Internet. La promessa tradita

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L’intelligenza artificiale incombe. Tra entusiasmi, illusioni, paure. Spesso con una parificazione alla magia. Per lo più senza una consapevolezza, anzitutto politica, del suo potenziale ruolo sociale, della sua portata, delle modalità di un suo governo razionale. Per contribuire a colmare questa lacuna, abbiamo deciso di lanciare qualche punto, qualche goccia nel mare. I primi contributi, di Davide Lovisolo e di Norberto Patrignani, possono leggersi in https://volerelaluna.it/societa/2024/02/20/la-saga-di-sam-altman-lintelligenza-artificiale-e-la-vittoria-del-profitto/ e in https://volerelaluna.it/societa/2024/02/27/fermiamo-i-robot-killer/. (la redazione).

«Governi del mondo industriale, voi stanchi giganti di carne e acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova casa della Mente. A nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete alcuna sovranità sul luogo in cui ci riuniamo.[…] Stiamo creando un mondo in cui tutti possano entrare senza privilegi o pregiudizi dovuti alla razza, al potere economico, alla forza militare o alla posizione di nascita. Stiamo creando un mondo in cui chiunque, ovunque possa esprimere le proprie convinzioni, non importa quanto singolari, senza paura di essere costretto al silenzio o al conformismo» (John Perry Barlow, Una Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, Davos, Svizzera, 8 febbraio 1996).

Dicono che, per la Generazione Z, Internet sia sempre esistita. Invece l’abbiamo creata noi Boomer (nati negli anni ‘50). Ci ricordiamo bene com’era il mondo prima e l’entusiasmo con cui abbiamo accolto i primi vagiti della Rete e la sua crescita, in una stagione di straordinaria creatività e di grandi ideali civili. E ahimè sentiamo cocente la delusione per come è finita. Noi Boomer – ci mancherebbe altro – siamo perfettamente consapevoli dei regali che la Rete ci porta, e speriamo con tutto il cuore che, a furia di piegar proteine in modo inatteso, l’intelligenza artificiale generativa ci porti qualche magica pozione per ridarci qualche pezzettino della nostra scomparsa gioventù. Ma se ricordiamo come tutto sia partito, non possiamo evitare una delusione che non dipende solo dai nostri anni.

Ho citato la IA (Intelligenza Artificiale)? E allora, come Quentin Tarantino, cominciamo di qui, dalla fine. Abbiamo, in famiglia, comprato un nuovo frigorifero e questo, dopo il suo insediamento al posto del vecchio, ci ha chiesto, tramite la sua app così comoda per regolarne la temperatura, di essere collegato in rete. Perché? Perché il nostro frigo, oltre che far freddo, è un piccolo spazzino di dati. Li raccoglie e li manda al suo vero padrone, da qualche parte nel nostro est. Ci ha anche chiesto di essere informato sul cibo che gli mettiamo in pancia, ma qui ci siamo rifiutati. Ci è sembrato assurdo. La IA deep cook made in Cina non verrà addestrata con le nostre abitudini alimentari. Nel supermercato di beni di consumo dove ce l’hanno venduto troneggia, sul modello in esposizione, un grosso cartello: “INTELLIGENZA ARTIFICIALE”, che attira clienti che dentro di sé forse immaginano Cracco in persona sporgere loro dalla porta del freezer deliziosi manicaretti.

Perché il punto è proprio questo: la rappresentazione corretta della realtà, la consapevolezza. «Ogni tecnologia sufficientemente avanzata non si distingue dalla magia», diceva Arthur C. Clarke, grande scrittore di fantascienza. Una magia sì, ma soprattutto per i dominatori del mondo: la Rete è uno straordinario, magico fattore di concentrazione di potere e ricchezza.

Ma come siamo arrivati a parlare del mio frigo? Da un “LO” che viaggiò su cavi telefonici in rame 50 anni fa tra Stanford e Los Angeles, in California, lanciato da uno studente, Charlie Kline, e che perse per strada il “GIN” che se arrivato con il resto del messaggio avrebbe completato il ben noto prompt necessario per accedere a un computer: “LOGIN”. Il collegamento di qualche centinaio di chilometri cadde a metà del messaggio, ma l’era di Internet nacque.

A Torino, allo CSELT della Sip, e in altre decine di laboratori in giro per il mondo, si studiava per evitare che i collegamenti telefonici cadessero. Smisero, volenti o nolenti, quando arrivò la sferzata del pensiero laterale, la rivoluzione, la svolta a gomito verso la soluzione “altra”. Se il collegamento cade va benissimo che cada: si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum diceva Giulio Cesare. Cade perché gli square, come i genitori, sono privi di fantasia e creatività, ma noi si ha in testa ben altro: la rete di tutti al posto del filo del padrone. «Soyez réalistes, demandez l’impossible», scandivano poco prima gli studenti nelle piazze nel maggio di Parigi, mentre Bob Dylan in The times they are a-changin cantava «your sons and your daughters are beyond your command, your old road is rapidly agin».

C’era dietro il DARPA, lo si sapeva benissimo, ma pazienza! Furono Vinton Cerf e Robert Kahn nel 1974 con i soldi dei militari a inventarsi la trasmissione IN-sicura per definizione, il protocollo IP. Butta fuori il pacchetto e dimenticalo. Se arriva arriva, se no prima o poi, ma solo se veramente serve, il tuo computer capisce che si è perso e lo ri-trasmette con successo, grazie all’aiuto di altri computer. In cooperazione con i suoi pari. Al posto di collegamenti perfetti per dispositivi stupidi. Lavorando insieme per un fine comune. Uno vale  uno. Come nelle assemblee universitarie, tutti hanno in egual modo diritto di parola. Niente gerarchia. Non c’è chi detta legge, o poliziotti che la fanno osservare: le regole sono decise in comune e se non le osservi sei semplicemente, naturalmente out perché non sei mai entrato. Il baratto scaccia la moneta, se tu porti a destinazione i miei pacchetti io porto a destinazione i tuoi: il mutuo accordo al posto delle bollette telefoniche. È in questo modo, con un modello tecnico e organizzativo paritario e cooperativo, e con il drastico abbattimento dei costi dovuto alla tecnologia a pacchetti e allo scambio in natura, che si pavimenta l’autostrada per la comunicazione worldwide, rendendola liscia e scorrevole al di sopra dei buchi dei cavi in rame e in contrasto con la burocrazia e rigidità delle organizzazioni gerarchiche. Noi siamo la RETE, e dettiamo con il nostro successo planetario al mondo le regole e la tecnologia della nuova età dell’Acquario, noi forgiamo the Cyberspace, the new Home of Mind.

Ma noi Boomer, prigionieri  come gli abitanti della Flatlandia di Edwin A. Abbott di due sole dimensioni, ci dimenticammo della terza, quella verticale. I mattoni tra loro sono tutti uguali, ma le case con cui i mattoni sono costruite no: ci sono i tuguri e i castelli. Costruimmo strade lastricate perché la gente comunicasse liberamente, senza pensare che costruire belle strade di montagna per sviluppare l’economia dei paesi in quota in realtà li fa spopolare, perché la gente corre ad aggregarsi in città, dove trova negozi, luci e relazioni. Il livello sopra quello delle cose tutte democraticamente uguali è quello delle differenze. Delle asimmetrie, delle concentrazioni. Di ricchezza e di potere. Che nascono e si sviluppano proprio perché il  livello sotto permette l’azione anche di minime forze che fanno scivolare le cose sulla sua liscia superficie come pattinatori sul ghiaccio. Tanto più quanto più è vasto, fluido e lubrificato.

Albert-László Barabási nel suo libro Link usa una metafora illuminante per spiegare il fenomeno: una sala da ballo con il pavimento tirato a cera e nessun ostacolo nel mezzo. Su quel pavimento uno può liberamente andare dove crede e fermarsi dove gli pare. Entra il primo ballerino, vaga per un po’ e poi si ferma guardandosi intorno in attesa di compagni e della musica. Entra il secondo, e dove va? Va accanto al primo, a fare due chiacchiere. E così il terzo e il quarto etc. La gente si aggrega in gruppi invece di girellare in solitudine.

E poi – aggiungiamo noi, non Albert-László – qualcuno nota che il collante che aggrega i gruppi è fatto dai sentimenti, dalle opinioni e dagli interessi in comune. Si annota tutto, aggiunge altre informazioni sulle abitudini e sui bisogni, e commercia questi suoi appunti con chi per professione vende, e la sala  inizia ad essere inondata di messaggi pubblicitari su misura. Qualcun altro monta banchetti accanto ai gruppi per esporre e commerciare la propria mercanzia. Altri all’ingresso rispondono, dopo averlo scrutato per bene, alle domande di chi vuol sapere cosa succede dentro, facendosi pagare da quelli dei banchetti. La musica da ballo si è trasformata in refrain pubblicitari sparati a palla nella cacofonia di un enorme mercato. L’educato scambio di informazioni, le rispettose domande e le cortesi risposte dei primi ad entrare sono rimpiazzate dalle grida sguaiate dei mercanti. Come nella corsa all’oro si arricchiva chi vendeva pale e picconi, qui si arricchisce chi fa le trappole che ingabbiano la gente nei gruppi e gli endoscopi che la analizzano dentro. A dismisura, mentre sempre più gente si precipita nella sala per commerciare, per apparire e per farsi sentir dire con la menzogna dagli amici e da chi vuole il potere che ha sempre ragione. I coaguli si ingrossano sempre più, in una nebbia di innumerevoli, vaganti, minuscoli gruppetti che cercano la loro occasione di crescita. Se ci si mettesse a contarli e se ne diagrammasse le loro dimensioni, ne verrebbe fuori una curva che i matematici chiamano log-normale, la “lunga coda” di Internet: pochi, pochissimi siti con moltissimo traffico e poi giù giù, verso lo zero, molti, moltissimi siti con poche o pochissime visite. E le ricchezze e il potere seguono la stessa distribuzione, facendo esplodere le differenze nel mondo. Una innumerevole plebe di schiavi digitali che identifica gattini nelle foto per pochi spiccioli che debordano dalle mani ricolme di danaro di pochissimi e ricchissimi potenti.

Le reti auto-organizzanti, sia quelle biologiche – da quella neurale del verme Caenorhabditis Elegans a quella del Sapiens – che quelle sociali, si coagulano nei loro fluidi ambienti in pochi grandi nodi che emergono dal rumore di fondo grazie alle relazioni dinamiche che formano la loro trama. Questa è la verità profonda e universale che ci ha insegnato Internet. Noi sappiamo esattamente quando il nostro sogno è crollato. Come nelle soluzioni sovrassature, il soluto è precipitato detonato da uno shock: il Telecommunication Reform Act USA del 1996. Ha spalancato ai mercanti le porte della nostra sala da ballo e ne ha reso scivoloso il pavimento, ristabilendo in peggio i privilegi e le discriminazioni del passato. Al posto della nuova casa di tutti che noi pensavamo di costruire: we are creating a world where anyone, anywhere may express his or her beliefs, no matter how singular, without fear of being coerced into silence or conformity.

No, Internet non ci ha traditi. Siamo noi Boomer che non avevamo capito bene. C’è mancata la consapevolezza. Soprattutto quella politica, temo.