Il Comune di Torino, il debito per derivati e il coraggio di don Abbondio

Il Comune di Torino paga tuttora, ogni anno, 15 milioni di euro per contratti derivati stipulati nei primi anni 2000. Oggi una sentenza del Tribunale di Londra, emessa con riferimento al Comune di Venezia, apre la possibilità di una trattativa, specie con Intesa San Paolo, per rivedere i derivati ancora in essere. Avrà il sindaco Lo Russo il coraggio di avviarla? È improbabile, ma staremo a vedere.

Il debito di Torino: se 3,9 miliardi vi sembran pochi

Torino, come tutte le grandi città del Paese, è in condizioni di grave degrado: la manutenzione degli edifici pubblici e delle scuole è in ritardo, il territorio è pieno di buche, spesso le strisce pedonali sono cancellate, molte piste ciclabili sono solo disegnate e via elencando. Mancano le risorse. Ma perché? E come rimediare (se è ancora possibile)?

La follia di non avere un’imposta patrimoniale

Tassare i ricchi con un’imposta patrimoniale sarebbe giusto, necessario e possibile. E allora, perché non lo si fa? Certo perché la cosa non è gradita a chi dovrebbe pagarla. Ma c’è una ragione politica più forte: se mancano le risorse “bisognerà” privatizzare ulteriormente, i lavoratori saranno più ricattabili e così via.

Servono tanti soldi, ma non quelli del MES

Ricorrendo al MES si accede a una linea di credito e un nuovo debito aumenta il rischio di una procedura di sorveglianza rafforzata sui nostri bilanci e di conseguente commissariamento. Il punto non è l’entità del tasso di interesse ma il fatto che un prestito non è un trasferimento unilaterale e un debito non è un versamento a fondo perduto.

Privato è bello?

Il drammatico crollo del ponte Morandi ha aperto uno squarcio sul dogma delle privatizzazioni, considerate negli ultimi decenni – a destra e sinistra – una sorta di toccasana o, comunque, una scelta obbligata per ridurre il debito pubblico. Ma è davvero così?