I dati non lasciano dubbi: in Italia i dipendenti pubblici sono troppo pochi

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Da alcuni anni un gruppo di economisti e sociologi di alcune Università italiane sta proponendo un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica Amministrazione. Un documento piuttosto ampio che rende conto del lavoro svolto può essere richiesto all’autore di questo articolo. La necessità di una espansione molto consistente del pubblico impiego è resa palese da una massa crescente di evidenza aneddotica e soprattutto da confronti internazionali. Il documento in questione è in corso di aggiornamento (si veda l’ultimo paragrafo); qui mi limito a riportare i confronti internazionali aggiornati con i dati post-covid disponibili, che confermano pienamente quanto nel testo precedente. I dati citati sono tutti di fonti ufficiali (EUROSTAT, OCDE, BIT, US Census Bureau e UK Office for National Statistics).

I. Dati di base

Tabella 1 – In Italia il numero di addetti al settore pubblico è molto basso come risulta dalla colonna 4.

 

1

2

3

4

5

OCDE, 2020

(UK 2019,
USA 2022)

Occupati totali

(x1000)

Abitanti

(x1000)

Occupati nel Settore pubblico

(x1000)

Colonna 2
diviso
colonna 3

Colonna 3
diviso
colonna 1

(x100)

Germania

41.500

83.196

4.870

17,08

11,73

Spagna

19.774

47.416

3.211

14,77

16,23

Francia

27.728

67.750

6.073

11,16

21,90

UK

32.693

66.840

5.341

12,51

16,34

Grecia

3.928

10.641

766

13,89

23,22

Italia

22.524

59.110

3.403

17,37

15,11

Svezia

5.120

10.416

1.468

7,09

28.67

USA

158.291

333.288

23.173

14,38

14,64

1. I dati sono comunicati all’OCDE dagli uffici statistici nazionali; i paesi dell’Unione Europea aderiscono al sistema EUROSTAT, che stabilisce metodi e classificazioni comuni, il che rende i dati altamente confrontabili. Gli Stati Uniti usano un sistema diverso, per quanto riguarda sia la stratificazione del campione che la assegnazione delle attività ai vari settori economici (NAISC invece che ISIC-4). Il dato per gli USA deve essere quindi considerato solo come ordine di grandezza, e nelle successive tabelle, meno generali, non verrà considerato un confronto con questo paese. Il dato per il Regno Unito è di fonte nazionale, ma dovrebbe essere coerente con quelli europei.

2. Il significato delle differenze fra l’Italia e gli altri paesi non è immediatamente leggibile (lo sarà più avanti). Per chiarezza, e per fare un esempio, se si volesse portare il valore della colonna 4 per l’Italia (17,37 abitanti per addetto al settore pubblico) a quello della Francia (11,16) bisognerebbe assumere 1.894.000 nuovi addetti, il 55,6% dello stock attuale.

3. Il dato della colonna 5 viene spesso citato a suffragio di una presunta maggiore vicinanza dell’Italia ad altri paesi. Ma esso non tiene conto del basso tassi di attività caratteristico dell’Italia, e quindi questa conclusione è impropria. Per chiarezza: qualora in Italia vi fossero solo 1.000.000 di occupati totali e di essi 800.000 fossero occupati nel settore pubblico il rapporto della colonna 5 sarebbe molto alto, ma trarne la conclusione che bisognerebbe ridurre il numero di addetti al settore pubblico sarebbe un grave errore.

4. Come si è detto, il dato degli USA non è direttamente confrontabile; è però interessante notare che nel paese considerato (forse a torto) quello dove il pubblico ha la minima estensione rispetto al privato il settore pubblico ha comunque un numero di abitanti per addetto inferiore a quello dell’Italia.

5. Il dato tedesco è a prima vista incoraggiante. Ma non è così. In Germania il sistema sanitario si basa in buona parte sul rimborso di costi sostenuti da personale e ospedali privati, il che rende i dati poco confrontabili, dato il peso del settore sanità sul totale degli addetti alla produzione di servizi pubblici (il 44,49%: si veda la tabella 2). A titolo di esempio, in Germania i posti-letto in ospedali privati erano nel 2020 389.142, il 59,85% del totale; in Italia erano 76.108, il 38,70% del totale, e in Francia erano 148.977, il 38.50% del totale (dati Eurostat).

6. Più in generale, il dato tedesco suggerisce che il numero di impiegati pubblici è un indicatore di per sé limitato. Un dato paese può decidere di esternalizzare alcune mansioni tradizionalmente pubbliche, il che riduce il numero di addetti ma non necessariamente la qualità dei servizi. Conviene quindi considerare un altro indicatore, e cioè il numero di abitanti per addetto alla produzione di servizi pubblici (compresa l’amministrazione pubblica in senso stretto), siano essi occupati nel settore pubblico o in quello privato. Come vedremo subito, otteniamo indicazioni analoghe.

7. I dati riportati nella tabella sono relativi al 2020, e possono essere stati influenzati dal Covid; anche per questo è più importante la tabella che segue.

Tabella 2 – In Italia anche il numero di addetti totali alla produzione di servizi pubblici è molto basso come risulta dalla colonna 8.

 

1

2

3

4

5

6

7

8

BIT, 2021

(USA 2022,
UK 2019)

D

(x1000)

E

(x1000)

O

(x1000)

P

(x1000)

Q

(x1000)

Totale

DEOPQ

Quota di dipendenti pubblici

(%; col. 3 della tab. 1 diviso col. 6)

Abitanti per addetto alla produzione di servizi pubblici

(settori DEOPQ)

Germania

367

251

3356

2539

5221

11.734

41,5

7,09

Spagna

91

154

1373

1440

1865

4.923

65,2

9,63

Francia

195

213

2298

2166

3884

8.756

69,4

7,73

UK

199

230

2111

3413

4401

10.354

51,6

6,46

Grecia

36

22

383

282

220

943

81,2

11,28

Italia

113

249

1148

1615

1887

5.012

67,9

11,79

Svezia

34

23

409

568

734

1.768

83,0

5,89

USA

1356

766

5792

13853

22066

43.833

52,9

7,60

Le colonne 1-5 riportano gli addetti ai diversi settori che producono servizi pubblici secondo la classificazione ONU/ISIC-4: D= Elettricità e gas, E= Acqua, fognature e gestione rifiuti, O= Pubblica amministrazione, personale della difesa non di leva e addetti alla sicurezza sociale obbligatoria, P= Educazione, Q= Salute umana e attività sociali.

1. La colonna 7 contiene un lieve errore, data la differenza di un anno fra il numeratore e il denominatore, ma ci serve solo per evidenziare come il confronto sugli occupati nel settore pubblico sia di per sé relativamente poco significativo, dato che –come anticipato- la quota che il settore pubblico acquista da quello privato, a parità di classificazione della attività, è molto variabile.

2. Si noti come nella colonna 8 il valore della Germania si allontana da quello dell’Italia, cui era vicino nella tabella 1, come era lecito aspettarsi dato il basso valore che la Germania ha nella colonna 7. Si noti anche come il valore (peraltro indicativo, come detto) degli USA si allontana sensibilmente da quello dell’Italia.

3. L’indicazione di sottodimensionamento dell’Italia appare pienamente confermata. Per fare un esempio analogo a quello relativo alla tabella 1, per ottenere lo stesso rapporto fra abitanti e addetti alla produzione di servizi pubblici totali della Francia (colonna 6) l’Italia dovrebbe assumere 2.635.000 nuovi addetti, il 52% dello stock attuale.

II. Dati di settore

Tabella 3 – Il confronto internazionale è particolarmente preoccupante nei settori Q ed O (Sanità e pubblica amministrazione in senso stretto), come vediamo dalle colonne 2 e 4. I dati di partenza sono quelli della tabella 2 (addetti totali, pubblici e privati).

 

1

2

3

4

 

Abitanti per addetto alla produzione di servizi pubblici

(settori DEOPQ)

Abitanti per addetto alla pubblica amministrazione in senso stretto

(settore O)

Abitanti per addetto alla istruzione

(settore P)

Abitanti per addetto alla sanità

(settore Q)

Germania

7,09

24,79

32,76

15,93

Spagna

9,63

34,53

32,93

25,42

Francia

7,73

29,48

31,28

17,44

UK

6,46

31,66

19,58

15,19

Grecia

11,28

27,78

37,73

48,37

Italia

11,79

51,49

36,66

31,32

Svezia

5,89

25,47

18,33

14,19

USA

7,60

57,54

24,06

15,10

1. Che in Italia la sanità sia sottodimensionata è un luogo comune, che i dati confermano pienamente: un addetto italiano alla sanità deve mediamente servire circa il doppio di utenti rispetto ai suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi.

2. Un altro luogo comune, anche se meno comune, è che in Italia nel settore pubblico ci siano troppi “travet”. I dati non solo non confermano questo luogo comune, lo capovolgono. In Italia ogni addetto alla pubblica amministrazione deve occuparsi in media delle pratiche di più di 50 cittadini, contro i 25-30 dei paesi con cui amiamo confrontarci. L’indicazione è ovvia: la carenza di personale è sicuramente fra le principali cause della ben nota inefficienza della nostra pubblica amministrazione, molto probabilmente la causa principale. Questo dato può anche essere letto come segue: è illusorio pensare di risolvere il ritardo dell’Italia per quanto riguarda l’efficienza della Pubblica Amministrazione senza ricorrere a un massiccio aumento di personale.

Tabella 4 – Quanti addetti aggiuntivi occorrono per reggere il confronto, settore per settore. Nella tabella che segue sono riportati, in cifra assoluta (in migliaia) e in percentuale gli addetti in più che si dovrebbero assumere in Italia per avere lo stesso rapporto fra abitanti e addetti del paese in riga, settore per settore. Anche qui i dati utilizzati sono quelli della tabella 2.

 

1

2

3

4

5

6

 

Pubblica amministrazione in senso stretto

Come colonna 3,
in %

Istruzione

Come colonna 5,
in %

Sanità

Come colonna 7,
in %

Germania

1236

107,70

189

11,72

1824

96,64

Spagna

564

49,11

180

11,14

438

23,23

Francia

857

74,66

275

17,01

1502

79,61

UK

719

62,63

1404

86,93

2004

106,22

Grecia

980

85,35

-48

-2,99

-665

-35,24

Svezia

1173

102,16

1610

99,68

2279

120,75

USA

-121

-10,54

842

52,12

2028

107,45

Questi dati sono un’articolazione di quelli della tabella precedente, e ovviamente ne confermano ed evidenziano il risultato principale: in Italia c’è un ritardo molto grave nei settori della sanità e della Pubblica Amministrazione in senso stretto.

III. Un esercizio contro fattuale sulla disoccupazione

Tabella 5 – La disoccupazione virtuale, 1. Possiamo aspettarci che alla carenza di addetti al settore pubblico in Italia corrisponda una maggiore disoccupazione, e infatti è così (come risulta dalla colonna 1). Più interessante però è la colonna 8: se il numero di abitanti per addetto alla produzione di servizi pubblici fosse lo stesso dell’Italia, gli altri paesi a confronto avrebbero un tasso di disoccupazione superiore al nostro (con l’eccezione della Germania, per i motivi già discussi).

2020

1

2

3

4

5

6

7

8

 

Tasso di disoccupazione (colonna 2 diviso colonna 3 x100)

Disoccupati

(x1000)

Popolazione attiva

(x1000)

Occupati totali

(da tab.1 x1000)

Occupati nel settore pubblico

(da tab.1 x1000)

Occupati nel settore pubblico virtuali

(x1000)

Disoccupati virtuali

(x1000)

Tasso di disoccupazione virtuale

(col.7 / col.3  x100)

Italia

9,3

2.301

24.825

22.524

3.403

3.403

2.301

9,3

Francia

7,9

2.381

30.109

27.728

6.073

3.900

4.554

15,1

Germania

3,6

1.555

43.055

41.500

4.870

4.790

1.635

3,8

UK

5,1

1.760

34.453

32.693

5.341

3.848

3.253

9,4

I dati delle colonne 6, 7 e 8 sono quelli che si avrebbero se il rapporto fra abitanti e dipendenti pubblici fosse lo stesso dell’Italia.

Abbiamo visto che il dato della Germania è distorto. Un’immagine più chiara la otteniamo considerando il numero totale di addetti alla produzione di servizi pubblici, come riportato dalla tabella 6.

Tabella 6 – La disoccupazione virtuale, 2 Come tabella 5 ma considerando il totale degli addetti alla produzione di servizi pubblici.

2021

1

2

3

4

5

6

7

8

 

Tasso di disoccupazione

(colonna 2 diviso colonna 3 x100)

Disoccupati

(x1000)

Popolazione attiva

(x1000)

Occupati totali

(x1000)

Addetti alla produzione di servizi pubblici

(x1000)

Addetti alla produzione di servizi pubblici virtuali

(x1000)

Disoccupati virtuali

(x1000)

Tasso di disocc. virtuale

(x100)

Italia

10.1

2.367

23.516

21.149

5.012

5.012

2367

10.1

Francia

8.0

2.365

29.639

27.274

8.756

5.746

5375

18.1

Germania

3.7

1.536

41.690

40.154

11.734

7.056

6214

14.9

UK

4.4

1.511

34.204

32.693

10.354

5.669

6196

18.1

1. Si noti che i dati della tabella 6 si riferiscono al 2021, e quelli della tabella 5 al 2020.

2. Il maggiore sviluppo della produzione di servizi pubblici nei tre paesi a confronto con l’Italia corrisponde a un minore tasso di disoccupazione. Qualora il numero di abitanti per addetto alla produzione di servizi pubblici fosse lo stesso dell’Italia, il tasso di disoccupazione italiano sarebbe il più basso fra quelli dei quattro paesi a confronto.

3. Non è detto che ridurre la disoccupazione sia oggi in Italia un obbiettivo largamente condiviso (un’elevata disoccupazione tiene basse le retribuzioni e propizia il lavoro nero). Per chi lo condivide, però, i dati suggeriscono che questa riduzione deve essere ottenuta soprattutto operando sulla produzione dei servizi pubblici, e in particolare sull’occupazione pubblica; cercare di ottenere livelli bassi di disoccupazione operando su altri settori vorrebbe dire puntare su un rapporto fra settore privato e settore pubblico anormalmente alto.

IV. E il PNRR?

Tabella 7. Non facciamoci illusioni sul PNRR.

1

2

3

4

Assunzioni previste nel settore pubblico fra il 2022 e il 2026

Assunzioni per sostituzione di personale che lascia il lavoro

Assunzioni aggiuntive

Variazione percentuale dello stock attuale dovuto alle assunzioni aggiuntive

777.000

726.300

44.700

1,13

1. La previsione (coerente con altre fonti) è di fonte Unioncamere, ed è stata effettuata utilizzando il modello econometrico Excelsior (Unioncamere-Anpal; per maggiori dettagli si veda il sito relativo). Esse incorporano esplicitamente le stime degli effetti del PNRR.

2. Si legge sovente che la PA “assumerà nel quinquennio 2022-2026 quasi 800.000 lavoratori”. Ciò è vero, ma come si vede questo corrisponde a un’espansione minuscola del numero di addetti.

V. Conclusioni generali

1. Non esistono allo stato attuale né una tendenza alla riduzione del divario che ci separa dall’Europa più avanzata, né la predisposizione di politiche a ciò finalizzate. Occorre quindi l’elaborazione di un piano straordinario.

2. Nel documento citato all’inizio vengo esaminate le possibili fonti di finanziamento, le modalità di assunzione, le ricadute moltiplicative sull’economia e le possibili reazione dell’opinione pubblica (come risultano da un sondaggio SWG; appaiono assai favorevoli, anche per quanto riguarda le modalità d finanziamento). Si sta cercando di aggiornare tutti questi aspetti, e inoltre di approfondirne uno che a causa della mancanza di risorse del gruppo di ricerca non è stato affrontato in modo adeguato, e cioè l’indicazione almeno di qualche suggerimento su dove è maggiormente necessario assumere.

3. Ad ampliamento di quanto al punto precedente, va sottolineato che le carenze di personale nella pubblica amministrazione hanno effetti deleteri non solo sul benessere dei cittadini, ma anche sull’efficienza del sistema economico nel suo complesso. Il piano straordinario dovrebbe quindi indicare dove e come effettuare le assunzioni tenendo conto di ciò. Commenti e suggerimenti sono molto graditi.


Come uscire dalla crisi? Assumere nella pubblica amministrazione

Autore:

Il totale turn-over nella pubblica amministrazione, assumendo un giovane per ogni dipendente che va in pensione è senz’altro necessario, ma è lungi dall’essere sufficiente. Se si vuole attuare una seria riforma della Pubblica Amministrazione è necessario che l’organico aumenti, e di molto. I nostri studi suggeriscono che un aumento di circa un milione di unità è ragionevole e può essere finanziato agevolmente. Non c’è qui lo spazio per riportare tutti i dati, gli argomenti e le elaborazioni che suffragano questa proposta (già in parte illustrata su queste pagine: https://volerelaluna.it/economie/2018/03/15/una-proposta-per-affrontare-la-crisi-assumere-un-milione-di-addetti-nella-pubblica-amministrazione/); il lettore interessato potrà scaricare un documento più ampio dal sito www.centrostudiargo.it.

Un piano straordinario di assunzioni è necessario in quanto gli occupati nel settore pubblico in Italia sono eccezionalmente pochi se confrontati ai paesi coi quali amiamo confrontarci, come la Francia, la Germania e il Regno Unito; in effetti sono assai più vicini al dato di paesi con cui non amiamo confrontarci, come la Grecia. Consideriamo gli addetti totali, pubblici e privati, nell’insieme dei settori tipicamente pubblici, in cui cioè è prevalente l’occupazione pubblica: la pubblica amministrazione stessa, la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale e la fornitura di gas, acqua ed elettricità. Questi dati sono più significativi di quelli relativi al settore pubblico in senso stretto (che comunque compaiono nel documento citato e danno le stesse indicazioni) in quanto non sono influenzati dai diversi livelli di esternalizzazione. Nel Regno Unito ci sono 155 addetti ogni 1.000 abitanti, in Germania 147, in Francia 134, in Grecia 90 e in Italia 84. Questi dati possono essere letti in modo più drammatico osservando che i tassi di disoccupazione di Francia, Regno Unito e Germania sarebbero molto più alti di quello italiano (che oggi – o meglio, ieri, prima del Covid – è del 10,3%, il più alto fra i quattro) se il rapporto fra numero di abitanti e numero di addetti ai settori tipicamente pubblici fosse lo stesso dell’Italia: il tasso di disoccupazione della Francia passerebbe dall’8,7% al 20,4%, quello del Regno Unito dal 4,8% al 19,1% e quello della Germania dal 3,3% al 15,8%. Il discorso non cambia se si fa riferimento agli addetti amministrativi in senso stretto, quelli troppo spesso ritenuti “travet” poco produttivi. In Germania ce ne sono 35 ogni 1.000 abitanti, in Francia 37 e nel Regno Unito 32; in Italia 20. Appare chiaro allora che il problema della bassa produttività della Pubblica Amministrazione (cioè quanto ciascun addetto “produce”) non è separabile da quello della bassa produzione (cioè quanto la Pubblica Amministrazione nel suo complesso produce).

Che il numero di addetti alla Pubblica Amministrazione sia anormalmente basso è dimostrato anche da altri due dati, molto noti: rispetto alla media dei paesi sviluppati in Italia ci sono pochissimi laureati, ma la percentuale di laureati disoccupati è altissima. Questo paradosso viene di solito disinvoltamente spiegato con l’ipotesi che gli italiani “si laureano nelle materie sbagliate”. Come risulta dai dati, ciò spiega ben poco: il motivo più importante è proprio il sottodimensionamento della Pubblica Amministrazione, che per sua natura in un paese sviluppato occupa un alto numero di laureati, dal momento che è competente per la salute, l’istruzione, l’assistenza sociale e, ovviamente, per l’amministrazione stessa.

Quanto costerebbe assumere un milione di nuovi addetti? Secondo le nostre stime, circa 26,5 miliardi all’anno. Questi possono essere reperiti in vari modi; qui indichiamo quello che a nostro avviso è il più semplice, ed è quello che ha più effetti positivi e meno effetti negativi. Sono comunque plausibili anche altre modalità. La nostra proposta è che si ricorra ad una imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi non sugli immobili). Tale ricchezza è molto elevata (4.445 miliardi, quasi tre volte il PIL di un anno) e molto concentrata, quindi 26,5 miliardi possono essere ottenuti con aliquote molto basse. È importante notare che la trasformazione di 26,5 miliardi di ricchezza (che non fa parte del PIL)in reddito farebbe crescere automaticamente il PIL di circa l’1,7%, e che gli effetti moltiplicativi consentirebbero l’abolizione dell’imposta straordinaria entro pochi anni, probabilmente quattro. Né va dimenticato che l’esborso per i contribuenti sarebbe inferiore al rendimento normale della ricchezza finanziaria, e quindi che lo stock iniziale di capitale non verrebbe ridotto. Infine, questa modalità è anche, a nostro avviso, quella più etica: in un’emergenza è giusto che chi ha di più aiuti chi ha di meno.

Questo per quanto riguarda i benefici. I costi – peraltro molto modesti ‒ sarebbero sopportati quasi esclusivamente dai due decimi più ricchi delle famiglie. Nel nostro scenario-base, quello con aliquota e quota esente più basse (rispettivamente 1% e 100.000€), il 60% meno abbiente della popolazione non pagherebbero nulla, e il settimo e l’ottavo decimo quasi nulla; l’aliquota effettiva, data l’esenzione, sarebbe minore dell’1% anche per il decimo più ricco. Naturalmente operando sulla quota esente e sull’aliquota si possono ottenere diversi scenari: per esempio, con una quota esente di 200.000€ e un’aliquota dell’1,33% sarebbe l’80% delle famiglie a non pagare nulla, e il decimo più ricco pagherebbe poco più dell’1%, mentre, con una quota esente di 300.000€ e un’aliquota dell’1,73% solo il decimo più ricco sarebbe tassato, pagando l’1,16%. La futura disponibilità di dati più aggiornati potrebbe rendere necessario modificare queste cifre, ma solo di molto poco.

Ci sentiamo di affermare che anche molti tra coloro che dovranno sostenere l’onere di questa imposta di solidarietà non sarebbero pregiudizialmente contrari, come risulta da un sondaggio condotto qualche anno fa (scaricabile da https://econpapers.repec.org/paper/ucaucapdv/185.htm) e anche da alcune recenti interviste di qualche arci-miliardario americano. Dopo tutto in tal modo non solo si darebbe un valido contributo alla crescita dell’economia sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, ma si darebbe anche lavoro a un milione di giovani, ora disoccupati o sotto-occupati, e certamente la maggior parte delle famiglie conosce qualcuno di essi. Infine, è bene ricordare che i costi di esazione sarebbero praticamente nulli per lo Stato e del tutto nulli per il contribuente, come già è il caso per l’imposta di bollo.

Dove, come, e chi assumere deve essere oggetto di valutazioni tecniche accurate. Pensiamo però che sia possibile avanzare fin d’ora qualche suggerimento riguardo ai criteri cui ci si dovrebbe attenere. In particolare, bisognerà tenere conto dei costi in aggiunta allo stipendio connessi all’attivazione di un posto di lavoro e dell’offerta potenziale di giovani con qualifiche tali da potere essere facilmente addestrati on the job, e operare su quei settori che offrano le maggiori attivazioni sull’economia nel suo complesso. È evidente che tutto ciò – così come la fissazione dell’aliquota e della quota esente – ha anche un aspetto politico. Tuttavia il nostro è e vuole essere un contributo tecnico. Riteniamo quindi di non doverci occupare di questa problematica.

La proposta qui illustrata è stata elaborata da: Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Francesco Scacciati, Università di Torino; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

 


Lavorare meno è possibile (e utile)

Autore:

Due anni or sono il sindacato inglese, Trade Unions – TUC, ha lanciato la proposta della riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore per quattro giorni alla settimana: «A four-day week with decent pay for all? It’s the future». Nella proposta si sottolineano le parole “for all”, per tutti, spiegando: quando il primo Congresso dei sindacati fu tenuto nel 1868, il lavoratore lavorava mediamente per 62 ore alla settimana, oggi le ore sono 32 se vengono incluse le persone che lavorano a tempo parziale.

Già, ma la distribuzione dell’orario è decisa unilateralmente dagli imprenditori: un uso arbitrario dei tempi di lavoro che, scientemente, crea differenze, diseguaglianze, concorrenza e divisione tra i lavoratori (https://www.tuc.org.uk/blogs/four-day-week-decent-pay-all-it%E2%80%99s-future).

Poco più di un anno fa Frances O’Grady ha impegnato il movimento sindacale a fare campagna per una settimana di quattro giorni. Ha presentato le sue proposte alle associazioni imprenditoriali, al Parlamento e al Governo. Ora Robert Calvert Jumpe e Will Stronge, che fanno parte dell’agenzia di ricerca inglese Autonomy, hanno pubblicato due documenti.

Il primo analizza i costi dell’introduzione della settimana lavorativa di quattro giorni nel settore pubblico in Scozia (https://autonomy.work/portfolio/scottish4day/) partendo da un’analisi dettagliata di costi e produttività dei lavoratori pubblici scozzesi, la regione del Regno Unito dove i dipendenti pubblici sono maggiormente concentrati, e dove quindi il provvedimento avrebbe un peso maggiore. Riportiamo i principali risultati della prima ricerca: una settimana lavorativa di 4 giorni nel settore pubblico scozzese verrebbe a costare fra 1.4 e 2 miliardi di sterline; questa cifra rappresenta il 3% dei salari del settore pubblico (e il 2% della spesa pubblica complessiva della Scozia); queste cifre non tengono conto della riduzione dei costi del sistema sanitario che deriverebbero dall’avere una forza lavoro in migliore salute; questo provvedimento creerebbe da 45.000 a 59.000 nuovi posti di lavoro nel settore; una settimana di lavoro di quattro giorni nel settore pubblico scozzese rappresenterebbe un intervento politico di alto impatto e di basso costo che potrebbe aprire la strada adun migliore bilanciamento fra lavoro e vita per i lavoratori di tutto il Regno Unito.

Il secondo documento (https://autonomy.work/wp-content/uploads/2020/12/2020_DEC01_DATv5.pdf) estende la valutazione a tutto il Regno Unito con alcune considerazioni generali. Ne riportiamo l’abstract:

«In questo lavoro sosteniamo che l’introduzione della settimana lavorativa di 4 giorni senza riduzione di salario potrebbe essere sostenibile per la maggioranza delle aziende del Regno Unito. Nello specifico, utilizzando i dati estratti dal database FAME (ufficio Van Dijk) calcoliamo l’intervallo delle misure di miglioramento dell’efficienza che potremmo aspettarci di vedere applicate in seguito all’introduzione della settimana di quattro giorni.

Il grafico indica il range di redditività media per settore a 32 ore applicate (EBITDA rate è il metodo utilizzato per valutare la redditività di un’azienda confrontando i ricavi lordi con i guadagni), il simbolo del quadrato indica il grado di redditività nello scenario peggiore e il simbolo rotondo quello migliore.
Diventa evidente che la maggioranza delle aziende nella maggior parte dei settori produttivi potrebbero introdurre questa politica. Solo per i primi cinque settori in alto nel grafico (la pubblica amministrazione e la difesa, l’istruzione, la sanità e l’assistenza, i servizi di informazione, amministrazione e comunicazione) lo scenario negativo presenta difficoltà di applicazione della settimana di lavoro di quattro giorni data la forte incidenza della manodopera e delle retribuzioni mediamente più alte.
Nel Regno Unito le riduzioni di orario son state tradizionalmente contrattate dai sindacati. Poiché il settore pubblico è di gran lunga il più sindacalizzato, ci potremmo quindi aspettare che la settimana di quattro giorni possa essere introdotta prima nel settore pubblico e poi in quello privato. Una strategia per cui le riduzioni del tempo di lavoro sono introdotte inizialmente nel settore pubblico riflette l’osservazione di fondo che le ore di lavoro “normali” sono essenzialmente una clausola di eguaglianza e sicurezza sociale. Ci si può aspettare che una settimana di quattro giorni nel settore pubblico possa creare normative e aspettative nel settore privato, che potrebbero agire insieme ad iniziative pionieristiche di imprese private verso la riduzione dell’orario di lavoro in tutta l’economia. Il rapporto di ricerca fa riferimento al progetto della multinazionale Unilever di adottare la settimana di lavoro di quattro giorni in Nuova Zelanda (forse lontano da particolari e rischiosi conflitti sindacali).
Un sondaggio svolto da Survation per conto di Autonomy, per esempio, ha rilevato che il 79% dei capi d’azienda erano “molto aperti” o “decisamente aperti” alla proposta di settimana lavorativa di quattro giorni.
L’analisi presentata in questo lavoro si basa su distribuzioni dei profitti “normali”, in quanto i dati che sono stati usati sono quelli di prima della crisi dovuta al Covid-19. Tuttavia, le modalità di lavoro, per quei lavoratori rimasti in lavori “dalle 9 alle 17”, sono cambiate drammaticamente come risultato della crisi, e questa situazione potrebbe incontrare nel settore privato disponibilità ad accettare cambiamenti.
Questa sommatoria di crisi economica, diffuse perdite di lavoro e un settore privato pronto ad accettare il cambiamento rendono l’introduzione della settimana di quattro giorni una grossa opportunità. Si creerebbero nuovi posti di lavoro, più persone potrebbero godere di un migliore equilibrio fra lavoro e tempo libero, e le condizioni di vita sarebbero migliori. Pensiamo, in conclusione, che una settimana di quattro giorni senza riduzione di paga potrebbe giocare un ruolo centrale nelle politiche economiche e sociali post-Covid».

(traduzione di D. Lovisolo e F. Perini)

Una breve considerazione a questo punto si impone con riferimento all’Italia.

Da decenni gli incentivi e i finanziamenti pubblici per accrescere l’occupazione sottendono il convincimento che meno costa il lavoro più l’occupazione possa crescere. Il risultato è che l’occupazione non è cresciuta mentre le diseguaglianze, anche tra lavoratori, sì. Ogni mese l’Istat presenta il dato sull’andamento della occupazione e della disoccupazione omettendo che nel suo sistema di rilevazione si misura il “tempo” di lavoro con la domanda all’intervistato «hai lavorato più di un’ora la settimana scorsa?». Non sarebbe ora di introdurre incentivi per la riduzione dei tempi di lavoro e una loro equa distribuzione?

C’è un accenno, ma solo un accenno, di questa politica in uno degli ultimi decreti sui cosiddetti “ristori”. Ora si dovrebbe dare avvio a una riconversione ecologica dell’economia, il green new deal. Ma per essere efficace non dovrebbe anche riconvertire stili di vita e consumi? E i tempi di lavoro e di vita dovrebbero invece rimanere come oggi in mano alle decisioni di chi comanda, con il potere di discriminare sul lavoro come sul non lavoro e dividere quelle persone che vivono o cercano di vivere lavorando?

In Europa, anche nel sindacato europeo, la riflessione è aperta. E qui?