Israele, la Palestina e il razzismo della pelle bianca

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Sotto un bombardamento nazista, Virginia Woolf annotava (la traduzione è di Nadia Fusini): «il giovane aviatore su in cielo non è guidato solo dalle voci degli altoparlanti e dei politici; è guidato da voci che ha dentro di sé, istinti incoraggiati e nutriti dall’educazione e dalla tradizione. Dobbiamo aiutare i giovani uomini inglesi a strapparsi dal cuore l’amore delle medaglie e delle decorazioni. Dobbiamo creare attività più onorevoli per chi cerca di dominare in sé stesso l’istinto al combattimento, l’inconscio hitlerismo. […] Dobbiamo fare felicità. Dobbiamo tirarlo fuori dalla sua prigione, all’aperto». Parole pericolose: capaci di mettere in dubbio la determinazione della scrittrice nel combattere il nazismo. Eppure, parole altissime di chi diceva di non avere, come donna, alcuna patria, se non il mondo intero. Di chi rifiutava la logica stessa delle armi, dello schierarsi, dell’uccidere o morire. Non l’abbiamo ascoltata, Virginia. E oggi, di fronte al disastro in cui precipitano, ora dopo ora, i popoli di Israele e Palestina, siamo lontanissimi dal fare felicità, anzi rinchiusi a doppia mandata nella prigione dell’appartenenza, del ‘noi e loro’, della guerra. Dell’«inconscio hitlerismo»: cioè in una comune aspirazione alla violenza e alla morte, non certo alla pace e alla vita.

I peggiori (che devono mostrarsi più estremisti del Governo israeliano per far dimenticare il loro fascismo) hanno rispolverato le parole di Oriana Fallaci: «Sono sionista perché respiro, perché penso, perché vedo, perché so, in conclusione sono sionista perché sono egoista, perché se muore Israele, nostro migliore e coraggioso alleato, moriremo anche noi». Tornano in mente le pagine grondanti d’odio cieco e di paura che Fallaci scrisse dopo l’11 settembre: vi si predicava la necessità di difendersi, con una guerra di vendetta, da una «guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci».

In gioco – si diceva allora come oggi – c’era la libertà dell’Occidente: insidiata dai migranti («Da noi ci sono venuti di propria iniziativa, coi maledetti gommoni»), perché «le moschee di Milano e di Torino e di Roma traboccano di mascalzoni che inneggiano a Usama Bin Laden, di terroristi in attesa di far saltare in aria la Cupola di San Pietro». «La nostra identità culturale – scriveva Fallaci – non può sopportare un’ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Da noi non c’è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei». Uno scontro tra civiltà: anzi no, – sibilava la giornalista –: «a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura».

Siamo sempre qua: al razzismo della pelle bianca. Gli atroci crimini di guerra di Hamas sono definiti opera di non-umani, di animali (sappiamo invece quanto banale sia il male umano). Invece, i simmetrici crimini di guerra (che mentre scrivo si avviano a diventare crimini contro l’umanità) di Israele, quelli no: sono legittima difesa. Perché? Perché loro sono loro, e noi siamo noi. Il discorso dei valori occidentali è una falsa moneta: quei valori siamo disposti a calpestarli ogni momento, se possiamo farlo a nostro vantaggio.

Allora, l’unica posizione che non ceda a questo «inconscio hitlerismo» è il rifiuto di schierarsi con uno dei due governi-apparati militari, schierandosi invece con entrambi i popoli: con gli israeliani e i palestinesi, che vengono traditi e abbandonati alla morte dai rispettivi vertici politico-militari. Con i feriti, con le famiglie israeliane che hanno un figlio preso in ostaggio, con le famiglie palestinesi che aspettano la rappresaglia che le cancellerà. Con chi non ha mai deciso nulla, e ora perde tutto.

Come ha scritto il giornalista israeliano Haggai Matar, «il terrore che gli israeliani stanno sentendo in questo momento, me compreso, è un frammento di ciò che i palestinesi hanno sentito» (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/10/09/il-terrore-percorre-israele-e-tempo-di-aprire-gli-occhi-sul-contesto/). Schierarsi contro Hamas, sorretta da un orribile regime teocratico. Schierarsi contro i vertici dello Stato di Israele, che si dice democratico mentre pratica una segregazione così crudele da spingere i suoi vicini a scegliere tra una morte rapida e una lenta. «Non c’è una soluzione militare al problema di Israele con Gaza, né alla resistenza che naturalmente emerge come risposta all’apartheid violento» (ancora Matar): l’unica soluzione è la pace. Per questo, come scrisse Tiziano Terzani rispondendo alla Fallaci, «in questi tempi di guerra, non deve essere un crimine parlare di pace».

Questo articolo è comparso sul Fatto Quotidiano di lunedì 16 ottobre. Quella mattina, commentandolo alla rassegna stampa di Radio 24, Paolo Mieli lo ha definito «ignobile». Ignobile sarebbe, secondo l’ex aderente a Potere Operaio ed ex capo di RCS, l’accostamento dei crimini di Israele a quelli del nazismo: la sinistra si prepara, ha detto, a usare questa chiave di lettura per un attacco frontale allo Stato ebraico. Ora, non saprei da dove cominciare a rispondere a tanta disonestà intellettuale. E allora proverò ad essere didascalico, non polemico.

Tolstoj ha scritto: «Quando avviene una cosa tanto terribile, com’è appunto la guerra, tutti fanno centinaia di considerazioni sui più svariati significati ed effetti della guerra, ma nessuno fa alcuna considerazione su sé medesimo: su quel che lui, io, dobbiamo fare in rapporto alla guerra». Ebbene, è esattamente quel che l’articolo prova a fare, riflettendo su di noi: su noi occidentali, e sulle nostre reazioni terribili. Terribili perché disumane, e disoneste: perché vediamo, e condanniamo, le mostruosità degli ‘altri’ e minimizziamo e anzi giustifichiamo quelle dei nostri. Così la guerra entra in noi, con la sua menzogna e la sua violenza: e ci devasta moralmente. Per questo articoli come quelli di Daniel Barenboim (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2023/10/16/israele-hamas-riconoscere-luomo-anche-nel-nemico/) sono così preziosi: perché assumono i due sguardi, quello israeliano e palestinese, in un unico sguardo umano. L’unico capace di prefigurare la pace. Perché è lì che noi – il mondo ricco e potente – dovremmo schierarci: non con l’uno o con l’altro, ma con la pace.

L’articolo parla di questo: parte con una riflessione di Virginia Woolf che vede un «inconscio hitlerismo» non nel pilota nazista che la bombarda (lì, ovviamente, è conscio), ma in quello inglese che la difende. È una condanna della pulsione alla violenza: che fa orrore anche quando è la nostra. E continua dicendo che i pensieri dell’Occidente, negli ultimi anni, sono stati lontanissimi da questa prospettiva. Dopo l’11 settembre la strada imboccata è stata quella indicata dalla terribile e sguaiata rabbia di Oriana Fallaci: una guerra della civiltà contro l’inciviltà, del bene contro il male. Una guerra illegale e disumana, capace di smentire ognuna delle ragioni che ci avrebbero reso ‘civili’.

Ebbene, ora stiamo facendo altrettanto: e non vediamo la realtà. Che è questa: Hamas che sgozza i neonati è il male, Israele che bombarda un intero popolo inerme, ridotto alla sete, è il male. Non si tratta di scegliere: si tratta di mostrare che un’altra prospettiva è possibile. È sempre sbagliato e scivoloso parificare un atto mostruoso a quelli dei nazisti: a farlo, cercando parole per esecrare gli atti mostruosi di Hamas, è stato l’Occidente. Mentre qua si parla, con le parole di una grandissima scrittrice, di un «inconscio hitlerismo»: non un’equazione, ma un campanello di allarme. Una critica profonda di noi stessi, che ci riteniamo buoni e santi. E che invece siamo una parte fondamentale del male del mondo che condanniamo. La reazione scomposta e indegna di Mieli, e di tanti altri eterni corifei del potere stabilito, mostra che la direzione è quella giusta: se il mondo ci fa orrore, iniziamo a guardarci allo specchio. E apriamo bene gli occhi.


Tra umano e disumano: andar oltre l’afasia

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umano e disumano

Come andare oltre l’afasia cui induce la guerra? Come trasformare l’angoscia del ritrovarsi nel labirinto delle paure in volontà di mettersi in mezzo, dopo che la lunga fase di distanziamento da pandemia aveva già lacerato il tessuto delle relazioni costringendoci a fare esodo per ritessere nuova trama sociale? 

In un disordinato tumulto del sentire e del pensare cerco tracce di parole per andare dentro e oltre la paura, oltre quella dimensione del disagio esistenziale che Franz Kafka chiamava “la parte migliore di me”. Ho sempre pensato che a questo riconoscimento di fragilità umana dello scrittore praghese dovesse accompagnarsi il tentare di fare discorso e racconto, per me di farne sociologia delle macerie da trasformare in visione critica del mondo per andare oltre. Ed è questo che ho umilmente cercato di fare in questi giorni nel dialogare con Marco Revelli, ripartendo dalle macerie di Paraloup, dai paesi abbandonati e dai comuni polvere raccontati da Antonella Tarpino e dallo stesso Marco. Abbiamo cercato, in quei luoghi ai margini della storia dove più facile è la ricerca di senso, di costruire in questi anni angoli di spazio pubblico di decantazione e di elaborazione emotiva per contrastare ed evitare le continue tentazioni del rinserramento e del rancore, spesso alimentato e teorizzato dagli imprenditori politici delle paure. Abbiamo, con qualche presunzione, cercato di essere flebili “imprenditori politici della pace” anche quando la paura e il rancore si sono fatti comunità maledetta del sangue del suolo e delle religioni in guerra nella ex Iugoslavia, con tanto di nostrani teorici della “guerra giusta” e di concreti bombardamenti su Belgrado. Le virgolette sono necessarie perché allora, come ben ricorda anche Marco, iniziammo tra noi un ragionare partendo da due parole potenti del ‘900: impresa e militante, dando spazio pubblico ai sussurri del volontario come figura del “mettersi in mezzo” ai processi economici ed alla politica in una fase in cui l’Europa, come ebbe a dire allora Jacques Delors, “aveva perso il senso del tragico”.

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Oggi non siamo forse ritornati nel pieno della tragedia con la guerra in Ucraina? Parafrasando Giuseppe De Rita che ai tempi della guerra in Iraq scrisse “Bevagna non va alla guerra”, potremmo dire oggi che Paraloup non va alla guerra e non manda armi per la guerra. In questo periodo Marco sta ripercorrendo la geografia della ritirata di Russia vissuta dal padre Nuto, così come dal mio, che attraversarono quegli stessi luoghi, oggi bombardati e sotto assedio, per giungere, nel caso di Nuto, a Paroloup per organizzare e partecipare alla resistenza poi diventata racconto di una tragedia epocale che è oggi monito di fronte ad una nuova tragedia bellica. Immagino che il prossimo 25 aprile a Paraloup si parlerà di come Paraloup non va alla guerra, ma basta ricordare e testimoniare? Certo vale il monito della storia verso un’Europa che ha perso il senso del tragico, ma che fare nel presentismo della guerra in cui siamo immersi, ove dominano le categorie del prussiano von Clausewitz del “padroneggiare il combattimento”, della “forza della passione” e della “politik”, cioè la geopolitica da imprenditori della guerra? Altro che Kafka… Basta mettersi in mezzo all’analisi geopolitica e dire, come ha fatto giustamente Fausto Bertinotti, che due torti non fanno la ragione e quindi prendere le distanze dalla Russia di Putin che fa la guerra e dalla Nato che l’ha accerchiata, con l’Ucraina in mezzo? Non basta, perché in mezzo non c’è solo il confine geopolitico, c’è quello tra l’umano e il disumano. Così come non basta fare esodo, forma di resistenza a cui eravamo già arrivati ben prima della guerra, quando analizzavamo il lento attraversamento del deserto post-pandemico delle carovane dei lavori in direzione ostinata e contraria, una in fuga dal lavoro e l’altra alla ricerca del lavoro, con le oasi delle economie in metamorfosi in adorazione del vitello d’oro del PNRR, manna dal cielo europeo.

In questo quadro già ci eravamo detti che non bastava andare di oasi in oasi facendo carovana tra le comunità concrete alla Paraloup. Dialogando con De Rita sulla società frammentata e dispersa avevamo iniziato a ragionare sulla necessità di cercare carovanieri della rappresentanza e tracce di riconnessione della moltitudine nell’esodo attraverso il deserto. Ora, nella tempesta di sabbia della guerra, la fuga dalle città ucraine bombardate ci appare in una dimensione di esodo biblico, la carovana dei profughi fugge da quello che Elena Granata chiama URBICIDIO, tragica parola di distruzione dell’abitare e delle forme di convivenza, anche questa coniata dai suoi colleghi architetti ai tempi della guerra nella ex Iugoslavia. Ma nella sua dimensione di potenza geopolitica e nella dimensione di lunga deriva storica nell’Europa del tragico e nella potenza apocalittica della fuga di massa delle carovane dei profughi ucraini rispetto alle guerre iugoslave in cui cercammo di metterci in mezzo allora, oggi non vedo e non vediamo uno spazio pubblico promosso e interpretato da “imprenditori politici della pace” all’interno del quale aprire un dibattito nelle contraddizioni delle politiche, si diceva allora, contro i sostenitori delle guerre giuste poi continuato contro gli esportatori di democrazia manu militari. Mi pare che tutti si siano messi l’elmetto: vi armiamo per la guerra, purché non nel nostro giardino. Che poi, a ben vedere, è un giardino arso e riarso, a rischio di desertificazione ed alla canna del gas, ma oggi noi lasciamo da parte la conversione ecologica, torniamo al carbone, come se quella fosse una tragedia rimandabile.

Ma torniamo, senza andare molto distanti nel tempo, a come è cambiato il presidio del confine polacco. Sino a poche settimane si arrestavano quelli che accendevano le lanterne verdi per segnalare ai profughi che arrivavano da sud est o dall’ Afghanistan una possibile via di accesso e di aiuto qualora avessero oltrepassato il filo spinato. Ora, giustamente, le frontiere sono aperte e le lanterne verdi sono diventati parte dei “volontari reclutati” nella catena logistica bellica, perdendo il loro essere contraddizione vivente capace di mettersi in mezzo per la pace, come fu ancora a Sarajevo o nelle città di frontiera tra Serbia e Bosnia. Non più lanterne per uscire dal labirinto delle paure, ma crocerossine di un esodo, che, mi auguro, non selettivo per il colore della pelle o per provenienza, cancellando la domanda “da dove vieni straniero?”. Nel nostro ragionare nell’esodo postpandemico avevamo già affrontato il tema della crisi del welfare e della sussunzione del terzo settore reclutato nello stemperare la sua radicalità da voce del margine che chiede inclusione a crocerossina della società dello scarto. Nel salto d’epoca e nel salto di secolo abbiamo seguito il declino del militante e lo stemperarsi della radicalità del volontario. Forse dovremmo prendere atto che non si tratta più di cercare il soggetto tondino di ferro del cambiamento o i luoghi emblematici da territorialisti che fanno resistenza tra flussi e luoghi come oasi di utopia ma capire, e la guerra lo fa capire, come metterci in mezzo tra l’umano e il disumano. Senza dimenticare che lavorare per un umanesimo adeguato ai tempi dell’esodo senza terra promessa attiene, in prima battuta, alla sfera prepolitica. Quindi, come “metterci in situazione” per andare oltre l’afasia e l’angoscia delle paure, oltre il rinserrarsi a Paraloup che non va alla guerra, oltre il “not in my name”?

Ho provato a scomporre e ricomporre il nostro essere situazionisti nella duplice accezione di rimando alla società dello spettacolo e di “situarsi”, di trovare luogo, oasi di pace, tra i flussi della società dello spettacolo con tanto di missili ed il luogo occupato dai carri armati. C’è stato un salto di qualità nel racconto della guerra in Europa e forse anche per questo, non sembra più una tragedia reale da evitare, ma spazio di un metaverso da società dello spettacolo, in cui collocare anche i buoni sentimenti, purché ciò non presupponga il situarsi là dove stanno i carri armati, terreno per gli inviati con l’elmetto, loro stessi a rischio per alimentare lo spettacolo, anche quello di bambini che imparano a fabbricare molotov. In questo metaverso, lo spazio mediato del pacifismo viene occupato da imprenditori politici della paura travestiti da agnelli, da realisti propugnatori di forniture di armi, mentre i giovani in piazza vengono ridotti a quelli che fanno la loro parte di giovani. Intanto passa lo stanziamento di bilancio tedesco per il riarmo, a proposito della perdita del senso del tragico, e la risposta più che cercare la pace come imprenditori della pace attraverso la diplomazia di pace, passa alle sanzioni nel metaverso della finanziarizzazione, anche questa non raccontata nei suoi effetti reali nel situarsi con effetti reali dentro la vita nuda di chi “rimane sotto”, sia in Russia che nello spazio europeo. Direi che per la prima volta, dopo la lotta di classe dall’alto, stiamo assistendo alla devastazione delle coscienze in primis e poi sul terreno della guerra dall’alto praticata con la potenza dei mezzi della società dello spettacolo, rete finanziaria globale e social compresi, stiamo assistendo alla realizzazione di un metaverso disumano. Il mio amico Michele Mezza, sempre alla ricerca del soggetto, mi dice che ci salverà Anonymous nel suo hackerare la rete degli uni e degli altri. Pia illusione. La guerra non è un metaverso ma il suo esatto opposto, il disumano oltre l’umano e fatto di corpi martoriati e devastati. Qui occorre ricollocare il racconto disarticolando lo storytelling suadente dell’andiamo tutti alla guerra prima che sia troppo tardi, ricordando a noi la ritirata di Russia dei nostri padri e a Putin di rileggersi Dostoevskij che ci mette in guardia da quelli “convinti come sono che sia necessario rinchiudere il proprio vicino per convincersi del proprio buonsenso”.

Dunque, quale racconto e quali categorie mettere in mezzo tra il metaverso e il situato nel territorio? Frugando nella cassetta degli attrezzi saltano all’occhio due concetti utilizzati nell’analisi dei sommersi e dei salvati nel salto di secolo, quelli della “nuda vita” e della “vita nuda”. Con nuda vita ci si riferisce alla sfera umana del pensiero, del ricordo, della comunicazione oggi messa al lavoro nella società automatica dell’algoritmo. E’ una composizione sociale che nella pandemia ha ingrossato lo sciame dei lavoratori da remoto, riversando quel po’ di militanza sciamando nei social, assumendo nel metaverso mille sfumature sulla guerra, sino alla volatilità radicale di Anonymous. Ma sono anche corpi, corpi al riparo dalle bombe, ma non per questo corpi fermi visto che, per fortuna, sono ancora in tanti a partecipare alle manifestazioni in presenza, pur attraversate dai molteplici distinguo nello sfumarsi della memoria militante del ‘900 e negli interrogativi del volontario. Sono i salvati, siamo i salvati, che guardano da qui ciò che avviene là, in un altro luogo. Là c’è la vita nuda dei sommersi, dei corpi umani ridotti alle esigenze primarie della sicurezza fisica, dell’alimentarsi, del dissetarsi, del ripararsi dalle intemperie. La difficoltà o l’impossibilità di soddisfare questi bisogni fondamentali fa di questi corpi dei profughi di guerra in cerca di rifugio altrove. Mi domando e vi domando, pur tenendo conto delle differenti quanto fondamentali condizioni materiali, quale sia la natura dell’empatia che mette in relazione i militanti dei social, quelli che ancora camminano per strada manifestando e la nuda vita dei sommersi, dei profughi, accolti nella mobilitazione. E un un’empatia che si fa simbiosi contro la guerra, o un’empatia che a suo modo alimenta la guerra situata e non fermata? Non vediamo forse chi sta sopra e altrove dividersi senza comprendere che solo espellendo il codice della guerra sarà possibile allontanarla da sé e da quelli che ce l’hanno in casa ridotti a nuda vita in fuga? E’ una questione della quale avremmo dovuto essere già consapevoli guardando perché in fondo ci si era già presentata qualche settimana fa guardando all’andamento dell’economia e ci era già entrata dentro nei miti e nei riti del quotidiano attraversamento del deserto. Nel nostro attraversare mossi dal miraggio delle terre del digitale e della riconversione ecologica era di attualità dirci che nella terra promessa avremmo persino trovato il nucleare pulito, mettendo in difficoltà quelli che nell’esodo sostenevano giustamente di andare verso le oasi delle energie dolci. Oggi, nel flusso della guerra e delle sanzioni tornano di attualità le centrali a carbone, l’incubo di Chernobyl, mentre la manna del PNRR rischia di trasformarsi in pioggia acida. Altro che pensare a come alimentare la guerra, la pace ci è necessaria come l’acqua, anche per noi che siamo in mezzo al deserto senza il miraggio della manna. Anche per questo occorre frenare questa triste euforia guerresca che serpeggia nel metaverso e far capire quanto anche noi abbiamo bisogno di bere pace raccontando l’arsura delle nostre analisi. Senza una piattaforma di pace diventano polvere la piattaforma digitale, le piattaforme manifatturiere, le piattaforme agricole, quelle dell’urbano-regionale, quelle della conversione ecologica, quelle del sociale inclusivo e del nuovo welfare di cui ho scritto (“Oltre le mura dell’impresa” Bonomi 2021) invitando a guardare oltre le mura dell’impresa a quel territorio in metamorfosi che mette al lavoro la società tutta dentro un meccanismo di iper-industrializzazione della vita quotidiana.

Marco Revelli nel commentare il libro suggeriva di ritornare al Gramsci di “Americanismo e fordismo” per capire il neo-fordismo della tecnica e degli algoritmi che fanno della moltitudine dispersa nelle piattaforme un volgo disperso messo al lavoro. E Putin traccia con l’invasione piattaforme con i suoi carri armati che diventano sacche per una umanità esposta alla morte. Dal metaverso si risponde mettendo in gioco quella che i commentatori hanno chiamato “l’arma nucleare delle sanzioni”, ovvero la potente piattaforma SWIFT che dal metaverso colpisce oligarchi ma anche quelli situati in basso. E’ un gioco di specchi tra la piattaforma finanziaria che sorvola le colonne di carri armati e l’incedere inarrestabile delle stesse verso Kiev. E’ una rappresentazione emblematica dei due fordismi intrecciati che si confrontano nella guerra: quello iperfordista degli algoritmi che legano la finanza globale e quello che ancora si regge su gas, petrolio, acciaio dell’industria pesante, compresa quella per i carri armati. Si confrontano due fasi e due modelli di verticalizzazione. Due processi di dominio dei flussi che impattano nei luoghi: quello della piattaforma del metaverso e quello che invade per disegnare piattaforme territoriali strategiche tra Crimea e Donbass. Per usare il nostro linguaggio (mio e di Marco) in mezzo a questi due fordismi appare il capitalismo molecolare delle molotov della resistenza ucraina come stracci umani  che volano. Discorso che ci porta dritti dalla geoeconomia alla geopolitica con tanto di esperti, cosa che noi non siamo, subentrati ai virologi nello spiegarci come va il mondo.

afasia

Timidamente avanzo un appunto sul quale lavorare: questo dispiegarsi del capitalismo politico si confronta nei tre modelli geoeconomici americano, cinese e russo. Non pare esserci dubbio che l’invasione dell’Ucraina confine d’Europa acceleri la formazione di un capitalismo politico europeo, con tanto di stanziamenti di bilancio per il riarmo, che accelererà il divenire di un’Europa dall’alto, con continue crisi e salti dei processi democratici, che poi a ben vedere è la cifra che caratterizza il capitalismo politico. Fibrillazioni che ridisegnano lo spazio globale, basti pensare alla Turchia o all’India, alla ricerca di ruoli in una globalizzazione senza più impero. Da oltre un decennio la globalizzazione soft dei mercati si è fatta hard con tanto di “terza guerra mondiale a pezzi”, come aveva profeticamente detto il Papa. Oggi uno di questi pezzi riappare là dove la seconda si era conclusa a monito per l’umano. Monito della storia di fronte al quale l’umano di oggi appare prostrato, silente, senza voce; proprio in quei luoghi attraversati dai nostri padri nell’esodo dalla guerra, in quei luoghi che ricordano lo sterminio e la shoah e il genocidio nella non lontana Armenia sembra che l’umano abbia perso la memoria. Ma ammesso e non concesso questo dilagare dell’internazionale dell’indifferenza, che per ciò che riguarda Putin, primo responsabile nell’avere valicato i confini territoriali ed il confine della guerra, è ancor più grave pensando ai milioni di morti del popolo russo della seconda guerra mondiale (in Russia chiamata guerra patriottica), continuo a chiedermi perché non prevalga la parola pace, almeno di fronte alle catene di immagini della vita nuda dei profughi. Quale apocalisse culturale ci ha così prostrati da essere proni e disponibili ad alimentare guerra sul terreno? Forse perché siamo convinti che ormai ebbri di finanzcapitalismo a noi basta fare la guerra con i soldi ai soldi attraverso le sanzioni, indifferenti a nostra volta sul come ed a chi cadranno in testa come bombe nel vivere quotidiano? Eppure, a proposito di apocalisse nel salto di secolo, non bastasse la memoria del ‘900 abbiamo scavallato il secolo con l’11 settembre della comunità maledetta del sangue e delle religioni volata nel cielo per portare la guerra cui hanno fatto seguito le guerre per “esportare la democrazia”. Siamo poi giunti sull’orlo del baratro interrogante della crisi ecologica per ragione sul come contenere e cambiare i flussi che impattavano nei territori, che mangiavano la terra, che estraevano risorse nell’epoca dell’antropocene.

La nostra generazione, qui era arrivata cercando di mettersi in mezzo tra i flussi e i luoghi; quelli della finanza, delle transnazionali, delle reti hard e soft, delle internet company. Sempre cercando, per dirla con Paul Ricoeur, di decodificare e mettersi in mezzo alla bulimia dei mezzi che produce l’atrofia dei fini. Nel cercare di mettersi in mezzo per cambiare ci è venuto dentro, non solo nei luoghi ma dentro i nostri corpi, il flusso della pandemia con la sua carica virale della distanza fisica che si è fatta distanza sociale codificata dallo stato di emergenza. Così si è fatto avanti, per paura del corpo malato, il virus dell’immunitas rispetto alla communitas, tant’è che scrivevo e teorizzavo la necessita di ricostruire una comunità larga per fare esodo ed attraversare il deserto. Ed ora come ultimo flusso, capace di piegare quelli delle economie, compresa quella del metaverso, irrompe quello della guerra nel suo imporre la continuità, come ci fossimo abituati, tra stato di emergenza e stato di eccezione. Non pieghiamoci: la guerra con il suo immunizzarci nella logica binaria amico-nemico si può fermare solo ricostruendo, mettendo in mezzo tra l’umano e il disumano le forme di convivenza, ripartendo dal fare communitas delle forme di convivenza… e poi speriamo.


Entrümpelung / Sgombero

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La lingua tedesca ha una parola difficilmente traducibile, Entrümpelung: sgombero, riordino con scarto di ciò che si rivela inutile o superfluo, come i resti abbandonati da un trasloco. Il termine, che già nel suono ha una vibrazione di insofferenza e di fastidio, è usato da Dino Buzzati nel racconto Viaggio agli inferni del secolo (nella raccolta Il Colombre e altri racconti), dove si immagina che l’Entrümpelung sia la grande Festa della primavera in cui “le famiglie hanno il diritto, anzi il dovere di eliminare i pesi inutili. Perciò i vecchi vengono sbattuti fuori con le immondizie e i ferri vecchi.”
Ecco: ho 78 anni, vari acciacchi, anche di memoria, qualche confusione mentale, ma tutto sommato non mi lamento. Però in questo periodo di allarme sanitario, prodigo di sgangherate informazioni e raccomandazioni e allarmi spesso contraddittori tra loro, l’unica costante ferma e salda è la rassicurazione quasi gioiosa che non bisogna poi allarmarsi troppo, tanto di Coronavirus muoiono soprattutto “gli anziani”, i vecchi dai 70 in su. Che così, grazie alla loro debolezza, si trasformano in evanescenti vantaggi per le statistiche. Salvo poi tornare in auge come disneyani babysitter dei nipotini lasciati a casa per la chiusura securitaria delle scuole. Questa confusione mentale (e giornalistica) è un sintomo della fragilità della nostra società, pronta a mescolare sentimentalismo e cinismo in uno zabaglione un po’ indigesto. Che a me però ricorda i lager nazisti dove le SS facevano cantare e ballare i prigionieri che poi la mattina dopo mandavano sotto le docce a gas: l’indifferenza morale è la stessa. Coerente con quella prevalenza del disumano che ammorba la società globale. Quanto tempo restano nei nostri occhi e nei nostri cuori le immagini delle guerre e delle violenze vicinissime a noi? Arriviamo a commuoverci davanti a certe immagini che giungono da Lesbo e dai confini tra Grecia e Turchia, per qualche istante riusciamo anche a immedesimarci, ci sembra persino di udire le grida e gli spari, ma poi prevale il senso di impotenza e da questa passiamo al sentimentalismo, alibi e preludio all’indifferenza. Un tempo, remoto, si pregava nelle chiese e nelle processioni, poi si facevano le marce della pace e/o le assemblee e si andava in piazza: ora ci lasciamo sopraffare da un’informazione vera o falsa, comunque pervasiva e poco affidabile, e ci deprimiamo nell’impotenza. E infine facciamo Entrümpelung anche dei sentimenti, succubi della convinzione che la tecnologia ci salva semplificandoci la vita e regolandola al nostro posto. Le abbiamo delegato la nostra libertà e quindi la nostra responsabilità. E la nostra politica: abbiamo perduto la capacità di rispondere di persona.

Non ho ricette che mi difendano dal potere impersonale del disumano. Penso però che si debba far di tutto per ricominciare da capo e che, come diceva Vaclav Havel, si debba “ricostruire il mondo naturale come vero terreno della politica e riabilitare l’esperienza personale degli uomini come misura prima delle cose (…) e dare significato alla comunità degli uomini.” (Václav Havel, La politica dell’uomo, Castelvecchi, p.36) Solo dopo saremo in grado di padroneggiare la tecnica, anche quella politica.
Non ci sono scorciatoie, o io comunque non sono in grado di vederle. E so che non vedrò, per le ragioni anagrafiche di cui sopra, nemmeno l’inizio, se mai ci sarà, di un nuovo corso. Il che non mi esime però dal cantare, anche stonato come sono, la stessa canzone.

 


Un’opposizione antipopolare al populismo di governo

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Al punto più basso dei diritti umani nell’intera storia dell’Italia repubblicana, di fronte a un governo che alza come bandiera la propria ostentazione del disumano, dobbiamo constatare l’inedita assenza di un’opposizione politica. Opposizione morale sì, da parte di qualche sindaco coraggioso, di qualche vescovo fedele al vangelo, di qualche persona di buona volontà che non si arrende al deserto che cresce. Ma sul piano politico il vuoto. Anzi un pessimo pieno, con una destra (FdI e FI) che sul terreno delle politiche securitarie e migratorie tende a scavalcare a destra la peggior destra di governo proponendo blocchi navali e politiche segregazioniste (leggetevi Libero e Il Giornale se siete di stomaco forte). E quella che fu la sinistra che sul piano delle politiche sociali riesce a essere persino peggio del governo difendendo austerità e legge Fornero, attaccando l’istituto stesso del reddito di cittadinanza, mettendosi al seguito degli impresentabili Commissari Europei nell’assumere come dogmi i suicidi vincoli comunitari; mentre su quello delle politiche migratorie e della difesa della Costituzione manca totalmente di credibilità, delegittimata dalla propria stessa storia recente.

Si pensi a quanto accaduto alla Camera a fine anno, quando le esibizioni circensi di Emanuele Fiano in difesa della Costituzione platealmente umiliata dalla coalizione giallo-verde sono apparse a tutti grottesche, perché provenienti da chi quella stessa Costituzione aveva cercato di fare a pezzi con uno sciagurato referendum, e l’oltraggio alla discussione parlamentare l’aveva perpetrato compulsivamente (ricordate?) a colpi di canguri e voti di fiducia addirittura in materia di legge elettorale e revisione costituzionale. O si rifletta sull’attuale caccia alle streghe nei confronti delle Ong, su cui il Pd è costretto a tacere dopo lo sciagurato “codice Minniti” che di quella damnatio boni aveva inaugurato la via. O, ancora, ci si soffermi sulla vicenda del cosiddetto “decreto Salvini”. Possibile che nessuno abbia trovato nulla da eccepire (sia pur con il rispetto dovuto alla persona) alla scelta del Presidente della Repubblica di firmare senza se e senza ma quel testo indecente, palesemente in antitesi con i principi fondamentali della nostra Carta oltre che con i più elementari principi morali. Se quel testo fosse stato rinviato alle Camere, o se almeno fosse stato accompagnato da un messaggio presidenziale con i necessari caveat, i “sindaci coraggiosi” non sarebbero stati costretti a quel ruolo di supplenza nella custodia della Costituzione che sarebbe spettato a figure istituzionali ben più in alto. Incassando peraltro dal ceto politico di quella che illusoriamente continua a considerarsi “sinistra di governo” non una solidarietà piena, ma timidi balbettii, pieni di distinguo e di formalistici legalismi, come se il principio della disobbedienza civile e dell’obiezione di coscienza fossero cose di cui vergognarsi anziché strumenti necessari in casi di emergenza umanitaria.

La ragione di tanto fariseismo se l’è lasciata scappare Stefano Folli sulle pagine del quotidiano d’area, Repubblica, definendo “l’iniziativa ribelle di Orlando, subito sostenuto dal napoletano de Magistris” discutibile, anzi deplorevole perché compiuta “in sfregio alle istituzioni”, e pericolosa, perché – qui sta il vero nocciolo del discorso – creerebbero, quei sindaci dalla testa calda, con il loro richiamo alla coscienza e il loro radicalismo, “un danno alla prospettiva di un centrosinistra allargato che voglia risalire la china“.

S’intuisce qui, neppur tanto tra le righe, il profilo di un progetto politico che sta venendo avanti sotto traccia, per allusioni e illusioni, e che vedrebbe – in opposizione ai nuovi populismi – la costruzione di un fronte unito esteso dai malpancisti di Forza Italia ai vetero-progressisti del Pd, composto da tutti i pragmatici dell’esistente, dai rappresentanti di tutte le élites più o meno decotte, di tutti gli interessi, da quelli un tempo incarnati dal partito azienda berlusconiano fino a quelli visibili nel parterre della Leopolda renziana.

E’ in fondo l’esperimento che si sta tentando nel laboratorio-Torino in vista delle regionali del Piemonte, dove il governatore uscente Chiamparino sta lavorando a un “fronte del SI” aperto a tutti i fautori del Tav e in generale delle Grandi opere (al “partito degli affari”, insomma). E dove il neo-eletto segretario regionale Pd, Paolo Furia, ha scoperto gli altarini dichiarando, nella sua prima intervista in carica, che in questa fase politica “è giusto interloquire con la pancia delusa di Forza Italia” (proprio così, non con la testa, che sarebbe già inquietante, ma “con la pancia“, cioè con l’organo più vorace), soprattutto se “la Lega continuerà a governare con i 5 Stelle” (che sono selezionati evidentemente come il “nemico principale”, molto meno allarmante dello xenofobo Salvini e dei suoi pragmatici giannizzeri). Paolo Furia è considerato esponente della “sinistra” del Partito (figuriamoci gli altri!). La sua vittoria sul renziano Mauro Marino è stata salutata come una svolta. Ciò non toglie che utilizzerà la nuova adunata del 12 gennaio dei Si Tav – che con coazione a ripetere si sono dati di nuovo appuntamento in Piazza Castello, con tanto di madamine, notai e banchieri, industriali e commercianti – come apertura della lunga campagna elettorale per “rimontare la china” (come dice Folli).  

Il fatto è che nel corso del lungo ciclo di sistematico taglio delle radici la sinistra ha via via decostruito l’intero proprio patrimonio culturale, politico e morale giungendo infine a questo “punto zero” dei valori e dell’identità, in cui la cultura diventa vizio salottiero e la morale viene stigmatizzata come moralismo, mentre l’unico metro di giudizio diventa il potere (potere senza egemonia, potere senza coscienza, infine potere senza potere, emblema di una sinistra incosciente e inconsistente, priva di radicamento sociale e di orizzonte ideale). In questa terra di nessuno dei valori, ricostruire un’articolazione tra l’opposizione morale – che resiste ma stenta a esistere – e un’opposizione politica che non c’è più e richiede una ricostruzione ab imis, diventa impellente e vitale.

Con molta probabilità, a riempire quello iato tra etica e politica ci proverà la Chiesa, l’unica a conservare il senso della “coscienza” e delle obiezioni ad essa connesse, e a non risolvere l’idea di giustizia nella lettera della legge. Già si sussurra della possibile rinascita di un “partito cristiano”. Ma sarebbe impresa piena di rischi (sarebbe un ritorno di confessionalismo, etico certo, ma pur sempre confessionale) e non sarebbe indolore anzi, comporterebbe una concreta possibilità di scisma che allargherebbe il cratere in cui ci dibattiamo anziché bonificarlo. Per questo la cultura laica non può chiamarsi fuori. Rivisitare la vecchia “questione morale” che funzionò a suo tempo come emblema di diversità, adeguandola al nuovo mondo, nell’affermazione della centralità dei diritti umani universali e della fraternità sociale territorialmente radicata, è una delle vie per uscire dal labirinto della paura e dell’impotenza in cui ci siamo cacciati. Prima che l’eterno Minotauro ci divori.

Pubblicato su il Manifesto dell’8 gennaio 2018 con il titolo
L’ostentazione del disumano in assenza di opposizione politica


Ribellarsi è giusto

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Cos’altro deve succedere, in questa tremenda estate?!

Il disumano dilaga, oltre ogni limite sopportabile. Infiniti gli esempi possibili della fenomenologia dell’orrore. A giugno le separazioni forzate tra genitori e figli dei migranti cosiddetti “illegali” negli Stati Uniti di Trump. Espulsioni, respingimenti, arresti. Lacrime innocenti. Insostenibili. Certo, anche una valanga di critiche. Ma l’amministrazione non si scompone più di tanto. E continua, anzi cresce, il business cinico e immorale ‒ con al centro due note corporation (la Core e la Geo) ‒ di quanti fanno profitti gestendo il dramma dei migranti bambini sottratti ai genitori. Un Presidente (sic!) fuori controllo, che annuncia un nuovo programma di riarmo e sogna le guerre stellari (promuovendo l’istituzione di una Space Force entro il 2020), e che intanto fa il bullo in giro per il mondo e ha la brillante idea di fare pressione sull’EPA, l’Agenzia di protezione dell’ambiente, per rendere legale l’utilizzo dell’amianto nei materiali per l’edilizia (proibito dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso). E pazienza se le malattie legate all’asbesto causano ogni anno negli Stati Uniti quasi quarantamila decessi.

E poi i razzi, i raid aerei, i cecchini a Gaza, sepolta dalle bombe israeliane. Le stragi in Yemen, in Siria, ovunque. Il dramma dei migranti. Le torture. Le stragi in mare. I porti chiusi. Il Piano UE sui profughi per spartirsi la quota di dolore, invece di ragionare e progettare un altro mondo possibile. Visegrad che avanza inesorabile.

Infine, la nostra povera Italia giallo-verde. L’odio e il rancore che inondano i social network e il quotidiano. Un ministro degli Interni senza più freni, che ‒ che tra una battuta cretina sui “rosiconi di sinistra” e un affondo troglodita contro le famiglie omogenitoriali ‒ questo clima di odio alimenta e capitalizza elettoralmente, schiacciando gli alleati del centrodestra e di governo, e volando nei sondaggi. Nel mirino sempre i più deboli, e in particolare i più deboli di tutti, la comunità Rom. La malsana idea del “censimento” e gli elogi alla capotreno razzista, tanto per dire. E gli spari derubricati a goliardia, le truffe pulp (gli “spaccaossa” di Palermo) e la strage dei braccianti, che per qualche giorno fa emergere dal silenzio la tragedia del caporalato, del nuovo schiavismo, dello sfrenato sfruttamento.

Il Capitale al lavoro, sempre e ovunque. Per nulla intimorito dalle retoriche sovraniste, che alimentano la guerra tra poveri, guardandosi bene dal mettere in discussione il vero problema del nostro tempo, ossia l’oscena disuguaglianza nella distribuzione delle ricchezze. Ovvio, dunque, che si santifichi Marchionne, capitano “coraggioso” di un capitalismo globale costruito sulla liquidazione progressiva ‒ e bipartisan ‒ dei diritti dei lavoratori.

Qualche segnale positivo per la verità c’è stato. Anche qui, esempi in ordine sparso. Le magliette rosse per l’accoglienza che hanno colorato un sabato di inizio luglio, e che hanno ricordato a tutti (tra i lazzi di una destra sempre più becera) che l’accoglienza è la base della civiltà. Oltre oceano, la vittoria alle presidenziali in Messico di Lòpez Obrador, che molte speranze sta suscitando in quel Paese piegato dalla corruzione e dalla malavita. La condanna della Monsanto per l’abuso del glisofato. E poco altro.

Appunto, troppo poco. Bisogna reagire in modo più vigoroso alla barbarie che avanza. Basta arretrare. Non più solo resistenza. Se non agiamo in fretta, potrebbe essere troppo tardi. Moltissime sono le persone che sanno ancora opporsi al disumano. Che sono solidali, accoglienti, capaci di bontà ed empatia. E che giustamente lo rivendicano. E non si illudano gli “odiatori” seriali, i cinici, i “cattivisti” di ogni ordine e grado. “Buono” non vuol dire ingenuo o imbelle. Per essere incisivi, però, occorre organizzarsi, imparare a rispondere colpo su colpo, con i nostri valori e i nostri ideali.

Denunciamo Salvini per istigazione all’odio razziale. Contrastiamo il razzismo ovunque, nelle strade e sui social network. Facciamo rete. Proviamo a cambiare il clima che si respira nel Paese, e a “riorientare” la prospettiva. Facciamo in modo che chi sta in basso inizi a sollevare uno sguardo ribelle verso l’alto, piuttosto che riversare rancore verso chi si trova ancora più giù. Riapriamo uno spazio per la politica e riattiviamo il conflitto. Quello “giusto”, però, quello verticale che muove, appunto, dal basso verso l’alto, dagli espropriati agli espropriatori, dagli sfruttati agli sfruttatori.

Questo mondo capovolto non può durare. E allora lo dobbiamo rovesciare! On a raison de se révolter, scriveva Jean-Paul Sartre a metà degli anni Settanta. Credo che mai come oggi sia necessario ribellarsi al (dis)ordine costituito. E allora, anche ad agosto, care lettrici e lettori, compagne e compagni, buon lavoro e buona lotta!


Prevalenza del disumano

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Simone Weil, col suo rigore morale abbagliante fino all’allucinazione, andando apparentemente in controtendenza a una cultura egemone almeno dall’Illuminismo in poi, ne La prima radice parla del primato degli obblighi rispetto ai diritti. Ovviamente c’è relazione tra i due, ma è l’accento che muta: un diritto non riconosciuto è inefficace, non esiste: «l’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa» e «Un uomo, considerato di per se stesso, ha solo dei doveri (…). Gli altri, considerati dal suo punto di vista, hanno solo dei diritti. A sua volta egli ha dei diritti quando è considerato dal punto di vista degli altri, che si riconoscono degli obblighi verso di lui».
Ma talvolta «certe collettività divorano le anime invece di nutrirle. Esiste, in questo caso, una malattia sociale».
Ecco, io penso che l’Italia (e non solo, ma l’Italia da più tempo forse) abbia contratto questa malattia sociale. L’infezione è remota ma ora sembra essersi diffusa all’intero corpo nazionale, e anche quella che un tempo si chiamava “sinistra” ne è rimasta contagiata almeno da quando (e sono ormai decenni) ha abdicato alla sua storia di solidarietà con e di lotta per i più deboli socialmente e sfruttati economicamente. Anzi, proprio questo tradimento ha rinvigorito il virus che ora ci troviamo al governo.
Salvini è il sintomo furbastro di questa malattia e lascia attoniti l’inerzia e la passività di tutti gli altri. Abbandonando la metafora sanitaria occorre dire che, siccis oculis, stiamo assistendo al naufragio di una nazione. Conosco persone civili, simpatiche e laboriose che stanno sfogando umori e frustrazioni sociali covate e represse per anni, diciamo, come termine di riferimento, dal disastroso cambio della lira con l’euro quando dalla sera alla mattina, complice l’assoluta mancanza di controlli, ci si è trovati a pagare le merci, spesso necessarie per lavoro, il doppio di quanto costavano il giorno prima: da 1000 lire ufficiali a 2000 effettive. Poi la lunga crisi finanziaria, i cambiamenti nel mondo del lavoro, il neoliberismo selvaggio, la globalizzazione, la disoccupazione di massa, l’inettitudine dei governi ecc. hanno fatto il resto. E c’è ormai un’intera biblioteca di analisi e denunce, anche di premi Nobel.
Il Rignanese e le sue girls e i suoi accoliti hanno inferto il colpo di grazia al nostro Paese e ora il bubbone è esploso. E non credo sarà facile guarirne. La maggioranza di quelli che si oppongono al governo faticosamente nato dopo le elezioni di marzo non hanno né crediti né titolo per parlare, e infatti balbettano sciocchezze. I 5Stelle sono in trappola, non potendo ormai andare né avanti né indietro, e quindi in gran parte collusi. E soprattutto palesano loro malgrado che un sistema di democrazia diretta basata sulla Rete, senza radicamento nel territorio, senza politici esperti e affidato a consulenti esterni non funziona.

Ma, ripeto, drammatica è la mancanza di reazioni: mi rifiuto di pensare che un intero Paese sia ridotto come i topi incantati dal pifferaio di Hamelin. Eppure l’opposizione ufficiale, essendo in gran parte responsabile del disastro, non ha credibilità alcuna, anzi: basta sentirli e vederli per far venire la bava alla bocca. Su questo fronte non possiamo aspettarci nulla: c’è soltanto terra inquinata o sterile. L’informazione, quella che non tifa per l’attuale governo, fatte salve alcune rarissime e isolate eccezioni (il Manifesto, qualche singolo giornalista mal tollerato all’interno del proprio giornale) incistata com’è nel sistema del neocapitalismo globale non fa il minimo sforzo di capire cause ragioni prospettive: proliferano pensose considerazioni appiattite sull’ortodossia globalizzata o garrule polemiche di superficie. La Rete è un calderone insostituibile, ma occorre vagliare con attenzione le fonti e l’autorevolezza dei siti e dei blog.
Tornando all’accentuazione degli obblighi («C’è obbligo verso ogni essere umano per il solo fatto che è un essere umano» dice ancora la Weil) penso che si dovrebbe ripartire proprio da qui. Non importa tanto la personalità umana in astratto ma il corpo, il sangue, la sofferenza per l’ingiustizia subita, i segni delle torture, le lacrime delle donne e delle madri, l’espressione smarrita e terrorizzata dei bambini, la fame che tiene ancora in piedi corpi pelle e ossa… È su questo che saremo giudicati davanti alla storia e ai posteri, così come noi ora giudichiamo i polacchi irridenti i treni piombati o il peregrinare della nave Exodus piena di ebrei braccati o i quattro soldati armati che stanno alle spalle del bambino a mani alzate, cacciato dal ghetto di Varsavia. Ed è verso questi corpi che abbiamo degli obblighi. Confesso di vergognarmi ogni giorno per la mia incapacità di reagire, o di reagire solo in maniera insufficiente. Nel ridente Comune di Carmagnola, nel civile Piemonte, è stata cacciata da un campo sinti una settantenne malata di cancro (ha un polmone solo) insieme col figlio cinquantenne, ex tossicomane, che in qualche modo l’accudiva: di notte la madre andava a dormire in una sgangherata roulotte perché la baracca in cui viveva di giorno era troppo umida. È una delle tante notizie che si ripetono sui giornali. Tutto regolare, c’era persino un’ingiunzione del Tribunale di Asti. E il nostro ministro dell’Interno esulta, facendo struggere d’invidia il suo predecessore che non aveva avuto l’opportunità di organizzare un evento così bello e persino legale… Ecco, sapere che in un Paese felicemente sprofondato nell’illegalità generalizzata, anche urbanistica e ambientale, succedono ormai quotidianamente misfatti del genere mi fa arrossire di vergogna. Mi sento “obbligato” ma anche incapace. Possibile che non riusciamo nemmeno ad alzare la voce? Possibile che la protesta sia solo quella, volatile per definizione, che si fa strada nel labirinto della Rete? Tutti i gruppetti a sinistra del Rignanese (ci vuole anche poco) anziché discettare tra loro su chi è più bravo nell’analisi e nella strategia e nella spartizione degli incarichi non riescono a concordare una protesta, una politica comune almeno su questo livello basico di sfregio dell’umano? O dobbiamo invitare qui Melania Trump?
Non abbiamo proprio più anticorpi? Ma se non reagiamo ora, quando? E che futuro ci attende?


L’odissea dell’Aquarius e il governo del “disumano”

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Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra“. Mi è tornata in mente, quella strofa lontana, in questi giorni feroci dell’odissea dell’Aquarius, ora elevata ufficialmente a sistema, in cui tutto, ma davvero tutto, sembra perduto: la politica, l’umanità, l’elementare senso di solidarietà, noi stessi, il nostro rispetto di noi e degli altri cancellato da un ministro di polizia che fa della pratica disumana della chiusura dei porti un metodo di governo… Mi è tornata in mente perché è quello che sento nell’aria, che leggo nelle facce, negli sguardi, nei cattivi pensieri di (quasi) tutti. Odore di guerra, e occhi a terra (lo sguardo del rancore che promette sventura).
Alla velocità della luce, in poche mosse da parte di giocatori cinici e spregiudicati, questione migratoria e logica bellica, politica dei flussi e politica delle armi si sono saldate intorno alla coppia nefasta “amico-nemico”. E il confronto impari, spaventosamente asimmetrico, tra l’Italia e quel microscopico frammento di umanità e di nuda vita in balia delle onde nel Canale di Sicilia si è saldato, come le due facce del medesimo foglio, col confronto muscolare, “di potenza” e “tra potenze”. Con la resa dei conti tra il Governo italiano e gli altri Stati coinvolti, Malta, Francia, paesi “alleati” e paesi “ostili”, cancellerie europee e cartello di Visegrad, mentre si parla sempre più spesso, e con sempre meno pudore, di azioni militari per il controllo diretto delle coste libiche come “soluzione finale” al problema dei profughi. Di blocco navale e di hot-spot in Africa con presidi armati, secondo un’accelerazione regressiva che ci vede in poche settimane precipitare dalla diplomazia di un Gentiloni da età giolittiana alla muscolarità aggressiva di un nuovo ministero da età crispina, con Adua sullo sfondo…
E’ bastato che un rozzo capopopolo rionale o regionale come Matteo Salvini irrompesse come un bufalo nella cabina di regia governativa di un Paese non di secondo piano in Europa, perché questa saldatura tra demografia e geopolitica (tra “movimenti di popolazione” e “conflitti inter-statali”) si coagulasse istantaneamente. Perché il disagio sociale virasse in nazionalismo… E nel contempo perché si rivelasse in tutta la sua estensione e profondità lo “sfondamento antropologico”, chiamiamolo così, o “etico-politico” consistente nella diffusa incapacità di riconoscimento “dell’uomo per l’uomo”. Nell’evaporazione di ogni pietas, com-patimento, identificazione nel dolore altrui: le basi della socievolezza che ha permesso la sopravvivenza della specie umana sostituita ora da un mortifero atteggiamento di rifiuto, diffidenza, indifferenza ostile. I cattivi sentimenti, appunto, che da sempre preparano la guerra perché dicono che la guerra è già dentro le persone, e le ha fatte proprie.
Certo colpisce, nella via crucis dell’Aquarius – in questo spettacolo crudele messo in piedi per ostentare, sul palcoscenico grande come il mare, la caduta catastrofica dell’umano nel segno della “politica nuova” – la figura dell’attore protagonista: l’uomo che dopo aver assorbito in sé tutti i ruoli di governo, non solo di ministro dell’Interno, ma anche degli Esteri, delle Infrastrutture, di Capo del Governo (le gouvernement c’est moi) si permette di prendere in ostaggio centinaia di bambini, donne, uomini per giocarseli sulla scacchiera politica (come strumento di negoziazione all’esterno e di consenso all’interno) indifferente alle loro sofferenze, lasciandoli in balia del mare, come fossero cose e non persone (“tortura” è stata definita). Ma colpisce ancor di più – se possibile – questo pubblico che balza in piedi ad applaudire a ogni battuta truce, a ogni dichiarazione di disprezzo, che si emoziona per le vessazioni, l’irrisione dei valori di solidarietà e condivisione, addirittura la messa in stato d’accusa della solidarietà, come colpa o reato (aberrazione sdoganata a suo tempo da un ministro di polizia di centro-sinistra col suo “codice del disonore” contro le ONG ree di “estremismo umanitario”). E se si guarda quella platea dal di fuori, non potrà sfuggire che solo in pochi, sparsi qua e là, se ne stanno a braccia conserte, senza unirsi all’orgia. E quasi nessuno si alza per fischiare.
Prendiamone atto. Un argine si è rotto, persino tra noi, di quella comunità non grande che si è definita “sinistra”. Siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. O meglio: tra noi stessi. Sempre più spesso, se s’incontra un compagno con cui si è condiviso (quasi) tutto e il discorso cade sui migranti e sul caso dell’Aquarius, non scatta immediata, istintiva l’indignazione, ma s’incrocia uno sguardo vacuo. Un cambiar discorso. O addirittura un moto di condivisione della politica dei respingimenti. Una voglia di limiti. Di barriere (perché “così non si può andare avanti”). O perché arresi al fatto che in Europa, comunque, il più pulito ha la rogna (e in effetti il Macron che bacchetta l’Italia ha fatto dei diritti umani carne di porco a Ventimiglia e a Bardonecchia, mentre i Commissari Europei prontissimi a far scattare procedure d’infrazione a ogni decimo di punto del deficit hanno chiuso occhi e orecchie di fronte alle politiche segregazioniste e razziste in Ungheria, Polonia, Cekia, Austria, lasciando miseramente sola l’Italia col suo carico di disperati). O perché convertiti a un qualche “neo-sovranismo”, nell’illusione falsa che ripristinando i confini possa ritornare il welfare di un tempo, le garanzie, i diritti sociali sottratti anche da parte e per colpa di chi oggi, per lavarsi la coscienza, difende a parole l’”apertura”. O, infine, perché affascinati da quella vera e propria “troiata” (mi si permetta il temine caro a Cesare Pavese) che è la categoria dell’”esercito di riserva”: l’idea che i migranti siano lo strumento occulto di un qualche piano del capitale per sfondare il potere d’acquisto e la forza negoziale dei lavoratori nostrani, ignorando che quello si chiamava, non per nulla “esercito industriale”, appartenente cioè a un’altra era geologica, prima che si affermasse il finanz-capitalismo, che lavora e comanda appunto non con i corpi ma col denaro. E che quella “narrativa” serve solo a giustificare la vessazione dei più poveri tra i poveri, non certo a contrastare i più ricchi tra i ricchi.
Basta d’altra parte uno sguardo alla cronologia per vedere che il vero “sfondamento” della forza del lavoro è avvenuto fin dal passaggio agli anni ’80, ben prima che iniziassero i flussi di popolazione, e ha usato come ariete non i corpi dei poveri ma la tecnologia dei ricchi, elettronica, informatica, smaterializzazione del lavoro, frammentazione della componente “manuale” che sopravviveva. Fu allora che si consumò la “sconfitta storica” del lavoro in Occidente. E il conseguente “disallineamento” tra diritti sociali e diritti umani, che invece il movimento operaio novecentesco, almeno da noi, aveva saputo tenere “in asse”. Da allora quelle due famiglie di diritti – questione sociale e questione morale (o “umana”) – sono andate divaricandosi sempre più, fino a oggi, quando finiscono per contrapporsi, quasi che per stare vicino ai nostri “proletari” occorresse respingere gli altri riconfigurati per l’occasione come “non-proletari”. Col risultato che rischiamo di avere oggi “socialisti senza umanità” (sono quelli che stanno squassando la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca con la “conversione” al rigore suo confini di Oskar Lafontaine) e “umanitari senza socialità” (senza solidarismo sociale).
Una scissione cui si può rimediare solo con un colpo d’ala. Con la consapevolezza, da una parte, che si possono difendere efficacemente le ragioni universali dell’umanità solo se si dimostra di voler difendere con le unghie e con i denti la ragioni sociali locali di chi, nel proprio territorio, è deprivato di reddito e diritti (se si disinnesca la trappola mortale del “perché a me no e a loro sì?”). E dall’altra riuscendo a capire che mai come oggi la difesa dei migranti si salda alla difesa della pace, perché la guerra contro di loro finirà per trasformarsi in guerra tra noi (tra i nostri cadenti ma ancora armati Stati, e dentro le nostre stesse persone). E se non sapremo fermare questa spirale feroce, tra non molto, un anno, forse meno, ci ritroveremo anche noi – allora come ora – a cantare “in modo diverso, la canzone senza note di uno che si è perso“.

Versione ampliata dell’articolo pubblicato sul Manifesto col titolo La guerra dentro. Ovvero vincere la sfida della disumanità