Il pianeta in crisi: tempesta perfetta o caos sistemico?

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Iniquità globali

È cosa nota che la seconda metà degli scorsi anni Dieci ha segnato una pesante battuta di arresto sulla strada della lotta contro la fame. E così, anche, non siamo certo i primi a osservare che la guerra in Ucraina è venuta a esacerbare un problema già presente in forma acuta. In modo particolarmente incisivo, per esempio, lo ha fatto il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley: «Conflitti, crisi climatica, Covid 19 e costi crescenti del cibo e dei combustibili avevano già creato una tempesta perfetta – e adesso abbiamo la guerra in Ucraina, ad aggiungere una catastrofe in cima a una catastrofe». D’altro canto, a partire da considerazioni del genere, è forse possibile fare un passo avanti – previa aggiunta di qualche dato circa la situazione venuta a determinarsi negli anni più recenti.

Per farsene un’idea corretta, conviene prendere le mosse dall’osservazione che la pandemia di Covid 19 ha certamente prodotto effetti devastanti ma anch’essa, come emerge con chiarezza dall’ultimo rapporto della Fao sullo stato della sicurezza alimentare, è intervenuta in un quadro che già poteva dirsi sconfortante. A partire dal 2014, infatti, si arrestano i progressi in corso dal 2002, grazie ai quali l’incidenza della popolazione denutrita era scesa dal 13,3 all’8,3%: nel periodo 2014-2019 il dato rimane praticamente stabile a quest’ultimo livello, per poi balzare al 9,9% nel 2020, appunto a causa del SARS-CoV-2. In termini assoluti si tratta di 768 milioni di persone, 118 in più rispetto al 2019 – con un drammatico incremento rispetto al minimo raggiunto nel 2014 (606 milioni) e un inopinato ritorno della situazione al livello di gravità che si registrava nel 2006, quando la cifra e pari a 765 milioni.

La popolazione denutrita è quella il cui abituale consumo di cibo non basta a fornire le energie alimentari necessarie a condurre una normale e sana vita attiva. Se adottiamo un criterio meno restrittivo, e più “fenomenologico”, come nel caso delle rilevazioni condotte sulla base della Food Insecurity Experience Scale, il quadro peggiora ulteriormente. A livello globale, la popolazione in condizioni di insicurezza alimentare “moderata” o “severa” è aumentata dal 22,6% del 2014 al 26,6 del 2019, anche questa volta con un successivo balzo dovuto alla pandemia, che ha portato il valore del 2020 al 30,4%. Così, alla fine del decennio scorso, quasi un terzo della popolazione mondiale non aveva un adeguato accesso al cibo: 2,37 miliardi di persone, il 40% delle quali, 920 milioni, in condizioni di insicurezza alimentare “severa”.

L’impiego di fonti diverse è sempre irto di insidie, ma l’indicazione di un netto peggioramento della situazione emerge con tutta chiarezza anche dal recentissimo Global Report on Food Crises 2022, specificamente dedicato ai paesi e ai territori nei quali l’ampiezza e la gravità delle crisi alimentari eccedono le risorse e le capacità locali, determinando quindi la necessità di una mobilitazione internazionale. Con riferimento a tale universo, formato da 53 paesi o territori, il 2021 ha fatto registrare quasi 193 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta (significa appunto un consumo di cibo insufficiente a evitare stati di denutrizione): 40 milioni in più rispetto al 2020 e quasi il doppio rispetto al 2016 (anno di inizio delle rilevazioni), quando la cifra era pari a 108 milioni. Le condizioni più gravi (di rischio della vita) riguardavano 570 mila persone in quattro paesi (Etiopia, Sudan del Sud, Yemen e Madagascar), quasi 7 volte il numero del 2016. Problemi meno acuti, ma comunque causa di grave stress, erano fronteggiati da altri 236 milioni di persone (84 nel 2016).

La guerra in Ucraina, ma non solo

Tale, dunque, il quadro nel quale la guerra in Ucraina sta introducendo ulteriori, formidabili fattori di aggravamento. E certo è della massima importanza cercare di capire la portata delle conseguenze che essi potranno generare (in diversi scenari), la configurazione delle catene di causa-effetto, i luoghi del mondo e le parti della popolazione mondiale più esposte al loro impatto, e altro ancora dello stesso genere, la cui indagine richiede modelli e strumenti di carattere analitico. Tuttavia, la guerra in atto dallo scorso 24 febbraio e l’insicurezza alimentare presente in tante parti del mondo possono essere messe in rapporto anche secondo una prospettiva di diverso genere, che qui si vuole provare a definire.

Per farlo, bisogna ancora ragionare delle tendenze che si sono manifestate a partire dalla metà degli anni Dieci – in particolare dei loro major drivers, delle cause alle quali soprattutto possono essere ricondotti i passi indietro che sono intervenuti. Dal già citato rapporto della Fao: «Negli ultimi dieci anni, [1] la frequenza e l’intensità dei conflitti, [2] la variabilità del clima e i suoi estremi, [3] i rallentamenti e i crolli dell’attività economica hanno fatto registrare incrementi che hanno minato la sicurezza alimentare e i livelli di nutrimento su scala mondiale». Dunque tre fattori di primaria grandezza (del resto già presenti nel giudizio di Beasley), a proposito dei quali occorre ancora sottolineare: – che, sebbene distinti, operano spesso insieme, con effetti moltiplicativi piuttosto che additivi: i paesi simultaneamente affetti da due o tre driver fanno registrare livelli di denutrizione fino a 12 volte maggiori di quelli dei paesi affetti da uno solo; – che operano con maggiore frequenza nei paesi a reddito basso e medio, e con elevati livelli di diseguaglianza, già in partenza contrassegnati da diffusi fenomeni di insicurezza alimentare e denutrizione; – che i due profili appena indicati tendono a loro volta a sovrapporsi: tra il 2017 e il 2019, circa il 36% dei paesi africani, asiatici, sudamericani e caraibici a reddito basso e medio hanno subito gli effetti congiunti di più di un driver.

Gli stessi tre fattori ricorrono nell’analisi contenuta nel già citato Global Report on Food Crises 2022, che fornisce anche una precisa quantificazione della loro rispettiva incidenza. Con riferimento ai 53 contesti nazionali/regionali presi in considerazione e ai 193 milioni di persone che in essi si trovavano in condizioni di insicurezza alimentare acuta, i conflitti armati costituiscono di gran lunga il fattore di maggior rilievo, con un peso pari al 72% della popolazione, essendo inoltre all’origine delle tre più importanti situazioni di “catastrofe” (Etiopia, Sudan del Sud e Yemen). Gli shock di natura economica, compresi gli aumenti di prezzo fatti registrare dai generi alimentari, spiegano il 16% del dato globale, mentre gli effetti degli eventi atmosferici estremi danno conto del restante 12%, concentrato in 8 paesi africani. Anche in questo caso, per altro, i fenomeni di sovrapposizione, interazione, rafforzamento reciproco sono la regola piuttosto che l’eccezione: i dati appena riportati riflettono le situazioni nelle quali questo o quel fattore è risultato la principale causa della crisi, perlopiù associata ad altre.

Infine, un argomento sostanzialmente assente dalle due fonti finora utilizzate, ma non per questo di minor rilievo, oggetto di un recente tentativo di “modellazione”. Si tratta dei loop causali che vengono a stabilirsi tra cambiamento climatico, insicurezza alimentare e situazioni di collasso dei tessuti sociali. Naturalmente, viene subito in mente il nesso crisi alimentari → conflitti armati o disordini sociali, che a loro volta operano come potentissimi fattori di aggravamento delle prime. Ma le relazioni, in effetti, sono considerevolmente più articolate.

La terza guerra mondiale a pezzi

Anche al netto della sua sommarietà, quello che precede manca di mettere a tema questioni di ovvia importanza. Il riferimento ai paesi a basso reddito lascia appena intravvedere le condizioni di iniquità globale – ovvero i connessi fenomeni “estrattivi” e di “scambio ineguale” – alle quali da ultimo va ricondotta la realtà della denutrizione e dell’insicurezza alimentare. Assenti, in tal modo, risultano gli argomenti di natura propriamente “strutturale”, o “di fondo”, che di certo non si limitano ad “amplificare” gli effetti dei tre fattori presi in considerazione. Tuttavia, proprio il carattere in certo modo “contingente” di questi ultimi (si potrebbe anche dire “evenemenziale”) consente di mettere in primo piano un dato di ampia portata storica.

In breve, si tratta delle generali condizioni di disordine che caratterizzano il quadro delle relazioni globali dalla fine della Guerra Fredda, e che la svolta del secolo, però, ha reso tanto più pesanti. Per accentuare l’argomento, possiamo dire di essere di fronte a uno stato di caos sistemico, legato alla crisi di lungo periodo dell’egemonia statunitense, al tentativo di perpetuarla in chiave di dominio, visibile nel progetto del “nuovo secolo americano”, e al sostanziale fallimento di quest’ultimo sancito dall’esito politico della seconda guerra in Iraq. Da allora, appunto, la conclamata mancanza di un baricentro dell’ordine globale, di certo non colmata dall’espansione della Nato, casomai leggibile come sua espressione, e la moltiplicazione di conflitti su basi più o meno circoscritte. Appunto, secondo la dolorosa intuizione di Papa Bergoglio, «la terza guerra mondiale a pezzi». Sullo sfondo, naturalmente, tutte le incertezze che pesano sulle prospettive del rapporto tra gli Stati Uniti e la Cina, inevitabilmente chiamato a sostenere la costruzione di un nuovo ordine globale degno di questo nome, ma lontanissimo, allo stato degli atti, dal prefigurare un esito del genere.

Ecco, secondo il nesso che qui si vuole cogliere, le condizioni di caos sistemico appena richiamate costituiscono tanto il quadro nel quale la vicenda ucraina, da tempo partecipe del loro darsi, è infine precipitata nella guerra intrapresa dalla Russia, quanto il quadro nel quale è si è verificato il progressivo rafforzamento, anche reciproco, dei driver più direttamente riferibili al peggioramento delle condizioni di sicurezza alimentare “around the world” – conflitti armati, shock economici e disastri ambientali.

Può darsi che la tesi risulti subito abbastanza chiara per quanto riguarda il primo dei tre fattori. Come da sempre mostrano i campi di battaglia dopo che gli eserciti hanno cessato di combattere, la guerra “gronda” disordine – ed è anche, come abbiamo visto, il fattore che più di ogni altro genera fame e denutrizione. E quanto all’ampiezza (essa stessa sistemica) dei danni promessi dalla guerra in Ucraina sul terreno della produzione e della circolazione del cibo, la circostanza può forse essere letta come una sorta di redde rationem dell’incapacità di generare un ordine mondiale degno di questo nome. Tuttavia, in modo meno immediato, ma non per questo meno significativo, la tesi sembra sostenibile anche nel caso degli altri due fattori, e in particolare del terzo, quello di natura ecologica, in verità massicciamente alimentato, al pari dei tanti conflitti in atto sul pianeta, dalle vigenti condizioni di caos sistemico.

La cosa, per così dire, si vede meglio al contrario. Se vi è una materia da affrontare che ha bisogno di un ordine mondiale riconosciuto e plausibile, frutto di una nuova egemonia, o meglio di una nuova forma di egemonia, che subito vien fatto di pensare in termini di cooperazione multilaterale – questa è precisamente la crisi ecologica in corso ormai da più di mezzo secolo. Sempre a contrario, il peso dell’esigenza in questione è visibilissimo negli esiti peggio che deludenti di tutte le Cop che si sono succedute dagli Accordi di Parigi a oggi, e in verità nello stesso impianto di questi ultimi. Paesi chiamati a muoversi “volontaristicamente”, in ordine sparso, privi di vincoli diversi da quelli dettati da ragioni di politica interna, e per la verità anche privi delle necessarie condizioni di affidamento reciproco, hanno prodotto impegni corrispondenti alla metà di quelli necessari – e per di più in larga misura retorici, che neppure sono stati rispettati. Il caos sistemico vigente sul piano delle relazioni globali trova un riscontro singolarmente puntuale nel disordine – nell’assenza di “struttura”, nella normatività introvabile – tanto del processo di formazione quanto delle modalità di negoziazione delle scelte in materia di lotta al Climate Change. E però, come si dice, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i tre decenni che vanno dal 1990 al 2019 non hanno fatto registrare alcun rallentamento nel ritmo di crescita delle emissioni di CO2, con il risultato che la quantità complessiva è risultata maggiore di tutta quella che l’umanità ha consegnato all’atmosfera dalla rivoluzione industriale in poi, dal 1750 al 1990.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, dal sito fuoricollana.it


India: l’onda lunga della guerra in Ucraina

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«La guerra che verrà / non è la prima. Prima / ci sono state altre guerre. / Alla fine dell’ultima / c’erano vincitori e vinti. / Fra i vinti la povera gente / faceva la fame. Fra i vincitori / faceva la fame la povera gente egualmente» (Bertolt Brecht). Quando i venti di guerra hanno cominciato a soffiare sull’Europa, mi si sono affacciati alla memoria questi versi. Oggi, la drammatica eco della guerra divampata in seguito all’invasione russa dell’Ucraina – i cui costi in termini di vite umane mietute sono incalcolabili – risuona molto lontano, giungendo a toccare le vite della “povera gente” che, in tanta parte del pianeta, viene esposta alla minaccia di rinnovati aumenti dei prezzi del cibo. È quanto accade in India, dove si assiste in questi giorni a una crescita dei prezzi di molti alimenti di prima necessità (a partire dall’olio da cucina, quest’ultimo importato in quantità significative dall’Ucraina) che, unita all’aumento del prezzo del gas di petrolio liquefatto da cucina (i cui prezzi sono legati a quello del petrolio), si abbatte pesantemente sulle classi lavoratrici del paese, costringendole a contrarre livelli di consumo alimentare già assai ridotti. La crisi che si profila non è neutrale neppure rispetto all’appartenenza di genere: le quotidiane fatiche addizionali che essa comporta nella sfera del lavoro riproduttivo ricadono infatti in larga misura sulle donne.

Questo scenario appare tanto più preoccupante, se si pensa che si innesta su un trentennio di progettualità di classe di segno neoliberista che, avviata nel paese nel 1991, si è abbattuta impietosamente su un universo del lavoro già gravemente segnato da precarietà e vulnerabilità. Con l’incedere del neoliberismo, l’arrogante pretesa di normalizzare rinnovate traiettorie di informalizzazione del lavoro, volte ad assoggettare sempre più pesantemente il lavoro stesso alla disciplina del mercato nonché ad ostacolarne la progettualità, ha segnato le vite di milioni di donne, uomini e minori. Allo stesso modo, le politiche di taglio e contenimento della spesa pubblica – che hanno visto, inter alia, l’abbandono della logica universale nel sistema di distribuzione pubblica del cibo a prezzi sussidiati, in favore di una logica selettiva – unite alle politiche e pratiche di liberalizzazione e privatizzazione si sono ripercosse pesantemente sull’universo del lavoro indiano. Ciò, benché l’autorappresentazione egemonica del neoliberismo guardasse al “ritiro dello Stato” come a un processo socialmente neutrale. A titolo esemplificativo, vorrei attingere qui brevemente alla mia esperienza di ricerca sul campo, che mi ha portata a esplorare i processi di privatizzazione delle risorse naturali nello Stato dell’Odisha – indubbiamente frutto, più che di un ritrarsi dello Stato, del un suo riorientarsi in favore degli strati sociali dominanti del paese, nonché del capitale internazionale. Il quadro che ne è emerso ha dato conto del modo in cui, dai distretti minerari interni all’Odisha costiera, i costi sociali e ambientali di tali processi sono stati schiacciati spropositatamente sulle fasce sociali più vulnerabili – basti qui pensare ai violenti processi di dislocamento occupazionale, nonché dislocamento fisico, esperiti da centinaia di migliaia di uomini e donne appartenenti alle “classi del lavoro”.

Ritornando allo scenario panindiano, è doveroso ricordare ancora che, a partire dal 2014, gli anni di governo della destra hindu, portatrice di un nazionalismo muscolare e di un’agenda economica neoliberista senza compromessi, hanno visto, inter alia, notevoli arretramenti nell’universo del lavoro, culminati nel periodo buio della pandemia di Covid-19, di cui Tommaso Bobbio ha dato conto in questa sede (https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/19/il-covid-lindia-narendra-modi-tra-immaginario-e-realta/). Basti qui ricordare che il rapporto dell’International Labour Organization Global Wage Report 2020-21: Wages and minimum wages in the time of COVID-19, pubblicato nel 2020, stimava che, in quello stesso anno, i salari già esigui dei lavoratori informali – vale a dire ben oltre il 90% dei lavoratori indiani – avessero subito una decurtazione pari al 22,6%. Non sfugga inoltre che, in uno scenario nazionale storicamente caratterizzato dalla persistenza della questione dell’insicurezza alimentare – con una diffusa difficoltà, fra le famiglie che compongono l’universo del lavoro, a raggiungere l’obiettivo di una dieta bilanciata –, lo spettro della denutrizione in tempi recenti è apparso più minaccioso. Secondo dati FAO, se a partire dal 2004-06 (quando la denutrizione si attestava al 21,7%) in avanti si è assistito a un costante declino del fenomeno, che pur rimaneva preoccupante, dal 2016 tale tendenza è mutata. Più specificamente, se nel 2016-18 la percentuale di persone denutrite era pari a 13,8%, nel 2017-19 essa si è attestata al 14%, sino a toccare, nel 2018-20, il 15,3%, vale a dire oltre duecento milioni di esseri umani. Questi dati non includono il periodo della pandemia, rispetto al quale molti studi danno conto di una gravissima crisi del cibo associata al lockdown nazionale imposto durante la prima ondata di Covid-19 (marzo-maggio 2020), nonché ai lockdown imposti a livello locale durante la seconda ondata pandemica (aprile-maggio 2021). Se, poi, le misure di distribuzione addizionale di cereali poste in atto dal Governo durante la pandemia sono state considerate da più voci non sufficienti rispetto ai bisogni della popolazione, d’altra parte esse non hanno raggiunto – né raggiungono – quella fascia di popolazione che, seppur in stato di bisogno, si ritrova esclusa dal novero dei beneficiari. A fronte di questo scenario, così come notava ancora recentemente Dipa Sinha, studiosa di politiche pubbliche della nutrizione attivamente coinvolta nella “Right to Food Campaign” (una rete di individui e associazioni impegnati nella realizzazione del diritto al cibo in India), si pone con maggior forza la questione del ritorno a un sistema di distribuzione pubblica del cibo a prezzi sussidiati informato da una logica universale. Ciò a maggior ragione, a fronte della presenza di significativi livelli di scorte di cereali nei magazzini pubblici. Tuttavia questa opzione continua a essere sacrificata sull’altare di una razionalità votata al contenimento del disavanzo pubblico.

Ecco, dunque, che le minacce e la realtà di aumenti dei prezzi del cibo portate dai venti della guerra che oggi si combatte in Europa appaiono assai sinistre in India, così come nei paesi del Sud del mondo che a tutt’oggi si confrontano con la questione dell’insicurezza alimentare, soprattutto se le si guarda attraverso gli occhi dei working poor (peraltro ben presenti, questi ultimi, anche nei paesi a capitalismo avanzato). Ciò va a intersecarsi con il pericolo di attività speculative nei mercati dei futures collegati a materie prime alimentari, che possono essere foriere di aumenti dei prezzi delle stesse (uno scenario con cui abbiamo già dovuto confrontarci pesantemente nel 2007-08, quando la speculazione finanziaria nei mercati del cibo aveva concorso a generare una crisi alimentare di gravi proporzioni, in specie nei paesi in via di sviluppo).

A fronte di questo scenario oggi, più che mai nel mondo, vi è bisogno di costruire una pace solida e duratura, il che richiede, ritengo, di prendere le distanze da qualsiasi logica imperialista e nazionalista e, al contempo, vi è bisogno di liberare milioni di persone che popolano l’universo del lavoro da povertà e deprivazioni, riconoscendo nuova centralità al tema della giustizia sociale.


Pornografia della povertà: sette motivi per dire NO

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In questo periodo natalizio e di lockdown siamo continuamente bombardati da spot “umanitari”. Spesso però le ONLUS, per colpire lo spettatore, utilizzano immagini di pietismo e orrore, di persone, in particolare di bambini, in condizioni molto gravi. Queste immagini suscitano in noi dei sentimenti molto forti e… danno un risultato migliore nella raccolta fondi. Deborah Small e Nicole Verrocchi dell’Università della Pennsylvania hanno dimostrato che le emozioni negative attivano una maggior predisposizione a donare e quindi sono più efficaci nel chiedere e ottenere soldi (il termine inglese crowdfunding è più elegante).


Media delle donazioni in base alle espressioni facciali delle immagini
(Small e Verrocchi, 2009)

Molte organizzazioni approfittano di questo aspetto e utilizzano spesso immagini che potremmo definire poco etiche e morali.
 Ci sono dentro quasi tutte: da Save the Children (la più spregiudicata a mio giudizio) a Medici Senza Frontiere, senza escludere Emergency e nemmeno l’istituzionale UNICEF.

Questo tipo di immagini sono state definite «pornografia della povertà» o «pornografia dello sviluppo». Secondo Matt Collin con questo termine si intende «qualsiasi tipo di media, sia in forma scritta, fotografia o filmato, che sfrutta le condizioni dei poveri, al fine di generare la simpatia necessaria tra il pubblico per vendere più giornali, aumentare le donazioni o il sostegno a una data causa. La pornografia della povertà è tipicamente associata a persone di colore, di solito africani poveri e bambini, immagini o descrizioni di persone che soffrono, sono malnutrite o impotenti. Lo stereotipo della pornografia della povertà è il bambino africano con pancia gonfia, lo sguardo fisso verso la telecamera, in attesa di essere salvato».

Non riporto qui, per coerenza, quelle immagini che, peraltro, sono agevolmente rintracciabili sui siti delle organizzazioni citate. Vi invito a guardarle e forse vi convincerete che questo tipo di campagne pubblicitarie vanno rifiutate e denunciate. Vi offro sette motivi (almeno) per farlo.

  1. Viene violata la Carta di Treviso, un protocollo approvato nel 1990 dall’Ordine dei Giornalisti, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dal Telefono Azzurro, che nell’aggiornamento del 1995 afferma che «nel caso di bambini malati, feriti o disabili, occorre porre particolare attenzione nella diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che, in nome di un sentimento pietoso, si arrivi ad un sensazionalismo che finisce per divenire sfruttamento della persona».
  2. Vengono violate le Linee guida per la Raccolta dei fondi (maggio 2010) prodotte dall’Agenzia per il Terzo Settore in cui si afferma che «nei materiali promozionali finalizzati alla raccolta di fondi, le organizzazioni devono […] evitare l’uso di immagini e testi lesivi della dignità della persona, che potrebbero offendere anche solo una parte dei destinatari, […] e discriminatori o denigratori in riferimento a razza, sesso, età, religione […]. Prudenza e attenzione nei casi di utilizzo di immagini forti e potenzialmente scioccanti».
  3. La violazione di pronunciamenti simili sarebbe lunga, ma bastano questi due esempi per condannare l’uso delle foto e dei video veicolati da molte ONLUS. Si spera, ma non è certo, che ci sia stato un consenso informato da parte dei genitori in ottemperanza alla privacy. Soprattutto bisognerebbe verificare se gli esercenti la potestà genitoriali dei minori esibiti avessero dato il nulla osta in piena consapevolezza e senza condizionamenti ambientali. Difficile crederlo.
  4. Probabilmente se le immagini riguardassero un bambino bianco le regole etiche verrebbero maggiormente rispettate. Invece il bambino dalla pelle nera viene visto e catalogato con criteri culturali ben radicati, che risalgono al colonialismo e al razzismo diffuso e che inducono automaticamente la nostra mente all’equazione: Africa vuol dire tutti poveri e disgraziati. Queste immagini consolidano quindi uno stereotipo invece di abbattere le barriere che si sono innalzate.
  5. La continua somministrazione di queste immagini rischia al contrario di creare assuefazione (se non un vero e proprio rifiuto). Constatare che la situazione non è cambiata in così tanti anni può far pensare che gli aiuti non arrivino e che le ONLUS non servano a nulla. Il blog Africa is a Country si occupa proprio del fatto che queste immagini non siano di aiuto all’eliminazione della povertà, anzi, la pornografia della povertà non farebbe altro che rafforzare uno stato di apatia nei paesi occidentali.
  6. La corsa al video o all’immagine più sensazionalistica corrisponde esattamente alla logica del sistema pubblicitario di una società di mercato. Nel 2015 Mazzola e Trovato, con un memorabile editoriale sulla rivista Africa, criticarono ferocemente Save the Children per aver diffuso il video di un bambino denutrito (John, di due anni). Alle loro critiche l’ONLUS rispose che «lo spot ci ha consentito di acquisire più di 14.000 donatori regolari». Il fine giustifica i mezzi? Certo, se si entra nella logica di ottenere più soldi possibili in una società caratterizzata dal “capitalismo compassionevole”.
  7. Per dovere di rendicontazione verso i propri finanziatori molte ONLUS si prendono meriti dei progressi fatti, anche se marginali. Le loro campagne consolidano nell’opinione pubblica la convinzione che gli aiuti umanitari abbiano un ruolo centrale nella sopravvivenza del Terzo mondo e quindi che i paesi poveri dipendano proprio da queste sottoscrizioni caritatevoli. È un’idea fuorviante, sappiamo che non è così: altri sono i dati di fatto. Ad esempio il fatto che l’1% della popolazione mondiale possieda il 50% della ricchezza; il fatto che le spese militari, oltre a essere un pozzo senza fondo, contribuiscano a morte, devastazione, migrazioni e povertà; il fatto che il saccheggio ambientale provochi desertificazione dei territori e morte per fame. Ebbene, sono questi i fatti che dovrebbero spingere l’opinione pubblica verso una diversa presa di coscienza, la richiesta presso i propri governi di cambiamenti radicali, in altre parole spingere tutte e tutti verso una mobilitazione politica contro la guerra, in difesa dell’ambiente e per un’ equa redistribuzione della ricchezza.

 

Bibliografia

* AFRICA IS A COUNTRY (blog): africasacountry.com

* Agenzia per le Onlus, Linee Guida per la Raccolta dei Fondi, maggio 2010, p. 24

* Francesca Brunello, La fotografia nelle attività delle Onlus, Tesi in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali (Università Ca’ Foscari di Venezia, Anno Accademico 2016-2017)

* CARTA DI TREVISO in: http://www.odg.it/content/da‐oggi-°‐%C3%A8‐vigore-il-testo-unico-dei-doveri-del-giornalista

* Matt Collin, What is ‘poverty porn’ and why does it matter for development?, in Aid Thoughts, luglio 2009

* Pier Maria Mazzola, Marco Trovato, Fame di spot, editoriale Africa, n. 3, 28 aprile 2015

* Deborah Small, Nicole VerroCchi, The face of Need: Facial Emotion. Expression on Charity Advertisement, in Journal of Marketing Research, vol. XLVI, dicembre 2009