Da Bussoleno al carcere di Aix-Luynes sulle tracce di Emilio

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«Dal piccolo paese di Bussoleno (valle di Susa) al carcere di Aix-Luynes ci sono di mezzo più di 300 km oltre alle montagne, al di là del confine tra Claviere e Monginevro. Un viaggio lungo una notte intera per arrivare all’appuntamento, primo colloquio con Emilio Scalzo che era stato fissato alle 7.30 di mattina del 12 gennaio. Era da 45 giorni che Marinella, la moglie aspettava questo colloquio». Inizia così il racconto di Gabriel postato sulla pagina di Facebook del nuovo “Comitato Emilio Libero” nato il 6 gennaio 2022, durante una partecipata assemblea fra mascherine e distanziamento. Si sentiva la necessità di avere uno strumento che racchiudesse le tante anime e iniziative per continuare a svolgere in modo ancora più incisivo un’azione forte per far conoscere e contrastare quella che si sta dimostrando una vera e propria persecuzione giudiziaria nei confronti di Emilio Scalzo (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/09/17/un-pericoloso-criminale/). Ancora una volta diventa fondamentale mantenere alta l’attenzione su quello che avviene nelle carceri.

Emilio è in arresto “preventivo”, ma le modalità della reclusione sono pesanti e, come spesso succede, la “pena” (prima ancora di una eventuale condanna) si abbatte anche sui famigliari costretti a viaggi incredibili, a sostenere spese, a districarsi in labirinti burocratici infiniti. Il colloquio in carcere alle 7,30 del mattino, per un’ora, non era esattamente favorire i rapporti con i famigliari. Ma il movimento sa essere solidale e farsi carico di queste situazioni e nessuno viene lasciato solo. Vengono organizzate due auto per il viaggio, la partenza alle due di notte per attraversare il colle del Monginevro e via verso il sud della Francia. Poi capita che una serie di cose, tutte positive e anche abbastanza originali, a un certo punto alleggeriscano la storia. Alle elezioni del presidente della Repubblica, gennaio scorso, per ben due volte il nome di Emilio viene letto in aula: non senza imbarazzo quando viene chiesto «ma chi è?» e sottovoce viene detto «un no Tav». Tuttavia, nonostante questo prestigioso riconoscimento, Emilio rimane in carcere.

Il percorso di vita di Emilio Scalzo è stato più volte raccontato (https://volerelaluna.it/tav/2020/12/09/a-testa-alta-dalla-sicilia-alla-val-susa/). Una vita specchiata nella quale ha saputo dimostrare con i fatti quanto non gli interessassero i facili guadagni, le scorciatoie, quello che lui chiama “la via dell’aceto”. Invece di alzarsi tutti i giorni alle quattro del mattino per rifornirsi al mercato del pesce e poi sui mercati della valle, avrebbe potuto seguire altre strade. Una famiglia complicata la sua. «Non avevo concezione di politica. Il mio obiettivo era semplicemente star fuori dai casini dei miei fratelli e combattere la malavita per come potevo, senza comunque abbandonarli al loro destino». Non poteva sgarrare, consapevole del suo cognome pesante. Pare sia il destino di Emilio quello di dover dimostrare molto di più degli altri perché eternamente monitorato. È successo anche la prima volta che è stato arrestato per pochi giorni il 15 settembre 2021. Appena arrivato al transito, Emilio ha raccontato di aver ricevuto una tazza di caffè offerto dalle sezioni vicine. Fra i detenuti c’era chi si ricordava dei suoi fratelli. Emilio aveva ringraziato, ma non aveva accettato, regalando la bevanda al vicino di cella. La detenzione era stata di pochi giorni, poi gli arresti domiciliari, interrotti il 1 dicembre, quando un vero blitz lo ha “catturato” per poi tradurlo in Francia (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/02/troppa-solidarieta-per-emilio-deve-tornare-in-carcere/).

A febbraio, dunque, il “Comitato Emilio Libero” decide di organizzare un gita fuori porta, un presidio davanti alla maison d’arrêt. Il viaggio è impegnativo, una vera sfacchinata, il rischio di contagi ancora presente. Tuttavia si fa uno sforzo e in pochi giorni si riempie un primo pullman, poi un secondo. A cascata si aggiungono molte auto. L’appuntamento è per sabato 12 febbraio a Aix Luynes. Nella stessa giornata ci sarà anche un presidio a Milano davanti al consolato francese molto partecipato: la “Banda degli Ottoni a Scoppio” richiamerà attenzione.

Inaspettata, il venerdì pomeriggio mentre i preparativi della partenza fervono, arriva la notizia della scarcerazione. Che si fa? Il tam tam parte subito e poco dopo arriva la risposta: si va lo stesso, è l’occasione per salutarlo, il programma è confermato. Davanti al carcere in una giornata primaverile sventolano le bandiere no Tav, musica e saluti a chi è rimasto dietro le sbarre. Sarà la prima cosa che dirà Emilio quando un abbraccio totale dei valsusini lo risucchierà letteralmente: «Mi sono sentito in colpa ad uscire, ho lasciato un pezzo di nuova famiglia. Mi son sentito privilegiato». Esce con una forte sciatica, la cella piccolissima non permetteva movimenti, il letto era una branda. È dolorante ma ovviamente felice. Niente lo ferma e ai francesi che lo incontrano e che lo intervistano parla con sicurezza in un francese che ricorda Peppino e Totò a Milano: «Noio volevan savoire». Gesticola ancora di più, ma si fa capire. La sua umanità supera tutto. Gli hanno portato i biscotti no Tav con la scritta “Emilio Libero”, ma lui precisa: «Io sono sempre stato libero anche là dentro. È una questione di testa non vi preoccupate per me».

Il vizio di forma che gli avvocati hanno individuato consiste nel non aver invitato Emilio, del quale era ben nota la residenza, a recarsi presso il Tribunale di Gap per essere sottoposto a interrogatorio. La Corte di appello di Grenoble ha pertanto dichiarato nullo il mandato di arresto europeo. Così Emilio è stato scarcerato ma, visto il procedimento pendente, gli è stata comminata la misura dell’obbligo di dimora e di firma una volta alla settimana presso la gendarmeria di Lancon de Provence. Potrà muoversi in tutto il dipartimento delle Bocche del Rodano. Grazie alla preziosa disponibilità di un consigliere regionale, Daniel Marcotte, avrà a disposizione una casa tutta per lui e una bicicletta che la sua famiglia gli porterà.


Di nuovo il delitto di solidarietà

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Martedì 23 febbraio all’alba la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione di Lorena Fornasir e di Gian Andrea Franchi, che è anche sede dell’associazione Linea d’Ombra ODV (Linea d’Ombra), sequestrando telefoni personali e computer, oltre ai libri contabili dell’associazione e a diversi altri materiali, alla ricerca di prove a sostegno di un’imputazione di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Lorena e Gian Andrea sono noti per le azioni di solidarietà con i migranti della rotta balcanica a Trieste. Lorena, in particolare, è l’autrice del Manifesto Un ponte di corpi che convoca donne e uomini per chiedere l’apertura delle frontiere: il 6 marzo “Un ponte di corpi” attraverserà l’Italia dal sud al nord mentre alcune donne si incontreranno sul confine più violento, quello della Croazia, per gridare contro le violenze e i respingimenti di cui sono vittime ogni giorno donne e uomini della rotta balcanica (https://comune-info.net/un-ponte-di-corpi/).

L’irruzione, la perquisizione e il sequestro sono evidentemente strumentali e hanno il solo scopo di colpire la solidarietà, ancora una volta trasformata in delitto.

La cosa assume oggi un ulteriore aspetto di gravità: non solo accade nel momento in cui sono venute alla luce alcune delle modalità illegali di respingimento usate dalle forze di polizia sul confine italo-sloveno (https://volerelaluna.it/migrazioni/2021/01/26/come-litalia-cancella-il-diritto-di-asilo/) ma rappresenta il biglietto da visita delle politiche migratorie al tempo del governo Draghi.

Anche per questo sono necessarie la denuncia e la mobilitazione.

IMPORTANTE: È stata organizzata una mailing list per mettere in contatto le persone e le realtà solidali a Linea d’Ombra che si sono sollevate in tutta la penisola e oltre. Il link è https://groups.google.com/g/ldo-solidali.


Pescatore di Sciacca

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La giurisdizione alla prova del caso Riace

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Le molte questioni aperte, anche sul versante giudiziario, dall’arresto di Mimmo Lucano rendono opportuno, dopo le prime considerazioni a caldo, un supplemento di riflessione.

I commenti degli opinion makers dei grandi giornali di informazione, come sempre, si barcamenano, dando atto a Lucano di “avere agito a fin di bene” e senza alcun interesse personale ma subito aggiungendo che le forzature da lui commesse sono inaccettabili e che l’intervento della magistratura era doveroso e inevitabile: «Nessun imbroglio, però regole violate. Questo è un punto fermo, un punto intorno al quale non ci sono spazi per discutere né piccoli né grandi. E non si può un giorno osannare la magistratura quando ha nel mirino Salvini e il giorno dopo demonizzarla quando il bersaglio è un personaggio come Lucano» (A. Bolzoni, Il sindaco e i confini della legge, La Repubblica, 3 ottobre); «C’è qualcosa di commovente in Mimmo Lucano, sindaco di Riace, che imbroglia le carte per salvare una prostituta nigeriana e offrirle un domani. Ma se, come diceva Lucano, l’idea personale di giustizia superasse l’idea collettiva di legge, avremmo sessanta milioni di codici penali in più e una democrazia in meno» (M. Feltri, L’errore di Antigone, La Stampa, 4 ottobre); «L’idea di fondo che ha mosso Lucano è molto difficile da contestare in buona fede. La strada assai vitale imboccata dal sindaco di Riace, però, sembra virare a un certo punto verso un’altra direzione, creando nel tempo una specie di repubblica autonoma sulle montagne calabresi. Del sindaco le carte mostrano, accanto a un grado quasi insostenibile di naïveté, una disinvoltura amministrativa spinta ben al di là dei fardelli penali. Il gip ha scagionato da altre e più gravi accuse (concussione, associazione per delinquere, truffa) il sindaco con parole che però ne velerebbero il profilo di amministratore quand’anche nelle prossime ore fosse revocata o alleggerita la misura cautelare» (G. Buccini, La triste storia di Riace che rende tutti più deboli, Corriere della Sera, 4 ottobre). Non diverso il commento di M. Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 3 ottobre (I gonzi di Riace): «Domenico Lucano è un fuorilegge onesto. Ma ha violato la legge sull’immigrazione. E i magistrati non solo potevano, ma dovevano far rispettare la legge: guai se qualcuno, tanto più se è il primo cittadino, fosse autorizzato a calpestarle». La strada è tracciata ed è un ghiotto assist per il ministro dell’interno Salvini, che invoca la par condicio con quanto accaduto in occasione dei suoi attacchi ai magistrati nella vicenda della nave Diciotti e si scopre difensore della magistratura sollecitando interventi dell’Anm e del presidente della Repubblica in difesa dei pubblici ministeri di Locri, a suo dire intimiditi dalle manifestazioni di solidarietà per Lucano.

È un approccio apparentemente equilibrato e di buon senso ma, a ben guardare, profondamente sbagliato che fa torto alla realtà, contribuisce a delegittimare l’esperienza di Riace e propone un modello inadeguato di rapporto tra opinione pubblica e magistratura (avallando l’idea che ogni critica all’operato di pubblici ministeri e/o giudici è un attacco all’indipendente esercizio della giurisdizione, assimilabile a quelli di chi pretende l’impunità per sé e per i suoi amici).

Partiamo dai fatti. Mimmo Lucano ha commesso forzature amministrative e contabili e violazioni della legalità formale. È vero. Lo ha fatto – non di nascosto (come in molti vanno dicendo) ma alla luce del sole e finanche rivendicandolo ‒ in risposta a ottusità burocratiche, a provvedimenti amministrativi opinabili in tema di soggiorno, a clamorosi ritardi nei pagamenti dovuti dallo Stato (ritardi che integrano ‒ essi sì, anche se nessun commentatore lo dice ‒ una ingiustificata violazione della legge e dei più elementari doveri di correttezza amministrativa). E tuttavia lo ha fatto. Nessuno lo contesta. Ma di qui ad affermare che l’iniziativa della Procura di Locri è un semplice e doveroso esercizio dell’azione penale e che criticarla o manifestare solidarietà a Lucano è inaccettabile e scorretto (magari facendo impropri paragoni con altre iniziative del presente o del passato) ce ne corre.

Indicarne le ragioni è importante per la lettura della vicenda specifica. Non solo, ma può aiutare a mettere ordine nella grammatica istituzionale e ad aprire un confronto rigoroso sulle regole, che se valgono per tutti, sono particolarmente stringenti per i magistrati, la cui legittimazione è legata al loro rigoroso rispetto e la cui indipendenza ha il necessario contraltare nell’esposizione alla critica (puntuale e argomentata) delle iniziative e dei provvedimenti giudiziari.

Primo. L’esercizio dell’azione penale è obbligatorio in presenza di reati (fermo che non tutte le violazioni di legge lo sono) e le imputazioni formulate devono essere suffragate da un fumus di fondatezza. Orbene, nel caso specifico è a dir poco incerto se gli strappi del sindaco Lucano restino nella sfera della discrezionalità amministrativa, integrino illeciti amministrativi e/o irregolarità contabili ovvero sconfinino nella rilevanza penale. Il dubbio fa, dunque, da sfondo all’intera vicenda ma non ne costituisce il punto critico. All’inizio delle indagini, infatti, il dubbio è la regola e in un caso come questo – aggiungo – sarebbe benvenuto anche il dibattimento. Nell’interesse di Lucano (che potrebbe discutere pubblicamente, e contestualizzare, i fatti e le loro motivazioni) e della società intera, come accade in tutti i processi che coinvolgono valori e principi, legge e giustizia, solidarietà e “ordine” (sulla scia, per limitarsi alla nostra storia repubblicana, di quelli a carico di Danilo Dolci, di don Milani, dei responsabili dell’Isolotto o, da ultimo, di Marco Cappato). Ad essere inaccettabili e fuori dalle regole del giusto processo è altro. In particolare, alcune delle contestazioni mosse a Lucano, a cominciare dalla prima: quella di avere costituito, insieme ai suoi più stretti collaboratori, un’associazione «allo scopo di commettere un numero indeterminato di delitti (contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio)» orientando i progetti di accoglienza finanziati dallo Stato «verso il soddisfacimento di indebiti e illeciti interessi patrimoniali privati». Le parole sono pietre e l’imputazione così formulata criminalizza il sistema di accoglienza costruito da Lucano in quanto tale (e non eventuali reati commessi nel corso di un attività amministrativa complessivamente corretta). È il modello Riace che diventa un delitto, con un teorema non sorretto dall’indicazione di elementi probatori coerenti, respinto dal giudice per le indagini preliminari, smentito da una storia ventennale sotto gli occhi di tutti. Il filo logico che sostiene l’operazione è evidente: non la qualificazione giuridica più corretta ma quella più idonea a stigmatizzare la ritenuta gravità del fatto. Non è certo la prima volta che ciò accade (da Torino a Catania) ma la cosa, lungi dall’essere una giustificazione, rende ancor più necessaria una presa di distanza critica.

Secondo. Lucano non è stato semplicemente sottoposto a processo. È stato arrestato, e non è la stessa cosa. Se l’esercizio dell’azione penale è (ricorrendone i presupposti) obbligatorio, non altrettanto è a dirsi per le modalità, che lo caratterizzano, per lo più discrezionali, cioè legate a scelte di pubblici ministeri e giudici (ovviamente all’interno dei parametri fissati dalle leggi sostanziali e processuali). Ciò vale, in particolare, per le misure cautelari che possono essere applicate solo in presenza di specifiche e motivate esigenze cautelari (articolo 274 codice procedura penale) e che devono essere commisurate all’entità del fatto (articolo 275, comma 2). Non solo ma la misura della custodia cautelare «non può essere disposta se il giudice ritiene che, in caso di condanna, possa essere disposta la sospensione condizionale della pena» (articolo 275, comma 2 bis). Orbene, nel caso di Lucano, il giudice per le indagini preliminari ha motivato l’arresto evocando un rischio di commissione di reati legato esclusivamente al suo ruolo di sindaco, non ha spiegato perché quel rischio non possa essere fronteggiato con una misura meno afflittive ed ha concluso affermando che può “tranquillamente escludersi”, in caso di condanna, la concessione della sospensione condizionale della pena (quando chiunque sia entrato anche un sola una volta in un tribunale sa che, consentendolo l’entità della pena, la sospensione condizionale è una certezza per un imputato incensurato e che non ha agito per personale tornaconto). In queste condizioni sottolineare il carattere meramente apparente della motivazione e la mancanza dei presupposti per la misura non è un attacco al giudice ma un legittimo (e, anzi, doveroso) esercizio del diritto di critica. Superfluo aggiungere che l’arresto di Lucano (come di qualunque altro) non è una variabile secondaria del processo: per la sofferenza inflitta all’imputato, per l’immagine consegnata all’opinione pubblica, per la conseguente immediata sospensione dalla carica di sindaco (con le evidenti conseguenze sull’andamento del progetto Riace, in gran parte legato alla sua personalità). Anche in questo caso non consola il fatto che si tratti di una prassi giudiziaria assai diffusa, da Nord a Sud: basti guardare ai processi per fatti legati al conflitto sociale in cui le misure cautelari sembrano essere la regola.

Terzo. L’obbligatorietà dell’azione penale è una cosa troppo seria per essere usata come spiegazione a prescindere. Obbligatorietà significa, come risulta chiaramente dal dibattito in sede costituente, assenza di filtri politici tra la notizia di reato e il suo perseguimento, non anche – non lo è mai stato e non può esserlo – eguale impiego di mezzi e risorse per tutti i processi. La cosa è tanto evidente che molti uffici di Procura si sono dati dei criteri di priorità per la trattazione degli affari, ritenuti legittimi e approvati dal Consiglio superiore della magistratura. Orbene nel caso specifico – secondo le dichiarazioni del pubblico ministero – l’attività del sindaco di Riace è stata monitorata e scandagliata dalla Procura di Locri e dalla Guardia di finanza per oltre un anno e mezzo e facendo ricorso a prolungate intercettazioni telefoniche. Nessun dubbio sulla legittimità della scelta, ma, appunto perché di scelta si tratta, non è un fuor d’opera chiedersi se in terra di ‘ndrangheta e in una regione in cui le condanne per corruzione si contano sulle dita di una o due mani, la vicenda di Riace meritasse il primo posto (o quasi) nelle priorità dell’ufficio.

Quarto. Non basta. Le indagini nei confronti di Lucano hanno imboccato, subito dopo l’arresto, la strada del più classico dei processi gestiti dagli inquirenti “a mezzo stampa”. C’è stato infatti, quasi contestualmente alla misura, un anomalo comunicato stampa della Procura nel quale, oltre a pesanti giudizi sull’imputato, è riprodotto il testo di intercettazioni telefoniche (di cui pure l’articolo 114 del codice di proceduta penale non consente la pubblicazione: norma violata dai più, ma senza che ciò consenta che alla violazione si associno i titolari del processo). Ad esso, poi, è seguita un’intervista del procuratore di Locri in cui si legge, tra l’altro: «Mimmo Lucano? Ha operato non come sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti. Abbiamo un’idea fondata che siano stati commessi reati ben più gravi, tra cui la sottrazione di somme che lo Stato aveva erogato per quel progetto, almeno 2 milioni. Quei soldi non sono stati rendicontati, sono spariti. Riteniamo che Lucano li abbia utilizzati per fini personali». Smentito dal giudice, il pubblico ministero, forte del suo ruolo, usa la stampa e si rivolge direttamente all’opinione pubblica per riaffermare e definire fondate (sic!) le accuse che, nella sede propria, sono state ritenute improprie e prive di riscontri probatori. Ogni commento è davvero superfluo.

C’è una conclusione. La critica all’iniziativa giudiziaria della Procura di Locri e al provvedimento di applicazione della misura cautelare nei confronti di Domenico Lucano non ha, alla luce di quanto si è detto, nulla di pregiudiziale e non si fonda su pretese di impunità per chicchessia (come invece spesso accade nel nostro Paese) ma ha a che fare, semplicemente, con il rispetto delle regole che presiedono al processo penale. Non sorprende che finga di non capirlo il ministro dell’interno Salvini (il quale ignora, tra l’altro, che ‒ come ebbe a scrivere Norberto Bobbio in una polemica con l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ‒ la critica motivata dei provvedimenti giudiziari è consentita a tutti ma non a chi, come gli uomini di governo, è titolare di poteri che possono incidere sullo status dei giudici). Sorprende, invece, che non lo capiscano tanti illustri commentatori.


Francia: fraternità a intermittenza

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Dieci giorni fa i media italiani e, con maggior prudenza, quelli francesi sono usciti con la notizia, molto enfatizzata, che il 6 luglio il Conseil constitutionnel transalpino ha dichiarato incostituzionale, in applicazione del principio di fraternità, la norma del Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile (CESEDA) che punisce chi presta aiuto a migranti irregolari.

Anche il titolo di un articolo pubblicato in queste pagine il 10 luglio (francia-la-solidarieta-non-e-un-reato) sembrava avallare questa interpretazione. Il titolo, ma non anche il testo dell’articolo che, opportunamente, segnalava i limiti della decisione del giudice costituzionale, che non ha abrogato per intero l’art. L. 622-1 CESEDA (in forza del quale è punito con la pena fino a cinque anni di reclusione e a 30.000 euro di ammenda «chiunque abbia facilitato o provato a facilitare, con aiuto diretto o indiretto, l’ingresso, la circolazione o il soggiorno irregolare di uno straniero in Francia») ma solo la sua parte relativa alla previsione come reato dell’aiuto prestato ai fini umanitari in territorio francese. Resta, dunque, il vigore il “delitto di solidarietà” consistente nell’aiuto (favoreggiamento in termini tecnici) all’ingresso illegale in Francia. Norma a supporto delle pratiche brutalmente repressive poste in essere dalla gendarmérie francese sui confini di Ventimiglia, Bardonecchia e Monginevro (come da noi ripetutamente documentato).

Non ci sono voluti molti giorni per averne conferma.

Giovedì 19 luglio, infatti, la Corte d’appello di Aix En Provence ha condannato a sei mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena, una ragazza italiana, Francesca Peirotti, imputata di avere aiutato otto migranti ad attraversare il confine italo-francese da Ventimiglia verso Menton. I fatti risalgono all’8 novembre 2016 quando la giovane, residente a Marsiglia e aderente all’associazione di sostegno per migranti “Nice Habitat et Citoyenneté”, venne sorpresa e arrestata sull’autostrada A8 nei pressi di Menton alla guida di un furgone con il logo della Croce rossa con a bordo sette richiedenti asilo (e un neonato) arrivati in Italia da Eritrea e Ciad e rimasti bloccati a Ventimiglia.

Denunciata per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, Francesca Peirotti era stata processata in primo grado, nel maggio 2017, dal Tribunale di Nizza che, accertata la mancanza di ogni fine di lucro e ritenuto che essa aveva agito «mossa da esclusivo spirito umanitario», aveva escluso il reato contestato e si era limitata ad applicarle una sanzione amministrativa di 1.000 euro.

Tre giorni fa la Corte di appello di Aix en Provence ha, come si è detto, ribaltato la sentenza di primo grado e ritenuto Francesca colpevole del reato di favoreggiamento condannandola a sei mesi di reclusione e alla interdizione a vivere in Francia per cinque anni.

Singolare il contrasto con l’affermazione, contenuta nella decisione del 6 luglio del Conseil constitutionnel, con riferimento all’ipotesi parallela dell’aiuto prestato in territorio francese, che il «delitto di solidarietà» contrasta con il principio di «fraternità» che, così come la libertà e l’uguaglianza, è un caposaldo del sistema costituzionale e non può soccombere nel bilanciamento con la «salvaguardia dell’ordine pubblico».

Ora si attende il giudizio della Corte di cassazione, già investita di altri analoghi ricorsi. Ma, nell’attesa, non si può non osservare come sia a dir poco sconcertante ritenere che la fraternità operi nei territori interni e non anche ai confini… Eppure il primo dovere dei giudici è quello di dare, anche in sede interpretativa, un minimo di razionalità e di coerenza al sistema.


Francia. La solidarietà non è un reato

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Uno degli strumenti per la costruzione della fortezza Europa e per il contrasto dell’immigrazione è quello di fare terra bruciata intorno ai migranti isolando, incriminando e punendo chi (singoli cittadini, associazioni, ONG) presta aiuto in vario modo ai migranti irregolari in difficoltà (in mare, all’atto del passaggio delle frontiere, all’interno dei singoli paesi). Ne sappiamo qualcosa nell’Italia di Salvini…

Emblematica è la situazione della Francia dove, peraltro, è intervenuto il 6 luglio scorso un importante elemento di novità.

Nel Paese transalpino l’art. L 622-1 del Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile (CESEDA) punisce con la pena fino a cinque anni di reclusione e a 30.000 euro di ammenda (oltre alle pene complementari di cui al successivo art. L 622-2) «chiunque abbia facilitato o provato a facilitare, con aiuto diretto o indiretto, l’ingresso, la circolazione o il soggiorno irregolare di uno straniero in Francia». È il cosiddetto délit de solidarté (o delitto di solidarietà). Negli anni – come ha scritto Mario La Rosa nell’articolo Diritto penale e immigrazione clandestina in Francia: cui prodest? pubblicato qualche tempo fa su “Diritto penale contemporaneo” – tale norma ha mutato la sua originaria vocazione, che era quella di sanzionare coloro che del favoreggiamento dell’immigrazione facevano un business, e ha ampliato il suo raggio d’azione, grazie anche alla estrema indeterminatezza della norma di riferimento. Il delitto di aide à l’entrée et au séjour irréguliers è divenuto uno strumento nelle mani degli organi di polizia per incriminare quanti, associazioni, organizzazioni non governative, comuni cittadini vogliano aiutare l’immigrato irregolare, mossi da spirito di solidarietà. Sempre più numerosi sono i procedimenti per violazione dell’art. L 622-1 CESEDA, dettati da una precisa scelta politica (posto che in Francia vige il principio di opportunità dell’azione penale che consente un’ampia discrezionalità di procedere o meno). E sempre più numerosi sono i processi conclusi con sentenze di condanna, anche nei confronti di chi abbia agevolato l’ingresso, il transito o il soggiorno di uno straniero senza alcun ritorno di natura economica. L’obiettivo è evidente: fare, come si è detto, “terra bruciata” attorno al “clandestino”.

Famoso è il caso della Val Roia (al confine meridionale tra Italia e Francia) dove numerosi cittadini si sono organizzati per prestare assistenza e aiuto ai migranti in transito costituendo il collettivo Roya citoyenne, molto attivo nell’intera zona compresa tra Ventimiglia e Nice. In quel contesto è diventato un simbolo Cédric Herrou, un contadino di 38 anni, sottoposto a diversi processi per il delitto di solidarietà, tra l’altro per aver aiutato duecento migranti ad attraversare la frontiera e per aver dato da mangiare e da bere a 57 di loro, per aver fatto salire sulla propria auto otto ragazzi eritrei accompagnandoli nel tragitto tra l’Italia e la Francia, per avere occupato, insieme a una cinquantina di eritrei senza permesso di soggiorno, un villaggio vacanze abbandonato di proprietà delle Ferrovie francesi (Sncf) a Saint-Dalmas-de-Tende, nelle Alpi Marittime. Sempre agendo per motivi di solidarietà e non a fini di lucro. I processi, alcuni dei quali tutt’ora in corso, hanno avuto esiti diversi. In uno di essi i difensori di Cédric hanno impugnato l’art. L 622-1 CESEDA davanti al Conseil constitutionnel (la Corte costituzionale francese) eccependone l’incostituzionalità.

A sorpresa, almeno nell’attuale clima politico, il 6 luglio il Conseil constitutionnel (che, a differenza della Corte costituzionale italiana, è un organismo di totale derivazione politica) ha accolto l’eccezione e ha dichiarato incostituzionale il délit de solidarité per quanto riguarda il trattamento punitivo di chi fornisce assistenza disinteressata, in territorio francese, ai migranti in situazione irregolare, dando al Parlamento termine fino al prossimo 1 dicembre per apportare le necessarie modifiche al CESEDA.

La decisione non abroga per intero la norma: in particolare, resta punibile l’aiuto all’ingresso illegale in Francia ma d’ora in poi è penalmente irrilevante «ogni atto di aiuto a fini umanitari» commesso in territorio francese. La strada da percorrere è ancora lunga e tuttavia una breccia si è aperta. Ed è una breccia di grande rilevanza: in sé e per le ragioni addotte a sostegno della decisione. Il Conseil constitutionnel infatti ha affermato che il «delitto di solidarietà» contrasta con il principio di «fraternità» che, così come la libertà e l’uguaglianza, è un caposaldo del sistema costituzionale e non può soccombere nel bilanciamento con la «salvaguardia dell’ordine pubblico».

È da tempo che non si sentiva parlare di fraternità come vincolo giuridico! Ora si apre un versante di lotta anche sul piano giudiziario. Senza illusioni ma anche senza rinunce pregiudiziali.