A cent’anni dalla morte di Lenin

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Il 21 gennaio 1924 Lenin morì. Stalin tacque a proposito dei forti contrasti che li avevano divisi negli ultimi anni e avviò un culto del dirigente morto che culminò nella proposta di imbalsamarne la salma. Due giorni dopo la morte di Lenin, Stalin parlò al secondo Congresso dei Soviet per commemorare il defunto con un discorso intercalato da un brano simile a una preghiera rituale: «Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di […]. Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo comandamento!». La vedova Nadezda Krupskaja protestò e chiese, scrivendo sulla Pravda, di non permettere che «il vostro dolore per Lenin prenda le forme della venerazione esteriore alla sua persona. Non costruite mausolei o palazzi con il suo nome, non organizzate cerimonie per ricordarlo […]. Tutto ciò significava così poco per lui quando era in vita, e gli dava fastidio». Al di là degli aspetti rituali, mistici e spettacolari, le scelte di Stalin servirono a imbalsamare la figura e il pensiero di Lenin e a costruirne un’immagine che progressivamente legittimasse la direzione stalinista del partito e dello Stato. Per l’URSS e il movimento comunista internazionale, Lenin divenne così una figura mitica, dogmatica, priva di dubbi e contraddizioni, spietata, capace di guidare il partito e lo Stato con un pugno di ferro: una sorta di padre spirituale di Stalin, utile per giustificare le scelte di quest’ultimo. Nacque dunque, da questa operazione e dalle drammatiche conseguenze che ne seguirono nei 15 anni seguenti, la costruzione definitiva dell’URSS, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, e la definizione del corpo dogmatico del cosiddetto marxismo-leninismo.

La storia tragica della prima metà del ‘900 non ha permesso di tornare sulla figura di Lenin, sul suo pensiero e sulle sue azioni e, quando nel secondo dopoguerra sono falliti i timidi tentativi dei comunisti dell’URSS di correggerne la struttura stalinista, non c’è stata nessuna volontà e capacità di ridiscutere all’interno del movimento comunista internazionale l’impostazione iniziale del tentativo leninista di costruzione del socialismo. Neanche i socialismi “altri” (Jugoslavia, Cina, Cuba, Vietnam) hanno avuto la forza di affrontare esplicitamente il problema. Il crollo dell’Unione sovietica e dei regimi dell’est europeo E la conseguente eclissi dei partiti comunisti occidentali hanno sepolto il problema insieme alla mummia di Lenin. Che significato può avere, allora, tornare oggi a indagare sulla figura di Lenin, al di fuori della tradizione dogmatica stalinista?

La Rivoluzione d’Ottobre fu il primo tentativo, al di là dell’episodio della Comune di Parigi, di costruire il socialismo: quell’esperienza, per la sua rilevanza e per l’impatto enorme che ebbe sulle classi lavoratrici e popolari di tutto il mondo, divenne il punto di riferimento per ogni movimento di lotta per il socialismo. Anche la stessa socialdemocrazia europea visse una stagione fortunata, nei trent’anni gloriosi successivi alla guerra, solo grazie al perdurare dell’URSS: crollata quest’ultima, essa si è rapidamente indebolita ed è arretrata fino ad abbracciare il pensiero neoliberista e ad abbandonare il compito di rappresentare all’interno della società capitalistica gli interessi delle classi popolari. Slavoj Zizek scrive di Michail Gorbačëv – ritiratosi ormai dalla politica – che voleva fare visita a Brandt a Berlino; ma il leader socialdemocratico (o il suo domestico) lasciò suonare il campanello e si rifiutò persino di aprire la porta. Brandt spiegò in seguito che la sua reazione era un’espressione di rabbia nei confronti di Gorbačëv che, permettendo la disgregazione del blocco sovietico, aveva scardinato la democrazia sociale d’Occidente. Infatti, una volta svanita la minaccia comunista, lo sfruttamento in Occidente è diventato più esplicito e anche lo Stato sociale si sta progressivamente sfaldando.

Ma oggi, di fronte alla crisi del capitalismo neoliberista nelle sue dimensioni finanziaria, sociale, ambientale, sanitaria e geopolitica, la ripresa di un dibattito politico sul socialismo non può pensare di procedere senza fare i conti con l’esperienza leninista: perché, se si è tentato di costruire società socialiste e se oggi si discute ancora di come uscire dalle contraddizioni del capitalismo, tutto questo è ed è stato possibile perché nell’ottobre del 1917 Lenin e i suoi compagni diedero vita a un primo tentativo concreto; perché se oggi possiamo discutere anche delle tragedie e degli errori di quell’esperimento ( e di altri successivi), tutto questo è possibile perché Lenin e i suoi compagni furono capaci di condurlo fino in fondo. Per questo occorre oggi liberare Lenin dalla sua mummificazione: non tanto per riabilitare una figura apparentemente rimossa dalla storia più recente, ma piuttosto per discuterne le impostazioni e le azioni e per capire le vittorie, ma anche i limiti, gli errori, i crimini e le tragedie che ne derivarono.

Olin Wright, un importante sociologo marxista americano, scomparso da pochi anni, definisce la strategia leninista smashing capitalism (rompere, frantumare il capitalismo) e ne spiega così le argomentazioni fondamentali: nel capitalismo «sono possibili piccole riforme che migliorano la vita delle persone, quando le forze popolari sono forti, ma tali miglioramenti saranno sempre fragili, vulnerabili e reversibili». In sostanza «il capitalismo non è riformabile […] l’unica speranza è distruggerlo [….] e costruire un’alternativa». Ma come? Il capitalismo è soggetto a disordini e crisi ed è quindi fragile e vulnerabile; «è il capitalismo stesso a distruggere le proprie condizioni di esistenza». Il partito rivoluzionario deve «essere in grado di sfruttare l’opportunità creata da tali crisi a livello di sistema per condurre una mobilitazione di massa per conquistare il potere statale» con elezioni e/o insurrezioni per poi riformare lo stato e l’economia. E aggiunge: «i risultati di tali conquiste del potere, però, non si sono mai concretizzati nella creazione di un’alternativa al capitalismo democratica, egualitaria ed emancipatrice […]. Le evidenze delle prove rivoluzionarie del XX secolo sono che la rottura a livello di sistema non funziona come strategia per l’emancipazione sociale». Wright propone, quindi, una strategia articolata di lotta al capitalismo che sottende una concezione interessante del processo di transizione al socialismo, ma, per quanto riguarda l’esperienza sovietica, si limita a una constatazione empirica. Non si pone cioè la domanda se sia stata la scelta della rottura rivoluzionaria a determinare le involuzioni successive nel modello sovietico oppure se ci fossero degli errori teorici e strategici a monte della scelta insurrezionale. E invece è proprio questo il terreno più interessante non solo per analizzare l’esperienza leninista, ma anche e soprattutto per rielaborare un’idea di transizione verso il socialismo. In particolare, occorre individuare alcuni presupposti teorici che il partito bolscevico si portò dietro dalla seconda internazionale e che sostanzialmente condivise con la socialdemocrazia tedesca.

È dal congresso di Erfurt della SPD (1891) che si affermarono nella teoria e nella strategia del movimento socialista tre centralità che caratterizzarono fortemente anche il partito bolscevico e la sua idea di società socialista. In quell’anno, riunendosi in congresso ad Erfurt, la SPD approvò un programma fondamentale: nacque in quel momento il modello di partito “moderno”, organizzato con una struttura nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo di stampa centrale; la quarta sezione del programma si intitolava “Lo Stato del futuro” e, pur mantenendo formalmente citazioni marxiane sull’estinzione dello Stato, lasciava intendere che l’obiettivo strategico del partito era quello di conquistare lo Stato e di occuparlo in nome delle masse proletarie. Secondo Pino Ferraris, «in estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e gerarchico, quasi ‘Stato nello Stato’, come strumento supremo per l’edificazione del socialismo mediante lo Stato».

Ma la prima centralità era quella attribuita alla classe operaia come soggetto (quasi ontologicamente) rivoluzionario: per la Germania di fine Ottocento era in effetti un dato empirico perché le grandi città tedesche divennero rapidamente centri industriali con milioni di operai. Non fu così in Russia dove lo sviluppo dell’industria nel 1917 era ancora embrionale e dove le masse rivoluzionarie erano formate principalmente da soldati (in gran parte di origine contadina) e da donne (in gran parte mogli di soldati al fronte). E questa composizione si ripresentò anche nelle altre rivoluzioni successive – Cina, Vietnam, Cuba – dove furono principalmente i contadini a dare corpo al movimento di lotta rivoluzionario. Soprattutto l’idea della socialdemocrazia storica e poi dei bolscevichi che la classe operaia, forgiata dall’industria capitalistica, fosse sostanzialmente priva di articolazioni e contraddizioni interne e già di per sé pronta a (e capace di) costruire il socialismo, fu smentita dallo stesso procedere della formazione della nuova società nell’Unione sovietica che, infatti, rapidamente accantonò il potere dei soviet di fabbrica in favore dei tecnici “borghesi” e dei quadri di partito che dirigevano lo Stato e l’economia.

La centralità del partito si affermò rapidamente nel processo rivoluzionario russo, anche se Lenin dopo la svolta della NEP (Nuova Politica Economica) incominciò a criticare la superbia del partito e la sua incapacità di leggere e interpretare concretamente le contraddizioni nella realtà sociale ed economica: per il partito la NEP era un arretramento giustificato dal mancato sviluppo della rivoluzione in Europa (e in Germania, in particolare); per Lenin era la presa d’atto che il socialismo non si poteva realizzare solo attraverso la presa e la gestione del potere; era un tentativo concreto di costruire una fase di transizione verso il socialismo, superando le schematicità di analisi della società in costruzione e il volontarismo tutto ideologico dei quadri bolscevichi. Con la morte di Lenin, le sue critiche e le sue proposte vennero rapidamente accantonate e si realizzò definitivamente la terza centralità, quella dello Stato. Partito e Stato si identificarono completamente mentre il ruolo centrale della classe operaia restò solo come affermazione ideologica, priva di effetti concreti significativi. Paradossalmente, quindi, mentre lo scontro tra il partito dell’URSS e i partiti socialdemocratici europei arrivò al massimo punto di rottura negli anni ’20, nella Russia comunista si realizzò pienamente il nucleo fondante del programma di Erfurt, mettendone in evidenza i limiti e le incongruenze.

Il centralismo sia della sinistra storica comunista sia di quella socialdemocratica si fondava su una stessa sequenza di assiomi tra loro collegati: la classe operaia è la classe che storicamente ha il compito di abbattere (o sconfiggere o riformare, a seconda del grado dello spirito rivoluzionario…) il capitalismo; per svolgere questo compito essa deve dotarsi di un partito di classe centralizzato; il partito della classe operaia deve conquistare le leve di potere dello Stato. Naturalmente anche per questo ultimo e definitivo compito esistevano diversi gradi dello spirito rivoluzionario: dalle vie parlamentari fino alla presa violenta del potere.

L’impianto logico-assiomatico, tuttavia, era lo stesso indipendentemente dai diversi gradi dello spirito rivoluzionario.

Nella battaglia politica dei comunisti sovietici contro i socialdemocratici sono sempre stati posti al centro l’opportunismo, il gradualismo, l’inettitudine, il verbalismo inconcludente e anche la codardia, ma mai è stato messo in discussione l’impianto assiomatico del pensiero socialdemocratico. All’interno di questo impianto, inevitabilmente non potevano avere un grande spazio né una reale politica delle alleanze (o di blocco sociale gramsciano), né un’articolazione democratica del partito e tra questo e altre forme di organizzazione sociale e politica, né, infine, un deferimento dei poteri dallo Stato ai lavoratori, ai territori e un progressivo estinguersi della prevalenza dello Stato in favore dell’autogoverno sociale. Elementi questi tutti indispensabili per progettare e realizzare un processo di reale transizione verso il socialismo.

E tuttavia il “modello tedesco” del partito non era l’unico alla fine dell’Ottocento in Europa e in Italia. Pino Ferraris ci ha raccontato nei suoi libri un’esperienza importante nel movimento socialista italiano (non ancora strutturato al modo tedesco nel PSI di Turati) costituita dal Partito Operaio Italiano: esso era espressione di una vasta rete di organizzazioni sindacali (le Camere del lavoro) e sociali (società di mutuo soccorso, casse di resistenza, cooperative di consumo). Queste posizioni italiane non erano isolate in Europa: in Belgio nel 1894 il Partito operaio belga approvò la carta di Quaregnon che rappresentava, in qualche modo, l’alternativa al programma di Erfurt. Scrive Pino Ferraris: «Il progetto del partito belga propone la convergenza del vasto pluralismo delle ‘libere associazioni’ per far emergere ‘un’altra società’ dentro la società, utilizzando ‘anche’ strumenti istituzionali radicalmente democratizzati: i comuni e il Parlamento». E aggiunge poco più avanti: «Il movimento operaio belga riesce a rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale e culturale costruendo una rete federativa che unisce le autonomie senza omologarle. In secondo luogo, il partito operaio non si colloca come vertice gerarchico delle molteplici ‘libere associazioni’, ma si inserisce come attore di una politicizzazione pervasiva dentro la trama dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. [] L’universo associativo belga era retto dal principio federativo. Un federalismo orizzontale articolava il partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici. A questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati, associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie si incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle cento settantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi essenziali della rete federativa territoriale e funzionale».

Nella seconda metà dell’800, questo modello policentrico e federativo di organizzazione politica e sociale proletaria era presente in una certa misura anche in Francia e, come si è detto, nell’Italia, in particolare, del nord. Perché esso venne sconfitto e spazzato via con i primi anni del nuovo secolo? Forse perché il mondo si avviava progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno di ognuno di essi: il prevalere della dimensione militare dello scontro favorì inevitabilmente e forse giustamente il modello di partito centralistico, organizzato come una falange militare, finalizzato alla conquista dello Stato. Questa dimensione bellica è proseguita per tutto il “secolo breve”, in varie forme, fino al crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. È una questione importante da considerare anche oggi, mentre assistiamo al dilagare di momenti di guerra in tutto il mondo, anche alla periferia dell’Europa. Manifestare contro la guerra e cercare di frenare almeno il suo dilagare è, dunque, un’opzione fondamentale, se si vuole ricostruire un movimento di lotta capace anche di sperimentare momenti ed esperienze alternative al dominio liberista.

Pur avendo consumato la grande rottura con la Rivoluzione di Ottobre, la socialdemocrazia europea ha sempre condiviso col movimento comunista un’idea di socialismo costruito dall’alto, attraverso il potere statale, che non apparteneva, invece, al movimento socialista precedente alla fase dell’egemonia della socialdemocrazia tedesca sulla seconda internazionale.

Nonostante la sua debolezza di fronte all’evolversi in senso militare dello scontro di classe a livello internazionale, quel movimento socialista della fine del XIX secolo, di cui parlava Pino Ferraris, cercava di affrontare il problema della transizione al socialismo, costruendo, già all’interno della società capitalistica, gli embrioni e le esperienze sociali e culturali della società del futuro, senza rinviare queste conquiste alla presa del potere statale. Sicuramente quelle esperienze, come Lenin aveva evidenziato nella sua polemica sulla cooperazione, non erano prive di dimensioni romantiche e utopistiche; soprattutto perché credevano ingenuamente di costruire da sé il socialismo.

Ma c’è anche un altro aspetto importante che emerge dal confronto tra le due proposte politiche socialiste della fine del XIX secolo: quella rappresentata dalla carta di Quaregnon aveva anche l’intenzione, forse pedagogicamente ingenua, di operare tra i lavoratori per trasformare non solo la loro coscienza politica rispetto al rapporto col datore di lavoro e con lo Stato, ma anche i loro rapporti sociali fuori dalla fabbrica, il loro ruolo di lavoratori nella società. Quella rappresentata dal programma di Erfurt, invece, vedeva nella classe operaia, forgiata dalla fabbrica capitalistica, già di per sé formato il soggetto che avrebbe guidato la rivoluzione e costruito il socialismo, attraverso il suo partito. Non stupisce, quindi, che anche il ruolo del partito politico fosse inteso in maniera diversa, soprattutto attraverso i rapporti da costruire con i lavoratori e con le loro espressioni organizzative autonome nei posti di lavoro e nella società: federativo e orizzontale, in un caso, oppure direttivo e verticale, nell’altro.

Questo breve e, va da sé, schematico excursus storico non ha alcuna pretesa se non quella di cercare di riflettere sulle esperienze passate per affrontare il futuro che ci attende e soprattutto attende le nuove generazioni. Bisogna capire, infatti, che spesso la storia delle lotte di classe e politiche ha presentato e presenterà di nuovo scelte, bivi che hanno determinato e determineranno gli sviluppi successivi: affrontare per tempo il confronto su quelle scelte di fondo è tuttora fondamentale, nonostante sia già passato un secolo dalla morte di Lenin e più di trenta anni dal definitivo declino delle socialdemocrazie europee.


Napolitano, l’ultimo “vero” comunista-stalinista

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La morte di Giorgio Napolitano ha suscitato e suscita valutazioni divergenti. Il giusto cordoglio e l’offa che si paga alla consuetudine di non parlar male di chi è appena trapassato non possono esimerci da darne una valutazione che vada oltre i singoli e assai numerosi rimproveri che si possono muovere alla sua lunga presidenza della Repubblica.

Non si può infatti non osservare come nel popolo della sinistra sia stato vivace il disappunto per il modo in cui ha interpretato il suo mandato un esponente di quel partito comunista che per decenni s’è contrapposto al potere democristiano e che ha incarnato i valori della sinistra, sino a non rendere nemmeno concepibile la possibilità di una formazione che si ponesse con altrettanta forza a rappresentare gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. In effetti il partito di Napolitano aveva tradizionalmente rappresentato la sponda politica e parlamentare delle forze sindacali e della classe operaia e – nel periodo in cui i socialisti con Craxi hanno cercato di rivendicare una loro autonomia – si è eretto a difesa di una storia che riteneva tradita dal tralignare della nuova classe dirigente socialista. Molti quindi si aspettavano una presidenza più simpatetica con le esigenze delle grandi masse popolari e che, pur non indulgendo al populismo, levasse la sua voce contro i potenti e contro i poteri che hanno sempre governato – sotterranei o visibili – la società italiana; un presidente che – come in passato aveva fatto Pertini – fosse, per portare un esempio, meno sensibile alle esigenze garantiste degli incriminati, specie se appartenenti al ceto politico, e più vicino a coloro che lottano contro mafia, camorra e poteri criminali di diversa natura e provenienza. Insomma un presidente che non si identificasse con le istituzioni al punto da essere il maggior garante delle “larghe intese”, della politica della continuità, della stabilità di governo a qualunque costo, anche al prezzo di un’austerità dettata dai poteri economico-finanziari europei, da molti ritenuta antipopolare.

Ma chi ha nutrito sentimenti di tal fatta dimostra di aver capito poco non tanto di Napolitano, ma di ciò che è stato storicamente il comunismo; non quello generoso dei militanti e inscritto nelle idealità che lo hanno visto nascere e hanno suscitato tante speranze e adesioni nelle masse popolari, ma quello dell’apparato, dei suoi dirigenti, del partito inteso come organismo governato dal principio del centralismo democratico. Ha sottovalutato il fatto che il comunismo ha pensato, sin dall’inizio e in modo sempre più convinto e deciso, che la trasformazione della società e la creazione di un “uomo nuovo” passasse integralmente e in modo imprescindibile dall’occupazione totale delle istituzioni, dall’identificazione del partito con esse, nella presunzione di interpretare in modo completo tutte le sfumature e le sensibilità presenti nel sociale e di dare loro risposta. Ciò ha fatto che il comunismo “reale”, una volta conquistato il potere, non solo ha spento la dialettica democratica, ma non ha lasciato spazio alla società civile, alla libera creatività popolare e ad altre forme di rappresentanza politica, assorbendo nelle proprie istituzioni e nei propri organismi ogni spazio della cosa pubblica.

Questa consolidata inclinazione dei partiti comunisti si è trasferita naturalmente ai suoi dirigenti: una volta pervenuti a posizioni di responsabilità istituzionale, essi si sono totalmente identificati con esse, con le loro logiche interne, difendendone le prerogative. Sono, insomma, diventati “più realisti del re”, pensando di esaurire in sé sia il normale funzionamento dell’organismo statale, sia l’esigenza di una sua trasformazione radicale, che pure faceva parte del loro codice genetico. Tale identificazione ha non solo comportato lo smarrimento del progetto politico iniziale (il “sol dell’avvenire”), ma ha reso anche immodificabili le istituzioni nei loro assetti più profondi: sarebbe stato altrimenti minacciato il potere di chi con esse ormai si immedesimava, trovandosi pienamente a proprio agio nel governare una società immutata nei suoi caratteri economico-sociali di base. I comunisti – diversamente dai socialisti e dai libertari in genere – non hanno mai posto una distanza tra se stessi come partito e se stessi come uomini dello Stato, se non strumentalmente, sino a quando sono rimasti all’opposizione; così non hanno permesso una dialettica interna che ne potesse contestare l’asserita identità.

V’è dunque poco da meravigliarsi: per questo aspetto, Napolitano rappresenta l’ultimo, coerente comunista-stalinista, sopravvissuto in Italia alla scomparsa del suo partito. Dimenticate le idealità comuniste egualitarie (come del resto han fatto gli eredi del partito che fu suo e quelli di un Pd che quasi si vergogna di parlare di eguaglianza e solidarietà), ormai diagnosticata l’impossibilità della rivoluzione o sia pure di effettuare quelle “riforme di struttura” una volta invocate dal Pci, Napolitano, sostenuto da gran parte del ceto dirigente, ha serbato solo l’identificazione di se stesso con gli apparati istituzionali, dei quali s’è eretto a garante “senza se e senza ma”, con chiunque e comunque, mummificandosi ancora in vita nei palazzi del potere. E così Napolitano del comunismo ha perpetuato – in un contesto democratico e seguendone formalmente le regole – la caratteristica peggiore, quella che lo ha reso un sistema inviso ai popoli che l’hanno subito e che ne ha infine decretato la scomparsa.


Lettera aperta al Ministro del de-merito

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Signor Ministro,

mi permetta di esternarLe in tutta franchezza il mio giudizio negativo sulla lettera che ha inviato agli studenti e alle scuole in occasione del 9 novembre, che a me pare caratterizzata da illogicità manifesta, incompetenza culturale e incompetenza istituzionale.

1. Illogicità manifesta

Dalla premessa secondo cui il comunismo avrebbe rappresentato «il sogno di una rivoluzione radicale che sradichi l’umanità dai suoi limiti storici e la proietti verso un futuro di uguaglianza, libertà, felicità assolute e perfette» Lei ricava che «là dove prevale si converte inevitabilmente in un incubo altrettanto grande». L’inevitabilmente non è in alcun modo giustificato sotto il profilo logico. Sarebbe come se dicessi: «Godo di ottima e comprovata salute, ma se mi metto alla prova inevitabilmente mi ammalerò». Non è inevitabile.
Quale testo o quale passaggio dell’opera marxiana legittimerebbe di concludere che: «perché l’utopia si realizzi occorre che un potere assoluto sia esercitato senza alcuna pietà, e che tutto – umanità, giustizia, libertà, verità – sia subordinato all’obiettivo rivoluzionario»? Per dimostrare la stretta correlazione intercorrente tra il disegno di un progetto alto, giusto, riumanizzante (come Lei stesso definisce il comunismo) e il suo inevitabile esito assolutistico, occorrerebbe fare riferimento agli elementi teorici che ne evidenzino le intrinseche contraddittorietà e malvagità. Lei non lo fa. Provo io ad azzardarne uno. È luogo comune fare riferimento alla cosiddetta “dittatura del proletariato”, che lettori frettolosi di Marx potrebbero in qualche modo definire come espressione di un “potere assoluto”. Essa allude in realtà a una prospettiva di società che rovescerebbe la dittatura economica, finanziaria, mediatica di una minoranza (la dittatura della finanza o dell’1% globale), a favore della maggioranza degli sfruttati e oppressi. Certo, costoro potrebbero imporre – vedi ad es. i decreti del novembre 1917 in Russia la nazionalizzazione delle banche, la requisizione dei grandi capitali speculativi, delle proprietà ecclesiastiche e religiose, la fine della proprietà fondiaria della terra, la sua redistribuzione tra i contadini poveri con l’equa suddivisione dei lotti coltivabili, in usufrutto gratuito.… Queste certamente si sono configurate, pur a titolo di esempio, come misure imposte contro la volontà della minoranza espropriata. E certo potrebbero non essere affatto gradite. Capovolgerebbero la piramide e i rapporti tra la base, la minoranza, e il vertice, la maggioranza. Non Le sembrerebbe più democratico?
Lei ricava dalla realizzazione storica dei regimi socialisti nell’est Europa, sicuramente fallimentare, illiberale, violenta, corrotta, una conclusione non lecita: la fine del comunismo («finisce un tragico equivoco nel cui nome, per decenni, il continente è stato diviso e la sua metà orientale soffocata dal dispotismo»). Non é lecito dedurlo per almeno due ragioni:
– perché non si può liquidare il pensiero marxista, che da quasi 200 anni costituisce in tutto il mondo e per milioni e milioni di persone la più potente critica dell’economia politica, del capitalismo e del suo dominio materiale e immateriale, a partire dalle realizzazioni storiche dei regimi socialisti. Sarebbe come se dalle pagine drammatiche delle crociate, dell’Inquisizione, della caccia alle streghe, delle alleanze tra il trono e l’altare, delle guerre combattute o sostenute dalle istituzioni ecclesiastiche, si potesse ricavare la fine del cristianesimo, per presunte responsabilità criminali e omicide, implicite nel suo messaggio;
perché il pensiero marxista, a dispetto della formidabile opera di denigrazione di cui è stato oggetto, conserva una straordinaria vitalità, anche solo come strumento di analisi dei processi economico-sociali, che risiede nella forza delle cose, nella materialità dei rapporti sociali, nella disumanità dello sfruttamento e del dominio capitalistici

2. Incompetenza culturale

La storia va ricostruita attraverso i dati di fatto, le fonti, le interpretazioni di dati e fonti. Il crollo dei regimi dell’est Europa deve essere ricostruito sulla base di dati ed eventi intrinseci, nel contesto storico-politico e nelle condizioni precise che lo hanno prodotto. L’interpretazione non coincide con un uso politico della storia, rispetta canoni di ricerca rigorosi, che non consentono conclusioni ideologiche. Come può essere spacciata per conclusione storica corretta, e non come uso politico della storia, la frase in cui Lei afferma che il 9 novembre costituisce «una festa della nostra liberaldemocrazia […] l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo, sia esso nobile o ignobile»? Umanità, giustizia, libertà, verità nella tratta dei neri, nel colonialismo storico e nel neo-colonialismo contemporaneo, nelle guerre inter-imperialistiche, nella schiavitù in cui sono stati e sono ancora ridotti interi popoli, razziati, saccheggiati, emarginati, ridotti a bassa manovalanza senza diritti nelle miniere, nei campi, nei tuguri in cui si producono le merci destinate al mondo occidentale? La storia gronda dei crimini compiuti dai regimi liberal-democratici.
Lei, signor Ministro, spaccia l’apologia dei regimi liberal-democratici come una lezione che viene dalla storia, senza rendersi conto che la storia cui allude è quella bianca, borghese, euro/etno-centrica: quella dei dominatori. Mi unisco a W. Mignolo (2015): «Si tratta di una retorica che promette la felicità e che la gente vuole credere, di una retorica che ha fatto di una narrazione particolare modernizzazione e democrazia, progresso e sviluppo un processo universale, globale e che è giunto ad occultare il lato più oscuro della modernità, il quale consiste nella riproduzione permanente della colonialità».

3. Incompetenza istituzionale

La Sua lettera costituisce una violazione della natura e della finalità della scuola pubblica. Non spetta a un Ministro fornire conclusioni storiche, ma agli storici. Ancor meno fornire interpretazioni di parte, viziate da un punto di vista particolare, poiché la scuola pubblica è la scuola di tutti. Un Ministro, pur espressione di un preciso indirizzo politico, nell’esercizio della sua carica istituzionale non ha la funzione di filtrare il sapere e la storia dell’umanità attraverso la lente della sua parte politica. Nella scuola della Costituzione non può esistere o essere imposta una cultura di stato o una monocultura egemone, che lo stato dovrebbe portare al popolo. A questo ruolo assolveva il Ministero in epoca fascista, quando «la scuola fu sottomessa ad una tumultuosa e nefanda legislazione, che mentre rinnegava ogni libertà spirituale, offendeva la dignità del sapere» (Manifesto per la difesa e lo sviluppo della scuola nazionale, 5 novembre 1946). L’indottrinamento, svolto da un Ministero dell’Istruzione, contraddice la finalità della formazione pubblica, che è scuola di pensiero libero e critico, chiamata a svolgere una funzione civile e sociale.
La lezione derivante dalla storia dei regimi dell’est ha aperto tra gli attivisti e le organizzazioni, che continuano ad avere nel marxismo il proprio riferimento, una grande Babele, la cui «cima doveva raggiungere il cielo», ma in cui le lingue si sono confuse e «le idee e i propositi, [….] interrotta la costruzione della città, si sono dispersi per il mondo». Questo lascito di enorme complessità e responsabilità ha di fronte a sé il non rinviabile compito di aprire una grande, vasta, articolata riflessione teorica sulla transizione al socialismo, sulle prospettive strategiche, sui modi per giungere alla costruzione di una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, garante al contempo di uguaglianza, diritti, libertà. Per proclamare la fine del comunismo, signor Ministro, come vede, dovremo aspettare ancora molto tempo.


«Perché non possiamo non dirci comunisti»

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Tempo fa mi è stato dato modo di vedere in un balcone sventolare una bandiera del PCI con falce, martello e stella, sovrapposta a una bandiera arcobaleno simboleggiante la pace, in una città come Sesto San Giovanni, una volta ritenuta la Stalingrado d’Italia e ora governata dalla Lega. Avevo pensato a come esistessero ancora vecchi comunisti asserragliati in un fortino, all’interno di un ambiente ostile. Nel parlarne con un amico, questi mi ha posto ironicamente e provocatoriamente la domanda: “nostalgia?”. Essa mi ha dato da pensare su di me, ma anche sulle possibili motivazioni che avevano potuto spingere ad esibire quella bandiera.

Una riflessione che è stata anche stimolata dalle frequenti accuse di essere dei “cripto-comunisti”, rivolte a chi esprime qualche pensiero eterodosso sull’odierno tragico conflitto bellico, e quindi di avere nostalgie verso la vecchia URSS, della quale si vedrebbe una sorta di proseguimento nell’odierna Russia. Ciò dà da pensare non tanto per la inesattezza della diagnosi (solo chi è totalmente accecato potrebbe confondere la Russia di oggi con la vecchia URSS), quanto perché evidenzia un diffuso modulo di pensiero: che il “comunista” sia contraddistinto dal suo essere comunque e ovunque dalla parte della dittatura e dell’oppressione, una volta quella staliniana, oggi quella putiniana. Infatti, entrambe le realtà (quella dell’URSS e quella dell’odierna Russia) hanno in comune, secondo questo modo di pensare, l’essere due regimi dittatoriali, autocratici e quanto di peggio si possa dire (anche qui ignorando le differenze per privilegiare un pensiero assimilante e incapace di fare distinzioni). Ergo, i comunisti sono per loro natura e convinzione degli antidemocratici e il comunismo è di per sé una dottrina da respingere allo stesso modo di come si respinge il nazifascismo. La vecchia dottrina degli “opposti estremismi” (elaborata al tempo delle Brigate rosse) ha così una sua rivisitazione alla luce degli eventi contemporanei. Tuttavia questa linea di pensiero ha un inconveniente decisivo, specie nel momento in cui si fa il confronto con il nazismo. Essa non distingue le idealità e le motivazioni di fondo che hanno alimentato l’idea comunista da quelle che ne sono state le sue realizzazioni concrete, nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” dell’Europa orientale (lasciando da parte Cuba, Cina e altre esperienze simili, per non complicare il discorso). Il comunismo come visione del mondo e concezione della vita ha origine ancor prima del pensiero di Marx, nella realtà e nella prassi di lavoratori e uomini che hanno lottato per la giustizia sociale e contro l’accumulo di ricchezze e potere in poche mani. L’ideale della distribuzione egualitaria dei beni è stata un modo per protestare contro il loro possesso monopolistico. Il comunismo (nella sue varie declinazioni, come socialismo e persino anarchismo) è stato quindi – anche nell’elaborazione successiva fattane da Marx ed Engels – un movimento che ha sempre sostenuto l’eguaglianza, la lotta contro tutti i tipi di ingiustizie, la democrazia e la rappresentanza di tutti gli interessi, la solidarietà, la parità di tutti gli uomini/donne indipendentemente dalla razza o dal genere, la premura verso i più diseredati, la necessità quindi di una istruzione pubblica per tutti, di una sanità universale non dipendente dalle ricchezze di ciascuno, di una vecchiaia dignitosa e assistita, infine la pace e il ripudio di ogni tipo di guerra. Per questi ideali hanno lottato per centinaia di anni migliaia di uomini e donne; si sono battuti subendo repressione, carcere, violenza e morte, tutti animati dall’idea che fosse possibile un’umanità migliore, più giusta, più solidale, più pacifica. Un ideale che, come hanno sostenuto in molti, è già inscritto nella originale predicazione di Cristo, che così sarebbe il primo “socialista” della storia, e che è stato ripreso da altri eminenti cristiani, come san Francesco, per citarne solo uno; un ideale che persino i suoi naturali avversari (i ricchi e i potenti) ritengono bello e buono, pur definendolo un’utopia, impossibile da realizzare. Ebbene se comunismo significa tutto ciò – come penso sia – allora non esito a dichiararmi comunista.

Ma il comunismo è anche stato qualcosa di assai diverso quando lo si è cercato di realizzare con la violenza in un paese arretrato, sulla base di una teorizzazione (quella di Lenin) che innovava in modo decisivo il pensiero di Marx (anche sviluppando germi in esso già presenti) allo scopo di giustificare la presa di potere di un partito organizzato secondo stile militare. La necessità di mantenere con tutti i mezzi il potere conquistato – giustificata con la teoria della “dittatura del proletariato” – ha condotto a un sistema tra i più oppressivi mai realizzati nella storia dell’umanità, in quanto in questo caso le tre tradizionali sfere in cui si articola l’autonomia della società civile – economia, cultura/spiritualità, politica – sono cadute tutte nelle mani di un unico soggetto che ha finito per governarli non più nell’interesse del proletariato (come ancora ci si illudeva nei primi anni della rivoluzione) ma di un ceto nel contempo formatosi, che ha ricevuto il nome di “nomenklatura”. Insomma, in tal modo la ferrea legge del potere – ovvero la tendenza ad autoperpetuarsi ed espandersi con la formazione di un vero e proprio ceto politico che cerca di detenerne o controllarne tutte le espressioni – si è venuta ad attuare senza alcun freno da parte della società civile e senza nessun altro contrappeso, diversamente da quanto avvenuto nelle società liberal-democratiche per circostanze storiche assai specifiche, che qui non si possono esaminare. Ebbene, se il comunismo è inteso in questo modo, allora io non esito a dichiararmi anticomunista.

Quanto detto ci permette di effettuare una differenza fondamentale col nazismo (e il fascismo, nonché con tutti quei movimenti di destra che in modo più o meno soft a tale esperienza guardano con indulgenza). Esso non ha conosciuto tutta quella elaborazione e quella storia che abbiamo prima descritto a proposito del comunismo. È nato, sin dai suoi documenti fondatori (il Mein Kampf di Hitler) con il culto della violenza, la predicazione della discriminazione razziale (da cui la sua pratica realizzazione con la Shoah), l’irrisione verso la solidarietà e la pace (virtù di popoli deboli e imbelli, frutto dell’“invidia sociale”, in un’utilizzazione speciosa di Nietzsche), l’esaltazione della forza, del coraggio, della fedeltà verso un capo indiscusso e incarnante lo spirito del popolo (il Fuhrer, il Duce), del disprezzo della ragione e della comprensione degli altri. Basta leggere non solo il testo citato, ma anche gli altri scritti degli ideologi del nazismo (come il famoso testo di Alfred Rosenberg o gli altri che in qualunque storia del nazismo sono menzionati come suoi ispiratori culturali, ad es. i classici lavori di George Mosse) per avere contezza di ciò. E lo stesso si può dire del fascismo, per il quale basti l’esempio di un suo sostenitore (per fortuna poco ascoltato) come Julius Evola, che certo non può ritenersi un propugnatore della pace, dell’eguaglianza, della solidarietà e di tutti gli altri caratteri prima definiti come propri del comunismo (senza voler qui mettere in campo l’antisemitismo) e al quale ancora oggi guardano con simpatia molti degli attuali esponenti della destra. Non solo, ma il nazi-fascismo è esordito – ne abbiamo un esempio in Italia – come movimento violento contro i lavoratori: distruggendo le camere del lavoro, negando loro i diritti sindacali e mortificandoli in ogni modo, a vantaggio del ceto padronale e industriale; i suoi simboli sono lugubri, esaltano la morte e il sacrificio, non certo la pace e la carità. Certo v’è chi cita qualche fascista o nazista “di sinistra” (o ricorda il famoso e mai realizzato “corporativismo”), ma questi sono fenomeni di assai scarso peso e successivi alla sua nascita e realizzazione concreta; non appartengono di certo ai suoi ideali originari.

Ecco perché è sbagliato accomunare tout-court comunismo e nazi-fascismo: se tale assimilazione può avere una giustificazione per il comunismo visto nella sua incarnazione concreta, cioè quando si comparino i due sistemi politico-sociali (pur nelle notevoli differenze), esso è tuttavia fuori bersaglio quando se ne studino le motivazioni ideali, le matrici culturali e gli obiettivi che essi si erano assegnati. Certo resta un importante e interessante problema storiografico da studiare, ovvero quello di come sia possibile che un movimento come il comunismo, nato con così belle intenzioni, si sia trasformato in un sistema oppressivo; ma è un quesito che non riguarda solo il comunismo, ma si pone anche per il cristianesimo e molti altri movimenti che, dopo un inizio improntato a ideali di fraternità e accoglienza, sono poi degenerati in istituzioni violente e oppressive, come nel caso dei francescani che han finito per essere inquisitori e processare i propri stessi confratelli, condannandone quattro al rogo (l’episodio del maggio 1318 a Narbona). Forse una maggiore attenzione alle dinamiche del potere sarebbe in questo caso utile.

Ebbene, se oggi mi sento del tutto solidale con le idealità del social-comunismo (non ho fatto la differenza, ma ovviamente essa esiste dal punto di vista storico) e ritengo esse debbano ancora indicare la terra d’utopia che deve guidare la nostra prassi quotidiana, nel rispetto dei principi democratici e quindi senza la deriva totalitaria avutasi in Russia, non potrei mai essere un nazifascista, la cui ideologia e prassi cerco e mi sforzo di combattere con i mezzi non violenti che ho a disposizione e conformemente a quanto dettato dalla Costituzione italiana. Ecco, mi sento di interpretare quella bandiera sventolante sul balcone di Sesto San Giovanni come il segno che questi ideali non sono ancora tramontati e che c’è qualcuno che crede in essi, a dispetto di chi distingue tra “noi” e gli “altri2, tra “casa nostra” e la condizione di chi è “senza casa” e viene a bussare alla sua porta. La differenza in fondo è tra chi decide di aprire quella porta e chi invece è sordo al bussare, restando rinserrato all’interno della sua casa, nel suo egoismo e nella sua solitudine.


«L’emozione per il nome comunismo»

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In politica è saggio e doveroso attenersi ai fatti. Il fatto su cui siamo chiamati a pronunciarci è questo: la proposta che il Pci promuova una fase costituente, che porti a una nuova formazione politica di sinistra e allo scioglimento in essa dell’attuale Partito comunista italiano.

Si dice: fase costituente. Ma una fase costituente se non vuole essere una fluttuazione verso non si sa dove, suppone che siano almeno identificati e nominati interlocutori visibili; che essi rappresentino forze politiche consistenti; che vi sia almeno un retroterra di lavoro comune con loro e un minimo di intese preliminari. Su tutto ciò non ho trovato ieri alcun lume nella relazione del segretario del Partito. Sinora i “verdi” ci dichiarano amicizia, ma hanno già detto no. Non vedo una sinistra consistente di ispirazione cristiana che dichiari di essere disposta a partecipare. Nemmeno il gruppo radicale sembra esprimere un interlocutore certo. Né dentro il Partito socialista, né dentro il Partito socialdemocratico, né dentro il Partito repubblicano, vedo forze di rilievo disposte a staccarsi dalla loro matrice. Nel seno stesso della Sinistra Indipendente, che è la più vicina a noi, emergono dissensi. Infine il segretario del Partito socialista ha dichiarato che l’unico esito accettabile per lui è solo quello che egli chiama la “unità socialista”, praticamente la confluenza nel Psi, cioè nel partito che conduce ormai da un decennio una politica che noi combattiamo. Su quali basi allora si parla di una “fase costituente”? Come si fa a non vedere il rischio che ciò “bruci” frettolosamente una ipotesi in ogni caso da costruire con ben altro respiro?

Non solo restano vaghi gli interlocutori, ma non vengono definite in positivo le scelte discriminanti, indispensabili per andare a un confronto serio. Confesso che io ieri non sono riuscito a capire bene se abbiamo in mente un partito socialdemocratico, o un partito democratico progressista, o semplicemente una condizione di alternativa alla DC. È dinanzi a questi singolari silenzi, che allora sorge l’aspro interrogativo che il senso di questa operazione ne sia essenzialmente un altro: non al positivo, ma al negativo: la dichiarazione di morte del comunismo. Del resto, un compagno della Direzione, De Giovanni, l’ha detto esplicitamente: siamo all’”esaurimento” del comunismo. Dissento da questa valutazione, e combatto perché a questo esito non si giunga. Intanto non c’è solo un comunismo. Mi sembra chiarissimo che ci sono state differenti teorie ed ipotesi strategiche sul comunismo: da Marx a Engels, dalla Luxemburg, a Lenin, a Stalin, a Gramsci. Sostengo che il comunismo italiano è stato ed è cosa diversa dai partiti comunisti e dai regimi dittatoriali da essi imposti all’Est, che oggi stanno crollando e che non sono mai stati una società comunista.

Ma non è del passato che voglio parlare. Ritengo che noi siamo di fronte all’estendersi di un processo di mercificazione, egemonizzato da nuove forme di concentrazione capitalistica, che stanno colpendo la residua autonomia e peculiarità di mondi vitali, di tipi di relazione, in cui si esprime il bisogno profondo di una comunicazione che non si può realizzare e misurare nel denaro. Il problema stesso della condizione alienata si sta dunque allargando dai luoghi di produzione a nuove sedi della vita. Penso che la questione ecologica, nel suo senso profondo, significhi respingere la nozione di «uomo signore della natura», e quindi rifiutare il dominio esclusivo del «produrre»; e chiede di riconoscere altre presenze vitali «non-umane», da tutelare. Penso che la «differenza femminile» evochi ormai determinate scale di valori che non sono misurabili con le specifiche logiche di mercato che oggi prevalgono e con i criteri del diritto uguale. Si allarga quindi il mondo dei bisogni antagonisti al dominio della accumulazione capitalistica.

Uso chiaramente questi termini. Perché questo è un punto ineliminabile: individuare i soggetti del conflitto. Dire oggi con chi, ma anche contro chi. Faccio solo un esempio. Un nuovo equilibrio del pianeta, in tempi calcolabili, sarà enormemente più difficile se non si costruisce da ora, già in questa Europa dei 12, una lotta contro lo strapotere delle multinazionali che si sta profilando, e se la crisi dell’Est si risolverà in una convulsa omologazione all’Occidente. Se non si mette al centro questo conflitto, le nuove domande rischiano la morte o la frantumazione. Dichiaro con franchezza che io non so definire una risposta di “sistema”, a questi bisogni. Anzi credo che dall’idea di “sistema” dobbiamo passare al progetto di un percorso di trasformazione della società. Ma so che se riconosco questi nuovi bisogni umani e li assumo come punti essenziali della mia battaglia, tutto un arco di questioni anche immediate assumono un volto preciso. Non solo leggerò in altro modo la battaglia da condurre nella fabbrica; ma la scuola non sarà vista più come momento separato dalla vita; e il sapere, più che conoscenze atomizzate, si presenterà come chiave per orientarci nel mare delle interdipendenze; e leggerò necessariamente la risposta alla tossicodipendenza prima di tutto come ricostruzione di un dialogo; e mi appariranno assurde e inaccettabili le periferie romane senza nemmeno una piazza, senza cioè luoghi elementari di comunicazione. E i continenti della fame mi si presenteranno non solo come problema di pane, ma di mondi diversi che domandano voce. E i “deboli” non saranno solo sofferenze da sostenere, ma potranno apparire come una risorsa, potenzialmente i più ricchi di valori non mercificati da affermare. Noi oggi dichiariamo di combattere lo statalismo burocratico. Anni fa mi capitò di parlare, in un libro, di uno Stato che, invece di fare, «aiuti a fare». Ebbene se non vogliamo che siano le grandi “multinazionali” a “fare” esse al posto dello Stato dobbiamo, da ora, con coraggio, costruire luoghi e poteri di nuove forme di vita comunitarie capaci di sottrarsi alla specifica pervasività delle nuove concentrazioni economiche e dei sistemi informativi.

Sono solo sogni? In Italia non è così. L’emozione rispetto alla sorte del nome “comunista” non è un lamento di “reduci”. È un grumo di “vissuto”, di esperienza sofferta di milioni di italiani che intorno a questo nome hanno combattuto non solo battaglie di libertà ‒ che sono state condotte anche da altri che io rispetto ‒ ma hanno visto la tutela dei più deboli, come patrimonio sepolto da valorizzare. Non sostengo minimamente che il Pci sia l’unica forza che parla di questo futuro. Alcune di queste nuove domande e risposte possibili, le ho apprese da altri. Le ritengo forti, perché pullulano da molte fonti. Il “nuovo” significa guardare a questi orizzonti o arretrare rispetto ad essi? Questa è la vera questione politica che sta al fondo del nostro dibattito. Mi annunciano che all’Est i partiti comunisti stanno cambiando o cambieranno nome. Ho imparato dentro questo Partito l’autonomia rispetto all’Urss. Sarebbe ridicolo che l’abbandonassi ora. Soprattutto ora che all’Est è aperta una lotta di rinnovamento e grandi masse scendono in campo per la libertà e la democrazia, e quindi non ci sono solo macerie: anche fra i comunisti.

Dalla primavera passata, mi è capitato di porre la vera, grande questione politica, aperta dal sommovimento ad Oriente: il che fare. Ho chiesto inutilmente una riunione del Comitato centrale. Non pensavo soltanto ad una analisi collettiva. Pensavo all’azione: e non solo agli “aiuti” economici verso l’Est, ma prima di tutto e soprattutto ad una grande lotta di massa, nazionale e internazionale, per il disarmo generale. Questa lotta per il disarmo, sostanzialmente, le sinistre europee non l’hanno condotta. La risposta della Europa comunitaria alla proposta di Gorbaciov è stata sinora avarissima. Dissento dal giudizio positivo da noi espresso sulla politica estera italiana. Trovo deboli le scarse parole di critica pronunciate ieri, in proposito, da Occhetto. Il governo italiano non ha proceduto nemmeno a una riduzione limitata delle spese militari. Ancora oggi si rifiuta di dire no agli F.16. E allora fra noi, e anche fra le sinistre europee dobbiamo venire ai nodi veri. Il “governo mondiale” rischia di restare una amara frase se su questi nodi non suscitiamo una azione organizzata di popoli: perché no? Anche con l’arma dello sciopero; costruendo un nuovo internazionalismo. La questione tedesca ‒ della grande Germania che sta nascendo e che ha diritto di essere unita se i tedeschi vorranno essere uniti ‒ avvelenerà l’Europa, se non si pone apertamente già da ora la questione di una forza sociale europea antagonista delle multinazionali; se non si avvia una lotta reale per il superamento dei blocchi e quindi per la smobilitazione dei grandi complessi “militari-industriali” che per quarant’anni hanno imposto al mondo la tenaglia bipolare. Altrimenti anche questa alta parola “non-violenza” resterà una nobile aspirazione etica ma non si calerà nella politica: non “riformerà” la politica. Ed è parola che esige coerenza: non si può pronunciarla e poi non criticare i socialisti francesi che difendono ancora i loro arsenali atomici. Non credo a un discorso con l’Internazionale socialista e sulla Internazionale socialista che non abbia questa coerenza.

Per questo scendere in campo di popoli, c’è bisogno non già della scomparsa del comunismo, ma di una tensione più alta verso il comunismo: come una delle grandi tendenze, ma una tendenza, un alto orizzonte per cui lavorare. La proposta che ci viene presentata non va in questa direzione, e non offre nemmeno, in cambio, un obiettivo definito riconoscibile. Per questi motivi, sono contrario ad essa. In ogni modo, le decisioni su tale punto non sono solo nelle nostre mani. Quando si tratta delle sorti del Partito e del suo nome.

Il testo (III bozza – 20.XI.89, sera, dopo aver sentito la relazione di Occhetto. Comitato centrale sul nome) è tratto dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)


Maledetta Livorno?

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Nell’occasione del suo centenario la “scissione di Livorno” è stata celebrata con un ampio repertorio di deprecazioni. “Dannazione” (Ezio Mauro) – coazione a dividersi da parte della sinistra proprio “nel momento del massimo pericolo” -. “Sciagura” – “sciagura per la democrazia” (Adriano Sofri), “sciagura per la sinistra divisa”… “Catastrofe”, ovvero “l’inizio di una serie di scissioni fino ad arrivare ai numerosi piccoli partiti odierni” che costituirebbero il male oscuro di una sinistra autolesionista e per questo incapace di vincere. In ogni caso “tragedia” – il termine impiegato da Pietro Nenni nel 1926 quando scrisse che a Livorno “cominciò la tragedia del proletariato italiano” -, ancor oggi il più usato.

E in effetti di una tragedia si trattò, quel 21 gennaio del 1921 quando il paio di centinaia di delegati che, in rappresentanza di 58.783 iscritti avevano votato la “mozione Bordiga”, lasciarono il Teatro Goldoni e percorsero i 2.124 passi che, attraverso l’antico quartiere Venezia, separano il luogo in cui si svolgeva il XVII Congresso del Partito socialista italiano dal Teatro San Marco dove celebreranno il I° Congresso del Partito comunista. “Tragedia” nel senso tecnico del termine, nell’accezione greca intendo, ovvero di catena di eventi retti da un “fato”, da una propria intrinseca necessità (generalmente determinata da una colpa originaria) e ineluttabilmente destinati a un esito “catastrofico” che ne costituisce nel contempo lo scioglimento nel senso di una verità o di un elemento di giustizia (“divina”). E in effetti la “scissione di Livorno” ha esattamente questo carattere: essa appare come un atto storicamente ineluttabile e politicamente necessario. Un “sacrificio” – ogni scissione è, a ben guardare, un atto sacrificale nel quale un organismo “muore” per dare origine ad altre identità – preparato da tempo, frutto dell’accumularsi di condizioni che, oltre una certa soglia, determinano la cesura che nessun “eroe eponimo” è in grado di evitare perché maturata nel tempo sotto forma di “destino”.

E nel caso del socialismo italiano le cose stanno esattamente così: l’incompatibile coesistenza tra riformisti e rivoluzionari – chiamiamoli così, per semplicità – si era determinata da anni, almeno un decennio. Dalla guerra di Libia, all’inizio del secondo decennio del nuovo secolo e dalla fine dell’età giolittiana. Poi, in forma più drammatica, dal ’15 quando l’ossimorica formula “Né aderire né sabotare” era stata una fragile foglia di fico inventata per nascondere una divaricazione già in qualche modo terminale. Ma soprattutto con l’ottobre russo, evento che Hegel avrebbe definito “cosmico-storico”, e che infatti spaccò la storia mondiale in due, e con la Storia le storie, delle persone e degli organismi, Stati e partiti, compreso ovviamente il Partito socialista – suoi gruppi dirigenti e le sue organizzazioni di massa -, scavando un fossato invalicabile. Quando Turati e i riformisti si identificarono con Kerenskji e la sua rivoluzione moderata di febbraio mentre le masse si entusiasmavano per Lenin e per quelli che con lui preparavano la rivoluzione proletaria di ottobre, il destino di una separazione inevitabile era già scritto.

Gramsci fu testimone diretto della metamorfosi integrale che i fatti di Russia producevano nel modo di sentire e di partecipare delle masse lavoratrici, a Torino, nella città che più di ogni altra in Italia aveva visto nascere una classe operaia veramente moderna e autonoma, quando la sera del 13 agosto era stato in corso Siccardi, sotto il balcone della Camera del Lavoro, tra i 30.000 lavoratori accorsi ad ascoltare la voce dei due delegati russi dei soviet – il “compagno Goldenberg” e il “metallurgico Smirnoff” – venuti a descrivere la rivoluzione in corso, e aveva registrato le vibrazioni di quella massa che nell’ascolto delle parole prendeva forma, si trasformava in soggetto (che sviluppava, appunto, una “volontà sociale”): “Smirnoff parla in russo – racconterà sull’”Avanti” sotto il titolo Il compito della rivoluzione russa -, la sua voce sonora e vibrante è ascoltata in silenzio. La folla segue l’intonazione passionale, le inflessioni musicali che hanno anch’esse una significazione, che sono il linguaggio non articolato in periodi non comunicabili al pensiero di uno stato d’animo che si esprime per la folla come una sonata di Beethoven”. E aggiungerà: “Gli applausi che accolgono la fine del discorso sono perfettamente comprensibili: esprimono anch’essi una solidarietà sentita, una solidarietà che Romain Rolland ha studiato e spiegato quando […] immaginava l’instaurazione di un’unità sociale perfetta, il cui linguaggio universale doveva essere appunto la musica”. Quegli operai erano accorsi, dopo una giornata di lavoro duro, a quel comizio così numerosi e “caldi” anche per marcare la propria distanza da un gruppo dirigente riformista tiepido e ostile nei confronti di chi – in Russia come qui – preparava la Rivoluzione. Così come in esplicita autonomia e tacita ostilità rispetto alla linea collaborazionista riformista pochi giorni più tardi tra il 22 e il 26 agosto – sarebbero insorti con la richiesta di pane e pace in quelle che ancora Gramsci definirà sul “Grido del popolo” Le cinque giornate di Torino: “una battaglia che rimarrà memorabile nella storia del proletariato socialista internazionale” ma che la dirigenza riformista si affretterà a tacitare e occultarne la memoria in nome di quel “non sabotare” dietro cui si nascondeva un riluttante patriottismo di fondo.

Né diversamente sarebbe andata nel “biennio rosso”, nel ’19 quando allo sciame di rivolte e di pulsioni insurrezionali contro il carovita che disseminarono il primo anno del dopoguerra il Partito socialista rifiutò, sistematicamente, di offrire uno sbocco politico che non fosse il compromesso giolittiano, e soprattutto nel ’20. Nella primavera, quando alla Fiat lo “sciopero delle lancette” ( vedi Quando c’era il movimento operaio. L’esperienza torinese (volerelaluna.it) ) con cui si poneva un formidabile problema di potere in fabbrica, fu isolato e lasciato morire dal non expedit socialista e sindacale (gli operai torinesi che a gennaio si sarebbero recati a Livorno, ricordavano ancora le parole con cui segretario generale della Confederazione Generale del Lavoro Ludovico d’Aragona, riformista di stretta osservanza, era giunto a chiudere quella vertenza: ”sono venuto a seppellire il morticino”); e a settembre, quando l’ignobile gioco allo scaricabarile tra la direzione della Cgdl e quella del Psi sull’opportunità di dare al movimento dell’occupazione delle fabbriche il significato politico che aveva, finì per ridurlo a mera vertenza contrattuale, lasciando soli gli operai che le occupavano e di fatto soffocando in culla l’ultima possibilità di un reale protagonismo nazionale del mondo del lavoro.

Tutto questo peserà sull’atmosfera velenosa di Livorno. Come peseranno le vicende europee: la memoria di quanto accaduto in Germania, dove i socialisti riformisti si assunsero la responsabilità di reprimere nel sangue la possibile rivoluzione tedesca; e il ricordo dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht da parte dei protonazisti freikorps messisi al servizio del ministro socialdemocratico Noske… Il che ci dice quanto il “divorzio” dall’anima riformista del socialismo italiano fosse nei fatti, prima ancora che nelle mozioni presentate dal palco e votate dai delegati. Come si fosse sedimentata “nelle cose”, prima che nelle parole. Né sta in quella cesura il carattere tragico della vicenda (tutt’al più se ne manifesta il carattere storico). La “damnatio” che segna quel passaggio, in quell’atmosfera plumbea che solo la pioggia in una città di mare produce, sta piuttosto nei tempi che hanno scandito quel processo di separazione, che arrivava – se si può dire – troppo tardi. In buona misura “fuori tempo”. Non nella fase ascendente del moto di rivolta, quando sarebbe stata davvero indispensabile una direzione politica adeguata, ma nella sua parabola calante, quando già l’avversario ne aveva misurato indecisione e debolezza. Non nel momento di entusiasmo di massa, ma in quello della delusione.

La tragedia, in sostanza – come in quasi tutte le tragedie – sta più che negli atti compiuti negli atti mancati. Nel non aver colto il kairos, nel ’19 – quando ancora il campo della “riscossa proletaria” era in pieno fiore – e quando tutto insieme il Partito socialista si era espresso per la partecipazione all’Internazionale comunista, mettendo nell’angolo e quasi fuori la componente turatiana, ma poi si era rifiutato di far seguire alle parole le decisioni e i fatti. Forse ancora nel ’20. E poi, a Congresso già avviato, nel non aver realizzato la convergenza – tanto auspicata da Gramsci e dal Gruppo torinese – tra la componente maggioritaria di Serrati e quella intransigente di Bordiga. Il diktat del Komintern che, con i suoi 21 punti, imponeva a tutti i partiti membri, come condizione non negoziabile, di assumere il nome di partito comunista e di espellere le rispettive componenti riformiste – diktat ribadito dal rappresentante dell’Internazionale a Livorno, il bulgaro Kabacev – fece cadere la scure dalla parte sbagliata, non nel punto di giunzione a destra, con la sperata fuoriuscita dei turatiani, ma a sinistra, con la separazione dei bordighisti. E il Congresso non si concluse nell’accogliente platea del Teatro Goldoni, col canto liberatorio di una nuova maggioranza a sinistra, ma con l’orgogliosa, e triste, passeggiata dei delegati comunisti verso il disadorno stanzone del San Marco che così, crudamente, Terracini – che era con loro – descrive: “I delegati che rapidamente avevano occupato la platea, non vi trovarono sedie o panche sulle quali sedersi. E dovettero restare per ore e ore ritti, in piedi. Sul loro capo, dagli ampi squarci del tetto infradicito, venivano giù scrosci di pioggia, al riparo dei quali si aprivano gli ombrelli con uno strano vedere. […] L’intero teatro, dalle finestre prive di vetri ai palchi senza parapetti, fino ai sudici tendaggi sbrindellati che pendevano attorno al boccascena, denunciava l’uso al quale esso era destinato durante la guerra: deposito militare di materiali dell’esercito”.

Era in fondo, quella, la conclusione voluta, simmetricamente, sia da Turati che da Bordiga, che si affrettarono infatti a consolidare su fronti opposti le rispettive casematte. Non dai comunisti torinesi, in particolare da Gramsci, che infatti – dopo essere rimasto in disparte durante il Congresso, senza intervenire nel dibattito – rientrò da Livorno con un sentimento di profonda delusione. Camilla Ravera ricorderà, in un’intervista, che il suo primo commento fu “Livorno, che disastro!”. Non – evidentemente – per l’avvenuta scissione (a cui aveva lavorato, collaborando con Kabacev alla stesura del suo intervento), ma per il modo in cui si era consumata. E per il suo esito, tant’è vero che pochi mesi più tardi sintetizzerà il suo giudizio affermando che allora si era chiusa fuori dal partito comunista “la maggioranza del proletariato italiano”. E aggiungendo che “la scissione di Livorno avrebbe dovuto avvenire almeno un anno prima, perché i comunisti avessero avuto il tempo di dare alla classe operaia l’organizzazione propria dei periodo rivoluzionario nel quale vive”. Quello che emergerà sotto la direzione di Bordiga sarà invece un partito ferreamente organizzato ma chiuso, dogmatico e settario, con una rigida struttura di quadri, come forse è inevitabile dopo ogni scissione la quale per sua natura vive dell’energia negativa dell’autoreferenzialità e dell’integralismo, indisponibile alla mediazione politica e alla interazione sociale così come alla riflessione non dottrinaria sull’esistente, destinato a prolungare lo spirito di setta che l’aveva alimentato prima del distacco dalla casa madre (ne fanno fede il rifiuto ad associarsi all’iniziativa degli “arditi del popolo”, uno dei pochi esempi di resistenza efficace contro la violenza squadrista opposto da Bordiga e il conflitto aperto con Lenin stesso e la direzione dell’internazionale sul tema del “fronte unico”)… Un partito destinato a muovere i suoi primi passi con ranghi ridotti (al II Congresso, nel ’22, conterà appena 43.000 iscritti, 15.000 in meno rispetto a quelli che a Livorno ne avevano approvato la mozione) in un contesto storico e politico di brutale arretramento: alle elezioni del ’24 – quelle con la famigerata “legge Acerbo” – il PSI, che nel ’19 era risultato primo partito con più del 30% dei voti, si ridurrà a un misero 5%, mentre i riformisti di Turati, espulsi dal partito pochi giorni prima della Marcia su Roma, raccoglieranno il 5,9% e i comunisti il 3,7%, tutti insieme all’incirca un terzo rispetto a cinque anni prima.

Occorreranno alcuni anni, prima che l’egemonia di Bordiga debba cedere il passo alla ben più articolata e dinamica visione gramsciana che esattamente un quinquennio dopo Livorno, al Congresso di Lione, nel gennaio del 1926, impresse una svolta decisiva all’identità e all’elaborazione del Partito comunista italiano. Il quale dovette comunque agire non nel fuoco di un attivo processo rivoluzionario ma nel pieno di una contro-rivoluzione europea che assumeva il volto truce dei fascismi e che vedeva, sul fronte opposto, la regressione dell’esperimento sovietico nella dittatura staliniana. Un tempo di ferro, di dilemmi mortali e di scelte improbe, di cui la biografia stessa di Gramsci – la sua “persona” – reca i segni, rappresentando contemporaneamente il simbolo della “storia ufficiale” del Partito e insieme dell’”altra storia” del movimento comunista italiano. Colui che ne ha plasmato le linee-guida – della visione culturale, della pratica politica, del modello organizzativo -, e insieme l’uomo che ha dato voce all’eresia che covava sotto la cenere della sua storia.

Pochi mesi dopo la conclusione di quel Congresso celebrato in Francia per sfuggire alla persecuzione fascista, in cui egli fu eletto Segretario Generale e le cui Tesi sancivano la piena bolscevizzazione del comunismo italiano (“La trasformazione dei partiti comunisti, nei quali si raccoglie l’avanguardia della classe operaia, in partiti bolscevichi, si può considerare, nel momento presente, come il compito fondamentale dell’Internazionale comunista” recitava l’incipit del primo punto), il 14 ottobre dello stesso anno, Gramsci scriverà la celebre lettera al Comitato Centrale del Partito comunista sovietico in cui, in riferimento alla brutale lotta al vertice del partito bolscevico contro Trotzsky e Zinoviev, figurava la “fatidica” frase in cui, nel riconoscere ai comunisti russi la funzione “senza precedenti nella storia del genere umano” si aggiungeva “Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin”… Quella lettera era stata affidata a Togliatti – allora rappresentante italiano nell’esecutivo del Komintern – perché la inoltrasse a Mosca ma questi, dopo averla mostrata privatamente a Bucharin non la inoltrerà mai, “ritenendola inopportuna”, anzi in una missiva d’immediata risposta rampognerà duramente Gramsci per averla scritta: “La vostra visione di ciò che sta succedendo qui a Mosca è miope, errata in partenza… dobbiamo abituarci a tenere i nervi a posto e a farli tenere a posto ai compagni della base…”. E per parte sua si allineerà perfettamente alla linea della maggioranza che, al contrario di quanto auspicato da Gramsci, non si preoccuperà affatto di difendere, pur nel dissidio, l’unità del gruppo dirigente ma al contrario porterà alle estreme conseguenze la frattura.

Gramsci invece, arrestato pochi giorni più tardi, l’8 novembre, alle 22,15, nella sua abitazione romana, inizierà la sua terza, e ultima vita, trascorsa interamente in carcere, della quale recano testimonianza per quanto riguarda l’immenso lavoro intellettuale i celebri Quaderni dal Carcere e per la travagliata vicenda personale le Lettere: i primi summa di un paradigma storico-politico di grande autonomia e originalità; le seconde traccia di una atroce solitudine, stretto tra la ferocia dei carcerieri, che spesso gli negavano anche la carta su cui scrivere, e l’ostilità dei compagni di partito ortodossi. Entrambi – sia i Quaderni che le Lettere – sorvegliati da lontano (e da “fuori”) dall’onnipresente Togliatti che temeva l’eterodossia dell’ingovernabile compagno di partito, ma che dopo la sua morte non esiterà a usarne sistematicamente la produzione intellettuale per costruire quel “partito nuovo” che con la Resistenza e la democrazia repubblicana diventerà protagonista di primo piano della “vita nazionale”.


Il mio ricordo di Rossana Rossanda

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Quando Anna, domenica 20 settembre, mattina, mi ha telefonato per dirmi che qualcuno aveva letto la notizia sul manifesto – Rossana è morta – ho subito pensato a mia madre. La ragione più ovvia è che erano entrambe molto anziane, mia madre (scomparsa sette anni fa) 97 e Rossana 96. Erano ragazze del secolo scorso, che è il titolo bellissimo dell’autobiografia a metà di Rossana (a noi disse che stava scrivendo il seguito, diciamo dal ’68 in poi, e Anna e io commentammo tra noi: ci farà neri, a noi sessantottini e redattori del giornale). Ma immaginare persone più diverse tra loro è impossibile. Una aveva una radice mitteleuropea, era coltissima fin da giovane, tanto che Togliatti la indicò come responsabile culturale del poderoso Partito comunista, era stata partigiana e non aveva paura di fare scelte spericolate, come criticare l’invasione sovietica di Praga. L’altra era una contadina romagnola che aveva fatto la terza elementare (all’epoca usava così, i padri volevano che le figlie femmine non perdessero tempo con la scuola), anche se poi leggeva libri di nascosto la notte e ha continuato a farlo per tutta la vita, e ascoltava i miei deliri da giornalista comunista, eccetera; Elda, la mamma, era una persona molto buona e mite, di sicuro troppo vulnerabile.

E allora, perché mi è venuta in mente mia madre? Qualcuno sospetterà che considerassi Rossana una madre, a modo suo, e forse qualcosa di vero in questo c’è, così come ho considerato Luigi Pintor una sorta di padre in sostituzione del mio, defunto quando avevo 12 anni, benché nessuno dei due, io e Luigi, abbia mai anche solo accennato a qualcosa di simile, lui i figli li aveva già e lo impegnavano abbastanza, per usare un eufemismo.

Però, ecco, ho imparato moltissime cose, da questi due maestri severi e scostanti, con cui ho lavorato per vent’anni. Non solo un comunismo deviante (da Rossana, molto più vicino a Gramsci che a Stalin, per dire) e profondamente umano (da Luigi, che aveva un fiuto eccezionale per gli umori di quel che una volta si chiamava “popolo della sinistra”). Ho imparato a scrivere (non so quanto bene, non importa, parlo delle intenzioni che metto quando impugno una tastiera). Da Luigi il rigore della lingua e il tatto nell’accostarsi ai sentimenti, propri e altrui; da Rossana lo sguardo lungo e una sintassi indifferente alle forme, tanto che “passare” un suo pezzo era una gran fatica, lei badava a quel che voleva dire, e per arrivarci spalancava le forme della parola scritta.

Anna, domenica mattina, ha anche detto: con Rossana e dopo Luigi e la morte di Valentino, qualche anno fa, il cerchio si è chiuso. Non ho amato Valentino Parlato, gli volevo bene come a uno zio eccentrico, che non ti sta a sentire, aggrappato com’era al suo stile siciliano-comunista. Solo con il tempo ho capito quanto avevo imparato anche da lui: il saper vivere, non cercare di sbattere su tutti gli angoli, cioè il saper lasciar vivere. Neanche lui amava me, anche se non l’avrebbe mai ammesso, però eravamo indubbiamente parenti, in quella specie di famiglia caotica che era la redazione del manifesto, almeno fino a una certa epoca.

In una parola, siamo orfani. Ma con l’età si capisce finalmente che i morti non spariscono nelle loro tombe, anzi vivono con noi. Perciò mi rifiuto di cancellare dalla rubrica del mio telefono i numeri, e i nomi, di quelli che nel frattempo, troppo numerosi, se ne sono fisicamente andati. Come Piergiorgio, l’altro mio maestro, eminente grafico e creatore di giornali, ironico e coltissimo, che mi ha insegnato le sfumature e spinto per decenni a fare meglio quel che facevo, un titolo o un pezzo, un riassunto o un impaginato. Ricordo perfettamente dov’ero quando ho saputo che Piergiorgio, che era stato colpito da una emorragia cerebrale, aveva cessato di vivere: ero su una strada di campagna in Sardegna, mi sono fermato e con Anna abbiamo parlato a lungo di lui, di com’era prima che l’emorragia gli sconvolgesse il cervello, per cui parlava con un tono perfetto, pronunciava ogni parola con una esattezza gentile, ma diceva cose pazzoidi. E quando Anna, sua moglie, mi chiese di dire qualcosa al funerale, dentro una grande chiesa, a metà mi misi a piangere come un bambino.

È quel che mi è accaduto con tutte le persone che amavo e che sono morte. Angela e Astrit, ad esempio, morti in momenti diversi nella stessa clinica romana, quella dov’era finita la vita di Antonio Gramsci. Quand’è morto Franco, mio fratello maggiore e ormai, dopo 17 anni, minore. Quando è morto Antonello, con cui non perdevo l’occasione di litigare. Piangevo perché capivo che la perdita che subivo era tremenda, poi mi consolavo convincendomi che tutti loro sono ancora qui, sono presenti, mi rimproverano e mi accompagnano.

E adesso Rossana, che quando arrivai al manifesto era inaccessibile e severissima, o così pareva a me, finché un giorno, circa un anno dopo, io venivo da un’altra politica e da un altro giornale, sentii una mano sulla spalla, mentre trafficavo con la macchina da scrivere, e lei disse: «però, anche voi di Avanguardia operaia siete comunisti». Come una adozione. E fu anche per questo che il giorno dopo il 7 aprile del ’79, quando un gruppo di docenti e intellettuali fu rastrellato come cupola delle Brigate rosse, mi misi a disposizione di Rossana, cercando notizie, fatti, costruendo dossier ecc., perché lei, completamente sola in una Italia e una sinistra totalmente piegate alla necessità della repressione del terrorismo con qualunque mezzo, aveva deciso di tenere saldo il fondamento, la presunzione di innocenza e la contestazione dei metodi sommari con cui la gente veniva accusata e incarcerata. Un lezione di vita, direi.

Quando ebbe l’ictus che la paralizzò a metà, andammo a trovarla nella clinica svizzera in cui era ricoverata, e apparve letteralmente felice di vederci. Noi ce n’eravamo andati dal manifesto qualche anno prima per fare un periodico avventuroso che contraddiceva molte delle sue convinzioni, eravamo anti-sviluppisti, anti-statalisti e a favore della democrazia locale, badavamo più alla natura, la salute dei mari e dell’acqua, che alla produzione, in una parola era l’intero apparato di pensiero comunista novecentesco che contestavamo. Lei fu l’unica, della sua generazione e cultura, a cercare di interloquire, magari protestando, ma noi la invitammo a un seminario sullo zapatismo (i cui verbali furono poi pubblicati integralmente da uno dei maggiori quotidiani messicani, e il subcomandante Marcos, che come quelli della sua generazione si erano formati sulle proposte teoriche del manifesto e i dialoghi con Althusser, commentò affettuoso: «Ahi, Rossana…»).

Eppure dopo l’ictus, prima in Svizzera e poi nelle molte visite che Anna e io le facemmo a Parigi (poi si trasferì a Roma), lei si mostrò sempre più affettuosa, chiedeva notizie dei nipotini, del suo derelitto Paese, ci invitava a cena, e insomma sembrava quanto di più simile a una madre, o a qualcuno che badava alle persone della sua famiglia (che non eravamo solo noi, naturalmente, ma i molti che andavano a trovarla, le telefonavano, scrivevano cose su di lei e le chiedevano di scrivere…). E ha perfino letto il mio romanzo sul ’68, sussurrando poi con il filo di voce che le restava commenti favorevoli, con mia grande contentezza.

Pare si sia spenta in un soffio, il cuore ha semplicemente cessato di battere. E questa è una piccola consolazione. Eppure Rossana è qui, ho il suo numero parigino e quello romano. Prima o poi la chiamerò.


Accadde a Torino

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Accadde a Torino, più che altro. C’è Marta, figlia di Lorenzo, un padre discontinuo, in ogni senso. C’è e non c’è, è affettuoso e distante, ha avuto tre mogli, la seconda delle quali è la madre di Marta, sembra non curarsi del passato, delle tracce che lascia sugli altri, dei suoi oggetti, ha tre lauree (medicina, psicologia e filosofia) ma fa l’operaio Fiat. Poi si ammala e muore, e Marta resta sospesa: chi è, anzi era, quell’uomo che lei ha amato e detestato, che ha riempito la sua vita di un vuoto ingombrante? E perché era finito in carcere, qualche anno prima che lei nascesse, accusato di terrorismo, di far parte di Prima linea?

Così comincia il romanzo, Città sommersa (Bompiani, 2020, candidato al Premio Strega). Ossia il viaggio all’indietro nel tempo e all’interno, nei ricordi e nel senso di sé, cioè figlia, di Marta Barone. Che in principio ‒ è stata la mia impressione ‒ rilegge con fastidio, quasi, gli atti del processo per banda armata, come fiancheggiatore, da cui Lorenzo uscirà assolto: aveva solo prestato le prime cure, da medico qual era, a uno di Prima linea ferito in un assalto armato, ma lui non ne sapeva nulla, non aveva mai partecipato al gruppo e anzi nel suo girovagare nel movimento torinese dell’epoca deponeva ovunque argomenti contro la “lotta armata”. Però Marta è diffidente. E poi, gli anni Settanta.

Qualche tempo fa Gabriele Salvatores, il regista, ha compiuto settant’anni, perfetto sessantottino, e, intervistato da Repubblica, alla domanda come lui si era formato negli anni Sessanta e soprattutto Settanta (nel ’68 era giovane, solo 18 anni), lui risponde: «Si sparava per le strade». Poi cerca di correggere, aggiungendo che però la cultura ecc. e che molto si muoveva. Ma il riflesso è quello: si sparava per le strade. Noi, coetanei di Oscar Salvatores, proviamo vergogna, abbiamo cancellato, con l’aiuto incessante dei poteri della cultura e della politica, gli anni Settanta, abbiamo perso, siamo stati travolti dagli “armati”, come dice una testimone di Marta Barone, che aggiunge: «Ci hanno cancellato, sono rimasti solo gli assassini». Così che gli enormi cambiamenti nella società e nella cultura e nella scuola e nelle fabbriche, la nuova civiltà creata dal movimento di quegli anni, divorzio e aborto, sanità pubblica e gratuita per tutti, la legge Basaglia sui manicomi e infiniti eccetera, è scomparsa insieme ai suoi agenti. Cioè le persone come Lorenzo Barone.

Ma Marta, la figlia, è tenace, ha un conto da regolare con se stessa, così cerca e scava. Lorenzo era uno studente fuorisede pugliese a Roma, si trova a Valle Giulia, la “battaglia” che annunciò il ‘68, ed era al fianco di Oreste Scalzone quando i fascisti gli gettarono addosso un banco, all’università, ferendolo gravemente. Ma soprattutto andava nelle borgate miserabili di Roma a fare il doposcuola ai bambini, quando gli studenti decisero di andare verso il popolo. Lorenzo Barone è una specie di Forrest Gump, che appare in molti degli eventi storici di quel periodo, non inconsapevole, però umile.

Infatti entra in uno dei gruppi della nuova sinistra, il più integralista e per certi versi ridicolo, “Servire il popolo” (l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti), un effetto collaterale della dismisura della voglia di rovesciare tutto che dominava quell’epoca, e il partito lo spedisce a Torino, lo spinge a sposare una compagna che diventerà una sorella, una complice di vita, più che una moglie, ma lo convincerà anche a finire gli studi e laurearsi in medicina.

Marta rincorre questo filo, tra testimonianze e rari scritti del padre, come quello con cui lui spiega ad altri come sia stato «avere la testa ma non il corpo», la militanza in “Servire il popolo”, che peraltro si scioglie a metà anni Settanta.

E Lorenzo? Non si perde, anzi, partecipa a occupazioni di case, aiuta, da psicologo, le persone con difficoltà mentali, infine si fa assumere in Fiat, come operaio. Ed è come se il suo fuoco interiore non potesse spegnersi, nonostante tutto. E Marta se lo immagina seduto nel cortile di uno dei palazzoni occupati di via delle Cacce (c’era una drammatica questione della casa, per gli operai e le famiglie, e via delle Cacce è dove un vigliante privato uccise Tonino Micciché, giovane militante di Lotta continua), Lorenzo fissa il fuoco di uno dei falò che si accendevano nei cortili per spingere in là l’inverno crudo, e si chiede: io sono comunista in che senso? Medita. Infine si risponde con una semplicità emozionante: «Ho solo cercato di fare del bene».

Ma nel frattempo ‒ come dice Salvatores ‒ si comincia a sparare, i compagni di prima, specie più giovani, impugnano pistole e organizzano attentati sempre più dementi, anche se le vittime sono reali. Come questo fenomeno sia affiorato sulla superficie del movimento Marta lo racconta benissimo, senza il pregiudizio per cui tutti erano terroristi o amici dei terroristi. Anzi. Perché c’erano state le bombe fasciste e dei servizi segreti e sì, gli spari per le strade, in generale dalla polizia verso chi scendeva in piazza, da Battipaglia in poi.

Il romanzo è, come scrive lei stessa, «una nostalgia del futuro anteriore», ma è allo stesso tempo, per uno come me, un prezioso tassello di un mosaico che non esiste, quello della verità sugli anni Settanta, e che a scriverlo sia una figlia, una della generazione successiva, che fino a che non ha cominciato a scavare sapeva solo che in quegli anni «si sparava per le strade», rende questo romanzo letteralmente emozionante.


La Repubblica Ceca: un paese orfano di una promessa

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Le celebrazioni degli anniversari hanno sempre un valore simbolico, e dal trentennale degli eventi rivoluzionari del 1989 era lecito attendersi anche nella Repubblica Ceca una pletora di dibattiti, commemorazioni, concerti, mostre, incontri e quant’altro. Il tutto è puntualmente avvenuto. Ma al di là di questo rituale catartico di massa, per mantenere vivo il corso della storia occorre un avvenimento concreto. E gli avvenimenti non sono mancati a partire dalle proteste di massa contro gli affari del primo ministro Andrej Babiš. All’indomani dell’anniversario dell’89 oltre 200mila persone si sono radunate nella Spianata di Letná, a Praga chiedendo a Babiš di rassegnare le dimissioni a causa degli scandali che hanno travolto il suo gruppo Agrofert (https://volerelaluna.it/mondo/2019/07/05/praga-a-30-anni-dalla-rivoluzione-di-velluto/). Non solo, infatti, egli avrebbe truffato le casse europee per ricevere illegittimamente due milioni di euro di sovvenzioni per un resort di lusso, ma gli audit della Commissione europea hanno riscontrato varie altre irregolarità per cui il tycoon slovacco-ceco dovrà restituire quasi mezzo miliardo di corone. Ma avendo già proclamato che non restituirà nulla, saranno i contribuenti cechi a doverlo fare, probabilmente in forma di decurtazioni delle prossime sovvenzioni europee.

C’è un altro evento di questa fine anno che rappresenta esemplarmente, insieme alla strisciante privatizzazione dello Stato operata da Babiš, il tradimento degli ideali della “rivoluzione di velluto”. Poche settimane fa il server Aktualne.cz ha scoperto che la società di comunicazione C&B Reputation Management è stata pagata dalla Home Credit (finanziaria di credito al consumo, HC) per influenzare l’opinione pubblica ceca migliorando l’immagine della Cina. Ora, la HC è di proprietà del gruppo PPF (quasi 1 miliardo di utile netto) di Petr Kellner, il ceco più ricco del paese (seguito al secondo posto da Babiš) e al 73° posto nel mondo (https://volerelaluna.it/mondo/2019/11/05/praga-la-cina-era-troppo-vicina/). Kellner fa lauti affari in Cina ed è supportato dal presidente della Repubblica Zeman che della difesa senza se e senza ma del regime cinese ha fatto uno dei pilastri della sua politica anti-UE. Dei 29 milioni di clienti di HC, 16 milioni sono cinesi. I prestiti in Cina sono quasi raddoppiati tra il 2016 e il 2017 (passando da 6,7 a 13 miliardi di euro) e ammontano oggi a un ragguardevole 63% del totale. Ma c’è di più. I reporter di Aktualne.cz hanno evidenziato un’altra interessante “coincidenza”. Kellner ha iniziato la sua massiccia espansione sul mercato russo, dove prestava soldi prendendo in pegno le azioni della Gazprom, nel 2003, anno dell’elezione alla massima carica pubblica di Václav Klaus, presidente ceco fino al 2013, da sempre strenuo difensore, ai limiti del ridicolo, di Putin e della sua cricca. Non è probabilmente un caso che oggi Kellner finanzi l’Istituto Václav Klaus, il think-tank dell’ex presidente.
Così, a 30 anni dalla “rivoluzione di velluto”, i cechi scoprono di essere governati da 16 anni da presidenti fortemente voluti e foraggiati dagli interessi dell’oligarca più ricco del paese che servono attivamente gli interessi politici di potenze straniere ostili ai principi democratici dell’ordinamento internazionale. E non è tutto. Kellner si appresta ad acquistare la più importante televisione privata del paese, TV Nova, da cui gli attuali proprietari americani stanno uscendo. La cosa è preoccupante già di per sé, ma lo è ancora di più in vista delle elezioni presidenziali del 2023 che, forse, potrebbero essere anticipate per le condizioni di salute, pare precarie, di Zeman, la cui cricca non è certo disposta a cedere i privilegi e le prebende di cui gode da sei anni e si sta muovendo per garantirsi un successore. A questo fine la televisione Nova, già nota per la bassa qualità del suo servizio informativo in stile Fox news, potrebbe essere certamente molto utile.

Ma dove sta la scaturigine del reflusso inarrestabile di insoddisfazione e odio, fonte delle preferenze elettorali che tengono ben saldi al potere questi nemici della democrazia? La mia risposta è questa: in una lunga serie di grandi promesse e di relative speranze disattese. Rimanendo ancorati al XX secolo si può partire dal 1918, ovvero dalla fondazione della Repubblica, nata dalle ceneri della Grande Guerra, e dalla realizzazione del sogno di uno Stato nazionale ceco, con l’appendice slovacca (più o meno consenziente). Tempo undici anni ed ecco la Grande Crisi che distrusse i sogni di molti (non solo in Cecoslovacchia). Nove anni dopo arrivò la pugnalata del Patto di Monaco, con la cessione dei Sudeti. Il 15 marzo 1939, Hitler entrò trionfalmente a Praga istituendo il Protettorato di Boemia e Moravia mentre la Slovacchia si rendeva indipendente e filonazista. Tutto intorno infuriava la Seconda Guerra mondiale. Quindi promesse rinviate a data da destinare. Finita la guerra il paese, memore del tradimento di Francia e Gran Bretagna e incantato dalla propaganda sovietica, scelse, in un afflato panslavistico, il grande fratello russo. Ma arrivò lo stalinismo con le sue purghe e i processi politici. Un’altra promessa disattesa. Morto Stalin ne prese il posto Kruscev che, in qualche modo, iniziò il disgelo. A Praga ci credettero e presero la destalinizzazione alla lettera. Ma i cecoslovacchi si disgelarono un po’ troppo. Com’è finita lo sappiamo: circa mezzo milione di uomini degli eserciti del Patto di Varsavia (con l‘eccezione della Romania) invasero il paese nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968. E così le speranze vennero rimandate un’altra volta. Ma il regime, che non voleva o non poteva più usare i metodi della repressione stalinista, offrì un patto col demonio: voi smettete di impicciarvi di politica e in cambio noi (leggi la nomenklatura al potere) vi promettiamo i piaceri del consumismo. Funzionò per un po’, ma in realtà fu un errore fatale perché la pianificazione economica centralizzata attuata nei paesi del socialismo reale non poteva stare al passo con i consumi prodotti dal capitalismo. E quindi nulla, anche questa volta. Con il tempo apparve sempre più evidente che il regime non era in grado di mantenere la sua promessa di un radioso consumismo comunista, e così i cecoslovacchi si ritrovarono con la repressione politica senza il contentino del consumo. Arrivò l’89 e crollò tutto. Il regime mollò la presa e in fretta e furia i suoi funzionari cambiarono rapidamente il cappotto per nascondersi tra i gangli della trasformazione. Finalmente, la realizzazione della promessa sembrò a portata di mano. In uno slancio di euforia euroatlantista, il paese virò il timone e cambiò rotta tornando a guardare verso Occidente e in poco tempo entrò nella NATO (1999) e nell’Unione europea (2004).

Eppure qualcosa non funziona. Il paese conosce sì una crescita economica, culturale e politica senza precedenti, ma scopre anche la diseguaglianza economica, l’emarginazione sociale e la povertà, tutti fenomeni in precedenza sconosciuti. Nonostante la crescita economica trainata dalla locomotiva tedesca (la Cechia è, di fatto, un distretto industriale tedesco con un terzo delle esportazioni con destinazione Deutschland), quasi 900.000 persone vivono con la spada di damocle di uno o più pignoramenti per debiti (mezzo milione di persone ha più di tre pignoramenti sul capo). Aggiungendo i familiari arriviamo a 2,5 milioni: praticamente un ceco su cinque vive in condizioni di disagio economico e sofferenza sociale. Il salario minimo supera di poco i 500 euro e ci deve vivere circa mezzo milione di persone. Le tanto osannate statistiche economiche pongono il salario medio nazionale a 1.300 euro ormai (sempre più vicino ai paesi occidentali meno ricchi) ma la metà dei cechi non vi arriva. Certo, il disagio economico, l’incertezza sul futuro, la globalizzazione galoppante sul cavallo furioso dell’automazione e della robotizzazione non sono fenomeni che preoccupano solo i cechi (e infatti populismo e sovranismo sono tendenze riscontrabili in tutto il mondo). Ma probabilmente in Occidente la popolazione è ormai abituata a vedere disattese le promesse fatte dal neoliberismo, mentre a Est, forse, molti ci credono ancora: di qui la rabbia e la frustrazione.

Per i cechi ai tempi dei risorgimenti la capitale del male era Vienna, poi sostituita da Berlino. Dopo la guerra ad occupare tale ingrato ruolo è stata Mosca. Svanita quella, molti hanno sentito l’esigenza di trovarne un’altra, prontamente individuata in Bruxelles, pur di non guardare ai propri fallimenti ed errori. Che pure ci sono. Perché, in tutti questi momenti di tradimento delle speranze, i cechi non hanno fatto abbastanza per difendersi. Non hanno reagito all’invasione di Hitler, come hanno fatto in condizioni militari più difficili i polacchi. Liberamente hanno scelto l’Unione sovietica. Non si sono difesi nel 1968 (certo, sarebbe stato un bagno di sangue, ma forse avrebbe risparmiato un’attesa di altri 16 anni per veder crollare il gigante dai piedi di argilla). E oggi, diventati paese libero, invece di usufruire del potere di voto, non fanno sentire una voce costruttiva in Europa, limitandosi a chiedere sovvenzioni (come dimostrano le recenti proteste del gruppo V4 contro la proposta di decurtare i fondi europei ai paesi che non collaborano alla risoluzione della questione migratoria). Si è tornati così al punto di partenza, ovvero a quella promessa disattesa di consumo.

Il 1989 non è stato l’annunciata fine della storia ma l’inizio di una nuova grande sfida per quel calderone di idee e ideologie sociali, filosofiche, politiche e religiose chiamato Europa: la sfida di conquistare, questa volta con metodi pacifici e democratici, il suo irrequieto spazio centro-orientale che, per quarant’anni, ha assaporato l’agrodolce pozione magica della promessa laica di un paradiso in terra portata dai gelidi venti orientali. Oggi, risvegliatisi dalla sbornia neoliberista in salsa Stars and Stripes cui si erano abbandonati dopo la liberazione dal grigio giogo sovietico, questo insieme di paesi si ritrova impietrito nel dubbio se continuare a fidarsi delle ricette occidentali o gettarsi, ancora una volta, tra le zampe pelose dell’Ursus sovieticus rinunciando alle fatiche e alla complessità della democrazia liberale di stampo euroatlantico. Tutto questo sullo sfondo della dolorosa presa di coscienza, diventata sempre più palese negli ultimi anni, di far parte di un club europeo del quale, trent’anni dopo, sono ancora considerati, per varie più o meno fondate ragioni, membri di serie B. Forse è ora di riconoscere che la spaccatura creata dalla Cortina di ferro è ben lungi dall’essere risanata. Timothy Garton Ash arriva a dire che i liberali hanno commesso lo stesso errore dei comunisti: quello di ritenere che il liberalismo fosse diventato un paradigma definitivo, un sistema ideologico chiuso in grado di dare tutte le risposte necessarie. Il fatto è che la tesi ovest-europea ha una sua antitesi orientale da considerare legittima e meritevole di dignità, almeno fino a quando non si troverà una sintesi hegeliana su cui costruire una nuova Europa: un’Europa inclusiva, liberale, democratica, verde e moderna, ma anche attenta alla sua storia, identità e sensibile ai mal di pancia interni nella consapevolezza di quanto facilmente questi possano trasformarsi in pericolose crisi sistemiche.


Ancora sulla caccia ai fantasmi del Parlamento europeo

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L’Unione europea ha fatto una montagna di guai con la politica dell’austerity. Ora sappiamo che può farne di ulteriori, e persino peggiori, con la politica della memoria. La quale memoria è cosa di cui i parlamenti, i governi, gli stati e i superstati farebbero bene a non occuparsi, essendo essa un luogo proprio della soggettività, il luogo in cui gli individui, i gruppi, i popoli elaborano il proprio rapporto con la storia. Sede dunque di produzione simbolica e di conflitti simbolici, non di sistemazioni e prescrizioni istituzionali come invece pensa il parlamento di Strasburgo.

Il quale ci ha messo quattordici anni ad approvare (con 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astensioni) una «risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa», che già quando venne proposta nel lontano 2005 dal conservatore svedese Goran Lindblam il Guardian, giornale non propriamente sovversivo, commentò con il seguente titolo: «Il comunismo è morto, ma non abbastanza. Dietro una battaglia sulla storia il tentativo di provare che non c’è alternativa al nuovo capitalismo globale». Nel frattempo il comunismo non è resuscitato ma l’Unione europea a sua volta non sta tanto bene, e prova a tamponare la sua crisi di legittimazione riaprendo la caccia al solito fantasma che evidentemente continua ad aggirarsi per l’Europa, e gemellandolo d’ufficio al fantasma del nazifascismo. Che però, a differenza del primo, si è reincarnato in una vasta gamma di esperimenti autoritari sparsi per il continente: e già da qui è chiaro che qualcosa non torna.

Preceduto da 16 “visto” e 13 “considerando”, quasi una barricata di paletti burocratici a protezione dell’enormità della sparata, la risoluzione è un impasto di riscrittura del passato e di comandamenti per il futuro, dove la prima è funzionale ai secondi come sempre accade nell’uso pubblico della storia (si veda Il Parlamento europeo rovescia la verità storica). Due i cardini della vicenda europea novecentesca su cui ruota l’intero asse del testo: la seconda guerra mondiale vista come «conseguenza immediata del patto Molotov-Ribbentrop e dei suoi protocolli segreti» e l’equiparazione senza se e senza ma dei «regimi nazisti e comunisti», sotto la comune categoria del totalitarismo e sotto la comune colpa di avere commesso «omicidi di massa, genocidi e deportazioni». Da qui la centralità nella storia europea delle vittime dei due totalitarismi, e da qui la necessità, secondo il parlamento di Strasburgo , di una «cultura della memoria condivisa» contro i crimini fascisti e stalinisti, allo scopo di «promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia» provenienti oggi soprattutto da movimenti, formazioni e governi razzisti e xenofobi quando non dichiaratamente neofascisti o, chissà mai domani, neocomunisti. Seguono, a completamento, l’istituzione di due giornate di commemorazione delle vittime e degli oppositori dei regimi totalitari, l’invocazione di processi e risarcimenti (perché una dose di giustizialismo non guasta mai), la condanna della diffusione di ideologie naziste, fasciste, staliniste, razziste, antisemite e omofobiche, “l’inquietudine” per l’uso pubblico dei relativi simboli nonché per la permanenza in alcuni stati europei di monumenti commemorativi dei passati regimi – tipo quello ai caduti dell’Armata rossa vicino alla porta di Brandeburgo a Berlino: che ci fa ancora lì?

Votata quasi all’unanimità anche dai partiti della famiglia socialista europea e passata sotto silenzio nei mezzi d’informazione mainstream, la risoluzione ha scatenato una sollevazione sui social network, cui seguirà forse qualche contestazione a Strasburgo e Bruxelles da parte delle sinistre radicali. Nel mirino c’è soprattutto la disinvolta, ma tutt’altro che innocente o inconsapevole, riscrittura della storia che il parlamento europeo controfirma, legittimando una corrente revisionista che scava da almeno tre o quattro decenni nella coscienza europea e ne violenta, essa sì, la memoria.

Inaccettabile è infatti un’interpretazione decontestualizzata del pur scelleratissimo patto Molotov-Ribbentrop, che tace le pesanti reticenze delle democrazie inglese e francese di fronte alla politica espansionistica di Hitler e le loro responsabilità nel fallimento di una possibile intesa antitedesca con l’Urss. Inaccettabile, ancorché divenuta ormai di uso corrente, è l’equiparazione fra nazismo e comunismo – nonché quella sottostante fra comunismo e stalinismo –, che all’ombra di un uso estensivo e approssimativo della categoria del totalitarismo tace le differenze di sistema, ideologiche, programmatiche, sociali, politiche fra i due regimi. Inaccettabile è infine che all’esito di queste due operazioni l’Urss risulti corresponsabile dello scoppio della seconda guerra mondiale mentre ne viene cancellato il ruolo decisivo nella sua fine e nella sconfitta del nazismo, così come viene cancellato il ruolo dei partiti comunisti occidentali nella resistenza al fascismo. Svarioni da matita blu, sui quali è superfluo insistere se non per chiedersi perché e a quale fine il parlamento europeo ne faccia l’ossatura di una risoluzione ufficiale.

Come il diavolo, la risposta si annida nei dettagli e, nella fattispecie, nei “considerando” iniziali, dove meglio risaltano i destinatari, l’obiettivo polemico e il senso politico del testo. Fra i destinatari, la Polonia che più di tutti subì le conseguenze del patto Molotov-Ribbentrop, i paesi baltici che trent’anni fa, nell’estate dell’89, di quel patto celebrarono il cinquantenario commemorandone le vittime con una catena umana da Vilnius a Tallin, e più in generale i paesi dell’Europa centrale e orientale che, «alla luce della loro adesione alla Ue e alla Nato, sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi e hanno dato prova di successo nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico». L’obiettivo polemico invece è uno solo, la Russia di Putin, rea di «continuare a insabbiare i crimini del regime comunista, e a esaltare il regime totalitario sovietico», all’interno «della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica allo scopo di dividerla».

È chiaro a questo punto a che cosa servano le forzature della storia e le prescrizioni della memoria. Si tratta, quindici anni dopo l’allargamento dell’Unione europea a est, di ribadire e raddoppiare gli errori di una costruzione europea già contrassegnata ab origine dalla dannazione dell’esperimento sovietico, dalla glorificazione del binomio fra democrazia (neo)liberale e capitalismo come unico orizzonte politico possibile e pensabile, e dal “ritorno in famiglia” dei paesi dell’Europa centro-orientale condizionato all’accettazione di questi presupposti.

Questi errori erano già patenti quindici anni fa, quando la risoluzione in questione venne concepita mentre l’allargamento a est era in corso. Ma tanto più è perverso ripeterli e raddoppiarli ora che il tempo ha dimostrato quanto essi abbiano pesato nel portare l’Unione nella crisi politica ed economica in cui versa. All’origine delle attuali minacce alla democrazia che tanto sembrano preoccupare il parlamento di Strasburgo e che provengono in primo luogo dai paesi “accolti” dall’Unione europea non ci sono infatti i residui del totalitarismo sovietico ma le premesse sbagliate e le promesse mancate della democrazia neoliberale, che hanno aperto la strada alle sue contorsioni illiberali di oggi, ivi compresi i rigurgiti neofascisti, xenofobici e razzisti di fronte ai quali Strasburgo invoca “resilienza”.

Del tutto illusorio dunque è cercare di frenare queste contorsioni e il fantasma neofascista che esse riportano a galla agitando il fantasma di un comunismo di pari o superiore pericolosità. Viceversa, proprio l’equiparazione fra i due totalitarismi, che la risoluzione di Strasburgo adotta dal revisionismo storico che a sua volta ha accompagnato la costruzione europea, è una causa non secondaria della attuale deriva infelice dell’idea e della prassi democratica. Se si cancella la differenza fra i due totalitarismi, se si dimentica il contributo decisivo dell’Unione sovietica e dei partiti comunisti alla sconfitta del nazismo e del fascismo, non si capisce neanche la differenza fra la qualità delle democrazie del dopoguerra e le democrazie senza qualità del dopo ’89. Non dall’equivalenza ma dall’asimmetria fra i due totalitarismi dipende la piegatura, socialdemocratica o neoliberale quando non illiberale, che la democrazia ha preso e può prendere in Europa e in tutto l’occidente.

L’articolo è tratto da “Internazionale” del 24 settembre