Lezioni dall’Abruzzo

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Allucinazioni

Se ha un minimo di esperienza alle spalle, chi partecipa a una campagna elettorale è di solito in grado di tradurre gli input ricevuti dai segmenti di elettorato con i quali viene in contatto in una sensazione più o meno indicativa di quale sia “l’aria che tira”. Col tempo si impara a cogliere i segnali che giungono dalle cerchie più strette di amici e compagni, colleghi e conoscenti fino ad arrivare – passando per cerchie via via più larghe – a chi si incontra nelle piazze, nei mercati, nei luoghi di aggregazione; si impara a valutare la riuscita delle iniziative pubbliche che si organizzano o a cui si partecipa, a riconoscere gli umori e a misurare il grado motivazionale della platea; si impara persino a carpire lo stato d’animo dell’elettorato del campo avverso. Tutto questo dovrebbe aiutare – e di solito aiuta – ad avere un riscontro sull’efficacia della mobilitazione che si sta mettendo in campo, sull’adeguatezza delle parole d’ordine attorno alle quali si sta cercando di raccogliere consenso, sulla credibilità e spendibilità dei candidati per i quali si sta chiedendo di votare e, in ultima istanza, su quale sia l’obiettivo che realisticamente ti puoi prefiggere: vincere o limitare le perdite.

Chi scrive si è lasciato convintamente coinvolgere, seppure con un ruolo a dir poco marginale, nella campagna elettorale del Patto per l’Abruzzo di Luciano D’Amico e, dalla notte di domenica scorsa, si sta arrovellando attorno a una domanda: «Alla luce del risultato finale, come è stato possibile che tutti – anche chi oggi giura di no – pensassimo che la vittoria fosse un obiettivo realistico?». Beninteso, che la destra in Abruzzo fosse forte e favorita per la vittoria è stato chiaro a tutti dal primo all’ultimo momento. La campagna elettorale, però, soprattutto dopo l’esito delle elezioni sarde, sembrava effettivamente essere riuscita a riattivare energie che erano sopite. Inoltre il malgoverno della destra offriva alla campagna del centrosinistra buoni e validi argomenti che l’elettorato sembrava recepire con favore. Peraltro il candidato presidente scelto dalla coalizione progressista suscitava per lo più sentimenti di stima e fiducia, a differenza del presidente uscente e di coloro i quali lo circondano. Infine l’impegno generoso di Elly Schlein e Giuseppe Conte, che hanno girato la regione in lungo e in largo incontrando un’accoglienza spesso sorprendente, sembrava aver rimobilitato una considerevole quantità di militanti e simpatizzanti. Insomma, nessuno credeva che fosse facile vincere, soprattutto perché c’era una diffusa consapevolezza di quanto fosse forte e radicato il sistema di potere costruito dalla destra, in particolare in certe zone della regione; ma tutti, compresi militanti e dirigenti con esperienza pluridecennale, erano certi che il margine con cui si sarebbe potuto vincere o perdere sarebbe stato sottile e che la “partita” – come si diceva – fosse tornata aperta e contendibile grazie a un trend positivo di voto d’opinione, che poteva mettere in discussione un esito che fino a poco prima sembrava scontato. Se si guarda al risultato finale complessivo, allo scarto del 7% (42.912 voti) tra la coalizione di destra e quella di centrosinistra, sembrerebbe di essere stati vittime di un’allucinazione collettiva.

Le città

Per trarre conclusioni politiche utili dal risultato, però, i numeri vanno opportunamente interrogati. È un luogo comune molto ben fondato su dati concreti e assolutamente radicato nella consapevolezza di tutti gli abruzzesi che in Abruzzo convivano due regioni in una: la costa e l’entroterra montano. Se l’approccio analitico ai risultati elettorali tiene conto di questa realtà, emerge immediatamente quanto diversi si presentino i numeri rispetto al mero dato finale su base regionale.

Il dato aggregato delle province di Teramo, Pescara e Chieti, infatti, vede il distacco tra le due coalizioni ridursi a 2,15 punti percentuali (10.009 voti) con il centrosinistra addirittura vincente, seppure di poche centinaia di voti (0,36%), nella provincia di Teramo. Si tratta delle tre province più popolose (insieme costituiscono il 77,74% dell’elettorato della Regione) e con una maggiore incidenza di città medie o medio-grandi, almeno per gli standard di una Regione vasta ma poco popolosa come è l’Abruzzo. In queste tre province, la cui popolazione complessiva è divisa in un totale di 197 comuni, ciascuno dei quali conta, mediamente, 4.767 elettori aventi diritto, sono dieci le città con una popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Seguendo questa traccia, si vede come, nonostante risulti sconfitto nel risultato aggregato delle tre province, D’Amico batta il centrodestra nella maggior parte dei comuni più popolosi: Pescara, Teramo, Giulianova, Roseto degli Abruzzi, Vasto e Lanciano. Tra i comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti delle tre province costiere, il centrodestra vince di stretta o strettissima misura a Chieti (tra i quattro capoluoghi, quello con la più consolidata tradizione conservatrice), Francavilla al mare e Ortona, mentre si afferma in maniera netta solo a Montesilvano. Il dato aggregato di queste dieci città vede comunque la coalizione di Luciano D’Amico in vantaggio sulla coalizione di Marco Marsilio di 3.516 voti, pari all’1,7% dei voti validamente espressi. L’elettorato aggregato delle dieci città prese in considerazione rappresenta il 42,2% totale degli aventi diritto al voto delle tre province che affacciano sull’Adriatico. Però, se al dato delle città si aggiunge quello dei comuni con popolazione inferiore ai 20.000 abitanti, dove vive il restante 58,8% dell’elettorato delle tre province, il vantaggio di 3.516 voti in favore del centrosinistra si capovolge in uno svantaggio di 10.009 voti. Significa che, nelle stesse tre province costiere, mentre nelle città il centrosinistra maturava un vantaggio dell’1,7%, nei centri meno popolosi la destra vinceva complessivamente con uno scarto del 5,2% (13.525 voti).

La voragine

Per vedere il fenomeno nella sua dimensione più eloquente, è necessario spostare lo sguardo verso la provincia che fin qui non è entrata nell’analisi, quella che ha come capoluogo la città dell’Aquila. Tra le quattro province dell’Abruzzo, quella aquilana è la più estesa e la meno popolosa, l’unica che non affaccia sul mare ma insiste tutta sulla dorsale appenninica. Pur essendo la meno popolosa, conta il maggior numero di comuni (108 contro i 104 della provincia di Chieti, quella più popolosa; oltre un terzo dei 305 comuni totali che costituiscono la regione), con una media di 2.490 abitanti ciascuno (contro i 5.821, i 6.235 e i 3.642 rispettivamente delle province di Teramo, Pescara e Chieti). Solo tre, di questi 108 comuni, hanno una popolazione superiore ai 20.000 abitanti: L’Aquila, Avezzano e Sulmona.

La città capoluogo ha alle spalle il quindicennio della ricostruzione seguita al tragico terremoto del 6 aprile 2009, che ha stravolto gli assetti urbanistici e sociali della città. Questo stravolgimento, insieme all’esaurimento del ciclo politico di una generazione di dirigenti che non cessa di esercitare un ruolo ingombrante nelle dinamiche del centrosinistra locale, ha prodotto, nel 2017, la clamorosa elezione di un sindaco appartenente a Fratelli d’Italia, partito che in quel momento si assestava attorno al 4% dei consensi nazionali e che mai fino ad allora aveva eletto un sindaco in una città capoluogo di regione; sindaco che nel 2022 è stato poi riconfermato al primo turno, in elezioni nelle quali fronteggiava un centrosinistra diviso in due. L’Aquila è oggi, senza dubbio, il capoluogo di provincia abruzzese nel quale la destra è più forte, strutturata e organizzata. Non a caso, nelle elezioni politiche del 2022, Giorgia Meloni ha scelto di farsi eleggere proprio nel collegio uninominale dell’Aquila.

Ciononostante, non è neanche alla città capoluogo che si deve guardare per spiegare l’enormità del distacco tra le due coalizioni a livello regionale. Nella città dell’Aquila, infatti, la vittoria della destra, ancorché netta, è contenuta entro uno scarto di poco più di cinque punti percentuali, dunque inferiore a quello regionale. Un risultato che, vista la recente storia politica della città e la forza dei candidati che componevano le liste della destra, non è peggiore di quanto ci si potesse aspettare. Un risultato che, comunque, non basterebbe da solo a spiegare come sia possibile che una provincia il cui corpo elettorale rappresenta solo il 22,26% di quello regionale abbia contribuito per il 76,67% al gap che separa le due coalizioni a livello regionale. Infatti, se la distanza tra le coalizioni di Marsilio e D’Amico a livello regionale è di 42.912 voti, nella sola provincia dell’Aquila è di 32.903 voti (61,3% la destra, 38,7% il centrosinistra: un distacco di 22,6 punti!). La genesi di questo risultato, pur tenendo conto che la destra è risultata vincente nettamente anche nelle città di Avezzano e Sulmona, appare chiara se si considera il dato provinciale escludendo dal computo le tre città con popolazione superiore ai 20.000 abitanti. Nei 105 comuni della provincia dell’Aquila con popolazione inferiore ai 20.000 abitanti, risiede appena il 12,8% degli abruzzesi aventi diritto al voto, ma in questi comuni è maturato un distacco tra le due coalizioni di 23.949 voti, pari al 55,8% di tutto il gap regionale.

Aggregando i risultati elettorali trasversalmente a tutte e quattro province, si vede come, nel totale dei tredici comuni abruzzesi con popolazione superiore ai 20.000 abitanti (nei quali risiede il 42,26% degli elettori), il vantaggio della destra si riduca ad appena 5.438 voti, cioè allo 0,9%. Allo stesso tempo, però, nei comuni più piccoli, dove risiede il restante 57,74% degli aventi diritto al voto, il vantaggio accumulato dalla destra è di 37.474 voti, cioè dell’11,1%: uno scarto superiore di oltre dodici volte rispetto a quello registrato nell’aggregato dei comuni più grandi.

Una grande questione politica

La vittoria soverchiante della destra in provincia dell’Aquila, che determina la grandissima parte della vittoria della destra a livello regionale, offre dunque solo una lente di ingrandimento che, sì, consente di vedere meglio i contorni del dato complessivo, ma lo fa mettendo in evidenza un fenomeno che riguarda, con proporzioni diverse, anche le altre tre province: la vera e propria voragine di consensi che rappresentano, per il campo democratico e progressista, le aree interne e i centri meno popolosi.

Ovviamente non si tratta di un fenomeno inedito né solo recente. La tendenza delle aree non urbanizzate ad assumere orientamenti politici conservatori quando non reazionari è caratteristica di molte fasi della modernizzazione europea ed è oggi un elemento strutturale e ampiamente dibattuto dei comportamenti elettorali in Europa e negli Stati Uniti, che si è manifestato anche nelle recentissime elezioni in Sardegna, dove il risultato finale è stato diverso soprattutto grazie al sistema del voto disgiunto, non previsto dalla legge elettorale abruzzese. Ciò non toglie che l’enormità con cui tale tendenza si è manifestata nelle elezioni abruzzesi debba richiamare l’attenzione su di essa e sulla necessità di affrontarla come un problema politico di portata generale, considerando che il 51% della popolazione italiana vive in comuni con popolazione inferiore ai 20.000 abitanti e il 17% in comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti.

Chi scommetteva su un trend positivo nel voto d’opinione ne sovrastimava l’impatto, ma non era in preda ad allucinazioni. Quel trend c’era, come dimostrano i risultati ottenuti dal centrosinistra nelle città della costa, ma il voto d’opinione che si raccoglie soprattutto nelle aree urbane non basta per vincere e comunque è spesso effimero e volatile. La destrutturazione organizzativa e l’impoverimento culturale del centrosinistra hanno lasciato immensi vuoti di rappresentanza che sono stati sostituiti, a livello territoriale, da sistemi di potere deteriori e, a livello nazionale, dalla demagogia e dal marketing politico. In queste condizioni, una politica progressista, realmente capace di incidere sull’assetto dei rapporti di forza e di portare avanti in maniera duratura un progetto di modernizzazione e trasformazione della società, è pressoché impossibile.

Non ci sono scorciatoie da prendere. Ogni volta che il centrosinistra ha ottenuto vittorie elettorali ricorrendo ai surrogati clientelari di un reale insediamento politico e sociale nei territori, ha poi espresso un’azione di governo che è inevitabilmente entrata in contraddizione con la ragion d’essere di una politica progressista, gettando le basi per sconfitte successive sempre più gravi e sempre più difficili da riscattare. Allo stesso tempo, pensare di continuare a ignorare l’effettiva articolazione della società italiana al di fuori dei ceti medi urbani, che rappresentano ormai, per il centrosinistra, una vera e propria zona di comfort politica e culturale, significherebbe condannarsi all’irrilevanza e all’impossibilità di costruire un rapporto politico virtuoso e non occasionale con la società, soprattutto in certe aree del Paese. Aree che vanno conosciute e riconosciute per la loro peculiare struttura sociale e che richiedono un modo diverso di fare e organizzare la politica e il suo rapporto con la società. È un compito difficile, per le forze democratiche e progressiste, corrispondere a questa esigenza; ma è un compito non più rinviabile.

I dirigenti e i militanti del campo democratico e progressista devono evitare di lasciarsi trascinare nelle discussioni astratte e politiciste che riconducono la sconfitta abruzzese a un problema di formule coalizionali. Queste discussioni non sono utili, se non a riempire le infinite ore dei palinsesti televisivi occupate da talk show, in quanto non tengono conto del fatto che non è sul terreno del voto d’opinione che si è perso, bensì su quello del radicamento, dell’organizzazione, della capacità di costruire un insediamento sociale. Temi complessi, che richiedono analisi e azioni di lungo periodo, che non possono trovare cittadinanza nel quotidiano chiacchiericcio televisivo, ma che dovrebbero essere l’assillo di chi vuole contribuire alla costruzione di una prospettiva politica progressista vincente, per i territori e per l’Italia. Si è perso perché il campo democratico e progressista non è capace, sotto il profilo organizzativo e culturale, di costruire un rapporto politico reale con l’Italia che vive fuori dalle città o ai margini di esse e che guarda con diffidenza a fenomeni socio-culturali che percepisce estranei. Questa Italia (e questo Abruzzo) vanno guardati e compresi con lucidità, abbandonando il comodo rifugio di una retorica mistificante e, allo stesso tempo, senza concedere nulla alle tendenze reazionarie che la attraversano: sarebbe questa la scorciatoia più pericolosa e sciagurata.

I gruppi dirigenti del campo democratico e progressista in Abruzzo resistano, all’indomani di una sconfitta pesantissima, alla tentazione di aprire una nuova stagione di faide interne alla coalizione o ai partiti, che rischierebbe solo di disperdere ciò che di buono è stato seminato in questi mesi; abbiano invece il coraggio e la lungimiranza di promuovere una discussione franca, profonda e non conformista su cosa sono oggi le aree interne e i piccoli centri di cui sono costellate la regione e l’Italia, e su quali strumenti abbia a disposizione una politica progressista per reinsediarsi in questo pezzo di società. Nel farlo, renderebbero un importante servizio a tutto il centrosinistra italiano.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione e scambio, dal sito del CRS
(Centro per la Riforma dello Stato)