Meglio le primarie che gli ottimati

“No, le primarie no!” è il grido stentoreo che si leva dalle pagine di “Repubblica”. Verrebbe voglia di essere d’accordo, avendo sempre guardato con diffidenza a questo strumento plebiscitario, quasi cesaristico, che sancisce la morte definitiva dei partiti politici. Ma, nonostante ritrosie e perplessità, non c’è alternativa. O Conte o Schlein: tertium non datur. E, dunque, si vada alle primarie e si decida prima che sia troppo tardi!

Stavolta le primarie servono davvero?

Nel nostro paese le primarie sono state, per lo più, una sorta di rito propiziatorio nella teatralizzazione di una partecipazione sempre più vuota. Ma oggi le cose sono, forse, diverse. Di fronte all’impossibilità di sbloccare la divisione del campo progressista tra il sì (di cui è portatrice Schlein) e il no (sostenuto da Conte) sulla questione non mediabile delle armi all’Ucraina, dare la parola al popolo può essere una soluzione praticabile.

La strana avventura del Movimento 5Stelle

A saperla leggera, la vicenda del M5Stelle non è un’incarnazione del male o un esempio di semplice qualunquismo. In essa si può piuttosto vedere, insieme a errori e cedimenti macroscopici, l’evoluzione di un movimento in cerca di una precisa collocazione, resa difficile dal fuoco di sbarramento e dall’ostilità di gran parte dei media e di chi avrebbe dovuto cogliere le istanze di rinnovamento da esso poste.

La trappola del centrodestra

Si annuncia, per il Paese, un avvenire inquietante all’insegna del populismo affaristico di Berlusconi, di quello razzista della Lega e di quello di diretta matrice fascista che, insieme ai grandi poteri economici e finanziari, hanno giocato bene le loro carte. Le alternative sul piano politico sono assai fragili. Converrà che i cittadini si attrezzino per difendere loro il regime democratico.

Crono

5 stelle. Per chi suona la campana…

Le convulsioni dei 5stelle nascono dalla sindrome di Crono del loro padre fondatore, ma sbaglia chi festeggia, perché in realtà è tutto il nostro sistema politico a uscirne dinamitato. Non il governo Draghi, che accentuerà il suo carattere padronale, ma l’assetto democratico spostato fortemente e destra.

Il piffero di Rignano

Come i pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati, Renzi si è fatto del male: a sé, e a tutti noi. Perché? Perché è fatto così: incarna quello che Benjamin chiamò il “carattere del distruttore”. E perché la crisi della sovranità nazionale esaspera la narrazione narcisistica e cannibalica di chi alla Rappresentanza ha sostituito la Rappresentazione

Renzi: l’ultimo tradimento

Lo strappo è stato compiuto. Comunque si valuti l’esecutivo in carica, l’apertura di una crisi oggi, in piena pandemia, è un gesto di irresponsabilità verso il Paese e un regalo alla destra (in termini elettorali se si andrà al voto anticipato e, comunque, in termini di consenso). Ma non è certo il primo strappo istituzionale di Renzi.