La caduta di Draghi: le ragioni reali e i cocci

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Aggregatasi attorno alla distribuzione dei fondi del PNRR e alla smania di “ritorno alla normalità” pre-pandemica, l’unità nazionale non ha retto, e non poteva reggere, al cambio di stagione che vede sovrapporsi e convergere sei diverse emergenze – guerra, inflazione, crisi climatica, crisi energetica, carestia, pandemia – in un concentrato catastrofico inimmaginabile solo sei mesi or sono. Non ha retto e non poteva reggere l’unità nazionale, non ha retto, anzi è definitivamente imploso, un sistema politico già sgretolato e privo di credibilità, e non ha retto nemmeno l’uomo, il tecnocrate, la riserva della Repubblica, che era stato chiamato a supplirne inadeguatezze e inefficienze.

È questa la verità profonda e sostanziale, ma che nessuno osa nominare e ammettere, di una crisi altrimenti inspiegabile. Cominciata con un pettegolezzo poco dignitoso per i suoi stessi protagonisti, il Comico e il Tecnocrate. Proseguita con una scissione calcolata – e probabilmente teleguidata – a tavolino per garantire la tenuta del governo, e rivelatasi una miccia per il suo affossamento. Imputata tutta al gesto di sottrazione dei 5S – un non-voto, non una sfiducia – che alla fine della storia appare il gesto meno opaco di tutti, ancorché dilettantesco. E finita con uno schiaffo del centrodestra, l’unico che dalle elezioni anticipate ha tutto da guadagnare (ma poi chissà), perché alla fine in politica gli interessi e i numeri contano più degli inchini e delle genuflessioni.

Più che quella dei singoli attori, incomprensibile rimane la conduzione della crisi da parte del protagonista del plot, che sembra aver fatto di tutto non per tutelare ma per terminare il suo governo. Prima l’inserimento non necessario, nel voto di fiducia sul “decreto aiuti”, di un provvedimento indigeribile (il famigerato inceneritore) per i 5S. Poi le dimissioni, né dovute né necessarie né opportune, malgrado la fiducia delle due Camere. Poi l’impianto del discorso di ieri al Senato, con tre errori marchiani: un programma più da inizio che da fine legislatura, puntigliosamente volto a inasprire invece che a smussare le tensioni con i 5S e la Lega; l’accento populista della contrapposizione fra “gli Italiani” mobilitatisi per il premier e il parlamento e i partiti meno meritevoli della sua considerazione; la rivendicazione senza se e senza ma, aggressiva e ultimativa, della posizione assunta sulla guerra. Draghi voleva andarsene e dimostrare, a Mattarella in primis, che non poteva fare altro che andarsene? O puntava maldestramente su una ulteriore scomposizione del sistema politico che mettesse fuori gioco “i populisti”, ovvero sullo sgretolamento definitivo dei 5S e sull’emarginazione della Lega nel centrodestra che invece si è compattato?

Ora tutti, salvo Giorgia Meloni, dicono che nessuno voleva le elezioni anticipate. Ma non è vero, perché invece le volevano tutti, perché tutti – e forse lo stesso Draghi – sono terrorizzati dall’autunno che ci aspetta con il concentrato di emergenze di cui sopra, nessuno – e forse lo stesso Draghi – sa come gestire un tasso di inflazione che mette in mora i fondamentali delle (rovinose) politiche economiche degli ultimi decenni, e tanto vale mandare a schiantarsi su questo disastro annunciato Meloni, che guarda caso è l’unica donna della situazione – ammesso, s’intende, che i suoi due virilissimi alleati glielo consentano.

Restano, come sempre, i cocci da raccogliere, e quelli dell’esperimento Draghi, anzi Mattarella-Draghi, sono cocci pesanti. Com’era o avrebbe dovuto essere evidente fin da subito, la soluzione tecnocratica non ha lavorato per una ricomposizione ma per una ulteriore scomposizione del sistema politico. Non ha sgombrato il campo da populismo e sovranismo, perché se il 5S si sono sgretolati – alimentando l’astensione – FdI e Lega continuano a prosperare. Ha invece ulteriormente indebolito il campo del centrosinistra, con un Pd identificato senza resti con Draghi e quindi oggi sconfitto con lui, l’alleanza con i 5S saltata e il “campo largo” ristretto al rapporto con i vari Renzi e Calenda ringalluzziti. Il tutto nella camicia di forza di un bipolarismo imposto dalla legge elettorale ma ormai privo di qualunque sostanza.

Soprattutto, sono la rappresentanza e le istituzioni a uscirne ulteriormente provate: con le performance grottesche come quella di ieri al Senato, senza dimenticare quella di pochi mesi fa per l’elezione del capo dello Stato, ma anche con novità inquietanti come le “manifestazioni spontanee” a sostegno del premier, orchestrate nell’ultima settimana da poteri forti e deboli, e da corporazioni di varia natura (oltre ogni immaginazione la lettera al premier dei neuroscienziati). La stessa Presidenza della Repubblica, cui la soluzione Draghi si deve interamente, ne esce evidentemente diminuita. In compenso le novità non mancano. Dopo la democrazia dell’applauso sperimentata nel ventennio berlusconiano, nel bagno purificatore dell’astensionismo di massa e all’ombra dei poteri internazionali garanti del tecnocrate è nata la democrazia della supplica. Suppliche a Mattarella perché restasse, suppliche a Draghi perché non ci abbandonasse.

Sono tutti argomenti, purtroppo, a favore della propaganda antioccidentale di Putin, e a sfavore delle democrazie armate di valori tanto predicati quanto traditi. Ci aspettano tempi pesanti.

L’articolo è tratto dal sito del CRS-Centro per la Riforma dello Stato


Dopo di me il diluvio

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Draghi come Schettino ha affondato da sé stesso il vascello di cui era al comando. Secondo la Costituzione «il Governo deve avere la fiducia delle due Camere» (art. 94). La Costituzione non richiede la maggioranza assoluta per la validità della fiducia. È, sul punto, piuttosto elastica e consente anche la nascita e il mantenimento in vita di Governi privi della maggioranza assoluta in Parlamento, come avvenne nella XII legislatura con il Governo Dini. Il Governo ha l’obbligo di dimettersi solo se il Parlamento approva una mozione di sfiducia oppure se respinge un provvedimento sul quale il Governo ha posto la fiducia. Nella vita della Repubblica i Governi sono caduti per un voto di sfiducia oppure si sono dimessi preventivamente in vista o per evitare un voto di sfiducia. Non si era mai visto un Presidente del Consiglio che rassegnasse le dimissioni dopo aver ottenuto un voto di fiducia approvato a maggioranza assoluta al Senato (172 a favore e solo 39 contrari).

Eppure proprio questo è successo. Draghi ha drammatizzato il dissenso dei 5Stelle, che non hanno partecipato al voto, come se fosse un delitto di lesa maestà. In realtà dietro quel dissenso, espresso in forma morbida, si nascondevano questioni politiche reali che attenevano alla questione sociale, alla riconversione ecologica, all’afflusso ulteriore di armi all’Ucraina. Dopo che il Presidente della Repubblica ha doverosamente respinto le dimissioni e rinviato Draghi in Parlamento, si sono scatenate le bastonature mediatiche più feroci nei confronti di Conte, accusato di ogni nefandezza, mentre sono venuti fuori invocazioni e appelli di ogni tipo per mantenere Draghi alla guida del Governo. Il 20 luglio è stato il giorno della verità: Draghi si è presentato al Parlamento con un discorso da divinità offesa, deciso a crocifiggere il dissenso dei 5S e ad ottenere la sottomissione di tutte le componenti della sua variegata maggioranza, dando l’impressione di voler concedere ai parlamentari un’altra chance di mostrarsi uniti alla sua leadership: «All’Italia non serve una fiducia di facciata che svanisce davanti ai provvedimenti scomodi. […] I partiti e voi parlamentari siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti? […] Questa risposta a queste domande la dovete dare non a me, ma a tutti gli italiani». Detto in altre parole non era il Parlamento che doveva rinnovare la fiducia al Presidente del Consiglio ma erano i parlamentari che dovevano guadagnarsi la fiducia di Draghi, rinsaldando la loro unità intorno al sovrano e l’obbedienza ai dettami della sua politica.

Agendo in questo modo Draghi non si è reso conto che introduceva un elemento di autoritarismo nella vita politica che mal si concilia con la dialettica democratica. Gli elementi più inquietanti nel suo discorso riguardano la posizione internazionale dell’Italia. Il Presidente del Consiglio ha rivendicato che: «questo Governo si identifica pienamente nell’Unione europea, nel legame transatlantico. La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Unione europea, del G7, della NATO». A questo passaggio c’è da obiettare che chi si identifica nell’Unione Europea dovrebbe accorgersi che c’è una distanza incolmabile fra gli interessi dell’Europa (il primo dei quali è che cessi la guerra ai suoi confini) e quelli degli USA (che dal prosieguo della guerra traggono grandi vantaggi). Chi pretende di identificarsi nell’UE e nel legame transatlantico, in realtà sposa la subalternità dell’Europa agli Usa e tradisce gli interessi europei. Non c’è dubbio che Draghi non sia un europeista convinto ma il più autorevole terminale della NATO nel sistema politico italiano. Lo ha dimostrato anche con i richiami al sostegno della guerra in Ucraina: «Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina in ogni modo […]. Come mi ha ripetuto ieri al telefono il presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi».

La presenza di Draghi alla guida del Governo italiano è stata considerata dagli USA, dalla NATO e dalla stessa Ucraina una garanzia irrinunciabile per mantenere la fedeltà assoluta del nostro paese agli indirizzi sconsiderati della NATO che a Madrid ha effettuato una scelta strategica di rilancio della guerra, fredda e calda (in Ucraina), difficile da far accettare ai popoli europei. Per questo si preferiva che in Italia restasse al comando un leader forte e autorevole, capace di assicurare la “fedeltà atlantica”, senza tentennamenti.

Forte di questo consenso internazionale, Draghi è stato tradito dal suo orgoglio, ha trasformato in tragedia il dissenso di una parte della sua maggioranza e ha compiuto il gesto di arroganza di dimettersi, pur avendo ottenuto la fiducia con una maggioranza assoluta. È tornato in Senato per bastonare i dissenzienti e ottenere una nuova incoronazione trionfale. In questo modo è caduto nella trappola che gli ha teso il centrodestra e che non si sarebbe mai aspettato. La festa del ritorno di Draghi è stata rovinata dalla Lega che ha chiesto un governo “profondamente rinnovato”, cioè con nuovi ministri, con esclusione dei 5Stelle, manifestando in questo modo l’intenzione di non inchinarsi al Presidente e di volerne condizionare la navigazione. Fino all’imprevisto esito finale che ha visto Lega e Forza Italia disertare il voto (l’astensione dei 5Stelle era scontata), col risultato che nella seconda votazione sulla fiducia, i sì sono scesi da 172 a 95. Così l’esperienza del governo dei migliori è giunta al capolinea.


Una strana crisi e la voglia matta dell’“uomo forte”

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Irresponsabile. Scriteriata. Opportunista. Così è stata per lo più bollata la scelta di Conte di non votare la fiducia al governo in occasione della presentazione del decreto-aiuti, che ha suscitato la levata di scudi di Draghi e l’apertura della crisi. Una crisi, a sua volta, raccontata con toni esasperati e drammatici da chi continua a pensare a “super Mario” come al salvatore della patria, oggi più che mai indispensabile per far fronte allo sconquasso geopolitico, energetico, economico-finanziario in cui ci troviamo immersi (non senza qualche responsabilità da parte di chi ci ha finora governati, si potrebbe osservare…). Valgano, per tutte, le accorate parole consegnate al Corriere della sera da Antonio Scurati, certo di interpretare lo stato d’animo “di moltissimi italiani”, al pari di Natalia Aspesi ed Evelina Christillen nel loro “Appello agli italiani” comparso su Repubblica (https://www.repubblica.it/commenti/2022/07/17/news/appello_legislatura_disastro_italia-358068947/). Il testo di Scurati è un il pressante invito a «non mollare» rivolto a un «uomo di straordinario successo», che nel corso della sua esistenza «ha bruciato le tappe di una carriera formidabile […], ha retto le sorti di una nazione e di un continente; le ha tenute in pugno con il piglio del dominatore [sic!], sorretto da una potente competenza, baciato dal successo, guadagnando una levatura internazionale, un prestigio globale, un posto di tutto rispetto nei libri di storia». Un uomo che ora – orribile a dirsi – è stato «spinto alle dimissioni da un accanito torneo di aspirazioni miserabili. Da sudicie congiure di palazzo, da calcoli meschini, irresponsabili, spregiudicati di uomini che, presi singolarmente, non valgono un’unghia della sua mano sinistra» (https://www.corriere.it/economia/opinioni/22_luglio_17/caro-presidente-ecco-perche-non-deve-mollare-14a67034-05fc-11ed-b53c-f5a8ed9fedc6.shtml). Tutto riducibile allo scontro adrenalinico tra il maschio-alfa e i suoi ignobili concorrenti?

La caduta del governo Johnson, qualche settimana fa, non aveva ispirato simili peana, né drammatici appelli da parte di associazioni e categorie produttive, né gravi moniti a non «giocare a rubamazzetto mentre la casa va a fuoco e il mondo sta scivolando verso il nulla» (per riprendere il misurato eloquio di Aspesi e Christillen). Domenico Quirico aveva anzi ravvisato nelle dimissioni di Johnson, scaricato dal suo partito dopo l’ennesimo scandalo, il segno di una certa vitalità della democrazia britannica (https://www.lastampa.it/esteri/2022/07/11/news/dimettersi_durante_la_guerra_e_una_prova_di_democrazia-5434806/). Altri avevano commentato, sulla stessa falsariga, che «non è epocale ma naturale l’avvicendamento dei governi» (https://www.quotidiano.net/cronaca/flop-di-johnson-ma-ha-vinto-la-democrazia-1.7861202). Anche durante una guerra. Perfino nel mezzo di una crisi politica ed economica che ci viene, al solito, raccontata come se si trattasse di uno tsunami del tutto indipendente dall’agire umano e non (anche) come l’effetto di discutibilissime scelte, passate e recenti… Da dove viene allora la drammatizzazione estrema con cui il nostro paese sta vivendo questo passaggio politico? Il clima isterico che ci circonda? E che dire dello stato di salute di una democrazia che non può fare a meno del suo “uomo della provvidenza”, da cui dovrà peraltro congedarsi comunque, tra pochi mesi, alla scadenza naturale della legislatura? (https://volerelaluna.it/controcanto/2022/07/16/re-draghi-e-nudo/).

Rispetto a quella inglese, ma più in generale rispetto ai canoni di una democrazia parlamentare, l’attuale crisi è davvero anomala. Un presidente del consiglio si dimette pur continuando ad avere una solida maggioranza, un minuto dopo avere ricevuto la fiducia dal parlamento, con una decisione che non ha nulla di costituzionalmente dovuto, né può essere rappresentata come una conseguenza inevitabile del dissenso su un singolo provvedimento manifestato da una parte della sua originaria maggioranza. Ma questa anomalia, a ben vedere, è figlia di altre, più macroscopiche, anomalie, che marcano la distanza tra il nostro sistema e quello inglese (pur non privo di difetti): prima fra tutte l’esperimento di un governo “senza formula politica” che, in nome dell’emergenza di turno – prima pandemica, poi bellica, poi energetica – ha riunito (quasi) l’intero arco delle forze parlamentari a sostegno di riforme dall’inconfondibile retrogusto neoliberista. Con l’aspirazione a ridisegnare il paese per i prossimi decenni indipendentemente dai risultati delle future elezioni, visto che la rotta è stata già tracciata dall’intoccabile PNRR (ricordate il Draghi Presidente della BCE e il suo “pilota automatico”?).

Più in generale, anomalo, rispetto al dettato costituzionale, è il ricorso smodato ai voti di fiducia in cui il governo Draghi si è particolarmente distinto, nonostante la maggioranza extra-large che lo caratterizzava, sintomo di una concezione “ratificante” del parlamento ed “esecutiva” della politica (Zagrebelsky), che nulla concede alla mediazione che nell’assemblea rappresentativa dovrebbe trovare il suo luogo elettivo. Rispetto alla quale Draghi ha più volta dimostrato insofferenza, quando non vera e propria incapacità di capire, riducendosi la sua cultura politica al “lasciate fare al manovratore”.

Una strana crisi, dunque. Figlia di uno strano governo. E di una strana concezione della democrazia. Che forse solo il ritorno di un po’ di conflitto sociale e politico potrà contribuire a rivitalizzare. Non certo surreali appelli ad affidarsi all’uomo della provvidenza.


Le intenzioni di Putin, le dimissioni di Draghi: a chi parlano gli analisti?

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Il senso degli eventi storico-sociali non dipende dalle intenzioni di chi agisce, ma dalla “ricezione” che le azioni hanno in un “contesto” sociale, formato da gruppi o cerchie di riconoscimento che reagiscono a quell’azione, conferendovi così valore e senso. È, questo, il nocciolo dell’insegnamento di uno dei più raffinati teorici sociali italiani, Alessandro Pizzorno (cfr. Il velo della diversità, Feltrinelli, 2007). Nella prospettiva intenzionalista, secondo Pizzorno, la razionalità è un predicato dell’attore e dell’interazione sociale; mentre in quella della ricezione la razionalità è un predicato che riguarda la manifestazione comunicativa delle ragioni dell’azione di fronte a una cerchia di riconoscimento che giudica queste ragioni come socialmente valide. Secondo questa impostazione, l’osservatore che si ponga scopi di analisi dei fenomeni e dei processi socio-politici non può in alcun modo accedere alle “intenzioni” del soggetto dell’azione e, neppure, inferirle ingenuamente dalla documentazione scritta od orale a questi riconducibile.

Il senso di straniamento che coglie, per esempio, quando si leggono analisi dei processi internazionali inferire le intenzioni di Putin dai suoi discorsi ufficiali – o quando ci si imbatte in interpretazioni psicologiche sulla sua personalità realizzate con strumenti il cui rigore è paragonabile ai “test” dei giornali scandalistici (Putin è preda o predatore?) – ha questa radice. Non si tratta di una spiegazione rivolta a chi richiede narrazione, ma di un’azione diretta a una cerchia di riconoscimento che giudica quella “storia” in base a criteri di valore specifici. Dal punto di vista storiografico e sociologico, desumere le intenzioni di Putin dai suoi discorsi pubblici è un’operazione inaccettabile, priva di rigore metodologico e il cui obiettivo è solo politico-performativo. La vera conoscenza che si può trarre da queste “storie”, quindi, risiede nell’analisi del rapporto che intercorre tra le narrazioni che giornalisti e presunti analisti fanno pubblicamente, attribuendovi un valore conoscitivo inesistente, e l’obiettivo di creare effetti nel mondo riconosciuti come “degni di valore” da una o più cerchie sociali. La vera domanda, dunque, è: a chi e perché parlano coloro che riducono la guerra in corso alle intenzioni di Putin o ai presunti tratti psicologici della sua personalità? Cosa nasconde questa narrazione? E perché tale occultamento interessa specifiche cerchie sociali?

La crisi di Governo che stiamo vivendo consegna una situazione non dissimile. Il senso pubblico dell’evento è dato non dalle intenzioni dei soggetti agenti o “protagonisti” sulla scena (Conte e Draghi, semplificando), quanto dalla presenza di narrazioni (osservatori di secondo livello) che a queste azioni reagiscono attribuendovi un senso valido per specifiche cerchie di riconoscimento. Anche in questo caso sussiste, al netto delle evidenti differenze, un incontro tra domanda e offerta di narrazione pubblica degli eventi. Per Pizzorno la domanda di narrazione dipende in prima battuta dagli interpreti di primo grado, i quali “richiedono narrazione” posti di fronte a eventi di innovazione radicale o di incertezza di valore, quando il senso degli eventi non è immediatamente riconducibile a qualche schema pregresso. La narrazione crea coscienza della propria storia e permette di distinguersi da altre collettività, generando così un’identità durevole. Così, siamo prima di tutto “noi” – con le nostre determinanti strutturali di classe e gruppo di status – a chiedere interpretazioni e senso. Non si tratta, però, di una vera e propria scelta consapevole, quanto di un “bisogno” che spesso agisce in modo pre-riflessivo e che serve a mantenere coerenza con la nostra biografia e a segnare confini sociali con altri gruppi e classi, anche loro portatori di una “domanda” di narrazione. Confini, però, che pur dipendendo da interessi di classe e status non vi calzano a pennello, come un guanto che prende la forma della mano. L’esito dipende dall’offerta di narrazione, che può avere o meno interesse a scombinare questi confini, vuoi nascondendoli, vuoi negandone la validità. Nell’offerta di narrazione, come prima sottolineato, svolge quindi un ruolo centrale la scelta dei narratori o “interpreti di secondo grado” i quali – diversamente dagli interpreti di primo grado, cioè “noi” – osservano non per interagire con la situazione d’azione, ma per «comunicare ad altri (la natura di) quello che ha(nno) osservato» (p. 71). Questa operazione, però, è potenzialmente aperta a esiti diversi: «La natura dell’orientarci nel nostro lavoro di storici o di scienziati sociali consiste nell’identificare le domande che emergono, o facciamo emergere, nella cultura che consideriamo nostra, e se il nostro compito non è di convertire qualcuno, ma di rispondere a quelle domande e riformularle con trasparenza, dove mai può nascondersi la tentazione di non essere obiettivi? Solo nell’incapacità di non essere trasparenti agli altri e a noi stessi. O nell’imbroglio volgare» (op. cit. p. 105).

Ecco che l’offerta di narrazione può avere scopi di “conversione” (voglio mostrare la mia nuova appartenenza), imbroglio (racconto il falso) o potere (racconto ciò che serve certi interessi). Scopi, di nuovo, che dipendono dalla relazione tra “narratore” e cerchie di riconoscimento. Nel raccontare una storia capace di rispondere alla domanda di senso che gli eventi a elevata incertezza portano con sé, l’interprete di secondo grado ha la possibilità o di essere trasparente a sé stesso, o di manipolare intenzionalmente e in modo riflessivo la “storia” che racconta.

Così, per tornare all’esempio precedente, raccontare la guerra in Ucraina richiamando le intenzioni di Putin sulla base delle sue dichiarazioni pubbliche, piuttosto che rappresentare la crisi politica in corso con il linguaggio del tradimento della patria o della nave che affonda senza un’analisi che riconduca gli eventi agli interessi oggettivi che ne sono alla base, non è un’operazione che ha come obiettivo la ricerca delle cause, la spiegazione degli eventi e l’analisi dei processi storico-sociali. Ma un’operazione di sense-making tramite la quale l’offerta di narrazione si colloca (con la propria identità, biografia e progettualità futura) di fronte a una o più cerchie di riconoscimento, che sono portatrici di schemi di valore e metriche di qualità sintoniche con quella narrazione. In altri termini, le palesi ingenuità metodologiche che squalificano il valore scientifico delle pseudo-spiegazioni offerte non sono causali, ma riconducibili ai legami e ai gruppi di potere che “battono la moneta” necessaria per attribuire valore alle “storie” così raccontate e, soprattutto, ai loro autori e autrici. Che prima o poi saranno ricompensati per tanto sforzo.


Re Draghi è nudo

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Dunque, i barbari non si sono del tutto civilizzati. È con queste, rammaricate, parole che l’eterno establishment della Città Eterna commenta in queste ore il colpo di coda di Conte e del Movimento5 Stelle. La scissione telecomandata di Di Maio non è bastata a disinnescare la mina: e il resto l’ha fatto l’intemperanza del Presidente del Consiglio. Non sapevano trovare le parole per dirlo, i grandi giornali genuflessi al doppio soglio chigiano e quirinalizio: ma si è capito che questa volta i due nonni della patria non sono in perfetto accordo, con Mattarella che prova a ricordare a Draghi che la fiducia l’ha avuta, e Draghi che non depone la stizza nemmeno quando il Capo dello Stato lo manda «a riflettere» (come si fa con i bambini della scuola materna). Draghi non è uomo abituato ad essere contraddetto, si è chiosato con la solita untuosa cortigianeria. E dunque ciò che davvero è imperdonabile, ciò che determina davvero la crisi di governo, è la lesa maestà: e, si sa, per il crimen maiestatis le teste dei rei devono rotolare senza indugio.

È proprio questa la nudità del re Draghi che gli incorreggibili grillini hanno svelato: e cioè la dimensione personale, personalistica, di questa leadership “che tutto il mondo ci invidia”. Questo significava, dunque, la famosa formula di «un Governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica» usata dal presidente Mattarella. L’assenza di formula politica significa che se una delle forze politiche che sono chiamate a dare la fiducia al governo (questo fastidioso rituale che re Draghi si degna di accettare purché sia un simbolico residuo di un passato in cui vigeva quella curiosa e sorpassata usanza che i libri di storia chiamano “democrazia”) si permette di condizionare quella fiducia a una specifica piattaforma politica che sottopone al Presidente del Consiglio attendendone una risposta, e se poi, in assenza di risposta, quella forza politica non partecipa al voto di fiducia, non volendo sfiduciare il governo ma nemmeno accordargli di nuovo la fiducia senza aver avuto risposte chiare e impegnative: ebbene, allora si compie il crimine di lesa maestà, e il monarca sdegnato spezza lo scettro e maledice i reprobi fino alla quarta generazione.

Lo scandalo è che il partito uscito dalle urne come quello di maggioranza relativa in Parlamento pretenda di influenzare la politica del governo che sostiene, perché – come ha scritto Conte nel documento consegnato a Draghi – «non ci sentiamo più di rinunciare a esprimere e a far valere le nostre posizioni, in nome di una generica “responsabilità”, che di fatto rischia di coincidere con un atteggiamento remissivo e ciecamente confidente rispetto a processi decisionali di cui, purtroppo, veniamo messi al corrente solo all’ultimo». E qui non rileva neppure che i punti di quel documento siano tutti (dalla difesa del reddito di cittadinanza al salario minimo, dall’avversione al riarmo al blocco dei licenziamenti, al contrasto al precariato) perfettamente legittimi (e anzi in linea, a dirla tutta, con i valori fondanti della Costituzione della Repubblica). Il punto, ancora più a monte, è che l’esistenza stessa di questo documento contesta di fatto una prassi di governo fuori da ogni fisiologia costituzionale, tutta affidata a un uomo solo e al suo staff, completamente fuori dal controllo delle forze politiche e del Parlamento. È questo l’imperdonabile peccato di hybris per cui il sommo sacerdote dell’oligarchia si è stracciato le vesti gridando alla bestemmia: e quella bestemmia si chiama democrazia parlamentare.

Se le cose stanno così, e cioè se il re accetta di rimettersi la corona solo a patto che il suo regno sia assoluto, il Movimento farebbe malissimo a rimangiarsi la pur timida voce con cui, dopo un anno e mezzo, ha finalmente sussurrato che quel re è nudo. E pazienza se questo dovesse comportare la caduta del governo Draghi, e o la nascita di un altro esecutivo “dall’alto” (cui fare una feroce opposizione), o lo scioglimento delle camere e il voto. È certo possibile che in quest’ultimo caso vinca la destra: ma non bisogna fingere di dimenticarsi che due terzi di questa destra sono già in questo governo, e che Fratelli d’Italia consente di fatto con la gran parte delle scelte di Draghi. E, d’altra parte, se in assenza di una qualunque sinistra, il Movimento 5Stelle di Conte riuscirà ad attrarre qualche consenso in più non sarà certo un male: e difficilmente potrebbe farlo rimanendo a sostenere il “governo dei padroni”.

Ed è proprio qua la vera ragione di questa curiosa corsa a defilarsi delle altre forze di governo: ché se questo governo Draghi fosse davvero la benedizione per il Paese esaltata dai salmodianti servitori che popolano l’informazione italiana, allora quelle forze dovrebbero essere felicissime di spartirsene il merito, e il dividendo elettorale, con un partito di meno. Ma basta leggere i dati dell’ultimo rapporto Inps per capire che è tutto il contrario: questo governo garantisce solo i pochi che non hanno alcun interesse a cambiare lo stato delle cose. Ed è soprattutto per questo che prima cade, meglio è.


«Siamo il paese più accogliente»: falso di Draghi

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La scorsa settimana il Presidente Draghi, volato alla corte del sultano Erdogan, ha pronunciato parole in tema di immigrazione («Siamo il Paese più aperto ma abbiamo dei limiti e ora ci siamo arrivati») che, oltre ad essere imbarazzanti, risultano offensive e mistificatrici.

Mentre, insieme agli altri governi occidentali, calpestava i diritti umani del popolo curdo (consegnandone le vite nelle mani del loro aguzzino in cambio dell’allargamento della NATO a Finlandia e Svezia), il nostro presidente del Consiglio, si è proclamato paladino dell’accoglienza e del salvataggio dei migranti. E ciò benché, da quando si è insediato al governo, le navi delle ONG carche di disperati raccolti in mare continuano, incomprensibilmente, a essere lasciate al largo delle nostre coste per settimane, mostrando tutta un’altra realtà: l’uso strumentale e senza alcuna strategia del tema dell’immigrazione, per non scontentare troppo le destre xenofobe, che comunque attaccano ugualmente il Viminale. L’affermazione che “i limiti” nell’accoglienza per il nostro Paese sarebbero stati raggiunti è semplicemente falsa, perché smentita dai dati Eurostat, forniti dai Ministeri degli interni dell’UE: l’Italia, sia sul medio che sul lungo periodo, continua ad ospitare meno di Germania, Francia, Spagna, Malta, Grecia, Cipro, Svezia e di tanti altri Paesi. La tabella qui riportata, che come ogni anno pubblichiamo come ARCI per chiarire qual è “lo sforzo” che l’Italia fa concretamente in relazione agli altri partner europei, spiega bene perché il limite di cui parla l’europeista Draghi è davvero uno di quei luoghi comuni accettati da tutti che non necessitano di dimostrazione e vanno ben oltre la realtà, di fatto inventandola.

L’Unione Europea nel suo complesso continua a essere tra le aree geografiche del pianeta meno investite dalle migrazioni forzate, ossia dall’arrivo di persone obbligate a lasciare le loro case. Solo nel 2022, a seguito della crisi ucraina, abbiamo avuto un numero di profughi superiore a quello degli anni scorsi e paragonabile ad alcune aree di crisi del mondo. Intanto nell’aprile scorso il numero di persone di competenza dell’UNHCR nel mondo ha superato la soglia dei 100 milioni. Un numero che cresce da anni e che rappresenta l’incapacità della comunità internazionale di trovare soluzione alle tante crisi che caratterizzano questa fase della nostra storia. Come negli ultimi anni più dell’85% delle persone in fuga si insediano nelle immediate vicinanze delle aree di crisi.

Per di più in Italia, come nel resto dell’Unione Europea, l’attivazione, per la prima volta, della Direttiva n. 55/2001 sulla protezione temporanea, ha consentito ai governi di scaricare sui privati l’accoglienza delle famiglie scappate dalla guerra. Nel nostro Paese, come dimostrano tutti i dati pubblicati di recente, più dell’80% delle persone arrivate è ancora oggi a carico di privati (famiglie, associazioni, terzo settore) e questo cambia le responsabilità pubbliche che si sono di molto ridotte, determinando per la prima volta una grande divergenza tra l’accoglienza del Paese e quella dello Stato.

Cambiano i governi, ma la retorica resta la stessa: un vittimismo farcito di menzogne, che alimenta razzismo e politiche di chiusura. In questo caso il capo del governo, oltre a sostenere una palese, ma poco nota purtroppo, bugia pubblica in relazione ai numeri degli accolti in Italia e al fatto che saremmo quelli che fanno di più e fanno troppo («siamo arrivati al limite!»), fa una affermazione gravissima perché priva di ogni fondamento giuridico: la richiesta d’asilo di chi arriva alle nostre frontiere è un diritto soggettivo, sancito nell’articolo 10 della nostra Costituzione, nelle Direttive UE e nel diritto internazionale, che non ammette deroghe o limiti. Se guardiamo i numeri, lasciando stare per un attimo il confronto con il resto del mondo e dell’Unione Europea, si capisce come l’affermazione di Draghi sia davvero mistificatrice. Nel 2022, sino ad oggi, le persone sbarcate in Italia sono circa 30 mila, un’entità ben al di sotto di quelle registrate negli anni di maggior afflusso (il massimo è stato raggiunto nel 2017 con quasi 120 mila sbarchi) e quelle accolte sono intorno ai 90 mila, meno della metà del massimo raggiunto qualche anno fa. Si tratta di entità che, nonostante contraddizioni e limiti e nonostante l’approccio perennemente emergenziale, l’Italia ha dimostrato di poter gestire senza particolari difficoltà, se non quelle prodotte dalle strumentalizzazioni politiche di stampo razzista. La cosa è tanto più evidente se si considera che, nello stesso periodo, sono arrivate nel nostro Paese dall’Ucraina 140 mila persone, senza che ciò abbia sollevato problemi (anche se bisogna tener conto che – come si è detto – esse sono assistite dallo Stato in misura davvero limitata, prossima al 20%). In ogni caso 140 mila arrivi che non hanno fatto registrare reazione negative e segnali di “collasso del sistema”.

Il superamento dei limiti di cui parlano Draghi, la destra xenofoba (per la quale qualsiasi numero di immigrati è eccessivo) e molti dirigenti delle forze democratiche (si ricordino le affermazioni deliranti dell’ex ministro Minniti secondo il quale l’eccesso di immigrati è un pericolo per la democrazia) non ha nulla a che vedere con la realtà, ma solo con la sua rappresentazione e con le paure (di essere attaccato, di perdere consenso, di non avere argomenti) di chi deve prendere decisioni. I limiti, in realtà, sono quelli di una classe dirigente che in questi anni si è dimostrata gravemente carente su questo come su altri argomenti. Sarebbe dunque meglio che la politica si interrogasse al riguardo, prima di stabilire limiti, del tutto inventati, all’ingresso di richiedenti asilo. Ma per farsi domande simili, servirebbe una classe dirigente diversa, che oggi non si vede all’orizzonte.


Sull’orlo del baratro

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Sull'orlo del baratro

Difficile non ripetere e non ripetersi nella situazione drammatica in cui viviamo, con tutti i nodi degli ultimi cinquant’anni che si aggrovigliano tra loro. E il peggio, Ucraina a parte, deve ancora venire, se così si può dire. Inutile continuare a ricantarci le stesse geremiadi tra di noi: la deprecazione ormai vale solo come conforto reciproco, scambio tra “compagni” come si diceva una volta, ma in realtà è soltanto un flebile e ripetitivo pigolio soffocato da mass media di ogni genere, cartacei o elettronici.

È questo fronte compatto che sgomenta: non si è mai visto, nemmeno nei lontani anni Cinquanta e Sessanta, al tempo della Guerra Fredda e delle sue drammatiche tensioni, un’omogeneità ferrea e nello stesso tempo servile come quella che domina nei nostri mass media, cartacei e televisivi. Un’informazione monotona e scoraggiante, persino ingenua nella sua evidente, clamorosa malafede. Naturalmente qua e là c’è qualche eccezione, qualche singola voce bianca, qualche acuto tollerato sull'orlo del baratronell’illusione di salvare la faccia, ma i pochi blandamente non schierati vengono immediatamente indicati al pubblico ludibrio e fotografati come putiniani allo stesso modo in cui ai bei tempi del selvaggio West si segnalavano i ricercati dallo sceriffo: manca solo la scritta “Wanted”…

Se, come disse Henry Kissinger in un’intervista del 1974 a J. Reston sul New York Times, “storia non significa progresso dell’uomo, ma ricorrente quanto fallimentare tentativo di trarre ordine dal caos” per noi è ancora prematuro inquadrare la fase attuale in un’interpretazione coerente. È però certo che, in un passaggio epocale dall’Ovest all’Est del mondo, siamo comunque in balia di politici mediocri o paranoici, però potenti e in grado di scatenare la catastrofe globale. Anche perché la politica, non solo quella italiana, si è sfarinata in un pulviscolo di chiacchiere, favorito anche dalla dispersione ideologica: resta solo la forza.

Senza idee e senza analisi si vive alla giornata, facendo scongiuri e guardandoci allibiti tra noi, scambiandoci telefonate e discorsi apocalittici e ripetitivi. Ma l’impotenza non può farci tacere. Non solo per il riconoscimento e il conforto reciproci ma anche, e soprattutto, per testimoniare una residua consapevolezza: più per salvare l’anima che per effettiva, concreta utilità.

sull'orlo del baratroIl primo punto focale sembra essere il drammatico, pericoloso passaggio di egemonia. Gli Stati Uniti d’America, e la loro ideologia globale, quella del dominio economico planetario e della “fine della 3 storia” (do you remember Fukuyama?), privi ormai da anni di una guida politica all’altezza della situazione, sono pronti a tutto usando come grimaldello la NATO, l’alleanza che, nata per fronteggiare le minacce sovietiche ai tempi della Guerra Fredda, doveva logicamente sciogliersi parallelamente alla fine del Patto di Varsavia (per tutta la vicenda si vedano l’esauriente articolo di Matteo Luigi Napolitano, La Nato non avanzerà verso est neppure di un centimetro, e l’articolo di David Teurtrie su Le Monde diplomatique, Ukraine, pourquoi la crise). Invece si è dilatata in tutto l’Occidente fino ai suoi estremi confini a Est, trasformando di fatto l’Europa in una colonia americana, con buona pace di De Gaulle e di chi sogna tuttora un’ Europa autonoma e indipendente. E offrendo l’Ucraina su un piatto d’argento alle ambiziose paranoie di Putin.

Colpa anche dell’Europa, che non è mai riuscita a essere una vera Unione solidale ma si è accontentata di un puzzle di nazioni diverse, gelose delle proprie storie diverse, storie spesso con reciproche sanguinose vicende alle spalle. Ed è proprio questa geopolitica suicida che sgomenta: l’Europa diventata, col consenso di tutti i mass-media, e il pubblico ludibrio dei pochi dissidenti, il terreno di scontro tra Stati Uniti e Russia. E mentre  per l’Ucraina si commuove l’intero apparato informatico, guai a chiedere che la stessa commozione si estenda ai palestinesi, ai curdi, agli yemeniti, ai siriani (tanto per fare solo alcuni esempi) o che ci si sdegni della mattanza di Gheddafi: nemmeno un plissé.

Non so come, e soprattutto se, ne usciremo. Sicuramente ci aspettano momenti difficili, anche in Italia. Un governo ormai traballante, il cui princeps si rivela per quello che è sempre stato: un bravo economista di destra (altroché l’allievo prediletto di Caffè…), filoamericano, civile: ha studiato dai gesuiti, non si mette le dita nel naso, non passa le notti con le sgualdrine, non ruba (e per l’Italia è già tanto). Ma non ci si può aspettare da lui nemmeno un guizzo di autonomia dai poteri forti. Il problema è che le alternative non sono poi tante né nuove elezioni chiarirebbero una situazione da cui solo Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia potrebbero trarre vantaggio. Forse dobbiamo accontentarci di mettere le note a piè di pagina: l’unica testimonianza possibile.


La lingua biforcuta della guerra

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Lingua biforcuta

Finalmente alcune verità da qualcuno di noi ripetute fin dall’inizio di questa maledetta guerra ma a lungo segregate dietro il muro di propaganda bellica, iniziano faticosamente a filtrare persino nei Palazzi della politica. E cioè che la pace (non più parola proibita) è desiderabile hic et nunc e da perseguire come obiettivo prioritario sul terreno della diplomazia. Che la guerra, tanto più quando si trasforma in “guerra d’attrito” come sta avvenendo, fa male a entrambi i contendenti e andrebbe fermata quanto prima. Che fa male anche, e in misura crescente, all’Europa, la quale non ha gli stessi interessi degli Stati Uniti, che quella guerra vorrebbero prolungarla, ma al contrario ne paga pesantemente il prezzo, in termini economici, politici e geopolitici, come ha fatto capire esplicitamente Macron e più timidamente (molto più timidamente) Draghi. E poi quello che sanno tutti fin dall’inizio ma non si poteva neppure accennare, e cioè che la tragedia ucraina potrebbe – anzi dovrebbe – essere fermata attraverso un colloquio diretto tra Biden e Putin (la fatidica telefonata evocata o invocata da Draghi) perché si tratta in realtà, dietro la velleità neocoloniale della Russia, di un confronto “di potenza”, o “tra potenze” che va oltre l’Ucraina. E che è tanto più pericoloso in quanto si tratta di potenze deboli, in declino (una già declinata, la Russia, l’altra declinante, gli USA), atterrite dal rischio dell’impotenza e per questo incapaci di cedere qualcosa (quel di più di concessione all’altro per permettergli una via d’uscita nel compromesso). Verità che i nostri media hanno dovuto mediare attraverso la citazione delle parole di Chomsky (in occasione della recente pubblicazione del suo Perché l’Ucraina), perché l’avevano negata disperatamente negli oltre settanta giorni passati, ma che appare sempre più difficile da nascondere.

Lingua biforcuta

Sono verità sfigurate dall’ambiguità. Segnate dall’ambivalenza, come accade in tempi di decadenza. A cominciare da quelle tre parole, pronunciate dal segretario alla Difesa americano Lloyd Austin al termine del colloquio di un’ora col suo parigrado russo Sergey Shoigu, e oggi unico piolo a cui appendere le residue speranze di tregua nel massacro: “Cessate il fuoco”. Che in italiano suona insieme come sostantivo (uno stato di fatto auspicato) e come voce verbale, un imperativo presente, indirizzato a chi? All’interlocutore diretto russo, Shoigu e dietro a lui Putin, che suonerebbe come minaccia da Signore a subalterno? All’alleato ucraino Zelensky, come intimazione a rispettare un limite che la comunità internazionale non è disposta a lasciar spostare all’infinito, fino al bordo dell’abisso? A entrambi, sapendo tuttavia che nessuno dei due è nella condizione di cedere neppure un millimetro all’altro, pena la proclamazione di una sconfitta senza rimedio. Non Putin, che dopo il prezzo imposto al proprio Paese con la guerra, ovvero lanciando il sasso e provocando il bagno di sangue che abbiamo sotto gli occhi, non può ritirare la mano (magari restituendo anche la Crimea). Ma nemmeno Zelensky, che dopo le montagne di retorica nazionalista con cui è stato alimentato dall’intero Occidente a reti unificate, rischierebbe di essere travolto da quella stessa ondata se solo si arrischiasse a negoziare una “vittoria mutilata”, probabilmente da parte di quelle stesse milizie armate fino ai denti delle nostre armi (già se ne avvertono i primi, minacciosi segnali, nei brontolii provenienti dalle viscere dell’Azovstal). Così quella voce che viene dal cuore dell’amministrazione americana resta doppia, lingua biforcuta, contraddetta d’altra parte dai fatti, che parlano di altri 40 miliardi di dollari in aiuti e soprattutto in armi a chi dovrebbe cessare il fuoco, affermando una compattezza tra le due sponde dell’Atlantico che non c’è.

Così come lingua biforcuta appare quella del Presidente del Consiglio italiano, che da una parte afferma che “le persone pensano che cosa possiamo fare per portare la pace“ (e a ognuno viene in mente, finalmente, la diplomazia vivaddio!) ma poi, dall’altra, emana un ennesimo decreto extraparlamentare per spedire sul campo di battaglia nuove “armi pesanti” (sic!). E ci chiede di credergli sulla parola quando dice che nel colloquio col leader massimo del nostro Occidente ha perorato la causa urgente della trattativa ed è stato ascoltato, ma lo dice da solo, nella conferenza stampa all’ambasciata italiana  (nemmeno un briefing congiunto gli è stato concesso) mentre nel comunicato finale di tutto ciò non vi è traccia, e si parla solo di come il “nostro” abbia contribuito a unire Europa e Stati Uniti all’ombra della NATO in un tripudio di amorosi sensi. Abbiamo così la misura di quanto utile alla causa della nostra democrazia, anzi necessario, sarebbe stato un passaggio parlamentare che affidasse al nostro capo del governo un messaggio chiaro, non equivoco, autorevole per la fonte di provenienza, da consegnare all’alleato reticente. Qualcosa di finalmente trasparente, in questo appiccicoso clima di opacità che avvolge la scena romana, dove un uomo solo, totalmente incompetente di questioni strategiche e in senso proprio politiche, decide per tutti. E per la sorte di ognuno di noi.

Tutto questo avviene, d’altra parte – e ci dice quanto tragico sia ciò che avviene – nel pieno di un travolgente processo di decostruzione di tutti i dispositivi di intermediazione e di garanzia contro i rischi di una perdita di controllo dei conflitti pazientemente costruiti nei decenni della guerra fredda, per impedire che essa diventasse “calda”. Canali sottili, telefoni rossi, “zone cuscinetto”, accordi macroregionali di dosaggio degli armamenti, fasce di neutralità, a cominciare da quei Paesi simbolo come la Svezia e la Finlandia. Attenta elaborazione diplomatico-istituzionale di un’architettura complessa a supporto della sopravvivenza del pianeta, per neutralizzare la terrificante potenza distruttiva delle armi (atomiche) e le ricorrenti folate di pazzia degli uomini. Tela paziente e delicata, tessuta da uomini che non erano certo filantropi o idealisti, anzi fior di realisti spesso cinici e reazionari (si chiamavano Henry Kissinger, Robert McNamara, quello contro cui i giovani di tutto il mondo protestavano ai tempi del Viet Nam, George Kennan, William Burns, capo della CIA, John Mearsheimer, caposcuola del realismo politico nel campo delle relazioni internazionali); ma si preoccupavano che la guerra fredda che stavano combattendo non si trasformasse in guerra calda, distruggendo l’umanità, se non altro per il piccolo particolare che a quell’umanità partecipavano anche loro. E usavano la propria intelligenza per prevenire i pericoli, anziché considerarli opportunità, elaborando reticoli istituzionali capaci di contenere l’onda d’urto delle reciproche volontà di potenza.

Tutto questo in pochi anni, poi in pochi mesi, infine in poche settimane è stato lacerato, con una furia impressionante e un cupio dissolvi incomprensibile, fino a oggi, a quest’ultimo passaggio con la corsa degli ultimi due Paesi neutrali sotto l’ombrello della NATO. Autogol di Putin, certo, che ha lavorato alla propria peggior condizione. Ma pessima notizia per chiunque trepidi per la sorte del pianeta, con la possibile rinuclearizzazione di quel residuo braccio di Mar Baltico rimasto fino a oggi “neutrale”. Svedesi e norvegesi si sentiranno più sicuri. Ma il mondo lo sarà sempre di meno.

Lingua biforcuta

Una versione più breve è stata pubblicata sul Manifesto del 15 maggio 2022 col titolo La lingua biforcuta della guerra


«Ahi serva Italia, di dolore ostello»

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 «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di province, ma bordello!». I versi del canto VI del Purgatorio di Dante Alighieri sono il commento più adeguato alla decisione di incrementare ulteriormente le spese militari fino a portarle al 2% del PIL (3,5% del bilancio dello Stato), preannunciata dal presidente del consiglio Draghi il 1° marzo e approvata dalla Camera con un ordine del giorno votato a stragrande maggioranza. Non è un impegno da poco, si tratta di passare dai circa 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno). Aumentare di 13 miliardi all’anno le spese per l’acquisto di armamenti (li chiamano investimenti per la difesa) quando è già stato previsto un taglio di sei miliardi di euro per la spesa sanitaria per gli anni 2023 e 2024, non è il modo migliore per tutelare gli interessi del popolo italiano, eppure i principali mass media hanno fatto a gara nel censurare Conte che si opponeva a una scelta così deleteria. D’altro canto Draghi è stato irremovibile e si è rischiata una crisi di governo fino a quando non è stato trovato il compromesso di spostare al 2028 il raggiungimento di questo infelice traguardo.   

La tesi di fondo avanzata dal coro degli atlantisti è che l’Italia deve rispettare gli obblighi assunti in sede NATO, in particolare nel vertice dei capi di Stato e di Governo, svoltosi il 4-5 settembre 2014 nel Galles in cui fu concordato che i paesi europei avrebbero dovuto aumentare la spesa militare con l’obiettivo di portarla al 2% del PIL entro il 2024. Su questo punto occorre fare chiarezza. A norma dell’art. 117 della Costituzione: «la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento e dagli obblighi internazionali». I vincoli che il legislatore deve rispettare sono quelli che derivano dal diritto internazionale consuetudinario e quelli che derivano del diritto internazionale pattizio, cioè dai trattati internazionali. Le dichiarazioni d’intenti espresse nei vertici NATO, ovviamente non rientrano nel diritto internazionale generale, né sono dei trattati internazionali. Qualora – in via d’ipotesi ‒ in sede NATO fosse stato firmato un trattato internazionale con l’impegno ad effettuare determinati “investimenti” nella difesa, questo trattato, prevedendo oneri alle finanze, avrebbe dovuto essere sottoposto all’approvazione da parte del Parlamento, con legge di autorizzazione alla ratifica, ai sensi dell’art. 80 della Costituzione. Naturalmente in sede di ratifica il Parlamento sarebbe stato libero di dire no. Il fatto che Renzi abbia promesso a Obama nel 2014 di raddoppiare le spese militari è un evento politico che non può in alcun modo pregiudicare la libertà del Parlamento di allocare le risorse del bilancio pubblico, se l’Italia è ancora uno Stato sovrano. Ma il punto è proprio questo: la sovranità.

Nell’agosto del 1968 il Segretario del PCUS, Leonid Breznev, giustificò l’invasione della Cecoslovacchia enunciando la dottrina della “sovranità limitata” dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia. Nell’ambito della NATO la dottrina della sovranità limitata non è stata mai enunciata, nondimeno è stata praticata in forma occulta ma efficace. Quando in Italia si profilava un cambiamento politico  rispetto agli assi tradizionali della guerra fredda, il segretario della DC Aldo Moro, nel corso del suo viaggio negli USA, il 25 settembre del 1974, ricevette una esplicita minaccia di morte da parte di Henry Kissinger, personaggio non aduso a parlare a vanvera. Dalla morte di Moro in poi, l’Italia adempie agli “obblighi” dell’Alleanza atlantica, senza discutere, sia che si tratti di collaborare alle extraordinary renditions (vedi vicenda Abu Omar), sia che si tratti di partecipare a delle manovre militari nei Paesi baltici o nel Mar Nero, sia che si tratti di inviare armi letali all’Ucraina, sia che si tratti di raddoppiare le spese militari, malgrado il disastro economico-finanziario provocato dalla pandemia. Poiché l’epoca della costrizione violenta attraverso la strategia della tensione è terminata con la fine della prima guerra fredda, tutto questo atlantismo d’assalto dei vertici istituzionali e dei leader politici non può trovare altra spiegazione che in una libidine di servilismo, l’antica vocazione al servaggio di cui parla Dante.

Del resto non può essere un caso che l’Italia, qualunque sia il governo in carica, in sede di Consiglio atlantico non abbia mai detto no, sappia solo dire sempre e soltanto sì, anzi: signorsì. All’obbedienza atlantica noi preferiamo l’obbedienza alla coscienza, che è illuminata dalle parole di Papa Francesco che ha dichiarato: «Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali».    

Nella homepage: Domenico di Michelino, La Divina Commedia illumina Firenze, Santa Maria del Fiore, Firenze (1465)


Motus in fine velocior

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In fine

La crisi della democrazia rappresentativa, da noi e non solo, è evidente. E per rendersene conto non c’era bisogno del minuetto tra Capo del Governo e Capo dello Stato, con tutto il dovuto rispetto per entrambi, per il Capo dello Stato in particolare, diventato per alcuni giorni ostaggio della Gondrand. Nella crisi di gennaio ci sono stati momenti da Commedia dell’Arte, soprattutto tra i cosiddetti partiti e il tourbillon dei presunti candidati. Particolarmente gustosa la sequenza con Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato. E il tutto è sembrato un grottesco remake del mitico film di Sergio Corbucci, Gli onorevoli (quello con Totò che col megafono esorta dalla finestra i condomini a votarlo: “Vota Antonio! Vota Antonio!”).

Il bene comune e la sovranità popolare non sono più la stella polare, spodestati dalla governance, letteralmente: amministrazione, gestione; in soldoni: il management ormai totalitario e globale, vero padrone del mondo. Come diceva il compianto Predrag Matvejević, viviamo in “democrature”: della democrazia è rimasta la buccia o, se si preferisce, la forma in cavo.

Lo sa bene Luciano Canfora, che ogni tanto abbandona gli studi classici per scrivere lucidissimi pamphlet politici: a La scopa di don Abbondio, del 2018 e ora ristampato, fa seguito La democrazia dei signori (entrambi Laterza). Pamphlet per struttura e vivacità d’analisi; in realtà testi utilissimi per inquadrare il disastro contemporaneo, italiano e globale.

In fineNel primo testo di capitolo in capitolo, apparentemente ciascuno autonomo, si sviluppa una sintetica filosofia della storia, e in appendice è riportato anche un breve straordinario discorso che nel 1948 Thomas Mann tenne negli USA denunciando il fascismo americano: non quello caricaturale, sbeffeggiato dai Blues Brothers o da Peter Sellers ne Il dottor Stranamore, ma quello vero, paranoico, dei tanti che accusavano Roosevelt “di far parte di un gigantesco complotto per vendere la nostra democrazia ai comunisti.” Non ci siamo spostati di molto… basta pensare al “democratico” Biden e al suo sereno e confuso tradimento degli accordi tra Kissinger e Gorbacev sulla Nato e sull’autonomia degli Stati europei ex sovietici, Ucraina inclusa (dovevano restare fuori dalla Nato, che si auspicava non avesse col tempo più ragion d’essere). Accordi menzionati più volte in articoli e libri anche da quel noto trinariciuto che è l’ambasciatore Sergio Romano… e ribaditi dagli accordi di Minsk del 2014 e del 2015. Accordi su accordi, tutti inevasi dall’Occidente, e ora siamo sull’orlo di una guerra epocale. Se così, col rinforzo della crisi ecologica la frittata è fatta e non se ne parla più (ma i supermiliardari si stanno già premunendo di rifugi extraterrestri.)

Pagine di straordinaria lucidità Canfora dedica anche al disastro della sinistra italiana, alla sua “disintegrazione mentale e pratica”, alla sua conversione “al più acceso liberismo in economia e al ‘liberalismo’ in politica.” Fino alla conclusione: “Non resta più nessuno; e quella larva di formazione politica che viene chiamata, in modo insapore, ‘partito democratico’ è abitata da figure della più diversa o nulla provenienza: pervase da pulsioni e rivalità di tipo meramente personalistico. (…) Peraltro sembra essere un tratto comune dei partiti politici quello di defungere senza possibilità di una seconda vita.” (La scopa di don Abbondio, pp. 57-58) E infatti ormai impera la governance, “pseudo-concetto grazie al quale è stata mandata in soffitta la sovranità popolare” (ibidem, p.34, dove si cita anche il saggio del canadese Deneault che nel suo Governance, Neri Pozza, “fa a pezzi il management totalitario”.) La gestione sostituisce la politica, e Draghi il 2 settembre 2021 può annunciare tranquillamente (“Com’è buono lei” direbbe Fantozzi): “I partiti svolgano pure il loro dibattito. Il governo va avanti.”

Se ne La scopa di don Abbondio Canfora intreccia di capitolo in capitolo una sorta di filosofia della storia, nel recente La democrazia dei signori denuncia apertamente lo stallo attuale. Intoppo pantografato dal caso-limite di Mario Draghi, calato dall’alto, imposto al Parlamento e giudicato direttamente trasferibile al Quirinale (Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica 5 anni dopo esser stato Presidente del Consiglio.) Come fece notare Domenico Cella, presidente dell’Istituto De Gasperi citato a p.7: “un governo del presidente esorbita dalla cornice, oltre che dal senso, del nostro ordinamento costituzionale.” E così “il governo Mattarella-Draghi (…) costituisce un tornante nella storia politica italiana.” (p.9) Detto in soldoni: un commissariamento dei partiti. Figuriamoci poi anche il ritorno di Mattarella a furor di popolo. E, nonostante tutto, meno male che è tornato, vista l’impasse in cui il sistema era caduto.

In fine

Ma indipendentemente dalle nostre peripezie nazionali, comunque sempre condizionate dalla situazione globale, in entrambi i volumi Canfora analizza lucidamente e sinteticamente la situazione globale, richiamando anche qualche preveggente spunto marxista, a partire da una lettera di Marx a Engels in cui Marx scrive (l’8 ottobre 1858!) : “Il compito vero della società borghese è l’instaurazione del mercato mondiale (…). Poiché il mondo è rotondo, questo processo sembra essere arrivato a conclusione con la colonizzazione della California e dell’Australia e con l’apertura al commercio della Cina e del Giappone.” (La scopa di don Abbondio, p.37) E si arriva così all’attuale controllo economico-politico-militare di buona parte del pianeta, ai ricatti verso chi non si piega al sistema, alla devastazione ecologica in nome del decantato sviluppo (ma a vantaggio di chi?), al “progressivo avvicinamento tra le forze politiche un tempo portatrici di programmi ben diversi e visioni del mondo radicalmente contrapposte” (La democrazia dei signori, p.66), quando diventa difficile distinguere tra un Minniti e un Salvini e si concretizza un “partito unico articolato” (ibidem, p.27) mentre “la dilatazione abnorme dell’istituto regionale” ha prodotto “un contropotere paralizzante e caotico”. (ibidem, p.29) 

Si potrebbe continuare a lungo con citazioni da questo breve ma documentato e argomentato “report” sull’anomala situazione italica, sostanzialmente più o meno simile a quella della Grecia di alcuni anni fa ma con diversa importanza nel sistema, e sotto ricatto dell’Europa, con mass-media, quotidiani compresi, servi volontari di poteri forti internazionali prima ancora che locali. Il sistema è compatto, la catastrofe ambientale è arrivata all’ultimo miglio, l’Atlantico non è più il perno del mondo (e le prepotenti intemperanze statunitensi lo confermano): motus in fine velocior