Schiavitù, fragole e consolati

In Calabria i braccianti afghani e pachistani valgono meno delle cassette di fragole e, se provano a protestare, può accadere che vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi, suscitando la pena e le lacrime di un giorno. Intanto nella mitica Milano una grande società statunitense importa, per costruire il consolato del proprio paese, qualche centinaio di muratori indiani che riduce in schiavitù a due euro l’ora.

Dopo la morte di Satnam Singh. Il pasto è servito

La vicenda straziante, disumana, imperdonabile di Satnam Singh, bracciante agricolo abbandonato dal suo datore e morto dissanguato dopo un infortunio sul lavoro che gli era costato un braccio, urla vendetta: non contro un plausibile criminale, ma contro un sistema che tollera, giustifica, alimenta sfruttamento, violenza, dolore di persone invisibili e indifese, pur di consentire un piatto al costo più basso.

In morte di Satnam Singh: ribaltare le poltiche

Di fronte alla morte di un bracciante sfruttato e lasciato morire nelle campagne di Latina, non bastano le lacrime di circostanza. Bisognerebbe ripensare tutto e magari fare in mondo che i migranti restino nei loro paesi (come chiede la destra, e non solo) ma a condizione di restituirgli tutte le loro cose: le risorse naturali, il petrolio, l’oro, i diamanti, i legni pregiati, il gas, il coltan. Solo così, forse, capiremmo.