La vittoria di Milei in Argentina: non solo una sconfitta politica

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Javier Milei è il nuovo Presidente dell’Argentina, avendo totalizzato nelle votazioni di domenica scorsa il 56% dei voti a fronte del 44% ottenuto dallo sfidante, il peronista Sergio Massa. Milei ha raccolto il 50,8% delle preferenze tra i lavoratori dipendenti, il 47,4% tra i pensionati, il 63,5% tra i lavoratori autonomi e il 50,95 tra i lavoratori informali. L’89,4% dei militari si è espresso a suo favore, come pure la schiacciante maggioranza dei giovani (in Argentina si vota a partire dai 16 anni). Il programma di Milei, che si definisce anarco-capitalista, postula il quasi totale azzeramento dello Stato, a fronte di un liberismo estremo che prevede la dollarizzazione, l’abolizione della Banca Centrale, la chiusura di quasi tutti i settori statali, le privatizzazioni tra cui la radiotelevisione, la compagnia di linea aerea, l’agenzia di notizie Telam, la compagnia petrolifera YPF. Non a caso i primi a congratularsi con Milei sono stati Trump, Bolsonaro e ora Matteo Salvini, compagni di strada nel cercare di trasformare il mondo in un immenso supermercato ove tutto ha un prezzo e non esiste supporto dello Stato alle fasce più deboli e più esposte, oltre alla demolizione dei tre pilastri del welfare: istruzione, sanità e pensioni (https://volerelaluna.it/mondo/2023/11/01/argentina-1983-2023/).

Il peronista Massa, attuale Ministro dell’Economia, rappresenta il vecchio sistema, quello che, in questi 40 anni di democrazia, ha portato l’Argentina, già duramente colpita dalle misure neoliberiste imposte con la forza dalla sanguinosa dittatura militare, sull’orlo dell’abisso, che adesso si manifesta sotto forma di una inflazione del 143%, con il 42% degli argentini sotto la soglia di povertà e con un debito estero spaventoso. La destra tradizionale, che si è alternata al potere con i peronisti, ha contribuito all’impoverimento e soprattutto al debito estero che sta soffocando il paese. In questo contesto ha fatto presa il discorso di Milei, avvocato eccentrico comparso sulla scena politica solo tre anni fa. Promettendo di cacciare tutti i politici, di distruggere il sistema clientelare che affligge l’Argentina e interpretando la rabbia dei cittadini che non riescono a vedere uno sbocco, una prospettiva nelle loro vite, ha rappresentato la rottura con un vecchio sistema (https://volerelaluna.it/mondo/2023/09/06/argentina-la-sorpresa-dellanarco-capitalista-javier-milei/). Insomma tutte le premesse per cercare un nuovo orizzonte, soprattutto per quella classe media, per gli autonomi e per i troppi giovani che tra indebolimento del potere d’acquisto, salari bassi, disoccupazione si arrabattano quotidianamente cercando di sopravvivere. La classe media che – come diceva Paul Krugman – è la garanzia per l’esistenza di democrazie liberali e società aperte, va scomparendo e coloro che da essa passano alla recessione vanno ad alimentare la folla dei populisti, dei rancorosi, degli eccessi digitali, cavalcati abilmente da Milei con i suoi discorsi esagerati, i vestiti e la posa da rock star, le urla senza contenuto reale. Milei ha parlato alla pancia della nazione, stufa di povertà e indebitamento. Adesso inizia la fase difficile, quella del governare il paese mantenendo le promesse elettorali.

Sul piano economico, a dicembre l’Argentina dovrà pagare una rata di 44 miliardi di dollari al FMI, La dollarizzazione, ovvero l’equivalenza tra la moneta locale (il peso) e il dollaro, necessita di fare cassa e questo è molto difficile in un paese al fallimento: da qui l’esigenza di privatizzare, con il rischio del corto circuito, ovvero un po’ di liquidità nell’immediato a fronte di uno svuotamento delle risorse. Il ragionamento di Milei è semplice: smettiamo di usare il peso, ritenuto una moneta inaffidabile (attualmente la più debole dell’America Latina) e facciamo tutte le transazioni, dagli investimenti a quelle più comuni della vita quotidiana, in dollari. Viene così meno la necessità della Banca Centrale Argentina (che non è, come dice Milei, l’origine di tutti i mali ma che, stampando a getto continuo carta moneta, ha contribuito in maniera significativa all’inflazione). I governi passati, per finanziare gli ingenti piani sociali, hanno accumulato un enorme debito pubblico, finanziato dallo stampare moneta della Banca Centrale. In questo modo l’economia è cresciuta per il finanziamento della spesa pubblica con soldi stampati appositamente e non grazie a un sistema che cresce e paga, in proporzione, sempre più tasse. La spesa pubblica ha senso ed è auspicabile ma non può essere l’unica modalità di intervento, altrimenti l’inflazione dilaga. È, appunto, quel che si è verificato Argentina. Oggi, nel paese, consumatori e industrie usano i dollari anche per i piccoli acquisti quotidiani, oltre che come risparmi, proteggendo così il loro potere di acquisto. Esiste, infatti, un cambio clandestino, definito “cambio blu”, ormai accettato con tanto di quotazione sui giornali che è il doppio di quello ufficiale. In questo contesto, la dollarizzazione fermerebbe l’aumento dei prezzi, essendo il dollaro una moneta stabile, e renderebbe ufficiale una moneta spesso ottenuta in modo clandestino, ma questa ricetta, applicata da Menem, ha portato alla gravissima crisi del 2000-2001 con tanto di default. Il fatto è che la dollarizzazione richiede una quantità di dollari che le casse vuote argentine non possiedono. Abolire la Banca Centrale, inoltre, priverebbe lo Stato della possibilità di usare in maniera corretta la politica monetaria per stabilizzare, al bisogno, l’economia. E, poi, si rinforzerebbe la dipendenza tossica dagli Stati Uniti.

Milei sa bene che le promesse elettorali sono un conto e la realtà un altro e che le sue promesse di “far tornare grande l’Argentina” – come negli anni ’40 quando era tra i cinque paesi più ricchi al mondo – non sono credibili. Per questo si sta cominciando a verificare un cambio graduale di rotta. Già rispetto al voto di ottobre i toni si sono ammorbiditi, probabilmente per l’intervento di Macri, presidente due mandati or sono, uomo d’affari con il mantra della privatizzazione, che sembra il burattinaio della situazione, anche grazie a una posizione ambigua nella fase elettorale, nella quale non ha appoggiato, pur non sconfessandola, la sua compagna di partito Patricia Bullrich (che nel primo turno è giunta terza, venendo eliminata dal ballottaggio), mentre ha sempre dichiarato simpatia e vicinanza con Milei, pur non appoggiandolo esplicitamente. C’è stato un parziale dietrofront sulla privatizzazione di sanità e istruzione, ma è mantenuta la promessa di un piano di riduzione degli ammortizzatori sociali.

A livello planetario la strategia delle destre è un atteggiamento populista contro la casta, accompagnato dalla promessa di cambiamenti epocali (in Italia Meloni docet) che si infrange davanti alla realtà e ai compromessi (vedi, per esempio, la tassazione delle banche in Italia poi sfumata nel nulla a fronte di profitti incredibili). Conseguentemente l’unico progetto che può essere tenuto fermo è quello sicuritario, con la criminalizzazione del dissenso (si veda, ancora in Italia, la repressione metodica del movimento No Tav e di realtà affini). La ricetta argentina è ancora più radicale: la vice presidente, Victoria Villaruel, è familiare di militari coinvolti nella dittatura del 1976/83, ha fondato un’associazione per difendere i militari imputati nei processi iniziati nel 2006 ed è una negazionista. La sua teoria riprende quella dei due demoni, secondo cui in Argentina c’è stata una guerra iniziata da guerriglieri terroristi, in cui lo Stato ha giustamente reagito: talvolta ha esagerato, ma questo è comprensibile in uno stato di guerra. Per di più, Milei ha firmato la Carta di Madrid, un documento proposto dalla destra spagnola di Vox che propone di frenare l’espansione del comunismo in Sud America (dove le sinistre hanno vinto in Colombia con Petro e in Cile con Boric, oltre ai consolidati Cuba e Venezuela). In diverse città argentine targhe commemorative di desaparecidos sono state imbrattate e distrutte, mentre le Abuelas e le Madres de Plaza de Mayo sono dileggiate e insultate. Nemmeno Papa Francesco è stato risparmiato: Milei lo ha accusato di essere un “comunista di merda” che propone cose criminali come i sussidi e gli aiuti alle persone fragili. Florencia, un’attivista argentina, mi racconta che nel quartiere di San Telmo, a Buenos Aires, dai balconi delle case gridavano «Negros (termine spregiativo per indicare i poveri, gli indigeni etc., ndr) de mierda, se le viene la purga!». In questa situazione, alcuni esuli argentini in Italia da molti anni, già imprigionati e torturati durante la dittatura, mi dicono di avere paura a tornare in patria per il consueto viaggio a incontrare i parenti.

Che fare? Taty Almeida, madre de Plaza de Mayo, Linea Fundadora, mi ha inviato un vocale in cui dice «ci hanno sconfitti, ma non ci hanno vinti», proponendo a 93 anni la luce della resistenza. Raul Zibechi, giornalista uruguayano, rilancia, dicendo che finalmente i movimenti sociali potranno incanalarsi verso una resistenza organizzata, non più imbrigliata dal governo amico e da sussidi, cariche politiche e quant’altro. È una nota di speranza che voglio rilanciare. E invito alla lettura dell’analisi di Miguel Mazzeo, scrittore, professore alla Uba (università di Buenos Aires) e attivista movimentista (Resumen latinoamericano, 19 novembre 2023). Mazzeo ci ricorda che è mancata la rappresentanza politica del precariato. Così i poveri, i settori impoveriti delle classi medie, le generazioni del 21° secolo hanno preso a calci un mondo che gli nega ogni orizzonte, vendicandosi delle generazioni del 20° secolo che hanno costruito questa realtà di povertà, inflazione, disoccupazione, clientelismo, disattenzione all’ambiente. E hanno votato per l’estrema destra, che ora si appresta a scartarli. Mazzeo sottolinea come per 40 anni in nome del “popolare” le classi dominanti al governo si sono dedicate ad attenuare le differenze e ad aumentare le diseguaglianze. Da 50 anni si sta formando una società argentina a misura di mercato, deteriorando gli immaginari egualitari, creando un apparato politico dedicato a metabolizzare le frustrazioni sociali e non a sradicarle. E il voto per l’estrema destra esprime «lo stato d’animo di un mondo senza cuore», la rappresentazione di una rabbia.

È tempo di concludere. Milei non ha la maggioranza in Parlamento, avendo il suo partito LLA (La libertà avanza) 38 seggi su 257, a fronte dei 108 dei peronisti e dei 93 della destra tradizionale (che, peraltro, lo ha appoggiato in toto al ballottaggio). Il 10 dicembre assumerà la presidenza e i giochi inizieranno.