La scommessa necessaria della Juventus

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La migliore delle italiane è caduta sul traguardo di una semifinale del principale torneo di club europeo, a portata di gambe solo a una manciata di minuti dalla fine. Ma i rimpianti dell’Atalanta sono relativi. Se c’è una logica nel calcio il Paris Saint Germain l’ha imposta con la superiorità naturale creata dai suoi due giocatori che hanno creato vantaggi e differenze impostando le premesse per il terribile uno-due finale. I bergamaschi di Gasperini, bruciati sul traguardo, due come Neymar e ‘Mbappé non ce l’hanno, né l’improvviso ritorno di Ilicic avrebbe sparigliato le carte di una congrua differenza tecnica, oltre che di budget, di impianto societario, di aspettative e di possibilità.

Ma è paradossale che l’Atalanta abbia fatto di più e di meglio di Juventus e Napoli, fuori dal gioco delle otto.

Bianconeri peggio che mai quando le aspettative, con un Ronaldo nel motore, erano di approdare alla fatidica conquista della Champions League. Ma a quel tavolo delle grandi la Juve non è riuscita a sedersi e nel gioco al massacro della Borsa, della perdita di valore, della modesta quadratura del gioco, è stato stritolato come inevitabile capro espiatorio Maurizio Sarri. Mancante del phisique du role (pensate a quella strana cosa che mastica in bocca, quanto sia poco “stile Juve”) per aprire un ciclo bianconero. Sarri ha incassato uno scudetto che appare quasi un monotono premio dovuto ma ha fallito tutti gli altri traguardi, con una particolare gravità per il tonfo europeo, tanto più che l’accoppiamento con il Lione sembrava prodigo per un facile accesso al turno successivo dell’obiettivo principale di stagione.

Contro il Lione c’è stato quasi un solo uomo in campo: Cristiano Ronaldo, uno che a 35 anni deve essere libero di giocare dove meglio ritiene. Un gol, un rigore trasformato, una schiacciata di testa che meritava miglior fortuna. Nel tabellino e nella cronaca c’è solo il portoghese all’interno di una rosa che ha bisogno di profonde trasformazioni, anagrafiche ma anche tecniche. Non conta solo l’età di Chiellini (36), Bonucci (34), Buffon (42) ma anche la mancata escalation di giocatori di formazione come Bernardeschi (26) e Rugani (26) considerati giovani solo perché non sono mai approdati all’auspicata maturità.

Con l’eliminazione Sarri ha pagato il conto di un gioco involuto, affidato alle individualità e non a un certo sistema. E il futuro in cui si è inoltrata la Juve prevede un rischio ancora più alto. Si è soliti ripetere che «giocatori si nasce e allenatori si diventa». Ma Pirlo, che a 41 anni non ha vissuto neanche l’ABC della panchina, è stato perentoriamente insediato in un ruolo che scotta dato che, seppure vincenti, Conte, Allegri e Sarri, ne sono stati sbalzati con imprevedibile tempistica. Juve e Pirlo in tandem alla scommessa più importante. Facile affermare che se Pirlo non porterà in dote uno scudetto avrà fallito.

Ma la richiesta è anche naturale visto che la Juve riparte dalla pole position nel prossimo campionato. Infinitamente più avanti di Atalanta, Napoli, Lazio e Roma, se vogliamo avanzare nomi di semplici outsider. La Juve ha finito la stagione con il fiatone. Leggere la classifica finale del torneo in cui risulta un solo punto di vantaggio sull’Inter è esemplificativo. E proprio da questo duello si ripartirà nella prossima stagione. Pirlo versus Conte? Oggi appare un confronto sperequato per malizia, personalità, peso sull’ambiente. Ma Andrea Agnelli ha scelto un amico dei calciatori, uno fresco di spogliatoio perché evidentemente ritiene che questa predisposizione possa essere propizia per ricreare un clima e un’atmosfera che in questa stagione è apparsa labile e ondivaga in casa bianconera. Un futuro incerto, periglioso ma per certi versi affascinante, ancorché tutto da scrivere.


Il brutto spettacolo dello sport al tempo del Coronavirus

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La strana vita nell’era del Coronavirus riguarda e strania anche lo sport. Con reazioni epidermiche a volte esagerate e/o improprie.

Nel contesto europeo avvertiamo ancora una volta come la presunta solidarietà internazionale evapori quando ad essere colpita è una singola nazione, in questo caso l’Italia. Gli interessi particolari, nazionalistici, a volte campanilistici, fagocitano il grande progetto di un’Unione Europea autorevole, comprensiva e pronta all’emergenza. Le trasferte internazionali delle squadre italiane sono diventate un rompicapo risolto da provvedimenti compromissori, digeriti più che accettati dalla controparte. Come accettare le proteste turche per la partita giocata dalla Virtus Bologna basket contro il Darussafaka Istanbul con l’assurdo rilievo che l’evento era ospitato da Belgrado, luogo di possibile tifo per Markovic, Teodosic, Djordevic, rispettivamente giocatori e allenatore della squadra italiana (dimenticando il particolare che la partita era a porte chiuse: leitmotiv, per altro verso, dalle evidenti implicazioni economiche e geopolitiche)?.

Ma al suo interno il fronte italico non ha certo dato un esempio migliore.  

A cominciare dal calcio, la disciplina con più interessi economici in ballo. Qui la virulenta rivalità tra Juventus e Inter, al vertice della classifica (senza dimenticare la Lazio), in relazione allo scontro diretto, è stata acuita dal ruolo di velenoso ex di Beppe Marotta (ora amministratore delegato dell’Inter ma già dirigente della Juve). Il presidente dell’Inter Steven Zhang poi, personaggio certo non entrato nel cuore e nell’immaginario dei tifosi, ha donato 100.000 euro al Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Ospedale di Milano come contributo all’individuazione e all’isolamento del virus, ma qualche ora prima ha sparato a zero sul presidente della Lega Calcio Dal Pino con parole scomposte e in libertà: «Dal Pino sei un pagliaccio, vergogna». E Dal Pino, dopo qualche giorno di riflessione, ha deciso di quereralo. Che avranno pensato all’estero dell’immagine del calcio italiano con questa rissa da angiporto esplicitata in inglese?

Un ambiente che avrebbe bisogno di compattezza ha offerto nelle ultime ore anche la discutibile sortita del presidente della Juve, Andrea Agnelli, che ha messo in dubbio il buon diritto dell’Atalanta di disputare la Champions League per la mancanza di requisiti economici all’altezza di quelli della Roma. Come se il calcio fosse solo quello e non parlassimo della più bella espressione di gioco dell’ultimo campionato (appunto, l’Atalanta).

La contraddizione fondamentale che incontra lo sport (e soprattutto il calcio con i suoi impegni serrati) è il rispetto della programmazione. I calendari sono un insormontabile “dover essere”, prevedono un inizio e una fine e il mese di marzo (questo dell’insorgenza epidemiologica) è proprio quello in cui si decidono i tornei e ci si avvia alla disputa dei match decisivi. Così in qualche caso si può annullare l’evento spot (la maratona di Roma ad esempio), in altri casi ci confronta e si litiga, caso per caso, campionato per campionato, trasferta estera per volta.

Nelle more è stato sconvolto anche il Torneo delle Sei Nazioni di rugby: non si sa ancora quando l’Italia incasserà l’ennesima figuraccia contro l’Inghilterra perché ci si dibatte nel tentativo di trovare una data alternativa nel fitto calendario dei britannici. Anche il Motomondiale parte dimezzato e con un calendario che avrà bisogno di molti aggiustamenti in progress. Lo sport non può dare disdette, deve risponde alla sua mission, a volte anche forzosamente economica (i club di calcio sono società per azioni, complice Veltroni)! Porte chiuse, a volte socchiuse perché per la partita scudetto di Torino le varie figure professionali garantite per l’accredito all’evento alla fine hanno fatto salire il numero dei presenti a 500. E mille precauzioni per gli sportivi e i tifosi, quelli attivi e quelli passivi. Vietati autografi, selfie, strette di mano, contatti troppo ravvicinati. Nel tennis di Coppa Davis persino i raccattapalle devono rivedere il rito abituale della consegna dell’asciugamano. Ma negli sport di contatto come ci si regola considerando che qualche sportivo ha già contratto il virus, segnatamente i ciclisti?

Un mondo che cambia, limita e si adegua ma con estrema difficoltà e molte, a volte evitabili, polemiche.