei margini che già aveva operato in Emilia-Romagna, e che vuole la torsione populista come punizione di una sinistra migrata altrove, nei luoghi dell’economia fast, a danno delle aree slow…

Non è finita, dunque. Siamo ancora a metà del guado. E probabilmente l’esito di questo – su quale sponda si resterà o si approderà – dipenderà più dagli errori che ognuno dei giocatori farà nei prossimi mesi che dai meriti di ognuno di essi. Più dalle rispettive “assenze” che dalle possibili virtù (che non esistono, su nessun versante). E da quanto le parti più sofferenti di società si sentiranno, vicini o lontani, i rispettivi giocatori di una partita la cui posta era e resta altissima.


Perché alle regionali non voterò Giani

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Ci sono due modi per guardare alle elezioni in Toscana.

Il primo è con una lente politicista, quella che «farà leggere nel risultato del centrodestra e di Ceccardi il risultato di Matteo Salvini» (così Adriano Sofri): quella che fa scegliere il cosiddetto “voto utile”. Un voto senza entusiasmo: non tanto per l’Eugenio Giani pesce bollito di un intramontabile potere dei corridoi, quanto contro il “fascismo” ruspante ostentato dalla caricaturale Susanna Ceccardi.

Oppure si possono usare gli occhi dei toscani: ma dei toscani poveri. Dei sommersi, non dei salvati. E allora scegliere un voto utile per la vita di chi lo dà, quel voto, e non per gli analisti politici che lo sezioneranno la notte del 21 settembre. Un voto per Tommaso Fattori, per esempio, e per la sua lista Toscana a Sinistra. Io farò così: per eleggere a rappresentarmi Marcello Gostinelli, operaio cassintegrato della Bekaert iscritto alla Fiom, o l’economista Anna Pettini, presidente del corso di laurea triennale in Scienze Politiche.

È una scelta spartiacque, che parte dalla constatazione di un dato di fatto: Giani e Ceccardi sono (per usare un popolarissimo proverbio toscano) zuppa e pan bagnato. Che non vuol dire che siano uguali: perché la ribollita non è la panzanella. Ma vuol dire che sono molto simili, perché hanno alla base lo stesso ingrediente, che è per l’appunto il pane stantio che accomuna un Pd totalmente succube dell’Italia Viva di Matteo Renzi alla Lega di Matteo Salvini. Quel pane è la totale accettazione dello stato delle cose, dei rapporti di forza esistenti. Che vinca Giani o che vinca la Ceccardi, per i toscani non cambierà quasi nulla. A parte i toni della retorica, certo: Giani non farà le moschee senza avere il coraggio di dire perché (così hanno fatto Renzi e Nardella), la Ceccardi non le farà esplicitando posizioni razziste. Per farlo userà le parole di quella toscanissima Oriana Fallaci a cui Giani e i suoi dedicano vie e statue.

Come Fattori (consigliere regionale uscente) ha puntualmente documentato in tutta la legislatura appena finita, Pd e Lega sono stati d’accordo su ogni scelta strategica: grandi opere (a partire dall’ampliamento dell’aeroporto di Firenze), inceneritori, soldi alla scuola privata, privatizzazione crescente della sanità, consumo del territorio (a partire dal massacro delle Apuane) e sabotaggio della legge Marson sul paesaggio (non per caso Anna Marson, assessora tecnica della prima giunta Rossi, dichiara il suo voto per Fattori). Per non parlare del securitarismo più destrorso: davvero qualcuno pensa che le ruspe sulle quali Nardella si fa fotografare mentre demolisce i campi rom siano diverse da quelle di Salvini? Davvero una Toscana democratica si oppone a una Toscana fascista, o siamo invece di fronte a due destre, diverse ma su quasi tutto di fatto convergenti? Del resto, la legislatura, non si è appena chiusa con un accordo Lega-Pd per impedire la ripubblicizzazione dell’acqua in Toscana?

Qua sta la vera ragione della debolezza della Ceccardi (che sondaggi terroristici orientati da Italia Viva provano invece ad accreditare come fortissima): la destra dei poteri trasversali e segreti voterà compattamente per Giani. Scommetto che Denis Verdini e signora non voteranno per la candidata del genero Salvini, ma per il naturale rappresentante dei loro interessi: che sono gli interessi di chi vuole che tutto vada come è andato finora.

La scelta di Giani, imposta da Renzi, ha impedito anche solo il tentativo di costruire in Toscana qualcosa di simile all’alleanza giallo-rosa che in Liguria candida Ferruccio Sansa. È vero che in Toscana i Cinque Stelle sono sempre stati residuali, ma è anche vero che solo un’intesa con loro avrebbe potuto costringere il Pd a mettere in discussione il suo ossificato sistema di potere, innescando un processo che avrebbe coinvolto inevitabilmente anche la sinistra. Invece, niente: si è imposto il peggio del peggio puntando tutto sul voto utile, cioè sulla speranza che il pan bagnato sembrasse peggio della zuppa. Un ricatto morale amplificato dalla demenziale legge elettorale toscana che il Pd stesso si è costruito.

Ma ormai sappiamo che a forza di mali minori si è costruito un male maggiore, a forza di subire ricatti siamo arrivati a un’astensione di massa, a forza di furbeschi voti disgiunti che salvassero i governi abbiamo perso la democrazia, a forza di voti utili abbiamo distrutto la rappresentanza dei più deboli.

Ora basta: con la zuppa, e anche col pan bagnato.