La Corte penale internazionale, i crimini di Netanyahu, l’ipocrisia dell’Occidente

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«Gli Stati parti del presente Statuto,
Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto;
Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità;
Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza ed il benessere del mondo;
Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti…»

Così recita il preambolo dello Statuto che istituisce la Corte penale internazionale stipulato a Roma il 17 luglio 1998, entrato in vigore il 1° luglio 2002. La Corte penale internazionale è l’unica istituzione di garanzia volta a rafforzare i precetti del diritto internazionale che bandiscono il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità (e dopo il 2010 anche il crimine di aggressione, ove ricorrano determinate condizioni), con la missione di intervenire laddove gli Stati nazionali non siano in grado di assicurare la repressione di tali crimini.

A differenza della Corte di Norimberga, la Cpi non agisce nell’interesse dei vincitori ma è strumento – almeno astrattamente – della Comunità internazionale, rappresentata dai 123 Stati che hanno sottoscritto il suo Statuto. Proprio per questo suo carattere, svincolato dalla forza, l’azione della Cpi deve confrontarsi con difficoltà di ogni tipo quando si trova a giudicare crimini commessi da agenti di Stati che non sono stati sconfitti e generalmente godono di buona salute. È sintomatico che tre dei cinque paesi membri del Consiglio di Sicurezza (Usa, Cina e Russia) non abbiano aderito alla giurisdizione della Corte penale internazionale, assieme ad altri Stati più adusi a commettere crimini internazionali come Turchia, Israele, Arabia Saudita, Siria.

Se la Cina si è limitata a non aderire, gli Stati Uniti, fin dall’inizio, hanno manifestato un’aperta ostilità al lavoro della Corte, che hanno cercato di ostacolare in ogni modo. In questo quadro si devono ricordare i numerosi accordi bilaterali stretti dagli Usa con vari Stati che, per fatti potenzialmente rientranti nella competenza della Cpi, fanno divieto di consegnare alla Corte un cittadino americano ricercato o indagato da questa, prevedendo l’esclusiva competenza dello Stato di cittadinanza. A siffatta prassi veniva fornita una base legislativa di diritto interno, attraverso una legge del Congresso americano che autorizza il Presidente degli Stati Uniti a utilizzare ogni mezzo utile per ottenere il rilascio dei cittadini americani che fossero detenuti a richiesta della Cpi (conosciuta come legge che autorizza l’invasione dell’Aia). Infine, nell’era Trump (settembre 2020) si arrivò alle minacce e alle sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte, la Procuratrice dell’epoca Fatou Bensouda e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, per impedire che venisse portata avanti l’inchiesta avviata dalla Corte sui crimini di guerra commessi dagli Usa in Afganistan. Le sanzioni imposte da Trump (e poi tardivamente revocate da Biden) trovarono l’appoggio entusiasta del primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si affrettò a congratularsi con Trump per la decisione di imporre sanzioni alla «corrotta e faziosa Corte penale internazionale», definendola «una Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani». Netanyahu accusò la Corte di aver inventato «accuse stravaganti», come che «gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra». L’avversione di Netanyahu all’esistenza stessa di una giurisdizione internazionale con la missione di prevenire e reprimere «i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale», naturalmente aveva fondate ragioni dal suo punto di vista, dal momento che Israele, nella sua condotta politica e militare, non ha mai accettato di avere le mani legate dai vincoli del diritto.

Orbene, dopo un lungo silenzio durante il quale è sorto il dubbio sull’esistenza stessa del diritto internazionale e sull’utilità di una giurisdizione concepita per contrastare quei crimini che offendono la coscienza morale dell’umanità, la Corte penale internazionale ha battuto un colpo. Il 20 maggio l’ufficio della Procura ha reso nota la richiesta di emissione di un mandato di cattura per tre leader di Hamas (per i fatti del 7 ottobre) e per due dei massimi dirigenti politici di Israele, il primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Gallant. Non è stato un percorso facile a causa delle intimidazioni che sono state esercitate dagli “amici” di Israele, che hanno costretto il Procuratore, l’inglese Karim Khan, a mandare questo inusuale avvertimento: «tutti i tentativi di ostacolare, intimidire o influenzare impropriamente i funzionari di questa Corte devono cessare immediatamente. Il mio Ufficio non esiterà ad agire ai sensi dell’articolo 70 dello Statuto di Roma se tale condotta dovesse continuare».

La procura ha chiesto il mandato di cattura per Netanyahu e Gallant contestando sia crimini di guerra, sia crimini contro l’umanità. L’atto di accusa evidenzia che le prove raccolte:

«dimostrano che Israele ha intenzionalmente e sistematicamente privato la popolazione civile in tutte le zone di Gaza di beni indispensabili alla sopravvivenza umana. Ciò è avvenuto attraverso l’imposizione di un assedio totale su Gaza che ha comportato la chiusura completa dei tre valichi di frontiera, Rafah, Kerem Shalom ed Erez, a partire dall’8 ottobre 2023 per periodi prolungati e poi limitando arbitrariamente il trasferimento di rifornimenti essenziali – compresi cibo e medicine – attraverso i valichi di frontiera dopo la loro riapertura. L’assedio ha incluso anche l’interruzione delle condutture idriche transfrontaliere da Israele a Gaza – la principale fonte di acqua potabile per i gazawi – per un periodo prolungato a partire dal 9 ottobre 2023, e l’interruzione e l’impedimento delle forniture di elettricità almeno dall’8 ottobre 2023 fino ad oggi. Ciò è avvenuto insieme ad altri attacchi contro i civili, compresi quelli che facevano la fila per il cibo; all’ostruzione della consegna degli aiuti da parte delle agenzie umanitarie; agli attacchi e alle uccisioni di operatori umanitari, che hanno costretto molte agenzie a cessare o limitare le loro operazioni a Gaza. […] Questi atti sono stati commessi come parte di un piano comune per usare la fame come metodo di guerra e altri atti di violenza contro la popolazione civile di Gaza come mezzo per […] punire collettivamente la popolazione civile di Gaza, percepita come una minaccia per Israele. Gli effetti dell’uso della fame come metodo di guerra, insieme ad altri attacchi e punizioni collettive contro la popolazione civile di Gaza, sono acuti, visibili e ampiamente noti. […] Tra questi, la malnutrizione, la disidratazione, le profonde sofferenze e il crescente numero di morti tra la popolazione palestinese, tra cui neonati, altri bambini e donne. Israele, come tutti gli Stati, ha il diritto di agire per difendere la propria popolazione, ma, quali che siano gli obiettivi militari – conclude il Procuratore – i mezzi scelti da Israele – ovvero causare intenzionalmente morte, fame, grandi sofferenze e gravi lesioni al corpo o alla salute della popolazione civile – sono criminali».

Di fronte a questa incriminazione per fatti noti a tutti e puntualmente denunciati dalle Agenzie dell’ONU e dal suo Segretario Generale, crolla quel muro di opacità con il quale i leader dei principali Paesi dell’Occidente hanno cercato fin qui di mascherare l’oscenità del martirio di un’intera popolazione perseguito con accanimento da Israele nella convinzione della sua più totale impunità. Abbiamo bombardato di sanzioni la Russia, rivendicando – per bocca di Stoltenberg – un ordine internazionale “fondato sulle regole”, mentre siamo rimasti muti e impassibili quando Israele violava tutte le regole del diritto bellico infliggendo sofferenze inenarrabili alla stremata popolazione di Gaza.

Come dimenticare la falange di scudi sollevata dalla politica e dai principali organi di stampa per nascondere all’opinione pubblica l’orrore che si stava consumando sull’altra sponda del Mediterraneo? Come dimenticare l’abbraccio della Meloni a Netanyahu il 21 ottobre scorso, e il suo incondizionato sostegno per l’operazione “spade di ferro”, pur avendo il premier israeliano fatto esplicito riferimento – per chiarire le sue intenzioni – allo sterminio degli Amaleciti raccontato nella Bibbia? Il mandato di arresto per Netanyahu e il suo Ministro della Difesa Gallant, spiazza tutti i governi europei che, come quello italiano, hanno coperto i crimini di Israele e hanno cercato di silenziare tutte le proteste con i manganelli, trasformandosi negli avvocati difensori di Israele nel proscenio internazionale.

Ora non c’è più tempo da perdere, le indagini della Corte penale internazionale certificano l’esistenza di quelle atrocità inimmaginabili che la politica ha finto di non vedere. Se non vogliamo diventare complici, non possiamo più tacere. L’incriminazione di Netanyahu ci avverte che i crimini contestati sono ancora in corso. È dovere della Comunità internazionale porre fine a questo scempio. Bisogna esigere il cessate il fuoco immediato a pena di sanzioni adeguate. L’occupazione della Striscia di Gaza è illegale, dopo i disastri che ha combinato non si può consentire ad Israele di restare arbitro della vita e della morte degli abitanti di Gaza. Deve intervenire una missione dell’ONU per separare i contendenti e garantire la sopravvivenza della popolazione di Gaza.

 


La necessità della pace. La necessità del diritto

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Dinanzi a situazioni che violentano e terrorizzano i popoli e scuotono le coscienze e il senso di umanità più elementare, nessuna persona può girare lo sguardo altrove: men che meno i giuristi, per quanto complesse e intricate siano le questioni che chiamano in causa non solo la politica e l’etica, ma anche il diritto, portatore di razionalità, di equilibrio e di moderazione nella regolazione dei rapporti di forza al fine di evitare la deflagrazione e l’aggravamento di conflitti sino ad esiti catastrofici per il mondo intero.

Dopo l’orrore e le decine di milioni di morti delle guerre mondiali e dell’Olocausto, i popoli delle Nazioni Unite statuirono un patto che dette vita a un nuovo paradigma di diritto internazionale affinché ciò che era accaduto non accadesse mai più. Se i limiti e i vincoli che scaturiscono da quel patto diventano irrilevanti, è la stessa sopravvivenza dell’umanità che viene messa a rischio.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite è stata fondata al fine di creare le condizioni in cui i diritti umani, la giustizia e il rispetto degli obblighi derivanti da quel solenne MAI PIÙ potessero divenire effettivi al fine di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, mettendo al bando la guerra e la forza delle armi, salvo che nell’interesse comune per ristabilire il diritto internazionale. Sono state istituite Corti internazionali per garantire il rispetto del diritto e dei trattati e accertare le responsabilità di chi li viola, mettendo a repentaglio il rispetto dei diritti umani e la pace: la Corte Internazionale di Giustizia, competente per la responsabilità degli Stati; la Corte Penale Internazionale, competente per la responsabilità dei singoli individui.

La coscienza e la responsabilità dei giuristi non possono tacere di fronte ai crimini gravissimi contro l’umanità commessi nei territori di Israele e Palestina.

Il 7 ottobre 2023 Hamas, che governava nella striscia di Gaza, ha massacrato orrendamente 1.200 civili inermi. È seguita una reazione del Governo israeliano che ha posto quale unico obiettivo l’annientamento della minaccia terroristica di Hamas, senza alcun riguardo per la popolazione civile, colpita indiscriminatamente, con decine di migliaia di vittime, tra cui moltissimi bambini, e il blocco degli aiuti umanitari nel territorio di Gaza. Il diritto internazionale oltre che l’umana pietà, impongono alla comunità internazionale e a tutti gli Stati che hanno aderito alle Nazioni Unite di fare tutto il possibile per fare cessare la voce delle armi, riaffermando la voce del diritto e il rispetto della vita e della dignità delle persone.

La Corte Internazionale di Giustizia, con l’ordinanza del 26 gennaio 2024, ha adottato misure cautelari nei confronti dello Stato di Israele, accusato con ricorso del Sud Africa di violazioni della Convenzione contro il crimine di genocidio. La Corte ha sottolineato che tutte le parti in conflitto nella Striscia di Gaza sono vincolate dal diritto internazionale umanitario e ha rappresentato la grave preoccupazione per la sorte degli ostaggi rapiti durante l’attacco in Israele del 7 ottobre 2023 e detenuti da allora da Hamas e altri gruppi armati, chiedendo il loro rilascio immediato e incondizionato. Pur non avendo stabilito, allo stato degli accertamenti, la sussistenza del crimine di genocidio, la Corte ha evidenziato l’esistenza di un rischio “reale e imminente” di un “danno irreparabile” per la popolazione di Gaza, valutando che le condizioni di vita imposte ai palestinesi, l’impossibilità di apprestare assistenza e cure, il numero enorme di vittime tra donne e bambini, fanno rientrare la situazione della striscia nell’ambito della Convenzione sul genocidio. La plausibilità della prospettazione del crimine di genocidio, il più grave dei crimini internazionali, ha motivato l’applicazione di misure cautelari per garantire l’ottemperanza di Israele agli obblighi della Convenzione e impedire pregiudizi irreparabili, prima che «la catastrofica situazione umanitaria nella Striscia di Gaza rischi seriamente di deteriorarsi ulteriormente prima che la Corte emetta la sua sentenza definitiva». Il provvedimento del 26 gennaio 2024 ordina a Israele di impedire la commissione di tutti gli atti che rientrano nel campo di applicazione dell’articolo II della Convenzione (tra cui uccisioni, gravi lesioni, inflizione di condizioni di vita che determinano la distruzione fisica). Israele dovrà garantire con effetto immediato che le sue forze militari non commettano nessuno degli atti sopra descritti, e adottare tutte le misure a sua disposizione per prevenire e punire l’istigazione diretta e pubblica di atti di genocidio contro il gruppo palestinese. Si impone ad Israele di adottare immediate misure per consentire la fornitura di servizi di base e assistenza umanitaria in favore dei palestinesi, nonché di predisporre misure efficaci per prevenire la distruzione e garantire la conservazione delle prove relative all’accusa di genocidio. L’adempimento di quanto prescrive l’ordinanza costituisce un vero e proprio obbligo internazionale per lo Stato di Israele, ma anche per tutti gli Stati aderenti alla convenzione, che debbono adoperarsi perché la sentenza della Corte venga effettivamente rispettata.

Anche la Procura presso la Corte Penale Internazionale si è mossa, sia in relazione al massacro perpetrato da Hamas che alla reazione di Israele. Il Procuratore capo della Corte ha evidenziato che anche impedire l’arrivo degli aiuti umanitari costituisce un crimine e ha manifestato preoccupazione per l’annuncio dell’offensiva israeliana a Rafah.

Siamo consapevoli che le questioni della pace e della guerra non si possono certo risolvere con la semplice invocazione delle regole. La pace può essere costruita solo con un grande rilancio del diritto delle persone e del diritto dei popoli, dei principi della democrazia in tutti i paesi, con una grande e diffusa mobilitazione culturale e sociale volta al rispetto della dignità e dell’uguaglianza dei popoli.

Ma il ruolo dei giuristi non è marginale. Essi possono, e perciò devono, concorrere al difficile ed enorme lavoro per contrastare la deriva culturale, politica e istituzionale che il clima di guerra ha innescato, con rischi di travolgimento di ogni regola di diritto e di elementare umanità. E ciò possono fare assolvendo, innanzitutto, al compito di demistificazione del linguaggio bellico per restituire senso e scopo alle regole giuridiche e alle finalità delle istituzioni internazionali al fine di mantenere indenne la possibilità stessa del diritto di orientare la condotta degli Stati, oltre a quella degli individui e dei popoli. L’eclissi del diritto come criterio di orientamento della condotta degli Stati non solo compromette la convivenza pacifica nelle relazioni internazionali, ma rischia di determinare anche l’appannamento del ruolo e del senso del diritto interno come criterio di orientamento delle condotte dei cittadini di fronte ai conflitti prodotti dalle tante crisi che minano la coesione e il senso di comune appartenenza alla civiltà umana.

La comunità dei giuristi e i magistrati che la compongono non possono rimanere silenti.

Partendo da ciò che sta accadendo – auspicando la liberazione degli ostaggi ancora sequestrati da Hamas e l’immediato “cessate il fuoco” – come giuristi ci preme promuovere un momento di riflessione sulla tragedia in atto, da svolgere insieme a esponenti della società civile, dell’accademia ed esperti di diritto internazionale, così da proporre all’opinione pubblica le ragioni del diritto e della pace e gli strumenti praticabili di effettiva tutela dei diritti umani nell’ambito dei conflitti. Perché crediamo che, anche nelle relazioni internazionali, il diritto possa e debba essere strumento di garanzia.


Revocare il Memorandum Italia-Libia!

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Il Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017 agevola la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all’interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica violenze tali da costituire crimini contro l’umanità. Lo denunciano 99 organizzazioni italiane, libiche, africane ed europee, tra cui Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, Gruppo Abele, Libera, Un Ponte Per (UPP), ActionAid Italia, Intersos, European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), Emergency Ong Onlus, Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Fondazione Migrantes, Centre for Peace Studies, The Libyan center for freedom of the press, World Organisation Again, Alarm Phone Sahara, Avocats sans Frontières Tunisie, Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux, Migreurop, StateWatch, Libyan Crimes Watch). Le organizzazioni si rivolgono quindi al Governo italiano e alle Organizzazioni internazionali con una richiesta pressante: l’unica strada per tutelare le persone migranti in Libia è la revoca immediata del Memorandum! Di seguito il testo dell’appello e i link per aderire (la redazione).

All’inizio di ottobre il governo libico ha eseguito rastrellamenti e arresti a tappeto di cittadini stranieri nei quartieri di Tripoli. Tra loro persone ufficialmente registrate da UNHCR e persone in situazioni di particolare vulnerabilità, quali minori e donne incinte. Dopo l’arresto, i cittadini stranieri sono stati portati nei centri di detenzione del Ministero dell’Interno libico, dove hanno subito maltrattamenti e torture. Nel centro di Al Mabani sei persone sono state uccise e ventiquattro sono state ferite da colpi di armi da fuoco. La reazione a queste misure violente e discriminatorie è stata inedita: migliaia di persone migranti da quasi due mesi protestano di fronte all’ufficio di UNHCR a Tripoli chiedendo il trasferimento in un paese sicuro e che sia garantita la loro sicurezza.

La notizia è di estrema importanza poiché per la prima volta emerge, anche nella stampa internazionale, un nuovo soggetto che si riconosce nel nome Refugees in Libya costituito da un comitato di persone migranti che interagisce con le organizzazioni internazionali e con gli attori presenti in Libia e altrove. Al momento, tuttavia, sembra che non si prospettino soluzioni adeguate: gli uffici di UNHCR Libia, nel corso di un incontro con il Comitato, hanno dichiarato di «non poter assicurare [ai rifugiati e migranti] nessun tipo di sicurezza e protezione al loro ritorno nelle comunità libiche» ma di adoperarsi per la riapertura dei voli di evacuazione. I voli sono effettivamente ripresi con le partenze verso il Niger e il Ruanda attraverso l’Emergency Transit Mechanism. Come sottolineato dal Comitato e dalla stessa Agenzia ONU, il numero delle evacuazioni rimane tuttavia terribilmente basso. Sebbene in recenti interviste UNHCR abbia ammesso di non riuscire a garantire protezione alle persone richiedenti asilo in Libia, al medesimo tempo ha dichiarato che occorre trovare soluzioni per garantire la protezione dei cittadini stranieri all’interno del Paese, attraverso l’interlocuzione con il governo libico. Nelle attuali condizioni, tuttavia, tale strategia non può considerarsi in alcun modo adeguata: diverse diramazioni del governo sono infatti attivamente coinvolte nella catena di abusi e sfruttamento delle persone migranti, come ben espresso dal Comitato Refugees in Libya nel loro manifesto.

Il Comitato denuncia l’assenza di sicurezza, l’esposizione delle persone migranti ad arresti e detenzioni arbitrarie, le violenze sessuali, le torture: trattamenti che sono già stati definiti come crimini contro l’umanità dalla Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite.

Come evidenziato nel rapporto della Missione di inchiesta e da numerosi altri rapporti, le violazioni non sono episodiche, ma si collocano all’interno di un modello operativo ‒ da alcuni definito come un vero e proprio modello di business ‒ costituito dai seguenti momenti: a) l’intercettazione in mare da parte della cd. Guardia costiera libica, spesso caratterizzata da manovre e modalità estremamente rischiose; b) la riconduzione in Libia delle persone migranti e la detenzione nei centri gestiti dal Directorate for Combating Illegal Migration (DCIM) del Ministero dell’Interno o la vendita a gruppi criminali; c) la sottoposizione a torture e maltrattamenti finalizzata all’estorsione di denaro o a diverse modalità di sfruttamento ed “estrazione di profitto” quali il lavoro forzato, la prostituzione coatta, la tortura e il rapimento ai fini del riscatto.

Seppur nella complessità del contesto del Paese nord africano, riteniamo che sia necessario denunciare con forza che la politica di cooperazione dell’Italia e dell’UE con le autorità libiche e, in particolare, il Memorandum di intesa italo-libico e il conseguente blocco delle partenze stanno incrementando e strutturando questi modelli di sfruttamento delle persone migranti residenti nel Paese.

Il Memorandum Italia-Libia definisce le attività di cooperazione tra i due paesi che sono implementate grazie al sostegno politico ed economico della Commissione europea e degli altri Stati membri dell’UE. Tale intervento non sta ponendo un argine alle violazioni dei diritti delle persone migranti che sono perpetrate nel Paese, ma anzi indirettamente crea le condizioni per la loro continuazione: la stessa Missione di inchiesta delle Nazioni Unite, dopo aver richiamato come tali violenze costituiscano un attacco sistematico e diffuso diretto a questa popolazione, ricorda che «questa constatazione è fatta a prescindere dalla responsabilità che può essere sostenuta da Stati terzi e sono necessarie ulteriori indagini per stabilire il ruolo di tutti coloro che sono coinvolti, direttamente o indirettamente, in questi crimini».

Per ben comprendere le dinamiche strutturate dal Memorandum, occorre leggere i primi due articoli dello stesso nella loro relazione reciproca. Come noto, con l’art. 1 del Memorandum, l’Italia ‒ grazie al sostegno economico e politico della Commissione Europea ‒ ha fornito alle autorità libiche la legittimazione politica e la strumentazione necessaria per strutturare interventi che impediscono in maniera sistematica la fuga dei cittadini stranieri dalla Libia. Il Memorandum fa seguire all’intercettazione in mare delle persone in fuga il ricorso al sistema detentivo che priva sistematicamente i cittadini stranieri della loro libertà a tempo indeterminato. Nell’ambito di questo regime detentivo si consumano, sia nei centri di detenzione informali, sia nei centri di detenzione ufficiali, i crimini definiti dall’ONU contro l’umanità. Il Memorandum italo-libico, prevede poi, all’articolo 2, da un lato «l’adeguamento e il finanziamento dei centri di accoglienza», dall’altro il «sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia a perseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei paesi di origine, compreso il rientro volontario». Nel corso degli anni ‒ dal 2017 ad oggi ‒ le organizzazioni internazionali hanno ricevuto ingenti finanziamenti per operare all’interno dei centri di detenzione al fine di garantire un miglioramento delle condizioni di detenzione o per favorire l’evacuazione di rifugiati verso i paesi UE o degli altri cittadini stranieri verso i loro paesi di origine. Nonostante questo, l’obiettivo di garantire condizioni dignitose e sicurezza alle persone migranti non è stato raggiunto, come emerso con evidenza anche grazie all’interlocuzione del Comitato di migranti e rifugiati con le organizzazioni internazionali e come affermato dalla stessa UNHCR in recenti interviste. In diverse occasioni, tuttavia, tale attività è stata inoltre strumentalizzata dai governi per giustificare le politiche di blocco e di cooperazione previste all’art. 19.

In conclusione, non può ritenersi, a fronte delle evoluzioni intervenute e dell’esperienza maturata nel corso del tempo, che i programmi di rimpatrio ed evacuazione gestiti da UNHCR e OIM siano misura sufficiente a controbilanciare i rischi e i danni derivanti dai finanziamenti italiani alle autorità libiche. Questa impostazione inoltre mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza delle Organizzazioni internazionali attribuendogli un ruolo di fatto subalterno alle politiche di contrasto all’immigrazione verso l’Europa e, dunque, non neutro rispetto alle problematiche sin qui illustrate e alla tenuta dell’intero sistema disegnato dal Memorandum. Tali organizzazioni, in questo sistema, non sono solo soggetti centrali nella gestione dei programmi di evacuazione e principali fruitori dei finanziamenti all’interno dei centri di detenzione, ma, dal momento in cui partecipano alle riunioni del Comitato congiunto sull’esecuzione del Memorandum (art. 3), la loro attività diviene oggettivamente funzionale al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo, pur non riuscendo in alcun modo a garantire i diritti fondamentali delle persone che ne sono coinvolte.

Per meglio comprendere i limiti dei meccanismi che dovrebbero garantire l’accesso ai diritti alle persone migranti bloccate in Libia, di seguito si illustrano le specifiche fragilità giuridiche e fattuali dei sistemi di evacuazione e rimpatrio. Tali fragilità palesano come questi strumenti non possono in alcun modo mitigare le politiche di blocco e respingimento e non sono adeguati ad assicurare l’accesso dei cittadini stranieri ai loro diritti fondamentali, tra i quali il diritto all’asilo.

1) I programmi di evacuazione umanitaria (ETM) e resettlement di UNHCR

Come noto, solo un numero estremamente esiguo di persone ha accesso ai programmi di evacuazione, sia per la scarsa collaborazione delle autorità europee nel facilitare il reinserimento sul loro territorio, sia per le modalità di selezione di quanti possono essere evacuati e ricollocati. Nell’ambito di questi programmi, intere nazionalità, a prescindere dalle istanze di protezione personali portate dai singoli, sono escluse da qualsiasi contatto con UNHCR. Spesso sono le guardie carcerarie che selezionano, anche in base alla nazionalità, i candidati a incontrare UNHCR e il trasferimento nei paesi terzi di transito avviene sulla base di possibilità future di un loro reinsediamento nei paesi membri dell’Unione Europea. Da un punto di vista procedurale, inoltre, non esistono rimedi per impugnare le decisioni relative all’esclusione dai programmi di evacuazione. Spesso non vengono consegnate alle persone le decisioni scritte, in altre occasioni queste sono carenti di motivazione. Si tratta di un meccanismo a carattere concessorio, in cui l’accesso e il riconoscimento del diritto di asilo del rifugiato è affidato a procedure con prive di garanzie sostanziali e procedurali. Sebbene tale programma rappresenti quindi un importante strumento umanitario, non è in alcun modo adeguato a costituire un valido contrappeso delle politiche di blocco.

2) I programmi di rimpatrio volontario dell’OIM

Cittadini stranieri, sebbene bisognosi di protezione, appartenenti alle nazionalità sistematicamente escluse dai programmi di evacuazione sono indirizzati ‒ spesso dalle stesse guardie dei centri di detenzione ‒ verso i programmi di rimpatrio volontario. È richiesto di esprimere la propria adesione al rimpatrio a cittadini stranieri che si trovano in detenzione nonostante lo stesso Relatore speciale per la Tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli e disumani ha richiamato l’attenzione su tali misure puntualizzando come la detenzione, quando basata esclusivamente sulla condizione di migrante, può essere utilizzata anche per forzare a ritirare la richiesta di asilo o accettare il rimpatrio volontario. Spesso i programmi di rimpatrio sono finanziati dagli Stati membri dell’UE ‒ tra cui l’Italia – e dalla stessa Commissione, senza che vengano concordati con le organizzazioni internazionali gli obblighi reciproci derivanti dal finanziamento, tra cui le attività da attuare e le precauzioni da adottare per scongiurare il rischio di refoulement. La mancanza di controllo preventivo sulle attività da svolgere, senza richiesta di alcuna garanzia, senza obblighi di trasparenza e senza previa verifica dei rischi hanno in effetti esposto rifugiati, donne vittime di tratta, minori non accompagnati a rimpatri nei loro Paesi di origine dove la loro incolumità può essere messa in pericolo. La situazione delle donne nigeriane vittime della tratta internazionale è emblematica: queste sono infatti escluse in maniera costante dai programmi di ETM e resettlement e indirizzate verso i progetti di rimpatrio cd. volontario, con le gravissime conseguenze sulla loro sicurezza che derivano dal rientro nel paese di origine. Tale esempio è estremamente significativo, poiché le donne vittime di tratta, se potessero raggiungere un Paese dell’Unione Europea, sarebbero considerate meritevoli di protezione internazionale. A fronte di tale situazione, l’adesione ai programmi di rimpatrio cd. volontario sembra essere l’unico strumento a disposizione della maggioranza delle persone migranti per sottrarsi alla detenzione e allo sfruttamento, impiegato anche nelle situazioni in cui il rientro nel paese di origine rappresenta un rischio per la loro incolumità e la tutela dei loro diritti. 

Conclusioni

Alla luce di quanto sopra si può affermare che

  • Il Memorandum Italia-Libia sta, nei fatti, agevolando la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all’interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica violenze tali da costituire crimini contro l’umanità.
  • L’effettiva capacità delle organizzazioni internazionali di tutelare le persone migranti e richiedenti asilo in tale situazione è estremamente limitata e dipendente dalle scelte delle autorità libiche.
  • L’azione delle organizzazioni internazionali non rappresenta uno strumento sufficiente a garantire l’effettivo accesso ai diritti e alla protezione internazionale in maniera ampia e generalizzata per le persone migranti e richiedenti asilo bloccate in Libia, sia per la limitatezza dei mezzi, sia per la struttura stessa dei programmi, caratterizzata dall’assenza di garanzie procedurali per le persone che vengono escluse dall’accesso ai programmi e da misure di evacuazione e ricollocamento.
  • L’adesione a programmi di rimpatrio cd. volontario rappresenta l’unico strumento a disposizione della maggior parte delle persone migranti per sottrarsi alla violenza che si trovano a subire in Libia, pur essendo una strategia ampiamente inadeguata rispetto al rischio che le stesse vengano sottoposte nuovamente, in caso di rientro nel Paese di origine, alle stesse persecuzioni da cui sono fuggite.

Chiediamo quindi

– al Governo italiano di revocare immediatamente il Memorandum, come unica scelta praticabile a fronte dell’impossibilità strutturale di apportare miglioramenti significativi alle condizioni di vita di migranti e rifugiati in Libia e di garantire loro un adeguato accesso alla protezione, così come dimostrato dall’evoluzione della situazione libica.

– a Unhcr e OIM, in ottemperanza a loro mandato di tutela dei cittadini stranieri presenti in Libia, di aderire alla richiesta di revoca del memorandum, sì da evitare qualsiasi rischio di connessione tra le gravi violazioni dei diritti umani che derivano dal Memorandum e le proprie iniziative.

Firmatari

For associations: https://forms.gle/1qmmBW5o8Ya64HvNA

For individuals: https://forms.gle/E4q3eZ82k8cVTS8VA


La Corte penale internazionale, Israele, la Palestina

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Mentre in Italia impazza il toto-Draghi, è passata sotto silenzio una notizia di notevole rilievo. Il diritto internazionale dei diritti umani ha emesso un vagito, un lampo ha squarciato per un attimo le tenebre di un sistema internazionale che non riconosce altra legge che non sia quella della forza, altro diritto che non sia basato su una politica di potenza. Il 5 febbraio, la Pre-Trial Chamber (una sorta di Tribunale preliminare), accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione dello Statuto». Un esito nient’affatto scontato a cui i nemici della giurisdizione penale internazionale, in primis Stati Uniti e Israele si sono sempre tenacemente opposti. In particolare gli Stati Uniti sotto Trump, con il plauso di Israele, sono arrivati alle minacce e alle sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte. Ciononostante la Procuratrice non si è fatta intimidire e ha dato ascolto al grido di dolore proveniente dalle terre martoriate della Palestina.

Una volta riconosciuta la competenza della Corte, la Procura ha la strada spianata per avviare le indagini sulle numerose denunce relative ai crimini attribuiti alle forze armate israeliane durante l’operazione Margine protettivo, la guerra del 2014 che ha visto Israele bombardare intensamente per settimane Gaza uccidendo circa 2300 palestinesi (tra cui 551 bambini) e ferendone altri 11mila. Una guerra che si è inserita in una sordida trama di violenze e oltraggi all’umanità che veniva da lontano ed è proseguita nel tempo con altri episodi feroci, come la strage di Pasqua del 2018. Nell’occasione l’Associazione Nazionale Giuristi Democratici osservò in un suo comunicato che:

«L’orribile strage di civili palestinesi compiuta da cecchini militari israeliani costituisce con drammatica evidenza un nuovo crimine contro l’umanità compiuto dal governo Netanyahu. La sparatoria è cominciata quando la manifestazione dei palestinesi era ancora lontana dalla linea di confine e si è tramutata in un vero e proprio tiro al bersaglio contro persone inermi in fuga, come attestato dai filmati. Il bilancio di almeno 16 vittime e centinaia di feriti parla chiaro […]. Si tratta quindi con ogni evidenza di un crimine contro l’umanità perseguibile ai sensi dello Statuto della Corte penale internazionale, articolo 7, comma primo, lettera a. È quindi necessario e urgente che, anche per evitare nuovi massacri e l’alimentazione ulteriore dell’odio promosso dal Governo israeliano, la Corte penale internazionale intervenga, aprendo il procedimento contro i responsabili militari e politici israeliani da tempo richiesto dall’Autorità palestinese che ha aderito allo Statuto».

Oggi quell’auspicio è diventato realtà, la Corte penale ha avviato il procedimento. Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali. «La Corte – ha commentato con rabbia – ignora i crimini di guerra veri e al suo posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e che rispetta lo Stato di diritto. [La decisione] va contro il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre forze».

Noi non abbiamo nessun dubbio che Netanyahu manterrà la sua promessa di non farsi processare, però la furia con cui ha accolto la notizia ci ha fatto pensare alla furia di Macbeth quando seduto al tavolo del suo banchetto vede comparire il fantasma di Banquo. Forse questa evocazione dei crimini commessi in terra di Palestina ha fatto trasalire Netanyahu che ha visto materializzarsi accanto a lui il fantasma di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana ventitreenne seppellita viva da un buldozer israeliano il 15 marzo del 2003 e, come Macbeth, ha reagito scagliandosi contro il fantasma evocato dalla giustizia internazionale.


Stati Uniti, Israele e la Corte penale internazionale

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Gli Stati Parti del presente Statuto, Consapevoli che tutti i popoli sono uniti da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio da tutti condiviso, un delicato mosaico che rischia in ogni momento di essere distrutto, Memori che nel corso di questo secolo, milioni di bambini, donne e uomini sono stati vittime di atrocità inimmaginabili che turbano profondamente la coscienza dell’umanità, Riconoscendo che crimini di tale gravità minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo, Affermando che i delitti più gravi che riguardano l’insieme della comunità internazionale non possono rimanere impuniti […]

Così recita il preambolo dello Statuto che istituisce la Corte penale internazionale stipulato a Roma il 17 luglio 1998. Lo Statuto è entrato in vigore il 1° luglio 2002 e attualmente sono 123 gli Stati che aderiscono alla sua giurisdizione.

La Corte penale internazionale è l’unica istituzione di garanzia volta a rafforzare i precetti del diritto internazionale che bandiscono il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, intervenendo laddove gli Stati nazionali non sono in grado di assicurare la repressione dei crimini più gravi che offendono la coscienza morale dell’umanità. È una sorta di istituzionalizzazione della Corte di Norimberga che nel 1945-46 giudicò i crimini nazisti nell’interesse della Comunità Internazionale. La Corte di Norimberga non ebbe difficoltà a processare i responsabili del genocidio e degli altri orribili crimini di guerra commessi dal Terzo Reich essendo il Tribunale dei vincitori. La Corte penale internazionale invece, dovendo giudicare crimini commessi da agenti di Stati che non sono stati sconfitti e generalmente godono di buona salute, deve confrontarsi con difficoltà di ogni tipo. È già sintomatico che tre dei cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza (USA, Cina e Russia) non abbiano aderito alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Se Cina e Russia sono rimaste piuttosto defilate, gli Stati Uniti, fin dall’inizio, hanno manifestato un’aperta ostilità al lavoro della Corte, che hanno cercato di ostacolare in ogni modo. Adesso, nell’era Trump siamo arrivati alle minacce e alle sanzioni personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgano il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il 2 settembre il Segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli USA applicheranno delle sanzioni contro la Corte penale internazionale che ha definito «un’istituzione totalmente perduta e corrotta», aggiungendo: «noi non tolleriamo il suo illegittimo tentativo di sottoporre gli americani alla sua giurisdizione».

Le sanzioni sono dirette contro la Procuratrice Fatou Bensouda e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso Mochochoko, che sono stati entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated Nationals” del Dipartimento del Tesoro. Il provvedimento, che si basa su un ordine esecutivo emesso dal presidente Trump nel mese di giugno contro i funzionari della Corte, comporta il blocco di tutti i beni che essi potrebbero avere negli Stati Uniti o soggetti alla legge americana. Pompeo inoltre ha annunciato che ci sarà una restrizione dei visti per tutte le persone che collaborano con l’inchiesta condotta dalla Procura della Corte sui crimini di guerra commessi dagli USA in Afghanistan. Del resto alla stessa Procuratrice della Corte è stato revocato il visto per gli USA e le è stato concesso soltanto di recarsi a New York al Consiglio di Sicurezza, dopo una trattativa con l’ONU. Nello scorso mese di marzo la Procuratrice aveva ricevuto il via libera dalla Corte per indagare sui crimini di guerra commessi nel teatro afgano dai Talebani, dalle milizie governative e dalle forze militari statunitensi.

Le agenzie ci informano che l’ordine esecutivo emesso da Trump è stato concordato con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si è subito congratulato per la decisione di imporre sanzioni alla «corrotta e faziosa Corte penale internazionale», definendola una «Corte politicizzata ossessionata dal condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie che rispettano i diritti umani». Netanyahu ha accusato la Corte di aver inventato «accuse stravaganti», come che «gli ebrei che vivono nella loro patria storica costituiscono un crimine di guerra». Questa viscerale critica di Netanyahu si fonda evidentemente sulla concezione che il territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina sia stato assegnato direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha competenza in materia di diritto biblico, assume fra le fonti del diritto internazionale la terza Convenzione di Ginevra del 1948, che vieta a una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione nei territori occupati.

Trump invece, non ha bisogno di ricorrere alla Bibbia per rivendicare il diritto di farsi beffe del diritto internazionale e per sottrarsi all’obbligo di rispettare le regole che impongono un minimo di umanità anche nei conflitti armati. In questo non c’è nulla di nuovo, anzi c’è un ritorno all’antico. È la logica del potere assoluto che non accetta di essere giudicato.

Al riguardo è stato osservato dal Gruppo di Intervento Giuridico Internazionale che la decisione dell’amministrazione statunitense di irrogare sanzioni alla procuratrice della Corte, Fatma Bensouda, e ad altri funzionari costituisce un gravissimo attentato al principio dell’indipendenza della magistratura, che è cardine fondamentale dello Stato di diritto e vuole minare alla base l’esercizio da parte della Corte penale internazionale della sua giurisdizione, oggi più che mai necessaria.

Non c’è dubbio che siamo in presenza di un grave scandalo internazionale ed è grave che, proprio dall’Italia, che nel 1998 ha patrocinato la nascita della Corte penale internazionale, non si sia levato neanche un gemito. Ma erano altri tempi, altri politici…


I crimini contro l’umanità lungo le rotte dell’Egeo e dei Balcani

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La profondità, l’estensione, la gravità con cui nelle ultime settimane si è tragicamente acuito il dramma di centinaia di migliaia di migranti negli scenari dell’Egeo e sulle rotte balcaniche per responsabilità concorrente di Turchia, Grecia e Unione Europea sono divenute intollerabili. La violenza dell’intervento delle forze di polizia per sbarrare la strada al flusso dei rifugiati o impedire lo sbarco alle imbarcazioni di fortuna dirette verso le isole della Grecia, le aggressioni squadriste compiute da gruppi neonazisti lasciati liberi di agire, le condizioni disumane in cui sono state abbandonate nell’isola di Lesbo decine di migliaia di persone sfuggite all’odio e alla violenza della guerra, costituiscono un’onta destinata a macchiare per sempre la coscienza dei popoli europei e delle loro istituzioni comuni.

Con questa dichiarazione Il Tribunale Permanente dei Popoli, proseguendo il lavoro condotto nelle sue cinque Sessioni sulla violazione dei diritti umani delle persone migranti e rifugiate (2017-2019), con il supporto di centinaia di organizzazioni e movimenti della società democratica europea, denuncia specificamente la drammaticità di una ulteriore involuzione delle politiche e delle prassi della UE e dei suoi Stati membri. Così come abbiamo espresso nei termini più espliciti e articolati nel documento finale presentato un anno fa a Bruxelles nella sede del Parlamento Europeo, le violazioni dei diritti umani provocate in modo massiccio e sistematico sulle persone e su intere popolazioni di migranti e rifugiati costituiscono nel loro insieme una continua, programmata e sistematica negazione dei diritti fondamentali e integrano dei veri e propri crimini contro l’umanità che, derivando da politiche pubbliche a cui concorrono molti attori, costituiscono veri e propri “crimini di sistema”.

Questi eventi dimostrano come la politica di esternalizzazione delle frontiere, volta a impedire ai profughi l’ingresso in Europa attraverso la sostanziale cancellazione del diritto di asilo, sta provocando una vera e propria catastrofe umanitaria, alla quale nessun essere umano può essere indifferente, senza perdere la propria stessa dignità.

Dopo avere fatto morire migliaia e migliaia di persone in mare, nelle acque del Mediterraneo, per omissioni di soccorso o per deliberata attività di respingimento, adesso la pratica del disconoscimento della dignità umana dei profughi si diffonde anche alle frontiere terrestri.

È inaccettabile che la Grecia abbia “sospeso” unilateralmente l’applicazione della normativa europea in materia di protezione internazionale e interdetto la possibilità di accedere al territorio per chiedere asilo, senza nessuna reazione da parte delle istituzioni europee. Come ha osservato l’UNHCR, «né la Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati né il diritto dell’Unione Europea in materia di asilo contemplano alcuna base legale che permetta di poter sospendere la presa in carico delle domande di asilo. A tale riguardo, il Governo greco ha evocato l’art. 78(3) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Tuttavia, le disposizioni in esso contenute permettono al Consiglio Europeo di adottare misure provvisorie, su proposta della Commissione Europea e in consultazione col Parlamento Europeo, nell’eventualità in cui uno o più Stati membri si trovino a dover far fronte a una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso sul proprio territorio di stranieri cittadini di Paesi terzi, senza però prevedere la possibilità di sospendere il diritto di chiedere asilo e il principio di non-refoulement, entrambi riconosciuti dalle norme internazionali e ribaditi dal diritto dell’UE. Le persone che fanno ingresso irregolarmente sul territorio di uno Stato non devono essere sanzionate se si recano, senza indugiare, presso le autorità per presentare domanda di asilo».

Enorme è la responsabilità delle autorità dell’Unione se si pensa che la recente visita della Presidente della Commissione Europea sulla frontiera greco-turca si è risolta in una sostanziale approvazione della condotta di respingimento dei profughi e dei metodi adoperati dalla Grecia. Tutto ciò è confermato dal nuovo ruolo assegnato all’Agenzia per il controllo delle frontiere esterne FRONTEX, oggi ridefinita come “Guardia di frontiera e costiera europea”, un vero e proprio corpo di polizia dotato di motovedette e autoveicoli militari che interviene in sinergia con le guardie di frontiera dei paesi membri, operando respingimenti indiscriminati e procedendo ad espulsioni con accompagnamento forzato, senza guardare alla violenza dei mezzi adottati.

Di fronte all’acuirsi drammatico di un’altra situazione di guerra che fa dell’afflusso di migranti e rifugiati non una “emergenza”, ma una costante ormai strutturale, la UE ha risposto soltanto con politiche di “contenimento” indiscriminato, dettate da egoismo miope e da considerazioni di rapporti sempre più ambigui con i diversi attori politici e militari.

Questa situazione sta diventando sempre più drammatica poiché l’affidamento alla Turchia del trattenimento dei profughi provenienti in massima parte dal conflitto in Siria ha determinato la creazione di veri e propri campi di concentramento da cui tutti legittimamente aspirano a fuggire e ha messo in mano a Erdogan un formidabile strumento di ricatto nei confronti dell’Unione.

A fronte di questa disastrosa situazione, l’Unione Europea deve intervenire subito, ai sensi di quanto prevede il Trattato sul funzionamento dell’Unione (art. 78.3) attuando un piano di ricollocazione straordinario e urgente dei profughi che giungono in Grecia e Bulgaria per sottrarre alla violenza e all’arbitrio le decine di migliaia di esseri umani che hanno diritto a essere accolti e a chiedere asilo in Europa. Il Piano deve prevedere quote adeguate e va attuato con procedure celeri e senza l’applicazione di requisiti legati alla nazionalità al fine di evitare irragionevoli discriminazioni e determinarne il fallimento, come purtroppo già è avvenuto nel 2015 con le misure allora assunte a favore di Grecia e Italia e rimaste quasi del tutto inattuate.

Siamo consapevoli che per governare fenomeni complessi non basta invocare il diritto, ma la politica deve essere in ogni caso rispettosa dei diritti fondamentali delle persone e dei popoli, giacché la tutela dei diritti fondamentali costituisce un limite invalicabile per tutti, anche per i legislatori e i Governi, che devono indicare prospettive e fornire soluzioni che rendano effettivi i diritti umani e l’aspirazione alla convivenza pacifica fra diversi.

La politica dell’UE esprime e determina inevitabilmente anche i comportamenti e la cultura di fondo della società civile europea, al di là dei Governi degli Stati membri. L’attuale acuta attenzione, più che giustificata e con tutte le sue contraddizioni, all’emergenza COVID 19 sta concorrendo, insieme alle logiche delle politiche economiche neoliberiste, a fare del “problema della migrazione” non già l’indicatore imprescindibile della capacità della nostra civiltà di essere umana, ma l’espressione manifesta di un’Europa che condanna allo “scarto” e cancella tutti gli umani che non rientrano nelle logiche dei propri modelli di sviluppo. L’impunità di questa cancellazione attribuisce al crimine di sistema l’eco di un ongoing genocide di cui l’umanità futura ci chiederà conto.

 

Philippe Texier, presidente del Tribunale e, a nome dei giudici delle Sessioni del TPP su La violazione dei diritti umani delle persone migranti e rifugiate (2017-2019): Teresa Almeida Cravo, Bridget Anderson, Perfecto Andrés Ibáñez, Leah Bassel, Souhayr Belhassen, Maureen Byrne, Eddie Bruce Jones, Luciana Castellina, Jennnifer Chiriga, Donatella Di Cesare, Mireille Fanon Mendes-France, Marina Forti, Pierre Galand, Domenico Gallo, Leticia Gutiérrez, Franco Ippolito, Claire-Marie Lievens, Carlos Martín Beristain, Francesco Martone, Luis Moita, Madeleine Mukamabano, Patricia Orejudo, Wah-Piow Tan, Enrico Pugliese, Laia Serra, Sophie Thonon-Wesfreid, Stasa Zajovic.


Navi senza porto, frontiere, democrazia

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La nave Aquarius costretta a navigare nel mare in tempesta è la tragica icona delle politiche di chiusura ed esternalizzazione delle frontiere, ma non è un episodio isolato, né un’anomalia nazionale. I respingimenti francesi a Ventimiglia e Briançon, l’accordo con la Turchia, le barriere di Ceuta e Melilla, il muro ungherese: possono mutare i toni e i modi, ma le posizioni di Salvini non si discostano né dal precedente piano Minniti, né dalle strategie europee. Il binario in tema di immigrazione è tracciato da tempo e ruota attorno al controllo dei confini.

L’obiettivo viene perseguito attraverso due percorsi convergenti: il rimpatrio dei cosiddetti migranti economici (con tutta l’ipocrisia della distinzione fra migrante economico e rifugiato) e l’esternalizzazione delle frontiere. In entrambe le ipotesi sempre più essenziale diviene la cooperazione con gli Stati di origine o di transito dei migranti attraverso la stipulazione di accordi di riammissione e di accordi che delocalizzano le procedure di identificazione e fermo dei migranti; accordi invero sempre più spesso informali, ovvero soft, perfetti per eludere eventuali controlli, politici e giudiziari. Basti richiamare il Global Approach to Migration and Mobility del 2005, o l’Agenda europea sulla migrazione, adottata dalla Commissione europea il 13 maggio 2015; e sulla stessa linea si pongono due atti adottati nel marzo 2017, sempre dalla Commissione europea, dai titoli evocativi: Per una politica dei rimpatri più efficace nell’Unione europea – Un piano d’azione rinnovato e Raccomandazione per rendere i rimpatri più efficaci nell’attuazione della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio.

Gestire l’immigrazione, alias rimpatriare ed esternalizzare le frontiere, richiede che si rafforzi la cooperazione con i paesi d’origine, come emerge dalla Dichiarazione congiunta adottata al vertice di Parigi del settembre 2017, nel solco del Processo di Khartoum del 2014 e del vertice de La Valletta del 2015, in un contesto connotato da un’alta informalità, che coniuga cooperazione allo sviluppo e controllo dei flussi migratori.

Lo spostamento dei confini è progressivo: dapprima, con l’hotspot approach, si sponsorizza la creazione di luoghi di fermo e identificazione alle frontiere dell’Europa; quindi si delegano Paesi come la Libia o la Turchia; infine, si crea una nuova frontiera ancora più a Sud (è «importante rafforzare le capacità di controllo delle frontiere al sud della Libia», si legge nella dichiarazione congiunta del vertice di Parigi): dunque, hot spots in Ciad, Niger, Sudan, nella totale irrilevanza che il Paese in questione possa essere (e sia) un Paese autoritario.

Si consolida il legame fra cooperazione economica e collaborazione nella gestione dei flussi migratori: la cooperazione allo sviluppo diviene merce di scambio per ottenere il controllo delle frontiere (e ciò a tacere dei vantaggi che essa arreca anche ai Paesi che governano gli aiuti economici e senza scordare come essa, comunque, non compensa l’estrazione di ricchezza dai Paesi destinatari degli aiuti). Il (neo)colonialismo assume una declinazione nuova, dai contorni paradossali: i Paesi europei – alcuni di essi – non di rado hanno contribuito, per usare un eufemismo, alla devastazione in termini di povertà e guerre che attraversano il continente africano e ora chiedono che siano gli Stati di quello stesso continente ad affrontare gli esodi che ciò comporta, esponendo le vittime di disastri economici e ambientali e di conflitti armati ad una ulteriore violazione dei loro diritti.

Del resto, i diritti sono i grandi assenti nella gestione dell’immigrazione. O fanno capolino come mere formule di stile: diritto alla vita, dignità umana, divieto di tortura, diritto di asilo, principio di non-refoulement divengono vuote affermazioni retoriche. Resta inascoltata la voce della Corte europea dei diritti dell’uomo, che da tempo ricorda come i diritti sono sanciti non come «theoretical or illusory but rights that are practical and effective». Esternalizzare le frontiere in Libia, così come in Sudan o in Niger, se si vuole ragionare su un piano di realtà e di effettività nella tutela dei diritti, significa sostituire per alcuni la morte in mare con quella nel deserto e per altri prevedere la condanna – senza nemmeno più la speranza di un fine pena – a una vita di violenze e privazioni, una vita senza futuro. I confini sono presidiati contro i diritti, alla vita, all’asilo, alla salute, all’istruzione, al libero sviluppo della persona: i diritti universali non sono allora che privilegi per pochi, un ossimoro che ne nega l’esistenza.

Il controllo delle frontiere, così come è gestito, causa gross violations, che costituiscono crimini contro l’umanità, tracimando in un vero e proprio genocidio, laddove si raffigurino i migranti, per condizioni oggettive e soggettive, come un popolo. Di crimini contro l’umanità – contemplati nell’art. 7 dello Statuto della Corte penale internazionale, adottato a Roma il 17 luglio 1998 – sono responsabili i soggetti che direttamente li commettono (come i governi di Stati autoritari), ma non sono esenti da responsabilità i governi degli Stati europei o gli esecutivi dell’UE, che, nel compiere determinate scelte politiche, non possono non raffigurarsi lo scenario che ne consegue. Come ha affermato la Corte europea dei diritti dell’uomo in relazione alla situazione libica, «le autorità italiane sapevano o dovevano sapere» (sent. Hirsi Jamaa e altri v. Italia, 23 febbraio 2012).

La domanda successiva è: Stati responsabili di crimini contro l’umanità, nonché – per inciso – della violazione di numerose norme delle loro Costituzioni, possono ancora definirsi democratici?

A minacciare la democrazia non sono i migranti ma l’atteggiamento dei governi di fronte alle persone, alla loro dignità, ai loro diritti. Così come a minare la democrazia è l’utilizzo dei migranti in chiave di “emergenza” e di “minaccia” per legittimare l’adozione di politiche restrittive delle libertà e/o per convogliare il malessere sociale verso un nemico, con il “vantaggio” di trasformare un potenziale conflitto sociale legato alle crescenti diseguaglianze economiche nella classica “guerra fra poveri” e di dotarsi di strumenti utili a reprimere il dissenso.

Fra le vittime degli effetti collaterali della scelta di blindare ed esternalizzare le frontiere, vi sono, dunque, il popolo migrante, l’esistenza di diritti universali e la democrazia. L’esternalizzazione delle frontiere, con il suo do ut des che assegna un prezzo ai diritti e alle persone, si inserisce in modo coerente in un paradigma postdemocratico, nella tensione al profitto della global economic governance: una struttura spesso impalpabile ma che stritola con una morbidezza da boa constrictor democrazie, diritti, persone.

Le fotografie sono tratte dal Reportage dal confine greco-macedone di Luigi Ottani e Roberta Biagiarelli