Dalla Bolognina a Bonaccini: l’abbandono del “modello emiliano”

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Il processo di fusione a freddo fra ex-democristiani ed ex-comunisti che ha portato alla nascita del PD – processo che secondo i suoi fondatori doveva portare alla nascita di una sinistra moderna e moderata – va sempre più assumendo fattezze centriste e anima democristiana. Solitamente però fra le ragioni che hanno condotto a questo viraggio verso il bianco viene colta la propensione dei politici exdiccì ad assumere cautamente, ma sempre più pervasivamente, il bastone di comando nel partito, e soprattutto nelle istituzioni. E a contaminarsi con i mondi sommersi della finanza, delle massonerie e delle mafie. Mentre le ragioni della marginalizzazione a tutti i livelli degli ex-comunisti rimangono in second’ordine. Se ne colgono gli effetti, che in epoca renziana arrivano fino alla espulsione dal partito, ma si rinuncia ad analizzare le ragioni interne che li hanno condotti a questa resa. La contemporanea discesa in campo di due esponenti del PD emiliano-romagnolo – di quello cioè che fu un luogo topico della tradizione comunista italiana – ci invita a riflettere su alcune di queste ragioni.

All’inizio fu la svolta della Bolognina che con gran clamore buttò via l’acqua sporca dei rapporti con l’URSS, e nel più assoluto silenzio si liberò del bambino, rinunciando a proseguire nella sperimentazione di quell’originale modello socialdemocratico costruito a partire dal dopoguerra che proprio nelle regioni rosse il PCI aveva faticosamente costruito a partire dal dopoguerra, per aderire sempre più apertamente a una opzione neoliberista, non molto diversa nei fatti a quella predicata e attuata poi anche dai governi di destra. La Bolognina, in questo modo, appare come in frutto di una vera e propria cecità elettiva che impedì alla direzione nazionale del PCI di cogliere il significato di ciò che pure nei propri luoghi del governo locale andava da tempo già sperimentando come socialdemocrazia realizzata, potremmo dire. E il fatto che Occhetto abbia scelto proprio Bologna, che di quell’esperienza era stata il fulcro fin dall’immediato dopoguerra, mi pare paradigmatico.

Certo, i gruppi dirigenti PCI delle regioni rosse non fecero mai gran che per segnalare al “centro” lo spessore di quell’esperienza. Non lo fecero nel primo dopoguerra, allorché tutto lo sforzo per la ricostruzione e in difesa dei ceti sociali indigenti avvenne nei fatti attraverso l’attuazione di politiche di deficit spending, in continua lotta con i prefetti, che su indicazioni del Governo centrale imponevano il pareggio del bilancio. Non lo fecero neanche dopo, allorché l’istituzione delle regioni favorì nelle regioni rosse la nascita del welfare dei servizi, contrapposto al democristiano e clientelare welfare dei sussidi. Ma le vere ragioni della adialetticità della virata occhettiana non sono in questa mancata segnalazione. A ben vedere già da tempo – almeno dal 1976, secondo le analisi degli eredi di Federico Caffè – il PCI nazionale si era mostrato sensibile ai “vincoli esterni” artatamente imposti dagli economisti più sensibili alle teorie economiche più moderate; muto di fronte a quel “divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro” voluto dai padri del neo-liberismo italiano in salsa diccì (Carli, Andreatta, Prodi etc.); e acquiescente di fronte a quel complesso di politiche neoliberiste che ben presto porteranno all’esplosione dell’indebitamento, alla conseguente dipendenza dai ricatti del potere finanziario, alla svendita dell’industria pubblica, ed infine all’ingresso a mani legate nell’euro. E non è un caso che, dopo l’infelice scontro che vide opposti Occhetto e Berlusconi, nessuno all’interno del PDS mostrò di avere un progetto autonomo per l’Italia e si ricorse a un “papa straniero”, Prodi, che in questo modo fu libero di intraprendere risolutamente la strada del neoliberismo.

Ora però, nel momento in cui finalmente gli amministratori emiliani si dimostrano capaci di guidare il PD nazionale, non ci si può soffermare sulle ragioni contingenti della mancata valorizzazione occhettiana dell’esperienza emiliano-romagnola. Che vanno cercate all’interno di una storia che comincia nell’immediato dopoguerra, e che sembra concludersi solo oggi, dopo che quell’infante, sopravvissuto all’infanticidio occhettiano, sembra definitivamente morto. È questa storia che nelle righe che seguono ci proponiamo di abbozzare.

Fin dal primo dopoguerra il processo di trasformazione della realtà emiliana, pur essendo fortemente influenzato da ciò che avviene a livello nazionale, presenta elementi di specificità che sono alla base di quello che poi sarà chiamato il “modello emiliano”. Che non è un monolito rimasto sempre uguale a se stesso, ma un’entità duttile che, nel bene e nel male, ha saputo innovarsi, in base a una serie di spinte e controspinte caratterizzate sempre dalla estrema velocità con cui si sono modificate nel tempo.

Si parte dall’alleanza fra classe operaia e ceti medi – che, non dimentichiamolo, all’inizio erano i contadini – teorizzata da Togliatti ed applicata a livello locale a partire da una capillare presenza del nuovo partito di massa in ogni angolo della società. Ma già verso la fine degli anni ’50 siamo di fronte a una prima grossa trasformazione della realtà regionale che già non è più contadina, ma industriale; che non ha più alla propria base la famiglia allargata, ma quella nucleare, inurbata nelle nuove periferie urbane che sconvolgono il volto delle città e impongono agli amministratori locali comunisti un insieme di ripensamenti. Si esce da quella controsocietà in cui i militanti, la base, le cooperative e gli sparuti intellettuali organici si erano arroccati a partire dal ’47. E, grazie anche alle possibilità offerte dal primo centrosinistra (le Regioni!), si comincia a progettare quel welfare dei servizi che, attraverso la creazione di “salario indiretto”, permetterà all’Emilia e Romagna di essere più protetta rispetto alle altre realtà industriali del Nord. A guidare questo periodo non ci sono più i vecchi quadri comunisti protagonisti delle lotte clandestine durante il ventennio, ma dirigenti più giovani, figli della Resistenza e delle lotte difensive degli anni ’50. Che ben presto, soprattutto nelle loro componente femminile, si mostrano capaci di dialogare con i giovanissimi del ’68 destinati a riempire di contenuti progressisti i comparti del welfare emiliano.

Una ulteriore rapidissima trasformazione avverrà a partire dagli anni ’70: da una parte il decentramento produttivo che, insieme all’automazione, trasforma alla radice la composizione di classe dei lavoratori. E comincia a erodere le fondamenta del blocco sociale che il PCI aveva saputo aggregare qui fin dal primo dopoguerra. Dall’altra, a livello centrale, il PCI, pur propiziando l’insieme delle riforme del centrosinistra destinate a trasformare sia il mondo del lavoro che la società, si mostra incapace, come dicevamo prima, di contrastare la nascita della svolta neoliberista. E, come diceva Barbera nel 1982, «abbandona le battaglie degli anni precedenti e preferisce rivendicare risorse finanziarie da un centro sempre più condizionato da politiche anticongiunturali anziché rivendicare l’assunzione di responsabilità autonome; e nel vuoto cadeva il monito di chi si ostinava a ripetere, soprattutto a sinistra, che non si sono mai conosciute in Occidente forme di democrazia locale che non fossero legate al prelievo di risorse tributarie». Questa rinuncia alla battaglia per una democrazia locale legata alla municipalizzazione delle risorse tributarie, combinata a quella altrettanto grave del “divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro”, risulterà esiziale poiché favorirà in tutto il Nord quelle pulsioni egoiste e separatiste fra gli operai e i lavoratori autonomi sulle quali poi pascolerà la Lega. È in questo momento che si assiste a un ulteriore cambio della classe dirigente del PCI, che ora s’incammina lungo la strada che condurrà al PD: accantonati i dirigenti e “le dirigenti” dei decenni precedenti, i nuovi politici e i nuovi amministratori spesso si limitano a gestire l’esistente e per questa strada si apparentano con i loro compagni di partito che a livello centrale sostanzialmente si arrabattano per rendere compatibili le loro posizioni con quelle della sinistra ex-DC.

Tutto ciò poi sfocia nel progetto prodiano volto alla precarizzazione del lavoro (Treu), al varo del welfare mix con relative aziendalizzazioni, tikettazioni, privatizzazioni dei servizi e dei beni comuni, ingresso acritico nell’Europa delle banche. Cose che, combinate con il varo di leggi elettorali antidemocratiche a tutti i livelli (a partire dalla Bassanini), rendono i governi centrali e le amministrazioni locali luoghi privilegiati di abbandono di ogni logica redistributiva; di smistamento delle risorse dal pubblico al privato; di trasformazione del welfare da servizio in affare. Se a questo si aggiungono i poderosi processi di delocalizzazione e finanziarizzazione dell’economia si comprende la natura dello sconquasso che tutto ciò comporta sul piano della composizione sociale. Laddove si va sempre più aggregando un nuovo blocco sociale, che con tutta evidenza sorge quasi in opposizione al vecchio blocco.

Ciò che rimane in Emilia e Romagna della vecchia tradizione comunista in quest’ultima fase è la propensione ad essere sempre i più solerti e conseguenti applicatori degli input che vengono dal centro: solo che ora tutto lo sforzo construens che fu delle prime fasi di questa storia si è trasformato in una linea destruens volta a rovesciare tenacemente ogni cosa precedentemente costruita.

Pare un segno dei tempi il fatto che ora la ex-Emilia rossa, mondata di ogni legame con la propria remota tradizione, possa finalmente aspirare con Bonaccini alla guida della politica nazionale del PD.


C’è poco da esultare in Emilia Romagna

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Si è conclusa la peggiore campagna elettorale della storia: due candidati e due coalizioni minestrone che hanno basato il loro affannato e adolescenziale strepitare non su programmi e idee, ma esclusivamente sulla paura. Una, attraverso il suo ingombrante leader (il vero competitore di Bonaccini), ha speculato sulla paura dell’immigrato e del diverso; l’altro sulla paura di Salvini, dell’odio e del ritorno del fascismo.

Un quadro davvero desolante e inquietante, non solo per le esecrabili pulsioni xenofobe leghiste. Ma ci sarà davvero da esultare per lo scampato pericolo? Basta aver allontanato lo spettro, pur opprimente, del ritorno del fascismo, anche in versione citofono, per sentirsi sollevati?

Un’analisi non superficiale del voto e dei flussi elettorali offre alcuni elementi di riflessione, cui i vincitori dovrebbero fin da subito prestare estrema attenzione:

– pur avendo recuperato in termini assoluti, il Pd, con un 34% di consensi, è oggi ancor meno autosufficiente e ha necessità di appoggiarsi a coalizioni infinite dove l’identità già sbiadita del centro-sinistra rischia di perdersi nei mille rivoli pseudo civici. Una torta sempre più ridotta e da spartire tra tanti commensali sempre più diversi tra loro;

– la Lega, con quasi il 32%, ha confermato ‒ purtroppo ‒ la tendenza su base nazionale: dunque, non ha vinto, ma nemmeno perso e gode di un consenso ormai strutturale anche nella nostra Regione;

– Bonaccini ha ricevuto un’ulteriore spinta dal voto disgiunto dell’elettorato 5 stelle e da liste di sinistra che non appartenevano alla coalizione: un provvidenziale strumento che tuttavia non rappresenta uno stabile sostegno al suo governo;

– il consenso a Bonaccini ha tenuto soprattutto nelle città, a conferma dell’accorata chiamata alle armi di un sistema di potere traballante, ma ancora ben radicato nei centri di potere cui tanti, troppi, devono aver cura delle proprie convenienze personali per potersi permettere di abbandonarlo;

– il voto è stato puntellato dalla decisiva novità delle Sardine che, nonostante il loro apparire sotto vuoto per la povertà delle proposte, hanno rigalvanizzato, seppur provvisoriamente, l’elettorato giovanile.

Elementi, come si comprende agevolmente, sufficienti a conseguire il risultato e a recuperare voti, ma non stabili e di lungo termine. Un voto esclusivamente contro, che non ha permesso di comprendere le idee e le ragioni di un candidato che, non a caso, ha nascosto il logo del partito cui appartiene dietro un volto appena tratteggiato.

Ragioni poco chiare, così come le differenze con la controparte. Infatti, appare evidente la progressiva convergenza dei due schieramenti su una visione della società e dell’economia basate sulla riduzione dei diritti, sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, del suolo, sulla svendita dei beni comuni, sul dogma della crescita e del Pil. Una visione insostenibile per il pianeta e i suoi abitanti, che porta l’Emilia Romagna a essere una delle regioni più inquinate e cementificate d’Italia e con, caso unico nel panorama nazionale, due multiservizi quotate in borsa.

Non a caso, il folle impianto Forsu di Reggio Emilia (per il trattamento della frazione organica dei rifiuti solidi urbani) è stato approvato dalla uscente giunta regionale, così come la pessima nuova legge urbanistica che non segnerà affatto un cambiamento a un trend costante e preoccupante.

Quando libertà fa rima con liberismo, il rischio è che, prima o poi, i richiami e gli appelli alla paura non bastino più. Ecco perché, dopo aver stappato il lambrusco, servirà qualcosa di più rosso e di più frizzante per convincere un’altra volta, l’ennesima, un elettorato sempre più frammentato e rassegnato al meno peggio.


Un sospiro di sollievo? L’Emilia Romagna di Bonaccini e la “secessione dei ricchi”

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Nell’entusiasmo per la vittoria, pare essersi offuscata la consapevolezza di quale sia stato, e sia, l’obiettivo strategico perseguito dall’amministrazione Bonaccini con la richiesta di autonomia regionale differenziata.

Il progetto di incrementare le competenze regionali accomuna l’Emilia Romagna, a guida Pd, alle leghiste Veneto e Lombardia. È un progetto che, a fronte della sempre più ampia diseguaglianza che lacera il territorio della Repubblica (su tutti i temi fondamentali: sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza ecc.), individua quale soluzione la “secessione dei ricchi”, come l’ha definita Gianfranco Viesti. Vale a dire, l’abbandono a se stessa della zavorra meridionale che impedirebbe ai territori più virtuosi di dispiegare appieno le proprie potenzialità: una visione non a caso emersa in molti commenti la sera delle elezioni («l’Emilia non è la Calabria», si è detto nella migliore delle ipotesi).

Al cuore delle motivazioni dei fautori del regionalismo differenziato è il tema del “residuo fiscale”. L’idea, cioè, che alcune regioni versino in imposte più di quanto ricevano in servizi pubblici e che, di conseguenza, siano “creditrici” da rimborsare. Un’idea sbagliata: logicamente e giuridicamente. È sbagliata dal punto di vista logico, perché le regioni non pagano imposte né ricevono servizi pubblici: a farlo sono le persone e, in un caso e nell’altro, a nulla rileva che siano residenti in questo o quel territorio regionale. Quel che si paga e quel che si riceve dipende dal reddito, dal patrimonio, dall’età, dallo stato di salute, dalle condizioni personali e familiari ecc.: insomma, da elementi che niente hanno a che vedere con la residenza. Attribuire alle regioni ciò che è proprio delle persone è una fallacia argomentativa insuperabile. Ed è sbagliata dal punto di vista giuridico, perché la Costituzione impone doveri di solidarietà economica, politica e sociale ai cittadini in quanto tali, e non ai veneti nei confronti dei veneti o agli emiliani nei confronti degli emiliani. Di nuovo, il territorio di residenza non assume rilievo alcuno, pena la frantumazione dell’unità nazionale a partire dal popolo che ne costituisce la base. Il principio costituzionale della progressività fiscale implica una redistribuzione della ricchezza tra concittadini, strumento attraverso cui costruire legame sociale: rattrappirla al livello dei corregionali significa sancire il prevalere dell’appartenenza regionale su quella nazionale. In questo, il sovranismo della Lega è intimamente contraddittorio.

Oltre alle questioni finanziarie, a mettere a repentaglio l’unità nazionale sono anche le rivendicazioni di merito avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Si dice solitamente che quest’ultima ha fatto un uso del regionalismo differenziato moderato rispetto alle due regioni leghiste. Un’analisi, materia per materia, delle richieste avanzate dalla Giunta Bonaccini fa dubitare che le cose stiano realmente così (cfr. i miei www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?Artid=38245 e www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?Artid=40527). Se è vero che, rispetto al Veneto e alla Lombardia, l’Emilia Romagna non si spinge a rivendicazioni eclatanti come quelle che investono la pianificazione paesaggistica, i porti e gli aeroporti, la protezione civile, le acque demaniali fluviali, lacustri e marittime, la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia, è, d’altro canto, altresì vero che gli ambiti settoriali su cui si concentra la Regione a guida Pd sono numerosi e rilevantissimi: salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

La semplice elencazione è sufficiente a comprendere in quale misura si ridurrebbe il ruolo dello Stato sul territorio di quella Regione e, di converso, in quale misura aumenterebbe il ruolo regionale. A essere coinvolte sono le leve fondamentali che il costituente ha messo a disposizione del legislatore in vista della realizzazione del cuore del disegno costituzionale: l’uguaglianza in senso sostanziale, attorno alla quale ruotano i diritti sociali. Quanto salute, scuola, lavoro, giustizia, cultura, ambiente, trasporti, enti locali ecc. incidano sulla vita delle persone è evidente a tutti, così come è evidente l’esigenza che molte di queste competenze siano gestite unitariamente. Il caso della scuola è particolarmente significativo, data la sua essenziale funzione nella “costruzione” della cittadinanza, ma altrettanto si può dire per i beni culturali e il paesaggio, che certamente non “appartengono” in via esclusiva ai luoghi in cui si trovano, per i trasporti, che non possono che essere tra loro interconnessi, o per l’ambiente, dal momento che inquinamento e riscaldamento climatico certamente non conoscono confini regionali.

Si aggiunga che, in diversi ambiti, pur evitando di avanzare rivendicazioni mediaticamente eclatanti, l’Emilia Romagna si propone di ottenere risultati comunque assai incisivi, grazie a richieste formulate in modo accorto e puntuale. È questo il caso, per esempio, del «governo unitario del sistema infrastrutturale stradale e ferroviario» regionale: formalmente imparagonabile all’acquisizione di strade e ferrovie al demanio regionale richiesta da Veneto e Lombardia, ma sostanzialmente foriero di implicazioni non così differenti per la quotidianità del trasporto regionale. Analogo il caso del personale sanitario e scolastico: senza rivendicarne il passaggio all’ordinamento giuridico regionale, l’Emilia Romagna richiede l’istituzione di appositi fondi finanziari che le consentano di integrare il personale attualmente disponibile: un modo comunque molto efficace per poter fare affidamento su un numero maggiore di medici, infermieri, insegnanti, personale tecnico-amministrativo. Tutte cose confermate nel programma presentato per le ultime elezioni.

Emerge, in definitiva, il pieno coinvolgimento dell’Emilia Romagna di Bonaccini in quella che – se realizzata – sarebbe la più incisiva trasformazione inflitta all’ordinamento costituzionale sino a questo momento. Un progetto animato da un egoismo territorialista intrinsecamente di destra e radicalmente contrario all’ideale solidarista dei costituenti. La cosa stupefacente è che lo stesso presidente emiliano pare esserne ben consapevole, come si evince dall’accusa da lui rivolta a Veneto e Lombardia di voler «minare i capisaldi dell’ordinamento costituzionale, in primis il principio perequativo – che regola i meccanismi di finanziamento delle funzioni pubbliche territoriali – e i valori solidaristici e cooperativi su cui è fondato» (www.camera.it/leg17/1079?idLegislatura=17&tipologia=indag&sottotipologia=c23_Regioni&anno=2018&mese=02&giorno=06&idCommissione=23&numero=0005&file=indice_stenografico). Come ha scritto Mario Dogliani, «si rende conto, il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, che cosa significa: “minare i capisaldi dell’ordinamento costituzionale”? Evidentemente no. Altrimenti, come potrebbe accodarsi a iniziative che egli stesso giudica mirare a quello scopo?» (http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/images/pdf/numero3_2018/dogliani.pdf).

Il punto è esattamente questo. Aver schierato una regione guidata dal Pd a favore del regionalismo differenziato ha dato una forza dirompente alle rivendicazioni leghiste del Veneto e della Lombardia, sdoganandole come un’opzione legittimamente praticabile. Sulla diseguaglianza – assieme all’ambiente il più rilevante problema politico che grava oggi sull’Italia – Bonaccini ha allineato il Pd alle posizioni dell’estrema destra. Tutto ciò, ha qualcosa a che fare con la sinistra? Davvero la sua vittoria può farci tirare un sospiro di sollievo?


Emilia Romagna: siamo proprio sicuri che abbia “vinto la sinistra”?

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È una buona notizia che l’Emilia Romagna non sia passata sotto il governo di estrema destra della Lega, e che il plebiscito mediatico costruito da Matteo Salvini non sia andato a buon fine. Ma francamente sono molto scettico, e a tratti preoccupato, per la lettura entusiastica che di questo passaggio elettorale si sta dando anche nella sinistra che da tempo ha saggiamente deciso di non vedere nei turni elettorali i generatori del futuro (ma semmai di investire in quella rete dal basso di cui fa parte anche una realtà come “Volere la luna”). Provo a spiegare perché.

Innanzitutto, mi pare che la retorica post-elettorale stia inducendo a travisare i reali contorni numerici, e con essi i moventi profondi di quello che è successo. Come ha ben scritto Marco Revelli la maggior parte del territorio dell’Emilia Romagna (e proprio la parte più povera, e in ogni senso marginale) ha votato Lega. E se si guardano i numeri assoluti, c’è ben poco da stare allegri: Bonaccini ha avuto, infatti, 1.195.742 voti e la Borgonzoni 1.014.672. Non certo ordini di grandezza così lontani (lo scarto è di 181.000 voti): anzi, abbastanza vicini da indurre a parlare di una regione spaccata quasi esattamente a metà, in cui né il mito buon governo né la pregiudiziale antifascista sembrano poi così ben in salute. A fare la piccola, ma decisiva, differenza finale è stata evidentemente l’affluenza al voto (indubbiamente favorita dal clamore mediatico suscitato dalle Sardine), che però è ben lungi dall’essere da record: attestandosi al di sotto del 70 per cento e al secondo posto negativo nella storia delle elezioni regionali emiliane. Di meno gli emiliani avevano votato solo quando elessero il Bonaccini 1 (che nel 2014 fu votato dal 49% di un’affluenza bloccata al 37,7%). Anche la retorica del popolo chiamato in massa a scongiurare la caduta della città in mano ai barbari non fa dunque i conti con la realtà di un terzo degli aventi diritto al voto che rimane tranquillamente a casa, trovando indifferenti le due soluzioni sul piatto.

È dunque abbastanza evidente che domenica scorsa non ha vinto né Bonaccini né il “buon governo” né tantomeno il Partito: ha vinto (e davvero di misura) un comprensibile voto contro. Contro Salvini, e il suo fascismo citofonico. Ma si tratta di una vittoria paradossale: la presenza di una estrema destra potenzialmente eversiva del sistema di valori costituzionale, diventa di fatto la garanzia del mantenimento al potere di quella destra (non sempre) moderata che è diventato il Pd emiliano.

A chi trovasse quest’ultima una definizione eccessivamente severa, ricordo: l’allineamento dell’Emilia Romagna di Bonaccini al progetto della “secessione dei ricchi” attuato attraverso l’autonomia differenziata, massimo obiettivo politico della Lega; una legge urbanistica mangia-suolo da palazzinari anni ’50, la peggiore d’Italia; l’opposizione di Bonaccini alla pur timidissima plastic tax del Conte bis: il segno di uno sviluppismo insostenibile, del tutto disinteressato al futuro; l’incapacità (nel migliore dei casi) di arginare una infiltrazione della ‘ndrangheta che sfigura in modo drammatico il tessuto economico e civile della regione; una sanità sempre più tagliata e privatizzata, con il consenso di Lega e Forza Italia in consiglio regionale; una politica securitaria e razzista indistinguibile da quella leghista (si legga per esempio il libro recentemente dedicato da Wolf Bukowski alla Buona educazione degli oppressi). Ora, non c’è dubbio che la Lega avrebbe potuto far peggio: in certi casi un po’ peggio, in altri molto peggio. E soprattutto non c’è dubbio che a fare le spese di questo ulteriore peggioramento sarebbero stati i più fragili.

Ma da qua a dire che “ha vinto la sinistra” ce ne corre davvero molto. Invece, il rischio è proprio questo: un ulteriore spostamento a destra dell’intero quadro politico, con le forze a sinistra del Pd che confluiscono “felicemente” in quest’ultimo. Se l’infelice presenza di LeU nel governo Conte bis (un governo, giova ricordarlo, che non riesce a modificare le leggi più “fasciste” del governo Conte Uno) è stato un anticipo di questa “soluzione finale”, l’intervista post-elettorale di Nicola Fratoianni al Manifesto ne tratteggia la road map, prospettando entusiasticamente per la sinistra politica nazionale un destino “emiliano”: e cioè un permanente e strutturale fiancheggiamento critico del Pd in nome del frontismo antileghista. Di fatto, una confluenza in nome dell’emergenza. Sarebbe l’accomodarsi permanente della sinistra politica al tavolo di potere di un centro-sinistra più che mai determinato a non cambiare alcunché di se stesso: e che nel momento in cui riesce a presentarsi come efficace baluardo contro i nuovi fascisti, non ha più nemmeno il bisogno di far finta di cambiare.

Non per caso, l’eclissi (momentanea o definitiva, ma certamente ampiamente meritata) del Movimento 5 Stelle ha immediatamente indotto il Pd e i commentatori di area a prospettare l’abbandono del progetto di legge elettorale proporzionale e l’adozione di un maggioritario ancora più sbilanciato dell’attuale. Il che equivarrebbe a smontare un altro pezzo di democrazia in nome della perpetuazione della propria rendita di potere. Una chiusura dalle conseguenze gravissime: e non solo perché potrebbe approfittarne proprio la Lega, ma per lo stravolgimento di ogni dinamica democratica. Perché nel maggioritario importa solo vincere, non essere giusti. Comandare, non rappresentare. Decidere, non includere. Ed esultando per la vittoria del “male minore” (ma proprio il male minore che ha generato alla fine il male maggiore che oggi dice di arginare) siamo già sprofondati in questa deviante logica binaria che non conosce alternative possibili.

La prima conseguenza di questa “mentalità maggioritaria” è il congedo del pensiero critico. Perché entrando nel gioco del potere si possono ottenere delle “cose” (come l’ottima gratuità del trasporto regionale per i più giovani, che la lista ER Coraggiosa ha felicemente strappato a Bonaccini), ma al prezzo di rinunciare a un’analisi critica senza sconti, che prospetti la necessità di una alternativa radicale allo stato delle cose. Ovvio: questa proposta radicale non certo è incarnata dal dato grottesco delle tre sigle più o meno comuniste che in Emilia si sono spartite pochi decimali: ma questa tragicomica inadeguatezza rende più pesante, e non già più lieve, la responsabilità di chi potrebbe costruire consenso, e sceglie di farlo per il Pd, e dunque in ultima analisi per lo stato delle cose. In questo senso è istruttivo l’entusiasmo, paternalistico e lievemente maschilista, che sta suscitando nelle roccaforti del pensiero unico di centro-sinistra l’esperienza della bella figura di Elly Schlein: gli stessi che non l’hanno mai appoggiata nelle coraggiose scelte di rottura (l’uscita dal Pd), la lodano ora perché è tornata (e, dal loro punto di vista, in condizione ancillare) all’ovile democratico, esaltandone (contro le sue stesse intenzioni) la personalità individuale (a scapito dell’impresa collettiva della sua lista), secondo i precetti del culto leaderistico che anima il maggioritario. Sono gli stessi commentatori che, se un identico 4% fosse stato conquistato fuori dalla santa alleanza Pd, ne avrebbero irriso il velleitarismo minoritario.

Quanto alle Sardine, non riesco proprio a condividere l’entusiasmo così poco analitico di molti amici. È innegabile l’anelito democratico e partecipativo con cui migliaia di cittadini ne accolgono l’invito a scendere in piazza, ma come non vedere che anche questa bella novità ha di fatto giocato a favore del mantenimento dello stato delle cose, e del sostegno acritico a un governo che tutto è tranne che di sinistra, come quello di Bonaccini? In queste ore, le Sardine della mia Toscana hanno diffuso un appello all’«unità dei progressisti» (che significa l’invito a sottomettersi a posteriori alla pessima candidatura imposta da Renzi al Pd, quella di Eugenio Giani di cui ho scritto ampiamente in questo sito) in cui si legge: «Rivendichiamo l’efficienza di una Regione che è modello di riferimento per il Paese in materia di cultura, turismo e di distretto industriale». Dove colpisce non solo il fatto che si siano ben guardate dal prendere la parola prima, per evitare questa scelta scellerata e lo facciano ora per farla digerire in nome dell’antifascismo, ma ancor più il linguaggio inconfondibilmente di destra (l’«efficienza»!), e la totale sudditanza alla propaganda di un modello radicalmente insostenibile: perché dire che Firenze è un modello in materia di turismo e cultura (!), e sostenere un programma che ha al primo punto le Grandi Opere e lo sventramento della Maremma è come dire che la permanenza delle Grandi Navi in Laguna è un traguardo ecologico. Insomma: le Sardine stanno giocando, nei fatti, come truppe irregolari di questo bruttissimo Pd, e come alfieri dell’egemonia del pensiero unico della destra da cui non si riesce ad evadere.

In conclusione, non riesco a sottrarmi in queste ore a un rovello: che scandalizzerà qualche benpensante, ma che vale forse la pena di far affiorare. Davvero dobbiamo festeggiare di fronte a una Emilia Romagna in cui un milione più spiccioli vota Bonaccini, un milione vota Salvini e un altro milione non va a votare? Se esultiamo di fronte a questo quadro francamente disastroso, è solo perché la nostra idea di democrazia è ormai così povera da ridursi esclusivamente alla dimensione del governo, e non ci accorgiamo del danno culturale e morale inflitto da questo ennesimo restringimento dello spazio critico, indotto dall’illusione ottica per la quale siccome lo “schema Bonaccini” (fermare la destra estrema con la destra moderata) ha avuto successo, allora è anche uno schema giusto. Anzi, lo schema giusto per tutto il Paese. Al contrario, non sarebbe necessario chiedersi se – su quella lunga distanza che non sembra interessare a nessun osservatore della scena politica italiana – avrebbe fatto davvero più danni un passaggio del governo dell’Emilia Romagna alla Lega (che del resto governa già – e sembriamo a questo rassegnatissimi – Lombardia, Veneto, Piemonte…), o invece se ne farà di più questa tombale legittimazione di un Pd di destra? Visto tra dieci anni, penseremo ancora che questo sia stato il male minore? E penseremo ancora che il “voto utile” lo sia veramente stato?

La domanda, insomma, è questa: se lo spostamento a destra del Pd ha creato le condizioni per un’egemonia culturale di destra che ha portato metà dei votanti emiliani a votare Lega, cosa succederà con un altro mandato di governo di quello stesso Pd? Pur di fermare Salvini, dicono ormai quasi tutti, va bene qualunque cosa: va bene anche slittare tutti insieme così tanto più a destra. Va bene anche restringere ancora lo spazio di immaginazione di un’Italia diversa. Va bene fare (quasi) le politiche di Salvini. Per parafrasare una celebre battuta su Berlusconi attribuita a Giorgio Gaber, il timore è che per fermare il “Salvini in sé”, sembriamo ormai tutti disposti a fare spazio al “Salvini in me”. Non mi pare ci sia poi molto da festeggiare.

 

Post scriptum

Ho evitato di dire queste cose in campagna elettorale: per rispetto verso coloro che lottavano comunque contro Salvini, e per non danneggiare in alcun modo lo stesso Stefano Bonaccini.
Ieri pomeriggio, due ore dopo che era stato messo online, il presidente dell’Emilia-Romagna ha deciso di reagire a questo articolo, su Twitter.
Dico reagire e non rispondere perché (adottando lo stesso uso dei social di Matteo Salvini) non ha risposto ai miei tweet in cui lanciavo il pezzo: avesse fatto così, avrebbe permesso a tutti di leggere e valutare i miei argomenti. Invece ha fatto ricorso alla retorica del capo vittorioso, solo al comando. Allegando la foto di uno schermo televisivo che lo ritrae con la mascella contratta e lo sguardo verso l’orizzonte, con una didascalia da rambo: «l’uomo che sconfisse Salvini».

Un uomo: solo. Che dimentica le centinaia di migliaia di cittadini che l’hanno votato col naso turato, temendo il peggio. E dimentica tutti coloro che hanno messo il loro volto pulito al servizio del suo, per puro spirito civico. E, infine, che ironizza sul nome di questo sito e di questa associazione: VOLERE LA LUNA. La politica vera è quella che vince e governa, il pensiero critico è per il muscolare Bonaccini un abbaiare alla luna.
Ci possono essere dubbi sull’antropologia profondamente di destra di questa visione del mondo e della politica?
TM


Miracolo a Bologna. Il giorno dopo

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Quelli che “le sardine sono solo fuffa” sono serviti. Insieme a quelli che si passavano di bocca in bocca il vecchio adagio “piazze piene, urne vuote”, come fosse la profezia del mago di Oz. O che ne scrutavano i comunicati come fossero atti notarili alla ricerca delle parole incerte o dei temi mancanti. Invece lo dobbiamo proprio a loro, alle sardine, o meglio a quelle piazze piene sorridenti e cantanti, se oggi lo scenario italiano è meno tetro, e se la democrazia costituzionale ha guadagnato un po’ di tempo. Se, cioè, il piano di destabilizzazione totale di Matto Salvini non è riuscito.
Il progetto del Capitano di questa inedita Compagnia di ventura che si muove con la logica dell’occupazione fisica dei territori per usarli come clava per la conquista dei “pieno poteri” era chiaro, e dichiarato: “dare una spallata” al sistema politico-istituzionale italiano. Innescare un effetto domino che dalla Regione-simbolo del “potere delle sinistre” infine conquistata e annessa discendesse fino alla Capitale, a Palazzo Chigi, per risalire i sacri colli fino al Quirinale, costringere alla “convocazione dei comizi del popolo” e di lì mettere in discussione l’intero assetto istituzionale. Basta leggere i titoli della vigilia sulle prime pagine dei suoi house organs, “Libero” per esempio: Matteo si mangia tutto. In padella pure le sardine. O “il Giornale”: Domenica salta tutto (il 23 gennaio) e Citofonata a Conte, due giorni dopo, per capire le intenzioni e le smodate aspettative…

Non era – vorrei essere chiaro – il progetto “della Lega”. Era il progetto di Matteo Salvini, super-personalizzato come si addice al turbo-populismo di cui si è fatto interprete, frutto di un Ego ipertrofico che l’ha portato a concentrare bulimicamente l’intera campagna elettorale sulla propria persona, il proprio corpo, il proprio bomber Moncler, la propria barba barbarica, le proprie passeggiate in borghi e quartieri, e non importa che quelle fossero elezioni amministrative, che ci fosse una candidata (valida o meno che fosse), che ci si giocasse la guida di una regione fino ad allora ben governata (con politiche non certo di sinistra radicale, anzi persino un po’ di destra: si pensi all’autonomia differenziata). Non importava tutto questo, perché quello che intendeva fare era provocare un pronunciamento su se stesso, e sulla propria legittimazione a comandare. Ha voluto un referendum su se stesso. E lo ha perso. Come accade a chi non sa controllare il proprio Io (ricordiamo l’altro Matteo, il Renzi del 4 dicembre?). Ha provato a “dare la spallata”, e si è rotto la spalla. Contro uno zoccolo duro di “cultura urbana” (nel senso di civile, educata, rispettosa). Non contro un partito politico avversario, o un “candidato forte”. E nemmeno una “coalizione”. E neppure un movimento. Ma contro un sentire profondo, uno stato d’animo condiviso da tanti (abbiamo visto: dai più) che, anche trasversalmente, comunque consideravano insopportabile che si potesse “cadere così in basso” e cedere il passo a una forma di imbarbarimento della politica quale quella incarnata da quello “stile”.
Con metafora medica, potremmo dire che ancora per questa volta il sistema immunitario di questo Paese sia pur debilitato da un lungo ciclo di delusioni e deprivazioni è comunque scattato, e ha prodotto i propri anticorpi, con un meccanismo di alto rilievo politico ma di radicata origine più profonda, pre-politica potremmo dire, o fisiologica. Per questo la società politica farebbe bene a riflettere a fondo, prima di parlare, o cantar vittoria. Perché i problemi sono ancora tutti lì, insoddisfatti e feroci. Farebbe bene il Pd, in primo luogo, che pure può ben festeggiare questa “grazia ricevuta” insieme al suo candidato vincente, ma che non può nascondersi che governerà una Regione spaccata in due (il voto ci ha rivelato due Emilie Romagne, una delle città, l’altra delle province, due territori potenzialmente stranieri l’uno rispetto all’altro). Che la Calabria è stata una Caporetto. E che i prossimi mesi sono cosparsi di mine vaganti per la maggioranza di governo, presa tra la crisi strutturale degli alleati 5 Stelle (gli Stati generali sono un’incognita da Idi di marzo mentre i responsi sulla piattaforma Rousseau hanno rivelato un’incultura politica desolante) e l’ossessività impaziente di Renzi e dei renziani, specialisti della destabilizzazione, oltre alla forma attualmente proteiforme e indecisa dello stesso partito di Zingaretti. Tre entità tutte e tre in fibrillazione – alcune in possibile crisi di nervi – chiamate a tenere in piedi un Governo “necessario” se non si vuole regalare a Salvini domani quello che ha perduto oggi.


Serpeggiano, tra le pieghe dei talk show e gli editoriali dei grandi quotidiani, cattive sensazioni e peggiori suggerimenti, tra chi si affretta a decretare ipso facto il ritorno conclamato al bi-polarismo e chi testardamente continua a spezzar lance a favore di una resipiscenza verso il sistema elettorale maggioritario, come se la rondinella emiliana annunciasse una florida primavera riformista. Diciamolo subito: una riedizione del modello bipolare, sul tipo di quello voluto da Veltroni e Berlusconi nel 2008 sarebbe letale per la sinistra e sancirebbe una schiacciante prevalenza di una destra a trazione populista-sovranista. Una legge elettorale maggioritaria, o mista sul tipo del Rosatellum, regalerebbe alla Lega, concentrata territorialmente nelle regioni più popolose, una vittoria che con un proporzionale non si sognerebbe nemmeno.
Anche da questo punto di vista, per evitare abbagli ed effetti dopanti sarebbe meglio studiarselo bene questo voto emiliano – il voto “del miracolo” – nei suoi numeri e, soprattutto, nella sua articolazione geografica, guardando non solo le cifre aggregate (che ci dicono che Bonaccini ha preso 1.195.742 voti (il 51,4%), 181.070 in più della Borgonzoni, la quale si è fermata a quota 1.014.672), ma la loro disaggregazione territoriale. Osservando, insomma, non solo le tabelle ma anche le mappe (e i loro colori: YouTrend ha fatto un ottimo lavoro). Si scoprirà allora che la vecchia, cara “Emilia rossa” non esiste più. Che ora è “bi-colore”, una striscia densa ma stretta rossa (o rosa) e una superficie più ampia (molto più ampia in estensione, anche se più rarefatta demograficamente) verde (o blu, a seconda dei casi, se si privilegia il primo partito – nel caso la Lega – o la coalizione di centrodestra).
E’ sull’asse che va lungo la via Emilia, da Bologna verso Modena e Reggio nell’Emilia (si potrebbe prolungarli fino alla costa con Ravenna passando per Cesena, Forlì e Imola): è lì che Bonaccini ha vinto, costruendo il suo surplus (132.000 voti di distacco sulla Borgonzoni nel bolognese, due terzi del differenziale generale, 40.000 nel modenese, 43.000 nel reggino). All’opposto, sui “bordi” (nel Piacentino a ovest, nel ferrarese e nelle valli di Comacchio o nella riviera romagnola a est) e soprattutto nelle “aree interne” dell’appennino verso sud e sud est (Appennino ligure, tosco-emiliano, umbro-marchigiano), ha fatto il pieno la candidata di Salvini, anzi Salvini in prima persona (chi volesse controllarsi direttamente i dati sul sito del Ministero dell’Interno clicchi qui). E’ lungo le direttrici che portano ai passi (si veda la mappa), che la landslide, la “lenzuolata” verde, si distende compatta.
Prendiamo la Via degli Abati, che nel piacentino-parmense sale verso Bobbio (dove Borgonzoni ha dato 11 punti di distacco a Bonaccini) con la sua storica Abbazia, e registriamo i risultati nei comuni che ne scandiscono le tappe: a Bardi ha fatto il 74% contro il 24%; a Borgo Val di Taro 63 contro 33; a Caminata, Nibbiano e Pecorara, aggregati nell’Alta val Tidone, 69 a 28… Oppure scendiamo verso sudest, sulla strada che porta al Passo delle Radici per scendere attraverso la Garfagnana verso Lucca: a Piandelagotti Borgonzoni supera Bonaccini di 13 punti (55% a 42%), a Civago-Villa Minozzo di 16 (56% a 40%), a Pievepelago quasi di 40 (67% a 29%). Idem per Verghereto – sul Cammino di San Francesco che attraverso il passo di Viamaggio conduce verso l’aretino e Città di Castello – Borgonzoni fa un secco 65 a 32. Sono piccoli numeri rispetto a quelli delle città capoluogo, distanze abissali in percentuale ma poche decine o poche centinaia di voti in valore assoluto. E tuttavia la miriade di puntini verdi sulla mappa, a segnare i territori del margine, offrono una panoramica cromatica inquietante. In termini di “territorio” (di “estensione territoriale”) l’Emilia Romagna è più che per metà (forse per due terzi) “caduta”.
Tutto questo ci dice che la partita è tutt’altro che chiusa. E che il turbopopulismo salviniano, fermato sulla linea di resistenza della via Emilia, resta pericoloso e aggressivo, come la Bestia che lo anima. Per ora la sana reazione di rigetto da parte degli anticorpi emiliani ci ha salvati dal peggio. Non disperdiamo tutto ciò per ottusità o suprematismo di partito.

 

E’ la versione più ampia dell’articolo pubblicato sul Manifesto col titolo La spallata mancata del turbopopulista

Segnalo anche, a integrazione di questo articolo, l’analisi della distribuzione del voto in ER che ho pubblicato sul sito di TPI (The Post International): Cara sinistra non cantare vittoria: c’ è tutto un mondo che vota ancora Salvini.