Il pericoloso esperimento di Boris Johnson con la variante delta

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variante delta

 “Lasciate che i cadaveri si accatastino a migliaia”, aveva detto sbottando Boris Johnson nel suo ufficio privato, ma la porta era aperta e molti testimoni l’hanno sentito. È successo lo scorso ottobre, quando la seconda ondata di covid-19 stava accelerando –  con la variante delta – ma il primo ministro britannico era determinato a non reintrodurre limitazioni come le mascherine o l’autoisolamento alla popolazione.

I cadaveri si sono accatastati fino a raggiungere altezze notevoli: a decine di migliaia, per essere precisi. Nei cinque mesi tra il novembre 2020 e il marzo 2021, il covid-19 ha ucciso 86.049 cittadini britannici, la maggior parte dei quali sarebbe probabilmente ancora viva se il governo di Johnson avesse adottato un approccio più corrente sui lockdown.

Imperterrito, Johnson si sta comportando allo stesso modo. Il 19 luglio, con un numero di nuovi casi di covid-19 che supera i cinquantamila al giorno e raddoppia ogni due settimane – ancora a causa della variante delta -, Johnson ha annunciato la fine di tutte le limitazioni legate alla pandemia. Andate dove volete, indossate una mascherina o no, fate come volete, ammassatevi nei bar, abbracciate le persone o starnutitegli addosso se vi va, al chiuso, all’aperto, ovunque, in qualsiasi momento.

Prendere appunti
Altri governi lo osservano, inorriditi ma affascinati. Sarebbe davvero interessante sapere quanti altri decessi sono necessari per ottenere l’“immunità di gregge” in una popolazione che è già stata pesantemente vaccinata. Ed ecco che arriva un tizio che è pronto a prendersi il rischio con la sua stessa popolazione. Osserviamo attentamente e prendiamo appunti.

La popolazione britannica fa da apripista in materia di vaccinazioni: l’88 per cento degli adulti ha ricevuto la prima dose e il 68 per cento le ha ricevute entrambe. Forse è già prossima all’immunità di gregge, che si riteneva generalmente intervenisse quando il 60 per cento circa della popolazione fosse stata vaccinata contro la versione originale del covid-19, ma potrebbe assestarsi intorno all’80 per cento o più per le varianti più recenti e infettive.

O forse le ultime varianti [a cominciare dalla variante delta] sono così infettive che l’immunità di gregge è totalmente irraggiungibile (90 per cento o più) per qualsiasi programma di vaccinazione. Sarebbe bello saperlo, ma non al prezzo di diffondere morte e un covid lungo tra i nostri concittadini. Ed ecco che invece arriva quel simpaticone di Johnson, che è disposto a usare i cittadini britannici come cavia da laboratorio.
È plausibile immaginare che simili pensieri abbiano attraversato la mente dei leader francese, statunitense o coreano, ma è piuttosto improbabile che lo stesso sia accaduto a quella di Johnson. Non è un uomo attento ai dettagli, ed è più probabile che si sia semplicemente ritrovato in questa posizione a forza di disattenzione e pie illusioni.

Inizialmente, verso marzo o aprile, quando i vaccini si stavano diffondendo e le cose sembravano andare bene, aveva promesso che la “giornata della libertà”, quando sarebbero state eliminate tutte le restrizioni, sarebbe arrivata a metà giugno. Poi è apparsa la variante delta, che ha seminato lo scompiglio in India.

Questa ha suggerito due cose. La prima: che i viaggiatori in arrivo dall’India dovevano essere tenuti lontani dal Regno Unito o perlomeno sottoposti a quarantena al loro arrivo. La seconda: che forse quello non era il momento di coraggiosi esperimenti nel lasciare cadere le limitazioni legate alla pandemia. Ma l’uomo dai capelli biondi arruffati è andato avanti, perché aveva pianificato una visita al primo ministro indiano alla fine di aprile per negoziare il primo importante accordo commerciale dopo la Brexit.

Sarebbe stato difficile volare in India senza permettere agli indiani di volare verso il Regno Unito, e quindi ha lasciato le porte aperte per 17 giorni dopo aver vietato i viaggi dal Pakistan e dal Bangladesh (dove il tasso d’infezione era molto più basso). È per questo che quasi tutte le nuove infezioni da covid-19 nel Regno Unito sono riconducibili alla variante delta, più contagiosa di altre.

La natura degli esperimenti
A metà aprile Johnson ha chiuso le porte ai viaggiatori indiani e ha rinviato la “giornata della libertà” di un mese. Ma è poi rimasto tristemente fedele a quella data, nonostante avesse il terribile esempio dei Paesi Bassi davanti a sé, un paese che aveva messo fine a tutte le limitazioni a fine giugno, salvo poi reintrodurle la scorsa settimana, quando le infezioni erano ormai fuori controllo. E adesso la “giornata della libertà” è arrivata nel Regno Unito.

Il nuovo ministro della sanità britannico, Sajid Javid (che si è appena preso il covid-19), prevede spensieratamente che potrebbero esserci centomila nuove infezioni al giorno entro un paio di settimane. Tuttavia, a quanto dice, non c’è da preoccuparsi perché “la relazione tra infezioni e ricoveri o decessi è stata spezzata”.

Non è vero, sebbene tale relazione sia stata molto indebolita dagli alti livelli di vaccinazione nel Regno Unito. Nessun vaccino garantisce una totale immunità, e se le infezioni quotidiane raggiungessero o superassero le centomila, anche un tasso di ricovero ospedaliero di uno su mille può significare cento ricoveri al giorno. Johnson sta scommettendo con le vite delle persone, anche se non è chiaro se è davvero conscio di questo rischio.

D’altro canto, potrebbe anche cavarsela. La natura intima degli esperimenti sta nel non conoscere il risultato in anticipo e questo è un grande e importante esperimento. Se il livello di vaccinazione del Regno Unito permetterà davvero a un paese di aprirsi completamente, nonostante i peggiori effetti delle nuove varianti, sarà una buona notizia per tutti.

Johnson variante delta

 

Pubblicato su “Internazionale” del 21 luglio 2021 (traduzione di Federico Ferrone)


Noi, piccole Cassandre

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Cassandra ecologica

Analisi su analisi, ormai quasi una biblioteca di testi, dalle encicliche papali ai libri alle riviste, ai siti… Niente, non hanno fatto un plissé. Il pianeta è devastato: il Rapporto del Club di Roma è del 1972 e da allora la situazione ecologica è diventata drammatica e tra breve, questione di pochi anni, sarà irreversibile. Nel 1960 eravamo 3 miliardi, oggi, nonostante le guerre e le epidemie, siamo quasi a 8, e 4 miliardi di persone vivono in aree urbane, altri 2 miliardi sono previsti entro il 2030 (c’è anche chi pensa che il Coronavirus sia stato fatto circolare per smaltirne un po’…). È stranoto che la biosfera non regge più questa crescita e che ormai non è più rinviabile una riorganizzazione generale delle nostre società e del nostro modo di vivere: il lungo ciclo della modernità, dalla rivoluzione industriale a Reagan e Tatcher al capitalismo e alla finanza globali, sta schiantandosi contro limiti non politici ma naturali. Eppure c’è una frenesia di ripartire come se tutto fosse stato (fosse, perché siamo ancora in mezzo al guado) un inconveniente sanitario.

Noi in Italia abbiamo sotto gli occhi, e lo sperimentiamo quotidianamente anche nella nostra carne viva grazie alla malasanità, il disastro delle Regioni, nate male cresciute peggio. Buon senso vorrebbe che si riconsiderasse tutto il sistema, almeno quello sanitario: utopistico il solo pensarlo. Abbiamo un governo ecumenico, con coltelli che volano come nei circhi e nei Luna Park degli anni Cinquanta. La politica è diventata una maschera grottesca dietro cui si agitano sordide ombre, losche comparse, qualche raro ingenuo e qualche benintenzionato che ancora ci crede. I cittadini, se questa parola ha ancora un senso, sono smarriti, nervosi, confusi, oscillanti tra pulsioni ribellistiche (ma contro chi?), fatalismo mediterraneo, piccole astuzie emergenti da un passato remoto incistato nel genoma della specie italica, borborigmi da caffé bevuto fuori dai bar.

Davvero pensiamo che ne usciremo con una ripresa della vita e del sistema di prima? Non avvertiamo dappertutto nel mondo un’irrequietezza, un misto di tensione e di smarrimento, come una leggera ma persistente vibrazione del terreno su cui ci si trova a camminare? La stessa frenesia di ritornare alla vita di sempre non ricorda i finti e nevrotici scintillii da Belle Époque?

E d’altro canto dov’è oggi un’improbabile Jenny dei pirati? E come è possibile opporre resistenza, anzi resilienza come si usa dire, senza una politica, un qualcosa che non sia soltanto traffico opportunistico e/o malavitoso o svolazzo elettronico?

Non ho risposta. O meglio: mi rispondo flebilmente, con una convinzione tremula ma tenace. Non arrendersi. Testimoniare che delle possibilità esistono. Compensare la fragilità con la testardaggine. Dare spazio agli utopisti, anche quando ci sembrano velleitari. A esempio a Maurizio Pallante e al suo Ultima chiamata, Lindau: una prima parte di straordinaria sintesi dedicata alla nascita storia e catastrofe della modernità occidentale, una seconda ricca di proposte di ipotetica riorganizzazione secondo un progetto di decrescita. Difficilmente realizzabile in tempi brevi ma pur sempre ricco di spunti e di suggerimenti per un’alternativa.

Il problema è come fare “rete” tra le varie iniziative, non solo italiane, rispettandone fisionomia, storia, progetti. Come utilizzare la rete per collegamenti e “rimbalzi”; o anche per tener viva un’effervescenza che possa mettere radici in luoghi diversi senza disperdersi o demoralizzarsi. Orgogliosi come Achille e tenaci come Cassandra. Non otterremo granché, ma almeno resteremo vivi, fosse anche solo per testimoniare la possibilità di un’utopia.

Cassandra 2


Svezia: tra governo degli esperti e neoliberismo, a perderci è la democrazia

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Il 15 dicembre la Commissione di inchiesta sul Coronavirus, istituita a giugno dal Governo svedese, ha pubblicato il suo primo rapporto parziale, che ha avuto vasta risonanza. La Commissione non si è pronunciata (lo farà in un successivo, e conclusivo, rapporto) sulla strategia complessiva delle autorità svedesi, bensì su un aspetto specifico: l’assistenza agli anziani, nelle case di riposo come a domicilio. Dopo aver ricordato come, tra questi soggetti, si riscontri un’alta mortalità in molti paesi – conseguenza della massiccia diffusione del contagio – la Commissione conclude che, nonostante le autorità svedesi fossero informate della strage di anziani nelle RSA italiane, il sistema socio-sanitario nazionale è arrivato impreparato e mal equipaggiato alla prova, a causa di «ben note carenze»; il personale si è ritrovato spesso da solo a fronteggiare l’emergenza e i provvedimenti adottati dalle autorità per arginare il contagio sono stati «tardivi e per molti versi anche inadeguati» (https://volerelaluna.it/mondo/2020/03/29/il-modello-svedese-alla-prova-del-coronavirus/).

È noto come la decisione sulle misure più idonee a fronteggiare l’emergenza sia stata affidata all’Agenzia per la salute pubblica (FHM), un organismo indipendente dal potere decisionale, con una legittimazione di natura epistocratica (il “governo degli esperti”). Pur in linea con l’ordinamento costituzionale del paese, tale scelta ha suscitato dall’inizio reazioni contrastanti nella società civile: chi ha difeso la primazia degli esperti, chi ha accusato il Governo di aver abdicato – di fronte a una crisi senza precedenti – al suo ruolo e chi infine ha argomentato che assegnare la gestione della pandemia a un organismo tecnico-scientifico costituisce pur sempre una decisione politica.

Più che disquisire su principi astratti, interessa qui esaminare la condotta e la strategia comunicativa dell’Agenzia. Ecco allora un florilegio di presupposti e previsioni su cui essa ha basato le sue scelte, tra primavera e autunno: gli asintomatici non sono contagiosi (sic!), dunque non occorre eseguire tamponi a tappeto; i positivi sono contagiosi per pochi giorni; la mascherina è un boomerang, perché disincentiva dal rispettare le misure di distanziamento e di igiene; Stoccolma raggiungerà l’immunità di gregge entro metà maggio; tra autunno e inverno la Svezia si ritroverà, nella peggiore delle ipotesi, con focolai locali o con una diffusione su scala nazionale ma di gravità contenuta.

L’Agenzia ha quindi adottato una strategia di diffusione “controllata” del virus (con restrizioni non draconiane, sostenibili nel lungo periodo) nonostante le «ben note» (anche all’Agenzia, è lecito supporre) carenze nell’assistenza agli anziani (scarsa igiene, insufficienti dispositivi di protezione, personale spesso poco qualificato e precario) impedissero a priori di contenere il contagio proprio nella fascia di popolazione la cui salvaguardia l’Agenzia stessa definiva essenziale. Mentre “i nonni” morivano a migliaia, veniva ripetuto ossessivamente il mantra: «la curva si sta stabilizzando/sta per stabilizzarsi», anche quando, tra aprile e giugno e poi, di nuovo, da novembre, era lampante che i nuovi casi e i decessi stavano aumentando in modo allarmante.

Al momento la Svezia ha un tasso di mortalità (numero di decessi per milione di abitanti) decisamente più basso di paesi che hanno scelto la linea del rigore (al 21 dicembre, è di 789 contro i 1.138 dell’Italia). Ciò che però ha assillato dall’inizio gli svedesi è che i loro dati su positivi e decessi sono incomparabilmente più alti di quelli degli altri paesi nordici. Come spiegarlo? Anche su questo punto, gli epidemiologi dell’Agenzia hanno sfoderato una certa creatività. Se in primavera avanzavano una spiegazione per lo meno attendibile, anche se non sufficiente (tra fine febbraio e inizio marzo circa un milione di svedesi era andato in vacanza all’estero, importando il virus dalle Alpi italiane e austriache), a settembre, quando la situazione nel paese era tranquilla, azzardavano che il virus sarebbe stato più letale in Svezia perché l’influenza dell’inverno precedente era stata più blanda, rispetto ai paesi vicini. In breve: meno soggetti fragili falcidiati dall’influenza stagionale, più candidati a morire di Covid. I colleghi danesi, norvegesi e finlandesi accoglievano con una certa freddezza la teoria. Infine, più recentemente, l’Agenzia è ritornata alla tesi della settimana di vacanza invernale come micidiale focolaio, ma con una variante: rispetto ai paesi confinanti, la Svezia ha più immigrati, che viaggiano molto e hanno importato il Covid da diverse località; del resto, tutti possiamo facilmente immaginare le orde di camerieri, badanti, tassisti che prendono d’assalto i gli aeroporti…

Se fosse stato un politico a compiere errori simili, si sarebbe dovuto dimettere (forse perfino in Italia). Invece i vertici dell’Agenzia rimangono saldamente al loro posto e ora che i buoi sono scappati, e la seconda ondata dilaga, il Governo di Stefan Löfven cerca di chiudere la stalla. Benché il Rapporto parziale della Commissione chiami in causa anche gli esecutivi precedenti (dal 2006 al 2014 ha governato il centrodestra, privatizzando a tutto spiano) nonché le amministrazioni regionali e comunali, ovviamente è il Governo centrale in carica a essere sotto accusa. Ecco allora che, dopo aver introdotto di sua iniziativa già a novembre due restrizioni (il divieto di servire alcolici dopo le 22 e il tetto massimo di otto persone per gli assembramenti pubblici), dopo l’uscita del Rapporto il primo ministro si è sforzato di recuperare quella centralità cui aveva rinunciato per mesi, annunciando, il 18 dicembre, nuove misure, tra cui l’obbligo per negozi e centri commerciali di stabilire un tetto massimo di visitatori. Il mancato rispetto della norma potrebbe portare alla chiusura delle attività (ma, si noti, subito è stato obiettato che una simile misura sarebbe priva di fondamento giuridico). Il Governo ha altresì confermato la didattica a distanza per le superiori fino al 24 gennaio e stabilito che i comuni devono chiudere al pubblico tutte le attività non necessarie. Quanto all’Agenzia, dopo pressioni da varie parti (inclusa la famiglia reale) ha finalmente “raccomandato” l’uso della mascherina sui mezzi pubblici (ma solo negli orari di punta).

Il “modello svedese” è invecchiato male: a furia di privatizzare servizi essenziali come la sanità e la scuola e di piegare l’amministrazione pubblica alla logica aziendalistica del New Public Management, la Svezia si ritrova con un Welfare che, in alcuni settori, si è sgretolato. E la soluzione non sta nel cercare di resuscitare l’età d’oro della socialdemocrazia svedese (anni ’60-’70), perché quel modello di Welfare, e di mercato del lavoro, era modellato su una società che si presumeva omogenea culturalmente (ed etnicamente) e ruotava intorno al posto di lavoro a tempo indeterminato.

La comparazione tra Svezia e altri paesi europei dovrebbe però offrirci anche delle lezioni globali. Non ha funzionato, nel Nord come nel Sud dell’Europa, né la governance transnazionale né il coordinamento tra autorità nazionali e amministrazioni locali. Il ruolo degli esperti va radicalmente ripensato, sia dove essi sono stati chiamati a decidere in prima persona, senza doverne rispondere (Svezia), sia dove i politici hanno ascoltato o ignorato i loro consigli a seconda della necessità del momento (Italia, Spagna ecc.). Con una classe politica screditata a livello globale già prima della pandemia, la delegittimazione anche degli esperti consegnerebbe alle destre il mondo post-Covid. Quanto alla società civile, il suo coinvolgimento non può essere ridotto alla colpevolizzazione in nome di quella “responsabilità individuale” che è uno dei cardini del neoliberalismo: nessuna prevenzione, gestione ex-post del disastro all’insegna del «si salvi chi può» – con tanti elogi alla “resilienza” (altro concetto da estirpare, insieme a governance), in attesa della prossima calamità su cui speculare.


La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale – 2. L’equazione emotiva

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Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) ‒, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare.

Ogni volta che un bimbo dice: «Io non credo alle fate»,
c’è una fatina che da qualche parte cade a terra morta.
M. Barrie, Peter Pan

 

Ospedali pieni, pronto soccorso intasato, tende dell’esercito fuori dall’ospedale, reparti convertiti in tutta fretta per ospitare i malati Covid, giovani medici e specializzandi contrattualizzati per dare una mano, tutto è tornato come a marzo, tranne per un particolare fondamentale: l’attitudine dei miei colleghi.

Da un po’ li osservo, e più ci parlo, leggo cosa scrivono, li incontro, più vedo riflessi, nei loro, i miei stessi pensieri e sentimenti.

Il clima che si respira in ospedale come sui social network è di rassegnata frustrazione, con sfumature di rabbia e fastidio. C’è chi se la prende con chi quest’estate ha fatto festa, chi con chi ha fatto troppo poco e troppo tardi, chi attacca i negazionisti invitandoli a offrirsi volontari per lavorare nei reparti Covid, chi tenta per l’ennesima volta di risolvere l’enigma lupo/capra/cavolo e attraversamento del fiume nella nuova versione 2020 figli/nonni/genitori e operatori sanitari che devono vivere cercando di non ammalarsi di Covid.

Perché, vedete, tecnicamente per il nostro lavoro non fa nessuna differenza che la gente ci applauda dai balconi o filmi di nascosto i parcheggi vuoti davanti agli ospedali per gridare al complotto, che ci regali il cibo o ci accusi di voler fermare il paese dall’alto del nostro stipendio fisso. Noi comunque ogni mattina entreremo in ospedale e cureremo allo stesso modo chi ci capita, «senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali».

Il problema è lo spirito con cui lo facciamo.

Abbiamo le spalle larghe, noi del pronto soccorso. Così come c’è qualcuno che si lamenta, urla, inveisce, sputa, lancia oggetti, aggredisce un operatore sanitario, c’è qualcun altro che commenta: «Come fate?», «Siete dei santi», «Complimenti», «Che pazienza», «Chi ve lo fa fare?».

Tutti i giorni ci chiediamo chi ce lo fa fare: a volte è lo sguardo riconoscente di un vecchietto a cui abbiamo portato una coperta in più, altre volte è la soddisfazione professionale di aver gestito bene un’emergenza, a volte è lo sguardo sereno con cui un malato si addormenta dopo l’antidolorifico, altre è il ringraziamento di un parente. Tutti i giorni abbiamo altrettanti motivi per trovare detestabile questo lavoro: le immagini insopportabili che rimangono impresse negli occhi, il pianto della madre a cui abbiamo dovuto comunicare la morte del figlio, il colorito grigio del giovane che abbiamo tentato di rianimare invano per un’ora, la nonna morente, sola in un ospedale chiuso alle visite, la cronica mancanza di posti letto, l’ancora più cronica mancanza di personale e di risorse, l’impossibilità di concentrarsi per cinque minuti sullo stesso paziente perché c’è sempre troppo da fare, la coda infinita.

Ciò che chi sta fuori dall’ospedale pensa di noi non è che una variabile trascurabile di un’equazione complessissima, di quelle con mille parentesi e lettere strane che alle medie sbagliavo sempre.

È il risultato finale di questa equazione, però, ad essere importante: perché dopo tre pagine di calcoli può venirne fuori un numero positivo, e allora ci alziamo e andiamo a lavorare, o negativo, e allora firmiamo una lettera di dimissioni o di trasferimento e ci dedichiamo a una vita più tranquilla. La seconda possibilità capita sempre più spesso (https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/10/10/news/piemonte_la_fuga_dei_medici_dalla_prima_linea_dei_pronto_soccorso_dopo_il_covid-270076578/).

Ogni volta che un parente pensa di ottenere un trattamento migliore con un atteggiamento aggressivo, ogni volta che un paziente sporge denuncia per problemi irrisori o inesistenti, ogni volta che qualcuno posta l’ennesimo articolo sui dati di mortalità del Coronavirus, su Bill Gates, il 5G o i video di presunti reparti ospedalieri vuoti, una piccola, trascurabile, variabile si aggiunge all’equazione personale di ciascuno di noi operatori sanitari. E alle porte di questo lungo inverno la percezione di tutti è che l’equazione sia già pericolosamente vicina allo zero.


Ultras, dagli stadi alle piazze

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Disordini di piazza contro la “dittatura sanitaria”. Ribellismo eterogeneo stimolato da una destra che non si appoggia certo al parere dei virologi (peraltro divisi) ma che mette in campo una volontà antagonista che sa di frustrazione e di contestazione del Governo nel nome di un’opposizione impotente che, con la scusa di non essere stata interpellata, si limita a replicare il suo “no” di fronte a qualunque proposta.

Tra le (eterogenee) frange contestatrici non stupisce di trovare il fronte degli ultras. Momentaneamente disoccupati perché gli stadi sono off limits e dunque non c’è sfogo alla voglia di protagonismo. Il movimento tellurico che sposta questi etichettabilissimi tifosi (ci sono anche ultras nel basket oltre che, ovviamente, nel calcio) dagli impianti sportivi alle piazze è spinto e favorito dalla strumentalizzazione politica. I numi tutelari che veicolano flussi di ultras nelle manifestazioni di Roma, Milano, Torino e Firenze sono Roberto Fiore e Giuliano Castellino. E le sigle in ballo sono quelle di Forza Nuova, Casa Pound, Lealtà Azione. Con la mascherina che assume strategicamente la funzione del passamontagna per evitare l’identificazione da parte delle forze dell’ordine (anche se nell’ultima settimana di ottobre sono circa sessanta i manifestanti arrestati o indagati).

Sono gli stessi ultras che si battevano per la mancata ripresa del campionato di calcio, consci che nella nuova situazione non avrebbero avuto il ruolo centrale del passato. Gli stessi che hanno dato vita a pagine nere di violenze e che sempre più spesso si mischiano con la criminalità comune se non addirittura con le mafie attraverso i reati di riciclaggio e di diffusione di massa di stupefacenti: emblematica in questo senso la figura di Fabrizio Piscitelli, il cui curriculum e la cui tragica fine hanno fatto emergere connivenze e incastri (con il clan Senese ad esempio) di un personaggio che, seppure nel mirino della magistratura da almeno 25 anni, al momento dell’attentato che gli è costato la vita era ancora, incredibilmente, a piede libero. Sono – tra gli altri – gli stessi ultras della Lazio che, in passato, cercarono di regalare a Chinaglia la presidenza della Lazio fruendo di capitali illeciti, ex “Irriducibili” riciclatisi attraverso nuove sigle (la strategica riconversione del nome è un metodo gattopardesco frequente nella geografia del tifo ultras – si veda il caso dei supporter del Verona – per riciclarsi e sfuggire all’identificazione come responsabili di razzismo, xenofobia, corruzione).

I prodromi di questo spostamento di massa dagli stadi alle piazze si erano avuti già nel 2003 con la manifestazione indetta dagli ultras «contro la repressione e il calcio Sky» trasformatasi in una passerella di tono nazista con saluti romani, braccia tese ed esibizione di cappellini Charlemagne (quelli indossati dai simpatizzanti francesi di Hitler protesi nel difenderlo fino alla fine). In quel 22 giugno di Milano le adesioni vennero da ben 72 diversi gruppi ultras (alcuni anche stranieri) con la sfilata di circa 5000 persone, con grande effetto mediatico ma nessuna conseguenza sul piano dell’iter legislativo della legge in discussione. E a quell’evento seguì una manifestazione di protesta sotto la sede milanese della Lega calcio il successivo 29 agosto.

Ma ora, nella settimana della nuova ondata del coronavirus, la protesta si è fatta più virulenta e l’obiettivo non è più una televisione a pagamento ma il Governo e le sue istituzioni, nel contesto di una radicalità sovversiva di destra che cerca di avvicinarsi all’area del potere rovesciando gerarchie costituite. Per i gruppi ultras che ruotano attorno alla galassia nera è un modo per conquistarsi simpatie e fidelizzazioni. Il calcio e le sue presunte passioni come carta moneta per l’arruolamento.

Superfluo dire che, fuori dal mascheramento, ben poco rimane per il tifo calcistico, semplice copertura che nasconde ben altri pressanti obiettivi.


La ripresa del Covid. Cronache da un ospedale. 1 – L’inverno sta arrivando

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Alla fine la seconda ondata è arrivata.
Era prevedibile. Si poteva fare di più. Si doveva fare di più. Si doveva fare prima. I come, i se, i perché occuperanno i dibattiti e le analisi dei prossimi mesi. A oggi, poco importa. Perché nel frattempo gli ospedali hanno ricominciato a riempirsi, i pronti soccorso a essere intasati, i reparti a essere riconvertiti per accogliere sempre più malati, cercando di sopperire, così, alla cronica mancanza di posti letto (ma anche di personale e di risorse). Muri buttati giù in primavera sono tornati a separare le zone pulite, quelle destinate alle normali degenze, da quelle sporche, le aree Covid.
Di nuovo, si è tornati a separare il fuori e il dentro, il mondo esterno, alle prese con suddivisioni del territorio in zone di diversi brillanti colori, quasi fosse un’aggiornata versione di Risiko, da quello interno dei reparti ospedalieri, fatto di storie e vissuti di pazienti e di personale sanitario che ormai siamo abituati a vedere solo più vestito con tute da astronauta e maschere filtranti a nascondere il viso.
Tra l’una e l’altra realtà una divisione quasi impenetrabile.
Eppure, indagare cosa accade “dentro” diventa oggi l’unico modo per dare un senso a ciò che sta succedendo “fuori” e, per farlo, serve la voce di chi, come la dott.ssa Chiarlo dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino – che ha già commentato la prima ondata (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/) ‒, vivendo quei luoghi tutti i giorni, può rendere una lucida e responsabile testimonianza dello tsunami che, a distanza di pochi mesi, ci troviamo di nuovo ad affrontare.

 

Improbe Neptunum accusat, qui iterum naufragium facit
Publilio Siro

Per un po’ abbiamo avuto la nostra personale Berlino, quel muro pieno di graffiti a dividere il pronto “pulito” da quello “sporco”, la zona Covid dalla zona non-Covid. Poi, come in Germania nel novembre ’89, a fine giugno è stato abbattuto. Un gesto scenografico che tutti abbiamo immortalato con i nostri telefoni a sancire una minuscola vittoria di questa strana guerra. Insieme al muro sono stati smantellati uno a uno i reparti Covid dell’ospedale, i contratti di collaborazione straordinaria sono stati sciolti, e infine le OGR sono tornate lo spazio polifunzionale per eventi che erano prima della pandemia.

In Pronto Soccorso, però, abbiamo continuato a lavorare come prima. Il muro è stato sostituito da un numero crescente di porte di vetro, più versatili e meno angoscianti, e gli spazi sono stati ridistribuiti continuamente. Abbiamo continuato a lavorare con tute, visor, filtranti e guanti anche quando i giornalisti hanno perso interesse, anche ad agosto, con l’aria condizionata sempre insufficiente a dare sollievo sotto troppi strati di plastica. Abbiamo continuato ossessivamente a cercare il Sars-Cov-2 in tutti i malati febbrili, con sintomi respiratori e poi anche in tutti i malati da ricoverare. Siamo stati attenti a non farci scappare neanche un caso possibile in fase di pretriage: il paziente non parla? Percorso Covid. Non è in grado di riferire un’anamnesi? Percorso Covid. Ha problemi delle vie aeree? Percorso Covid. Tanto erano sempre tutti negativi. Ci siamo compiaciuti, al momento di chiamare i pazienti a casa per comunicare l’esito del tampone, di notare colonne di “negativo” per pagine e pagine, come se veramente fosse stato merito nostro, come se si trattasse della schiacciante vittoria ottenuta grazie a una strategia ben congegnata. E non fosse, invece, la ritirata del nemico che brucia tutto alle sue spalle per riorganizzarsi e tornare più forte di prima.

Poi, un giorno, è tornato.

Sto aggiornando il registro dei tamponi con i risultati di quelli eseguiti in mattinata e, piuttosto inaspettatamente, leggo “positivo”. Ricarico la pagina, rileggo, stampo per sicurezza: è proprio positivo. Compilo il mezzo chilo di scartoffie richiesto in questi casi (mi ero quasi dimenticata di quanto fosse fastidioso, tra domande ripetute, informazioni che non si trovano, fax che non prendono la linea) e mi preparo a chiamare il paziente.

«Buongiorno, chiamo dall’ospedale Giovanni Bosco, è il signor F.?».
«Sì, buongiorno».
«Devo comunicarle l’esito del tampone, che è positivo. Ha il coronavirus!».
«Ah».
Gli lascio il tempo di assimilare l’informazione, poi parto con la tiritera di domande e raccomandazioni, consigli clinici e norme di isolamento domiciliare. Concludo come sempre con un: «Mi raccomando, Lei e le persone con cui convive non potete uscire di casa. Vi contatterà il Sisp per il tampone di controllo».
«Ma io ho il frigo vuoto, non mi può dare almeno un’ora e mezza per andare a fare la spesa?».
Ecco. Otto mesi di bombardamento mediatico, di bollettini quotidiani con contagiati, ricoverati, guariti e deceduti, di dibattiti, DPCM, colonne di camion a Bergamo, corse al lievito e alla farina al supermercato, canti dai balconi, mascherine fatte in casa, pareti di plexiglas alle casse dei negozi, posti distanziati al ristorante e politici, imprenditori, sportivi che si ammalano e ci troviamo qui: a non aver capito a cosa serve l’isolamento domiciliare dei positivi.
Per fortuna lavoro in pronto soccorso, sono abituata a spiegare che sì, se non hai mai preso l’aspirina nella tua vita e due ore fa ne hai presa una e ora sei pieno di pomfi pare proprio che tu sia allergico all’aspirina e no, non può essere la pizza che hai mangiato ieri. Che se hai mal di schiena da tre settimane no, non sei un caso urgente e no, non devi venire in pronto soccorso. Che se la tua pressione è appena al di sopra dei limiti previsti dall’apparecchio con cui la misuri a casa no, non ti sta venendo un ictus e sì, puoi chiamare il tuo medico curante domani mattina in tutta sicurezza.
Quindi, con molta calma, gli rispondo che no, non può andare un’ora e mezza a fare la spesa perché ha il frigo vuoto, ma che deve chiamare un amico o parente disposto a portargliela oppure può organizzarsi con la spesa online che tutti i supermercati offrono da almeno sei mesi.

Torno a casa e ci rido su, convincendomi che è un caso, con tutti i tamponi che facciamo un positivo ogni tanto capita. Cerco di non pensare che del pronto soccorso Covid, il prefabbricato esterno modulare con posti distanziati, zona antishock con monitor e ventilatori e docce per il personale che ci è stato promesso, finanziato e approvato tre mesi fa non c’è ancora traccia. Cerco di ignorare che i reparti Covid sono stati chiusi ovunque: al momento i malati sembrano stare bene, in gran parte sono giovani e paucisintomatici e vengono dimessi a domicilio.

Al mio turno successivo, la settimana seguente, però, i positivi da chiamare a casa sono nove e due pazienti si trovano nella ex sala ortopedica, ora degenza dei Covid positivi. A. e C. sono marito e moglie: lei ha la febbre e la polmonite, lui solo la febbre. Stazionano qui da ieri, perché l’ospedale per le malattie infettive ha accettato lei ma non lui, e comunque non ricovera di notte.

Finché i problemi sono questi non è grave, mi dico. Chiamo il reparto di malattie infettive e prenoto l’ambulanza per C., che piange disperata all’idea di essere separata dal marito per chissà quanto tempo. Nel frattempo cerco un posto ad A. Dopo mezz’ora, sei telefonate e una valutazione congiunta con i rianimatori decidiamo di mandare anche lui nel reparto di malattie infettive, anche se il collega mi avvisa «Con questo abbiamo finito i posti, poi non so dove li ricovererete i Covid finché non dimettiamo qualcuno». C. scoppia di felicità quando l’ambulanza, percorsi pochi metri, inverte il senso di marcia per tornare a prendere A. e lo saluta con gioia smisurata, come se non fossero trascorsi pochi minuti da quando ha lasciato la stanza: «Sa, dottoressa ‒ mi spiega ‒ domani festeggiamo 61 anni di matrimonio!».

Due pazienti soddisfatti e la degenza vuota in un colpo solo, non capitano spesso gioie simili. È solo su questo che preferisco concentrarmi, anziché sul fatto che il nuovo reparto Covid di un altro ospedale dell’ASL ha ritardato per l’ennesima volta l’apertura per mancanza di personale.

Un’altra settimana trascorre e, tra alti e bassi, la situazione inizia a precipitare con un nuovo DPCM e manifestazioni sopra le righe, tra coprifuochi ventilati, minacciati, attuati e negozianti disperati che «Perché devo chiudere io e lui no» e «Se aveste messo la mascherina non sarebbe finita così», tra fascisti che si lamentano della deriva autoritaria del Governo e opinionisti della domenica che se la prendono con le chiese aperte, con i teatri chiusi, con la dittatura sanitaria, con le palestre, con il calcio, con i fascisti, con il Governo, con il Governo fascista che se la prende con i fascisti.

In ospedale i problemi sono altri: gli operatori malati, sempre più numerosi, o le risorse ancora una volta ridotte all’osso. Forse se tutta Italia avesse messo bene la mascherina non saremmo arrivati qui, o forse non sarebbe cambiato nulla, poco importa: in medicina siamo abituati a gestire l’incertezza, quello a cui non siamo abituati è il caos. Perché gli eventi, anche improbabili, sono spesso prevedibili e con un po’ di organizzazione diventano affrontabili. Ciò che trovo lunedì mattina in area Covid, invece, è entropia tendente a infinito e non contenuta. Due pazienti intubati che attendono un posto in rianimazione, due ventilati che non hanno una destinazione perché le subintensive Covid non esistono più e quattro con la polmonite ed elevato fabbisogno di ossigeno che non possono essere ricoverati in nessuno dei reparti Covid esistenti perché troppo instabili.

Per fortuna quando fallisce il piano A si passa al piano B e le lettere dell’alfabeto sono 26.

Martedì pomeriggio, ancora una volta, cediamo. L’ospedale “pulito” diventa metà e metà, in pronto soccorso invertiamo la zona pulita e la zona sporca per ricavare più spazio, trasferiamo i pazienti del reparto di medicina d’urgenza e in poche ore riapriamo la terapia subintensiva Covid.

A tutti sembra di rivivere un brutto sogno (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/01/cronache-da-un-ospedale-in-tempo-di-covid-19/). Manca l’energia un po’ spavalda con cui abbiamo affrontato l’ignoto la scorsa primavera, manca la solidarietà di chi sta fuori, l’ottimismo retorico e infantile dell’«andrà tutto bene», mancano le forze per affrontare in apnea un inverno che non è ancora cominciato e già sembra senza fine.


Rapporto migrazioni 2020. Conoscere per comprendere

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«Conoscere per comprendere» è il titolo, esplicito e diretto, del XXIX Rapporto immigrazione di Caritas e Migrantes. Non per vezzo ma perché «nella narrazione dell’immigrazione lo spazio concesso ai suoi protagonisti ‒ persone migranti e cittadini stranieri ‒ risulta minimo (7% nel 2019, quasi dimezzato rispetto all’11% del 2018), mentre ampio risalto è dato al dibattito politico sull’immigrazione (47,1%)».

Come sempre il Rapporto è ricco di dati e di analisi.

Vi si segnala, anzitutto, che anche nel 2019 gli uomini e le donne che hanno lasciato il proprio paese per migrare altrove sono aumentati arrivando al 3,5% della popolazione mondiale. A partire dagli anni Settanta, il loro numero è più che triplicato: da 84 a 272 milioni di persone. «L’India – si legge nel Rapporto – rimane il paese con il maggior numero di emigrati all’estero (17,5 milioni), seguita da Messico e Cina (rispettivamente 11,8 milioni e 10,7 milioni), mentre gli Stati Uniti sono il principale paese di destinazione con 50,7 milioni di immigrati internazionali, seguito dall’Arabia Saudita con 13,1 e dalla Russia con 11,9. Di tutte le persone che si spostano a livello globale, i migranti per motivi di lavoro sono stimati in un numero pari a 164 milioni, mentre la popolazione di migranti forzati si avvicina agli 80 milioni di individui, dunque circa la metà rispetto al primo gruppo».

Quanto al continente europeo, il Rapporto evidenzia come i migranti che risiedono in Europa sono attualmente 82 milioni, un decimo in più rispetto al 2015. È la Germania ad avere il maggior numero di immigrati residenti: circa 13 milioni. Un terzo in più di Regno Unito (sopra i 9 milioni) e Francia, terza in questa graduatoria con 8 milioni. Seguono Italia e Spagna, entrambe intorno ai 5 milioni. Da segnalare che oltre la metà (42 milioni) degli stranieri sono nati nel Paese di residenza.

Anche in Italia il numero dei migranti è aumentato, ma in maniera minima: solo 47mila residenti in più. Le nascite sono calate di mille unità e le nuove cittadinanze di circa il 14%. Al riguardo si segnala che ben il 64,4% degli alunni stranieri è nato in Italia, ma non ha la cittadinanza italiana e che ciò rende necessario un intervento di modifica dell’attuale legislazione, superando gli ostruzionismi politici. Gli stranieri residenti in Italia sono attualmente 5.306.548, pari all’8,8% della popolazione. La maggior (oltre un quinto del totale) proviene dalla Romania. La maggior parte dei permessi di soggiorno (circa i due terzi) è a lunga scadenza mentre quelli di breve durata sono il 37%. Quanto ai titoli del soggiorno il 48,6% è per motivi familiari, il 41,6% per lavoro, il 5,7% per asilo e protezione internazionale, l’1,5% per studio.

Il Rapporto si sofferma anche su due questioni di attualità: il possibile legame tra l’emergenza coronavirus e l’arrivo di migranti e la modifica dei cosiddetti decreti sicurezza. Sul primo punto, la risposta è netta: «nessun allarme sanitario in Italia è legato alla presenza di immigrati sul territorio nazionale»: la presenza e la distribuzione geografica di casi positivi sono risultate corrispondenti a quelle della popolazione generale. Sul secondo punto il Rapporto «prende atto con viva soddisfazione, del recente via libera (6 ottobre 2020), del Consiglio dei Ministri al decreto legge contenente disposizioni urgenti in materia di immigrazione, protezione internazionale e complementare, contenente modifiche dei c.d. decreti sicurezza».

Una ulteriore segnalazione riguarda i reati contro i migranti dettati da razzismo e xenofobia con conseguente «necessità di migliorare la normativa in materia di reati legati alla discriminazione razziale e, con essa, le procedure di denuncia e quindi di riconoscimento della violazione, includendo anche i nuovi mezzi di comunicazione social come luoghi virtuali nei quali sempre più spesso si registrano episodi di intolleranza, anche rafforzando il ruolo delle istituzioni di polizia competenti, spesso prive di risorse e di strumenti sufficienti»

Qui il link per accedere al testo integrale e alla sintesi del rapporto:

https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2020/10/RICM_2020_DEF.pdf (versione integrale)

https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2019/09/XXVIII-Rapporto-Immigrazione-2018-2019-Sintesi.pdf (sintesi)


Germania. Lavorare meno lavorare tutti

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Nell’industria dell’auto tedesca l’occupazione è minacciata dal crollo dovuto alle ripercussioni della pandemia. Una grave minaccia, se si considera che in Germania il settore automobilistico è di grande importanza sia per quanto riguarda l’occupazione, con 830.000 dipendenti, sia per quanto riguarda il PIL, con il 5% del totale. Inoltre ci sono altri circa 1,2 milioni di posti di lavoro che dipendono da questo settore.

Oltre a subire gli effetti della crisi legata al Coronavirus il comparto sta anche subendo una profonda trasformazione verso la mobilità elettrica, stimolata dalle preoccupazioni per i cambiamenti climatici. La transizione verso l’auto elettrica necessita meno manodopera e i processi di digitalizzazione porteranno a una diminuzione degli operai in favore di lavoratrici e lavoratori più specializzati.

Questi cambiamenti strutturali avvengono in concomitanza con la peggiore recessione economica del dopoguerra, tanto che in gennaio una ricerca della Piattaforma nazionale per il futuro della mobilità ha ipotizzato, nel peggiore degli scenari, una perdita di 400.000 posti nell’industria tedesca dell’auto entro il 2030, anno in cui entreranno in vigore le norme sulle emissioni dell’Unione europea.

La recessione da Covid-19 ha di nuovo reso necessaria una policy di sostegno al reddito e aiuto alle imprese: uno strumento importante contro la disoccupazione è la cassa integrazione guadagni (Kurzarbeitergeld), che in Germania può essere chiesta da un’azienda che abbia subìito una riduzione dei ricavi temporanea e inevitabile sia con la finalità di ridurre l’orario di lavoro, sia per una momentanea sospensione. Per facilitare l’accesso alla cassa integrazione durante l’emergenza Coronavirus è sufficiente che almeno il 10% dei dipendenti stia subendo una perdita di più del 10% della propria retribuzione. Il lavoratore oltre al salario ridotto percepisce un sussidio dall’Agenzia federale per l’impiego pari al 60% della retribuzione netta persa, con un’aliquota maggiorata al 67% per chi ha figli. La copertura prevista è comunque una delle più basse nell’Unione europea, per questo motivo il sindacato tedesco ha chiesto e ottenuto un aumento dell’aliquota stessa. Il sindacato ha chiesto anche un prolungamento della cassa integrazione, perché le prestazioni di integrazione salariale sono previste per 12 mesi, prorogabili a 21 senza superare il 31 dicembre 2020. Anche in questo caso il governo ha accolto con favore la proposta di estendere le prestazioni a 24 mesi, ma non superando il 31 dicembre 2021. È prevista inoltre una forma di cassa integrazione che ha la funzione di facilitare il passaggio a un nuovo datore di lavoro o a un’attività autonoma.

Non è detto però che queste misure siano sufficienti a evitare un aumento della disoccupazione a medio termine. Per questo motivo l’IG Metall, il sindacato dei metalmeccanici, sta puntando anche sullo strumento della riduzione dell’orario di lavoro. In vista del rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici, il segretario generale dell’IG Metall, Jörg Hofmann, ha infatti già proposto l’introduzione della settimana di quattro giorni. 

La trattativa per il nuovo contratto collettivo per i circa 4 milioni di metalmeccanici partirà all’inizio del 2021. Di fronte alle sfide riguardanti la crisi congiunturale e i cambiamenti strutturali la riduzione dell’orario di lavoro potrebbe rappresentare un rimedio per mantenere i livelli occupazionali durante e dopo l’emergenza Coronavirus. Sarà inoltre necessaria anche una compensazione dei salari accompagnata da incentivi per favorire processi di qualificazione professionale.

A livello aziendale ci sono già i primi casi in cui l’IG Metall è riuscita a imporre le sue richieste di riduzione dell’orario di lavoro, come nei casi di Bosch, ZF Friedrichshafen e Daimler. Secondo il sindacato tante aziende tendono a reagire all’emergenza Coronavirus in modo unidimensionale minacciando tagli occupazionali e talvolta usano la crisi legata al Coronavirus anche come pretesto per riduzioni di personale o delocalizzazioni già precedentemente progettate. La difesa dell’occupazione, anche attraverso la settimana corta, diventa quindi in questa fase il primo obiettivo del sindacato dei metalmeccanici.

L’IG Metall considera i suddetti accordi aziendali un punto di riferimento anche per le altre aziende come per esempio per la Continental e l’Airbus dove le trattative sono ancora in corso. Allo stesso tempo gli accordi firmati alla Daimler, alla Bosch e alla ZF contengono anche delle indicazioni chiare per le trattative per il rinnovo del contratto collettivo di categoria che partiranno all’inizio del 2021. Anche in questo caso le richieste di riduzione dell’orario di lavoro e di percorsi di qualificazione per difendere i livelli occupazionali staranno al centro della strategia sindacale.

L’articolo è tratto da www.collettiva.it


La scuola: un diritto o una lotteria?

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«Ti pare giusto? L’istruzione è obbligatoria,
ma la scuola non è un diritto: è una lotteria!»
C’eravamo tanto amati, Ettore Scola, 1974

In questo clima apocalittico segnato dal Coronavirus, sono tornate di attualità diverse suggestioni bibliche: il capro espiatorio, il sacrificio di Isacco, ammazzare il vitello grasso e così via. Oggi si dà per scontato, infatti, che per salvaguardare una collettività sia lecito ledere i diritti di un singolo o di una minoranza, fatto che viene tranquillamente accettato in base al principio del male minore.

Si è iniziato, a febbraio, con l’istituzione della zona rossa nel basso lodigiano. La creazione di un ghetto avrebbe dovuto preservare il resto d’Italia, quando in realtà era semplicemente un chiudere la stalla a buoi già scappati. E l’effetto placebo psicologico (il male è circoscritto) è stato controproducente, visto che il senso di sicurezza ha autorizzato comportamenti disinvolti in zone che erano già altrettanto compromesse, ma senza saperlo.

Ora questa stessa logica si adotta alla riapertura delle scuole. Ricercare spazi adeguati e incrementare il numero del corpo docente avrebbe permesso di garantire a tutti gli alunni lezioni in presenza ed equità di trattamento. E questa era, a parole, la linea del Governo. Purtroppo per fare queste cose servono soldi, che sono stati stanziati in modo assolutamente insufficiente. Quindi la soluzione più semplice, che il ministero dell’Istruzione ha autorizzato in modo più largo per le scuole secondarie di II grado (le cosiddette superiori, ossia gli adolescenti che si possono serenamente lasciare in casa incustoditi), è la didattica a distanza. La DAD, infatti, è una parola magica: permette alla scuola di fare scuola anche senza scuola, come quelle torte dietetiche senza burro né uova né farina. Di cosa siano fatte non si sa, ma intanto la torta esce dal forno, così come la DAD permette di servire sul piatto un anno scolastico formalmente completo.

Non tocca però a tutti un’eguale fetta di DAD, perché qui interviene il prettamente italico fattore lotteria, come da citazione del film di Scola. Così capita che l’assegnazione delle aule sia un gioco ad incastro che combina capienza potenziale e numero di alunni di una classe: se coincidono è fatta, se sono di più si salta un turno e gli alunni in più retrocedono di qualche casella (un tot di giorni al mese), venendo mandati a studiare soli soletti a casa, ma col caldo conforto della tecnologia. La cosa buffa è che non va bene neppure se sono di meno, perché occuperebbero abusivamente spazi eccessivi, quindi devono lasciare l’aula ad altri e andare alla ricerca di un’altra casella, col rischio di trovarne una troppo piccola e quindi essere anch’essi lasciati a casa in rotazione.

Ci troveremo quindi, a giugno, con alunni che hanno usufruito di nove veri mesi di scuola, altri di sei, di sette o di cinque, con differenze generate esclusivamente dal caso, dalla fortuna, dal destino, da Dio (a scelta, in base alla posizione filosofica adottata).

Ma sarà tutto a posto. Formalmente. Quindi, di che ci preoccupiamo?


Un manuale per i cittadini sulla finanza pubblica

Autore:

“Sbilanciamoci!” ha pubblicato in questi giorni l’ebook, scaricabile gratuitamente dal sito, La finanza pubblica per noi. Manuale per associazioni, movimenti, campagne, studenti e cittadini. Realizzato con il contributo di Fondazione Finanza Etica il manuale contiene le nozioni di base per capire e le proposte per cambiare il bilancio dello Stato. Pubblichiamo qui il link per scaricare l’ebook preceduto dall’introduzione del volume.

Conoscere la finanza pubblica nei suoi elementi essenziali, anche dopo l’emergenza Coronavirus, è la premessa per poter capire, controllare il bilancio dello Stato e incidere sulle scelte quotidiane compiute dalle istituzioni pubbliche: Unione Europea, Parlamento e Governo nazionali, Regioni e autonomie locali.
Nel corso degli anni il processo di decisione pubblica sul bilancio europeo, dello Stato italiano, delle Regioni e delle autonomie locali, si è fatto via via più complesso, articolato, raffinato. Sicuramente meglio organizzato e strutturato, ma quasi mai più trasparente e aperto alle domande di conoscenza e di partecipazione dei cittadini. La progressiva integrazione dell’Italia nell’Unione Europea – con i passaggi decisivi dell’adozione dell’euro e dell’adesione all’Unione Monetaria Europea – ha reso le cose più difficili e complicate. Da allora infatti le regole della finanza pubblica italiana sono integrate nelle procedure europee, sottoposte a controlli e vincoli.

Per Sbilanciamoci! regole e vincoli europei (come quelli del rapporto deficit-Pil e della riduzione del debito) – non sempre positivi – sono stati causa delle politiche restrittive e di austerità che hanno portato alla bassa crescita e alla stagnazione (come nel caso attuale dell’Italia) di molti Paesi europei. I Trattati europei vanno cambiati, vanno archiviate le politiche di austerità e bisogna modificare l’impianto neoliberista e monetarista di molte politiche dell’Unione.

Le nostre proposte sono chiare da tempo: bisogna accentuare l’integrazione politica ed economica, democratizzando le istituzioni europee (a partire dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione Europea); bisogna unificare e armonizzare le politiche economiche, innanzitutto quelle fiscali; bisogna potenziare il bilancio europeo destinandolo a politiche espansive, di sostegno alla domanda, di creazione di lavoro puntando a un nuovo modello di sviluppo (il Green New Deal) sostenibile e di qualità. Questo, a maggior ragione, dopo l’emergenza Coronavirus.

Le misure prese tra aprile e maggio 2020 dall’Unione Europea evidenziano l’apertura di un varco: la sospensione del Patto di Stabilità e il varo di una serie di misure per fronteggiare l’emergenza sembrano andare nella giusta direzione. Ma c’è da fare – e si può fare – molto anche in Italia, intervenendo nei passaggi principali di elaborazione e approvazione delle più importanti misure di finanza pubblica, cominciando dalla norma fondamentale, la Legge di Bilancio. E con la Legge di Bilancio, fondamentali sono i passaggi di indirizzo politico sulle scelte di politica economica e finanziaria, come il DEF (Documento di Economia e Finanza) e la NADEF (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza).
Si tratta sicuramente di appuntamenti irti di difficoltà e anche di tranelli per la società civile: spesso questi documenti vengono resi noti solo all’ultimo momento o addirittura in ritardo; talvolta vengono trasmessi alle Camere con parti e allegati mancanti e, per quanto riguarda la Legge di Bilancio, vengono cambiati in corso d’opera, anche radicalmente, rendendo i testi iniziali praticamente inservibili.

Non solo la società civile si ritrova senza strumenti per valutare e intervenire sulle scelte che si vanno compiendo, ma anche il Parlamento viene espropriato delle sue funzioni. Si pensi che negli ultimi due esercizi finanziari, la Legge di Bilancio è stata discussa, analizzata ed emendata da una sola delle due Camere: nel 2018, il Senato non ha potuto discutere ed emendare la Legge di Bilancio del 2019, mentre l’anno seguente è stata la Camera a non poter intervenire sulla Legge di Bilancio del 2020, approvandola senza poter svolgere nessun lavoro di miglioramento del testo.

A questo bisogna aggiungere che gli sforzi per rendere accessibile il bilancio dello Stato ai cittadini sono ancora all’inizio. L’Italia non ha ancora un Citizens Budget (“bilancio dei cittadini”) come altri paesi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si limita a produrre un “Bilancio in breve”, che è una sintesi del bilancio dello Stato, ma non per questo più accessibile e comprensibile. Lo stesso avviene per il Rendiconto Generale dello Stato. La riforma della Legge di Bilancio del 2016 aveva anche introdotto importanti innovazioni, come il bilancio di genere e l’utilizzo degli indicatori di benessere nella Legge di Bilancio e nel DEF: ma ad oggi non si possono registrare risultati apprezzabili.

Nonostante questo, il lavoro di Sbilanciamoci! di questi anni sta a dimostrare che è possibile intervenire con proposte concrete per orientare e cambiare le decisioni di finanza pubblica: ogni anno, con la cosiddetta Controfinanziaria, Sbilanciamoci! scrive una Legge di Bilancio alternativa, fatta di proposte specifiche e dettagliate, facendo riferimento a capitoli di bilancio e norme esistenti. Dimostra cioè che un’altra finanza pubblica è possibile, con scelte orientate alla promozione dei diritti e del welfare, della sostenibilità ambientale e sociale, del disarmo e della cooperazione internazionale.

Lo abbiamo fatto anche durante l’emergenza Coronavirus con la pubblicazione degli ebook L’epidemia che ferma il mondo. Economia e società al tempo del coronavirus e In salute, giusta, sostenibile. Ripensare l’Italia dopo la pandemia: riflessioni e proposte per utilizzare la spesa pubblica per un nuovo modello di sviluppo.

Questo manuale di finanza pubblica per noi vuole essere uno strumento per le associazioni, i movimenti, le campagne, i gruppi e i comitati locali, ma anche per gli studenti e i cittadini che vogliono saperne di più e impegnarsi per cambiare le scelte di politica economica e finanziaria del nostro paese.

Si tratta di un manuale con analisi e informazioni concrete che aiutano a orientarsi nelle procedure e nei passaggi cruciali delle decisioni sulla spesa pubblica. Riportare la finanza pubblica ai cittadini significa aumentare la trasparenza e la comprensione dei documenti finanziari e di bilancio; significa incrementare le occasioni in cui le organizzazioni sociali e i cittadini possono entrare in contatto, e confrontarsi, con le istituzioni pubbliche (il Parlamento Europeo, il Parlamento nazionale, il Governo, la Regione, il Comune, il Municipio) chiedendo conto delle scelte e proponendone delle altre.

Questo manuale risponde dunque a una domanda di alfabetizzazione, di educazione finanziaria pubblica. E viene incontro a un bisogno di attivazione, di empowerment sociale per rendere i cittadini sempre più attivi e in grado di argomentare consapevolmente sulle politiche pubbliche che vengono portate avanti, sulle scelte che vengono individuate. Non pretendiamo che il nostro sia un manuale del tutto esaustivo e organico, ma ci auguriamo possa rappresentare uno strumento di base in grado di avvicinare i cittadini – attivandoli – al dibattito e alle decisioni pubbliche di politica economica e finanziaria. Perché la finanza pubblica è una cosa che riguarda tutti e dalla quale dipende il benessere e il futuro del nostro paese.

 

L’indice dell’ebook

Introduzione

Claudio Gnesutta, Il ruolo dello Stato. Le politiche pubbliche e l’economia

Angelo Marano, Il bilancio dello Stato. Le procedure e i documenti

Giulio Marcon, La spesa pubblica. Struttura e voci principali

Alberto Rocchi, Le entrate dello Stato. Organizzazione e struttura

Antonio Lavorato, Le autonomie locali. Procedure e strutture di bilancio

Duccio Zola, La spesa pubblica per i diritti, la pace, l’ambiente. Le proposte di Sbilanciamoci!

Tommaso Rondinella, Misurare l’economia con altri indicatori. Il Benessere Equo e Sostenibile e la Legge di Bilancio

Marcello Degni, L’Italia e l’Europa. I due piani della governance europea della finanza pubblica

Giuseppe Pisauro, Il bilancio dello Stato tra passato e futuro. Trasparenza, controllo, programmazione. Intervista a cura di Giulio Marcon e Duccio Zola

Campagna Sbilanciamoci!, Per il bilancio dello Stato non contano i cittadini

In salute, giusta, sostenibile. L’Italia che vogliamo

Per scaricare gratuitamente l’ebook:
https://sbilanciamoci.info/il-manuale-di-sbilanciamoci-sulla-finanza-pubblica-e-il-bilancio-dello-stato/