TOP200. La crescita del potere delle multinazionali – 2023

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Eat the rich” è la scritta posta su una scatoletta di cibo con il disegno di un ricco che viene cotto sopra un fuoco. È questa l’immagine provocatoria che fa da copertina alla 13ª edizione di “Top200”, il report annuale (basato sui dati relativi al 2022) sulle principali multinazionali curato dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo. Il motto provocatorio richiama una celebre frase di Jean-Jacques Rousseau: «Quando il popolo non avrà più da mangiare, allora mangerà i ricchi». Così si esprime con chiarezza da che parte si pone chi ha predisposto il dossier.

Nel merito si tratta – come nelle precedenti edizioni – di uno studio puntuale, sia perché i dati riportati forniscono un quadro preciso della ricchezza delle imprese multinazionali, sia per l’attualità della problematica in un mondo che presenta enormi disuguaglianze.

Il sottotitolo – “La crescita del potere delle multinazionali” – sintetizza il risultato che emerge dal report. Anzitutto i profitti delle prime 200 imprese internazionali sono raddoppiati in dieci anni, passando da 1.089 a 2.054 miliardi di dollari. Nella classifica delle “top 200” società troviamo 62 multinazionali con sede principale negli USA e 61 in Cina, che insieme rappresentano il 64,1% del fatturato: 17.770 miliardi su un totale di 27.722 miliardi di dollari. Al terzo posto si colloca il Giappone con 18 imprese e al dodicesimo l’Italia con tre società (Assicurazioni Generali, Eni e Enel).

Assai significativo per comprendere il potere delle imprese è il confronto tra le entrate degli Stati e i fatturati delle multinazionali. Al primo posto ci sono gli USA con 8.010 miliardi di dollari di introiti, al decimo troviamo l’India con 682 miliardi, seguita dalla prima delle multinazionali – la Walmart – con un fatturato di 611 miliardi. In questa classifica ibrida (Stati e multinazionali insieme), ai primi 100 posti ci sono 72 multinazionali.

Il dossier, oltre a numerose classifiche sulle top 200 imprese mondiali, contiene quattro approfondimenti relativi ai finanziamenti pubblici alle imprese private, agli affari delle società che producono programmi di intrattenimento, alla crescita dei privati nel settore della sanità e alla presenza di mercenari nei teatri di guerra nel mondo. Proprio questi quattro focus rappresentano la parte più attuale e originale del report. Da non perdere.

(rocco artifoni)

Qui il link al testo del dossier: https://www.cnms.it/attachments/article/206/top200_2023.pdf


Un festival dell’economia con qualche novità: cambiamento o semplice cosmesi?

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Si è svolto a Torino, nel giugno scorso, il Festival dell’economia (titolo: “Ripensare la globalizzazione”) che ha fatto seguito a quello dal titolo “Il Futuro del Futuro. Le sfide di un mondo nuovo” intervenuto la settimana precedente a Trento. Anche solo dai titoli si può vedere che negli interventi di Trento l’interesse è stato limitato alle possibili novità dell’economia nel solco delle pratiche già in atto, mentre nello slogan “Ripensare la globalizzazione” si affaccia la riflessione in corso tra alcuni attori dell’economia e della finanza mondiale di fronte ai problemi della globalizzazione, del degrado climatico-ambientale, delle criticità demografiche e sociali, superando, in base all’esperienza dei decenni scorsi, il concetto che “dalla somma dei guadagni dei singoli individui si ha una ricaduta positiva sulla vita di tutti”. Come spiega Domenico De Masi ne La felicità negata questa concezione dell’economia, che ha permeato il Novecento, ha portato a un mondo basato sulle diseguaglianze, l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento del lavoro di molti per il guadagno di pochi che hanno sempre più concentrato nelle loro mani la ricchezza mondiale a discapito ovunque del bene comune.

È cosa nota che “metà della ricchezza del mondo appartiene all’1% superiore della piramide sociale, il top 30% detiene il 90,7 % della ricchezza totale” e dal 2020 il patrimonio di un miliardario è cresciuto di 1,7 miliardi di dollari rispetto ad ogni dollaro del 90% più povero, aumentando in media di 2,7 miliardi al giorno. Per contro per 1,7 miliardi di lavoratori l’inflazione supera l’incremento dei salari cosicché essi si impoveriscono sempre di più e un cittadino del mondo su 10, cioè 820 milioni di persone, soffre la fame; senza contare che l’ingiustizia fiscale affossa ancora di più la posizione dei più poveri: in USA si è calcolato che se i cittadini comuni fossero tassati come le multinazionali ogni famiglia non dovrebbe pagare più di 10 dollari l’anno; invece ci sono mezzo milione di senzatetto e 46,2 milioni di poveri, molti dei quali lavorano oltre 10 ore al giorno, ma non riescono a conseguire un salario minimo che assicuri loro una vita dignitosa. In Italia lo 0,134 % della popolazione ha patrimoni superiori ai 5 milioni, il 5% più ricco degli Italiani possiede il 42% della ricchezza nazionale con un aumento di circa 13 miliardi di dollari 8,8 %, mentre l’80 % dei più poveri raggiunge solo il 31,4 % del totale e la ricchezza in mano al 10 % più ricco è aumentata fino al 56% (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2023/01/Report-OXFAM_La-disuguaglianza-non-conosce-crisi_final.pdf).

Alla parte più lungimirante della finanza e dell’imprenditoria anche internazionale, non sfugge il fatto che questo tipo di globalizzazione selvaggia, predatoria verso i beni della Natura, unito alla concentrazione esagerata dei capitali nelle mani di pochi, sta esaurendo le risorse del pianeta, portandoci dritti dritti verso la catastrofe climatico-ambientale e innesca inevitabilmente fenomeni di estrema disperazione e di conseguenti turbolenze sociali.

Se fino a qualche mese fa chi cercava far comprendere le disastrose conseguenze del riscaldamento globale veniva tacciato di essere un “assurdo catastrofista”, ora i pericoli della crisi climatica sono sotto gli occhi di tutti: riscaldamento degli oceani con alterazione delle correnti marine e scioglimento dei ghiacciai (quest’anno una superficie grande quanto l’Argentina è scomparsa dalla calotta polare) con grave diminuzione del pescato, mentre i ghiacciai montani (fonti di acqua dolce per la nostra sopravvivenza) si stanno riducendo sempre più velocemente. Inoltre l’alternanza di fenomeni climatici estremi sempre più numerosi, portatori di morte, causa in tutti i continenti, milioni di danni alle infrastrutture e all’agricoltura per inondazioni, frane, siccità prolungate, incendi, per non parlare della scomparsa di biodiversità e del rischio estinzione per migliaia di specie. Tutto ciò riduce la produzione di derrate alimentari, incrementa i problemi di fame nel mondo e innesca lo spostamento di milioni di persone dalle aree più povere e più colpite, in un esodo mondiale inarrestabile. Una vera e propria ingiustizia climatica globale, poiché gli abitanti di Africa, Asia, America Latina incidono sulla produzione di CO₂ molto meno dei paesi industrializzati, ma ne pagano più pesantemente le conseguenze. Attualmente si stima che siano fuggiti dalle comunità d’origine circa 30 milioni di persone, ma entro il 2050 gli sfollati ambientali potrebbero essere da 200 milioni a mezzo miliardo, e il fenomeno riguarda anche le aree del sud Italia a rischio desertificazione. Chi prendeva in giro le persone più lungimiranti e sensibili alla catastrofe ambientale, chiamandole “gretine” dovrebbe fare una grossa autocritica.

È a seguito di queste situazioni eclatanti che in un Festival dell’economia – a fianco degli argomenti tradizionali, perlopiù legati in modo specifico ai temi cardine dell’economia e della finanza – hanno fatto capolino le parole mutualità, etica, ecologia, futuro ed economia sostenibile, arrivando ai concetti di bilancio sociale e di sostenibilità ambientale, attenti all’impatto energetico-ambientale e alla salute e al trattamento dei suoi lavoratori, come strumento dinamico di creazione di valore. Non a caso tra i relatori sono stati invitati anche personaggi dell’ambientalismo della giustizia sociale (quali David Card, Carlo Carraro, Silvana Dalmazzone, Marianna Filandri, Luca Mercalli, Nicolas Schmit ecc.).

Gli obiettivi dell’Agenda ONU – 17 gol da raggiungere entro il 2030 per un Pianeta più equo e rispettoso della Natura – cominciano forse ad essere recepiti anche in ambito economico finanziario e il bilancio delle aziende dovrà comprendere e rispettare anche canoni di equità sociale e di giustizia ambientale.


La sinistra e la critica necessaria del capitalismo

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Occorre essere folli o ciechi per ignorare che il capitalismo è un sistema fallimentare. Tale fallimento si manifesta sotto tre profili: la crescente disuguaglianza sia a livello mondiale che all’interno dei singoli paesi, la tenuta della democrazia e la crisi climatica. Tali aspetti sono inestricabilmente tenuti insieme e non possono essere affrontati singolarmente senza una riflessione radicale sul funzionamento del capitalismo.

La disuguaglianza ha raggiunto livelli insostenibili che minano la tenuta sociale degli Stati. Se, infatti, un tale stato di disparità è avallato dalle istituzioni politiche, non si capisce per quale motivo il 90% più povero non debba rompere un patto sociale vessatorio che lo lega al 10% più ricco. L’ineguaglianza e la correlata concentrazione delle ricchezze in poche mani, esplose con il trionfo del neoliberalismo negli anni Ottanta, hanno raggiunto, secondo molti osservatori, livelli da ancien régime portando le società contemporanee ad assomigliare più al sistema feudale che ai regimi liberali post-illuministici. A giustificare le disuguaglianza sarebbe l’idea che questa sia fondata sul merito e che favorirebbe la crescita economica, beneficiando così anche le classi più povere. Di fatto, si è verificato il contrario di quanto teorizzato. La ricchezza, più che del merito, è frutto delle circostanze e di quella che Piketty (Il capitale del XXI secolo, 2014) ha individuato come una legge tendenziale del capitalismo, per la quale il tasso di rendimento del capitale cresce più dell’economia. La povertà è cresciuta e le classi più povere si sono ulteriormente impoverite a fronte dell’arricchimento smisurato del decile e del percentile più ricchi della scala sociale. Infine, la crescita, come hanno finalmente riconosciuto OCSE e FMI, viene ostacolata dalla presenza di disuguaglianze eccessive. Gli stessi organismi raccomandano politiche di mitigazione delle disuguaglianze per favorire la crescita economica.

Secondo il rapporto Oxfam licenziato nel gennaio 2023, negli ultimi dieci anni, i miliardari hanno raddoppiato la propria ricchezza in termini reali, registrando un incremento delle proprie fortune pari a sei volte l’incremento registrato dalla metà più povera della popolazione globale. Nello stesso intervallo di tempo, l’1% più ricco ha accumulato una ricchezza in termini reali pari a 74 volte quella vantata dal 50% più povero. Persino nelle fasi emergenziali, come quella della crisi economica del 2008 e quella pandemica del 2020, la disuguaglianza ha continuato a crescere con l’economia a crescita zero o negativa. Nel biennio pandemico, sempre secondo Oxfam, il 63% di incremento della ricchezza netta globale è andato all’1% più ricco, mentre solo il 10% è andato al 90% più povero. Le grandi società dei settori energetico e agroalimentare, nel 2022, hanno più che raddoppiato i propri profitti rispetto alla media dei profitti registrata nell’arco di tempo 2018-2020. Il caso italiano rispecchia il trend globale, con il decile superiore che possiede 6 volte la ricchezza detenuta dalla metà più povera e lo 0,134% più ricco che, a fine 2021, vanta una ricchezza aggregata pari a quella posseduta dal 60% più povero. Dopo la crisi del 2008, si è proseguiti nel solco del business as usual e le politiche di austerità, colpendo la spesa pubblica, e quindi il sostegno ai più deboli, hanno divaricato ulteriormente la forbice tra ricchezza e povertà.

Tra i motori della disuguaglianza, Maurizio Franzini e Mario Pianta (Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, 2016) individuano il potere del capitale sul lavoro e l’arretramento della politica. Quest’ultima, attraverso una serie di manovre ispirate al neoliberalismo, ha dato vita a un golem che l’ha fagocitata rendendola succube del capitale. Affermare che la politica è arretrata di fronte ai mercati rappresenta una verità parziale. Infatti, le misure che hanno reso possibile il trionfo dei mercati concorrenziali sono eminentemente politiche. Ciò che è successo da quarant’anni a questa parte, è stato il prevaricare della classe capitalista su quella dei lavoratori. Lungi dall’essersi esaurito, il conflitto di classe è stato solo nascosto dalla vittoria del capitale. Ciò va a minare anche la base di consensi su cui si fondano i regimi parlamentari. Il potere di condizionamento esercitato quotidianamente dai più ricchi è incomparabilmente superiore alla possibilità che il resto della popolazione ha di incidere nei soli appuntamenti elettorali. Si tratta, per dirla con Colin Crouch (Postdemocrazia, 2005), di controllare l’ordine del giorno delle decisioni politiche.

La democrazia, quindi, è la seconda vittima dell’espansione del capitale e risente anche della concentrazione dei capitali, altra legge tendenziale del capitalismo già evidenziata da Marx e riproposta da Emiliano Brancaccio (Democrazia sotto assedio, 2022). Concentrazione dei capitali e disuguaglianza vanno quindi di pari passo e hanno come portato la degenerazione della democrazia. La qual cosa impedisce di affrontare in modo efficace il terzo problema generato dal capitale: la crisi climatica. Infatti il capitale, con la sua visione dei profitti a corto raggio, non è in grado di programmare una strategia di lungo periodo per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Quest’ultimo, a sua volta, farà da volano per peggiorare sia la disuguaglianza (gli effetti del cambiamento climatico, come quelli delle pandemie, non si distribuiscono paritariamente sulle popolazioni ma ne ripercorrono e ne accentuano le separazioni) che la tenuta della democrazia (la quale non gode di buona salute di fronte agli stati di emergenza).

Di fronte a tali evidenze, la sinistra può rimarcare la propria differenza dalla destra e riaffermare la propria identità solo alla luce della critica anticapitalista. La destra non fa che perpetuare il potere del capitale. Soprattutto le destra populista. Lo stiamo vedendo nel nostro paese. Anche la sinistra, nell’ultimo trentennio, è stata oggetto di una cattura cognitiva da parte dell’ideologia del libero mercato. Ma, oggi, l’erosione dei consensi nelle fasce di rappresentanza tradizionale sta stimolando qualche cambiamento. Tornano in auge temi sulla disuguaglianza, sul lavoro e sulla crisi climatica. Si superano le titubanze sul reddito di cittadinanza e si rafforzano le richieste di un provvedimento sul salario minimo. Se si introducono i temi di una riforma fiscale fortemente progressiva e di una limitazione alla libertà di movimento dei capitali possiamo sperare che ci sia ancora vita a sinistra. All’opposto, la destra rifiuta sostegni alle fasce più emarginate e glissa sul salario minimo, in quanto misura che frenerebbe la corsa al ribasso del costo del lavoro. Allarga il solco della disuguaglianza pensando alla flat tax e, parallelamente, si immagina un provvedimento legislativo che contempli l’evasione fiscale di necessità. Ribadisce la propria fede nella teoria del trickle down, come se non fosse stata totalmente fallimentare e non avesse contribuito ad allargare la forbice vista sopra. La lotta continua alla tassazione è uno dei pilastri delle destre che hanno favorito disuguaglianza e concentrazione delle ricchezze. Neppure ai costi dell’energia, determinati dal sostegno acritico alle posizioni americane sulla guerra in Ucraina, è stato fatto fronte chiedendo un contributo straordinario a chi da tali condizioni ha percepito profitti enormi.

Rimarcate le differenze tra destra e sinistra, va detto che se quest’ultima non si pone l’obiettivo della critica radicale al sistema capitalista, ridando spazio alla politica e alla programmazione, vera bestia nera dei neoliberali, si rischia di perseguire solamente dei correttivi utili in un’ottica di breve periodo, ma inefficaci in una prospettiva ampia. È bene che la sinistra assuma coraggio e responsabilità per operare una critica al sistema nel complesso e si smarchi definitivamente dall’angolo in cui l’hanno relegata le sirene del neoliberalismo.


Sanità: no all’autonomia regionale differenziata

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Il principale problema del Servizio Sanitario Nazionale è oggi lo strangolamento finanziario in funzione della progressiva privatizzazione della risposa al bisogno pubblico di assistenza. Lo si denuncia sulla stampa e lo si patisce ogni giorno da parte di cittadini e professionisti. A ben vedere ad esso è funzionale anche il processo attuazione della Autonomia Regionale Differenziata (ARD), già bipartisan, perseguita dal governo e dalla maggioranza in coerenza con il suo programma elettorale, e purtroppo, con l’opposizione parziale o vacua di settori prevalenti dell’opposizione. Lo segnalo dal 2019, e da ultimo nell’autunno 2022.

In tema di Autonomia differenziata regionale differenziata non si può non apprezzare, per la sua esauriente documentazione, il Report di Gimbe sull’art.116, comma 3, Costituzione pubblicato nei giorni scorsi in versione aggiornata (file:///C:/Users/Livio/Downloads/2023.02.10%20Report_Osservatorio_GIMBE_2023.01_Regionalismo_differenziato_in_sanita.pdf). Il report di Gimbe pecca però, a mio avviso, di una contraddizione sul piano politico sanitario: approda a una posizione, pragmatica di (pretesa) riduzione del danno, del tipo “meglio no, ma se proprio, bisogna che…”. È una posizione perdente nei fatti perché dà l’alibi (“è possibile, se però”) ai sostenitori della ARD, mentre il fallimento dell’autonomia regionale in Sanità è già macroscopico, inconfutabile. E non c’è neppure bisogno di rifarsi alla gestione dell’epidemia di Covid 19. Basta rifarsi ai LEA, i cui tassi di assolvimento sono non un mero indizio ma una prova di fallimento certa e ripetuta negli anni, così come lo è la mobilità sanitaria interregionale, entrambe indagate efficacemente dal Report, così come lo è la situazione dei professionisti costretti in gabbie salariali, precarietà e progressiva difformità di rapporti contrattuali tra le diverse regioni. Per questo, se si è coerenti con l’impegno/obbiettivo politico di eliminare le disuguaglianze e le disfunzioni dell’assistenza sanitaria pubblica finanziariamente strangolata e già normativamente troppo regionalizzata, occorre opporsi all’ulteriore balcanizzazione della sanità pubblica con la Autonomia regionale differenziata “senza se e senza ma”. Non ci sono alternative.

Vedo lo stesso errore di pragmatismo e (pretesa) riduzione del danno nella proposta di legge di iniziativa popolare di M. Villone (http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/raccolta-firme-proposta-di-legge/), che si propone di porre vincoli sulle materie, sanità compresa, e sulle procedure di attuazione della ADR (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/11/17/il-governo-preme-lacceleratore-sullautonomia-differenziata/) e che ha raccolto promotori anche in ambito sanitario. Non si può non dare atto che in materia di sanità la LIP di Villone, fa due sacrosante operazioni. La prima (art.117, comma 2, lett. m) è prevedere, in luogo dei «livelli essenziali delle prestazioni» (LEA), i «livelli uniformi delle prestazioni» (LUA), con trasformazione dei primi in questi ultimi. Non è mera questione nominalistica. Si tratta di affermare che in tutte le regioni deve essere perseguita e assicurata l’uguaglianza (cfr. art. 3 Costituzione) quali/quantitativa dell’assistenza sanitaria e non solo la mera “essenzialità”, la quale comporta necessariamente livelli diseguali e difformi di assistenza in relazione alla capacità di spesa e di amministrazione delle singole regioni. La seconda è prevedere che «tutela della salute e servizio sanitario nazionale» siano inserite tra le materie di «esclusiva legislazione dello Stato» (art.117, comma 2, lett. m). Purtroppo, però tale previsione è inficiata da quella successiva di mantenere tra le «materie di legislazione concorrente» (tra Stato e Regioni) la «assistenza e organizzazione sanitaria» (art. 117, comma 3) riportandola con ciò nell’ambito delle materie devolubili all’autonomia legislativa regionale. Non si capisce che logica e che necessità vi siano in questa previsione. È evidente, infatti, che legiferare in ordine al Servizio Sanitario Nazionale, è anche legiferare in tema di assistenza e organizzazione sanitaria, come è accaduto con la legge n. 833/1978 e le successive modificazioni e come è avvenuto ad esempio lo scorso anno, in piena vigenza di fatto dell’autonomia regionale differenziata in sanità, con l’adozione, previa intesa con la Conferenza Stato Regioni, del decreto ministeriale n. 77/1922 sugli standard anche organizzativi della medicina territoriale.

Entrambe le sacrosante, pur col limite precitato, previsioni della legge di iniziativa popolare di Villone sono inficiate dai limiti oggettivi della sua stessa iniziativa politica. Il primo e più evidente limite, segnalato dallo stesso prof. Villone con l’acutezza e la onestà intellettuale che gli sono proprie, è che la Costituzione vigente è già incompatibile con una attuazione dell’art. 116, comma 3, che non sia «in diretta connessione con una specificità territoriale» essendo tale specificità «requisito essenziale per la concessione di “forme e condizioni particolari” di autonomia». L’art.116, comma 3, infatti, argomenta il prof. Villone, è norma derogatoria dell’art. 5 della Costituzione («La Repubblica, una e indivisibile») e comunque è vincolata all’art. 3 («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini». Non si vede quindi per quale motivo dovrebbe essere modificata una Costituzione che è già baluardo giuridico inefficace non perché in sé lacunosa, ma perché non fatta valere (come nel caso delle richieste per la Sanità di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, nessuna delle quali, come si evince dal report Gimbe ha il carattere della “specificità territoriale”, così come nel caso delle altre 22 materie). «Tale lettura non è stata fin qui seguita» – ammette lo stesso prof. Villone, e segnala –: «Va però detto che nessuna riforma testuale della Costituzione potrà mai di per sé bloccare la deriva verso la frantumazione sostanziale del paese. L’unità della Repubblica e l’eguaglianza dei diritti sono difesi anzitutto con la battaglia politica». Il secondo limite politico è l’(auto)illusione che «una riforma mirata del testo costituzionale può creare condizioni migliori perché quella battaglia sia vinta», ponendola in alternativa a «proposte radicali, come ad esempio la abrogazione dell’intero Titolo V, e il ritorno al testo originario della Costituzione del 1948», che «sarebbe di bandiera per alcuni, ma non avrebbe concrete possibilità di essere assunta nei processi politici e nelle sedi istituzionali». Ma quali «concrete possibilità di essere assunta nei processi politici e nelle sedi istituzionali» avrebbe oggi l’iniziativa di legge popolare, che postula la centralità del Parlamento e la riduzione degli ambiti dell’autonomia regionale differenziata, a fronte di un governo di destra-centro e della sua grande maggioranza parlamentare che si sono affermati elettoralmente e che operano sulla base di un patto di riforma istituzionale che prevede sia il presidenzialismo che l’autonomia regionale differenziata? Nessuna. Esattamente come quelle che il prof. Villone definisce radicali e di mera bandiera.

Governo e maggioranza parlamentare, pur con le contraddizioni ideologiche e politiche (centralismo statalista versus regionalismo secessionista autarchico) che le caratterizzano proseguiranno anche in Parlamento sulla strada della autonomia regionale differenziata e non faranno propria la legge di iniziativa popolare che al massimo potrà contare in Parlamento su una opposizione comunque minoritaria. L’autonomia regionale differenziata potrà essere fermata solo da altri “ostacoli” che mobilitino l’opinione pubblica nelle varie regioni e con ciò mettano a repentaglio il sistema di consenso e governo politico e la possibilità materiale di attuarla (https://volerelaluna.it/politica/2022/11/28/autonomia-differenziata-unita-della-repubblica-e-uguaglianza-dei-diritti/).

Un ostacolo sarà che i Presidenti delle regioni con minore sviluppo dei servizi, anche sanitari, e minore gettito fiscale richiedano che, in via preliminare alla attuazione della ARD, siano ridotte le differenze strutturali tra regioni. Ciò sarà impossibile essendo il relativo costo già stimato in decine e decine di miliardi aggiuntivi alle attuali dotazioni del fondo sanitario nazionale, come si desume dai Rapporti della Corte dei Conti (ultimo quello del gennaio 2023), e sostenerlo è in contrasto con la politica dell’attuale governo e della sua maggioranza. Entrambi, come i precedenti, considerano infatti, il SSN non un settore su cui investire per il benessere sociale e il PIL, ma un settore le cui spese sono da tagliare in nome dell’austerity, salvo che non siano in gioco i profitti delle aziende distributrici di fonti energetiche fossili (spacciati come costi) o quelli delle multinazionali del farmaco.

Un altro ostacolo efficace sarebbe lo svilupparsi di una forte opposizione sindacale dei professionisti e dei lavoratori del SSN, sia a livello nazionale che regionale e locale, come, mutatis mutandis, è accaduto e sta accadendo in Francia, Inghilterra e Spagna, a difesa di remunerazioni e condizioni di lavoro che sarebbero ulteriormente “precarizzate” dalla distruzione della contrattualistica nazionale. Nei mesi scorsi ci sono stati pronunciamenti unitari contrari all’Autonomia regionale differenziata sia delle componenti autonome che di quelle confederali in Sanità, e anche di esponenti degli ordini professionali. È però necessario che si passi dalle parole sindacali ai fatti sindacali inserendo l’opposizione alla ARD nelle piattaforme rivendicative di tutte le vertenze sindacali compatibili, non solo nel comparto Sanità. Ed è anche necessario che il sindacalismo apra un dialogo a tal fine con le Associazioni dei pazienti, al momento mute, e con i sindaci, tutti necessariamente interessati alla funzionalità delle strutture del SSN sul territorio che amministrano. Molti sindaci ne hanno preso consapevolezza ed hanno cominciato ad opporsi, a cominciare da quelli di Napoli, Bari e Bologna.


La salute disuguale figlia della guerra

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Il drenaggio di risorse per spese militari

Quello che si spende in armi in tre ore in tutto il mondo equivale al budget annuale dell’OMS, mentre i soldi spesi in mezza giornata basterebbero per vaccinare tutti i bambini del mondo. Questi esempi sono tratti da un articolo pubblicato nel 2003 sulla rivista Social Science & Medicine. Da allora le spese militari sono aumentate fino a sfondare il tetto dei 2.000 miliardi di dollari nel 2021. I cinque paesi che spendono di più sono, in ordine decrescente: Usa, Cina, India, Regno Unito e Russia. L’Italia si trova comunque all’undicesimo posto, con 32 miliardi di dollari spesi nel 2021, il 4,6% in più rispetto all’anno precedente e il 9,8% in più rispetto al 2012. La spesa del 2021 rappresenta l’1,5% del prodotto interno lordo ed è una percentuale destinata ad aumentare fino al 2%, obiettivo che si sono dati gli stati membri europei della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Nel 2021 la spesa militare della Russia è cresciuta del 2,9% dall’anno precedente e dell’11% rispetto al 2012, per raggiungere i 65,9 miliardi di dollari, pari al 4,1% del PIL. D’altra parte in Ucraina si è registrato un enorme aumento delle spese militari dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014: del 72% dal 2014 e del 142% dal 2012. A partire dal 2022 l’Unione europea e gli Stati Uniti supportano l’Ucraina con diverse decine di miliardi di euro in aiuti militari, finanziari e umanitari.

Per farsi un’idea sull’efficacia degli aiuti militari è istruttivo l’esempio afghano. Il Presidente Biden aveva specificato nel 2021: «more than $2 trillion spent in Afghanistan (…) – over $300 million a day for 20 years». Ciononostante i Talebani hanno ripreso il controllo del Paese nell’agosto 2021. Sull’indice di sviluppo umano nel 2021 l’Afghanistan si collocava al posto 180 sui 191 paesi del mondo, inferiore di 5 posizioni rispetto al 2015. L’aspettativa di vita alla nascita è di 62 anni, la frequenza scolastica media è di 3 anni (2,3 anni per le ragazze e 3,4 anni per i ragazzi). E se invece che per spese militari la stessa somma (o anche la metà) fosse stata investita per promuovere salute e istruzione?

Di fronte ai fallimenti delle soluzioni militari, tanto colossali quanto evidenti, ci si chiede come sia possibile che buona parte dell’opinione pubblica rimanga ancora del parere secondo il quale chi si dichiara a favore di soluzioni non violente sarebbe un sognatore utopista, mentre chi opta per soluzioni militari avrebbe i piedi per terra e affronterebbe i problemi con gli unici mezzi veramente efficaci a disposizione.

L’appartenenza alle fasce sociali svantaggiate: un fattore di rischio di morire o essere feriti come combattenti

Questo aspetto è riassunto nella storica formula del movimento operaio Usa «Rich man’s war, poor man’s fight». Anche in assenza di dati a sostegno è lecito supporre che questo fenomeno sia presente anche nell’attuale conflitto. Durante la seconda guerra del Golfo è stato documentato che in Usa le persone di ceto sociale basso e gli immigrati di prima o seconda generazione sono stati più a rischio di trovarsi impegnati in Iraq, specialmente nei reparti più esposti. L’estrazione sociale dei caduti italiani a Nassiriya non viene mai considerata nelle commemorazioni annuali, tuttavia una riflessione a questo riguardo confermerebbe probabilmente l’esistenza, anche in Italia, della morsa nella quale si trovano di solito le classi sociali meno abbienti dei paesi bellicisti. Da un lato la scarsità di prospettive economiche e sociali nel loro paese favorisce la loro adesione alle forze armate e specialmente a missioni pericolose e vantaggiose sotto il profilo economico e di carriera professionale. Dall’altro lato il militarismo è uno dei fattori che contribuiscono alla mancanza di risorse per incrementare la mobilità sociale che è all’origine della relativa scarsità di prospettive al di fuori delle carriere militari.

Disuguaglianze sociali come rischio per i civili in una situazione di conflitto

Tra i quasi 8 milioni di rifugiati che hanno lasciato l’Ucraina dall’inizio della guerra, alcuni gruppi incontrano i maggiori ostacoli: i cittadini di paesi terzi, le persone di colore, le persone appartenenti alla minoranza Rom e le persone LGBTQI+, a proposito delle quali Anna Leonova, della Gay Alliance Ukraine (Gau), afferma: «si tratta di una comunità discriminata prima della guerra e che lo sarà ancora di più dopo la guerra». Diseguale è anche il regime d’asilo introdotto dall’Unione europea, “a due velocità”, nelle parole del sociologo delle migrazioni Maurizio Ambrosini: «commossa generosità verso gli ucraini, respingimenti e restrizioni per gli altri». Un altro importante elemento di disuguaglianza emerge da una indagine condotta dalle Nazioni Unite, che ha analizzato i dati di oltre 34.000 profughi, soprattutto in Polonia: tra gli adulti, solo pochi hanno più di 60 anni, nell’86% sono donne, nel 46% laureati e solo un 4% risulta disoccupato. La rappresentatività del campione non può essere garantita, ma è plausibile ritenere che a rimanere indietro siano maggiormente uomini (costretti dalla legge e da un discutibile concetto di eroismo), persone anziane, disabili e socialmente svantaggiate. Persone quindi maggiormente esposte a tutti gli effetti, diretti e indiretti, del conflitto in corso. Si consideri, per fare un solo esempio, l’esposizione all’amianto, messo al bando in Ucraina solo nel 2017 e presente nel 60% dei tetti, secondo le stime delle Nazioni Unite. Non c’è quindi dubbio che la contaminazione da amianto sia molto diffusa tra le macerie da dove le fibre cancerogene di amianto vengono rilasciate in atmosfera, trasportate dal vento e respirate dalle persone, costituendo un grave pericolo per la salute a lungo termine.

Gli effetti su scala mondiale che colpiscono in maniera sproporzionata il sud globale

Come è noto Russia ed Ucraina sono tra gli esportatori più importanti di grano, orzo, mais e olio di girasole. A causa dei bombardamenti, della mancanza di carburante e di elettricità, dell’uso dei trattori per altri scopi, della presenza di mine, la coltivazione è ridotta significativamente e le esportazioni sono crollate, al di là delle difficoltà di trasporto navale. La riduzione dell’offerta e l’insicurezza rispetto al futuro provocano l’aumento dei prezzi a livello globale. Il Food price index nell’aprile 2022 era più alto del 34% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e non è mai stato così alto da quando la Fao ha iniziato a calcolarlo. L’aumento del costo dei fertilizzanti è addirittura maggiore. Le Nazioni Unite stimano che per effetto della guerra a livello mondiale 95 milioni di persone verranno spinte in estrema povertà e 47 milioni di persone in più soffriranno la fame. L’Unicef afferma che, rispetto alle stime prebelliche, in Europa orientale ulteriori 10,4 milioni di persone diventeranno povere, tra cui quasi 4 milioni di bambini e che 4.500 bambini in più (in aggiunta ai 61.000 attesi) moriranno prima del loro primo compleanno, soprattutto in Russia e Ucraina.

In conclusione

Analizzare le disuguaglianze provocate dalla guerra riveste un’importanza particolare anche perché agiscono in maniera trasversale sugli altri effetti causati dal conflitto: sono un modificatore d’effetto si direbbe in gergo epidemiologico. La guerra in corso da 10 mesi in Ucraina è stata scatenata dall’aggressione russa avvenuta il 24 febbraio. Da allora l’Ucraina è impegnata in una guerra difensiva sostenuta dagli Stati Uniti, dalla Nato e dalla UE. La guerra difensiva è legittima ma questo non significa che sia da considerare sempre la migliore scelta nel contesto dato. I mali che le guerre creano sono sufficientemente gravi da ritenere che l’unica “giusta causa” possibile sia la prevenzione di mali ancora più grandi. È quindi necessario un bilanciamento per valutare quale scelta provoca meno danni e sofferenze, includendo nel calcolo anche i danni per i quali l’aggressore è da condannare, sia legalmente che moralmente. Ormai non dovrebbe essere più possibile ignorare il fatto che il piatto della bilancia pende decisamente a sfavore del ricorso alla guerra. La difesa militare è legittima, ma deforma, mutila e uccide i difensori insieme a ciò che difendono, con effetti che vanno oltre i limiti del conflitto, sia dal punto di vista geografico che temporale.

Questo testo rappresenta un aggiornamento di una relazione tenuta durante il corso “Contrastare la salute diseguale: quali le iniziative per gli Ordini dei medici” organizzato dall’Omceo di Roma il 19 novembre 2022.

L’articolo è tratto da Scienzainrete (https://www.scienzainrete.it/articolo/salute-disuguale-figlia-della-guerra/pirous-fateh-moghadam/2022-12-15)


Merito, Costituzione e giustizia sociale

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Dopo l’idea dell’attuale Governo di modificare la denominazione del Ministero dell’istruzione in Ministero dell’istruzione e del merito, la questione della meritocrazia è tornata alla ribalta (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/11/11/limbroglio-della-meritocrazia/). La meritocrazia infatti – fin dall’introduzione del termine nel dibattito pubblico – rappresenta un concetto ambiguo e spesso strumentalizzato. Originariamente utilizzato in chiave polemica, il termine è stato presto catturato dai suoi apologeti per dividere la società in vincenti e perdenti e rendere così accettabili le disuguaglianze. Nella prospettiva fortemente meritocratica, il successo è sempre e comunque frutto del merito, mentre l’insuccesso è una colpa individuale. E poco importa la dote iniziale del vincente o la zavorra originaria del perdente (i cosiddetti punti di partenza). Un orizzonte piuttosto distante da quello emancipante disegnato dall’art. 3, comma 2, della nostra Costituzione (https://volerelaluna.it/commenti/2022/10/27/il-discorso-di-meloni-alla-camera-otto-idee-di-stato-da-rifiutare-in-blocco/). Ma, se è vero che dietro la meritocrazia si possono nascondere forme di prevaricazione, è altrettanto vero che ci sono ambiti nei quali la valutazione meritocratica è ‒ per forza di cose – indispensabile. Chi mai vorrebbe essere curato da un medico che non sia stato selezionato secondo criteri meritocratici? Senza poi dimenticare che proprio la valorizzazione del merito è spesso la molla che spinge i singoli a sviluppare integralmente quelle potenzialità che, in una prospettiva generale, concorrono «al progresso materiale o spirituale della società» (art. 4 Costituzione). Dunque meritocrazia e giustizia sociale non solo possono, bensì devono convivere.

Una proposta che si muove in questa direzione è quella avanzata dal filosofo politico americano Michael Walzer in Sfere di giustizia, incentrata sul concetto di uguaglianza complessa. A differenza di altre teorie della giustizia, Walzer non parte dai soggetti bensì dagli oggetti e dunque dai beni che comunemente vengono scambiati. Ogni bene sociale – questa è l’idea fondamentale – possiede un suo criterio distributivo intrinseco, che non può valere per altri beni. L’obiettivo è impedire che il successo in un determinato ambito (ad esempio, la politica) si traduca automaticamente nel successo in un altro e diverso ambito (ad esempio, quello economico). Se sono un politico influente è solamente perché ho saputo raccogliere molto consenso e non perché ho accumulato una grande ricchezza economica. Viceversa se ho accumulato grandi ricchezze è perché ho esercitato con profitto le mie libertà economiche e non perché sono stato un politico influente. Insomma, bisogna individuare gli ambiti riservati a ciascun bene per poi mantenerli separati, impedendo così concentrazioni di potere non solo pericolose, ma anche contrarie al principio meritocratico. C’è forse del merito dietro la ricchezza accumulata abusando di una carica politica? E c’è qualche merito particolare dietro un consenso politico ottenuto abusando della propria forza economica?

Proprio nella prospettiva dell’uguaglianza complessa si muove la nostra Costituzione quando separa i diversi ambiti sociali, imponendo – in ciascuno di essi ‒ uno specifico e autonomo criterio distributivo (A. Giorgis, La costituzionalizzazione dei diritti all’uguaglianza sostanziale, Jovene, Napoli 1999, 20 ss.). Si possono fare i seguenti esempi.

Pensiamo, innanzitutto, all’ambito del lavoro e ai diritti dei lavoratori. In quest’ambito è la Costituzione stessa a indicarci secondo quali criteri i beni, di volta in volta rilevanti, dovranno essere distribuiti: una retribuzione dignitosa, il riposo settimanale e le ferie retribuite – ad esempio – solo e soltanto secondo il criterio del bisogno (come prescritto dall’art. 36, commi 1 e 3); le eventuali promozioni o altri benefici accessori, solo e soltanto secondo il criterio del merito (ogni altro criterio che valorizzasse qualche particolare qualità personale sarebbe infatti contrario ai divieti di discriminazione scolpiti nell’art. 3, comma 1).

Pensiamo alla tutela della salute e al connesso diritto alle cure. In questo ambito, l’unico criterio distributivo consentito dalla nostra Costituzione è il criterio del bisogno. Chi ha bisogno di cure deve essere curato, indipendentemente dalle sue condizioni economiche (come prescritto esplicitamente dall’art. 32, comma 1, che garantisce «cure gratuite agli indigenti») e da altre qualità personali slegate dalla necessità di ricevere la cura. Anche il “detenuto” (non importa se in carcere oppure su una nave al largo delle nostre coste) e l’immigrato (non importa se regolare o irregolare) hanno il diritto di ricevere le cure necessaire. Insomma, dinnanzi alle cure non ci sono meriti particolari che possono essere spesi, bensì solamente bisogni che, come tali, devono essere soddisfatti.

Pensiamo ancora all’istruzione e al connesso diritto allo studio. Tutti devono poter accedere all’istruzione obbligatoria, indipendentemente dalla loro condizione economica e da altre qualità personali. L’unico criterio distributivo del bene istruzione è, ancora una volta, il criterio del bisogno. Ogni altro criterio sarebbe inesorabilmente discriminatorio. Nessuno spazio dunque per classi diversificate in ragione della provenienza o peggio ancora dell’appartenenza etnica, religiosa o culturale degli studenti. Il criterio del merito interviene a valle dell’accesso all’istruzione obbligatoria, per valutare il percorso formativo degli studenti, oppure per garantire anche agli indigenti la possibilità di raggiungere i livelli più elevati di studio (come recita esplicitamente l’art. 34, comma 3). In questa prospettiva, il Ministero che avrebbe meglio tollerato una ridenominazione in senso meritocratico era forse quello dell’Università e della ricerca, non certo quello dell’istruzione.

Pensiamo infine alle cariche politiche elettive e al connesso diritto fondamentale di voto. In questo ambito la Costituzione – riconoscendo in termini universalistici il diritto di voto e qualificandolo esplicitamente come libero (art. 48, commi 1 e 2) – ammette, come unico criterio distributivo delle cariche, il criterio del consenso. È pur vero che la Costituzione stessa e la legge, disciplinando l’elettorato attivo e quello passivo, limitano talvolta il diritto di voto e la possibilità di accedere alla carica elettiva. Ma queste particolari limitazioni non hanno nulla a che fare con meriti personali come – ad esempio – la conoscenza di determinate materie oppure il possesso di specifiche competenze. Invocare il merito come panacea di tutti i mali da estendere anche ai politici rappresenta dunque una scorciatoia, che travisa il criterio distributivo indicato della Costituzione e lascia trasparire una concezione elitaria dei diritti politici. Il problema, molto più profondo, riguarda semmai come difendere taluni aspetti essenziali della democrazia rappresentativa: il ruolo (anche nella selezione delle candidature meritevoli) dei partiti politici e la libertà (anche dal bisogno) del diritto di voto. Non certo come limitare, tramite insidiosissime barriere meritocratiche, l’accesso alle cariche elettive. Analogo travisamento produce la scelta di riconoscere il diritto di voto ai cittadini residenti all’estero ma non agli stranieri residenti in Italia. Se il criterio distributivo è il consenso, nessun rilievo dovrebbe assumere il sangue che corre nelle vene delle persone. Una democrazia è tale se tutti possono votare e tutti possono essere votati. Discorso del tutto diverso vale invece per le cariche pubbliche. In questo ambito la Costituzione – sancendo il principio secondo cui agli impieghi pubblici si accede per concorso (art. 97, comma 3) – ritiene applicabile solamente il criterio del merito. È solamente questo l’ambito nel quale la battaglia per il merito andrebbe condotta senza esitazioni.

Venendo infine ai doveri, si può richiamare l’ambito tributario e il connesso dovere inderogabile di contribuzione fiscale. In questo ambito i criteri distributivi del carico fiscale indicati dalla Costituzione sono chiarissimi: la capacità contributiva e la progressività dell’imposizione (come sancito dall’art. 53 Cost.). Nessun rilievo particolare dovrebbe invece assumere il merito. Ecco perché la proposta della cosiddetta flat tax incrementale – volta a premiare, come affermato dalla Presidente del Consiglio Meloni, chi si è rimboccato le maniche in anni difficili – è una proposta contraria all’idea di uguaglianza complessa accolta dalla nostra Costituzione. Anche i criteri distributivi del carico fiscale non ammettono scorciatoie e impongono di chiedere di più (non di meno) a chi ha di più. Ma sul punto – oggi – il consenso sembra davvero ai minimi storici.

Il nodo è dunque sempre lo stesso: dominio oppure emancipazione (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/10/31/essere-donna-o-essere-parte-di-una-storia-di-emancipazione/). Al riguardo, la scelta emancipante della nostra Costituzione è stata tanto netta quanto impegnativa. Diamo dunque al merito lo spazio che… si merita, ma non un centimetro in più. Ci sono ambiti nei quali il merito non deve entrare; ambiti nei quali il merito concorre con altri criteri e ambiti dai quali il merito non deve uscire. Se oggi vogliamo proprio difendere dei confini, cominciamo da quelli che separano i diversi ambiti e i criteri distributivi dei beni sociali indispensabili per condurre una vita «libera e dignitosa». Senza farci ammaliare da facili e spesso truffaldine scorciatoie.

Una versione più ampia dell’articolo è comparsa il 9 novembre 2002 in lacostituzione.info con il titolo “Merita il merito?”.


Il Pd e l’alibi delle poltrone

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«Quando questo Governo cadrà […] dovremo chiedere le elezioni anticipate, nessun Governo di salute pubblica. Noi oggi cominciamo un percorso congressuale ma questo è intimamente connesso al lavoro di opposizione che da oggi comincia, […] perché il mandato che ci ha dato il voto è quello di guida dell’opposizione». Così Enrico Letta, nella veste di segretario uscente, alla direzione nazionale del Partito democratico del 6 ottobre scorso. Parole salutate con generale favore dai commentatori, come segnale della, tardiva ma necessaria, presa d’atto dell’errore che avrebbe reso invisi i democratici persino a tanti dei loro elettori: l’essersi trasformati nel partito delle poltrone, sempre al governo dal 2011 a oggi, con la breve eccezione del primo esecutivo guidato da Conte. Sempre al governo, dunque, sebbene sempre sconfitti alle elezioni: a dimostrazione di un’attitudine al gioco di palazzo tanto spregiudicata da essersi, infine, trasformata in una trappola per i suoi stessi fautori.

C’è del condivisibile, in questa lettura, che raramente viene, tuttavia, condotta sino alle sue logiche conseguenze: vale a dire, alla presa d’atto che il vuoto in cui oramai si muovono i partiti politici è così spinto che senza risorse di potere governative (nemmeno più parlamentari: governative) a cui ancorarsi sono ridotti alla condizione di un palloncino che vaga per il cielo in balia dei venti. E, più di tutti, proprio il Partito democratico, nato, per esplicito disegno del suo fondatore, come partito leggero.

Ma c’è anche del discutibile, in questa lettura, che prova, nello stesso tempo, troppo e troppo poco. Prova troppo, perché non è vero che in un sistema parlamentare, com’è il nostro, le elezioni servono a sancire vincitori e vinti. Le elezioni servono a eleggere il Parlamento, non il Governo, e qualsiasi governo nato nel corso della legislatura è legittimo tanto quanto quello nato subito dopo il voto, alla sola condizione che goda della fiducia del Parlamento. È il modo in cui ordinariamente funzionano i regimi parlamentari. Le elezioni registrano il consenso, crescente o calante rispetto alla volta precedente, di cui godono i partiti politici e, dunque, la consistenza parlamentare con cui potranno dar sostegno alle proprie idee. Dopodiché, si tratta di fare politica: di creare convergenze e alleanze, di sfruttare contraddizioni e debolezze altrui. Certo, una legislazione elettorale compatibile con il quadro costituzionale aiuterebbe, a partire dal riconoscimento che nessuna democrazia garantisce la creazione di una maggioranza assoluta per la durata della legislatura. Nessuna: non la Spagna, non la Germania, non il Regno Unito; e nemmeno i sistemi presidenzialisti come la Francia e gli Stati Uniti d’America. Quella di conoscere il governo «la sera stessa delle elezioni» è un’ossessione tutta italiana, che ci condanna, da anni, ad avere governi sostenuti da forze politiche espressione di una minoranza degli elettori e – caso unico al mondo – ad aver avuto ben due leggi elettorali incostituzionali (per violazione del principio di uguaglianza) e tre parlamenti eletti incostituzionalmente.

La tesi delle poltrone prova, tuttavia, anche troppo poco, perché enfatizzare la vocazione governista del Pd, imputandole la spiegazione dell’insuccesso alle elezioni, è un alibi assai comodo alla dirigenza di quel partito per non dover rispondere delle politiche realizzate, o non realizzate, durante il decennio passato al governo. Se i ministri democratici fossero stati in tutto questo tempo impegnati in una lotta radicale alle diseguaglianze sociali, alla povertà dilagante, al lavoro precario e sottopagato, alla disoccupazione (specie giovanile), al sottofinanziamento dei diritti sociali (la sanità, l’istruzione, la casa, i beni culturali), all’evasione fiscale, alla devastazione dell’ambiente e del paesaggio, al cambiamento climatico: siamo sicuri che il risultato elettorale sarebbe stato ugualmente insoddisfacente?

Il punto non è essere stati troppo a lungo al governo: è essere stati troppo a lungo al governo avendo essenzialmente il fine di rimanere al governo per perpetuare l’esistente, senza la minima volontà e capacità di affrontare le emergenze sociali e ambientali che minacciano il nostro futuro e che pure sono ben note, ben studiate e, oramai, anche ben “corredate” di possibili soluzioni. Sarà banale, ma alla fine non è tanto questione di segretari, di nomi, di simboli o di poltrone: è questione di politiche. La domanda è: riuscirà il Pd a farne il tema centrale del suo prossimo congresso?


5 novembre, Roma: Non per noi ma per tutte e tutti!

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Non per noi ma per tutte e tutti: un appello a tutte le realtà sociali e sindacali, al volontariato laico e cattolico, perché vogliamo condividere con tutti e tutte la necessità, l’urgenza e la voglia di costruire una mobilitazione nazionale per il 5 novembre che sia plurale, partecipata, democratica e conflittuale per rimettere al centro del Paese la voce dei Diritti, contro le disuguaglianze e l’esclusione, per la giustizia sociale e ambientale. Questo non dipenderà dal colore e dalla formazione politica che vincerà le prossime elezioni, perché nel Paese c’è un problema strutturale: le crisi e i cambi di Governo non cambiano la drammatica condizione sociale, materiale ed esistenziale che vivono milioni di persone. La caduta del Governo Draghi ne è l’ennesima dimostrazione. La politica si parla addosso, non risponde ai bisogni reali delle persone e si gioca tutta su politicismo e tatticismo.

Ci spinge a costruire questo percorso la necessità di fare fronte alla drammatica situazione che si è generata nel nostro Paese negli ultimi due anni, dove all’aumento delle disuguaglianze causato dalle politiche di austerità imposte dall’Europa, si è sommato l’impatto della pandemia e infine la guerra. Questo a fronte di timide risposte spesso inefficaci da parte dei Governi che si sono succeduti. La politica considera evidentemente “accettabile” la condizione materiale ed esistenziale in cui vive la maggior parte delle persone nel nostro Paese: 5,6 milioni di persone in povertà assoluta e 8,8 milioni in povertà relativa; 4 milioni di lavoratori e lavoratrici povere; 8 contratti di lavoro su 10 precari; 3 milioni di giovani NEET; dispersione scolastica al 13%; analfabetismo di ritorno oltre il 30%; 10 milioni di persone non riescono più a curarsi e una persona su tre è a rischio esclusione sociale. Tutto questo mentre dal 2008 a oggi il numero dei miliardari è passato da 12 a 51 e tra marzo 2020 e novembre 2021 il valore dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%.

L’aumento senza precedenti nella storia della Repubblica delle disuguaglianze e dell’esclusione sociale rappresenta un enorme tradimento della nostra Costituzione e un gigantesco rischio per il funzionamento della democrazia. Ma nonostante le prospettive continuino a peggiore, l’impegno a sconfiggere disuguaglianze ed esclusione per garantire “pari dignità sociale” come stabilisce la nostra Costituzione sembra non rappresentare la priorità di nessun Governo e Parlamento degli ultimi 15 anni. Stiamo assistendo a una svolta autoritaria e tecnocratica che sta erodendo i principi della nostra democrazia.

L’accelerazione dei processi di emarginazione di fasce sociali sempre più ampie sta concorrendo in modo sostanziale ad acuire la crisi del sistema di rappresentanza politica, come mostra la larga e preoccupante astensione di decine di milioni di persone dal voto e dalla partecipazione attiva alla vita pubblica del Paese. Questa assenza di partecipazione unita alla mancanza o inefficacia delle risposte da parte di Governo e Parlamento continuano a indebolire la democrazia, delegittimando pericolosamente le istituzioni democratiche della Repubblica nata dalla Resistenza. Ma anche questo sembra essere accettato dagli attuali gruppi dirigenti della politica.

Il silenzio dei media e la massiccia campagna mediatica di arruolamento contribuiscono a semplificare il contesto nazionale e internazionale, omologando il dibattito nel Paese. Il risultato è che la nostra vita continua a peggiorare e il nostro Paese rischia di perdere le speranze, favorendo sempre di più lo sgretolamento della coesione sociale e delle possibilità di riscatto di chi vive già in grande difficoltà. In questo scenario sono la criminalità organizzata e le mafie a trarne maggior vantaggio, esercitando un ricatto sui territori, approfittando della disperazione di milioni di persone e offrendo un vero e proprio welfare sostitutivo mafioso in assenza di risposte dello Stato per garantire la giustizia sociale: precondizione per sconfiggere le mafie.

Il cuore del problema sta nel modello di sviluppo neoliberista, ormai da anni insostenibile socialmente e ambientalmente. All’interno di questo modello e in presenza di una crisi ecologica che colpisce molto di più le fasce più impoverite della popolazione, è impossibile garantire lavoro di qualità e salute, giustizia sociale e giustizia ambientale. Continuare a sostenere la visione della crescita economica infinita liberista ci sta portando alla catastrofe. A questo si aggiunge la militarizzazione in atto nel Paese, in cui ingenti risorse della spesa pubblica sono state spostate sulle spese militari. Una militarizzazione che si estende ai conflitti sociali e contro le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici e delle loro rappresentanze sindacali.

Questo modello è responsabile dell’aumento della povertà, delle disuguaglianze, della precarietà lavorativa, dell’insicurezza sociale e sanitaria, del collasso climatico, delle pandemie e della crisi ecologica. La politica, purtroppo, non solo sembra non avere il coraggio di cambiarlo, ma a quanto pare ci continua a dimostrare ogni giorno di non avere nessuna intenzione di farlo. E se non cambia il modello di sviluppo le nostre prospettive saranno catastrofiche.

Stando così le cose, se non lottiamo per i nostri diritti non lo farò nessun altro per noi. Dobbiamo lavorare insieme per ridare alle nostre città e al nostro Paese una visione politica reale, contestualizzata, basata sulla realtà delle sofferenze e delle ingiustizie che incontriamo e viviamo ogni giorno sulla nostra pelle; una visione che sappia vedere anche a lungo termine, in grado di dare risposte, assumere la priorità della lotta per la giustizia sociale e ambientale, per far sì che quelle priorità siano poi trasformate in atti concreti dalla politica istituzionale.

Vogliamo andare in piazza perché siamo le vittime di questa crisi sistemica e strutturale che continueremo a pagare anche nei prossimi mesi con l’aumento dei prezzi e dell’inflazione. Perché le disuguaglianze e l’esclusione sociale continuano a crescere da 15 anni ma i Governi continuano a tagliare il Fondo Nazionale Politiche Sociali e rimandano qualsiasi riforma del welfare, continuando a scaricare completamente il peso del lavoro di cura sulle donne; perché centinaia di migliaia di famiglie rischiano di finire sfrattate per strada mentre i grandi costruttori continuano a speculare sugli affitti; perché viviamo male nei nostri quartieri dove ci trattano da cittadini e cittadine di serie B, vengono cancellati servizi e il welfare sostitutivo mafioso diventa l’unica alternativa; perché non vogliamo che le ragazze e i ragazzi finiscano nelle mani dei clan che sfruttano a loro vantaggio l’assenza dello Stato in troppi luoghi del Paese; perché nonostante la pandemia e 160 mila morti niente è stato fatto per la medicina territoriale, la salute pubblica e la prevenzione mentre si continuano a privatizzare i servizi sanitari e a investire troppo poco su ospedali e personale medico pubblico; perché vogliono distruggere l’unità della Repubblica attraverso la cosiddetta “autonomia differenziata”, realizzando il sogno della secessione dei ricchi, rendendo strutturali le disuguaglianze geografiche e il divario già esistente tra Nord e Sud; perché con il collasso climatico la nostra salute e la sicurezza sociale peggiorano, la siccità aumenta e si sciolgono i ghiacciai mentre il Governo con la scusa della guerra dirotta gli investimenti del PNRR (che erano per equità sociale e sostenibilità ambientale) su gas, carbone, armi e attività che favoriscono solo imprese private e non i cittadini e le cittadine; perché sul PNRR non è stata fatta nessuna co-programmazione e co-progettazione come prevedeva il codice del partenariato europeo e la sentenza 131 della Corte; perché la politica sta condannando il nostro Paese a maggiori disuguaglianze e a ulteriore debito pubblico, ancorando la nostra base produttiva a un modello di sviluppo insostenibile socialmente e ambientalmente che ci renderà tutti e tutte più poveri.

Non vediamo altro spazio per incidere, difendere e promuovere i nostri diritti, se non attraverso una  mobilitazione costruita dal basso da soggetti sociali diversi, impegnati su obiettivi comuni per la Giustizia Sociale e Ambientale.

Vogliamo condividere con tutte e tutti proposte chiare e concrete su lavoro, casa, reddito, salario, servizi e politiche sociali, lotta alle mafie, riconversione ecologica, accoglienza e no all’autonomia differenziata (scarica le proposte). Proposte già condivise da centinaia di realtà della Rete dei Numeri Pari insieme ad altri soggetti, che continueremo a sottoporre al Governo, e che se fossero applicate sconfiggerebbero la “pandemia delle disuguaglianze”, rimettendo insieme il diritto al lavoro con il diritto alla salute, salvaguardando beni comuni, giustizia climatica e partecipazione.

Rivolgiamo quindi a tutte le realtà che condividono queste proposte l’appello a unirsi alla costruzione di questo percorso, organizzando assemblee territoriali per allargare la partecipazione e promuovere la mobilitazione del 5 novembre.

Per sottoscrivere l’appello, unirsi alla costruzione di questo percorso e promuovere la mobilitazione del 5 novembre scrivi a email: 5novembreinpiazza@gmail.com

Realtà che promuovono la mobilitazione:

Rete dei Numeri Pari – Forum Disuguaglianze Diversità – Associazione Salviamo la Costituzione – Unione Inquilini – Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie – CRS Centro per la Riforma dello Stato – Transform! Italia – Emmaus Italia Onlus – Associazione Nazionale Bioagricoltura Sociale – Diem25 – CGIL Roma e Lazio – FIOM Roma e Lazio – Rete Fattorie sociali Sicilia – “I Carusi” società semplice agricola – “Terramatta” Soc. Coop. Soc – “Il Mandorleto” S.S. Agricola – “Le terre del Tau” Soc. Coop Soc. – A.P.S. I Tetragonauti Onlus – Acmos – Agriresort “Tenuta Giarretta” – Agriturismo “ Santa Margherita” – Agriturismo “Serra Pernice” – Agriturismo Fattoria Spezia – Agriturismo Social Farm “La Maddalena” – Altropallone asd onlus – Anymore Onlus Messina – Anymore Onlus Venetico – Apicoltura nomade Bio Bio – Arché ONLUS – ARCo Associazione Ricerca e Comunità APS – Arcobaleno Cooperativa Sociale Onlus – ARIMO Società Cooperativa Sociale – Ass. “A Fera Bio” – Associazione Amici del terzo Mondo Marsala – Associazione ATDAL over 40 – Associazione Culturale Buen vivir – Associazione culturale “Gusto di campagna” – Associazione Culturale Giancarlo Siani – Associazione di promozione sociale PANDORA – Associazione Famiglie contro l’emarginazione e la droga Fa.c.e.d. Onlus – Associazione Handala – Associazione La Strada – Associazione LaudatoSi’ – Associazione Muraless – Associazione ONLUS Genitori&Figli, per mano – Associazione Osservatorio sulle disuguaglianze a Verona – Associazione Pantagruel onlus – ATS Salvaterra – Avanzi popolo – Az. Agr. “Casa Laboratorio S. Giacomo” – Az. Agr. “Acque di Palermo” – Az. Agr. “Arena Giuseppe” – Az. Agr. “Guccione” – Az. Agr. I laboratori di Persefone ed Admeto – Az. Agr. “Masseria San Marco” – Az. Agr. Alberolungo – Az. Agr. Bio “Grimaldi” – Az. Agr. Caruso Enzo – Az. Agr. La Vecchia Mimosa – Az. Agricola “Le Tre Finestre” – Az. Agricola Cà Do – Az. Agricola Invidiata Grazia – Az. Agricola Mariscò – Az. Agricola Pittalà Maurizio – Az. Agrobiologica “Calvagna Mauro” – Az. Bioecologica “Fossa dell’acqua” – Az.Agr. Libera-Mente Società cooperativa sociale Onlus – Azienda “Lo Presti Mario” – Azienda Agricola “Asilat” – Azienda agricola “Musarra” – Azienda agricola biologica “VILLARE” – Azienda Agricola Biologica “L’ORTO DEI SEMPLICI” – Azienda Agricola Cammarata – Azienda Agricola Dell’Etna – Azienda Agricola Dora Li Destri – Azienda agricola F.LLi Graziano snc – Azienda agricola Giuseppe Di Grazia – Azienda Agricola Poggio Rosso – Azienda agricola Raspanti Michela – Azienda Agricola Scardino Antonino – Azienda Agricola Volzone – Azienda Agrima Società agricola SRL – Azienda Bioagricola Bagolaro SRL – Azienda florovivaistica “Vivai Borgo Natura” – Barcavecchia Azienda Agricola Biologica – Bio Fattoria Agriturismo Bergi – Brigate Volontarie per l’Emergenza – Cascina Caccia – Ce.St.Ri.M. Centro Studi e Ricerche sulle Realtà Meridionali – Centro Nuovo Modello di Sviluppo – ChioggiaAccoglie – Cinemovel Foundation – Cittadinanzattiva Rieti – Cittadinanzattiva Sicilia Onlus – Cittàinsieme Catania – Collegamento Campano Contro le Camorre “G.Franciosi” – CollettivoDonneMatera – Comitato Beni Comuni Portici – Comitato per Villa Giaquinto – Comitato Popolare Antico Corso – Comitato S.O.L.E. – Comunità ellenica dello stretto – Coop. Soc. “B. Montana” Libera Terra – Coop. soc.le “L’arcolaio” – Coop. Soc.le “Pio La Torre” Libera Terra scarl – Coop. Soc.le “Placido Rizzotto” Libera Terra scarl – Coop. Soc.le “Primavera”srl – Coop. Soc.le Agricola “Terra Nostra” – Coop. Soc.le ENERG-ETICA Catania – Cooperativa AEPER – Cooperativa sociale “Di tutti i colori” – Cooperativa Sociale “il sorriso O.N.L.U.S.“ – Cooperativa Sociale “NATURAMICA” – Cooperativa sociale C.A.P.S. o.n.l.u.s. – Cooperativa sociale L’Arcobaleno – Cooperativa sociale S.P.E.S – Cooperativa Sociale Tanit – CoReLAND Coordinamento Regionale Lucano Azzardo e Nuove Dipendenze – Coordinamento Asti Est – Diritti per le nostre strade Padova – Diritti per le nostre strade Verona – Emmaus Arezzo – Emmaus Cuneo – Emmaus Palermo – Famiglie in rete – Fattoria Agro-sociale “AnimAlia” – Azienda agricola SPERONE – Fattoria Di Gesù – Fattoria Didattica Ruralia – Fattoria Pedagogica D.ssa Valeria Monfrini – Fattoria Sociale “La Principessa” – Fattoria Sociale Augustali – Fattoria Vassallo – Fauna Flora Società Agricola – Fondazione Famiglia di Maria – Forum Terzo Settore Lazio – GAS Aiab Felce e Mirtillo – Giuristi Democratici – Gruppo Abele – Homoweb – Hopeball – IRIDE Insoliti sguardi sul mondo – La Terra di Bò Laboratorio Zen Insieme – Lato B. L’altro lato delle cose – Le.L.A.T. Lega Lotta Aids E Tossicodipendenza – Libera Avellino – Libera Asti – Libera Benevento – Libera Pistoia – Libera Salerno – Libera Siena – Libera Siracusa – Libera Abruzzo – Libera Avola Presidio Don Pino Puglisi – Libera Bari – Libera Bari Presidio Luigi Fanelli – Libera Bologna – Libera Brindisi – Libera Campania – Libera Caserta – Libera Catania – Libera Crotone – Libera Cuneo – Libera Firenze – Libera Forlì-Cesena – Libera Lecce – Libera Messina Presidio “Nino e Ida Agostino” – Libera Milano – Libera Molise – Libera Napoli – Libera Padova – Libera presidio di Cadore “Barbara Rizzo” – Libera Presidio di Miranese “Domenico Gabriele” – Libera Presidio dell’Altopiano dei Sette Comuni “Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” – Libera Puglia – Libera Rieti – Libera Roma – Libera Roma presidio “Rita Atria” – Libera Roma presidio “Francesco Borrelli” – Libera Roma presidio “Francesco Vecchio” – Libera Roma presidio “Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” – Libera Roma presidio “Roberto Antiochia” – Libera Rovigo – Libera Toscana – Libera Treviso – Libera Udine – Libera Val d’Agri “Ottavia De Luise – Libera Veneto – Libera Vicenza – Libera Cecina presidio “Annalisa Durante”- Libera Sesto Fiorentino presidio “Silvia Ruotolo” – Libera Chivasso presidio “Angelo Vassallo” – Libera Angri presidio “Dino Gassani e Giuseppe Grimaldi” – Libera Casarano presidio “Angelica Pirtoli” – Libera Castagneto Carducci S. Vincenzo presidio “Rossella Casini” – Libera Venezia e Terraferma presidio “Vittime dei Veleni del Petrolchimico” – Libera Marsala presidio “Vito Pipitone” – Libera Portici presidio “Teresa Buonocore e Claudio Taglialatela” – Libera Sulmona – Liberavoce ODV – M&B Società Agricola srl – Movimento Nonviolento – Movimento Nonviolento Puglia – Movimento Nonviolento Brescia – Movimento Nonviolento Livorno – Movimento Nonviolento Roma – Movimento Nonviolento Modena – NEMESI APS – Nuove Calabrie centro studi europeo – O.P. Coop AgrinovaBio 200 – Occhi aperti per costruire giustizia – OFF Officine Culturali – Osservatorio Mediterraneo Onlus – Parrocchia San Sabino – Pastificio Artigianale Pasta Madre – Peacelink Abruzzo – R@P Rete per l’autorganizzazione Popolare – Radio CORA – Rete cibo condiviso – RiMaflow – Soc. Coop Soc. LED – Soc. Coop. Soc.le “Gli Amici di Lorenz” – Soc.coop soc. “Arborea” – Società Agricola “L’Agorà” SAS – Società cooperativa Sociale “Creativamente” arl – Spazio Solidale – Spazio Solidale – Spazio solidale Allumiere – Spazio solidale Ascoli Piceno – Spazio solidale Catania – Spazio solidale Cesena – Spazio Solidale Chivasso – Spazio solidale Civitavecchia – Spazio solidale Cremona – Spazio solidale Crotone – Spazio solidale Formia – Spazio solidale Frosinone – Spazio solidale Genova – Spazio solidale Mantova – Spazio solidale Messina – Spazio solidale Milano – Spazio solidale Napoli – Spazio solidale Narni – Spazio solidale Palermo – Spazio solidale Savigliano – Spazio solidale Terni – Spazio solidale Torino – Spazio solidale Verbania – Spazio solidale Vibo Valentia – Sportello di ascolto femminile “Akugbe” – Stonewall – Terre Joniche Libera Terra Coop. Sociale – Tierra, Techo, Trabajo – Turismo Rurale “Vino di Cana” – Unione Inquilini Milano – Unione Inquilini Bergamo – Unione Inquilini Venezia – Unione Inquilini Padova – Unione Inquilini Livorno – Unione Inquilini Firenze – Unione Inquilini Pisa – Unione Inquilini Viareggio – Unione Inquilini Pescara – Unione Inquilini Messina – Unione Inquilini Fiumicino – Unione Inquilini – Unione Inquilini Perugia – Unione Inquilini Roma – Unione Inquilini Torino – Unione Inquilini Civitavecchia – Unione Inquilini Enna – Unione Inquilini Palermo – Unione Inquilini Catania – Unione Inquilini Sesto Fiorentino – Up! Su la testa – USEI Unione di Solidarietà degli Ecuadoriani in Italia – VERLATA scs – Villa Romana del Tellaro – Volere la Luna – Volontari di Strada – Arca di Noè Cooperativa Sociale Onlus – ARS Associazione per il rinnovamento della sinistra – Associazione Che Guevara – Associazione Culturale Colibrì – Associazione culturale Manallarte – Associazione Ex lavanderia – Associazione Piazza Ragusa e dintorni ODV – Associazione Salviamo la Costituzione – AssoLei sportello donna – ASTRA scsrl – Baobab Experience – Binario 95 – Brigate Garibaldi Sankt Pauli – Camera del lavoro Roma sud, Pomezia, Castelli – Casa del Popolo di Centocelle – Casa Internazionale delle Donne – CeRFEE Territorio, cultura e legalità – Ciampacavallo asd/aps – Circolo Arci Sparwasser Cittadinanza e minoranze APS – Comitato di quartiere Casal Bernocchi – Consulta Cittadina sulla Centralità Urbana Santa Maria della Pietà – Cooperativa Santi Pietro e Paolo Patroni di Roma – Cooperativa sociale Nuova Socialità Onlus – Cooperativa Sociale Prassi e Ricerca onlus – Coordinamento per la Democrazia Costituzionale di Roma – Coordinamento Docenti contro mafie, povertà e razzismo – Coordinamento romano per il ritiro di ogni autonomia differenziata – CSV Roma e Lazio – Crs Centro per la Riforma dello Stato – Donne di Carta – ECPAT Italia Onlus – Europe Consulting – Eutropian Associazione – Fai Antiracket Anti Usura Roma Agisa Onlus – Falegnameria 41 – Fleurs du mal – Gea – ISKRA cooperativa sociale onlus – La frangia – La Talpa Associazione di Promozione Sociale – LABSUS Laboratorio per la sussidiarietà – Liberamente – Lo Yeti – Made in jail – Movimento Tellurico trekking ecologia e solidarietà – NetLeft – Nonna Roma – ParteCivile Marziani in movimento – Pigneto Pop – Pontedincontro Onlus – Progetto Diritti – Rete Nobavaglio. Liberi di essere informati – Rimuovendo gli ostacoli – Roma OpenLab – Scup Sportculturapopolare.


Italia, un paese di infedeli…

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«Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi». Inizia così nella nostra Carta Costituzionale l’art. 54, quello che chiude la prima parte sui «diritti e doveri dei cittadini». È l’unico articolo in cui si utilizza l’aggettivo “fedeli”. Fedeltà, fede, fiducia. Quello precedente, l’art. 53, prescrive: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Il 2 giugno scorso si è celebrata la festa della Repubblica. Il giorno successivo Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, presentando al Festival dell’Economia di Torino il suo libro Uguali per Costituzione. Storia di un’utopia incompiuta dal 1948 a oggi, ha detto: «Sono 19 milioni le persone che hanno debiti con il fisco. Le abbiamo individuate, ma a chi conviene metterle tutte in cella?». Viene in mente Benedetto Croce: «Non abbiamo bisogno di chissà quali grandi cose o chissà quali grandi uomini. Abbiamo solo bisogno di più gente onesta».

L’Italia ha circa 59 milioni di abitanti e quasi 41 milioni di contribuenti. Quindi, un contribuente su due ha un conto in sospeso con il fisco. L’ammontare complessivo di tutti i debiti da riscuotere (non solo tasse ma anche multe stradali e altre partite) è di 1.100 miliardi di euro. In media si tratta di oltre 57 mila euro a testa. Nel frattempo il debito pubblico italiano al 31 marzo 2022 ha toccato un nuovo record: 2.755 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia, maggio 2022). Tutti sappiamo che il debito pubblico dell’Italia è il più grande in Europa. Quello che non diciamo è che, nonostante la pandemia, i cittadini italiani sono – come valori medi – i più ricchi d’Europa. «A fine 2020 la ricchezza netta delle famiglie italiane è pari a 10.010 miliardi di euro, 8,7 volte il loro reddito disponibile, registrando una crescita dell’1% (circa 100 miliardi) rispetto al 2019. Le abitazioni, che hanno costituito la principale forma di investimento delle famiglie, rappresentano quasi la metà della ricchezza lorda, per un valore di 5.163 miliardi. Le attività finanziarie hanno raggiunto 4.800 miliardi, in crescita rispetto all’anno precedente, soprattutto per l’aumento di depositi e riserve assicurative» (fonte Banca d’Italia e Istat, gennaio 2022).

In sintesi, considerando i numeri, si potrebbe concludere che in Italia lo Stato è così indebitato e le famiglie sono (mediamente) così ricche, poiché la metà dei contribuenti è infedele. Ma chi sono questi infedeli? «La propensione all’evasione e all’elusione (tax gap) in ambito Irpef nel 2018 è stata pari al 2,8% (4,4 miliardi di euro) per i redditi da lavoro dipendente e al 67,6% (32,7 miliardi di euro) per i redditi da lavoro autonomo e di impresa» (Guido Carlino, presidente della Corte dei Conti, 5 febbraio 2021). Tutto ciò non è un fenomeno soltanto recente, ma avviene da decenni: l’economia sommersa dell’Italia è stata pari al 25% del PIL come media annua nel periodo dal 1991 al 2015 (fonte Fondo Monetario Internazionale). Anzi, è palese fin dai tempi della Costituzione: «Il fenomeno dell’evasione fiscale oggi si verifica su di una scala preoccupante e compromette un’equa ripartizione dei carichi tributari. In una simile situazione la pressione tributaria diviene vessatoria e veramente insopportabile per gli onesti e per le categorie dei contribuenti che non possono sfuggire all’esatta determinazione dell’imposta per motivi tecnici» (Ezio Vanoni, Ministro delle Finanze, 1949).

«Le tasse ‒ ha commentato Ernesto Maria Ruffini in un’intervista a La Stampa il 3 giugno scorso ‒ sono uno strumento per avere uno stato democratico. Sono la cartina di tornasole dell’inciviltà di un Paese, perché ad esempio si fanno pagare le tasse per retribuire gli stipendi ai medici che ci salvano la vita. Lo Stato ha dovuto tagliare la spesa sanitaria, perché non ci sono abbastanza risorse. La scorciatoia è non rendersi conto che si sta segando il ramo su cui si è seduti. Dobbiamo essere consapevoli delle nostre scelte, invece si fa finta di nulla, con la complicità della politica». Aveva ragione Francis Bacon: «Niente provoca più danno in uno Stato del fatto che i furbi passino per saggi». Papa Francesco, il 1° febbraio scorso, ricevendo in udienza una delegazione dell’Agenzia delle Entrate guidata da Ernesto Maria Ruffini, ha detto: «La tassazione è segno di legalità e giustizia. Deve favorire la redistribuzione delle ricchezze, tutelando la dignità dei poveri e degli ultimi, che rischiano sempre di finire schiacciati dai potenti. Il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune. Lavoriamo perché cresca la cultura del bene comune, perché si prenda sul serio la destinazione universale dei beni».

L’Italia è anche un Paese con grandi disuguaglianze, in continuo aumento. Il 40% più ricco della popolazione detiene l’85% del patrimonio; il restante 60% possiede il 15%. Negli ultimi 20 anni in Italia: il 10% più ricco della popolazione ha aumentato la quota di ricchezza dal 40% al 55% del totale, mentre l’1% più ricco della popolazione l’ha aumentata dal 15% al 20% (fonte Oxfam).

Che fare? Oggi più che mai vale il monito di Piero Calamandrei: «Per far vivere una democrazia non basta la ragione codificata nelle norme di una Costituzione democratica, ma occorre, dietro di esse, la vigile e operosa presenza del costume democratico che voglia e sappia tradurla, giorno per giorno, in concreta, ragionata e ragionevole realtà».


Disuguitalia 2022

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Ogni anno Oxfam Italia propone una fotografia aggiornata e ragionata delle disuguaglianze nel nostro Paese. Il Report del 2022 (http://www.numeripari.org/wp-content/uploads/2022/05/Oxfam_Disuguitalia_2022.pdf), pubblicato nei giorni scorsi non fa eccezione e offre uno spaccato impressionante delle moderne forme di sfruttamento lavorativo e di un mercato del lavoro iniquo, sottopagato, discontinuo, sfruttato, insicuro, dal valore sociale scarsamente riconosciuto, con ampi divari territoriali, generazionali e di genere e che produce strutturalmente povertà.

La congiuntura pandemica, la prospettiva di una nuova recessione associata al conflitto in Ucraina, la spirale inflazionistica e le trasformazioni economiche in atto rischiano di impoverire ulteriormente il lavoro e ampliare i divari preesistenti, acuendo quella “crisi del lavoro” che nel nostro paese viene da lontano, ha determinanti strutturali e un carattere sempre più socialmente insostenibile.

Nel contesto europeo l’Italia spicca per una diffusione marcata della povertà lavorativa: nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti percentuali sopra la media UE. Oltre 1 lavoratore su 8 vive in una famiglia con reddito disponibile insufficiente a coprire i propri fabbisogni di base e l’incidenza della povertà lavorativa, misurata in ottica familiare, è cresciuta di tre punti percentuali in poco più di un decennio, passando dal 10,3% del 2006 al 13,2% del 2017. I working poor (o lavoratori poveri) sono passati dal 10,3% al 13,2% della forza lavoro di riferimento. L’incidenza della povertà passa da poco più del 12% per chi ha un lavoro dipendente a oltre il 17% per i lavoratori autonomi. Tra i dipendenti part-time la povertà raggiunge il picco del 19,4%. I lavoratori impegnati in un solo lavoro sono passati dall’87% al 79% nell’arco di un quarantennio. Si conferma la più forte vulnerabilità delle donne al 27,8% nel 2017 a fronte del 16,5% tra i lavoratori uomini.

Se il primo anno della pandemia ha impattato negativamente i segmenti più vulnerabili della forza lavoro – i giovani, le donne e i lavoratori stranieri –, la ripresa del 2021 ha visto il recupero dei rispettivi tassi di occupazione. Le rilevazioni relative al quarto trimestre del 2021 fotografano una ripresa congiunturale dell’occupazione (+80 mila occupati rispetto al trimestre precedente) e un contestuale forte calo degli inattivi. Ma è la qualità delle nuove posizioni lavorative a destare forte preoccupazione. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno quasi il 40% delle attivazioni a tempo determinato aveva una durata prevista di 30 giorni (quasi 1 contratto su 8 aveva una durata di un solo giorno), quasi il 30% aveva una durata da due a sei mesi e appena l’1% superava un anno di durata. Lo scorcio del 2021 ha inoltre registrato, in termini tendenziali, un forte aumento del ricorso al lavoro in somministrazione e a chiamata. Oggi la debolezza qualitativa della ripresa occupazionale, si configura come un ritorno al circolo della precarietà, con prospettive di vita e autonomia flebili e grave incertezza sul proprio futuro per troppe persone ridotte sul lastrico dalla pandemia.

Il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni di età si è sensibilmente contratto in quindici anni, passando dal 25,7% nel 2005 al 16,8% nel 2020 e dal 74,5% nel 2005 al 66,9% nel 2020 nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni. Allo stesso tempo, il tasso di occupazione per i lavoratori anziani tra i 55 e i 64 anni di età è salito di oltre 23 punti percentuali passando dal 31,4% del 2005 al 54,2%.

La rappresentazione plastica di quella che nessuno stenta più a definire come una vera e propria bomba sociale del nostro Paese è data dall’altissima percentuale dei NEET, attestatasi nel 2020, tra i giovani nella fascia compresa tra i 20 e i 34 anni di età, al 29,4%: il valore più alto nell’UE. Per i giovani adulti (25-34 anni) l’incidenza è passata dal 23,1% nel 2008 al 30,7% nel 2020 (oltre 12 p.p. sopra la media dell’Unione).

Alla luce di quanto emerge dal Rapporto di Oxfam cresce la preoccupazione. Alla drammatica condizione della qualità della vita nel nostro Paese il governo Draghi non dà risposte concrete, né garantisce investimenti nei settori, territori e fasce di età e popolazione che più avrebbero necessità. Anche il DEF approvato lo scorso aprile in Parlamento e le scelte portate avanti con i fondi del PNRR alimentano e sostengono la visione che ha prodotto la crisi e lo stesso modello di sviluppo neoliberista che per ammissione dell’UE è ritenuto insostenibile socialmente e ambientalmente. Purtroppo, dopo quindici anni in cui peggiorano le condizioni di vita, l’incessante richiesta di ritorno alla “normalità” e la brutale semplificazione dettata dall’agenda della guerra, rischiano di determinare una condizione senza ritorno non solo per la maggioranza della popolazione impoverita ma per la democrazia nel nostro Paese. Per migliorare le nostre vite e rispondere alla crisi di sistema in cui siamo immersi, abbiamo bisogno di una inversione completa di rotta, di un metodo inclusivo e partecipativo e di un radicale ripensamento del modello di sviluppo.

Qui il link per accedere al testo completo del Rapporto: http://www.numeripari.org/wp-content/uploads/2022/05/Oxfam_Disuguitalia_2022.pdf