Dando i numeri sui salari

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Mi cimento anch’io nella discussione sul salario minimo, sul salario contrattato da sindacati confederali e sindacati farlocchi, sull’andamento dei redditi da lavoro. Scrivere questo articolo è per me umiliante. Mi si presenta, o ripresenta, la stessa questione che mi vide in dissenso rispetto all’accordo interconfederale del 1993 sulla politica dei redditi per diversi aspetti, in primis la definitiva cancellazione dell’indennità di carovita, come veniva chiamata da Di Vittorio, e la sua sostituzione con la previsione che i futuri aumenti salariali dovessero essere valutati «anche alla luce delle eventuali variazioni delle ragioni di scambio del Paese»: dall’internazionalismo proletario e solidale all’organizzazione del crumiraggio come unica possibilità per essere competitivi nell’economia mondializzata. E di strada ne abbiamo fatto tanta.

Le rilevazioni statistiche, gli studi e le ricerche italiane e internazionali sull’andamento delle retribuzioni dei lavoratori sono numerose, ma apparentemente poco conosciute anche da parte di chi decide sui redditi dei lavoratori. Dico apparentemente, perché si ha la spiacevole sensazione che questi dati siano volutamente ignorati per poter mentire.

Piove sul bagnato

Nei giorni scorsi l’Istat ha pubblicato l’ultimo rapporto trimestrale sull’andamento delle retribuzioni contrattuali. Ecco il commento dell’istituto di statistica: «La dinamica tendenziale delle retribuzioni contrattuali continua a mostrare un progressivo rafforzamento: a giugno 2023 la crescita su base annua è stata del +3,1% (la più marcata da novembre 2009). Il comparto pubblico – che beneficia dell’applicazione degli incrementi relativi ai rinnovi del triennio 2019-2021 siglati a partire da maggio 2022 – è quello che registra l’incremento più alto (4,4%). Nonostante il recente rallentamento dell’inflazione, nei primi sei mesi dell’anno la distanza tra la dinamica dei prezzi (IPCA) e quella delle retribuzioni supera ancora i sei punti percentuali». Si conferma così una tendenza alla riduzione dei salari reali che caratterizza questa fase economica e sociale a livello internazionale ma in Italia si presenta con un andamento tra i peggiori in Europa.

Prima gli effetti della pandemia del Covid e poi la crescita impetuosa dell’inflazione hanno determinato una caduta dei salari che ha colpito tutti i lavoratori, ma, soprattutto i lavoratori meno qualificati e a più basso reddito. Dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro relativo ai salari nell’anno 2022: «Tra i paesi del G20, che raggruppano circa il 60 per cento dei lavoratori dipendenti del mondo, si stima che la crescita dei salari reali nella prima metà del 2022 sia scesa del 2,2 per cento nelle economie avanzate, mentre la crescita dei salari nelle economie emergenti è rallentata ma è rimasta positiva allo 0,8 per cento». Sempre nello stesso rapporto viene posta in evidenza la tendenza a un aumento del divario nei redditi tra gli stessi lavoratori che colpisce soprattutto le donne e i giovani.

L’OCSE conferma questa tendenza: «Alla fine del 2022, i salari reali nella Penisola erano calati del 7,5% rispetto al periodo precedente la pandemia contro una media Ocse del 2,2%. La Francia, ad esempio, segna addirittura un aumento reale dell’1,5%, in Germania la flessione è contenuta al 3,2%, in Spagna e’ del 4% e negli Usa del 2,3%. La discesa potrebbe non essere conclusa: in base alle proiezioni Ocse, in Italia i salari nominali aumenteranno del 3,7% nel 2023 e del 3,5% nel 2024, mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi al 6,4% nel 2023 e al 3% nel 2024. La perdita di potere d’acquisto ha un impatto più forte sulle famiglie a basso reddito, che hanno una minore capacità di far fronte all’aumento dei prezzi attraverso il risparmio o l’indebitamento». Sempre l’OCSE, nel 2021 aveva fotografato la situazione dei salari in Europa:

I lavoratori italiani hanno il primato nella gara della corsa verso il basso delle paghe; nonostante questo, produzione e competitività ristagnano e Governo e media ci vendono i grandi successi di una crescita del prodotto interno lordo del 1,..% mentre la crescita dell’occupazione avviene esclusivamente riducendo le ore lavorate, cioè – ancora una volta – a scapito dei redditi da lavoro.

Lavoro povero e diseguaglianze

In Italia si sono svolte alcune interessanti ricerche sulla crescita dei lavoratori poveri, quelli che pur percependo un salario rimangono al di sotto della soglia della povertà.

Le Acli hanno intelligentemente usato la fonte della dichiarazione dei redditi dei lavoratori che si sono avvalsi del loro servizio di Centro di assistenza fiscale (CAF): «Emerge che il 14,9%, pur lavorando, ha un reddito inferiore o pari a 9.000 euro. Se si considerano anche i redditi complessivi inferiori o uguali a 11.000 euro, ovvero quelli dei lavoratori poveri (working poor), si arriva a una percentuale di lavoratrici e lavoratori pari al 19,5%; mentre si raggiunge il 29,4% tra quanti hanno un reddito complessivo che non va oltre i 15.000 euro e che possiamo definire “vulnerabili”, ovvero a rischio di povertà di fronte ad un evento inaspettato o fuori dall’ordinario (una malattia, un divorzio o perfino la nascita di un figlio).

Nella relazione di presentazione del rapporto annuale INPS, il malcapitato presidente dell’istituto che oggi i fascisti vorrebbero processare in parlamento, scriveva: «La distribuzione dei redditi all’interno del lavoro dipendente si è ulteriormente polarizzata, con una quota crescente di lavoratori che percepiscono un reddito da lavoro inferiore alla soglia di fruizione del reddito di cittadinanza. Per la precisione il 23% dei lavoratori guadagna meno di 780 euro/mese, considerando anche i part-time. Per contro, l’1% dei lavoratori meglio retribuiti ha visto un ulteriore aumento di un punto percentuale della loro quota sulla massa retributiva complessiva». La relazione del professor Tridico, più da segretario politico di un partito che da presidente dell’Inps, tratta seriamente la disgregazione dei rapporti di lavoro determinata dalla precarietà e gli effetti sui redditi. Il nuovo Governo lo ha subito rimosso.

I rapporti di ricerca delle Acli e dell’Inps vengono puntualmente confermati dall’ultimo rapporto del Gruppo di lavoro “Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa” istituito con decreto ministeriale n. 126 del 2021, ma nella presentazione del rapporto il Ministero dei mercanti del lavoro della signora Calderone (https://volerelaluna.it/commenti/2023/07/28/un-governo-che-odia-i-poveri-e-i-lavoratori/) tiene a ribadire che «le opinioni e le proposte espresse in questa relazione rappresentano esclusivamente il punto di vista dei membri del Gruppo di lavoro e non riflettono la posizione delle istituzioni a cui appartengono né quella del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali».

Economia, scontro sociale e democrazia nell’era della scarsità

Quando non ce n’è per tutti e si fa fatica ad arricchirsi è meglio prendere i soldi ai più deboli che sono, guarda caso, i più poveri. Anche in questo caso l’Italia è in prima fila in questo processo in corso a livello globale che, quando non basta il mercato, ricorre alle guerre. In questi giorni il Governo italiano, gli imprenditori e anche qualche economista hanno espresso la loro preoccupazione che la politica dei tassi d’interesse della Banca Europea possa portare al fallimento di molte imprese italiane. È la stessa politica che fu adottata dalla troika per ammazzare il Governo greco e “fare fuori Varoufakis”, come si espresse il signor Renzi aprendo i lavori del consiglio dei ministri italiano. Perché una politica monetaria può andare bene per alcuni e non per altri? Per la stessa ragione per cui si deve tagliare il reddito di cittadinanza dei fannulloni (dai titoli dei giornali che sostengono apertamente il Governo): si accumulano ricchezze ritornando al furto democratico perché fondato sul consenso di chi ancora vota alle elezioni politiche sostenuto da un ceto medio sempre più incerto che spera di riprendersi facendo pagare la crisi a chi ha redditi molto bassi ed è privo di alcuna voce politica.

La balla della efficacia della contrattazione sindacale

Sia la signora Meloni che autorevoli esponenti di parte padronale continuano a ribadire che il modo migliore per difendere i salari è quello della contrattazione. Non sono soli. In Parlamento giace a verbale la posizione unitaria delle tre Confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil le quali paventano che una la legge sul salario minimo possa provocare «una fuoruscita dall’applicazione dei contratti collettivi nazionali, rivelandosi così uno strumento per abbassare i salari e le tutele delle lavoratrici e dei lavoratori». Eppure un bilancio sulla loro forza e sulla loro efficacia nella contrattazione collettiva dovrebbero farlo.

Nei giorni scorsi, in un dibattito televisivo, un rappresentante della più autorevole associazione padronale sottolineava come nei paesi dove non c’è il salario minimo e la dinamica salariale è determinata dalla contrattazione collettiva le retribuzioni sono nettamente più alte. O è ignorante o è bugiardo. Ecco i dati forniti da Eurostat (e ripresi dall’Istituto europeo di studio delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori Eurofound con sede a Dublino) relativi alle retribuzioni contrattuali dei lavoratori che svolgono le mansioni meno pagate dei paesi dove non c’è il salario minimo:

I salari italiani sono decisamente i più bassi e se prendiamo le retribuzioni mensili indicate per il nostro paese e le dividiamo per il coefficiente 173 normalmente usato nei contratti collettivi nazionali per calcolare la paga oraria (può essere 170 in quelli che hanno aggiornato il coefficiente ma anche 175 per altri contratti), viene fuori la paga oraria lorda: 976 euro mensili diviso 173 per le paghe più basse = 5,64 euro/ora; 1.348 euro mensili diviso 173 per le paghe medie = 7,79 euro/ora. E questi estremisti dell’opposizione propongono 9 euro l’ora. Estremisti? Mica tanto, il salario minimo lordo delle prestazioni occasionali pagato con il voucher è di 12,41 euro corrispondenti a 9 euro netti.

Sempre gli istituti economici e di ricerca internazionali mettono poi in evidenza come siano ormai moltissimi i contratti nazionali di lavoro che non vengono più rinnovati. Nel rapporto del Ministero dei mercanti del lavoro pubblicato il 17 luglio 2023 relativo alle domande delle imprese di detassazione dei premi di risultato o della partecipazione agli utili d’impresa si sottolinea che «prendendo in considerazione la distribuzione geografica, per Ispettorato del lavoro competente, delle aziende che hanno depositato gli 85.971 contratti ritroviamo che il 75% è concentrato al Nord, il 17% al Centro il 8% al Sud». Insomma, le signore Meloni e Calderone sono decisamente per la contrattazione ma non quella collettiva e solidale del rinnovo dei contratti collettivi nazionali, bensì finanziano la diffusione dei contratti aziendali come richiesto non tanto tempo fa dalla Confindustria e dalla Banca Europea (a firma Draghi, per non dimenticare). Si conferma così, se ancora ce ne fosse bisogno, quello che le ricerche delle Acli e dell’Inps avevano evidenziato: crescono le diseguaglianze anche tra gli stessi lavoratori.

E perché il salario non ce lo pagano in sale?

La prassi di un paio di millenni fa di compensare una prestazione di lavoro con una certa quantità di sale ha dato origine alla parola “salario”. La spinta all’emulazione ritorna a essere oggi molto forte perché in questo modo si può pagare un lavoratore evitando di pagare le tasse allo Stato e i contributi previdenziali all’Inps e all’Inail. Ed ecco che una parte del salario si trasforma in quota per la pensione integrativa, per la mutua integrativa, per il buono pasto con cui andare a fare la spesa al supermercato, il buono trasporti e ora arrivano i fringe benefits le elargizioni per le spese dell’energia, del gas sino alla carica dell’auto elettrica nella colonnina aziendale di alimentazione messa a disposizione innanzitutto per la clientela e poi anche per i dipendenti adeguatamente selezionati. Quanto incide sul reddito reale di un lavoratore tutto questo? E quanto concorre ad aumentare le diseguaglianze tra lavoratori quando qualcuno è “beneficiato” e qualcun altro no?

Con la sconfitta sindacale alla Fiat del 1980 si passò da una democrazia fondata sulla partecipazione a quella che Luciano Gallino definì elitarismo democratico. Ora abbiamo imboccato quella dell’autoritarismo non tanto contro l’avversario politico, piuttosto contro la povera gente. La sinistra che seleziona i suoi candidati con le primarie ha ormai escluso gli ultimi, richiamati qualche volta con il termine periferie pur trattandosi di esseri umani. A quando il partito delle ultimarie?


Solidarietà nazionale contro l’autonomia differenziata: Napoli 17 marzo

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Sindaci e cittadini insieme per la solidarietà nazionale contro l’autonomia differenziata nel 162esimo anniversario dell’Unità nazionale: è l’iniziativa promossa dalla Rete dei sindaci Recovery Sud che si svolgerà a Napoli il prossimo 17 marzo.

Nei giorni scorsi i presidenti delle Regioni di centrodestra hanno dato il via libera al disegno di legge Calderoli sull’autonomia differenziata, mentre un netto voto contrario è arrivato dalla Campania, dalla Puglia, dall’Emilia-Romagna e dalla Toscana. A frenare l’accelerazione leghista sono stati i Comuni che, in Conferenza unificata, si sono presentati con una posizione unitaria affidata al presidente dell’Anci (https://www.anci.it/wp-content/uploads/autonomia-differenziata-1.pdf). Ma il No! più netto è arrivato da Napoli con l’approvazione di un ordine del giorno votato all’unanimità dal Consiglio comunale il 13 febbraio (https://www.comune.napoli.it/flex/files/1/1/b/D.859a5f8d41f65f343139/Mozione___ddl_Autonomia_differenziata.pdf) in cui si sottolinea che:

«un’eccessiva frammentazione di competenze e piccole competizioni locali non aiuta a costruire un Paese competitivo; sarebbe invece opportuna una rivisitazione degli equilibri tra Stato ed enti locali. A maggior ragione perché nella riforma sono completamente dimenticate le città e i Comuni, il cui ruolo va ridisegnato, poiché sono gli enti più vicini ai cittadini e che garantiscono i servizi di prossimità. Esiste, perciò, un problema complessivo sull’equilibrio degli enti locali. Bisognerebbe anzi affrontare con urgenza la riforma dei poteri di città, Comuni e città metropolitane. Sfuggire a questo dovere è antistorico e contro l’interesse dei cittadini. Infatti i poteri dei sindaci sono molto ridotti rispetto alle domande di servizi che vengono dai cittadini. In Francia e Germania, per esempio, i fondi arrivano direttamente agli enti locali, un beneficio per i cittadini, utile a migliorare la qualità della vita individuale e collettiva. E poi c’è un altro rischio: come detto, a erogare i servizi sono le città e i Comuni, ma nel disegno di legge si parla solo di Regioni. Il rischio è che si passi dal centralismo nazionale a uno, ancor peggiore, regionale: venti Stati in uno. Inoltre, Napoli, Roma, Milano e tante altre città sono molto più grandi di alcune regioni. Come si può ragionare senza prima ascoltare? L’obiettivo non è trasferire il potere da una parte all’altra, ma rendere lo Stato più efficiente e garantire stessi diritti a tutti i cittadini. Viceversa, alcune materie non si possono delegare alle regioni: oggi l’istruzione, la ricerca, ancor di più l’energia, devono essere gestire a livello nazionale»

Con quest’ordine del giorno il Consiglio comunale di Napoli impegna la Giunta a chiedere il ritiro del disegno di legge sull’autonomia differenziata e a sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare per la modifica degli articoli 116 e 117 della Costituzione (http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/), che prevede una limitazione alle Regioni nel poter richiedere nuove competenze, con l’introduzione di una clausola di supremazia a tutela dell’unità giuridica ed economica Repubblica.

Dai Comuni – sull’esempio di Napoli – può arrivare un bel segnale di buona politica e speriamo che siano tanti gli enti locali a seguire l’esempio del capoluogo campano e a dire No! formalmente (con mozioni, ordini del giorno eccetera) all’autonomia delle disuguaglianze. D’altra parte non è la prima volta, di questi tempi, che per trovare la buona politica bisogna andare nelle città. Poche ore dopo il drammatico naufragio dei migranti a Cutro, in Calabria, mentre c’era chi brandiva la questione migratoria come arma di propaganda affrontandola ancora una volta come un’emergenza e come un problema di sicurezza, il Consiglio comunale di Isola Capo Rizzuto ha usato queste parole in una lettera inviata al ministro dell’Interno:

«La tragedia che in queste ore è sotto gli occhi di tutti noi impone riflessioni ed azioni concrete. Per uscire dalla crisi e dall’emergenza occorre elevare il livello della discussione: le questioni dei confini territoriali, signor Ministro, non possono prevalere sull’umanità. Così non è mai stato per noi, gente del Sud abituata a condividere il poco che ha, e non dovrà più esserlo anche per l’intero Paese e l’Europa tutta»

(https://www.comune.isoladicaporizzuto.kr.it/it/news/il-consiglio-comunale-scrive-al-ministro-piantedosi-ecco-la-lettera-scritta-il-27-febbraio).

Massimo Villone, aderendo a nome del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale all’iniziativa partenopea del 17 marzo organizzata dalla Rete dei sindaci Recovery Sud, ha fatto riferimento ancora una volta alla proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, chiedendo ai sindaci di dare il proprio contributo nella raccolta di firme.


La restaurazione fiscale

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Basta guardare questo grafico per comprendere che in 50 anni (dal 1974 ad oggi) le aliquote fiscali sui redditi (IRPEF) hanno subìto un’involuzione, per diverse ragioni.

L’aliquota più elevata è scesa dal 72 al 43%, cioè i ricchi hanno pagato sempre meno. Gli scaglioni sono diminuiti da 32 a 4: così facendo il criterio della progressività costituzionale è stato compresso. Senza dimenticare che ai lavoratori autonomi con redditi fino a 85 mila euro viene applicata un’imposta proporzionale al 15% (flat tax), con un trattamento assai privilegiato rispetto ai lavoratori dipendenti e ai pensionati. Tutto ciò nonostante sia noto che, complessivamente, il 78% dell’evasione fiscale deriva da evasione dell’IVA e dell’IRPEF da lavoro autonomo (fonte: OCPI su dati NADEF 2022). Inoltre, dal calcolo dell’imposta progressiva sono state sottratte diverse tipologie di redditi, che vengono tassati a parte con aliquote sostitutive più basse e non progressive (dal 10 al 26%), eliminando di fatto il cumulo dei redditi.

Con queste premesse, non ci si può stupire dell’aumento delle disuguaglianze. In Italia, negli ultimi 20 anni l’1% più benestante della popolazione ha aumentato la quota di ricchezza dal 15% al 20% e il 10% più ricco è passato dal 40% al 55% del totale (fonte: Oxfam).

Il Governo presieduto da Giorgia Meloni ha preannunciato ora una riforma del fisco, con l’intenzione di passare da 4 a 3 aliquote. Insomma, si prosegue nella deriva degli ultimi 50 anni.

Infatti, in Assemblea Costituente nel presentare l’art 53 si chiariva: «L’attuale sistema tributario è regolato dall’art. 30 dello Statuto Albertino e basato sul criterio di proporzionalità […], il che costituisce una grave ingiustizia che danneggia le classi sociali meno abbienti e da correggere in sede di calcolo del reddito complessivo, […] così da colpire il reddito nella sua reale misura, applicando una progressività tale che diventi la spina dorsale del nostro sistema tributario» (Salvatore Scoca).

Se le parole hanno ancora un significato, non di riforma bisognerebbe parlare, ma dell’ennesima restaurazione fiscale.


L’imbroglio della meritocrazia

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Ha fatto molto discutere la scelta della Presidente del Consiglio di rinominare il ministero all’istruzione in chiave “meritocratica”, associando istruzione e merito in un unico dicastero. La motivazione è stata spiegata direttamente da Giuseppe Valditara, nominato Ministro dell’Istruzione e del Merito: non demonizzare il merito, valorizzare i talenti e le capacità degli studenti a prescindere dalle condizioni di partenza. Tali affermazioni non suonano nuove. Al contrario, si inseriscono all’interno di una narrazione sul merito e sulla meritocrazia consolidata e diffusa, che nel tempo ha raccolto consensi tanto in ambienti di destra, quanto tra le file della sinistra liberale, presentandosi come ideologicamente neutra e facendo leva sull’importanza di garantire a ogni persona le stesse opportunità di “eccellere” e veder premiati i propri meriti. Dietro a tale narrazione, tuttavia, si celano dinamiche profondamente anti-egualitarie. Se apparentemente può sembrare che l’enfasi sul merito corrisponda all’intenzione di azzerare i vantaggi ereditari, scendendo in profondità si può invece osservare come i discorsi intorno alla meritocrazia sottendano una nuova legittimazione delle diseguaglianze.

Innanzitutto, bisogna notare che per quanto possano essere forti gli appelli a favore di un assetto sociale maggiormente meritocratico, è molto raro che il significato da attribuire al termine “merito” venga esplicitato con precisione. Quali attributi fanno sì che una persona possa essere definita “meritevole”? Le risposte potrebbero essere molte e molto diverse tra loro (ad esempio il talento, lo sforzo, l’impegno, la capacità di raggiungere determinati risultati o il tempo impiegato nel farlo ecc.) al punto che il concetto di merito potrebbe assumere differenti significati e generare così diversi impatti sulla società. Non bisogna dimenticare, inoltre, che qualora si raggiungesse un accordo valido una volta per tutte sulla definizione di merito, sarebbe ancora più complesso rispondere alla domanda su come individuare e giudicare i meriti di ciascuna persona. Generalmente queste domande non trovano risposte puntuali e il “merito” resta un concetto vago e imprecisato. Ciò nonostante, alcune retoriche tendono ad associare la valorizzazione dei meriti a qualcosa di intrinsecamente giusto, in nome di assetti sociali più equi e più efficienti, secondo una narrazione che attribuisce al merito un valore e un potenziale quasi salvifico. Eppure, il termine meritocrazia (letteralmente “potere dei meritevoli” o “potere del merito”) è stato coniato con l’intenzione di rappresentare scenari tutt’altro che auspicabili e le critiche che si possono sollevare sulla desiderabilità di sistemi maggiormente meritocratici non sono poche.

Uno degli aspetti più controversi riguarda il rapporto tra merito e uguaglianza. La promessa di chi sostiene che una maggiore applicazione del criterio del merito permetta una transizione dell’assetto sociale esistente verso nuovi scenari, in cui i percorsi di vita dei singoli siano svincolati dalle loro condizioni di partenza, appare illusoria. In primo luogo, restando sul piano prettamente teorico, se con “premiare il merito” si intende l’idea di offrire maggiori opportunità di “successo” (anche questo concetto andrebbe definito) alle persone più talentuose sotto determinati profili, si rischia di favorire la nascita e la legittimazione di nuove diseguaglianze inaccettabili. Infatti, la distribuzione dei talenti e delle doti personali è paragonabile alla distribuzione dei premi in una lotteria e tali attributi difficilmente possono essere interpretati come un merito dei singoli o correlati alle loro responsabilità. Anche l’idea di offrire a ogni persona le stesse opportunità di partenza, al fine di distribuire le risorse disponibili e le posizioni sociali attraverso il criterio del merito, non mette al sicuro da critiche. Ancora una volta, andrebbe innanzitutto chiarito che cosa si intende quando si parla di eguali opportunità di partenza. Nel caso specifico, è dubbio che il governo appena insediatosi intenda realizzare politiche fortemente redistributive, in grado di ridurre le enormi diseguaglianze esistenti. Al netto di questa parentesi, ipotizzando che sia possibile realizzare un contesto ideale, in cui ogni persona si trovi esattamente allo stesso punto di partenza di tutte le altre, il paradigma meritocratico implica l’adozione di un modo di interpretare i percorsi di vita e i rapporti sociali agonistico e fortemente individualistico. Si può prevedere con facilità quale sarebbe il risultato di una competizione basata principalmente sul merito: non il superamento delle diseguaglianze, bensì la formazione di una nuova gerarchia sociale dominata dalla “classe” dei più meritevoli. Una delle principali conseguenze di questo modello sarebbe la rilettura in chiave morale delle diseguaglianze, secondo una prospettiva che lega indissolubilmente il successo e l’insuccesso alla responsabilità personale, senza tenere conto dei tanti fattori che sfuggono al controllo dei singoli. In altre parole, da un lato si avrebbe l’esaltazione dell’élite dei meritevoli e dall’altro la colpevolizzazione del resto della popolazione non abbastanza meritevole. Oltre a ritrovarsi in una condizione di subordinazione rispetto alla nuova classe dominante, i componenti delle classi dei “meno meritevoli” sarebbero anche considerati responsabili per la propria condizione. In questo quadro, il benessere collettivo e la garanzia dei diritti sociali sarebbero sacrificati in nome della competizione e della ricerca di un equilibrio basato sulla selezione dei “migliori”.

La realtà, in ogni caso, è molto diversa dai contesti ideali ipotizzati sin qui. L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da diseguaglianze abissali e spaccature sociali molto profonde, tali da rendere illusoria qualunque prospettiva fondata sulla piena uguaglianza sostanziale delle opportunità di partenza. I dati che abbiamo a disposizione dimostrano la persistenza del fenomeno dell’ereditarietà sociale, cioè di dinamiche di trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze, che non hanno a che vedere esclusivamente con le condizioni economiche (reddito e ricchezza), ma riguardano anche altri aspetti, come, ad esempio, il livello di istruzione e il capitale relazionale. In un contesto simile, l’applicazione rigida del criterio del merito rischia di facilitare ulteriormente la trasmissione delle diseguaglianze e di fossilizzare i vantaggi di chi appartiene alle classi benestanti in privilegi facilmente tramandabili di generazione in generazione. Basti pensare alla correlazione sempre più marcata tra la condizione economica e culturale della famiglia d’origine e la possibilità di offrire ai figli opportunità di “successo”: al crescere del livello di istruzione raggiunto dai genitori e delle risorse economiche di cui dispongono, cresce in modo proporzionale anche la possibilità che i figli percorrano traiettorie in grado di raggiungere alti livelli di istruzione e buone disponibilità economiche. Viceversa, a un minor capitale economico e culturale di partenza corrispondono statisticamente minori opportunità di completare i cicli di studi più alti e maggiori possibilità di incorrere in situazioni di abbandono scolastico o disoccupazione e inattività. Se si tiene conto di questi aspetti, risulta evidente come l’interpretazione dei percorsi di vita dei singoli come una “scalata al successo”, ponga ogni persona non solo in condizioni di partenza fortemente diseguali, ma sia anche falsata dall’esistenza di ostacoli di altezze diverse, a seconda del punto di partenza: chi parte più svantaggiato trova ostacoli più alti.

L’iniziale promessa della meritocrazia di offrire a ogni persona le stesse possibilità di “eccellere” si dimostra quindi fallace. Al contrario, modellando la società intorno al criterio del merito si incorre nella crescita dell’ereditarietà delle diseguaglianze, nella riduzione delle opportunità di mobilità sociale e nella cristallizzazione delle posizioni sociali dei singoli. Inoltre, a questi fenomeni si accompagna una nuova legittimazione morale delle diseguaglianze, apparentemente spogliate della loro connotazione sociale e politica di classe, grazie all’espediente del merito.

Pertanto, è singolare che di fronte a una società come quella attuale, attraversata da tensioni e diseguaglianze in crescita, una delle prime preoccupazioni del nuovo governo sia stata quella di associare il merito all’istruzione, a discapito della garanzia del più alto livello di istruzione uniformemente possibile per l’intera popolazione studentesca. Può quindi essere utile concludere ricordando il monito di Michael Young, autore del celebre testo L’avvento della Meritocrazia: gli appelli in favore di assetti sociali basati sul criterio del merito altro non sono che invocazioni di un’uguaglianza delle opportunità ingannevole, che offre a tutte le persone eguali opportunità di essere diseguali.


Come uscire dall’irrilevanza politica? Il populismo può essere una risorsa

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In questi anni abbiamo maturato una proficua riflessione sulla trasformazione delle forme dell’organizzazione politica nella fase di egemonia del neoliberismo. Se il neoliberismo costruisce solitudine, precarietà, un peggioramento delle condizioni materiali assieme alla decostruzione dei nessi comunitari, l’organizzazione politica non può che ripartire dalla ricostruzione di nessi sociali primari. Il mutualismo, l’erogazione di servizi o la riappropriazione popolare di prodotto sociale sono forme ineludibili di ricostruzione comunitaria, riconessione di nessi solidali che dovrebbero rappresentare il tessuto connettivo delle future organizzazioni politiche popolari. II problema, però, è che a questa ricchezza di esperienze sociali non ha corrisposto una forza politica. Anzi, il punto di vista del lavoro, della pace e della giustizia climatica non è mai stato così debole nella politica italiana. Lo schema che ritenevamo tendenzialmente più efficace era quello dell’accumulazione sociale come premessa automatica della rilevanza politica. Di più, l’intrinseca politicizzazione dei nessi mutualistici e sociali, sarebbe stata destinata, quasi meccanicamente, a produrre potenza politica, in una relazione meccanicistica tra accumulazione sociale e rilevanza politica. Purtroppo, sappiamo che non è stato così. Quelle comunità faticosamente ricostruite rischiano di divenire impolitiche se non ci si pone il tema di come prendere, utilizzare e cambiare il potere nelle sue forme attuali, di come rappresentare istituzionalmente l’alternativa. Dall’altra parte, una forza politica senza una comunità politica rischia di essere incapace di organizzare un pensiero, una militanza, un impegno duraturo necessario per le sfide enormi che la nostra ambizione politica si pone. Se la dimensione comunitaria e la rilevanza politica risultano reciprocamente necessarie bisogna conciliare, in qualche modo, i tempi diversi che necessitano le due operazioni. L’unica cosa che non si può fare è affidarsi all’esoterismo e alla magia, privilegiando l’attesa messianica di una proposta politica salvifica che dovrebbe magicamente arrivare da qualche fonte esterna. Come conciliare rilevanza politica e comunità politica? Esiste, ora, lo spazio politico per una proposta rilevante?

Le nostre post-democrazie sono tigri di carta. Nell’esercizio politico e ideologico del pensiero unico, che nel caso italiano si declina con il leader “migliore” sostenuto dall’intero arco parlamentare, che applica le ricette “migliori” perché tecniche, la promessa democratica rimane costantemente tradita alimentando un’endemica sfiducia verso la democrazia e i suoi attori. Ardite geometrie parlamentari vengono imbastite per negare il buon senso comune, per ostacolare domande popolari che vorrebbero salari giusti, un maggiore intervento pubblico, la pace e la lotta al cambio climatico. Di fatto, nel contesto italiano, le proposte politiche al governo in questi anni hanno rappresentato un costante tentativo di superamento della rappresentanza classica. Il sistema politico italiano funziona come un pendolo che oscilla tra forme tecnocratiche, in cui il popolo viene ritenuto troppo ignorante e stupido per gestire la complessità della cosa pubblica, e forme di populismo, in cui una leadership carismatica promette la riconsegna della sovranità perduta al popolo. Il sistema politico composto da corpi intermedi radicati e legittimati, reciprocamente legati da un rapporto di competizione e di reciproco riconoscimento pluralistico, ormai non esiste più. Il campo politico è fatto di spoliticizzazione, leaderismo e polarizzazione. Certo, non è quello che vorremmo e che ci piacerebbe, ma il campo della politica è quello che è e non si possono confondere gli obiettivi con i presupposti.

Collocato a uno dei due poli di questo pendolo, il populismo, a differenza della tecnocrazia, affronta teoricamente un punto cruciale, facendosi megafono della necessità che la sovranità popolare non venga sacrificata sull’altare di nessuna causa superiore, favorendo e rafforzando la denuncia delle attuali post-democrazie come forma di regimi antisociali, in cui si può votare periodicamente chi si vuole a patto che vinca sempre lo stesso programma. Certo, non ci sfugge che nella sua declinazione concreta il populismo possa essere strumentale, utilizzato per negare la piena cittadinanza, sovrapporsi alla demagogia e al nazionalismo, favorire una svolta autoritaria. Purtroppo i crinali della storia sono sempre radicalmente ambivalenti ma non possiamo riavvolgere la storia. La realtà sono destre radicali e sinistre neoliberiste che preservano un potere sociale oligarchico, strutturalmente antidemocratico e incapace di rispettare perfino le promesse liberali. Proprio per questo riteniamo che, nonostante le sue pericolose contraddizioni, il populismo ci permetta di segnalare efficacemente e comprensibilmente il sequestro della sovranità democratica e popolare da parte di élite sempre più potenti, che concentrano risorse materiali e simboliche dominando il sistema politico. All’interno di questa periodica oscillazione della politica italiana si apre lo spazio della riconquista di una rilevanza politica e istituzionale funzionale, inoltre, a rafforzare un percorso di costruzione della comunità politica. Il Governo Draghi sembra stia scavando un solco profondo tra se stesso e il senso comune, favorendo l’oscillazione verso il polo populista. Si sta aprendo una fase populista? Nel senso comune collettivo non c’è nulla di progressista su cui fare leva?

La guerra cambia tutto, si configura come un’orrenda e tragica perdita di tempo quando l’umanità dovrebbe affrontare la sfida enorme del cambiamento climatico e della diseguaglianza sociale. Senza una transizione economica e sociale radicale l’umanità rischia l’estinzione, che qualcuno vuole accelerare con uno scontro nucleare di civiltà. Le sanzioni alla Russia e l’allungamento della guerra a data da definirsi a Washington rischiano di trascinarci in una crisi economica e sociale gravissima e pericolosa. Milioni di lavoratori e lavoratrici rischiano di peggiorare ulteriormente la loro condizione, alimentando un blocco sociale della rabbia e della sofferenza che può sostenere proposte tanto radicali quanto ideologicamente diverse.

Come ci insegna la Francia, la partita non è chiusa per la sinistra. Ma serve costruire un partito della pace e del lavoro, che parli alla maggioranza sociale che non vuole la guerra, che vuole combattere la catastrofe climatica e costruire un sistema economico basato sul protagonismo statale, sui diritti del lavoro e sull’innovazione. Tutto questo, ripeto, non è solo necessario ma diviene politicamente possibile. Il pendolo della politica italiana torna verso il polo populista. Mentre la società vuole la pace, la politica fa la guerra, mentre la società vuole lavoro la politica diffonde precarietà, mentre la società vuole uno stato forte che si prenda cura dei cittadini e delle cittadine la politica privatizza. Sta a noi trasformare le prossime elezioni in un referendum tra la pace e la terza guerra mondiale, tra la transizione climatica e la catastrofe ambientale, tra il lavoro con diritti e precarietà senza lavoro.

Per cambiare, però, serve cambiarsi. Il populismo di sinistra, intanto, vuol dire volontà di governo, che non c’entra nulla con il governismo inteso come malattia senile del minoritarismo. Volontà di governo vuol dire porsi l’obiettivo ambizioso di diventare il principale partito dell’area progressista italiana, di diventare egemonici ponendosi, sempre, il problema del senso comune, delle sue contraddizioni e delle sue fratture. Non importa quanto ci vorrà ma non esiste politica senza l’ambizione del governo, delle sue complessità e contraddizioni. Essere populisti nella contingenza attuale vuol dire lavorare politicamente nella consapevolezza che la linea divisoria della politica attuale è l’appoggio alle nuove imprese belliche del fronte atlantista: da una parte chi vuole la terza guerra mondiale e dall’altra chi vuole la cooperazione internazionale. Non ci prepariamo semplicemente a rappresentare minoranze idealiste ma possiamo lavorare per la costruzione di un programma realisticamente rivoluzionario, con proposte di breve, medio e lungo periodo capaci di contendere l’egemonia al campo avversario rappresentando quelle domande maggioritarie negate dalla politica. Serve una conferenza di pace europea che disinneschi le tensioni dell’Europa Orientale, serve ridare centralità e potere al lavoro e uno stato che programmi la transizione ambientale. Attenzione, però, a pensare che basti una convincente lista della spesa. Serve il racconto negato di una riscossa democratica e popolare basata sul rispetto della volontà popolare, di quella maggioranza silenziosa che manda avanti questo paese. Ritorniamo così all’inizio. La breccia populista ci potrebbe permettere di costruire la rilevanza politica che ci manca, alimentando uno spazio politico all’interno del quale costruire e rafforzare comunità politica per una battaglia lunga e necessaria. La posta in palio è l’umanità.

L’articolo riproduce, con alcuni approfondimenti, l’intervento svolto il 10 aprile a Roma nell’incontro dedicato a Come si costruisce un’alternativa nell’ambito del “Quasi festival. La lezione del 2020”.


Capitalismo, diseguaglianza e instabilità

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La crescita delle diseguaglianze, reddituali, patrimoniali, sociali è talmente evidente ed estesa, fra e nei Paesi, che non mancano analisi e approfondimenti sulla materia. Argomento che dovrebbe essere caro alla sinistra, visto che l’uguaglianza, come già osservava Norberto Bobbio nel suo famoso e fortunato pamphlet degli anni Novanta, è il più importante discrimine tra destra e sinistra. Del resto non occorre citare Marx o l’Engels de La condizione della classe operaia in Inghilterra per mostrare come la diseguaglianza sia un fattore intrinseco alla natura del capitalismo. Ad esempio Keynes, in apertura del 24° e ultimo capitolo della Teoria generale, scrive che «i difetti economici più evidenti della società in cui viviamo sono l’incapacità di assicurare la piena occupazione e la sua arbitraria e iniqua distribuzione della ricchezza e dei redditi».

Nel suo ultimo libro – Ricchi e poveri. Storia della diseguaglianza, Einaudi, 2021 – Pierluigi Ciocca si sofferma sul secondo dei due aspetti, tracciando, con efficaci pennellate, una sintetica storia delle diseguaglianze tra e nei Paesi del mondo attraverso i secoli e i diversi modelli di produzione e di società. Tale percorso non ha seguito sempre un andamento crescente, ma ai giorni nostri è risalita tanto la quota del centile superiore dei redditi (più negli Usa che in Europa), come quella relativa ai patrimoni, mentre la diseguaglianza si è estesa in diverse situazioni anche in Asia (Cina, India, Indonesia, Bangladesh) e in Africa (Ghana, Nigeria, Costa d’Avorio, Kenya), rimanendo elevatissima in America Latina. «Sul fronte della riduzione della povertà si sono compiuti, soprattutto nelle economie avanzate, progressi solo rari e modesti» scrive Ciocca. Ma la situazione è ancora peggiore, se la si guarda nel nostro Paese, come ci hanno ricordato il ventesimo rapporto della Caritas e i diversi articoli di Linda Laura Sabbadini. L’unica modesta diminuzione della povertà assoluta è avvenuta nel 2019 in seguito all’introduzione del reddito di cittadinanza, che dunque bisognerebbe rimpolpare ed estendere e non sottoporre ad assurdi vincoli. Ma, nel complesso, la povertà assoluta nel nostro Paese è raddoppiata dal 2012 e triplicata fra i minori che rappresentano, con un milione e 300mila, la parte della popolazione più colpita dalla miseria.

A livello globale dopo il 1990 la diseguaglianza dei redditi fra i Paesi è diminuita, dopo più di un secolo di incremento, ma questo è dovuto al calo dello scarto di reddito pro-capite di Cina e India rispetto ai paesi a capitalismo maturo. I divari di reddito pro-capite restano comunque elevatissimi. Il Fmi nel 2018 stimava che rispetto a quello degli Stati uniti il reddito pro-capite era il 70% nell’Eurozona, nel Regno unito e nel Giappone, il 46% in Russia, il 30% in Cina, l’11% in India, il 3% in America Latina e al di sotto dell’1% nell’Africa subsahariana.

Nel contempo la diseguaglianza dei redditi nei Paesi è aumentata parecchio, dopo una riduzione dagli inizi del Novecento. Se nei primi anni Ottanta in area Ocse il livello medio del reddito del 10% più agiato era in un rapporto di 7 a 1 rispetto al decile più povero, nel 2010 il rapporto è salito a 9 a 1, con una crescita sensibile delle differenze interne in Cina, in India e in Russia. È cresciuta anche la diseguaglianza dei patrimoni che si situa addirittura al livello di 0,9 dell’indice Gini (quasi il suo massimo) in Olanda, Russia, Usa e persino in Svezia.

Che fare quindi? Ciocca aggredisce, demolendole, le giustificazioni della diseguaglianza, che riassume in tre questioni nodali. In primo luogo confuta la teoria per cui la diseguaglianza non sarebbe un problema dal momento che in un’economia di mercato le retribuzioni non potrebbero che riflettere la domanda del servizio alla produzione, ove la domanda sarebbe legata alla produttività marginale del servizio. In secondo luogo nega che la crescita dell’economia postuli il risparmio, per cui il travaso di risorse dai ricchi ai poveri minerebbe la crescita, rifacendosi a Keynes per il quale l’investimento precede e genera il risparmio, non dipendendo la ricchezza dalla parsimonia dei ricchi, venendo quindi «a cadere una delle principali giustificazioni sociali delle grandi diseguaglianze». In terzo luogo è ridicola la convinzione che le alte remunerazioni renderebbero più efficiente il lavoro dei manager, specialmente quando negli Usa da un rapporto di 20 a 1 si è passati a 354 a 1 rispetto al salario dei dipendenti, senza evitare i rovesci ben noti.

Le diseguaglianze non possono misurarsi solo in dati materiali, come avverte lo stesso Ciocca richiamando i lavori della Commissione guidata da Stiglitz, Sen e Fitoussi che ha criticato il feticcio del Pil, sostenendo la necessità di nuovi indicatori di benessere, con al primo posto la questione ambientale. Argomento su cui gli stessi sono tornati, a fronte delle attuali crisi sanitarie e ambientali, in un recente libro (Stiglitz, Fitoussi, Durand Misurare ciò che conta, Einaudi, 2021). L’importanza della questione del tempo e del suo uso emerge anche dal fatto che negli Usa e persino nella Ue sono in parecchi, quando possono, a non tornare al vecchio lavoro dopo la fase più acuta della pandemia. Ma allora la semplice risposta della crescita non tiene.

Ciocca ha detto che questa non è crescita ma rimbalzo dopo la precipitazione dell’anno scorso. Giusto, ma tutto deve tornare come prima? Hyman Minsky ha insistito sulla instabilità strutturale del capitalismo finanziario. Le stesse politiche di intervento pubblico – scrisse Augusto Graziani nel 1984, chiosando il pensiero dell’economista americano – «invece di rimettere ogni cosa a posto, hanno prodotto il tanto discusso miscuglio di disoccupazione e di inflazione». E qui in effetti siamo. Ma allora si può rispondere a Ciocca, quando mette in discussione la solidità delle alternative fin qui prospettate al capitalismo, che vale la pena di cercare ancora. Lo dimostra proprio la drammaticità della situazione, peggiorata dalla pandemia, descritta dai dati, le cifre e le analisi che l’ex vicedirettore generale della Banca d’Italia ha voluto inserire in questo suo ultimo lavoro.


Flat tax: non è solo questione di soldi

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Si avvicina una nuova tornata elettorale e si torna a parlare di tasse. Non per ricordare agli italiani che la Costituzione ci richiama al «dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale», ma per assicurarci che saremo liberati da ciò che nell’immaginario collettivo si sta affermando come un’angheria.

Messaggio indirizzato soprattutto ai più ricchi che avendo di più sono anche quelli che hanno la sensazione di pagare di più. E poiché a determinare gli importi fiscali è l’aliquota, ossia la percentuale di tassazione, tutti i governi italiani degli ultimi trent’anni si sono prodigati per abbassare le aliquote sui redditi più alti, fino ad arrivare ad oggi che si propone la flat tax, letteralmente tassa piatta (si veda: La flat tax, un’ipoteca sul nostro futuro). Vale a dire aliquota unica, magari del 15%, sia che si guadagni 20mila euro che due milioni di euro l’anno. Unico elemento d’abbattimento il carico familiare, anch’esso però uguale per tutti, per cui il principio alla fine non cambia.

Un principio, quello della flat tax, opposto all’imposta progressiva che spacchetta ciò che guadagniamo in scaglioni applicando a ciascuno di essi aliquote differenziate. Molto basse sui primi gradini per diventare sempre più alte su quelli aggiuntivi. Una gradualità basata sulla constatazione che il reddito risponde a bisogni diversi via via che cresce: le quote più basse non possono essere toccate o devono essere toccate poco perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa le quote che si aggiungono sono accantonate o spese per beni di lusso, per cui possono essere tassate più pesantemente senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma anzi migliorandola perché si arricchiscono di servizi pubblici. Dunque la progressività è un principio fondamentale di equità, che però i sostenitori della flat tax contestano sulla base di due argomentazioni: ostacola la crescita e incentiva l’evasione. Ma è proprio così?

Secondo certe teorie è bene che i soldi rimangano in tasca a chi ne ha molti per avere chi investe invece che consumare. E poiché l’investimento è ritenuto sinonimo di crescita, la conclusione è che la concentrazione fa bene alla collettività. Ma in un articolo apparso il 5 gennaio 2019 sul New York Times, Paul Krugman dimostra che negli Stati Uniti il massimo livello di crescita si è avuto negli anni Sessanta del secolo scorso, quando sopra il milione di dollari (valore di oggi) si pagava una tassa del 70%.

Il fatto è che la crescita è un fenomeno complesso che si avvera solo se si realizzano varie condizioni che stanno in equilibrio fra loro: capitali che investono, ma anche adeguata capacità del sistema di assorbire ciò che viene prodotto; altrimenti i capitali non si indirizzano verso gli investimenti produttivi, ma verso quelli finanziari che, oltre certi limiti, mandano il sistema in tilt come è successo nel 2008. Per questo l’equa distribuzione dei redditi è un importante fattore di stabilizzazione.

Anche rispetto all’idea che le alte aliquote favoriscono l’evasione fiscale, ci sono studi che smentiscono questo luogo comune. Mettendo a confronto i livelli di pressione fiscale con i livelli di economia sommersa esistenti nei vari paesi (dati OCSE e Fondo Monetario Internazionale), Rocco Artifoni dell’associazione Ardep, dimostra che non esiste correlazione automatica fra i due fenomeni perché ci sono Paesi con alta pressione e bassa evasione fiscale e al contrario Stati con bassa pressione e alta evasione fiscale. Ad esempio Francia e Svezia, rispettivamente con pressioni fiscali del 46,2% e 44% del PIL hanno entrambi un tasso di economia sommersa attorno all’11%. Viceversa l’Italia, con una pressione del 42,4% ha un sommerso pari al 22,97% del PIL, in buona compagnia con Messico e Turchia che registrano economie sommerse rispettivamente del 28% e del 27,4% pur avendo pressioni fiscali del 16,2% e del 24,9% del PIL.

Mentre l’effetto positivo della flat tax su crescita ed evasione è tutto da dimostrare, si può dire per certo che impoverisce le casse pubbliche. Nel caso italiano c’è chi parla di 50 miliardi, chi di 15, ma tutti concordano che una perdita ci sarebbe e che sarebbe importante. Del resto già le controriforme attuate dal 1983 al 2017, che hanno ridotto la cumulabilità dei redditi e abbassato l’aliquota più alta dal 72 al 43%, hanno prodotto gravi distorsioni.

Secondo una ricerca di Cadtm su fisco e debito, nel solo 2016 il trattamento fiscale più favorevole rispetto al 1980 ha consentito ai percettori di redditi superiori ai 250.000 euro di trattenere per sé 4,7 miliardi di euro, invece che versarli allo Stato. Una conferma di come un fisco poco progressivo o addirittura piatto contribuisca fortemente ad accrescere le distanze fra i più ricchi e il resto della popolazione. E se non bastasse può essere utile un raffronto storico: nel 1991, quando la controriforma era già in corso, ma non in fase così avanzata come oggi, l’1% delle famiglie più ricche possedeva il 6,2% del patrimonio complessivo detenuto dalle famiglie. Nel 2015, la loro quota la troviamo quasi raddoppiata all’11,7%.

L’assurdo è che mentre in Italia si propone la flat tax, negli Stati Uniti si sta tornando a discutere della necessità di aumentare di nuovo le aliquote sui redditi più alti se non al 91%, come esisteva fino al 1963, almeno al 70%, come era previsto fino al 1981.

La principale esponente di questa istanza è la deputata democratica Alexandra Ocasio-Cortez, che chiama in causa più esigenze compresa quella di garantire maggiori entrate alle casse federali considerato che gli Stati Uniti sono il Paese che in termini assoluti ha il debito pubblico più alto del mondo. Ma più che una questione di soldi, l’onorevole Ocasio-Cortez ne fa un problema di democrazia, di coesione sociale, perfino di felicità. Negli Stati Uniti le disuguaglianze hanno raggiunto livelli da brivido anche grazie a un fisco accomodante: l’1% più ricco ormai detiene il 40% di tutto il patrimonio posseduto dalle famiglie. Una concentrazione di ricchezza che si traduce inevitabilmente in una concentrazione di potere economico e politico. Del resto non c’è bisogno di andare oltre oceano per constatare come ricchi magnati, proprietari di testate televisive e giornalistiche, riescano ad arrivare alle massime cariche dello Stato grazie alle enormi somme investite nelle campagne elettorali, ormai non più definibili competizioni politiche, bensì esercizi di marketing.

Ma le disuguaglianze sono un acido che corrode la società ancora più nel profondo, perché intacca l’anima delle persone. Nel suo volume Why men rebel, il sociologo americano Ted Gurr introduce il concetto di frustrazione da deprivazione relativa” per descrivere quel sentimento di insoddisfazione mista a risentimento che si prova di fronte a chi ha più di noi, non per meriti conquistati sul campo ma in forza di privilegi e posizioni di rendita. E se la rabbia diventa estesa e profonda può sfociare  in vere e proprie proteste che a seconda della piega che prendono possono diventare anche violente. Così le disuguaglianze conducono alla disgregazione sociale anche per la perdita di fiducia che si insinua fra le persone.

Una ricerca condotta nel 2016 da Eric Gould per conto del Fondo Monetario Internazionale conferma: «le disuguaglianze abbassano il sentimento di fiducia verso gli altri, non solo negli Stati Uniti, ma in tutte le economie avanzate». E se la preoccupazione del Fondo è per le ripercussioni che l’abbassamento di fiducia può avere sulla crescita economica, la nostra preoccupazione è per la felicità delle persone, perché senza fiducia non può esistere coesione sociale e senza coesione sociale non può esistere quel senso di solidarietà che permette anche ai più deboli di trovare serenità.

L’articolo è pubblicato anche su “Pressenza”


Rapporto Oxfam – Bene pubblico o ricchezza privata?

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Pubblichiamo l’ultimo Rapporto Oxfam sulle diseguaglianze globali (gennaio 2019) –  In apertura alcuni brani tradotti in italiano. A seguire il testo integrale in inglese.

 

Introduzione

La nostra economia è spaccata in due, con centinaia di milioni di persone che vivono in condizioni di estrema povertà mentre enormi quote di ricchezza vanno a quelli che stanno in cima. Il numero di miliardari è raddoppiato dalla crisi finanziaria e le loro fortune crescono di 2,5 miliardi di dollari al giorno, eppure i super-ricchi e le Corporations pagano aliquote fiscali più basse rispetto ai decenni precedenti. I costi umani – bambini senza insegnanti, cliniche senza farmaci – sono enormi. I servizi privati ​​frammentari puniscono i poveri e privilegiano le élite. Le donne soffrono di più, e sono lasciate a colmare le lacune nei servizi pubblici con molte ore di tempo dedicato alla cura non retribuite. Abbiamo bisogno di trasformare le nostre economie per offrire salute, educazione e altri servizi pubblici universali. Per rendere ciò possibile, le persone e le società più ricche dovrebbero pagare la loro giusta quota di tasse, così da determinare una drastica riduzione del divario tra ricchi e poveri e tra donne e uomini.

 

Mukesh Ambani è al 19 ° posto nella lista dei 2018 miliardari di Forbes ed è l’indiano più ricco. La sua residenza a Mumbai, un imponente edificio di 570 piedi, vale 1 miliardo di dollari ed è la casa privata più costosa del mondo.

Pratima, che vive in una baraccopoli a Patna, nell’India orientale, ha perso entrambi i suoi gemelli a causa dei ritardi e delle scarse risorse per raggiungere la clinica più vicina. Le donne povere come Pratima devono partorire senza un’adeguata assistenza sanitaria, rimanendo vulnerabili alle complicazioni, alla negligenza e alla mortalità neonatale come risultato.

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, è l’uomo più ricco del mondo sulla lista Forbes del 2018, con una fortuna di  112 miliardi di dollari. Il solo 1% della sua ricchezza totale è equivalente a quasi tutto il bilancio sanitario dell’Etiopia, un paese di 105  milioni di persone. Recentemente ha detto che ha deciso di investire la sua fortuna in viaggi spaziali, non sapendo come spendere altrimenti i suoi soldi.

Zay è un addetto al trattamento dei gamberetti in Tailandia. Il gamberetto Zay peels è fornito a grandi rivenditori come supermercati Whole Foods, ora di proprietà della società madre, Amazon. Alla fine di un turno, la stanchezza di Zay si sente: dopo aver sbucciato gamberetti per 12 o 13 ore può lasciarlo quasi immobile. “Stanno usando i lavoratori “, dice Zay, che è fortunato se guadagna più di 15 dollari in un giorno.

 

Il rapporto 2018 ha dimostrato che tra il 1980 e il 2016 il 50% più povero dell’ umanità ha catturato solo 12 centesimi per ogni dollaro di crescita del reddito globale. Al contrario, l’1% superiore ha conquistato 27 centesimi di dollaro.18 La lezione è chiara: per battere la povertà, dobbiamo combattere la disuguaglianza.

 

Il costo umano della disuguaglianza è devastante. Oggi:

•  262 milioni di bambini non potranno andare a scuola.

•  Quasi 10.000 persone moriranno perché non possono accedere alle cure sanitarie.

• Saranno effettuati 16,4 miliardi di ore di lavoro di cura non retribuito, per la maggior parte ad opera di donne in povertà.

 

I governi devono affrontare una scelta rigida oggi – una scelta tra una vita di dignità per tutti i loro cittadini o continua ricchezza estrema per pochi piccoli.

 

Boomtime per i miliardari del mondo

Sono passati 10 anni dalla crisi finanziaria che ha scosso il nostro mondo e causato un’ enorme sofferenza. In quel tempo, le fortune dei più ricchi sono aumentate drammaticamente:

  • Nei 10 anni trascorsi dalla crisi finanziaria, il numero di miliardari ha quasi raddoppiato.
  • La ricchezza dei miliardari del mondo è aumentata di $ 900 miliardi nel passato anno da solo, o $ 2,5 miliardi al giorno. Nel frattempo la ricchezza della metà più povera dell’umanità, 3,8 miliardi di persone, sono diminuite dell’11% .
  • I miliardari ora hanno più ricchezza che mai. Tra il 2017 e 2018, un nuovo miliardario è stato creato ogni due giorni.
  • La ricchezza sta diventando ancora più concentrata – l’anno scorso 26 persone posseduto lo stesso dei 3,8 miliardi di persone che costituiscono i più poveri metà dell’umanità, giù da 43 persone l’anno prima.
  • L’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos, proprietario di Amazon, ha visto il suo aumento di fortuna a $ 112 miliardi. Solo l’1% della sua fortuna è l’equivalente di l’intero bilancio sanitario per l’Etiopia, un paese di 105 milioni di persone.
  • Se tutto il lavoro di cura non retribuito svolto dalle donne in tutto il mondo fosse realizzato da una singola azienda, avrebbe un fatturato annuo di 10 trilioni si dollari- 43 volte quello di Apple.

 

 

Mentre i più ricchi continuano a godere di fortune in forte espansione, godono dei livelli di tasse più bassi  degli ultimi decenni – esattamente come le società che possiedono:

 

  •  Solo 4 centesimi per ogni dollaro di gettito fiscale provengono dalle tasse sulla ricchezza.
  • Nei paesi ricchi, il tasso medio medio delle imposte sul reddito delle persone fisiche è diminuito 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei paesi in via di sviluppo, la media il massimo tasso di imposta sul reddito delle persone fisiche è del 28% .
  • In alcuni paesi come il Brasile e il Regno Unito, il 10% più povero sono ora pagando una percentuale più elevata dei loro redditi in tasse rispetto ai più ricchi 10%.
  • I governi dovrebbero concentrare i loro sforzi sull’aumento di più dal vero benestante per aiutare a combattere la disuguaglianza. Ad esempio, ottenere i più ricchi da pagare solo lo 0,5% di tasse extra sulla loro ricchezza potrebbe raccogliere più denaro di quello costerebbe educare tutti i 262 milioni di bambini fuori dalla scuola e fornire assistenza sanitaria che salverebbe la vita a 3,3 milioni di persone.
  • I super-ricchi nascondono $ 7,6 trilioni di dollari alle autorità fiscali. Le aziende nascondono anche grandi quantità off shore. Insieme questo priva paesi in via di sviluppo di $ 170 miliardi all’anno.

 


Dopo la crescita: il conflitto necessario

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All’epoca d’oro del movimento per la giustizia globale uno degli slogan più diffusi era: «Per un’economia di giustizia». Capitava di leggerlo sugli striscioni esibiti dagli attivisti della Rete Lilliput ma era anche la sintesi di un largo e profondo dibattito sui fondamenti dell’economia e quindi della società. La costruzione di una “economia di giustizia”, naturalmente, implica il ribaltamento degli assetti produttivi, finanziari e politici attuali e tanto osavano pensare gli studiosi e gli attivisti che davano vita a quelle discussioni e a quelle azioni politiche e di piazza che siamo soliti definire, sui media mainstream, “movimento no global”.

Finita quella stagione di grandi ideali e vaste mobilitazioni – anche sotto il braccio violento dei poteri stabiliti – il pensiero economico contemporaneo ha proseguito il suo stanco e uniforme percorso. L’ideologia neoliberale continua a dominare incontrastata nel mondo politico e resta largamente prevalente anche nelle università, dove lo stesso approccio keynesiano è finito in disparte, nonostante la lunga egemonia di cui aveva goduto prima che la prassi mercatista si imponesse (grosso modo all’epoca della “rivoluzione politica” di Reagan e Thatcher).

Per queste ragioni ogni volta che si alza dal mondo degli economisti una voce dissonante, sembra di respirare aria di montagna dopo una lunga permanenza in un ambiente chiuso, sovraffollato e zeppo di fumatori compulsivi.

In questi giorni si tiene a Bruxelles la prima “Post Growth Conference”, organizzata da alcuni gruppi parlamentari ed enti vari con l’obiettivo di mettere in discussione il dogma della crescita (di produzioni, consumi, ricchezze), attorno al quale ruotano sia il neoliberismo classico sia il keynesismo vecchio e nuovo.

Un gruppo di economisti e studiosi ha diffuso in questa occasione un documento-appello rivolto alle istituzioni dell’Unione europea con una serie di richieste legate fra loro da un preciso intento: costruire le premesse necessarie a immaginare un’economia nuova. Ricercatori e professori chiedono di costituire una commissione speciale che studi i possibili scenari del dopo crescita; di utilizzare indicatori alternativi al PIL; di cambiare il Patto di stabilità e crescita verso una logica più sostenibile, sia socialmente che sotto il profilo ambientale; di istituire in ogni paese un ministero della Transizione economica.

Come si vede, si tratta di propositi politicamente inattuali, nel senso che non fanno parte in alcun modo dell’agenda dell’Unione e sono assenti o del tutto marginali (il che, alla fine, è la stessa cosa) anche nei programmi della varie forze politiche, nonostante le premesse indicate dal documento della “Post Growth Conference” siano consolidate e pressoché incontestate: il collasso ambientale in corso, l’impossibilità di mantenere a lungo un’economia della crescita, l’instabilità politica conseguente.

Qual è, allora, il senso dell’appello, che porta in calce numerose firme di studiosi e attivisti noti per essere “alternativi” rispetto all’estabilishment politico e accademico (da Susan George e Serge Latouche a Saskia Sassen, Ann Pettifor, Tim Jackson, David Graeber, Juan Carlos Monedero, tanto per fare qualche nome fra i più conosciuti, in un elenco che include anche l’attuale vice ministro italiano all’istruzione Lorenzo Fioramonti, docente all’Università di Pretoria prima di mettersi in politica)?

Il contributo principale dell’appello è probabilmente d’ordine culturale: conferma che l’area degli economisti non allineati esiste ancora e che si avverte la necessità di ridiscutere tutto, vista la gravità degli eventi in corso e l’incapacità/impossibilità del sistema dominante di farvi fronte: e qui pensiamo ovviamente alle diseguaglianze crescenti sia fra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli Paesi, all’estrazione incontrollata e tendenzialmente illimitata di risorse naturali, alla disoccupazione di massa nel mondo occidentale, alla povertà estrema in molte zone dell’Africa (e non solo), alla drammatica e progressiva perdita di biodiversità… (e si potrebbe naturalmente continuare nell’elenco attingendo alle conoscenze scientifiche, giornalistiche accumulate negli ultimi anni).

Dunque si discute, si propone alle autorità del momento di compiere qualche passo nella direzione giusta, ma su tutto aleggia qualcosa di non-detto, ossia la dimensione politica e conflittuale implicita in un serio progetto di transizione economica. Viviamo in un mondo dominato dall’ideologia del mercato e all’interno di istituzioni modellate nel tempo in modo da essere funzionali al progetto del capitalismo neoliberale, un progetto tanto semplice quanto – nelle intenzioni – totalitario: estendere la logica della crescita, del profitto, del superamento di barriere e controlli all’intera società, possibilmente in tutto il mondo. Se questo è vero, ne consegue una valutazione radicale: non si esce da questo sistema-mondo senza un conflitto, senza combattere interessi fortissimi e consolidati, senza cambiare radicalmente le strutture che tutelano quegli interessi.

Da almeno un trentennio è scomparsa dalla scena politica, almeno in Europa, ciò che chiamavamo sinistra, ossia un progetto di società concepito nell’interesse di chi sta in basso nella piramide sociale, un progetto quindi proteso a privilegiare la dimensione collettiva e solidale della vita pubblica rispetto alla dimensione individuale, la lunga durata, inclusa la protezione del pianeta pensando alle generazioni future, rispetto all’uso immediato a fini di profitto delle risorse disponibili. La sinistra, per varie ragioni, ha finito per accettare e fare proprio il paradigma tipico della destra, in sostanza il modello neoliberale, e si è così liquefatta la possibilità di immaginare collettivamente un modello di società diverso, più equo, più giusto, più lieve. Stiamo pagando ancora le conseguenza di questa bancarotta politica, scolpita nelle pagine di storia dalla famosa risposta di Margaret Thatcher, ormai pensionata, a chi gli chiedeva quale fosse stato il suo maggiore successo politico. La lady di ferro fu lapidaria: «Il New Labour». Ossia l’approdo degli storici avversari socialisti, sotto la gestione di Tony Blair, alla stessa visione della destra liberale: mercato, competizione, deregulation.

Gli economisti e i ricercatori firmatari dell’appello hanno compiuto dunque un atto significativo, portando nei palazzi di Bruxelles la necessità di pensare a un progetto di economia della “post crescita”, un’idea di per sé “scandalosa”, ma è difficile pensare a una trasformazione così radicale che passi attraverso un’autoriforma decisa improvvisamente dall’alto. Le istituzioni dell’Unione europea – destinatarie dell’invito a cambiare rotta – potranno trasformarsi e diventare punti di riferimento di un’economia post crescita solo al termine di un processo di lotta politica e di radicale democratizzazione. Non c’è da farsi illusioni. La moneta comune, per come è stata realizzata; la Banca centrale europea, per i compiti che le sono stati affidati; la Commissione e il Consiglio dei ministri dell’Unione, per il ruolo che hanno, sono i principali ostacoli che ingombrano il cammino dell’ipotetica trasformazione.

In altre parole, è possibile immaginare una società liberata dal giogo della crescita continua solo a patto di ingaggiare un corpo a corpo con la dittatura della finanza e quel sistema istituzionale che per anni ne ha favorito e sorretto il dominio. Per limitarci all’ambito europeo, servirebbe probabilmente un modello istituzionale di tipo federale, con un parlamento democratico e titolare di pieno potere legislativo, una Banca centrale rivoluzionata e messa al servizio di un’economia diversa, con parole d’ordine come equità, diritti, ecologia al posto di quelle correnti. Se mai ci avvicineremo a qualcosa del genere, sarà perché avremo saputo ingaggiare uno scontro politico a tutto campo e perché i cittadini che stanno sotto – al momento senza parola – avranno rivendicato un’economia di giustizia e capace di futuro. Non esistono scorciatoie credibili.