L’agricoltura di Adriano. Appunti per un futuro sostenibile

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Di Adriano Olivetti è ben nota la vivace personalità che fu alla base del suo eclettismo e che gli consentì di esplorare innumerevoli campi del sapere. Non solo quelli scientifici e tecnologici, che ne fecero un “numero uno” in campo industriale, ma anche gli interessi per la sociologia, la psicologia, l’arte e il design, la pubblicità, l’architettura, l’editoria, la pianificazione territoriale e urbanistica, la politica… Sono tanti i settori indagati e approfonditi dalla sua intelligenza e dalla sua capacità di visione che lo indussero a guardare sempre al futuro. Ancora poco noto il suo interesse per il settore agricolo e l’impegno che profuse per alcune realizzazioni davvero importanti non solo per il Canavese, suo territorio di elezione.

A proposito dell’impegno in campo agricolo, negli appunti dattiloscritti per il discorso inaugurale della Cooperativa di Montalenghe, custoditi presso l’Archivio Storico Olivetti di Ivrea, si legge: «Battuta polemica: dicono che non ci occupiamo dei problemi agricoli. Non è vero. Procediamo con grande cautela, perché sappiamo quanto sia più facile un equilibrio anche precario che crearne uno migliore. Ma il progresso, soprattutto in Piemonte riposa sull’integrazione di industria e agricoltura». Un sogno o forse un’intuizione. Da riconsiderare per promuovere un equilibrio allo sviluppo ecosostenibile, unica àncora di salvezza per le generazioni che scendono in piazza, con ragione, a reclamare il loro futuro contro chi lo sta loro sottraendo da decenni.

Nel 1954 viene fondato l’I-Rur, l’Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale del Canavese che si aggiunge, nel piano del Movimento Comunità per la realizzazione di una “comunità concreta”, all’esperienza dei Centri Comunitari, cui è affidato il compito specifico di mettere in atto attività culturali, sociali e politiche, nei vari Comuni. All’I-Rur, che rimanda all’esperienza anglosassone “Town and country planning”, è affidato l’obiettivo di promuovere nuove attività industriali e agricole che da un lato combattano la disoccupazione in aumento a causa della crisi del tessile e dall’altro evitino un incontrollato processo di inurbamento verso Ivrea. L’I-Rur, senza scopi di lucro, ha, per statuto, il compito di delineare programmi per il miglioramento delle condizioni sociali, di creare imprese artigianali, industriali o agricole e di mettere a disposizione delle amministrazioni comunali la sua organizzazione e le sue competenze, anche attraverso una consulenza tecnica, sociale ed economica; si tratta di un soggetto che fornisce credito, assistenza e consulenza tecnica. Sotto il profilo operativo è strutturato in tre settori autonomi: edile, industriale e agricolo. Il suo sogno: la simbiosi tra economia agricola ed economia industriale attraverso la prospettiva della cooperazione volontaria. Libertà politica, coesione, unità e autogoverno, i principi cardine cui fare riferimento. Una iniziativa innovativa, con cui Olivetti intendeva realizzare un’esemplificazione pratica di pianificazione decentrata basata sull’integrazione di industria e agricoltura e sull’idea di scongiurare che la grande impresa fagocitasse ogni altra energia innovatrice svuotando il territorio e logorando il tessuto storico e sociale; uno sradicamento che considerava «una vera e propria malattia dell’anima». In questo spirito nascono a Vidracco, in Valchiusella, la fabbrica delle valigette per le macchine da scrivere; a Sparone la Manifattura Valle Orco che produce elementi finiti in gomma e plastica; a Borgofranco l’Officina Baltea Motori da cui escono motori diesel veloci per impieghi agricoli e industriali; l’Olyva Revel, per la produzione di abiti per bambini, gestita dalla moglie di Adriano che disegnava i modelli, nata a Ivrea, poi trasferita a Parella nei locali dell’ex Cartiera e infine a Loranzè nella ex azienda Marxer. Più tardi gli interventi a sostegno della Icas di San Bernardo di Ivrea e della Distilleria Bairo. L’obiettivo è creare piccole industrie per il bene del territorio e scongiurarne l’abbandono. Nel momento in cui si discute dei borghi e delle comunità marginalizzate, quale miglior riferimento?

Il progetto fu osteggiato sia dalle forze politiche conservatrici e moderate sia da quelle di una sinistra indifferente e disimpegnata nei confronti di un cambiamento possibile che non sapeva né leggere né, tantomeno, comprendere. Solo ambienti locali cattolici che facevano riferimento alle Acli lo valutarono meritevole – sia pure timidamente – della ricerca di un rapporto costruttivo. Adriano Olivetti, in alternativa all’industrializzazione dell’agricoltura, scelse di stimolare la partecipazione dei produttori attraverso la cooperazione e l’associazione consortile, per promuovere l’innovazione attraverso la messa in comune di impianti, strutture e servizi.

L’Istituto raccolse l’eredità del Servizio di assistenza agricola e zootecnica sorto nel 1952 per rimediare al frazionamento della proprietà terriera e ovviare alla sfiducia nei confronti del precario lavoro nei campi messo in crisi a causa dell’attrazione esercitata dalle attività industriali e dal salario garantito. Il Centro Agricolo Olivetti, peraltro, nel periodo bellico sfamò mezzo Canavese, con il pretesto della mensa aziendale e rifornì anche l’Ospedale di Ivrea.

Personaggio strategico per l’intero programma comunitario olivettiano in campo agricolo fu, senza dubbio, Ugo Giuseppe Aluffi, assunto come progettista alla OMO dall’ingegner Camillo Olivetti nel 1937 e poi laureatosi ingegnere. A lui Adriano affidò il compito di studiare il “sistema delle cooperative” su cui fondare il sostegno dell’economia del Canavese nell’ambito dell’I-Rur. Ad aiutarlo, in quella prima fase, un tecnico capace come Adolfo Ronco. Nel preparare il percorso di interventi in agricoltura, fondamentale si rivelò il ruolo di preparazione svolto dai Centri Comunitari con conferenze e corsi di formazione, rivolti soprattutto ai contadini, sulla storia della cooperazione e i problemi della vita cooperativa. Aluffi studia il sistema cooperativistico, in Italia e all’Estero per tentarne la realizzazione nel contesto canavesano già contraddistinto dall’esperienza delle “Società operaie di mutuo soccorso”. Al termine di questo impegno programmatico, tra il 1955 e il 1958, nasceranno: la Cantina Sociale di Piverone (oggi Cantina sociale della Serra); la Cooperativa Avicola Canavesana; il Consorzio Irriguo e Cooperativa Cossano Frutta; il Consorzio dei viticoltori di Carema (oggi Cantina Produttori Nebbiolo di Carema); i Vivai Canavesani di Colleretto; alcune cooperative di utilizzazione delle macchine agricole; la Cooperativa agricola di Motalenghe.

Su quest’ultima vale la pena spendere qualche parola di più. Si tratta infatti dell’iniziativa, in campo agricolo, simbolicamente e idealmente più importante dell’idea comunitaria di Adriano, un progetto audace di conduzione collettiva di piccola proprietà. Parliamo di socializzazione delle terre, concetto che va oltre la cooperazione che è spesso limitata agli aspetti della vendita di prodotto o all’acquisto in comune dei mezzi di produzione. Gli unici precedenti di socializzazione delle terre si ritrovano nell’esperienza dei piccoli coltivatori di Pallanza, degli anni Venti del Novecento, e nelle Comunioni risicole del Basso Polesine che tuttavia prevedevano riassegnazione di terre confiscate. Siamo nel 1956 e a Montalenghe per realizzare questo sogno viene chiamato direttamente il responsabile del settore agricoltura di Comunità Giuseppe Aluffi. Si parte da una situazione agricola fatta di 786 abitanti di cui 603 attivi e dalla possibilità di soluzioni per migliorala. L’approfondita analisi sociale, fondiaria e tecnica sia degli allevamenti che delle coltivazioni fa emergere l’estremo frazionamento della proprietà che rende impossibile passare a una razionale meccanizzazione agricola e un patrimonio zootecnico compromesso. La situazione si sbloccherà grazie all’intermediazione e al sostegno incondizionato. Il primo appuntamento pubblico avviene nel maggio del 1956, a casa di Ugo Fedeli, carismatico riferimento della locale comunità anarchica (a lui è intitolata una sezione della Biblioteca Nazionale di Amsterdam che ne raccoglie il lascito legato alla storia del movimento operaio). Vi partecipano una trentina di persone. Alla riunione pubblica su “Il problema dell’agricoltura locale” del 15 giugno le presenze salgono a una cinquantina di partecipanti. L’8 luglio si costituisce il Comitato promotore per la Cooperativa con la partecipazione di circa 150 persone; il progetto è sposato da 120 capo-famiglia che, moltiplicati per una media di tre componenti, significa 372 cittadini, il 50% della popolazione. La situazione preoccupa la Democrazia Cristiana, ostile al progetto, sostenuta dai molti parroci del territorio e dalla sua associazione di riferimento, la Coldiretti, di fatto padrona dei Consorzi Agrari, attraverso cui esercita un controllo quasi assoluto sul mondo contadino. L’organizzazione manda a Montalenghe un suo deputato eletto nella DC, per mettere in guardia sui rischi dell’iniziativa, in particolare di perdere la proprietà delle terre per chi decidesse di aderire (fake news si direbbe oggi). Ma deve battere in ritirata…

Inizia la mappatura dei terreni messi a disposizione da chi intende aderire alla cooperativa tra i quali, a sorpresa, un illuminato grande proprietario terriero convinto che solo così si possa migliorare l’agricoltura locale. Il 16 dicembre 1956 davanti al Notaio la Cooperativa agricola di Montalenghe, società cooperativa a r.l., è costituita con la firma di 79 soci che diventeranno 89 dopo ulteriori 14 richieste di cui solo 10 ammesse. Gli ettari conferiti sono 130 e il capitale sociale ammonta a 2.371.000 lire cui si aggiunge un prestito temporaneo dell’I-RUR di 3.550.010. Le basi statutarie, così come il Regolamento costruite dai coltivatori e dai tecnici dell’I-Rur sono innovative e originali e si ispirano alle esperienze delle Comunità agricole francesi, alle Comunioni risicole del Delta del Po, alle affittanze collettive della Romagna e, per alcuni aspetti, alle cooperative israeliane dei Kibbuz. Il patrimonio zootecnico, che conta inizialmente 60 capi salirà a 140 e poi a oltre 200. La stalla sociale della Cooperativa rientra a pieno titolo nel grandioso catalogo delle architetture olivettiane rispondendo, come le altre, a una visione della bellezza, architettonica e paesaggistica. Il progetto è di Giorgio Raineri con la collaborazione di Antonietta Roasio, direttamente su incarico di Adriano Olivetti. Fa riferimento progettuale all’organizzazione degli edifici per l’agricoltura nel mondo tedesco, sperimentando i principi del razionalismo in relazione ai materiali e alle tradizioni locali. Dichiarata “architettura pura”, fu pubblicata su “Casabella” e altre riviste nazionali ed internazionali, premiata da Inarch, presente nel repertorio delle Architetture Contemporanee censite dal MiBACT. Nonostante la sua valenza iconica, storica e la fama acquisita, l’edificio, che si incontra a uno degli ingressi del paese, non è purtroppo soggetto a vincoli di tutela che non siano comunali (è fra i “Beni Culturali Architettonici di ambito comunale”).

La storia dell’I-Rur ebbe la sua conclusione a seguito della sconfitta nelle elezioni nazionali del 1958. Mario Caglieris, Amministratore del Movimento Comunità, riceve da Adriano la disposizione di smobilitare il suo ufficio e liquidare tutte le pendenze in corso. Nel 1960, dopo la morte di Adriano, la nuova dirigenza lascia spegnere l’esperienza dell’I-Rur. Bloccati i prestiti, arriva la messa in liquidazione, le aziende che vi fanno riferimento entrano nel capitale Olivetti al 100%. Quattro attività agricole su sei sono comunque tutt’ora operanti. Anche Montalenghe subisce analoga sorte. Tenta di resistere: si riducono superficie coltivata e capi di bestiame, ma nel 1968 i danni ingenti di una tromba d’aria mettono in ginocchio l’esperienza e, nonostante diversi tentativi di salvataggio, si è costretti a chiudere. Non resta che restituire i terreni ai legittimi proprietari. La Cooperativa, fatti tutti i conti, risulterà in attivo quel tanto da donare al Comune una autoambulanza. «Il più interessante esperimento cooperativistico che mai sia stato realizzato in Italia», concepito come esperimento di conduzione agricola collettiva di valenza politica ben più generale chiude i battenti dimostrando, tuttavia, la praticabilità di un progetto di sviluppo a base comunitaria basato sull’integrazione fra cultura, industria e agricoltura, attraverso forme di cooperazione volontaria. Una sfida volta a dimostrare una terza via possibile fra capitalismo liberale e comunismo.


Tagli che imbavagliano la stampa

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Quando i “tagli” possono diventare “bavagli”. Un titolo che potrebbe simboleggiare la situazione denunciata dalla redazione de il manifesto e che è già stata segnalata con la giusta determinazione, su questo giornale, dal segretario della federazione della stampa, Raffaele Lorusso, dal presidente dei garanti di Articolo 21, Vincenzo Vita, e raccolta nell’appello al presidente Conte, lanciato da Articolo21.

L’annunciato taglio al fondo per l’editoria, o comunque il suo mancato rifinanziamento, possono produrre effetti letali per decine e decine di testate edite in forma cooperativa. Del resto l’allarme è stato confermato, sempre su queste pagine, dal sottosegretario all’editoria Andrea Martella che ha confermato il suo impegno a trovare una soluzione in tempi brevi. E i tempi dovranno essere davvero brevi, perché questi tagli potrebbero, altrimenti, trasformarsi in bavagli, capaci di oscurare le voci delle differenze e delle diversità.

Contrariamente a quanto affermano i sostenitori della soppressione di ogni forma di contributo pubblico, tale istituto vige anche in altri paesi e affonda le sue radici nello spirito delle madri e dei padri costituenti, che hanno voluto l’articolo 21 della Costituzione. Non casualmente il presidente della Repubblica Mattarella, e prima di lui i presidenti Scalfaro, Ciampi, Napolitano, per citarne solo alcuni, hanno più volte ricordato come il finanziamento pubblico sia stato voluto per consentire alle voci delle minoranze politiche, religiose, civili, linguistiche, di potersi esprimere in modo libero e autonomo dalla pura logica di mercato. Questa impostazione è stata ribadita in modo, altrettanto forte e autorevole, dalla Corte Costituzionale (qui la sentenza del 2019ndr). Se ci sono stati o dovessero esserci abusi, aggiramento delle norme sulle cooperative editoriali, furbizie societarie, spetta alle autorità di garanzia individuarle e denunciarle, come hanno più volte reclamato le stesse cooperative, a cominciare da il manifesto, e dalle organizzazioni dei giornalisti.

Chi reclama la necessità di non sprecare i soldi, e voci di questa natura non mancano dentro il Governo, dovrebbe anche spiegare perché mai restano ancora chiuse nei cassetti le riforme “a costo zero”.

Oggi il presidente Conte incontrerà i giornalisti per la conferenza stampa di fine anno. Potrebbe spiegare che fine ha fatto la legge sui conflitti di interessi e perché mai si trova il tempo di votare una norma ad aziendam per aggirare la sentenza della Corte europea su Vivendi-Mediaset e non si trova mai il tempo e la volontà politica per riformulare le normative antitrust e riscrivere la legge Gasparri. Eppure sarebbero riforme “a costo zero”. Sarebbero “a costo zero” anche le norme per contrastare le cosiddette “querele bavaglio” divenute l’arma più usata e insidiosa per colpire chi prova a mettere il naso nei territori delle oscurità, dominati da mafie, corruzione e malaffare. Perché mai si trova il tempo di colpire le cooperative ma non quello per restituire diritti e dignità alle giornaliste e ai giornalisti precari che attendono, dal 2012, l’applicazione della legge sull’equo compenso. E che dire del tentativo di ridurre l’autonomia dell’INPGI (l’Istituto di previdenza dei giornalisti) e che, non a caso, porta il nome di Giovanni Amendola, voluto dalla “vecchia politica” per garantire l’autonomia della professione e sottrarla ai capricci della maggioranza di turno? Che fine ha fatto l’annunciata legge per liberare la Rai dal controllo dei Governi e delle forze politiche?

La combinazione tra i tagli già decisi e i provvedimenti mai deliberati rende il quadro ancora più insidioso e conferma un pregiudizio che dura da anni e ha attraversato governi e maggioranze di diversa natura e colore.

Il sottosegretario Martella ha confermato la sua volontà di intensificare il confronto e di arrivare, entro la fine del 2021, a una nuova legge che tenga conto delle novità emerse in questi decenni e che accompagni il rilancio dell’intero settore. Chiunque abbia nel cuore la Costituzione non potrà che accogliere il suo invito e partecipare a questo confronto con spirito di leale e intensa partecipazione ma, nel frattempo, è necessario impedire che altre voci scompaiano e che l’articolo 21 della medesima Costituzione possa subire nuove e devastanti ferite. «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale, quando comincia a mancare…» parole di Piero Calamandrei, più attuali che mai: meglio alzare la voce il giorno prima, che piangere il giorno dopo.

L’articolo è tratto da il manifesto del 30 dicembre 2020


Sfruttati per interposta cooperativa

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Ci sono voluti alcuni arresti eccellenti per sentire parlare sui media di “cooperative spurie” ovvero di società cooperative che si aprono, si chiudono, si usano per scaricare costi, debiti, forse raggiri e poi si fanno fallire. In genere, però, nessuna considerazione è stata dedicata, in questi servizi giornalistici, ai problemi di chi lavora all’interno delle stesse imprese. Eppure esse rappresentano oggi l’ultimo girone infernale della condizione servile in cui viene spesso svolto il lavoro nel nostro Paese e rappresentano un grumo di molti dei problemi del diritto del lavoro contemporaneo, in cui si intersecano aspetti cruciali che attengono agli appalti, alla somministrazione, ai distacchi, alla contrattazione collettiva e alla rappresentanza sindacale, all’orario di lavoro, alle paghe, alla sicurezza sul lavoro, alla giustizia del lavoro, alla politica migratoria.

Il principale terreno per la compressione dei diritti e la sottotutela dei lavoratori è costituito oggi dai processi di scomposizione dell’impresa all’interno delle catene produttive, dalla sua frammentazione organizzativa, resa agevole dalle nozioni soft introdotte nell’ordinamento in materia di esternalizzazioni e internalizzazioni (appalti di servizi, subappalti, cambi appalti, subforniture, lavoro in cooperativa, consorzi, cessioni di azienda e di rami di azienda, somministrazioni di manodopera, distacchi, associazioni tra imprese). Una serie di modelli organizzativi e contrattuali che consentono all’imprenditore di organizzare e disporre (giusto per il tempo in cui ne ha necessità, just in time diceva Gallino) di manodopera che formalmente dipende da terzi o di delegare a terzi fasi del suo processo produttivo senza assumere il rischio e la responsabilità dell’imprenditore; primo fra tutti la responsabilità del datore di lavoro.

Nella versione legale questa dissociazione avviene attraverso il contratto di somministrazione (con cui il datore di lavoro si rifornisce da un’agenzia privata del personale di cui ha bisogno corrispondendo un costo al somministratore) oppure attraverso il contratto di appalto (col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro). Nella versione illegale ciò si realizza attraverso la fornitura di manodopera da parte di un’impresa che non è autorizzata allo svolgimento della somministrazione e lo stratagemma utilizzato per coprire la fornitura è quello di stipulare un contratto di appalto, il più delle volte di servizi, e quasi sempre con una cooperativa o un consorzio o un’associazione temporanea di imprese.

La fattispecie illegale conosce due versioni. Nella versione hard la cooperativa o il consorzio di turno si limita a operare come i vecchi caporali, cioè a reperire la manodopera e a metterla a disposizione del reale datore di lavoro che poi la dirige anche nella sostanza, facendo solo formalmente figurare il personale come se fosse alle proprie dipendenze (limitandosi al più alla pura gestione amministrativa dello stesso). Nelle versioni più ambigue o border-line, invece, la realtà dei rapporti è dissimulata da schermi di disturbo, il più evidente dei quali è favorito dall’articolo 29 del d.lgs. legislativo n. 276 del 2003 secondo cui l’appalto lecito si caratterizza per «l’organizzazione dei mezzi necessari da parte dell’appaltatore» ma, al contempo, «l’organizzazione dei mezzi può anche risultare dall’esercizio del potere direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell’appalto». Facile intuire che una simile direttrice normativa apre la porta agli abusi e alla frode alla legge consentendo di ritenere sufficiente, ai fini della liceità di un appalto o di un subappalto, che il committente ponga tra sé e i lavoratori un semplice intermediario al quale conferire il potere di dirigere i lavoratori (magari attraverso una cooperativa costituita allo scopo). È alla luce di questa previsione di legge che sono fiorite migliaia di imprese senza mezzi né capitali e si è ricreato un mercato delle braccia nel quale si è appaltato di tutto e di più, dando vita a un’economia del sommerso e dell’illegalità, fatta di appalti e sub-appalti, di cooperative spurie e contratti pirata, di ricatti e peggioramento delle condizioni reali di vita e del lavoro delle persone. Ciò è potuto accadere anche perché il citato art. 29 del d.lgs. 276/2003 ha eliminato, per gli appalti interni, la regola della parità di trattamento e della solidarietà del committente, cioè la regola egualitaria per cui a lavoro eguale deve corrispondere un eguale corredo di diritti, a cominciare da quello retributivo. Talché sempre più spesso lavoratori che operano fianco a fianco, condividendo lo stesso rischio, hanno condizioni retributive e normative molto differenti, venendo posti in situazione di concorrenza tra di loro.

Una volta rimossa la garanzia della parità di trattamento e della solidarietà piena, tutto il sistema di appalti e subappalti muove alla ricerca del prezzo più basso (in cui si annida la vera convenienza dell’operazione economica di esternalizzazione oltre che la rottura dell’unità organizzativa dei lavoratori con conseguente indebolimento della controparte sindacale). A farne le spese sono sempre i lavoratori, il loro trattamento economico, la loro sicurezza sul lavoro che peggiorano da un appalto all’altro. La rincorsa al ribasso, anche quando non attuata mediante appalti inevitabilmente fraudolenti, produce effetti di scadimento complessivo del sistema produttivo e di deresponsabilizzazione nella selezione di controparti contrattuali serie e affidabili, che offrano cioè garanzie di un’attenta e responsabile gestione dei rapporti di lavoro, sotto il profilo retributivo, ma anche della sicurezza del lavoro, essendo l’affidabilità del datore di lavoro la prima vera tutela preventiva per la salute di un lavoratore impiegato in un appalto e per la legalità complessiva del sistema economico.

Nella terra di mezzo della compressione (legale e illegale) dei diritti del lavoro quasi sempre si trova una cooperativa spuria o una srl unipersonale (ma anche un consorzio di cooperative). Ad esse fanno ormai ricorso, attraverso appalti e sub-appalti, tutte le imprese, anche di grosse dimensioni. Accade da almeno 20 anni. Di recente persino Poste Italiane è stata condannata in sede civile per l’affidamento dei servizi di consegna degli effetti postali a una società (in quel caso una srl) che operava come agenzia illegale di somministrazione di manodopera (Tribunale di Catania, sentenza 19 settembre 2018). Anche in questo settore la realtà dei fatti è rovesciata rispetto a quella normativa. La legge n. 142 del 2001 sui soci lavoratori di cooperative (l’ultima del primo governo Prodi) aveva tentato di dare risposta all’esigenza di valorizzare il rapporto di lavoro facente capo al socio e di superare la subalternità del lavoro in cooperativa come ultima risorsa per coloro che non trovano di meglio. L’obiettivo era di dare lavoro a condizioni migliori di quelle esistenti nelle imprese lucrative. Ma, 18 anni dopo e anche a seguito delle modifiche disposte con la legge n. 30 del 2003, il lavoro in cooperativa sembra di nuovo divenuto sinonimo di lavoro sottotutelato, se non illegale, o di sfruttamento. Quasi che la saldatura con la legislazione della flessibilità di questi ultimi 25 anni abbia trovato il suo terreno più fertile, l’humus ideale, nel settore del lavoro cooperativo.

Pensiamo a una cooperativa cui sia affidato in appalto (e talvolta in subappalto) il compito di movimentare e sistemare una certa merce negli scaffali di un ipermercato (accanto ai dipendenti che fanno lo stesso mestiere); o di vigilare su alcuni monumenti di una città turistica insieme ai dipendenti della subappaltatrice a cui vengono affidati altri monumenti; oppure di procedere all’attività di macellazione di animali o addirittura a una sua singola fase all’interno del processo produttivo insieme ai dipendenti e con i macchinari della committente; o di effettuare alcuni servizi di facchinaggio e movimentazione di materiali all’interno di un’industria; oppure, in ambito informatico, alla tenuta di archivi o data base con immissione di dati. Si tratta di appalti di servizi leciti o illeciti? E cosa dice in proposito la giurisprudenza? Ovviamente molto dipende da come vengono svolti in concreto questi rapporti; e, soprattutto, dai fatti che vengono provati e accertati volta per volta. Ma molto dipende anche da come viene interpretato l’art. 29 del d.lgs. n. 27 giugno 2003, una norma molto ambigua che tende a confondere l’organizzazione dei mezzi con il mero esercizio del potere direttivo della forza lavoro.

I casi problematici riguardano i cosiddetti appalti ad alta intensità di manodopera. Si sostiene che in queste ipotesi basta, ai fini della legittimità, l’esercizio del potere direttivo della prestazione e addirittura che, pur in assenza del potere direttivo in capo all’appaltatore, gli appalti sono da considerare genuini per presunzione in quanto per servizi elementari (ad alta intensità di manodopera e con pressoché nessun impiego di beni strumentali) anche il potere direttivo si esprime in forme necessariamente elementari. Si pretende allora di distinguere il potere direttivo del datore di lavoro (che in realtà non manca mai in nessun rapporto di lavoro subordinato) dal potere di direzione o di coordinamento che compete al committente di un appalto; di differenziare le direttive specifiche da quelle generali. E una discutibile giurisprudenza ritiene «legittima la predeterminazione da parte del committente anche delle modalità temporali e tecniche di esecuzione del servizio o dell’opera oggetto dell’appalto, che dovranno essere rispettate dall’appaltatore, con la conseguenza che non può ritenersi sufficiente, ai fini della configurazione di un appalto fraudolento, la circostanza che il personale dell’appaltante impartisca disposizioni agli ausiliari dell’appaltatore, occorrendo verificare se le disposizioni siano riconducibili al potere direttivo del datore di lavoro in quanto inerenti a concrete modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative» (in tal senso Cass. 13015 del 1993, 12201 del 2011, 15615 del 2011).

Ciò che si dimentica, in questi orientamenti, è che la norma parla anche di potere organizzativo e di rischio di impresa e che, per questo, il discrimine fra l’appalto lecito e l’appalto illecito, anche interno all’azienda, non può essere definito dalla pura direzione della forza lavoro. Ai fini della liceità occorre l’organizzazione e la gestione autonoma dell’opera o del servizio con assunzione del rischio economico del risultato pattuito. È bene ricordare a questo proposito che il rischio d’impresa è quello del mancato utile dato dalla differenza fra ricavi e costi (compresi i costi indiretti per impianti, beni strumentali, spese fisse, spese per utenze, servizi da terzi ecc.) in relazione al compenso pattuito per l’opera o servizio oggetto dell’appalto, di modo che se il compenso è stabilito in base a parametri che fanno ricadere sul committente tutti i preventivati costi dell’opera o servizio non sussiste rischio di impresa con riferimento allo specifico affare.

Nel caso delle cooperative spurie, in cui cioè mancano gli estremi dell’autentica cooperazione data anzitutto dalla partecipazione dei lavoratori alle decisioni e quindi dalla cogestione dell’impresa, vi sono molti fenomeni simulatori che si intrecciano. Il primo attiene all’esistenza stessa dell’impresa cooperativa, la quale non può esistere in mancanza dei requisiti costitutivi suoi propri, con l’inevitabile conversione del rapporto di socio lavoratore in un normale rapporto di lavoro subordinato fin dall’inizio. Un ulteriore fenomeno simulatorio si determina in relazione alla vicenda contrattuale che inerisce all’appalto dei servizi. In questo ambito la mancanza della parte appaltatrice come genuina e vera società cooperativa può essere valutata ai fini della nullità del contratto d’appalto per la mancanza della stessa parte contraente; e comunque alla stregua di un elemento indiziario comprovante l’illiceità del contratto e la frode alla legge in quanto la conclusione del contratto d’appalto in mancanza dell’appaltatore genuino risulta rivolto proprio a eludere il divieto di interposizione nella fornitura di manodopera da parte del committente.

Dinanzi alla situazione critica fin qui descritta rimane, per chi si occupa di questi fenomeni, la necessità di agire con coerenza e di coniugare con la profondità dell’analisi il coraggio della denuncia e della critica senza concessioni. Non bisogna cedere alla rassegnazione e assumere la situazione in atto come un dato di natura immodificabile, su cui non è possibile alcun intervento regolativo per invertire il trend che domina la scena da almeno 30 anni, e in base al quale il compito di far emergere strategie orientate alla crescita economica, al benessere, all’occupazione va delegato alle relazioni di mercato, piuttosto che alle politiche statali (a cui si chiede solo di smantellare quanto più possibile le strettoie dei vincoli giuridici e gli ostacoli dei diritti). Invertire questo trend è il compito – pur non facile – di tutti coloro che hanno l’obiettivo di combattere le disuguaglianze, la precarietà, la disoccupazione.