Elogio del conflitto e del dissenso

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Non saprei dire se è stato fatto un collegamento tra i fatti di Torino (3 ottobre 2023) e quelli di Pisa (23 febbraio 2024). Ma mi sembra evidente il nesso tra le due manifestazioni studentesche di protesta che hanno visto entrambe una reazione sproporzionata da parte delle forze dell’ordine. In entrambi i casi sotto attacco è stato il diritto individuale e collettivo al dissenso con l’argomento che «l’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile» (Matteo Piantedosi). Anche se, in realtà, in particolare a proposito di Torino, il Ministro dell’Interno si riferiva a una presunta violenza da parte dei manifestanti, giova ricordare che l’uso “giustificato” della forza e della violenza impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati. Il buon democratico sa che è inaccettabile la violenza contro giovani disarmati che si è vista sia a Torino sia a Pisa, che non è giusto, non è logico, non è tollerabile l’accerchiamento di un ragazzino o la brutalità contro inermi studenti con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti di poliziotti chiamati a tutelare la sicurezza di tutti noi senza abusare del potere che gli viene conferito dallo Stato.

Come Norberto Bobbio afferma nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia (Einaudi, 1984) se c’è un «criterio discriminante» tra la democrazia e il dispotismo, questo è «la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso» (p. 53). In uno stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione.

In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”, tra una democrazia pluralistica e conflittuale e una democrazia decidente e plebiscitaria che nega il conflitto. Una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso.

Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio nel testo citato, il passaggio dallo stato di natura (che è uno stato polemico) allo stato civile (che è uno stato agonistico) non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è «un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso». Tuttavia, sostiene, che «in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico» (ivi). Detto in breve, se nello stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello stato agonistico – lo stato democratico è uno stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento.

Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo stato nonviolento (e lo stato democratico è uno stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso, ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. La prospettiva nonviolenta, che è quella qui adottata, aggiunge alla democrazia una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale – il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione – e del dissenso collettivo – la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile.

L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è «un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche» (A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza [1967], Edizioni dell’asino, 2009, p. 136).

Se la principale caratteristica della democrazia è il pluralismo, per contrasto l’unanimismo è la cifra delle dittature, delle autocrazie e delle cosiddette “democrazie illiberali” (che ricordano molto le cosiddette “democrazie popolari” d’antica memoria). Dal punto di vista della nonviolenza, la democrazia non è mai presupposta ma è sempre da verificare e, invece che il massimo consenso, lascia emergere il massimo dissenso.

L’articolo è pubblicato anche nel sito del CIDI (https://www.ciditorino.it/il-valore-del-dissenso-a-futura-memoria-sui-fatti-di-torino-e-di-pisa)


Una diversa idea di ordine pubblico

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Nell’immaginario collettivo l’idea di ordine pubblico è associata a un territorio militarizzato, a schieramenti di polizia in assetto antisommossa, a manganelli e gas lacrimogeni, ad arresti e processi con rito direttissimo. Non a caso, ché questa è, da tempo, la regola: nelle città, nelle piazze, nelle strade e finanche nelle università (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/12/07/antifascismo-e-repressione-il-barometro-non-segna-bel-tempo/). Questa prassi è, per di più, affiancata da interventi dello stesso segno sul piano legislativo, su quello amministrativo e su quello giudiziario. Basti ricordare, per il primo versante, l’approvazione, nei giorni scorsi, della legge suoi cosiddetti eco-vandali (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/01/23/ma-chi-sono-i-veri-eco-vandali/), che inasprisce le pene, già abnormi, per la protesta ambientale e che fa seguito al ripristino del blocco stradale e all’aggravamento delle sanzioni per i reati commessi nel corso di manifestazioni (https://volerelaluna.it/politica/2018/12/05/il-decreto-sicurezza-guai-agli-ultimi-e-a-chi-dissente/) e, per gli altri profili, l’uso, nei confronti di attivisti e movimenti, di fogli di via a raffica (a partire soprattutto da un anno a questa parte: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/08/29/la-nuova-frontiera-della-repressione-i-fogli-di-via/) e di contestazioni abnormi in sede penale, fino all’associazione per delinquere e a reati di terrorismo (cfr. per tutti: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/07/13/costruire-il-nemico-askatasuna-i-no-tav-il-conflitto-sociale/ e https://volerelaluna.it/lavoro/2022/08/02/contro-la-repressione-del-sindacalismo-di-base-un-appello). A completare il quadro c’è la macroscopica involuzione sicuritaria della politica e, prima ancora, dei media che, contro ogni evidenza, prospettano con toni apocalittici l’esistenza di un conflitto sociale esplosivo, tale da mettere in pericolo la sicurezza dei cittadini, così innestando un controcircuito di reazioni all’apparenza inarrestabile. Interessante è anche guardare chi sono i nuovi nemici della società, che hanno sostituito gli operai e i braccianti della metà del secolo scorso: sono gli studenti e gli attivisti ambientali, considerati alla stregua di pericolosi sovversivi (al pari degli odiati No Tav), in particolare dopo il fallimento dell’iniziale tentativo dell’establishment di blandire i Fridays for Future e di aggregarli all’affollato carro dei verdi di facciata e l’irruzione sulla scena di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione. Il quadro è chiaro: cambiano, nel nuovo millennio, gli attori e i protagonisti ma non i tratti più controversi della gestione dell’ordine pubblico.

È uno scenario inquietante e distopico di cui conviene, almeno, verificare l’impianto teorico. Lo si è fatto in un recente convegno torinese dedicato, appunto, a Una diversa idea di ordine pubblico, ascoltabile per intero sul canale Youtube di Volere la Luna. Può essere utile, partendo da quell’analisi, evidenziare alcuni punti.

Primo. Il conflitto è, nelle società complesse, non solo inevitabile, ma anche auspicabile essendo, da sempre, il motore di ogni cambiamento sociale e politico. Superfluo aggiungere che esso disturba e infastidisce, per definizione, l’ordine costituito. È su questa divaricazione tra conflitto e status quo e sulla capacità di tenere insieme gli opposti che si gioca la partita dello Stato contemporaneo, il cui livello di democrazia si misura con la sua capacità di incorporare il dissenso e la protesta, anche la più radicale. Le democrazie, infatti, possono definirsi tali solo se sono capaci di dare un posto al disordine e di consentire spazio e agibilità anche a chi si propone di sovvertirne l’assetto attraverso un antagonismo accentuato e permanente. In caso contrario esse deperiscono fino a diventare – come si dice con un evidente e significativo ossimoro – “democrazie autoritarie”. È questa la posta in gioco delle politiche di ordine pubblico e di gestione dei conflitti (sociali, politici o ambientali che siano). E non è un buon segno la tendenza delle maggiori democrazie europee (dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania alla Spagna e all’Italia) a rispondere alla crisi di fiducia e di partecipazione che le attraversa con un crescendo di repressione e di politiche tese ad azzerare il conflitto e a rimuovere autoritativamente dalla scena pubblica i (reali o presunti) nemici.

Secondo. La gestione dell’ordine pubblico – dicono alcuni – non è una pratica per “educande” e l’esercizio della forza, definita “violenza legale”, è ad essa coessenziale. L’affermazione, pur contenente alcuni frammenti di verità, è, a bene guardare, fuorviante. Il problema, infatti, non sta in interventi circoscritti e specifici in situazioni deteriorate e non altrimenti risolvibili, ma nella definizione di una strategia generale di gestione del conflitto. Le scelte al riguardo possono essere (rectius, sono) assai diverse e valgono a definire una politica. Lo si vede agevolmente nella nostra storia nazionale. Nei primi decenni della Repubblica la difesa dello status quo avvenne con un uso indiscriminato della repressione: nelle piazze e nei tribunali. L’effetto fu devastante. Limitandosi al dato più eclatante, tra il 1946 e il 1977, il conflitto politico e sociale lasciò sulle strade e le piazze del Paese ben 157 morti (di cui 14 tra le forze di polizia e 143 tra i dimostranti). Poi, negli anni ‘80 e ‘90, in un diverso clima politico, la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia e il ricambio dei vertici degli apparati produssero una situazione diversa, pur nel drammatico contesto degli anni di piombo. In particolare si attenuò la strategia di controllo della piazza fondata sull’escalation nell’uso della forza, sostituita (almeno parzialmente) con una sorta di governo negoziato del conflitto nel quale – come è stato scritto – il diritto di manifestare pacificamente era considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta venivano tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia veniva considerata fondamentale per una evoluzione pacifica della protesta, si evitava il più possibile l’utilizzazione di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi. Tutto questo fu il frutto di una scelta politica più generale, favorita dall’amnistia politica concessa nel 1970 per chiudere la stagione dell’autunno caldo del 1969, seguita anche da un alleggerimento del sistema penale. Poi è arrivato il G8 di Genova del luglio 2001 e, con esso, la gestione muscolare e repressiva dell’ordine pubblico è tornata ad essere la regola.

Terzo. L’escalation dell’uso della forza e della repressione penale nelle politiche di ordine pubblico non solo non è necessitata ma è viziata da una pregiudiziale ideologica e mostra una insufficiente percezione delle dinamiche dei fenomeni sociali. Il conflitto infatti, come ogni fenomeno sociale, è fatto di relazioni. Non è una realtà statica in cui le parti si contrappongono con posizioni immodificabili ma una situazione in divenire nella quale le parti interagiscono con comportamenti che si influenzano e modificano reciprocamente. Così, ad atteggiamenti violenti corrispondono tendenzialmente reazioni violente, mentre a comportamenti dialoganti corrisponde, altrettanto tendenzialmente, un’accettazione del confronto. Anche qui soccorre l’esperienza: è un dato acquisito che, con la polizia disarmata, il livello dello scontro di piazza si abbassa (come dimostrano risalenti esperienze del Regno Unito e quella, recente, dei primi tempi del governo di Syriza in Grecia). Questa consapevolezza è particolarmente importante nell’attuale situazione italiana caratterizzata, nonostante l’elevato livello di sofferenza sociale, da un conflitto di bassa intensità, ben diverso da quello che ha destabilizzato il Paese in epoche neppur tanto lontane. Basti ricordare i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti del 1948, la sommossa di Genova del luglio 1960 e i successivi fatti di Reggio Emilia, le manifestazioni del 1962 in piazza Statuto a Torino, la “battaglia” di Valle Giulia del marzo 1968 a Roma e i successivi scontri di piazza Farnese (dove comparvero per la prima volta le bottiglie incendiarie), la rivolta di corso Traiano, a Torino, nel 1969 o, ancora, i moti di Reggio Calabria, organizzati dal movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971, paralizzò la città per sei mesi con sei morti, assalti alla questura e alla prefettura e lo schieramento, come risposta, dei carri armati sul lungo mare. Riportato il conflitto attuale alle sue dimensioni reali – si ripete, di bassa intensità – è agevole cogliere la praticabilità di una sua gestione pacifica e inclusiva, opposta a quella, violenta e conflittuale, che caratterizza l’odierna scena politica. Se ciò non accade non è per una caratteristica ontologica delle politiche di ordine pubblico ma perché quel che si vuole realizzare non è un governo razionale del conflitto ma un irrigidimento autoritario del sistema.

Una conclusione è, alla luce di quanto precede, possibile: conflitto e ordine pubblico sono concetti polivalenti che si prestano a declinazioni e pratiche diverse. Il punto è l’obiettivo che si persegue…


Il Governo della paura e l’alibi dell’insicurezza

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Siamo stati facili profeti nel denunciare il marchio di fabbrica del Governo e della maggioranza in tema di controllo dei fenomeni sociali, della protesta e del dissenso. Lo abbiamo fatto analizzando i suoi primi passi (https://volerelaluna.it/commenti/2022/11/02/i-muscoli-del-governo-contro-i-rave-o-contro-il-diritto-di-manifestare/) e, poi, la successiva navigazione ((https://volerelaluna.it/controcanto/2023/07/26/punire-i-poveri-e-criminalizzare-il-dissenso/), che approda, ora, all’ennesimo disegno di legge in tema di “sicurezza” (http://www.ristretti.it/commenti/2023/novembre/pdf5/ddl_sicurezza_sostanziale.pdf).

Quattro le direttrici fondamentali del disegno di legge.

C’è, anzitutto una crescente criminalizzazione della marginalità sociale, in rigorosa continuità con il recente passato, a cominciare dal decreto legge n. 113/2018, noto come decreto Salvini. Fanno capo a questo filone l’aumento della pena (da 2 a 7 anni di reclusione) per chi, mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un immobile destinato a domicilio altrui o impedisce il rientro nel medesimo immobile da parte del proprietario (dove per violenza si intende anche solo la rottura di una serratura), con estensione della punibilità anche a chi “si intromette o coopera” nell’occupazione; l’inasprimento delle pene per l’accattonaggio e l’innalzamento da 14 a 16 anni dell’età dei minori il cui coinvolgimento in tale condotta è punibile; la previsione del cosiddetto DASPO ferroviario, che attribuisce al questore la possibilità di vietare l’accesso nelle stazioni dei treni e della metro e nei porti a chi è stato denunciato o condannato per reati contro la persona o il patrimonio.

Un secondo filone riguarda l’incremento della repressione del dissenso e del conflitto sociale. Ne fanno parte, oltre alla già citata stretta sull’occupazione di immobili (rivolta anche ai movimenti per la casa, considerati “cooperanti” degli autori materiali), l’estensione dell’illecito amministrativo di blocco stradale al blocco ferroviario e la sua generalizzata trasformazione in reato, punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni, «quando il fatto è commesso da più persone riunite» (cioè sempre, considerato che un blocco stradale o ferroviario fatto da una sola persona è poco più che un’ipotesi di scuola…); l’introduzione di un’ipotesi aggravata di deturpamento e imbrattamento di beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche qualora il fatto sia commesso con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene, punita in via ordinaria con la reclusione da 6 mesi a 1 anno e 6 mesi e la multa da 1.000 a 3.000 euro (e con la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa fino a 12.000 euro in caso di recidiva); la previsione dell’aumento di pena di un terzo per la resistenza e violenza a pubblico ufficiale se commesse in danno di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria (e dunque, prevalentemente, nel corso di manifestazioni).

Ci sono, poi, il potenziamento e la blindatura del carcere (pur già oggi tornato a presenze giornaliere prossime a 60.000 e sempre più ingestibile). L’obiettivo è perseguito, da un lato, con i ricordati aumenti dei reati e delle pene e con la facoltatività (in luogo dell’attuale obbligatorietà) del rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o madri di bambini fino a un anno di età (ipotesi modesta sotto il profilo quantitativo ma estremamente significativa sul versante culturale) e, dall’altro, con l’introduzione del delitto di rivolta in istituto penitenziario, sanzionato con pene da 2 a 8 anni per gli organizzatori e da 1 a 5 anni per chi vi partecipa (con la precisazione che la “rivolta” si può realizzare «mediante atti di violenza o minaccia, di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti ovvero mediante tentativi di evasione, commessi da tre o più persone riunite»: sic!), e di una specifica fattispecie delittuosa per chi istiga alla rivolta in carcere, anche dall’esterno, con scritte e messaggi diretti ai detenuti. [Superfluo dire che, a dimostrazione della sostanziale equivalenza tra carceri e centri per il rimpatrio degli stranieri irregolari, il reato è esteso, con lieve riduzione della pena, anche alle “rivolte” che si verificano in questi ultimi…].

Il disegno di legge, infine, aumenta i poteri e le tutele delle forze di polizia prevedendo, oltre alla già ricordata aggravante per i casi di violenza e resistenza nei confronti di appartenenti alle stesse, l’estensione della scriminante dell’uso legittimo delle armi e l’autorizzazione, per gli appartenenti alla polizia di Stato, all’arma dei Carabinieri, alla Guardia di finanza, al corpo degli agenti penitenziari e alle polizie municipali, a portare, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio (così consentendo l’immissione in circolazione, potenzialmente, di circa 400.000 pistole in più delle attuali).

Il corpus normativo risultante da questi interventi, ove approvati dal Parlamento, avrebbe effetti imponenti nello spostamento dell’asse del sistema nella direzione di uno Stato di polizia.

Primo. Alcune delle norme avranno effetti pratici di grande rilievo (basti pensare alla dilatazione del carcere e della repressione del conflitto sociale), altre troveranno un’applicazione ridotta, ma tutte contribuiranno ad accrescere il senso di insicurezza e, conseguentemente, l’inimicizia sociale tra i cittadini. È la via del populismo penale che fa leva sul rancore sociale, prodotto dalla crisi e dall’acuirsi delle disuguaglianze, trasformandolo da sentimento da contenere con interventi culturali e politici appropriati in “valore” da salvaguardare a fronte di nemici che attentano alla tranquillità collettiva: anzitutto i migranti e i marginali (che – gli uni e gli altri – occupano indebitamente edifici o chiedono l’elemosina nelle strade) e, poi, i ribelli e i dissenzienti (con riferimento ai quali sono ritagliate sia fattispecie di reato come il blocco stradale e ferroviario e il deturpamento e l’imbrattamento di edifici pubblici che i previsti aggravamenti di pena, a cominciare da quelli per la resistenza a pubblico ufficiale). Tutto si tiene. E, del resto, le “nuove” misure sono, in realtà, fotocopie di quelle introdotte a più riprese negli anni scorsi, con ulteriore aumento della penalità, in un crescendo potenzialmente senza fine (e senza effetto alcuno in termini di rassicurazione e coesione sociale).

Secondo. L’Italia, nonostante quanto abitualmente si dice, è uno dei paesi più sicuri d’Europa (https://volerelaluna.it/materiali/2023/08/30/dossier-viminale/ ) e ha tassi di criminalità in costante diminuzione (basti pensare agli omicidi volontari, calati dai 1476 del 1992 ai 314 dello scorso anno), mentre il maggior livello di insicurezza, in Occidente, sta, secondo tutte le rilevazioni, negli Stati Uniti d’America (paese che ha pene edittali elevatissime anche per reati bagatellari, se commessi da recidivi, e l’incredibile numero di 200.000 condannati all’ergastolo). Eppure questo disegno di legge si propone di aumentare il carcere (che già ha raddoppiato le presenze rispetto a trent’anni fa) e di renderlo più chiuso e impermeabile dall’esterno, in una logica di scontro permanente che sostituisce ogni progetto di reinserimento e inclusione sociale. Aumentare i reati, le pene e il carcere non serve a dare maggior sicurezza alla collettività ma contribuisce a creare, consapevolmente, una società divisa e pronta ad esplodere.

Terzo. Per governare la società, poi, si sposta ancora una volta l’asse verso gli apparati militari e le forze di polizia, cementando alleanze tradizionali della destra con i settori più corporativi e reazionari degli stessi. Anziché investire in formazione e dispositivi di tutela degli operatori, si aumentano le pene per i reati commessi nei loro confronti e si incentiva l’uso delle armi da parte loro. Il risultato sarà un incremento del “fai da te” repressivo e l’aumento delle armi in circolazione. Ancora una volta il modello è quello degli Stati Uniti: e poco importa se la maggior diffusione delle armi porta con sé – come accade, appunto, in America – un aumento esponenziale della violenza e, insieme, la crescita dell’insicurezza.

Quattro mesi fa scrivevamo che «oggi si sta operando un ulteriore salto di qualità attraverso la saldatura tra [il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale], l’attacco ai diritti civili e l’irrigidimento autoritario del sistema politico, secondo il modello praticato, in Europa, da Polonia e Ungheria. […] Non viviamo in uno Stato di polizia, ma siamo immersi in uno Stato diseguale e repressivo che si dilata a dismisura». Quel processo continua in maniera ossessiva, a copertura dell’incapacità di rispettare gli impegni elettorali (e alcune rivendicazioni tradizionali della destra sociale) in tema di economia e di condizioni di vita delle persone, e a fianco della manovra più liberista degli ultimi anni, prossima a una vera e propria macelleria sociale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/20/a-destra-di-un-governo-tecnico/). In questo contesto l’insicurezza collettiva non è un effetto non voluto ma un obiettivo lucidamente perseguito, un alibi per irrigidimenti autoritari parallelamente messi in campo in altri settori: dal progetto del premierato assoluto (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/11/04/la-riforma-costituzionale-della-destra-eliminare-il-pluralismo/), al disegno di deportare ampie quote di migranti (https://volerelaluna.it/commenti/2023/11/13/laccordo-italia-albania-sui-migranti-uno-spot-impraticabile-e-illegittimo/), fino all’attacco al diritto di sciopero (https://volerelaluna.it/commenti/2023/11/17/squadrismo-istituzionale/ ), per limitarsi alle ultime tappe.


2 giugno: quale festa per quale Repubblica?

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Con consapevole autolesionismo, provo a cercare notizie sulle celebrazioni del 2 giugno e prontamente compare una circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito (per inciso, leggere del “merito” rinnova la ripulsa verso l’elevazione a dogma di una logica contraria all’emancipazione della Costituzione) che ricorda ai dirigenti scolastici che «il 77° Anniversario di fondazione della Repubblica verrà celebrato, oltre che con la consueta solenne cerimonia di deposizione di corona di alloro presso l’Altare della Patria, anche con la successiva rivista militare in via dei Fori Imperiali» e invita «le istituzioni scolastiche interessate a partecipare all’evento». Ora, può essere che sia prassi per la ricorrenza del 2 giugno invitare le scuole a una celebrazione “militarizzata”, ma, alla luce delle precedenti lettere, circolari e posizioni del Ministro, e di un aleggiante revisionismo storico, l’invito trasmette una certa inquietudine.

Invero, peraltro, l’inadeguatezza della celebrazione appare anche a prescindere dal colore dell’attuale Governo: perché celebrare la nascita della Repubblica con un omaggio all’altare della Patria (o con la parata militare), e non, ad esempio, con una cerimonia proprio nella e per la scuola, «organo vitale della democrazia», espressione di «uguaglianza civica», fondamentale nel permettere a ciascuna persona «di avere la sua parte di sole e di dignità» (Calamandrei)? L’essenza della Repubblica è nella sua Costituzione (il 2 giugno 1946 insieme al referendum istituzionale monarchia/repubblica vengono eletti i membri dell’Assemblea Costituente), ovvero nei suoi principi (uguaglianza, solidarietà, diritti, pace), nel suo progetto di trasformazione della società. La Repubblica non si risolve in un territorio presidiato da confini da difendere in armi (mentre scrivo, penso alla sorveglianza delle frontiere contro i migranti), ma è un luogo, una comunità, dove costruire la democrazia conflittuale e sociale disegnata nella Costituzione, una democrazia proiettata in una comunità internazionale di pace e giustizia. Se pur pensiamo alla Patria, è la stessa Corte costituzionale a ragionare del «dovere di difesa della Patria, ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato» (Corte cost., sentenza n. 164 del 1985): una posizione alla quale il giudice costituzionale giunge recependo le lotte per l’obiezione di coscienza (a ricordarci che i diritti, e la Costituzione, vivono nella storia e nei conflitti). La Patria, da difendere, è «comunità di diritti e di doveri», una comunità «più ampia e comprensiva di quella fondata sul criterio della cittadinanza in senso stretto», che «accoglie e accomuna tutti coloro che, quasi come in una seconda cittadinanza, ricevono diritti e restituiscono doveri, secondo quanto risulta dall’art. 2 della Costituzione là dove, parlando di diritti inviolabili dell’uomo e richiedendo l’adempimento dei corrispettivi doveri di solidarietà, prescinde del tutto, per l’appunto, dal legame stretto di cittadinanza» (Corte cost., sentenza n. 172 del 1999).  

Ecco, ammesso e non concesso, che il 2 giugno si voglia parlare di Patria, è questo il concetto da richiamare. La distanza rispetto a quanto si legge, da ultimo, nel testo del videomessaggio di Giorgia Meloni, per il convegno “Nazione e Patria. Idee ritrovate” (30 maggio 2023), è siderale. Nelle parole del(la) Presidente del Consiglio si sente la morsa di una nuova egemonia culturale che, sotto le insegne del “Dio, Patria e famiglia”, mira a un populismo identitario, che converge nel tributo al Capo. La fascinazione della destra per l’idea di una Nazione insieme omologante ed escludente, inscritta nella dicotomia amico-nemico, si incontra con la freddezza di un neoliberismo competitivo che resta dogma indiscutibile e lo mistifica: costituisce una sorta di disciplinamento, consolatorio a fronte delle diseguaglianze e anestetizzante rispetto al conflitto sociale. È una narrazione antitetica rispetto a quella della Costituzione, che, non a caso, si accompagna a operazioni di revisionismo storico.

L’impulso, a questo punto, avvolta nei tempi oscuri che attraversiamo, è scrivere, nel giorno della sua celebrazione, di quanto minaccia la Repubblica: della politica bellicista (leggi: invio delle armi e mancate azioni per una soluzione diplomatica) in luogo della pace come mezzo e come fine (art. 11 Costituzione); dell’autonoma differenziata che si appresta ad affossare quanto resta dello Stato sociale e di una promessa di emancipazione uguale per tutti (art. 3, comma 2, Costituzione); del “presidenzialismo”, minaccia ancora nebulosa ma chiara nella volontà di sancire il potere del Capo proseguendo a grandi passi nella deriva autoritaria; della repressione del dissenso; della distruzione dei diritti dei lavoratori; della colpevolizzazione della povertà; dello svuotamento del diritto di asilo e della disumanizzazione delle persone che migrano; e potrei continuare. Con tristezza, e con rabbia, penso alle «speranze di allora» (Calvino, Cantacronache, Oltre il ponte) e al disincanto di oggi nel vederle abbandonate, neutralizzate, negate, magari derise.

Non voglio però limitarmi a demistificare il presente e redigere un cahier de doléances ma, con i piedi saldamente sulla terra, nella consapevolezza della dialettica della storia, dei suoi corsi e ricorsi, scrivere delle “speranze di oggi”. Non è facile. Certo, la nube nera dilaga ovunque (dalle nostrane elezioni amministrative alle votazioni in Grecia, Spagna e Turchia, per restare alle ultime), le diseguaglianze crescono, le democrazie scivolano verso l’autocrazia, l’olocausto nucleare incombe ignorato, la devastazione ambientale prosegue in un mondo governato dalla logica del profitto appiattito sul presente. Poi penso ai lavoratori della Gkn, alle lotte dei riders e dei braccianti agricoli, agli attivisti di Extinction Rebellion e Fridays for Future, alla disobbedienza civile dei ragazzi di Ultima Generazione, alle occupazioni delle scuole contro il merito e l’alternanza, alle tende degli studenti per il diritto all’istruzione e alla casa, ai tanti tentativi di convergenza dei movimenti che attraversano il paese (da ultimo, la campagna “Ci vuole un reddito”), a chi soccorre i migranti alle frontiere, alle mille associazioni che animano la società: frammenti di quella Resistenza dalla quale è nata la Repubblica. Ecco, un modo per festeggiare la Repubblica: ricordare le lotte di tutti coloro che la democrazia conflittuale e sociale praticano, e parteciparvi.


L’Italia ripudia il conflitto

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Avevo immaginato di cominciare in questo modo: «il mondo non ribolle soltanto di guerre (gli ultimi dati in mio possesso elencano circa 170 conflitti armati in corso), ma ribolle anche di proteste». Poi mi son reso conto che sarebbe stato nient’altro che un artificio retorico effetto di un’evidente dissonanza cognitiva. Che il mondo sia pieno di guerre è un dato tanto inoppugnabile quanto rimosso: lo era prima e a maggior ragione lo è adesso. La guerra che è tornata al centro della scena è una sola, la rimozione di tutte le altre persiste incessante. Dunque sì, il mondo è pieno di guerre ma l’opinione pubblica occidentale tende a dimenticarsene. Al contrario, che questo sia un periodo pieno di proteste è un dato che solo la nostra arsura politica può intravvedere. Certo, cominciamo a vederle e ci sembra che la loro contemporaneità valga come indizio della loro diffusione. Temo non sia così e che le proteste siano ancora troppo poche così come le guerre sono ancora troppe.

Alla fine di tutto questo ragionamento, forse riuscirò a spiegare perché il nesso quantitativo tra guerre e proteste non mi sembra un semplice dato empirico e ha un significato ben più profondo, specie per il “caso italiano”. Ma il mio intento è molto più semplice e temo sia condiviso da molti dei lettori che continuano ostinatamente a “volere la luna”. Osservando da questa dolente particella di mondo chiamata Italia proteste così efficaci come quelle in Francia e in Israele, siamo in tanti a precipitare in uno stato d’animo di depressione politica, non capendo come tutto ciò sia possibile altrove ma non possa neanche immaginarsi da noi. Tanto più che, a ben guardare, le cause politiche delle proteste in corso che ho citato (ve ne sono anche altre, ma mi limito a questi due esempi) dispensano elementi di analogia con la nostra situazione. In Francia il fuoco è attizzato dalla “questione sociale” che non solo riprende campo ma descrive l’ostinata resistenza da parte di certa tradizione politica postmoderna ad accorgersi dell’insostenibilità di una società in cui il prezzo delle diseguaglianze è tutto sulle spalle di coloro che ne subiscono gli effetti. Quel che i “postmoderni” non capiscono è che non si tratta di cifre (62 o 64 anni) ma di classi. Il Welfare è il progetto politico tramite cui la modernità riconosceva che l’uguaglianza – e il suo correlato negativo, la diseguaglianza – non era semplice questione contabile, ma aveva a che vedere con le classi e le stratificazioni sociali. I politici postmoderni (o neoliberali, chiamateli come volete) pensano invece di ridurre la questione a una semplice logica contabile disinteressandosi delle conseguenze stratificate socialmente. Per Macron e i suoi epigoni è del tutto normale che il costo dei privilegi venga pagato innanzitutto da coloro che non hanno privilegi. È questa la questione sociale che fa schiumare di rabbia quando “si toccano le pensioni”: letteralmente la rabbia dei poveri che si trovano a dover pagare per i privilegi immutabili dei ricchi. Ma questa crisi sociale che sta animando la Francia non ci è estranea: essa riproduce il quadro d’insieme in cui l’Italia versa da quando anche da noi si è cominciato col toccare le pensioni in forma iniqua e si è poi proseguito togliendo diritti ai lavoratori. Non ditemi dunque che la mia depressione politica non ha delle buone ragioni: perché a parità di crisi sociale lì si fanno le barricate mentre qui si vota Meloni?

La faccenda si aggrava ulteriormente se pensiamo alla protesta in Israele. Paese diversissimo da noi ma che scende in piazza per difendere i meccanismi elementari delle democrazie liberali. Con un riflesso protettivo nei confronti delle forme stesse della democrazia che è, in un certo modo, analogo alla rabbia che Macron ha provocato scavalcando l’Assemblea nazionale (autogol pazzesco: figlio del narcisismo dei nuovi leader che tendono a identificare la democrazia con l’egocrazia). Ecco: noi vogliamo farci mancare anche questo? Direi proprio di no: dal momento che siamo di fronte a delle riforme – a partire dall’autonomia differenziata fino al presidenzialismo – che modificheranno in senso diseguale e autoritario proprio quella forma della democrazia per cui in Israele persino i militari scendono in piazza.

Sia sull’accentuazione dei conflitti sociali sia sulla torsione autoritaria delle forme della democrazia non siamo certo messi meglio di Francia e Israele. Eppure di fronte a tutto ciò il nostro immobilismo è plateale tanto quanto la loro mobilitazione. Non vedo molte soluzioni: o ci rassegniamo ciascuno alla propria depressione oppure troviamo il modo di capire perché ciò che avviene da altre parti non accade neanche lontanamente da queste. Ma dobbiamo forse evitare alcuni pregiudizi.

In questi giorni ho letto tante diagnosi che spiegherebbero questa “anomalia italiana”. Alcuni – certamente i più colti – hanno buon gioco nel ricordare che il senso di appartenenza allo Stato che anima Francia e Israele – anche se per motivi ovviamente diversissimi tra loro – sia incomparabile con quel senso piuttosto annacquato che appartiene alla storia italiana. C’è poi chi sostiene che la responsabilità della nostra incapacità di attivarci sia legata alla sfiducia nei confronti della politica. Siamo così disperati da esserci rassegnati al fatto che se anche qualcuno urla non ci sarà nessuno ad ascoltare: non c’è opposizione perché non c’è politica. Per altri invece la responsabilità è della implosione della società civile, incapace dopo la grande stagione antiberlusconiana di mettersi insieme e di trovare sigle – a partire da quelle sindacali che in Italia invece di organizzare proteste cedono alla tentazione di onorare pubblicamente la presidentessa postfascista – con una reputazione e un carisma in grado di renderle unitive e non divisive: non c’è opposizione perché non c’è più società.

Tutte queste ipotesi hanno a mio avviso il pregio di essere vere, ma corrono il rischio di essere parziali. Se dovessi dire la mia a proposito di questa domanda così urgente – perché pur essendo potenzialmente nelle stesse condizioni di conflitto sociale e democratico non riusciamo non dico a organizzare ma addirittura a immaginare delle forme imponenti di protesta? – darei una duplice risposta.

La prima è che abbiamo smesso di credere che tra politica e società vi sia una virtuosa contiguità, come dovrebbe avvenire nelle democrazie compiute. Non crediamo più che lo spazio del potere sia davvero contendibile o che si possa liberare da coloro che lo occupano, restando potenzialmente vuoto. Se la politica non è un luogo contendibile da tutti, sarà inutile per tutti scendere in piazza, mobilitarsi, persino votare in fondo. Ho sempre ammirato che in altri paesi – a partire dai nostri vicini francesi – la società sembra star sempre avanti ai politici e proprio per questo essere in grado di tenerli sulle spine. Ma ormai non è più questione di un ritardo o di un avanzamento. Non è che la società in Italia è più indietro dei suoi politici. Semplicemente si è consumato come un silenzioso divorzio e ora società e politica vivono da separati in casa (una casa piuttosto grande, coincidendo con un’intera nazione).

La seconda è una conseguenza diretta di questa alleanza interrotta tra società e politica. Si potrebbe definire la reciproca frattura tra l’istituzione e il conflitto. Come se dessimo per scontato ormai che tutto ciò che ha diritto a situarsi nel luogo delle istituzioni possa farlo solo a condizione di avere espulso da sé il conflitto. Come se avessimo voluto dimenticare che in una democrazia sono molto rare le forme di istituzionalizzazione che non siano l’effetto di azioni conflittuali. Ma questa frattura si può diagnosticare anche dal punto di vista delle principali esperienze di conflitto. A un certo punto – questo punto preciso risale probabilmente al trauma di Genova 2001 – ci siamo convinti che una delle condizioni che assicurasse circa la buona fede del conflitto fosse proprio il suo risoluto rifiuto di ogni mediazione con le istituzioni o con la pretesa dell’istituzionalizzazione. Che il buon conflitto dovesse per essere tale manifestarsi come destituente, non puntando a modificare gli equilibri istituzionali ma limitandosi a disprezzarli, come se da essi non dipendessero le nostre vite singolari e concrete. L’effetto perverso di questa deistituzionalizzazione del conflitto è stata l’esplosione dell’istituzionalizzazione della guerra. Ecco spiegato il nesso iniziale tra la guerra e la protesta. L’Italia è uno strano paese che si scandalizza se un prestigioso muro viene imbrattato con una vernice lavabile, ma ritiene che fare la guerra sia inoppugnabile e non si debba discutere. L’Italia non ripudia la guerra, ripudia i conflitti. Dimenticando così non solo il dettato costituzionale, ma anche la saggezza nonviolenta, secondo cui la guerra non è che l’effetto di un conflitto rimosso o rimasto irrisolto. Questo paese ha piuttosto urgente bisogno di essere più conflittuale e meno bellicista, di istituzionalizzare il conflitto e de-istituzionalizzare la guerra.


Libertà è stare zitti e zitte?

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Ultimo è il licenziamento a Parma di 31 operai della logistica, ma è solo uno dei tanti nodi del filo nero della repressione del dissenso, che spazia dalle abnormi misure cautelari e di prevenzione applicate ad attivisti per l’ambiente e a studenti (sul modello di quanto sperimentato con il movimento No Tav) alle ingenti multe per affissioni abusive comminate a diversi movimenti e si inserisce in un contesto di “riforme” (dalla “Buona scuola” alla riforma Gelmini) tese a neutralizzare in radice lo spirito critico e di leggi che deprimono la rappresentanza (la legge elettorale per tutte). Eppure un fatto è certo: non c’è democrazia senza conflitto. Il riconoscimento dei conflitti che attraversano la società è precondizione e allo stesso tempo cardine di una democrazia, come quella disegnata nella nostra Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale. Sono i conflitti che assicurano alla democrazia la sua vitalità, il suo legame con la materialità della storia, ricordando come «“il faticoso meccanismo delle istituzioni democratiche” possiede un potente correttivo, appunto nel vivente movimento delle masse, nella loro pressione ininterrotta» (Rosa Luxemburg).

Il carattere pluralista e conflittuale della democrazia induce non solo a “tollerare” il dissenso, bensì a valorizzarlo. La Costituzione ragiona di «effettiva partecipazione» (art. 3, comma 2), come fine e insieme strumento, ovvero non di accettazione passiva o di acquiescente indifferenza, ma di una compartecipazione attiva e consapevole, che nasce da un’informazione e una discussione plurale, nella quale è imprescindibile il pensiero critico, il dibattito delle differenti opinioni anche «quando urtano o inquietano» (Corte europea dei diritti dell’uomo). E la Costituzione riconosce gli strumenti che presidiano l’espressione del dissenso, nel circuito politico-rappresentativo (partiti e organi rappresentativi) così come nella società dal basso: il diritto di istruzione, come fondamento della capacità critica; la libertà di manifestazione del pensiero; la libertà di associazione; il diritto di riunione e lo sciopero come strumenti di espressione diretta del conflitto. Ma è coerente con la partecipazione effettiva e la valorizzazione del dissenso anche l’orizzonte della disobbedienza civile, che esprime una partecipazione dissenziente, e si avvicina a quel diritto di resistenza, non inserito in Costituzione, ma oggetto di ampia discussione in Assemblea costituente.

Oggi, tuttavia, viviamo una deriva autoritaria, una rivoluzione passiva contrassegnata da un neoliberismo che stringe legami sempre più stretti con l’autoritarismo (il modello Bolsonaro, che non è solo in Brasile…) e la Costituzione è accantonata come anacronistica. Non è un caso: la Costituzione racconta un’altra visione del mondo, un progetto di trasformazione nel segno dell’emancipazione; esprime anch’essa, nel contesto dell’egemonia neoliberista, dissenso e, come il dissenso, è neutralizzata (non a caso un Report del 2013 della J. P. Morgan criticava le Costituzioni del Sud Europa, perché troppo morbide con il diritto di protesta, troppo garantiste nel riconoscere i diritti dei lavoratori, dotate di esecutivi troppo deboli). La lotta – come ricordava Gallino – «condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere» non tollera dissenso, non ammette alternativa, è il TINA (There Is No Alternative) thatcheriano. La diffusione del nazionalismo, con la sua identità artificiale e conservatrice della triade “Dio, Patria e famiglia” è utile in tal senso a compattare e a distrarre dal conflitto sociale: omologa, in una logica non di conflitto e pluralismo, ma di amico-nemico; rappresenta l’altra faccia della repressione.

Vediamo alcuni nodi del filo nero della criminalizzazione del dissenso:

1) il ricorso alla categoria dell’emergenza e normalizzazione dell’emergenza. Sono tanti i contesti che possono citarsi come esempio: la legislazione antiterrorismo post 2001; la gestione dell’immigrazione; l’emergenza sanitaria con il suo lascito di ampio ricorso ai Dpcm;

2) la sicurezza come “ordine pubblico” contrapposta alla sicurezza dei diritti, come termine nel cui nome restringere i diritti; lontana dall’idea di sicurezza sociale;

3) la restrizione tout court dello spazio dei diritti. Il riferimento è in specie al diritto che in modo particolare veicola dissenso: il diritto di riunione. Pensiamo alla direttiva Lamorgese del 10 novembre 2021, che segue la direttiva Maroni del 2009, che limita, nelle modalità e nei percorsi, le manifestazioni, violando l’art. 17 Costituzione; e al ricorso, in tal senso, a strumenti come le ordinanze dei sindaci (art. 54 TUEL) e le ordinanze prefettizie (art. 2 TULPS);

4) la creazione di zone a divieto di accesso, sottratte alla protesta: zone rosse, aree di interesse strategico nazionale (per tutte, il caso dell’area del cantiere interdetta in Val Susa);

5) l’utilizzo dello strumento penale come diritto penale del nemico. Qui l’elenco è lungo: a) si incide sulla legislazione: introduzione o reviviscenza di nuove fattispecie di reato (la punizione dei rave, il reato di blocco stradale) e aggravamento delle pene (il reato di occupazioni di terreni ed edifici); b) si ricorre in maniera distorta a (ovvero si abusa di) strumenti come le misure di prevenzione e le misure cautelari (sorveglianza speciale, obbligo di dimora, foglio di via); c) si utilizzano qualificazioni giuridiche inappropriate, ovvero sovradimensionate (terrorismo, strage contro la sicurezza dello Stato, ma pensiamo anche alla dilatazione della resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale); d) si devia dal fatto, dalla condotta, verso il tipo d’autore;

6) l’utilizzo in chiave repressiva anche del diritto civile o amministrativo: risarcimenti danni, multe, DASPO urbano;

7) il ricorso, nei rapporti di lavoro, a licenziamenti e sanzioni disciplinari per punire chi agisce il conflitto sul lavoro, rivendica diritti, sciopera (per tutti, il caso dei lavoratori della logistica a Piacenza);

8) il ricorso, in senso ampio, alla figura del nemico e alla logica dicotomica amico-nemico. Pensiamo al linguaggio bellico della pandemia e alla criminalizzazione dei no vax e, soprattutto, all’impossibilità di contestualizzare la guerra in Ucraina e di criticare l’invio delle armi senza passare come “putiniani” e nemici. Possiamo ragionare in proposito di militarizzazione della democrazia;

9) la criminalizzazione della solidarietà: la solidarietà da principio costituzionale diviene azione da perseguire con strumenti penali e amministrativi. Il riferimento è, in primo luogo, al codice di condotta di Minniti per (contro) le ONG che salvano vite in mare (2017), al decreto Salvini-bis (decreto legge n. 53 del 2019), al recente decreto Piantedosi (decreto legge n. 1 del 2023);

10) la disumanizzazione e la criminalizzazione di alcune categorie di persone, le «vite di scarto» (Bauman): migranti, poveri, carcerati… La storia della criminalizzazione dei migranti è emblematica: si inizia con il “clandestino” e si finisce con considerare il richiedente asilo alla stregua del truffatore che cerca un escamotage per entrare nel territorio dello Stato. È la colpevolizzazione della povertà, la messa in atto di necropolitiche, che altro non sono – per usare un vecchio termine – che politiche di classe, con il fine di “colpire” determinate classi e scaricare la responsabilità delle diseguaglianze.

Si reprime in tutti questi casi chi agisce un conflitto, con azioni politiche, con la solidarietà, con il suo esistere (migranti, poveri…). Si intende negare l’esistenza del conflitto: chi vive le diseguaglianze non è un oppresso, un subalterno, ma un imprenditore di se stesso che ha fallito in un sistema intoccabile. E poi c’è la repressione preventiva del dissenso, del conflitto: che passa attraverso le controriforme di scuola e università che ne depotenziano, se non distruggono, le potenzialità di luoghi di creazione e discussione di sapere critico, di capacità critica; come era scritto in un documento della Pantera, asservire la ricerca «equivale a sostenere l’impossibilità di criticare il presente». Per tacere del dissenso che non si può esprimere a livello di rappresentanza grazie a leggi elettorali escludenti. Tutto questo in contrasto con la Costituzione che riconosce il conflitto, valorizza la partecipazione, persegue l’emancipazione, garantisce i diritti, sancisce come principio la solidarietà.

Come reagire? Non c’è altra soluzione che continuare ad agire il conflitto, a esercitare pensiero critico, a disobbedire all’egemonia neoliberista. Come scriveva Erich Fromm: «Nell’attuale fase storica, la capacità di dubitare, di criticare e di disobbedire può essere tutto ciò che si interpone tra un futuro per l’umanità e la fine della civiltà». È attraverso il dissenso e la disobbedienza che passa la critica dell’esistente, che si può trasformare lo stato di cose presente, ovvero che può vivere la possibilità di un altro futuro, ovvero, a fronte della devastazione ambientale e della guerra, di un futuro. Torniamo alla Costituzione. Parlare della Costituzione oggi è fonte di disagio, ma anche di una consapevole speranza: il disagio è quello di parlare di un diritto inattuato, quasi di un sogno più che di una norma giuridica, di sentirsi illusi o anacronistici; la consapevole speranza deriva, invece, dal fatto che la Costituzione esprime un’utopia concreta, principi profondamente radicati nella storia: la Costituzione – ricordiamolo – è nata dalla Resistenza, da una lotta, da un conflitto. Radicamento nella storia significa anche appartenenza alla dialettica della storia, con i suoi corsi e ricorsi: la Costituzione può essere argine contro la barbarie e insieme terreno su cui costruire. Sta a noi. La Costituzione – parafrasando Che Guevara – può essere la nostra casa ambulante, fondata su emancipazione, liberazione, uguaglianza, solidarietà, conflitto, dissenso, se noi, nelle proteste per l’ambiente, nelle lotte per la casa, nei luoghi di lavoro e di studio, siamo le gambe che la fanno camminare. E per farla camminare, oggi, è necessario andare in direzione ostinata e contraria, possibilmente in tanti e uniti.

È l’intervento svolto nell’assemblea “Libertà è stare zitti/e?”, organizzato a Torino, il 3 febbraio da Comitato per l’acqua pubblica Torino, Acmos, Anpi Grugliasco, Attac Torino, Csoa Askatasuna, CUB, Extinction Rebellion, Fridays for Future, Incursioni Saporite, Mamme in piazza per la libertà di dissenso, NoTav, Si Cobas Torino, Ultima generazione.


Legalità e disobbedienza (dialogando con Gustavo Zagrebelsky)

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In un recente articolo, ripreso su queste pagine (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/11/04/decreto-anti-rave-quando-la-disubbidienza-e-consapevole/), Gustavo Zagrebelsky, prendendo le mosse dal decreto legge cosiddetto anti-rave, pone alcune domane da sempre – e oggi più che mai – cruciali: «L’ubbidienza è comunque una virtù?», «Di fronte alla legge ingiusta c’è modo di reagire legalmente?», «È possibile essere “ribelli secondo il diritto”, in coerenza con la Costituzione?». A queste domande Zagrebelsky risponde in modo puntuale, sul versante giuridico, concludendo che la disobbedienza alla legge, anche nei moderni stati di diritto, può essere un fattore di democrazia in quanto idonea a provocare l’intervento della Corte costituzionale a cui spetta il giudizio sulla conformità a Costituzione, e dunque sulla validità, di tutte le leggi. Nulla da aggiungere, restando sul piano scelto dall’autore, alle sue lucide e convincenti argomentazioni. Ma le domande da lui sollevate sono di tale rilievo che un risposta limitata alla ricognizione dei meccanismi giuridici per attivare il giudice delle leggi rischia di essere riduttiva. A venire in rilievo, infatti, è la stessa sostenibilità democratica di un sistema istituzionale fondato esclusivamente sulla coppia comando/obbedienza.
È, dunque, opportuno allargare l’analisi.

Primo. Contro ogni forma di disobbedienza il potere invoca – lo vediamo anche in questi giorni – il rispetto della legalità, cardine di ogni convivenza civile. Legalità – si dice – significa rispetto delle leggi. Difficile contrastare i fondamenti etimologici e concettuali della definizione. Ma, scavando, ci si accorge che la complessità del reale rende la definizione, quantomeno, insufficiente e che l’invocazione acritica della legalità può trasformarsi in un inganno o in un tranello. Una concezione della legalità coerente con una impostazione democratica può prescindere dai contenuti della legge cui si chiede obbedienza? In termini più espliciti: è coerente con una dimensione di legalità democraticamente accettabile l’obbedienza rigorosa e acritica alla legge ingiusta? Alle leggi razziali, alla legge che prevede la pena di morte, alla legge che divide gli uomini in liberi e schiavi? La risposta è, ovviamente, negativa e ciò dimostra che il riferimento alle regole non può essere sinonimo di conformismo e di accettazione acritica dell’esistente. A fronte della legge (ritenuta) ingiusta la disobbedienza è una reazione politica che fa parte delle dinamiche di una società democratica. Lo ha intravisto, in epoche particolari della storia, finanche il diritto positivo. Nel documento fondativo della rivoluzione borghese del 1793 sta, infatti, scritto: «quand le gouvernement viole les droits du peuple, l’insurrection est pour le peuple et pour chaque portion du peuple le plus sacré des droits et le plus indispensable des devoirs». E alcune costituzioni contemporanee prevedono esplicitamente un diritto/dovere di resistenza dei cittadini a fronte di decisioni delle istituzioni che violano diritti e princìpi fondamentali. Ciò sta scritto, per esempio, nell’articolo 20 della Costituzione portoghese del 1976 che prevede il «diritto di opporsi» anche «con la forza» a qualunque aggressione ai diritti fondamentali. Superfluo dirlo, chi pone in essere atti di disobbedienza accetta le sanzioni poste a difesa della norma violata, come fecero i (pochi) docenti universitari che rifiutarono il giuramento di fedeltà al fascismo (e furono, per questo, destituiti dall’incarico) o come hanno fatto per decenni gli obiettori di coscienza al servizio militare (subendo, per questo, il carcere). Lo fa confidando che la sua protesta evidenzi l’ingiustizia della norma violata e ne determini, conseguentemente, il cambiamento.

Secondo. Per il pensiero maggioritario che ha attraversato la storia fino alla modernità, il potere di governo è assoluto e senza limiti (come proclamava Creonte, più di due millenni fa, nell’Antigone di Sofocle: «All’uomo che la città ha eletto al suo governo bisogna obbedire nelle piccole come nelle grandi cose, in quelle giuste come in quelle ingiuste. […] Non c’è male peggiore dell’anarchia: rovina le città, sconvolge le case, e in guerra spezza le file e mette in rotta. È l’obbedienza, invece, che salva il maggior numero di vite»). Conseguente è l’idea di un governo della polis, legittimato dal principio di realtà (dal fatto cioè di esistere) indipendentemente dal modo in cui viene esercitato. Ogni governo è “buono” perché è governo, quali che siano le sue modalità e manifestazioni. Ad esso si deve comunque obbedienza e non c’è posto, nella società, per il conflitto. Tale impostazione ha subìto importanti evoluzioni fino ai moderni stati di diritto e alle costituzioni contemporanee in cui il governo degli uomini è stato capace di raffinarsi e di offrire strumenti ai suoi stessi antagonisti. Così l’obbedienza al governo è stata sostituita dall’obbedienza alle leggi. E persino – come si è detto – dalla possibilità di cancellare la legge se in contrasto con la Costituzione. Ma, alla fine di tutti i filtri e le mediazioni, è ancora e sempre sull’obbedienza che si fonda la convivenza civile. Questa concezione della democrazia è, peraltro, formalistica e asfittica. Il potere, infatti, ha dei limiti intrinseci, etici prima ancora che giuridici o politici, e quando quei limiti vengono superati, intaccando la libertà e la dignità delle persone, l’obbedienza cessa di essere una virtù (per dirla con le parole di don Lorenzo Milani ai cappellani militari) e la ribellione diventa un obbligo.
Vi sono di ciò conferme continue. Lo Stato inteso, secondo il paradigma hobbesiano, come macchina potente e terribile, unica depositaria della forza e capace, per questo, di produrre, con il terrore, giustizia e sicurezza non ha superato la prova della modernità e si è rovesciato nel suo opposto, in una potente macchina di produzione di disordine e insicurezza. Bisogna, dunque, partire da qui e cogliere la necessità, per un governo razionale delle società complesse, di un ridimensionamento del ruolo attribuito alla forza e alla potenza e, addirittura, per usare parole di Marco Revelli, di «una critica esplicita alla categoria stessa della Potenza (fonte dei mali più che strumento delle soluzioni), a favore invece di logiche “altre”: cooperative, connettive, relazionali». Logiche di cui fanno parte anche il conflitto e la disobbedienza. Nei momenti acuti, quelli in cui il conflitto si fa più aspro, il potere tende a considerare la ribellione come disfattismo e i suoi attori come nemici della società, da isolare e/o eliminare. Ma ciò non basta a esorcizzare l’ineluttabilità del conflitto (che è nelle cose, anche se aspetta chi gli dia voce).

Terzo. C’è di più. Il conflitto sociale e politico (di cui la disobbedienza è una componente fondamentale), oltre che inevitabile, è, da sempre, la fonte e il motore di ogni trasformazione in senso democratico della società. Lungi dall’essere un fattore di disgregazione della polis e di disordine, esso diventa un elemento necessario per compensare e correggere l’abuso del potere. Anche le moderne democrazie sono perennemente a rischio. La storia degli Stati nazionali – anche quella contemporanea – è costellata di situazioni in cui la spregiudicata costruzione/amplificazione di un pericolo per la polis ha prodotto svolte autoritarie. Basta pensare alla Turchia, dove le purghe di Erdogan dopo lo sgangherato e provvidenziale tentativo di colpo di Stato del luglio 2016, sono state estese oltre ogni limite e fondate per lo più su meri sospetti. E, nel nostro Paese, la dicono lunga la strategia della tensione e il succedersi delle stragi degli anni Settanta, messe in atto da (o con la copertura di) pezzi delle istituzioni per contrastare il cambiamento politico che si andava prefigurando. Il fatto è che le procedure non garantiscono a sufficienza, soprattutto se i sistemi politici subiscono forti torsioni maggioritarie. La ribellione agli abusi del potere (reali o comunque ritenuti tali) è proprio ciò che richiama alla necessità di controllarne l’esercizio, che, in assenza di contestazioni, si dispiegherebbe in modo incontrollato.
Il dissenso e la disobbedienza mantengono dunque, anche nello Stato di diritto, un ruolo fondamentale. Non solo a tutela dei singoli e dei loro spazi incomprimibili di libertà ma anche come antidoto alle involuzioni della democrazia verso forme oligarchiche e autoritarie. Involuzioni sempre in agguato, come ha ammonito in passato lo stesso Zagrebelsky osservando che «costruire la democrazia equivale a lavorare per combattere, limitare e distruggere le oligarchie, con la precisa consapevolezza che a un’oligarchia distrutta, subito seguirà la formazione di un’altra, spesso composta da coloro che hanno distrutto la prima». Contro questa continua e tendenziale prevaricazione del potere si pongono i gesti di ribellione e di disobbedienza: particolarmente importanti (e talora necessari) perché «la democrazia non è mai un luogo, un posto, un risultato conquistato una volta per tutte, ma è un lavorio continuo».
Una concezione della democrazia e della politica che esclude il conflitto e la disobbedienza è riduttiva e povera. La politica è un mosaico composto da una pluralità di tessere. È ovvio che, come non bastano alcune tessere per realizzare un mosaico, così non bastano alcuni atti di disobbedienza a definire una politica razionale e lungimirante. Ma quando una politica siffatta non c’è e addirittura manca una reale opposizione, come accade oggi nel nostro Paese, solo la disobbedienza radicale può risvegliare le coscienze e attivare percorsi di cambiamento. La disobbedienza non si sostituisce alla politica ma la provoca, la attiva, la sollecita. Senza gesti esemplari, senza forzature – almeno in questi tempi bui – non c’è né politica né futuro. La disobbedienza mette il dito su errori, soprusi, ingiustizie e attiva così nuovi processi: nell’immediato, nel sentire collettivo, nella storia della politica e della cultura, come dimostra la fortuna di Antigone nei secoli. Penso a Rosa Park, arrestata e denunciata nel 1955 a Montgomery per essersi rifiutata di cedere il posto su un mezzo pubblico a un bianco, violando così le leggi sulla segregazione, diventata, per questo, punto di riferimento per i movimenti di liberazione dei neri d’America; o a Jean Palack e al suo drammatico suicidio, nel 1969 a Praga, che lo trasformò in simbolo della resistenza antisovietica nel suo Paese; o allo studente che nel giugno 1989, solo e disarmato, si parò contro i carri armati in piazza Tienanmen e la cui fotografia è diventata un’icona della lotta contro la tirannia; o allo sconosciuto soldato che, nel 1898 a Milano, rifiutò di eseguire l’ordine del generale Bava Beccaris di sparare sulla folla, e fu, per questo, fucilato sul posto e a molti altri ancora. Sono stati gesti e ribellioni insignificanti? O hanno contato di più, nella storia e nella coscienza dei popoli, di molti putsh militari o anche di velleitarie sollevazioni sedicenti rivoluzionarie? Credo che la risposta sia scontata.


“Sfida”: contorni e suggestioni di una parola

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Ci sono delle mode anche per le parole. Quando una parola diventa di tendenza, a volte perde molto del suo significato e dei suoi usi originari e – così smagrita o amputata – viene appiccicata addosso alle cose più diverse, non di rado dopo essere stata rifocillata di nuovi sensi. Altre volte – mi sembra – le parole conservano molto di se stesse e delle loro suggestioni. In un caso e nell’altro, spesso vengono poi usate come esito di un ragionamento volto a uno scopo o, al contrario, come spurgo verbale poco o per nulla riflettuto. Ma, anche se siamo così abituati a usarle che non ce ne rendiamo conto, le parole hanno conseguenze, e allora sarebbe bene prestar loro la dovuta attenzione: il linguaggio crea la realtà – potremmo dire con un’espressione molto costruttivista –, definendo i domini concettuali attraverso i quali e stando dentro ai quali “vediamo” il mondo e agiamo in esso. O, per ricalcare la celebre espressione di Humberto Maturana, «la realtà emerge nel linguaggio attraverso il consenso» (Maturana H. R. e Varela F. J., Autopoiesi e cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, 1985, originale 1980)

Sfida”: contorni e suggestioni di una parola molto in voga. Ci sono delle mode – dicevo – anche per le parole. “Sfida”, per esempio, è in questi tempi davvero una parola à la page, e frasi come «questa situazione è sfidante» o «dobbiamo essere pronti a questa sfida» sono ormai così frequenti che ci sfuggono dalla gola o ci entrano nelle orecchie passando praticamente inosservate. La connotazione che si vuole dare è senza dubbio positiva: una sorta di ridefinizione di situazioni disagevoli o spiacevoli come qualcosa che ci spinge a farvi fronte sollecitando le nostre risorse, la nostra forza, la nostra creatività. Ma le parole – dicevo – hanno conseguenze, e queste spesso vi corrono appresso un po’ nascoste, legate a doppio nodo alla loro scia di rimandi semantici, immagini, riferimenti valoriali. Vorrei ora analizzare alcuni degli elementi che, a mio parere, stanno nel solco della parola “sfida”, per poi portarmi con essi in una riflessione su questioni di attualità. Secondo il vocabolario online Treccani, “sfida” è: «1. Lo sfidare a battaglia, a duello, a una gara o a qualsiasi altra competizione» e “sfidare” è: «1. (a) Provocare l’avversario a battersi in uno scontro armato: s. a duelloa battaglia […]. (b) Invitare l’avversario a misurarsi in una gara o in una competizione». Balza all’occhio il legame tra la sfida e il ricorso alla violenza o, comunque, a una competizione. Ma c’è un altro legame che la “sfida” intrattiene – mi pare di poter suggerire ‒: tradizionalmente, essa va a braccetto con l’onore. Se si vuole restare degni di fronte a sé e agli altri, messi di fronte a una sfida si deve accettarla, si sente di doverla accettare; poi, possibilmente, bisogna farvi fronte con successo o, in alternativa, perdere (e magari anche perire), ma sempre e ancora degnamente. L’altra opzione “disponibile” è quella del non raccogliere il guanto: scelta per nulla desiderabile, visto che conduce dritti all’infamia. Resti vivo, insomma, ma al prezzo di diventare un reietto, un espulso dal consorzio umano. Ad ogni modo, entrambe le alternative di scelta (accettarla/non accettarla) fanno parte dei modelli di comportamento previsti dalla sfida: in questa chiave, potremmo definirla come “gioco”, che qui intendo come sequenza di mosse e contromosse che avvengono dentro il complesso di regole che la governano. Riprenderò questo aspetto alla fine. In riferimento al termine di cui ci stiamo occupando, c’è un altro punto che mi pare si possa evidenziare: una sfida chiama in causa l’individuo, più che la comunità. Sebbene possa riguardare anche una collettività, è infatti qualcosa che, nell’immaginario, schiaffeggia la guancia di uno, bussa violentemente alla porta del singolo, il quale si sente, così, chiamato a rispondervi, per non gettarsi nell’ignominia. È, inoltre, legata alla competitività, valore fondamentale dei nostri giorni: un “principio attivo” in più per questa sorta di stimolante verbale che è “sfida”.

La sfida e le faccende contemporanee. Sfida (oltre che “guerra”) è stata la pandemia con tutti i suoi connessi; sfide sono quella del clima e pure quella energetica; sfida è ora, anche, la guerra vera, in qualsiasi forma essa si esprima e si possa esprimere qui “da noi”. La guerra, ad esempio. «Putin ci sfida», «Putin sfida il mondo», «Putin sfida l’Occidente», «Putin sfida i nostri valori». E il richiamo esplicito, frequentissimo, all’onorabilità (o, meglio, a un certo modo di intenderla): «Putin vuole spaventarci e quindi noi dobbiamo fargli vedere che non abbiamo paura» (dicono proprio così, alcuni, e non al bar, ma in tv). E poi le domande tipo: «Siamo pronti ad affrontare questa sfida?» – come chiede a volte qualcuno in televisione ai suoi ospiti, riferendosi ai variegati scenari invernali nostrani del conflitto ucraino. Su questa singola breve domanda si potrebbero scrivere folte pagine. C’è dentro tutto quello che ho suggerito a proposito del termine “sfida” e non mi stupirei se qualcuno, nell’udirla, avvertisse incolpevolmente quel fremito non cercato dell’adrenalina che ti inizia a fluire dentro quando sei di fronte a qualcosa che è al contempo prova personale in cui pesarti e competizione col nemico. Ma c’è anche dell’altro, in questa domanda, per come è costruita: c’è dentro il senso d’urgenza (“siamo pronti?”) della dovuta reazione a qualcosa che ti dicono sia lì lì per lanciartisi addosso. Ci sono dentro dei ruoli chiari, perché la sfida è lanciata da un attore ben individuabile e noi altri siamo, automaticamente, gli schiaffeggiati dal guanto, che possono solo – pare – reagire nei modi previsti da questo gioco e con esso coerenti: i Governi e i loro megafoni in un modo (rispondendo con le stesse armi dello sfidante, siano esse insulti, risate sbeffeggianti il nemico, minacce o armamenti di ferro), i cittadini in un altro (rinunciando al condizionatore acceso, per riecheggiare l’espressione triste con cui Mario Draghi scelse maldestramente di chiamare il popolo a sé). C’è dentro, in domande come quella, implicita ma a mio avviso decisamente presente, l’ineluttabilità di un destino scolpito senza rumore nelle sue premesse non dette: lo scenario bellico è la realtà ovvia, l’unica, e quello che di solito fa una realtà data per scontata è spegnere la luce su eventuali alternative. E – a meno che non ci si alleni a prestare attenzione alle parole – è forse ancora più arduo interrogarsi su di essa, se viene resa quasi stuzzicante dal suo nome-sostituto “sfida”: se ci pensiamo in guerra, magari ci vediamo bruciati da una bomba; ma se ci immaginiamo duellanti – accidenti! – nella nostra mente saltelliamo come baldanzosi spadaccini… Sono domande strane, se ci pensiamo, quelle come «Siamo pronti ad affrontare questa sfida?», perché sono di quelle domande che domandano poco e decretano tanto, che più che liberare possibilità – ciò che una domanda dovrebbe fare – sanciscono visioni della realtà ristrette all’ambito linguistico-concettuale (e poi pragmatico) in cui vengono espresse e di cui sono espressione. «Siamo pronti alla sfida» o «non siamo pronti alla sfida»: queste le alternative disposte da quella domanda, che non prevede di poter scegliere tra questo e differenti “giochi”. Una cosa che ricorda l’aneddoto riguardante il piccolo Milton Erickson (grande ipnoterapeuta del secolo scorso), a cui il padre chiedeva se volesse dar da mangiare prima ai polli o prima ai maiali. Non se volesse o meno lavorare. Un caso di “illusione di alternative”, come ci ricorda il (tra le altre cose) noto studioso di comunicazione, scomparso da diversi anni, Paul Watzlawick (Il linguaggio del cambiamento. Elementi di comunicazione terapeutica, Feltrinelli, 1980, originale 1977.

Conclusioni. Potremmo presumere che la popolarità del termine “sfida” trovi una spiegazione nella sua coerenza con il preciso ambito concettuale e valoriale che lo genera: in un mondo dominato dall’esaltazione dell’individuo, dalla competitività come valore e dal sentimento di necessità di una perenne dimostrazione di traguardi e obiettivi raggiunti, non è difficile immaginare che tutto possa essere visto in modo naturale come una sfida. Divenuto “alla moda”, è probabile poi, come detto all’inizio, che il termine abbia preso ad essere utilizzato (anche) senza troppo pensiero, in modo quasi automatico. Fatto sta che il discorso privato e, soprattutto, quello pubblico sono oggi talmente pieni di “sfida” da rinforzare – suggerisco – un tale modo di concepire il mondo: “sfida” si ritrova così a nutrire la pancia da cui nasce. Ma è una parola potente, “sfida”, e va maneggiata con cura. Più sopra ho sostenuto che potremmo vederla come un “gioco”, inteso come sequenza di mosse e contromosse che hanno luogo e senso entro il complesso di regole che la governano. Una volta che si sia finiti dentro a un gioco, questo diventa il contesto nel quale ci muoviamo: tendenzialmente ogni comportamento (che è sempre comunicazione) verrà letto e significato “dal di dentro” e scelto tra le mosse da esso previste, che appariranno come modalità d’azione ovvia e la cui legittimità non verrà messa in discussione. Se una situazione è una “sfida”, due soluzioni si palesano al pensiero: raccogliere o meno il guanto. Una terza via non c’è o, meglio, non è contemplata e non è contemplabile. A meno che non si allarghi lo sguardo fino a vedere che si potrebbe scegliere di non giocare a quel gioco, che forse è la stessa cosa del dire che si potrebbe scoprire di poter usare un altro nome per quella cosa. Alle parole bisogna dare attenzione – dicevo all’inizio. E quando sono nomi che vengono attaccati alle cose, ancora di più è necessario scrutarle con cura, sondarle e rigirarle per vedere se dietro non ci sia qualcosa d’altro, in quella cosa: per vedere se non ci siano altri nomi da poterle dare che ce la facciano apparire in modi diversi e ci facciano giocare a un altro gioco.


Ricostruire il conflitto attorno all’eguaglianza

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L’interrogativo “Che fare” è ineludibile e immane; anche perché non si possono scindere le considerazioni sul futuro di Volere la luna da quelle sul contesto complessivo. Nello spazio di queste note, mi limito a proporre qualche suggestione, muovendo dal quadro fosco, ma, insieme, di realismo non arreso, che contrassegna l’orizzonte dipinto da Livio Pepino nell’introduzione al dibattito (https://volerelaluna.it/che-fare/2021/09/22/volere-la-luna-che-fare-un-confronto-aperto/) e che costituisce, a mio parere, uno dei fil rouge del compito di Volere la luna: cercare di decifrare la realtà e al tempo stesso di trasformarla, sul piano del pensiero così come su quello dell’azione concreta sul territorio.  

La questione di fondo è: come invertire rapporti di forza mostruosamente sbilanciati, creando un’alternativa e forze materiali (sociali e politiche), che siano in grado di contrapporsi al sistema neoliberista? È un modello penetrante, che attraverso la leva economica controlla la politica, il diritto e la cultura (grazie anche al controllo e all’omologazione esercitata attraverso lo spazio digitale), che occulta dietro la mistificazione del merito le diseguaglianze, che frantuma la società con il fascino dell’individuo “imprenditore di se stesso”. Quindi, a cascata, è un sistema che influisce su un «organo centrale della democrazia» (Calamandrei), quale la scuola, deprivandola del suo potenziale trasformativo, allontanandola dal suo ruolo nel superamento delle diseguaglianze e nella costruzione di emancipazione, nonché surrogando le conoscenze e la capacità critica con le competenze; modifica il senso del lavoro, da strumento di dignità a merce.

Si ripropone in forma brutale, altamente pervasivo e segnato dall’egemonia di una parte, il conflitto intorno all’eguaglianza e al dominio che attraversa come una costante la storia: «oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese» (Marx, Engels). Come far sì che la forza di idee come eguaglianza ed emancipazione contrastino il modello dell’homo oeconomicus?

Se «la tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola» (Benjamin), proprio la storia ricorda come non esiste alcun ineluttabile destino o legge di natura, ma spetta a donne e uomini costruire il proprio futuro: le alternative esistono. Provare a cercarle, metterle in pratica, immaginarne di nuove è il primo, imprescindibile, passo. Occorre (ri)-costruire il legame sociale contro la disgregazione della società, la cultura dei diritti contro quella dei privilegi, la solidarietà e la comune umanità contro la ricerca unicamente del proprio particolare e la disumanizzazione del “diverso”. Occorre rivoluzionare i rapporti sociali ed economici, ricostruire «partecipazione effettiva» (art. 3 Cost.), dare anima e vitalità alla democrazia.

Da dove muovere? La risposta, un po’ istintiva, è ovunque: occorre ricostruire la tensione e la lotta per l’eguaglianza e l’emancipazione nella società; ripensare forze politiche organizzate che esprimano una chiara e netta visione del mondo dalla parte della dignità della persona e sappiano farsi tramite tra società e istituzioni; far sì che le istituzioni rispettino e attuino il progetto di trasformazione scritto in una Costituzione che pone al centro la dignità, l’emancipazione, la giustizia sociale, come progetto collettivo; occorre agire nella scuola e nell’università, nel mondo del lavoro, nei territori, come nel Parlamento. È necessario che la parte dell’eguaglianza, dell’emancipazione, della dignità pervada la società e generi la consapevolezza, e l’organizzazione, che consentano la sua egemonia, anche se la distanza siderale da percorrere perché ciò accada, rende difficile anche solo immaginarlo.

La natura immane del compito impone di ricorrere a tutte le possibilità in campo; imprescindibile, per chi scrive, è il radicamento del conflitto dalla parte dell’emancipazione nella società: dunque, le lotte nei luoghi di lavoro, le proteste nel mondo della scuola e dell’università, le battaglie dei movimenti territoriali, le occupazioni per la casa, le azioni degli ecologisti. Sono i movimenti, le lotte autorganizzate, il variegato mondo dell’associazionismo, che oggi rivendicano alternative, immaginano e praticano visioni del mondo inscritte nella prospettiva dell’eguaglianza, dell’emancipazione e della solidarietà: la loro stessa esistenza, con la partecipazione in prima persona, la ricostruzione di legame sociale contro l’atomizzazione della società, è un atto di conflitto contro la gabbia del dominio neoliberista. La sinergia dei movimenti, nella pluralità dei loro obiettivi, delle loro azioni, delle persone che li fanno vivere, propone e pratica una visione del mondo alternativa, che collega giustizia sociale e ambientale. I movimenti nel loro essere, e farsi, popolari e trasversali, creano consapevolezza, il terreno necessario per la costruzione di una democrazia solida ed effettiva, che non può che essere plurale, conflittuale e strutturalmente contraria, nella sua tensione all’eguaglianza e all’emancipazione, alla diseguaglianza e alla sopraffazione insite nel neoliberismo.

Insistere su un radicamento sociale, dal basso, non significa sottovalutare l’importanza di un’azione sul terreno politico-rappresentativo e istituzionale: l’uno non esclude l’altra, anzi, si sostengono a vicenda; e nel circolo virtuoso si inserisce il costituzionalismo, con i suoi diritti, il suo progetto di emancipazione, i suoi strumenti di limitazione del potere (qualsiasi potere). La democrazia – si può aggiungere –, ferma restando l’immaginazione di forme nuove, è un’organizzazione complessa e, dunque, richiede che la vitalità dal basso si accompagni a organismi collettivi in grado di traghettare istanze e visioni nelle istituzioni, e a istituzioni che non si contrappongano alle rivendicazioni sociali ma ne siano strumento, agendo a partire dalla trasformazione delle condizioni materiali, dalla “rimozione degli ostacoli”, dal controllo sull’economia. La Costituzione, in questa prospettiva, è un progetto di trasformazione della società già scritto, dotato della forza della legge suprema, e ben si presta a rappresentare un minimo comun denominatore fra le forze che si propongono di invertire la rotta.

Certo, ora non vi sono che germogli, spesso frammentati, emarginati, quando non tout court repressi, di una società nel segno dell’eguaglianza, ma l’altra via è precipitare nella barbarie e attendere che le diseguaglianze, la disumanità, gli effetti della catastrofe ambientale siano tali da generare un moto di rivolta; in ogni caso, lo scavo e il lavorio sono necessari per seminare e far crescere la consapevolezza, per creare l’organizzazione, che traducano le esplosioni di rabbia in un progetto di emancipazione. Senza paura di pronunciare parole che la prepotenza della cultura dominante vuole relegate nella soffitta della storia: spalancare l’orizzonte della resistenza – non della resilienza, che si presta a un adattamento all’esistente – e quello della rivoluzione; non in un nostalgico, anacronistico e irreale ritorno al passato, ma per rilanciare valori e principi come emancipazione, eguaglianza, solidarietà, agendo, in nome di essi, il conflitto sociale; senza nulla togliere a quanto l’immaginazione e la pratica del conflitto sapranno creare (si veda in proposito https://volerelaluna.it/che-fare/2021/11/25/il-mutualismo-politico-come-promessa-e-strategia-di-emancipazione/).    

La cura per (ri) conquistare spazio alla prospettiva nel nome della giustizia sociale e ambientale, deve divenire continuativa: può sembrare quasi bizzarro nei tempi bui che stiamo vivendo, e la cura appare debole, ma la cura è insieme condizione per costruire l’alternativa e mantenerla. Troppo spesso la storia racconta di ricadute rapide, di popoli organizzati, consapevoli e determinati che si sfaldano e perdono, per moti interni (l’attrazione del potere, del “proprio utile”, l’acquiescenza, la passività), o per la forza in sé della parte del dominio, dell’influenza (geo)-politica ed economica del capitalismo. Emblematica è la storia di alcuni paesi latinoamericani o l’esperienza del confederalismo democratico del Rojava. È necessario mantenere «l’impulso profondo della democrazia contro ogni forma di arche», in nome del «non-dominio» (Abensour), nel senso di quel «vivente movimento delle masse» (Luxemburg) che serbi permanentemente attivo il conflitto dalla parte dell’eguaglianza, nello spazio della società, nella sfera politica, nei rapporti economici. E allora il “che fare” è proseguire nel cammino intrapreso, cercando di costruire reti dal basso che propongono e praticano alternative, che immaginano e agiscono, nelle sfide sul territorio così come nei grandi conflitti globali. La strada, concretizzando con un esempio, è quella della recente organizzazione da parte di Volere la luna, insieme a Comunet, di una giornata sul diritto all’abitare (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/12/06/questione-abitativa-e-politiche-della-casa/): creare rete, agire sul territorio concretamente a partire da conflitti in corso e intorno a obiettivi che toccano le condizioni materiali delle persone e, allo stesso tempo, mettono in discussione il modello economico e sociale. La via, ancora, è quella messa in campo dagli operai della Gkn che hanno creato sinergie con il territorio e con altre lotte, con il mondo dell’università e dei giuristi, rivendicando obiettivi concreti che raccontano della costruzione di un mondo diverso (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/09/20/cosa-insegna-la-lotta-dei-lavoratori-della-gkn/).


Le tribù di Israele

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Dieci giorni fa, intervenendo da remoto alla 76ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’ANP Abu Mazen ha intimato: «Israele ha un anno di tempo per ritirarsi dai Territori palestinesi occupati nel 1967», minacciando di rivolgersi alla Corte penale internazionale e di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’OLP avvenuto dopo la firma degli Accordi di Oslo. L’occupazione israeliana «impedisce il raggiungimento di una soluzione a due Stati», ha spiegato Abu Mazen, aggiungendo che, se non ci saranno cambiamenti, la comunità internazionale e le circostanze sul campo «imporranno diritti politici uguali per tutti sulla terra della Palestina storica, all’interno di un unico Stato». Quindi si è detto pronto a negoziare, durante i prossimi 12 mesi e sulla base delle risoluzioni internazionali, i confini dello Stato palestinese che dovrà sorgere accanto a Israele.

A riaprire la questione è stato il recente esplodere del conflitto tra ebrei e arabi a Gerusalemme e in Cisgiordania e lo scambio ineguale di bombe e missili tra Israele e Gaza. In questo contesto l’improbabile ultimatum di Abu Mazen in realtà mette in risalto lo stallo in cui si trova il conflitto israelo-palestinese e l’incapacità della Comunità internazionale e dei principali attori politici di trovare uno sbocco alla crisi dopo la drammatica esplosione degli undici giorni di guerra asimmetrica a maggio (https://volerelaluna.it/mondo/2021/05/26/cessate-il-fuoco-in-palestina-e-ora/).

In realtà quell’esplosione di violenza, come mette bene in evidenza il n. 5/2021 di Limes, dedicato alla “questione israeliana”, dimostra che il conflitto non può ritenersi risolto congelando – com’è avvenuto nei fatti – la questione palestinese e che allo stato non c’è alcuna soluzione all’orizzonte. Non c’è più la soluzione due popoli-due Stati, che Israele ha definitivamente sepolto, assieme agli accordi di pace di Oslo, con la legge 19 luglio 2018 che riconosce valore costituzionale (art. 7) agli insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania («lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiarne e promuoverne l’insediamento e il consolidamento»). Ancor meno ipotizzabile è la soluzione di uno Stato laico nel quale siano assicurati a tutti uguali diritti politici perché Israele, sempre con la stessa legge, ha blindato la sua identità come Stato etnico-religioso, stabilendo che: «il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato d’Israele è esclusivamente per il popolo ebraico».

Limes apre una finestra sulle contraddizioni intrinseche alla non società israeliana, richiamando un discorso di autocoscienza dell’ex Presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, tenuto il 7 giugno 2015. La tesi è che Israele è diventato un paese di minoranze profondamente diverse, che Rivlin chiama tribù, articolate in 38% di ebrei secolari (laici), 15% di ebrei nazional-religiosi, un quarto di arabi e quasi un quarto di haredim (ebrei ultraortodossi). L’istruzione separata ne consolida l’identità poiché i bambini di ogni tribù frequentano scuole differenti. «In Israele i sistemi di base che formano le persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno. […] Parliamo di un divario d’identità culturale e religiosa fra gli elementi centrali di ogni campo che ha talvolta la dimensione di un abisso». Osserva Lucio Caracciolo: «Quattro pedagogie tribali producono quattro sub nazioni. Le forze armate di due tribù non fanno l’esercito di uno Stato, ma di una sua metà». Secondo la rivista, questo problema, per cui «in discussione è la ragione statuale di Israele» non ha soluzione, o una soluzione solo provvisoria, anche se di un “eterno provvisorio”, come sarebbe proprio di Israele. Ma si può lasciare senza soluzione un problema di questa portata?

Raniero La Valle osserva che non si possono escludere le componenti religiose dalla ricerca di una soluzione politica della questione israeliana e palestinese: «Tacere della religione vuol dire ignorare la natura teologica – per non dire teocratica – dello Stato di Israele, la sua rivendicata derivazione biblica, la legittimazione sacrale del possesso esclusivo della terra, l’imputazione alla volontà divina del rapporto di inimicizia con gli altri popoli; ma vuol dire anche ignorare le motivazioni assolutistiche del “rifiuto arabo” e l’onda lunga che dalla cosiddetta “guerra santa” o jihad islamica giunge fino al terrorismo. […] Questa rimozione di elementi determinanti del problema rende inappellabile la sentenza di Limes che in termini di razionalità geopolitica non intravede soluzioni e dichiara impossibile, se non in un provvisorio che magari può essere eterno, la convivenza tra israeliani e palestinesi nello Stato ebraico e più in generale tra le quattro tribù che lo abitano». Secondo La Valle, per la soluzione del conflitto è imprescindibile un’autoriforma dei fattori religiosi, com’è avvenuto per la Chiesa cattolica sotto la guida innovatrice di Papa Francesco: «Crediamo all’umanesimo delle religioni e alla loro capacità di aggiornare il loro messaggio per fedeltà alle loro stesse premesse.  C’è uno stereotipo che fa delle fedi religiose il regno dell’immutabile ma, come dice l’esperienza, esse sono in grado di cambiare se stesse per rispondere a problemi nuovi».

Abbracciamo questo messaggio di speranza per rischiarare le tenebre in cui siamo immersi.