La strana avventura del Movimento 5Stelle

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1. Molti di coloro che hanno votato per il Movimento 5Stelle, o ne hanno guardato senza pregiudizievole ostilità l’evoluzione, avvertono un disagio più o meno accentuato nel vedere una certa sua incoerenza, evidente nell’itinerario che ha portato dal primo Governo Conte alla sua più recente incarnazione come opposizione. Per capire sino a che punto tale impressione possa essere fondata e per andare, nel caso lo fosse, a diagnosticarne le cause è utile aver presenti alcuni aspetti circa la natura del Movimento 5Stelle, senza con ciò cadere nella tesi semplificante e manichea (particolarmente diffusa tra i sostenitori del Pd e specificamente in chi ha condiviso la leadership di Renzi e continua ancora a giudicarlo un “grande leader” o una “risorsa” della politica italiana) di chi pensa che il Movimento 5Stelle sia “il male assoluto”. Un giudizio, questo, che applica alle analisi socio-politiche il “modello Far West”: tutti i cattivi da una parte e i buoni dall’altra; mentre di solito il male sta anche nel bene e viceversa, con proporzioni diverse, ma mai in modo assoluto; e avere una visione chiaroscurale della realtà è il principio della saggia politica.

Chi ha conosciuto anche superficialmente le persone che sostengono il Movimento 5Stelle e/o che l’hanno votato, si sarà certamente accorto come esse siano assai eterogenee: ex della sinistra più estrema, ex-comunisti, ecologisti, vegetariani, antivax, ma anche qualunquisti, arrampicatori, persone semplicemente generose e in buona fede, ma senza arte né parte, cripto-razzisti, iene e agnelli ecc. Ed è assai probabile che si sia fatta la convinzione del Movimento 5Stelle come di un conglomerato di persone più accomunate da un grumo di risentimento e protesta verso l’ordine esistente e contro i partiti che hanno sgovernato l’Italia che da un programma chiaro, radicato in una storia, attingente la sua linfa da una tradizione di pensiero e di ideali. È stato (ancora forse è) un insieme di No, con qualche idea, spesso nebulosa, sui Sì, tuttavia non organicamente armonizzati in un progetto complessivo di società. A ciò si aggiunga anche il fatto che, per il modo in cui il movimento è nato ed è cresciuto, non ha avuto neanche il tempo di forgiare una vera e propria classe dirigente e si è esposto a chi – avendo capito il vento (ce ne sono molti che hanno questo fiuto) – è prontamente saltato sulla carrozza in corsa per trovarsi al momento giusto nel posto giusto e lucrare una posizione di deputato, di sottogovermo o qualche altra prebenda. Di questi esempi ne vediamo ogni giorno. È il pericolo cui è esposto ogni partito, ma ancor di più quei partiti “leggeri” che nascono sull’onda dell’emozione o della contingenza storica e non affondano le radici in un autentico movimento di popolo, in classi sociali e/o produttive radicate sul territorio, ma piuttosto sulla capacità di comunicazione mass-mediatica, sia essa effettuata tramite i social o internet, sia con le televisioni o i tradizionali organi di stampa.

Bisognava capire questa natura del Movimento 5Stelle prima di rapportarsi con esso. In effetti ci aveva provato Bersani, a seguito delle elezioni del 2013, che hanno segnato il primo vistoso e inaspettato successo dei 5Stelle, ma il suo tentativo si era scontrato con un movimento ancora stordito per la propria affermazione elettorale, attaccato a visioni palingenetiche e titaniche del voler fare tutto da solo, rifiutando ogni alleanza e compromesso politico, e quindi non in grado di assumersi responsabilità di governo al fine di non macchiare la propria purezza genetica. Dopo la catastrofica fine della legislatura e del Governo Renzi, la clamorosa vittoria alle elezioni del 2018 ha messo il Movimento 5Stelle di fronte all’alternativa di due possibili alleanze; e quando Luigi Di Maio, allora suo “capo politico”, ha sostenuto di essere disponibile ad allearsi indifferentemente col Pd o con la Lega, si è da parte di molti giudicato tale atteggiamento come un sintomo di generico qualunquismo; esso era piuttosto il segno della composita e differenziata natura del Movimento 5Stelle, che spingeva in una o nell’altra direzione. La soluzione che poi ne è venuta fuori, ovvero l’alleanza con la Lega, ha di fatto dato forza al qualunquismo e alle pulsioni più deteriori e messo la sordina e in minoranza le altre. Si può dire, per semplificare in una formula, che si è così portata acqua alla sua componente di destra e si è messa in minoranza o in sordina quella di sinistra. L’isolamento di Fico e l’emigrazione di Di Battista ne sono state il segno più visibile.

2. E qui veniamo al secondo punto del ragionamento. Se è vero quanto sinora detto, ci si può chiedere se non vi sia stata anche una certa responsabilità da parte di chi non ha voluto offrire un’altra sponda al Movimento 5Stelle, spingendolo o addirittura invocando a piena voce la sua alleanza con la Lega. È chiaro a chi si fa riferimento: al Pd a perdurante guida renziana perché, non dimentichiamolo, il programmato tavolo a cui l’ancora traballante segretario Martina aveva deciso di partecipare su invito 5Stelle è sfumato immediatamente dopo la sua bocciatura da parte dello stratega di Rignano in una intervista televisiva. E ciò in base a una valutazione del tutto negativa del Movimento 5Stelle («con Di Maio è impossibile qualunque accordo», «i 5Stelle sono il peggio della politica italiana, sono populisti, sovranisti, insomma il Male» ecc.).

Non si è invece preso in considerazione il fatto che il Pd poteva approfittare di tale alleanza per fare a sua volta un’autocritica per quanto di sbagliato fatto in passato e quindi proporsi rinnovato agli elettori, dicendo: «la batosta elettorale non è solo il frutto della “incomprensione” del popolo italiano per il gran bene da noi arrecato al paese, ma ha la sua ragion d’essere anche nei nostri errori: la legge Fornero si può ritoccare, la buona scuola può essere ulteriormente migliorata, il job act può essere rivisto in alcuni suoi punti», e così via. Insomma, poteva essere l’occasione buona per assumere una fisionomia più “di sinistra” e più vicina ai ceti subalterni, cercando di liberarsi da quella diffusa percezione che ne fa oggi il partito delle classi abbienti, della ZTL e degli industriali (o peggio) e così cercare di riconquistare quel “popolo” che lo aveva abbandonato. Ma a tale scopo bisognava liquidare l’eredità del renzismo, anche dopo che Renzi aveva deciso autonomamente di uscire dal Pd, lasciandovi proprie truppe di presidio atte a impedire qualunque evoluzione a lui sgradita. Di contro, grazie all’alleanza con il Pd, il Movimento 5Stelle avrebbe di sicuro smorzato le sue pulsioni demagogiche sia in fase “contrattazione” per la formazione del Governo sia nella sua pratica (così come sempre avviene) e – cosa ancora più importante – non avrebbe avuto lo sbilanciamento verso la propria componente di destra, qualunquista e sovranista, come invece è avvenuto in virtù dell’alleanza di governo con la Lega. Infine, il Pd avrebbe avuto il merito di non permettere che l’Italia fosse consegnata alla destra xenofoba e razzista di Salvini. Certo, questo nell’ottica dell’interesse del paese; se invece si sposa l’idea che “stiamo in poltrona mangiando popcorn, assistendo allo sfascio del paese, che così poi ritornano a noi”, allora si privilegia l’interesse di un piccolo gruppo di potere sulla pelle di un’intera nazione. Non mi sembra una grande prova di attaccamento all’interesse collettivo. Insomma, il Pd, e, in particolare, il suo gruppo dirigente renziano hanno mancato, dopo le elezioni del 2018, un’occasione storica e si sono assunti una grande responsabilità con la scelta di non volere in nessun modo dialogare col Movimento 5Stelle.

Il successivo Governo Conte 2 è sembrato costituire un raddrizzamento della barra, segnando una discontinuità politica che ha permesso al Movimento 5Stelle di maturare e di espellere le tossine leghiste e al Pd di imboccare una strada che lo distanziava progressivamente dalla funesta stagione renziana. Come è stato sostenuto di recente da Goffredo Bettini, «il Governo Conte II non era stato perfetto: alcune materie governate mediocremente; qualche lentezza e indecisione, qualche impuntatura […] che hanno reso il cammino più faticoso. Ma è stato il Governo più di sinistra degli ultimi anni, più collegiale nella sua conduzione, più vicino al sentimento dei cittadini sui temi sociali e della lotta alla pandemia. Non c’erano questioni di merito a giustificare la sua caduta. La vera ragione è stata che quel Governo aveva marcato un’autonomia e rappresentato un’increspatura rispetto all’establishment occidentale; non disposto ad accettarla e perdonarla. Il tritacarne mediatico investì anche me: la responsabilità era di aver sostenuto con chiarezza, coerenza e insistenza la linea che il Pd aveva scelto: l’incontro tra il Pd, un partito di sinistra, e il Movimento 5Stelle trasformato via via, grazie a noi e grazie a Conte, in un partito democratico in grado di assumere responsabilità di governo e di collocarsi senza esitazioni nel contesto europeo». Stava appunto avvenendo, seppur con ritardo, quanto poteva succedere in modo meno traumatico e più naturale in occasione della formazione del primo Governo.

Bisognava perciò impedire tale processo; a pensarci è stato il solito Renzi, che fece di tutto per farlo cadere. Il successivo “Governo dei migliori”, al quale il Movimento 5Stelle decise comunque di partecipare, ha visto un progressivo appiattimento del Pd sulla fantomatica “agenda Draghi”, in ciò spinto anche dalla crisi internazionale, e una crescente difficoltà dei 5Stelle ad accettarne i contenuti, sui quali – pur essendo il partito con la maggiore rappresentanza – incideva sempre meno.

3. La crisi di governo dovuta alle richieste del Movimento 5Stelle – che così riscopriva alcune delle ragioni insite nel suo codice genetico e “di sinistra” – e alla risposta negativa e per molti aspetti arrogante di Draghi, ha contribuito a far sedimentare nel Movimento la componente di sinistra, con la espulsione di opportunisti e filogovernativi centristi o di destra. Un leader che sembrava inventato, giudicato con gli epiteti più riduttivi e dileggiato in tutti i modi possibili, ha dimostrato invece capacità, è riuscito a maturare dopo le incertezze iniziali tipiche di chi si ritrova catapultato in un ruolo per il quale non aveva alcuna preliminare esperienza ed è infine riuscito a salvare il movimento dal naufragio verso il quale tutti lo davano per avviato. Al punto da ricevere addirittura gli elogi di Claudio Cerasa sul Foglio di qualche giorno fa.

Quanto poteva avvenire immediatamente dopo le elezioni del 2018 (o ancor prima, dopo quelle del 2013), è avvenuto con ritardo – per opposte responsabilità – con la finale conseguenza di portare alla vittoria la destra della Meloni. Conte e i 5Stelle si sono ritrovati vivi e vegeti dopo essere stati dati per defunti da molti commentatori, mentre il Pd è entrato in una profonda crisi nella quale ha smarrito ogni identità e ha ceduto la rappresentanza dei ceti subalterni a quel movimento che prima era lungi dall’incarnarli in modo compiuto. Si spera che tale mancato incontro tra Pd e Movimento 5Stelle non sia l’analogo della mancata reciproca intesa tra socialisti e popolari dopo la prima guerra mondiale, che portò all’ascesa del fascismo, con la benedizione dei liberali che si illudevano di poter utilizzare Mussolini a fini di ordine pubblico, così come oggi i benpensanti pensano che la Meloni possa costituire un “ritorno all’ordine”, buono a fronteggiare l’immigrazione e a salvaguardare i propri interessi consolidati.

A saperla leggera, la vicenda dei 5Stelle non è una incarnazione del male, una perversione della politica, un esempio di qualunquismo né di destra né di sinistra; si può piuttosto vedere in essa l’evoluzione di un movimento nato in modo caotico, in cerca di una sua precisa consistenza e collocazione, resa difficile dal fuoco di sbarramento e dall’ostilità di gran parte dei mass media ma anche da chi avrebbe dovuto comunque essere attento alle istanze e alla rappresentanza che bene o male erano da esso incarnate. La storia e la politica non si intendono senza capirne le sfumature, le complesse circonvoluzioni, solo trinciando giudizi con manichea visceralità. L’avventura dei 5Stelle ne è un esempio.


La trappola del centrodestra

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Questo è un tentativo d’interpretare gli ultimi sviluppi di questa fase politica. Non ha la presunzione di essere l’unica interpretazione possibile ed è condizionata, come succede sempre, dalle preferenze politiche di chi scrive. Che è molto inquieto per l’avvenire che si annuncia. Il ragionamento è suddiviso in due passaggi. Il primo è una ricognizione degli attori, il secondo è dedicato agli ultimi eventi.

1.

Il primo attore è il centrodestra. È sulla scena dal 1994, dacché il collasso della Dc ha liberato umori che da sempre circolavano nel paese e li ha radunati grazie a un’offerta di rappresentanza a tre punte e mezza: il populismo affaristico berlusconiano, quello razzista della Lega e quello reazionario, di matrice fascista, che è venuto in piena luce con Giorgia Meloni. La mezza punta è il brulichio di reticoli locali, radicati sul territorio, che fanno affari più piccoli, ma sostanziosi, col commercio dei voti. Si spostano da uno dei tre partiti all’altro, secondo convenienza. Gli equilibri entro il trio sono variati nel tempo. Esso ha comunque governato più delle altre parti politiche, con un bilancio a dir poco disastroso: per i ceti popolari, per i ceti produttivi, per i servizi pubblici, per il Mezzogiorno. Il sipario sarebbe dovuto calare per sempre dopo il licenziamento, per imposizione europea, del governo Berlusconi IV. Un impasto di malgoverno e malcostume, viste le vicende giudiziarie che hanno colpito il trio. Eppure, il suo consenso è ancora altissimo. Ha avuto una pausa, per il declino personale di Berlusconi e di Bossi, che ha favorito il dirottamente di una quota di voti verso il Movimento 5 Stelle (M5S) e verso l’astensione, rientrato allorché si sono imposte le leadership di Salvini e Meloni. La spiegazione più attendibile di una così prolungata e caparbia tenuta elettorale è quella che riconosce una profonda inclinazione moderata nelle culture politiche del paese. Gli elettori non scelgono. Votano alla luce di lealtà radicate, che trovano conforto nelle prestazioni di rappresentanza e di governo e che si spezzano solo in circostanze eccezionali. Non c’è niente di male ad essere moderati. Salvo che, scomparsa la DC, il moderatismo è stato sfruttato da tutt’altro personale politico. Entro cui non c’è neanche una scheggia di rispettabilità (solo un po’ di polvere). Di sicuro, non c’è quella componente liberal-moderata disposta a collaborare lealmente con le forze politiche “costituzionali” che qualcuno si ostina a sognare.

Le cose stanno altrimenti dal lato di quello che approssimativamente si può definire lo schieramento “costituzionale”. La divisione è la sua cifra distintiva. Non è un capriccio. Le tre punte e mezza del centrodestra hanno aspirazioni minime, ma comuni: meno regole, meno tasse, meno sindacati, meno ambiente, mano pesante delle forze dell’ordine e accanimento contro i migranti. Ai loro elettori sta bene questo. Entro il centrosinistra le divisioni sono di lunga durata, profonde e ardue da conciliare. Da una parte c’è un segmento pro-market, attento ai ceti medi più moderni e al mondo imprenditoriale, dall’altra un segmento attaccato ai servizi pubblici e alla tutela del mondo del lavoro e dei ceti deboli. È un dilemma comune a tutti gli schieramenti di centrosinistra europei. C’è pure un’appendice ultra-market, che talora si definisce centrista e ha un’idea aziendale del regime democratico. Il massimo denominatore comune sono i diritti di genere e delle minoranze. Non è granché. La prima componente insegue da tempo il sogno di attrarre una quota dell’elettorato di centrodestra, quella liberale, che non esiste. Quando inventò il partito “a vocazione maggioritaria” nel 2008 distrusse tutto il centrosinistra. La seconda componente, che nel 2006 era un po’ al di sotto del 10 per cento di voti, se li è persi, in gran parte nell’astensione. Nonostante la vulgata messa in giro artatamente, non vi sono state consistenti emorragie elettorali verso la destra dell’elettorato popolare. Cipputi votava a sinistra. I suoi figli e nipoti fanno i camerieri, sono pure precari, di norma si astengono, e, in alcune situazioni, non regolarmente, votano a destra, ma, come testimoniano le indagini sui flussi, preferiscono il M5S e l’astensione. La linea divisoria tra le due sinistre è nettissima. Quando appaiono segmenti disponibili al dialogo, risuona l’accusa di populismo. Provvede la componente ultra-market col sostegno dei media. La divisione è forse insuperabile.

Con le varianti del caso, simili divisioni sono comuni a tutta l’Europa. Il made in Italy è il M5S. Evitiamo per favore la grossolana e fuorviante etichetta di populismo. Mancano le pulsioni xenofobe, reazionarie e sovraniste. È pura manifestazione di antipolitica, che ha sopraffatto l’originaria ispirazione ecologista. Il M5S ha fatto della moralità della politica la sua insegna, l’ha esasperata in moralismo e l’ha tradotto in un delirante fondamentalismo democratico, culminato in una disastrosa tecnica di reclutamento del personale politico.

2.

Variano i rapporti di forza, variano le combinazioni, ma questo è il cast della politica italiana, più o meno da quindici anni. Non mancano ovviamente gli attori extrapolitici: i grandi potentati economico-finanziari, i grandi gruppi d’interesse e anche il grande partito dei media e dei loro padroni (GPM). Anche costoro hanno determinato gli ultimi eventi, iniziati con la caduta del governo Conte II. Perché mai è caduto? La spiegazione fondamentale è stata l’inadeguatezza. La ripartenza post-pandemia e il PNRR erano operazioni troppo delicate per farle gestire a un premier dilettante e a una maggioranza risicata. È più che fondato però il sospetto che la vera ragione fosse l’operazione PNRR: è un’operazione colossale, su cui i potentati che contano volevano un controllo diretto e fidato. A tirare i fili della manovra sono stati l’appendice ultra-market e il GPM.

Da mesi risuonava la retorica dello sforzo nazionale da condividere da tutte le forze politiche e della personalità di grande competenza e autorevolezza che avrebbe dovuto guidarlo. L’appendice ultra-market e il GPM hanno sponsorizzato l’inclusione del centrodestra, dopotutto non indispensabile, e hanno messo all’angolo PD e M5S. Vietato il ricorso anticipato alle urne, per il centrodestra è stata una festa: è stato invitato in pompa magna alla spartizione della torta del PNRR. Il governo che ne è nato è di difficile definizione. Politico perché i governi sono tutti politici, in quando prendono decisioni che danno ad alcuni e tolgono ad altri; guidato però da un tecnico, acclamato dai partiti, con una componente significativa di tecnici, quasi tutti graditi a questo o a quel partito. Forse di unità nazionale. Tranne uno, c’erano tutti i partiti. In cima a tutto, la personalità di grande spicco era Mario Draghi, il quale per chiarire da subito come intendesse il suo compito, ha nominato come suo consulente Francesco Giavazzi e, andando avanti, non ha risparmiato in dosi di europeismo e di atlantismo.

È stata una trappola tesa anzitutto al M5S. Spodestato della premiership, volevano buttarlo definitivamente fuori strada. Costituito il nuovo esecutivo, il PD aveva manifestato l’intendimento di collaborare col M5S in sede elettorale. Non è la sinistra radicale. Ha solo difeso strenuamente una misura di welfare condivisa da tutte le democrazie avanzate: il reddito di cittadinanza. Contro quest’ultimo, contro il movimento e contro Conte è stata condotta una campagna mediatica e politica greve e martellante. Il Pd non li ha aiutati, perché si è scelto la parte del partito di Draghi, né c’era da aspettarsi che li aiutasse Draghi, che non ha mai nascosto la sua insofferenza. Il martellamento, e la maggior attenzione prestata dal governo alle richieste della destra, hanno fatto saltare i nervi ai grillini. Giuseppe Conte era impegnato in un arduo compito di ridisegno: da movimento caoticamente antipolitico a formazione esplicitamente pro-welfare. La definizione è grossolana e invitiamo perciò chi sia interessato ad approfondire a leggere la Carta dei valori redatta da Conte. In pochi l’hanno letta, ma tra questi c’è chi ha capito bene in che direzione Conte voleva andare e ha accentuato la campagna di demonizzazione. Figurarsi quando ha osato sollevare qualche dubbio sulle armi all’Ucraina. Conte non è un professionista. Saltati i nervi ai suoi compagni di partito, ha provato a inseguirli. Finché non sono saltati i nervi anche a lui. Ha rovesciato il banco e ha avuto tutti contro. Se ha sbagliato, ce l’hanno costretto.

Ma è stato al tempo stesso preso in trappola pure il PD. Che se avesse abbandonato la prospettiva di un accordo con i M5S, si sarebbe presumibilmente rivolto all’appendice centrista, che, anche se conta poco quanto a voti, avrebbe alzato il prezzo. Il PD ha d’altra parte indossato i panni del partito draghiano par excellence. È un vezzo delle sinistre pro market. Le destre diventano sempre più bieche, la regressione non risparmia quelle più moderate, e loro fanno il partito della nazione e delle buone maniere democratiche. Nascondono così il loro vuoto programmatico e la loro modesta iniziativa politica. È esemplare la penosa figura del ministro Orlando. Aveva nominato un prestigioso comitato di esperti affinché valutasse il reddito di cittadinanza. Hanno fatto serissime proposte. Non c’è stato nemmeno il tempo di ascoltarli.

L’altra trappola è stata tesa a Draghi. Tanti i mandanti. Lo si è sovraccaricato di aspettative. Lui ci ha messo la faccia e la sua autorevolezza internazionale e si è ritrovato con un pugno di mosche. Che nutrisse l’ambizione di succedere a Mattarella l’ha ammesso lui stesso. Con la scusa che era indispensabile alla guida dell’esecutivo, gli hanno vietato di diventarlo. L’hanno tartassato di pretese. Alla fine, anche a lui sono saltati i nervi e allora gli hanno sfilato la guida dell’esecutivo. Si deve contentare degli affari correnti.

Chi ha teso una trappola a tutti gli altri sono state le tre punte del centrodestra. Non sappiamo se l’abbiano congegnata in partenza, ma gli è riuscita alla grande: due punte dentro la maggioranza, a scalpitare quanto basta e a spartirsi la torta, la terza a fare solitaria e feconda opposizione. In voti la Lega pagherà un costo alto. Ma gli interessi tutelati dal ministro Giorgetti sono stati ben compensati. Il PNRR ha una forte impronta nordista. Aspettavano l’incidente. Quand’è arrivato, ne hanno colto il frutto: le elezioni anticipate. Berlusconi, cui qualche illuso guardava speranzoso, è rimasto dov’era. Quale che sia il suo share di voti, potrà sempre accreditarsi come mediatore con il PPE e con Bruxelles e risolvere qualche grana giudiziaria personale. D’altra parte, qualcuno s’illudeva che il governo Draghi avrebbe cambiato gli orientamenti elettorali del paese? Certo non hanno avuto nemmeno il buon senso di rivedere la legge elettorale.

Pagheranno il conto, come da copione, i lavoratori, i risparmiatori, i servizi pubblici, i giovani, una parte del ceto imprenditoriale, il Mezzogiorno, le classi popolari. A queste ultime si darà la colpa di alimentare il populismo. C’è un modo per difendersi dal successo imminente delle destre? Un campo larghissimo richiederebbe un sovrappiù di generosità, d’intelligenza politica e di fede democratica. Un accordo del PD con l’appendice centrista vale poco. Un’intesa PD-M5S sarebbe più vantaggiosa, ma è sabotata da molte parti. Non contiamo sul soccorso europeo. Converrà allora che i cittadini si attrezzino per difendere loro il regime democratico.


5 stelle. Per chi suona la campana…

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Convulsioni

Qui la politologia si arrende. E anche la politica, intesa come arte conoscitiva del possibile. Forse solo la psicanalisi riesce in qualche modo a dar conto delle convulsioni che stanno squassando i Cinquestelle. Il “buffet delirante” che si è impadronito dell’unico fondatore sopravvissuto, spingendolo a destabilizzare il “suo movimento” nel momento più delicato di una già di per sé arrischiata transizione, si spiega solo con profonde patologie dell’Io. Anzi, dell’Io “patriarcale”: il più arcaico, il più selvaggio, quello del patriarca che non sopporta che la propria tribù possa vivere in qualche misura di vita propria. Quello del creatore che odia persino l’idea che la sua creatura si distacchi da lui. O del padre che odia i figli per la sola ragione, biologica, che gli sopravvivranno. Insomma, la “sindrome di Crono”, che come ci insegna la mitologia se non superata da un qualche Giove olimpico produce un mortale arresto del corso storico.

Ora, proprio per l’insostenibile pesantezza del ruolo dell’Ombra e dell’Inconscio in questa brutta faccenda, è difficile prevedere cosa ci aspetti nei giorni prossimi, come evolverà o involverà la crisi. Se l’Uno si spezzerà in due (non metà, ma quarti, ottavi, sedicesimi). Se si assisterà a una classica scissione, o a una scalata dall’interno. O alla stipula di una tregua, che illuda di congelare uno status quo ormai comunque perduto. Non è dato neppure capire se la “mediazione” che porterebbe a superare l’elezione dei 5 del “Comitato direttivo” con la nomina di “7 saggi” (sette come “i re di Roma”, come “i nani di Biancaneve”, come “I sette a Tebe” di Eschilo…), andrà in porto oppure no. Se Conte allargherà le maglie della propria finora abbondante pazienza o esprimerà il suo Vaffa… Ma quel che è certo è che il sistema politico italiano ne esce ulteriormente dinamitato. Il sistema politico, si badi, non il governo. Il quale anzi potrà rafforzare il proprio segno già naturalmente conservatore. La propria vocazione alla verticalizzazione della decisione. Al monopolio dell’indirizzo politico. Alla rappresentanza pressoché diretta e senza residui dell’universo imprenditoriale, senza più nemmeno il fastidio di possibili interferenze parlamentari: da parte cioè di un potere legislativo – di un Parlamento – ridotto a mero ornamento, nel quale la maggioranza numerica uscita dalle urne del 2018 sull’asse M5S e PD si disperde nei rivoli di una crisi d’identità apparentemente terminale.

Draghi

Draghi, dunque, potrà continuare a governare – con logica bonapartista – indifferente alle contorsioni delle forze parlamentari come il praetor del diritto romano che de minimis non curat (indifferente persino – ed è uno scandalo! – al fatto che il leader dell’unico partito della sua maggioranza che ha un ministro economico di primo piano, faccia lega con sovranisti come Orban e neonazisti come quelli di Afd). Governerà, come un vero Comitato d’affari dei potentati economici e finanziari quale appunto è. Ma lo farà nel contesto di un sistema politico (e sociale) in disfacimento. Nel quale le ampie falle aperte nell’involucro costituito a suo tempo dal M5S lasceranno defluire flussi di voti consistenti in parte, probabilmente, verso un’astensione già stellare, in parte (minore) verso un PD che nulla fa per meritarseli, ma in parte e in misura consistente verso destra. E questo degli ex voti grillini in marcia verso Meloni o Salvini sarà una piaga del prossimo futuro, perché è un esodo verso una destra a sua volta divisa e litigiosa al suo interno ma sempre più trasversalmente attraversata da sentimenti nazionalisti (si veda il patto sovranista in Europa) e fascistoidi (anzi decisamente fascisti, come testimoniano le reazioni alla mattanza carceraria di Santa Maria Capua Vetere). Una destra, aggiungiamolo, che pretenderà di mettere il proprio sigillo sulla prossima elezione del Capo dello Stato, forte della posizione in cui la pone la dissoluzione del Centro.

Oggi festeggiano un po’ tutti – giornalini e giornaloni, partitini e partitoni, da Libero al Foglio a Domani fino a Repubblica, dagli amici di Draghi e quelli di Renzi o di Calenda -, la crisi di quell’anomalia selvaggia che non avevano mai digerito, fin dal 2013, quando era emersa come il mostro di Loch’ness nel mezzo della palude politica italiana e poi ancora dal 2018, quando aveva doppiato tutti gli altri. Festeggiano, e sembrano l’orchestrina che suona sul ponte del Titanic. Perché quello che vediamo all’opera oggi nei 5stelle è in realtà – in forma esasperata ed estrema, come nel loro carattere – la rappresentazione di una crisi generale della politica democratica e dei suoi assetti. Di un processo dissolutivo più generale e altrettanto profondo, il quale affonda le radici nell’esito della parabola populista, e nel panorama di rovine che lascia allo scoperto.

In fondo, se ci ragioniamo a mente un po’ più sgombra, non può sfuggirci l’analogia tra l’attuale “follia” di Beppe Grillo, e il destino di altre due figure chiave del populismo 2.0, come Matteo Renzi, da una parte, e Matteo Salvini dall’altra. Tutti e tre hanno costruito le rispettive creature politiche sulle proprie persone – su una personalizzazione esasperata -. E tutti e tre le hanno “sabotate” nell’incapacità di mediare i propri Ego straripanti con la realtà. E’ in fondo il destino della sindrome populista che di emotività personalizzata ferisce e di emotività personalizzata perisce. Il successo, tuttavia, di quel populismo di ultima generazione, la sua eccedente energia politica, nasceva dal fatto che metteva allo scoperto una malattia mortale della democrazia contemporanea: la sua incapacità a rappresentare i rispettivi popoli. Ora quella domanda inespressa di rappresentanza rimane intatta, ma la risposta ad essa rischia di ritorcersi contro lo stesso involucro istituzionale in cui è contenuta. Per demolire anche gli ultimi simulacri di democrazia costituzionale. Per questo lo scenario post-populista a cui ci affacciamo rischia di essere istituzionalmente più disastroso di quello, pur travagliato, che abbiamo vissuto.

Gramsci, ragionando sul 1921, scrisse a suo tempo che i comunisti stessi allora erano stati parte del generale processo di dissoluzione il cui esito era stato il fascismo. C’è il rischio che anche noi, oggi, sottovalutiamo la forza della dissoluzione.

Convulsioni

 

L’articolo, in versione leggermente più breve, è stato pubblicato sul Manifesto del 4 luglio col titolo Nella parabola populista la dissoluzione del sistema politico italiano


Draghi, Renzi e la dittatura del mercato

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La sensazione è quella di scivolare su un piano inclinato: dal male (un male senza alternative migliori) del governo Conte al peggio del possibile governo Draghi, al pessimo di un governo Salvini-Meloni, che sembra ora ancor più inevitabile.

Matteo Renzi c’è riuscito di nuovo. Prima con Letta, adesso con Conte: attraverso crisi extraparlamentari strozzatesi nelle ovattate stanze del Quirinale, ha ucciso due governi che avrebbe dovuto lealmente sostenere. Nel primo caso per fatto personale (l’ascesa alla presidenza del Consiglio), in questo anche (per riacquistare un qualche credito agli occhi dell’establishment internazionale). E in entrambi con la stessa disinteressata dedizione agli interessi del Paese che è apparsa nel mostruoso episodio saudita (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/02/01/matteo-renzi-e-il-rinascimento-saudita/): che da solo sarebbe bastato a porre fine a a qualunque carriera politica, in un paese civile.

Renzi, dunque, trionfa: umiliando tutti (a partire dal Parlamento) e presentandosi a fianco di Mattarella come il salvatore della patria. Un gioco di sponda che, spiace dirlo, ingenera qualche dubbio anche sul ruolo del presidente della Repubblica: specie per il singolare discorso con cui questi ha escluso tassativamente la possibilità di andare ora ad elezioni. Un orientamento che Renzi forse non ignorava, come invece, evidentemente, lo ignoravano i vertici del Pd: i quali, inducendo Conte a dimettersi laddove non era affatto necessario, ne hanno servito a Renzi la testa su un piatto d’argento.

Se Renzi è il grande elettore di Draghi, cosa faranno gli altri? La Lega ha un duplice interesse a permettere che questo governo nasca: prima astenendosi (e così rivelandosi determinante, e apparendo affidabile a mercati e poteri internazionali – «Salvini ha una grande opportunità – ha subito twittato il direttore di Repubblica Maurizio Molinari – il sostegno a Draghi gli consentirebbe di avere la legittimità europea che gli manca»), e poi intercettando la protesta sociale che l’azione di Draghi provocherà. Il Pd è nella situazione peggiore: il suo profilo moderato e “responsabile” gli rende difficile sfilarsi, ma il rischio che Renzi se lo riprenda, svegliando le quinte colonne dormienti, è ora concretissimo. Il Movimento 5 Stelle ha invece la sua grande occasione per tornare a un ruolo antisistema, recuperando un po’ di quella presa che sembrava ormai irrimediabilmente perduta: se dice di no a Draghi, potrebbe essere l’unica opposizione – insieme, forse, alla falange della Meloni, frenata però dalla linea morbida di Forza Italia e Lega, e comunque tentata dall’astensione. Se invece dovesse prevalere la sindrome di Stoccolma, e i Cinque Stelle votassero per Draghi, il Movimento sarebbe davvero finito: e anche questo colpisce nella scelta di di Mattarella, avvenuta senza consultazioni sul nuovo nome. Perché imporre al Movimento non una Cartabia o una Lamorgese, ma il grande custode del sistema bancario internazionale, quasi pretendendo la definitiva abiura dei 5 Stelle dalla loro più profonda identità?

Perché, al di là dell’effimera geometria parlamentare di cui sopra, il significato profondo dell’avvento del messia Draghi è assai evidente: esce di scena il tentativo di risposta (fallimentare, caotico) alla domanda di giustizia ed eguaglianza suscitata dalla dittatura del mercato internazionale e dell’establishment ad esso legato; e rientra in scena, attraverso un suo gran sacerdote, esattamente quel mercato e quell’establishment. Passiamo da una cura inadeguata e sbagliata, al ritorno in grande stile della malattia. Vista dal punto di vista della grande maggioranza del Paese (chi vive del proprio lavoro, e chi lavoro non ha), è una netta regressione.

A dirlo è la storia dello stesso presidente del consiglio incaricato. Marco Revelli ha ricordato, su questo sito (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/29/draghi-lupi-faine-e-sciacalli/), il ruolo centrale avuto da Draghi (come direttore generale del Tesoro per dieci anni cruciali dal 1991al 2001) nella svendita del patrimonio pubblico italiano. Nella brutale sintesi di Francesco Cossiga (una volta tanto lucido): «il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica: la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro […]». Cossiga aggiungeva che «non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana». Uno scrupolo che evidentemente Sergio Mattarella non nutre.

Naturalmente, tutto questo non significa che Draghi non capisca la delicatezza della situazione, e non provi a governare in un’altra direzione. Come ha scritto il direttore della rivista Il Mulino, Mario Ricciardi: «Ciò che Mario Draghi ha fatto in passato, come civil servant e come banchiere centrale, non consente di affermare con certezza in che direzione si orienterà la sua azione in futuro. L’uomo ha mostrato, anche di recente, di essere un pragmatista. La situazione, anche a livello internazionale, non è più quella del 2008. Dogmi sono stati messi in discussione, nuove minacce si sono palesate, che in Italia destano grande preoccupazione». Ma, aggiunge giustamente Ricciardi, «sul piano strettamente politico questo comporta resistere alla pressione, evidente in alcune tra le reazioni alla convocazione di Draghi al Quirinale, di chi non vede l’ora di chiudere la stagione sfortunata dell’alleanza tra Pd e M5s, vedendo nella caduta del governo Conte il segnale di un ritorno alla normalità: la vittoria finale dei competenti sugli incompetenti, il trionfo della meritocrazia sull’arroganza dei mediocri. […] L’idea di un’aristocrazia che si autoproclama tale è una pericolosa illusione, che non può che aumentare ulteriormente, e in modo pernicioso, il solco tra istituzioni e società civile, tra classi dirigenti e cittadini. […] Un’aristocrazia di cosmopoliti il cui principale interesse è la mobilità del capitale finanziario non può andare lontano quando entra in conflitto con una parte consistente della popolazione». Un’aristocrazia a cui credono di appartenere, per esempio, i grandi magnati italiani padroni dei giornaloni che ora spandono nuvole di incenso intorno a Draghi – e al sicario di Rignano.

Le prime parole di Draghi da presidente incaricato hanno menzionato la «possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale». “Coesione sociale” può voler dire cose molto diverse: il desiderio della suddetta aristocrazia di strozzare il conflitto sociale, per non vedere il sangue per strada quando scende dal superattico; o, al contrario, un obiettivo di pace sociale da raggiungere attraverso la giustizia sociale. Ora, il passaggio centrale del discorso di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate invocava un unico dogma, anzi un “imperativo assoluto”: «Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri» (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/08/22/le-favole-draghi-e-il-pd/). Se questa è la prospettiva, siamo saldamente dentro la logica suicida di una crescita infinita e produttrice di iniquità letali, appena mascherata da sostenibilità e compassione. Intendiamoci, non che con Conte e la sua maggioranza fossimo su una linea alternativa: ma così si torna all’ortodossia mortale del pensiero unico.

Manca, come sempre, uno sguardo di sinistra: come certifica, tragicomicamente, l’apertura a Draghi da parte delle frattaglie cucite in Liberi e Uguali. Quello sguardo dal basso, icasticamente presente in un tweet di Mauro Vanetti: «Hai poco da compiacerti della competenza del cuoco, se sei un ingrediente».

Già nel 1970 un pensatore profetico come Ivan Illich poteva scrivere che «la questione centrale del nostro tempo rimane quella che i ricchi vanno diventando ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri». Il fatto che, cinquant’anni dopo, l’Italia si affidi a un Mario Draghi, fa pensare che siamo ancora ben lontani non dico dall’invertire la rotta, ma anche solo dal capire che quella è davvero, e sempre di più, la questione centrale.


Il piffero di Rignano

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Incomprensibile. E’ la parola più usata a proposito della crisi aperta alle 17,30 del 13 gennaio da Matteo Renzi. Incomprensibile per gli osservatori internazionali (Die Zeit parla di  “atto disperato” per “riguadagnare finalmente visibilità e peso politico”, il Guardian di caos scatenato “nel momento peggiore possibile per l’Italia”). Incomprensibile per i commentatori (pressoché tutti) italiani. Incomprensibile per gli elettori di ogni ordine grado e colore, compresi quelli renziani: si pensi allo sconcerto degli amici sindaci, dai fedelissimi Nardella e Gori ai luogotenenti di lungo corso come il pesarese Ricci (sì, proprio lui, che nella sciagurata campagna referendaria per sfregiare la Costituzione imperversava a reti unificate per portare il verbo di Matteo e ora ci dice che “i sindaci riformisti condannano Renzi” perché “non possiamo finire nel caos per una azione da irresponsabile”). Nel momento in cui l’Iss dichiara imminente il rischio di un’”epidemia incontrollata” e la Protezione civile certifica il superamento della soglia di 80.000 morti, non c’è una sola ragione – confessabile ma anche inconfessabile – che possa spiegare quella che è stata definita sarcasticamente la “mossa del caciocavallo”. E l’apertura di una crisi al buio che in appena tre giorni, tra l’11 e il 14 gennaio ci è costata qualcosa come 17 punti-base di spread (l’indice dei decennali italiani sui bond tedeschi era a 101,7 alle 7,45 di lunedì 11, è schizzato a 118,4 alle 15 di giovedì 14, giorno successivo alla conferenza stampa di Renzi).

Certo, il “gioco al massacro” di Matteo Renzi nei confronti del governo da lui un tempo voluto e soprattutto del suo capo, Giuseppe Conte, faceva comodo a tanti (almeno finché il massacro restava verbale e virtuale): in primis  a quella Confindustria bonomiana che fin dai primi sintomi della pandemia non ha smesso un minuto di osteggiare ogni misura di contenimento e di caldeggiare un governo “altro” (Governissimo o Draghi che dir si voglia), per meglio accaparrarsi il bottino dei finanziamenti europei. Comodo al Pd, nel fare il “lavoro sporco” che il suo ectoplasmatico gruppo dirigente non si sentiva di compiere in prima persona, per riallineare le politiche di spesa del Recovery Fund e favorire l’accettazione del MES. Comodo naturalmente al centro-destra appollaiato come un avvoltoio sul bordo delle urne. Comodo forse persino ai Cinquestelle, nel marasma in cui si dibattono, per bilanciare il peso di una figura come Conte che pur nella vicinanza, anzi forse proprio per quella, rischiava di allargarsi troppo e far ombra a molti. Ma nessuno di quei potenziali utilizzatori finali poteva augurarsi (o immaginarsi) un epilogo così devastante. Devastante per lui, in primo luogo. E devastante per tutti noi, per il Paese.

In realtà la soglia Renzi l’ha superata quando dal virtuale è passato al reale (ritirando i “corpi” molto materiali delle sue due ministre). Dalla guerra di guerriglia allo scontro frontale. Insomma, quando ha lasciato che la miccia bruciasse fino a dar fuoco alle polveri, anziché spegnerla un centimetro prima come gli altri immaginavano. Perché l’ha fatto? Confesso che non riesco a trovare spiegazioni plausibili tra l’armamentario della scienza o meglio dell’”arte” politica, che sia pur in forma perversa una propria razionalità comunque la possiede. Nemmeno negli interstizi del machiavellismo nostrano, se non altro attento all’adeguatezza dei mezzi se non alla qualità dei fini. E di dover  cercare ausilio sul versante psichiatrico o psicanalitico, tra chi più che di fisiologia si occupa di patologie, del comportamento e dell’immaginare. D’altra parte non è cosa nuova quando si tratta dello “statista di Rignano”: Renzi, questa tara da caratteriale l’ha manifestata quasi subito, al suo primo apparire sulla scena nazionale, quando i suoi compagni del Pd l’acclamarono come deus ex machina non accorgendosi di cosa fosse realmente l’uomo del destino nelle cui mani si precipitavano.

Oggi il Financial Time lo ribattezza “demolition man”. Ricordo che per quanto mi riguarda nel 2015, quando incominciavano a manifestarsi i primi sintomi della sindrome, evocai quello che Walter Benjamin aveva chiamato il “carattere del distruttore”: colui che “conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia”, e per il quale si può dire che “l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso». Aggiungevo che il suo modus operandi era simile a quello del fracking – la tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi -, perché, allo stesso modo, anche Matteo Renzi, programmaticamente, genera energia (politica) con la frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato che infaustamente gli fu affidata. “Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il fracking inquina le falde – aggiungevo -, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa”. E’ in fondo ciò a cui assistiamo oggi, a cinque anni di distanza.

Non è l’unico caso al mondo. E neppure il più pericoloso oggettivamente. Donald Trump, che con lui è inconfrontabile, se non altro perché ha dietro il 49% degli elettori anziché il 2%, e una strategia nella sostanza criminale, tuttavia ci offre un simile esempio di “psicopatico al potere”. E a suo modo anche Boris Johnson. Tutti costoro ci pongono la terribile domanda su cosa sia diventato “oggi il potere”, nelle nostre società. E la risposta, ancora una volta, non sta nei classici della politica. Nei sacri testi di Max Weber o di Joseph Schumpeter. Quelli ragionavano in tempi anche più feroci, forse altrettanto folli, ma non così incorporeamente indecifrabili come i nostri. Forse una traccia ce la offre invece un massmediologo (che con l’incorporeo e i suoi occulti statuti ha confidenza) come Christian Salmon – quello dello storytelling – quando ragiona sullo “spettacolo fatuo allestito nel ‘teatro della sovranità perduta’” e sull’annessa “cerimonia cannibale” in cui l’uomo politico viene “costantemente divorato dalla propria immagine sovraesposta”, fattosi nella post-modernità rito universale, che si celebra nell’intero Occidente dove la “Rappresentazione permanente è chiamata a simulare – e sostituire funzionalmente – una sovranità che è ormai evaporata”.

A noi contemporanei per forza, che vedemmo anche un’ “altra politica” nel tanto esecrato Novecento, tocca oggi essere testimoni di una generazione di “uomini di Stato” (continuiamo per forza d’inerzia e deficit di fantasia a chiamarli così) a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano: politici “chiamati a governare nel contesto del declino della sovranità statale” trasformando appunto la pratica del governo in sua teatrale Rappresentazione. E trasformandosi, a loro volta, in caricatura di se stessi. Sono figure – tutte – a cui è difficile prendere le misure (anche solo l’interrogarsi seriamente sulla loro “logica” rischia di premiarne il vacuum e far torto a noi stessi: vedere uno come Paolo Mieli, scervellarsi in TV per intravvedere una qualche ragionevole ragione nell’operato di Renzi non riuscendosi a capacitare che un uomo di potere non ne avesse nessuna, dava una sensazione vagamente grottesca). Figure che mettendo in scena l’insostenibile, costituiscono col proprio stesso esistere e durare un paradosso, e che solo l’incapacità degli altri di metterne una volta per tutte al bando la presenza politica rende pericolosamente consistenti. Figure, quindi, contro le quali è ancor più difficile combattere, perché si alimentano dell’inconsistenza della reazione di chi ne subisce la distruttività. Occorrerebbe trovare un loro avversario con cui condividere convintamente la battaglia, ma chi? Lo sbiadito Biden contro l’orrendo Trump? L’avv. Conte contro il passator scortese Renzi? Quando sappiamo benissimo che il primo non vede l’ora di ricucire con la stessa America che lo vorrebbe morto. E che il secondo ha dato veri e propri arsenali di munizioni al bullo che lo voleva bullizzare, costruendo un piano per il Recovery indecente, tanto per dirne una… Cosicché non ci resta che decostruire i decostruttori, cercando – almeno noi – di “restare umani”, cioè materialmente piantati al margine del racconto del potere impotente, a disvelarne l’abissale deficit di legittimazione. E di Ragione.

Una versione più sintetica è comparsa sul “manifesto” di sabato 16 gennaio col titolo Renzi, ovvero la fenomenologia del demolition man.


Renzi: l’ultimo tradimento

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Lo strappo è stato compiuto. Dopo averlo annunciato da settimane, appoggiandosi di volta in volta a pretesti diversi, mercoledì sera il piccolo uomo politico di Rignano ha ufficializzato la sua volontà di liquidare il Governo in carica, aprendo una crisi al buio dagli sbocchi imprevedibili. Tutto ciò accade – superfluo ricordarlo – nel momento in cui il Paese si trova ad attraversare il guado di una drammatica crisi sanitaria ed economica e avrebbe bisogno di una guida rafforzata per resistere alla seconda ondata della pandemia e avviare la ricostruzione sfruttando l’opportunità di un piano straordinario di investimenti, quale non c’è mai stato nella nostra storia, con le risorse che l’Unione Europea ha messo a disposizione.

È stato da più parti sottolineato come una crisi di governo in questo momento, comunque si valuti l’esecutivo in carica, sia in totale distonia con le esigenze di sicurezza sanitaria e con i bisogni urgenti delle categorie più colpite dalla situazione economica. Ma l’appello del Presidente della Repubblica a un atteggiamento costruttivo delle forze politiche «si è scontrato con un istinto demolitorio e muscolare, degno di un bullismo istituzionale […]. Lo strappo renziano accentua la sensazione di un piccolo partito di guastatori» (Massimo Franco, Corriere della sera, 14 gennaio).

Per quanto oggi molti si stupiscano di questi guasti, provocati a freddo e per calcolo di potere, quello che si è consumato il 13 gennaio è solo l’ultimo di una serie di tradimenti politici e istituzionali operati dal bullo di Rignano. Non c’è bisogno di evocare il famoso aforisma «Enrico stati sereno», che evidenziò le modalità complottistiche attraverso le quali il nostro statista ascese alla carica di Presidente del Consiglio. Molto più gravi sono stati i tradimenti di valori repubblicani incardinati nella Costituzione. Basta ricordarne alcuni.

Fra i più gravi c’è l’aver costretto il Parlamento, col solito metodo del bullismo politico, ad approvare una legge elettorale per la Camera dei Deputati (il cosiddetto Italicum) che, dando per scontata la soppressione del Senato, riesumava la legge Acerbo, voluta da Mussolini per consentire a un unico partito di avere il controllo del Parlamento e del Governo: un progetto, combinato con la riforma costituzionale, di onnipotenza politica che tradiva l’impianto pluralista della Costituzione e, per fortuna, è stato spazzato via dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 e dalla sentenza n. 35/2017 della Corte costituzionale. Sul piano economico sociale, poi, spicca la riforma del diritto del lavoro, il cosiddetto job’s act, che ha demolito l’art. 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, cioè lo strumento attraverso il quale i princìpi della Costituzione venivano fatti valere nei confronti del potere privato. Più recentemente, ancora, Renzi ha tradito il suo stesso partito (cioè quello di cui si era impadronito): quando è stato allontanato dal posto di comando, ha staccato i suoi fedelissimi dai gruppi parlamentari del PD e ha creato il suo piccolo partito, privo di consenso popolare ma forte di un drappello di parlamentari utile a un’azione corsara per il potere.  

Oggi, nonostante i morti e i contagi, nonostante i disoccupati, aprendo la crisi politica in un momento così delicato per la vita del Paese, senza nessun’altra prospettiva che quella di favorire l’ascesa al governo di una destra fascio-leghista, Renzi ha introdotto un gioco d’azzardo le cui poste sono il blocco/sblocco delle misure sanitarie in atto, il blocco/sblocco del Recovery plan, le elezioni politiche anticipate ovvero un nuovo Governo sotto la sua egida. In questo modo si è guadagnato un posto nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno dantesco, tra gli immersi nel ghiaccio, in compagnia di Ugolino della Gherardesca e degli altri traditori della Patria.


Il ponte sullo stretto e il buco d’agosto

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Tra le sortite che per tradizione la politica riserva in agosto, quest’anno – in tempo di Covid risorgente e di “economia” da rilanciare – ritroviamo un’interessante idea, anzi un progetto (per la verità già proposto nel 2019), lanciata dal presidente del Consiglio e dalla sua ministra alle infrastrutture: il tunnel sotto lo stretto di Messina, che dovrebbe prendere il posto del variamente criticato, progettato, preappaltato, abbandonato, rilanciato ponte. Naturalmente, nella “logica” della politica l’incertezza è se questa uscita sia finalizzata effettivamente alla realizzazione di un tunnel oppure sia una mossa trasversale con obiettivo il rilancio del ponte. O Franza o Spagna, direbbe Confindustria, pur che si «rilanci l’economia». D’altra parte una certa predisposizione verso le gallerie il Governo in carica (e quelli precedenti) l’ha già dimostrata nel caso della Torino-Lione, che, sì, è sbagliata, ma ormai…

Sono partito sul piede dell’ironia se non del sarcasmo e me ne scuso: le scelte vanno valutate nel merito e razionalmente, senza sparare giudizi a priori. È vero. Ci vuole però una pazienza che se non è sovrumana poco ci manca, visto che sedi in cui dibattere nel merito le diverse proposte, prima che vengano assunte delle decisioni, non solo non ce ne sono, ma vengono accuratamente evitate: nel scegliersi gli interlocutori i governi non badano alla rilevanza degli argomenti che questi possono portare, bensì alla collocazione sociale e alla consistenza degli interessi che possono esprimere.

Comunque facciamo uno sforzo per restare sul piano dei fatti e della ragione. Un obiettivo mondiale, riconosciuto dall’Unione Europea e, fino a prova contraria, anche dallo Stato italiano è quello di ridurre, entro il 2030, le emissioni di CO2 di origine umana alla metà rispetto ai livelli del 1990. Il motivo è arcinoto: così si potrebbe sperare di mantenere i mutamenti climatici già in atto entro i limiti di un possibile adattamento da parte dell’umanità. Non rispettando quella soglia invece l’evoluzione del clima assumerebbe le caratteristiche di un rapido tracollo di cui peraltro si vedono già ora i segnali, con conseguenze umane pesantissime a carico soprattutto dei più deboli, cioè della stragrande maggioranza dell’umanità.

Non mi dilungo.

A questo punto la domanda è: illustrissimo sig. presidente del consiglio, gentile e ugualmente illustre ministra dei trasporti, oltre alla proposta avete ricevuto un rapporto contenente il bilancio del carbonio relativo alla nuova opera? Se no, ne avete commissionato uno (non ai proponenti, s’intende, ma a qualche soggetto indipendente)? In apparenza non si è dato né il primo né il secondo caso perché non ne avete fatto menzione e non ne hanno parlato i mezzi di comunicazione. È vero che la stessa domanda vale per una quantità di viadotti, tunnel, gronde, raccordi e così via che il “piano rilancio” prevede. Sembra che per voi il problema climatico non esista o quanto meno che la storia del bilancio del carbonio possa essere trattata non come atto discriminante preventivo tra il fare e il non fare, ma piuttosto come un adempimento burocratico a posteriori, dopo che una decisione è comunque già stata presa per altri motivi.

Eppure il nocciolo del problema sta qui. Poi, nello specifico, ve ne sono anche altri, che, per carità, sono molto più tecnici e ingegneristici: voi non avete certo tempo per occuparvene; vero, egregia sig.ra ministra? Cose come: in caso di replica del terremoto di Messina (quello del 1908, per intenderci) sarebbe meglio trovarsi a una settantina di metri al di sopra dello stretto, oppure 300 metri al di sotto del livello del mare?

La linea del Governo sembra ricalcare quella di sempre, coincidendo con gli auspici di Confindustria. Per il lettore distratto ricordo quest’ultima non è consesso che, rappresentando la parte migliore della nazione, ne esprime al meglio le esigenze più genuine, bensì un’organizzazione di categoria che difende e persegue gli interessi a breve termine dei propri soci. Questi ultimi, peraltro, fanno statisticamente parte di quel 20% della popolazione italiana che detiene il 70% della ricchezza nazionale e sono portati a rigettare qualsiasi politica che porti come conseguenza un ridimensionamento della loro posizione sociale. In sostanza le opere (“grandi”, se no non vale) non vengono valutate in base alla loro utilità nel medio periodo e al loro impatto tanto in fase di costruzione che di esercizio, bensì in base alla loro funzionalità a un tipo di economia che vede al centro il mito della crescita materiale infinita e che produce, alimenta e fa crescere le differenze. Che questa economia, a prescindere da qualsiasi considerazione di equità e di giustizia, sia fisicamente insostenibile producendo sconquassi planetari è ormai quasi un luogo comune, evidenziato in tutti i modi e con linguaggi diversi già da molti decenni. Cionondimeno chi fin qui ne ha ricavato i maggiori vantaggi continua ad attaccarvisi con le unghie e coi denti, costi quel che costi (agli altri): le marionette che occupano le istituzioni si adeguano.

Si direbbe che gli esponenti di Confindustria, Confcommercio, organizzazioni di categoria varie, non abbiano dei figli o dei nipoti su cui si scaricheranno le conseguenze delle scelte sbagliate di oggi. O meglio, siccome l’intelligenza non è preclusa a nessuno, sono convinti che il miglior antidoto contro i disastri futuri stia nel lasciare agli eredi il maggior possibile accumulo di “buoni acquisto” che potranno proficuamente spendere per tutelarsi. Insomma, arrivando al dunque (molto, ma veramente molto vicino) chi più ha sembra statisticamente (le eccezioni sono ovviamente possibili) orientato a non lasciare che venga fatto alcunché sul piano della prevenzione, ma piuttosto si preoccupi di sfruttare al massimo la macchina del profitto in modo da consolidare posizioni privilegiate che potranno, in futuro, essere sfruttate al meglio per vincere un ipotetico scontro coi disperati di questo mondo.

Caro presidente, cara ministra direi comunque che voi non guardate così lontano: da qui al 2030 ci sono ancora diverse tornate elettorali e pertanto preferite, per l’intanto, essere parte del problema anziché della soluzione.


Conte e il “decreto semplificazioni”: il vecchio che avanza

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“Martedì 7 luglio il Consiglio dei ministri approva il Decreto Semplificazioni. Ancora ieri, gli uffici del Mibact (cui l’ho domandato come membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali) mi comunicavano che non ne esiste un testo definitivo, e che le bozze commentate negli scorsi giorni sui quotidiani sono tutte ampiamente superate in nodi cruciali. Mentre sembra evitato l’abisso di un nuovo condono edilizio, per di più delegato ai comuni, rimangono incerte le norme sulle autorizzazioni paesaggistiche, sulle valutazioni di impatto ambientale, su punti cruciali dell’edilizia (tra cui quello che concederebbe le mani libere sui centri storici, bomba libera tutti per la speculazione edilizia). E sulla testa del patrimonio culturale continua a incombere il silenzio assenso: che farebbe funzionare la burocrazia non nell’unico modo sano (assumendo le migliaia di storici dell’arte, archeologi e architetti che oggi consegnano le pizze), ma spianando la strada ai vandali.

Il senso del decreto è riassunto nell’elenco di 130 Grandi Opere strategiche che dovrebbero «portare l’Italia nel futuro», secondo il presidente del Consiglio Conte. Una chiave di lettura esaltata, sul piano simbolico, dalla scena in cui l’«avvocato difensore del popolo», venerdì scorso, schiaccia il pulsante che alza le paratie del Mose a Venezia, dichiarando (con una faccia tosta degna di Alberto Sordi, suo vero modello culturale): «non siamo qua per fare passerelle». Agli ambientalisti che protestano, Conte risponde: «Di fronte all’ultimo miglio la politica si assume le proprie responsabilità e decide che con un ulteriore sforzo finanziario si completa, e si augura che funzioni». La cassa aperta e il corno rosso in mano: intramontabile ritratto dell’impotenza politica italica.

C’è un motivo per cui Conte è stato accolto così bene dal sistema, divenendone in breve il garante: ed è la sua totale appartenenza culturale al sistema stesso. La cui regola fondamentale è: non cambiare mai nulla. Sono decenni che la bandiera delle semplificazioni viene sventolata: da tutti, da Berlusconi a Renzi. Naturalmente si gioca sull’equivoco: si lascia intendere che ad essere semplificata sarà la vita del cittadino, che conterà di più. E invece a contare sempre di più sono pochi centri di interesse e potere (a garantire i quali servono i commissariamenti delle grandi opere), e ad essere più semplice è la devastazione dell’ambiente (e dunque della salute) dei cittadini.

Io, che sono un ingenuo, continuo a sbalordirmi (e a incazzarmi) per il tradimento senza fine del Movimento 5 Stelle, che Conte sta traghettando definitivamente nelle nebbie di una Democrazia Cristiana senza la cultura politica della Democrazia Cristiana. Un tradimento consumato nel metodo, e nel merito.

Nel metodo: un Movimento che in nome della democrazia diretta sta pesantemente contribuendo al vilipendio del Parlamento, accetta poi che un decreto decisivo per il futuro dell’ambiente venga scritto nemmeno dall’esecutivo, ma dalla sorda burocrazia ministeriale che a parole si vorrebbe combattere. È la corridoiocrazia, perché è nei corridoi romani del potere che in queste ore si tolgono e si mettono commi: in una oscurità democratica in cui le lobbies del cemento ottengono quello che vogliono.

E poi nel merito. Perché dopo anni di seminari in cui il Movimento invitava a parlare tutto il pensiero critico ambientalista, quando è arrivato al governo prima si è fatto complice della resurrezione del TAV in Val di Susa e ora blinda una lista in cui si allineano pressoché tutte le Grandi Opere contestate dai suoi meetup fondativi.

Non c’è traccia, nell’elenco di Conte, dell’unica Grande Opera utile, la messa in sesto del dissestatissimo territorio italiano. Non si arrestano le frane, non si governano i fiumi, non si fa manutenzione nelle foreste (anzi, secondo Italia Nostra le si minaccia mortalmente). E poi non si pensa alle aree interne, all’Italia dei margini, ai borghi spopolati. Né c’è traccia dell’altra Grande Opera davvero vitale: trovare aule scolastiche per un milione di alunni. Ma invece ci sono, tra l’altro, tutti i totem dei renziani: l’aeroporto e lo sventramento TAV di Firenze e la maledetta Tirrenica.

Il simbolo di questa gattopardesca perpetuazione dell’ovvio consumo di Italia è proprio quel Mose a cui Conte ha voluto legare così indelebilmente la propria persona. Bisognava avere la forza di dichiararlo perento, di prendere atto che non funziona già e non funzionerà mai, e di destinare quel fiume di soldi alla manutenzione della Laguna, tracciando finalmente una via sostenibile per il futuro della morente Venezia. Invece, nulla: l’inerzia conservatrice del PD si è definitivamente mangiata i Cinque Stelle, mentre Conte semplifica come Berlusconi e Renzi, augurandosi «che funzioni».

Saranno le piogge, le frane e le relative morti del prossimo autunno a dirci che, come sempre, non funzionerà.

Una versione ridotta di questo articolo è comparsa su Il Fatto Quotidiano


Il governismo non frena l’ascesa della destra e fa male al centro sinistra

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Cresce (anche nel Pd e in Leu?) l’insofferenza per le “casalinate”. La comunicazione mistificante del Governo dell’avvocato qualunque, sogna per Conte una inopinata ascensione regale-presidenziale. Il politologo Ignazi ormai lo accosta, quanto a statura politica, nientemeno che alla Merkel (!). Le scenografie di Casalino prevedono per l’avvocato il copione del salvatore che, dopo l’impresa solitaria nella lotta contro il virus, può lanciarsi in promesse liberatrici di amore, abbracci, bellezza. Con la narrazione attorno a tesoretti immaginari, la cui distribuzione si decide negli Stati generali convocati nel “casino”, come lo chiama Conte, il potere oscilla tra Amadeus e Franceschiello (l’immagine è di A. Polito).

È scontato che, a partire da Machiavelli, le scelte politiche si valutano con il metro prevalente della loro efficacia. Il Governo “di svolta” è nato come una operazione tecnicamente trasformista con l’obiettivo esplicito di arginare il pericolo Salvini. Se il capitano è il solo segnale di allarme, che giustifica la presa di misure tempestive quasi di salute pubblica, allora l’operazione di occupazione del palazzo in virtù di celeri abboccamenti parlamentari ha funzionato. I sondaggi attribuiscono oggi alla Lega circa 10 punti in meno.

Però la sensazione gradevole, di vedere il leader del rosario in grave affanno, si spegne presto considerando un altro dato. Tutti i consensi fuggiti dalla Lega sono catturati integralmente dalla formazione post-fascista di Meloni. Mentre Berlusconi è stabile nel declino, è in atto una redistribuzione di forze che avviene però tutta dentro l’area di destra radicale per decidere la leadership. E questo, dopo circa un anno di Governo Pd-M5S, deve essere il raffronto utile per appurare la bontà della sostituzione di un pezzo di maggioranza con l’altra, senza scomodare un passaggio elettorale. Anzi, temendolo come una vera maledizione. La paura di Salvini continua ad essere la sola ragione apportata (anche da un Giuliano Ferrara in insolita coabitazione con Travaglio) a sostegno dell’alchimia che ha condotto al Conte bis esperto nella invenzione di task force, tavoli, Stati generali. Il dato più significativo è però che neppure la destra senza mascherina, che lancia la esplicita sfida di piazza, frena nella cattura del sostegno popolare. A settembre del 2019, con il fresco disarcionamento di Salvini, e l’avvio del Governo trasformista come variante di democrazia protetta, la destra era stimata dalle agenzie demoscopiche al 47,2 per cento. Nelle ricerche di giugno del 2020 il consenso attribuito alla destra è salito al 49,3 per cento (per un altro istituto si attesta comunque al 48,3).

L’alleanza Pd-M5S-Iv-Leu a settembre di un anno fa era accreditata del 45,9 per cento (per altre rilevazioni era al 46,1). Circa un anno dopo, a giugno 2020, e quindi a compimento dell’emergenza guidata con il decreto del presidente del Consiglio, la coalizione che sostiene Conte è data al 41,0 per cento (per la Swg è al 42,2). Dunque, stando alle intenzioni di voto, malgrado l’eclisse evidente di Salvini, la destra è salita in media di uno o due punti percentuali. La coalizione cosiddetta giallo-rossa è invece colta in una parabola discendente con una caduta stimata in 3-4 punti.

La domanda è se, con un puro intervento di chirurgia trasformista, e quindi fuggendo preventivamente dalla volontà di accettare lo scontro ideale e politico aperto con l’avversario, si possa davvero curare la malattia cronicizzata nel popolo che segnala nelle credenze di massa una costante ascesa delle parole d’ordine della destra più radicale. Non basta difendersi dal dubbio dell’analisi con la formula «pensa, se c’era Salvini» ed eliminare con un espediente verbale i rischi che graffiano la repubblica e che purtroppo non si cancellano a colpi di trasformismo. I sondaggi inducono a un’ulteriore riflessione. La drastica riduzione del numero dei parlamentari, rivendicata dai grillini come un trionfo epocale per la piccola contrazione delle spese statali ottenuta, solleva in realtà questioni più generali di compatibilità con l’impianto costituzionale (deficit di rappresentanza) e timori più specifici connessi agli effetti della persistenza dell’attuale legge elettorale. Con la tecnica vigente (e quindi anche con gli impliciti filtri selettivi che essa contiene), le destre possono puntare alla agevole conquista non solo dei numeri per governare ma anche della maggioranza qualificata dei seggi che la mette in condizione di cambiare la Costituzione senza neppure il meccanismo difensivo estremo del referendum popolare.

Cambiare la legge elettorale in un senso proporzionale è una fisiologica misura per la tenuta in sicurezza dell’ordinamento. Questo innesto di un ragionevole elemento difensivo implica però un atto di forza necessario per piegare la prevedibile resistenza della destra a un atto ostile alla sua ascesa e quindi ambiguo e politicamente avventato. Insomma, il distintivo che i grillini intendono esibire sul petto (230 parlamentari in meno) è un simbolo potenzialmente irresponsabile che comporta dei costi sistemici elevati. Se si lascia invariata la formula elettorale si rispetta il bon ton istituzionale (non si inventano tecniche elettorali a scopo preventivo) ma si erodono le basi della rappresentanza e insicuri sembrano anche i confini della repubblica minacciata da una destra sleale. Se invece, per difendere l’ordinamento dalle conseguenze politiche di riforme istituzionali avventate, si ricorre a un uso partigiano delle leggi elettorali, si determina comunque una rottura di sistema non degna di una democrazia matura.

Il governismo delle auto blu, come cura della bestia salviniana, approda dunque a esiti paradossali. Poiché il trasformismo è una soluzione adatta per tempi di bonaccia parlamentare, applicato a momenti di burrasca esso è un rimedio esangue e può solo riprodurre il male che doveva estirpare. E così, dopo un anno di governismo niente fatti e tante chiacchiere, la destra è ancora in ascesa e un ipotetico non-partito guidato da Conte, e di cui hanno tirato la volata nei giorni scorso gli appelli degli intellettuali, prosciuga l’area di centro-sinistra condannandola alla liquidazione. Insomma: a destra prosegue la crescita dei voti e per l’opposizione funziona alla grande il “piano di rinascita”, quella dei grillini. Il Nazareno, se le cose stanno così, è una casa di ombre per aspiranti suicidi.

L’articolo è tratto dal sito del Centro per la riforma dello Stato (CRS)


Pensieri sparsi su politica e sinistra

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Quasi quaranta anni fa, nel 1983, Luigi Pintor sul manifesto scrisse un editoriale famoso e il titolo del giornale era «Non moriremo democristiani». Nel tempo mi è capitato di pensare che non sarebbe poi stato tanto male morire democristiani. Si è visto di peggio. E si vede tuttora.
Per questo forse oggi tutta la sinistra, quello che ne rimane, mi sembra molto incerta nel rapportarsi a Conte e al suo Governo. Lo dimostra l’appello uscito sul manifesto qualche settimana fa – più o meno di sostegno, per quanto problematico, al Governo. Eppure le critiche sono assolutamente giustificate perché non c’è dubbio che l’azione del Governo è subalterna a Confindustria (pure mai così antigovernativa); perché la chiusura dei porti ai naufraghi e la resistenza a regolarizzare i migranti delle campagne sono del tutto fuori da un qualunque ordine costituzionale, e umano; perché proibire uno sciopero simbolico di un minuto è davvero roba da stato d’eccezione permanente, perché sulla scuola si sta passando dal non fare nulla a fare un enorme casino. Si è parlato di nuovo di alta velocità e di ponte sullo stretto e il piano Colao entusiasma Salvini… Nel Governo, Renzi e i 5stelle pesano alla grande e sono portatori della voce del padrone o della voce del “popolo” – così indistinto da cancellare qualunque differenza fra chi lavora e chi vive di rendita, fra chi paga troppe tasse e chi troppo poche. Alla fine unici nemici i sindacati e la “casta”.
E allora perché tanti tentennamenti o addirittura indulgenza verso un esecutivo che ha aperto le fabbriche e lo shopping ma chiuso le scuole: non è evidente che contano il consumo e il profitto più del sapere? Per essere evidente è evidente. Però la situazione di oggi mi pare molto complicata e il contesto sembra avere il potere di criticare la sua critica.

Alla fine degli anni Ottanta, andando a una manifestazione a Roma con gli insegnanti Cobas, inventammo uno slogan che poi ho sentito per molti anni: «Le nostre scuole non sono  aziende. La scuola pubblica non si vende».
La scuola ha una specificità che la rende assai diversa da moltissimi altri luoghi di lavoro. È spazio pubblico dove la società incontra si stessa e si educa a un mondo comune. Quello degli insegnanti è lavoro dipendente ma non subordinato, il dirigente non è il datore di lavoro. L’insegnamento ha bisogno di cura delle relazioni, di rapporti umani, proprio di contatti, non è solo trasmissione dati: in un certo senso deve arrivare all’anima di ragazze e ragazzi, e non si può fare senza i loro corpi. Il sapere che si costruisce è un fatto personale o non è. Adesso quella specificità incide su questa emergenza: i bar, i ristoranti e anche le fabbriche possono riaprire senza forse insormontabili problemi di sicurezza, le scuole con molte più difficoltà. Negli intervalli i corridoi sono il luogo degli incontri, il bar e le palestre lo stesso. C’è un tessuto emotivo che è fatto anche di fisicità e presenza, dell’esserci.
Tuttavia se pensiamo semplicemente di essere di fronte alla vittoria definitiva delle merci e del profitto sulla conoscenza o al compimento della virata totalitaria del potere, alla fine ci inoltriamo in una notte dove tutte le vacche sono nere. Da Conte a Trump a Orbàn, tutto il potere uguale a se stesso. E non si capisce più nulla di quello che invece in Italia forse capiscono quasi tutti: che c’è un’emergenza vera e il Governo brancola incerto in direzioni varie, molto navigando a vista.

Peraltro, non mi pare sia esistito un altro periodo storico in Italia in cui è stata così inesistente una sinistra politica. L’opposizione a questo Governo è quasi tutta di destra, e di destra radicale, populista, sovranista, razzista. Fanno eccezione soggetti politici che sul piano elettorale fanno fatica ad arrivare all’uno per cento. Alla fine non esiste nessuna alternativa a questo Governo che non sia decisamente peggiore.
Allora gran parte dei ragionamenti critici di intellettuali raffinati finiscono per apparire fuori squadra rispetto al mondo che ci circonda. E che la colpa sia del mondo non cambia molto politicamente. È come se il pensiero critico subisse una sorta di critica del contesto. Tutto il tradizionale discorso della sinistra diventa sterile se mancano soggetti che parlino quella lingua, o se non parla ai soggetti possibili. Rischia di salvare al massimo la nostra coscienza ma, un po’ narcisisticamente, non ora non qui.
Il compito dovrebbe essere indagare, dare spazio e voce agli anticorpi esistenti nella società rispetto al neoliberismo che tenta ancora spudoratamente di presentarsi come la soluzione alla crisi, chiedendo per sé tutte le risorse dello Stato. Liberisti con i soldi degli altri. Intercettare forme di resistenza all’individualismo che pensa di salvare i poveri arricchendo i ricchi. Costruire un’alternativa a partire da un sentimento diffuso, da pratiche sociali di conflitto, che prova a tessere reti di aiuto reciproco, che parla del valore della dimensione pubblica, collettiva della vita. E un po’, spostandosi dalla sfera istituzionale, comincia a costruirla.

Un amico mi ha detto che siamo come all’inizio del governo Monti. «Baciare il rospo» si disse. Forse è vero, però allora eravamo nel 2011, esistevano i movimenti ed esisteva un’idea, almeno, di sinistra. Oggi mi pare molto sia cambiato. In peggio.
E tuttavia il sentimento diffuso di una cultura politica comune ha circolato. Anche se si è affievolito è comunque stato. Ha esaltato la dimensione pubblica, collettiva, della vita. La certezza che nessuno si salva da solo. C’era anche molta retorica dai balconi e sui cartelli. Lo dimostrano i messaggi pubblicitari di questi mesi, così stucchevoli. Però forse in quel tessuto di relazioni di vicinanza, nella percezione di un mondo comune, c’è lo spazio per una sinistra che punti sul valore di un lavoro che fa i conti con la polis e l’ambiente: l’orgoglio di chi ha operato negli ospedali, l’amore per la propria attività che non è solo prestazione burocratica, il sentire che costruisce società. L’importanza di prendersi cura collettivamente di coloro che soffrono, non come banale assistenzialismo ma per l’appartenenza comune a un destino di fragilità che ci lega tutte e tutti. Nativi e migranti. Che ci fa sentire parte della natura e non padroni.

Su una bella rivista di molti anni fa, Luogo comune, è stato scritto che siamo più forti nel costruire barricate se abbiamo creato dietro un territorio nostro da vivere e proteggere. Sanità, scuola, relazioni umane non mercificate, mutualismo. Quella condizione di vulnerabilità ci fa fratelli e sorelle, come direbbe quello che rischia di apparire il maggiore rappresentante della sinistra di oggi. E si chiama Francesco.
Le manifestazioni di questi giorni che scrivono black lives matter e si inginocchiano col pugno chiuso sono strapiene di giovani, come quelle del friday for future. Giovani e giovanissimi/e. Quando la politica ha una dimensione etica e culturale profonda, tocca la vita delle persone, ragazze e ragazzi ci sono, con tutta intera la loro vita. Riempiono le piazze e le strade. E danno speranza.