Gaza. Un crimine di massa guidato dall’intelligenza artificiale

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Nel libro Davanti al dolore degli altri, Susan Sontag ricorda che il bombardamento della città basca di Guernica ad opera dei nazisti nel 1937 (reso immortale dall’omonima opera di Picasso) indicato storicamente come avvio dei moderni bombardamenti aerei sui civili come target di guerra – che poi sarebbe continuato nella Seconda guerra mondiale, da Coventry a Dresda, da Hiroshima a Nagasaki, e in tutte le guerre successive – aveva avuto dei precedenti, non tanto nei teatri europei della Prima guerra mondiale, quanto nelle colonie europee. Soprattutto a cura degli inglesi: «Tra il 1920 e il 1924, la Royal Air Force, da poco istituita, bersagliò sistematicamente i villaggi iracheni – nel territorio che aveva ricevuto come bottino di guerra, insieme alla Palestina, dallo smembramento dell’impero ottomano sconfitto nella Grande guerra – in cui i ribelli potevano trovare rifugio con raid “portati avanti ininterrottamente, giorno e notte, su case, abitanti, raccolti e bestiame”, secondo la tattica delineata da un tenente colonnello della Raf». Ma l’opinione pubblica non inorridì, come accadde per la guerra civile spagnola, perché le stragi di civili non accadevano in Europa, non erano documentate, non morivano sotto le bombe cittadini europei, i cui governi “civili”, anzi, ne erano i carnefici (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/31/bombardamenti-un-po-di-storia/).

Mi sono tornate in mente queste pagine di denuncia sull’ipocrisia del dolore, sul doppio standard morale, sull’ineguale “dignità di lutto” – per dirla con un’altra autrice statunitense, ed ebrea come Sontag, Judith Butler – oggi che, dopo sei mesi di bombardamenti ininterrotti su Gaza da quel maledetto 7 ottobre 2023, il dolore israeliano per 1.200 vittime inermi e 250 ostaggi è stato moltiplicato (ad oggi) per trenta volte con il dolore per le inermi vittime palestinesi, che supera in orrore perfino la logica veterotestamentaria della vendetta (“occhio per occhio”), nella quale è stabilito un principio di proporzionalità della violenza di gran lunga superato. Eppure – mentre continua la reiterazione mediatica della visione delle vittime di Hamas del 7 ottobre – questa massa enorme di vittime palestinesi del “civile” governo israeliano, alle quali si aggiungono gli operatori delle Nazioni Unite (170, circa) e delle Ong (le ultime sono le 7 vittime internazionali del World central kitchen), non le vediamo, sono sottratte al nostro sguardo: possiamo solo immaginare ammassi di corpi straziati nascosti dietro il numero abnorme, crescente settimana dopo settimana. Soprattutto dopo la messa fuorilegge di Al Jazeera, l’unico media presente sul campo, che ha avuto decine di morti tra gli operatori, perché racconta da un punto di vista situato tra le vittime.

Come sia possibile questo altissimo numero di vittime civili, compresi i bambini, questa carneficina continua che non accenna a fermarsi, in un così breve lasso di tempo lo ha rivelato il giornalista Yuval Abram in due inchieste successive, pubblicate sulle testate indipendenti israeliane +972 e Local Call, svelando che questa “fabbrica di omicidi di massa” è guidata da programmi di intelligenza artificiale. La prima inchiesta, pubblicata il 30 novembre 2023 (e ripresa in italiano da Internazionale, 15-21 dicembre 2023), ha rivelato attraverso fonti di intelligence che «niente accade per caso. Quando una bambina di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che non era un grosso problema per lei essere uccisa, che era un prezzo che valeva la pena pagare per colpire un altro bersaglio. (…). Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti danni collaterali ci sono in ogni casa». Questo accade attraverso «l’uso diffuso di un sistema chiamato Habsora (Vangelo), che si basa in gran parte sull’intelligenza artificiale e può generare obiettivi quasi automaticamente a una velocità che supera di gran lunga quanto era possibile in precedenza».

Ma mentre questo programma di IA è usato per contrassegnare come obiettivi edifici e strutture dalle quali secondo l’esercito operano i militanti di Hamas, la seconda inchiesta, pubblicata il 3 aprile 2024 (e ripresa in italiano dal manifesto, 5 aprile 2024), ha rivelato l’esistenza di un altro programma di intelligenza artificiale, chiamato Lavender (Lavanda), che produce a getto continuo liste di palestinesi da sopprimere. Non durante le battaglie, ma bombardando in casa, di notte, con le rispettive famiglie e quelle dei vicini. «L’esercito ha deciso che, per ogni giovane agente di Hamas segnalato da Lavender, era consentito uccidere fino a 15 o 20 civili. (…). Nel caso in cui l’obiettivo fosse un alto funzionario di Hamas con il grado di comandante di battaglione o di brigata, l’esercito ha autorizzato in più occasioni l’uccisione di più di 100 civili nell’assassinio di un solo comandante». Inseriti alcuni criteri minimi e generici nel programma per “riconoscere” presunti affiliati ad Hamas, «fonti hanno affermato che se Lavender avesse deciso che un individuo era un militante di Hamas, gli sarebbe stato essenzialmente chiesto di trattarlo come un ordine, senza alcun obbligo di verificare in modo indipendente il motivo per cui la macchina aveva fatto quella scelta o di esaminare i dati grezzi di intelligence su cui si è basata». Con tutte le “vittime collaterali” conseguenti, in produzione seriale.

Siamo al totale disimpegno morale della componente umana e della sua intelligenza emotiva: all’IA è demandata la generazione continua di liste dei sommersi, senza salvati tra coloro che gli stanno vicino. I carnefici, a tutti i livelli, diventano meri esecutori di un crimine di massa, guidato dalla macchina. Una nuova forma, artificiale, di “banalità del male”. Una distopia, tecnologica e realizzata – contro la quale, tra le altre cose, si battono gli studenti che nelle università chiedono l’annullamento di contratti che prevedano accordi di ricerca tecnologica a fini bellici – che, mentre moltiplica e nasconde le vittime, fa impallidire sia Guernica quanto a numero di morti sia le distopie futuristiche di Black Mirror.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, da Comune-info


Gaza. Senza cessate il fuoco sarà un’ecatombe inimmaginabile

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I numeri sono la chiave di tutto. Semplicemente perché la guerra, questa maledetta guerra a Gaza, si legge anche attraverso queste lenti che spiegano che il tempo è scaduto. Senza il cessate il fuoco, il bollettino attuale di morti e feriti sarà nulla a confronto dell’impatto che avranno le epidemie. Partiamo dal disastro del sistema sanitario, ormai totalmente saltato in aria: 342 i medici feriti o addirittura uccisi, 100 quelli arrestati o fermati, 106 le ambulanze distrutte o danneggiate, il 16% per cento dei bambini soffre di grave malnutrizione (ne sarebbero morti già dieci secondo UNICEF perché non mangiano e non bevono), 265.000 affetti da infezioni all’apparato respiratorio, 70.000 da malattie della pelle, 210.000 casi di diarrea, 80.000 i casi di epatite A. Le cause sono evidenti: si beve acqua inquinata, i servizi igienici non esistono più (l’OMS ci parla di un bagno ogni quattrocento persone, quando gli standard umanitari per i profughi ne prevedono uno ogni venti ), sono rimasti in piedi solo 7 ospedali su 38. Da sempre le guerre sono accompagnate da bombe epidemiologiche. Qui dove sono condensati ormai un milione e mezzo di profughi in un lembo di terra ridottissimo il colera non è più una possibilità remota. E dunque laddove non arrivano le armi, ci penseranno le malattie.

Se non si fermano le ostilità subito ci saranno 85.000 i morti in più nei prossimi sei mesi. Numeri che potrebbero scendere vertiginosamente a 6.000 – che comunque non sono pochi – se ci fosse il cessate il fuoco e ai convogli umanitari venisse data la possibilità di entrare. Durante il viaggio lunghissimo dal Cairo a Rafah – 9 ore e cinque check point – abbiamo visto file sterminate di camion che aspettano per giorni. Sono tra i 1.500 e i 2.000 i tir spiaggiati tra Al Arish e Rafah. Sono parcheggiati all’hub dell’Ocha (l’agenzia ONU delegata al coordinamento degli aiuti) e alcuni attendono da più di un mese. I tir, prima di oltrepassare il valico di Rafah, devono spostarsi a 15 km di lì, arrivare al valico di Kerem Shalom in Israele, dove vengono ispezionati accuratamente, e poi rispediti di nuovo al confine egiziano per poi mettersi in fila. Con il sole che comincia a picchiare anche il cibo in scatola, la farina, i pacchi di riso, i bidoni di acqua rischiano di essere danneggiati. Il potere della burocrazia significa rallentare il tempo e disporre della vita degli altri. Nel centro logistico della Mezzaluna rossa si stoccano le merci che non passano il vaglio di sicurezza di Israele. In un paio di capannoni troviamo una quantità di beni salvavita inviati da Arabia Saudita, Kuwait, Brasile, Germania, Francia, Australia, Indonesia, Singapore e ovviamente ONU e varie ong.

Respingono anestetici, incubatrici per bambini, bombole di ossigeno, generatori elettrici, toilette chimiche, pastiglie per la depurazione dell’acqua d’acqua, ma persino sedie a rotelle e pali per il montaggio delle tende da campo. Il timore di Israele è che possano avere una funzione dual use e dunque vengono sequestrate. E i paesi donatori non possono né protestare né chiederne lo sblocco. Ieri Biden ha implorato Israele di non ostacolare gli aiuti e ha annunciato l’invio di una nave a Gaza e la costruzione di un molo per far arrivare i beni. Sarebbe comunque importante perché l’air dropping (il lancio dagli aerei delle merci) è largamente inefficace oltre che pericoloso. Abbiamo denunciato questo scandalo e presenteremo una interrogazione parlamentare sia a livello italiano che europeo: i paesi donatori non possono tacere davanti a beni che sono pagati con i soldi dei contribuenti. E la trasparenza, la tracciabilità e la finalizzazione sono fondamentali quando si aiutano le persone in guerra. La verità è che è il sistema delle Nazioni unite a essere nel mirino. Dopo le frasi nette sulle responsabilità di Israele di Antonio Guterres all’inizio dell’assedio di Gaza il processo di delegittimazione delle agenzie umanitarie collegate all’ONU è stato fortissimo, fino a chiedere la chiusura dell’UNRWA. Una struttura che esiste dal 1949 e che si occupa esclusivamente dei rifugiati palestinesi in Siria, Giordania, Libano, West Bank, Gaza. Solo nella striscia ha tredicimila addetti stabili e diecimila a tempo determinato. È un’infrastruttura che in questo momento assiste un milione di persone senza la quale sarebbe già collassato tutto. È un’anomalia da cancellare perché testimonia ancora l’esistenza di una questione specifica palestinese e il diritto al ritorno che è presente in tutte le risoluzioni dell’ONU. L’Italia ha sospeso il contributo, l’UE solo tre giorni fa lo ha sbloccato per 50 milioni dopo mesi di indecisione, ora finalmente anche la Gran Bretagna. Sarebbero dodici i dipendenti ad aver partecipato agli attentati terroristici di Hamas il 7 ottobre secondo Israele. Si puniscano loro, ma chiudere l’intero programma avrebbe solo il sapore della vendetta. Anche perché non esiste alcuna struttura in grado di sostituire nell’immediato UNRWA. Si aprirebbe solo un vuoto pericoloso.

In tutti gli incontri che abbiamo fatto – con una delegazione parlamentare di tre gruppi politici diversi (Pd, M5S, AVS) e una folta delegazione di ONG sotto il cappello di AOI (Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale) – la richiesta è stata quella di non adottare doppi standard rispetto alla crisi mediorientale. La presenza di un uso discriminatorio del diritto internazionale che spinge a intervenire solo su alcune guerre e non in altre attraverso gli strumenti della Corte penale internazionale rischia di creare precedenti gravissimi. L’attacco all’iniziativa del Sudafrica presso la corte dell’Aja è l’esempio più emblematico. Nel caso palestinese, rischia di allargare la faglia tra l’Occidente e la larga parte dei paesi che vivono Gaza come un turning point. Per questo occorre insistere sul cessate il fuoco, premessa fondamentale, per lo sblocco degli aiuti umanitari e per una ripresa di iniziativa politica. La politica ha battuto in ritirata in Medio Oriente. E mentre contempla la propria impotenza, ci sono ancora gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e migliaia di vittime sotto le bombe, in prevalenza donne e bambini, la prospettiva di uno Stato palestinese sempre più remota. La punizione collettiva ideata e praticata da un leader screditato come Netanyahu rischia di moltiplicare ulteriore odio per le generazioni successive con effetti imprevedibili su tutta la regione come ci ha spiegato la Lega Araba. Non possiamo più restare con le mani in tasca.

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)


Gaza. Operazione “Spade di ferro”

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Le vaste autorizzazioni concesse all’esercito israeliano per bombardare obiettivi non militari, l’allentamento delle restrizioni sulle morti di civili previste e l’uso di un sistema di intelligenza artificiale per generare un numero di obiettivi potenziali più vasto di sempre hanno contribuito alla natura distruttiva delle prime fasi della guerra di Israele nella striscia di Gaza. Lo rivela un’indagine delle testate israeliane +972 Magazine e Local Call pubblicata da il manifesto il 7 dicembre, nella traduzione di Giovanna Branca. (la redazione)

L’indagine di +972 e Local Call si basa su conversazioni con sette ufficiali attivi e non più in servizio della comunità dell’intelligence israeliana – fra cui membri dell’intelligence militare e personale delle forze aeree coinvolti in operazioni nella Striscia assediata – oltre a testimonianze palestinesi, dati e documenti provenienti da Gaza e dichiarazioni ufficiali del portavoce delle Idf (l’esercito israeliano) e di altre istituzioni statali israeliane.

Confrontata a precedenti operazioni nella Striscia, la guerra in corso – a cui Israele ha dato il nome «Operazione spade di ferro», e che è cominciata all’indomani degli attacchi del 7 ottobre condotti da Hamas nel sud di Israele – ha visto l’esercito ampliare significativamente i bombardamenti di obiettivi non strettamente militari. Fra di essi case private come edifici pubblici, infrastrutture e interi isolati di palazzi multipiano, che secondo delle fonti l’esercito definisce “power targets (matarot otzem).

Il bombardamento di “power targets”, secondo fonti dell’intelligence con un’esperienza diretta dell’impiego di questi obiettivi a Gaza in passato, è pensata principalmente per arrecare danno alla società civile palestinese: per «creare uno shock» che, fra le altre cose, abbia ampie ripercussioni e «faccia sì che i palestinesi esercitino delle pressioni su Hamas», con le parole di una fonte.

Molte delle fonti che hanno parlato con +972 e Local Call a patto di restare anonime, hanno confermato che l’esercito israeliano è in possesso di file sulla grande maggioranza degli obiettivi potenziali a Gaza – incluse le case – in cui è riportato il numero di civili che plausibilmente verranno uccisi in un attacco. Di questo numero le unità di intelligence dell’esercito sono al corrente in anticipo: poco prima di condurre un attacco sono anche consapevoli di quanti civili, più o meno, verranno uccisi con certezza.

In uno dei casi discussi dalle fonti, il comando dell’esercito israeliano ha consapevolmente approvato l’uccisione di centinaia di civili palestinesi nel tentativo di assassinare un singolo comandante militare di Hamas. «I numeri sono passati da decine di morti civili consentite come danno collaterale di un attacco a ufficiali di primo piano di Hamas, come avveniva nelle operazioni precedenti, a centinaia di morti civili come danno collaterale», ha detto una fonte. «Niente succede per caso», ha affermato un’altra fonte. «Quando una bimba di tre anni viene uccisa in una casa a Gaza, è perché qualcuno nell’esercito ha deciso che la sua morte non è un dramma – che è un prezzo accettabile da pagare per poter colpire un obiettivo.

Non siamo Hamas. Non lanciamo razzi a caso. Tutto è intenzionale. Sappiamo esattamente quanti ‘danni collaterali’ ci sono in ogni casa».

Secondo l’indagine, un altro dei motivi per cui il numero degli obiettivi è così vasto e i danni arrecati alla vita civile a Gaza così profondi è l’uso diffuso di un sistema denominato Habsora (The Gospel), basato in gran parte sull’intelligenza artificiale e che può «generare» obiettivi quasi automaticamente a una velocità di gran lunga maggiore di quanto fosse possibile in precedenza. Questo sistema di Ia, con le parole di un ex funzionario dell’intelligence, facilita sostanzialmente una «fabbrica di omicidi di massa».

Secondo le fonti, l’impiego crescente di sistemi fondati sull’Ia come Habsora consente all’esercito di lanciare attacchi su vasta scala contro edifici residenziali dove vive anche un solo membro di Hamas, perfino quelli più in basso nella gerarchia. Eppure, le testimonianze dei palestinesi a Gaza suggeriscono che dal 7 ottobre l’esercito ha lanciato attacchi anche su molte residenze private dove non risiedeva nessun membro noto o presunto di Hamas, né di altri gruppi di miliziani. Simili attacchi, hanno confermato le fonti a +972 e Local Call, possono consapevolmente uccidere intere famiglie. Nella maggioranza dei casi, hanno aggiunto le fonti, non ci sono attività militari che vengono condotte dall’interno delle case prese di mira. «Ricordo di aver pensato che era come se i miliziani palestinesi bombardassero le case delle nostre famiglie quando i soldati israeliani tornavano a casa per il weekend», ricorda una delle fonti, che era contraria a questa pratica. Un’altra fonte ha dichiarato che un ufficiale dell’intelligence ha detto ai suoi militari che dopo il 7 ottobre l’obiettivo era di «uccidere il maggior numero possibile di miliziani di Hamas», per cui i criteri relativi ai danni ai palestinesi sarebbero stati decisamente meno stringenti. Di conseguenza, ci sono «casi in cui facciamo fuoco sulla base di una localizzazione molto ampia di dove si trova l’obiettivo, uccidendo dei civili. Una pratica impiegata il più delle volte per risparmiare tempo, invece di fare un po’ di lavoro aggiuntivo per ottenere una localizzazione più accurata», ha detto la fonte.

Il risultato di queste politiche è la sconvolgente perdita di vite umane a Gaza dal 7 ottobre. Più di 300 famiglie hanno perso dieci o più parenti nei bombardamenti israeliani degli ultimi due mesi – un numero 15 volte più alto di quello relativo alla guerra sinora più letale a Gaza, del 2014. Al momento in cui viene scritto questo articolo, circa 15.000 palestinesi risultano uccisi in questa guerra, e il numero è in crescita. «Tutto questo sta accadendo in opposizione al protocollo impiegato dalle Idf in passato», ha spiegato una fonte. «C’è la sensazione che ufficiali di alto grado dell’esercito siano consapevoli del fallimento del 7 ottobre, e che siano impegnati a chiedersi come fornire al pubblico israeliano un’immagine vittoriosa che salvi la loro reputazione».

Israele ha lanciato la sua offensiva a Gaza all’indomani dell’attacco di Hamas nel sud di Israele. Durante l’attacco, sotto una salva di razzi, i miliziani palestinesi hanno massacrato oltre 840 civili e ucciso 350 soldati e personale di sicurezza, rapito circa 240 persone – civili e soldati – poi condotte a Gaza, commesso diffuse violenze sessuali, stupro incluso, secondo un report della ong Physicians for Human Rights Israel.

Subito dopo l’attacco del 7 ottobre, la classe politica di Israele ha dichiarato apertamente che la risposta sarebbe stata di un’entità completamente diversa dalle precedenti operazioni militari a Gaza, con l’obiettivo di sradicare completamente Hamas. «L’enfasi è sui danni, non sull’accuratezza», ha dichiarato il 9 ottobre il portavoce delle Idf Daniel Hagari. L’esercito ha prontamente tradotto quelle dichiarazioni in azione.

Secondo le fonti sentite da +972 e Local Call, gli obiettivi colpiti dall’aviazione israeliana a Gaza possono essere suddivisi a grandi linee in quattro categorie. La prima è quella degli «obiettivi tattici»: di essa fanno parte obiettivi militari standard come le cellule di miliziani armati, magazzini di armi, lanciarazzi, missili anticarro, postazioni di lancio, mortai, quartier generali militari, postazioni di vedetta e così via. La seconda categoria è quella degli «obiettivi sotterranei» – principalmente i tunnel che Hamas ha scavato al di sotto dei quartieri di Gaza, case civili incluse. La terza sono i power targets, di cui fanno parte i palazzi più alti e i palazzi multipiano al cuore delle città ed edifici pubblici come università, banche e uffici governativi. L’idea che sottende il prendere di mira simili obiettivi, dicono tre fonti dell’intelligence che in passato sono state coinvolte nella pianificazione o l’attuazione di attacchi contro dei power targets, è che un attacco deliberato contro la società palestinese provocherà una «pressione civile» su Hamas. L’ultima categoria è composta da «case di familiari» di Hamas e «case di miliziani». L’obiettivo dichiarato di questi attacchi è distruggere delle residenze private per assassinare un singolo abitante sospettato di far parte di Hamas o del Jihad Islami. Tuttavia, nella guerra in corso, testimoni palestinesi sostengono che alcune delle famiglie uccise non avevano al proprio interno nessun miliziano di queste organizzazioni.

Nelle prime fasi del conflitto, è sembrato che l’esercito israeliano fosse particolarmente interessato alla terza e quarta categoria di obiettivi. Secondo delle dichiarazioni del portavoce delle Idf dell’11 ottobre, nei primi cinque giorni di combattimenti metà degli obiettivi bombardati – 1.329 su un totale di 2.687 – erano ritenuti power targets.

«Ci è stato chiesto di individuare palazzi multipiano con mezzo piano attribuibile ad Hamas», ha detto una fonte che ha partecipato a offensive precedenti a Gaza. «Alle volte è l’ufficio di un portavoce di uno di questi gruppi, o un punto di ritrovo dei miliziani. Ho capito che il piano è un pretesto che consente all’esercito di causare distruzione a Gaza. Se dicessero al mondo intero che gli uffici del Jihad Islami al 10mo piano non sono un obiettivo così importante, ma che la loro presenza è una scusa per buttare giù un intero palazzo con lo scopo di fare pressione sulle famiglie di civili che ci vivono affinché pressino a loro volta le organizzazioni terroristiche, questo stesso atto verrebbe visto come terrorismo. Quindi non lo dicono», ha aggiunto la fonte. Varie fonti che hanno lavorato nelle unità di intelligence delle Idf hanno detto che perlomeno fino alla guerra in corso, i protocolli dell’esercito consentivano l’attacco di power targets solo quando negli edifici non si trovavano residenti. Tuttavia, testimonianze e video provenienti da Gaza suggeriscono che dal 7 ottobre alcuni di questi obiettivi siano stati attaccati senza prima notificare i residenti, uccidendo così intere famiglie.

La presa di mira su vasta scala di edifici residenziali si può dedurre da dati pubblici e ufficiali. Secondo l’ufficio media del governo di Gaza – che fornisce il bilancio dei morti da quando il ministero della Salute ha smesso di farlo l’11 novembre a causa del collasso del sistema sanitario nella Striscia – al momento in cui è entrato in vigore il cessate il fuoco temporaneo il 23 novembre, Israele aveva ucciso 14.800 palestinesi della Striscia, di cui approssimativamente 6mila bambini e 4mila donne, che insieme rappresentano più del 67% del totale. I numeri forniti dal ministero della Salute e dall’ufficio dei media governativo – entrambi controllati dal governo di Hamas – non distano significativamente dalle stime israeliane. Il ministero della Salute di Gaza, inoltre, non specifica quanti dei morti appartenessero all’ala militare di Hamas o al Jihad Islami. L’esercito israeliano stima di aver ucciso fra mille e tremila miliziani palestinesi. Secondo i report dei media in Israele, alcuni dei miliziani sono seppelliti sotto le macerie del sistema di tunnel sotterranei di Hamas e di conseguenza non vengono contati nelle stime ufficiali. I dati dell’Onu relativi periodo che arriva fino all’11 novembre, quando Israele aveva ucciso 11.078 palestinesi a Gaza, affermano che almeno 312 famiglie hanno perso dieci o più persone durante l’attacco in corso; per fare un paragone, durante l’operazione Margine protettivo del 2014, 20 famiglie di Gaza avevano subito la stessa sorte. Sempre secondo i dati delle Nazioni unite, 189 famiglie hanno perso fra sei e nove parenti, mentre 549 nuclei familiari fra due e cinque. Non ci sono stime aggiornate per il bilancio dei morti reso pubblico dall’11 novembre.

I massicci attacchi contro «power targets» e residenze private sono arrivati contemporaneamente all’appello dell’esercito israeliano, il 13 ottobre, a 1.1 milioni di abitanti di Gaza – la maggior parte residenti di Gaza City – affinché lasciassero le loro case e si spostassero verso il sud della Striscia. A quel punto, era già stato bombardato un numero record di «power targets» e più di 1.000 palestinesi erano stati uccisi, inclusi centinaia di bambini. In totale, secondo l’Onu, dal 7 ottobre 1.7 milioni di palestinesi, la stragrande maggioranza della popolazione della Striscia, sono sfollati all’interno di Gaza. L’esercito sostiene che la richiesta di evacuare il nord della Striscia dipendesse dalla volontà di tutelare le vite civili. I palestinesi, tuttavia, vedono questo trasferimento di massa come parte di una «nuova Nakba» – un tentativo di fare pulizia etnica in parte del territorio, o nella sua interezza. Secondo l’esercito israeliano, nei primi cinque giorni di combattimenti sono state sganciate sulla Striscia 6mila bombe, per un peso totale di 4mila tonnellate. I media hanno riportato che l’esercito ha spazzato via interi quartieri; secondo l’Al Mezan Center for Human Rights, con base a Gaza, questi attacchi hanno causato «la completa distruzione di quartieri residenziali e infrastrutture e l’omicidio di massa degli abitanti».

Come è stato documentato da Al Mezan e da numerose immagini provenienti dalla Striscia, Israele ha bombardato l’Università islamica di Gaza, l’associazione legale palestinese, un edificio delle Nazioni unite destinato a programmi educativi per studenti meritevoli, un edificio della Compagnia delle telecomunicazioni palestinese, il ministero dell’Economia nazionale, il ministero della Cultura, strade, una decina di palazzi multipiano e case – specialmente nei quartieri settentrionali di Gaza. Il quinto giorno dei combattimenti, il portavoce delle Idf ha distribuito ai reporter militari in Israele immagini satellitari dei quartieri nel nord della Striscia – come Shuja’iyya e Al-Furqan, a Gaza City – «prima e dopo», in cui si vedevano decine di case e edifici distrutti. L’esercito israeliano sosteneva di aver colpito 182 «power targets» a Shuja’iyya e 312 a Al-Furqan.

Il capo dello staff dell’aviazione israeliana, Omer Tishler, ha detto ai reporter militari che tutti questi attacchi avevano un legittimo obiettivo militare, ma anche che interi quartieri sono stati attaccati «su vasta scala e non in modo chirurgico». Osservando che metà degli obiettivi colpiti fino all’11 ottobre erano power targets, il portavoce delle Idf ha affermato che «interi quartieri rifugio di Hamas» erano stati attaccati e che i danni erano stati arrecati a «quartier generali operativi», «risorse operative» e «risorse sfruttate dai terroristi

all’interno di edifici residenziali». Il 12 ottobre, l’esercito di Tel Aviv ha annunciato di aver ucciso tre «ufficiali di alto rango di Hamas» – due dei quali facevano parte dell’ala politica dell’organizzazione.

Eppure, nonostante lo smodato bombardamento israeliano, i danni arrecati alle infrastrutture militari di Hamas nel nord di Gaza nei primi giorni di guerra sembrano essere stati minimi. Le fonti dell’intelligence sentite da +972 e Local Call sostengono infatti che gli obiettivi militari dei power targets sono stati usati molte volte in precedenza come foglia di fico per colpire la popolazione civile. «Hamas è ovunque a Gaza; non c’è edificio che non contenga qualcosa di Hamas, quindi se si cerca il modo di trasformare un palazzo multipiano in un obiettivo ci sarà sempre modo di farlo», ha detto un ex funzionario dell’intelligence. «Non colpiranno mai un palazzo che non abbia al suo interno qualcosa che possa essere definito come obiettivo militare», ha affermato un’altra fonte dell’intelligence, che in precedenza ha condotto attacchi rivolti a dei «power targets». «Ci sarà sempre un piano del palazzo associato a Hamas. Ma per la maggior parte, per quanto riguarda questi obiettivi, è chiaro che non hanno un valore militare che giustifichi l’abbattimento di un intero edificio vuoto nel cuore di una città, con il contributo di sei aerei e bombe del peso di svariate tonnellate». Infatti, secondo delle fonti coinvolte nell’elencazione dei «power targets» per guerre precedenti, anche se il file relativo all’obiettivo contiene qualche forma di associazione con Hamas o altri gruppi, colpirlo ha principalmente lo scopo di «consentire un danno alla società civile». Le fonti ritengono, alcune esplicitamente e altre in modo implicito, che danneggiare i civili sia il vero scopo di questi attacchi.

A maggio 2021, per esempio, Israele è stato pesantemente criticato per aver bombardato la Al-Jalaa Tower, che ospitava importanti media internazionali come Al-Jazeera, Ap e Afp. L’esercito ha sostenuto che l’edificio fosse un obiettivo militare; le fonti di +972 e Local Call sostengono si trattasse in realtà di un “power target”. «La percezione è che Hamas sostenga un danno importante quando dei palazzi multipiano vengono abbattuti, perché questo crea una reazione pubblica nella Striscia di Gaza e spaventa la popolazione», ha detto una delle fonti. «Volevano dare ai civili della Striscia la sensazione che Hamas non fosse in controllo della situazione. Alle volte abbattevano edifici e altre volte strutture governative e uffici postali».

Anche se è senza precedenti che l’esercito israeliano attacchi più di mille power targets in cinque giorni, l’idea di causare una devastazione di massa in aree civili per scopi strategici è stata formulata durante operazioni precedenti a Gaza, e affinata dalla cosiddetta “dottrina Dahiya” a partire dalla seconda guerra libanese del 2006. Secondo questa dottrina – elaborata dall’ex capo dello staff delle Idf Gadi Eizenkot, ora membro della Knesset e del gabinetto di guerra – in un conflitto condotto contro milizie come quelle di Hamas o Hezbollah, Israele deve esercitare una forza sproporzionata e schiacciante per stabilire una deterrenza e obbligare la popolazione civile a esercitare una pressione sui gruppi terroristici affinché pongano fine ai loro attacchi. Il concetto di power targets sembra emanare da questa logica.

La prima volta che l’esercito israeliano ha definito pubblicamente dei power targets a Gaza è stato durante la fase finale di Margine protettivo nel 2014. Ha bombardato quattro edifici negli ultimi quattro giorni di guerra – tre edifici multipiano a Gaza City e uno a Rafah. L’establishment della sicurezza all’epoca ha spiegato che gli attacchi puntavano a comunicare ai palestinesi di Gaza che «niente è più immune» e a esercitare una pressione su Hamas affinché accettasse un cessate il fuoco. «Le prove raccolte mostrano che la distruzione di edifici su vasta scala è stata condotta deliberatamente, senza alcuna giustificazione militare», sosteneva un report di Amnesty di fine 2014. Durante un’altra violenta escalation cominciata nel novembre 2018, l’esercito ha ancora una volta attaccato dei power targets. In quell’occasione, Israele ha bombardato dei palazzi multipiano, dei centri commerciali e gli edifici della stazione televisiva Al-Aqsa, affiliata a Hamas. «Attaccare dei power targets produce un effetto significativo sulla parte opposta», ha affermato all’epoca l’aviazione israeliana. «Lo abbiamo fatto senza uccidere nessuno e ci siamo assicurati che l’edificio e i suoi dintorni fossero stati evacuati».

Operazioni precedenti hanno anche dimostrato come colpire questi obiettivi non fosse solo destinato a demoralizzare i palestinesi, ma anche a sollevare il morale all’interno di Israele. Haaretz ha rivelato come durante l’operazione Guardiani del muro del 2021 l’unità dei portavoce delle Idf abbia condotto un’operazione psicologica rivolta ai cittadini israeliani per incrementare la consapevolezza delle operazioni dell’esercito a Gaza e del danno che causavano ai palestinesi. I soldati, che si servivano di falsi account social per nascondere le origini della campagna militare, caricavano immagini e video degli attacchi dell’esercito a Gaza su Twitter, Facebook, Tik Tok e Instagram, per dare prova al pubblico israeliano del valore dell’esercito.

Durante l’operazione del 2021, Israele ha colpito nove obiettivi definiti come power targets – tutti palazzi multipiano. «L’obiettivo era farli collassare per fare pressione su Hamas, e anche per fare in modo che al pubblico israeliano arrivasse un’immagine vittoriosa», ha detto una fonte impiegata nelle agenzie di sicurezza a +972 e Local Call. Ma «non ha funzionato. Avendo seguito personalmente Hamas, so quanto a loro non importi dei civili e degli edifici abbattuti. Alle volte l’esercito trovava in un palazzo qualcosa di collegato a Hamas, ma sarebbe stato anche possibile colpire quell’obiettivo con armamenti più precisi. La morale della favola è che hanno buttato giù un palazzo solo per il gusto di farlo».

Non solo il conflitto in corso ha visto Israele attaccare un numero senza precedenti di power targets, sono state anche abbandonate le politiche precedenti che miravano a evitare danni ai civili. Mentre in passato la procedura ufficiale dell’esercito prevedeva che fosse possibile attaccare power targets solo dopo l’evacuazione di tutti i civili, le testimonianze dei residenti palestinesi a Gaza indicano che dal 7 ottobre Israele ha attaccato dei palazzi multipiano con i loro residenti ancora all’interno, o senza aver intrapreso passi significativi per evacuarli, causando molte vittime civili. Tali attacchi spesso provocano la morte di intere famiglie, come già sperimentato nelle offensive precedenti; secondo un’indagine condotta dall’Ap dopo la guerra del 2014, circa l’89 per cento di coloro che sono stati uccisi nei bombardamenti aerei di abitazioni private erano residenti disarmati, per la maggior parte bambini e donne.

Tishler, capo di stato maggiore dell’aeronautica, ha confermato il cambio di politica, dichiarando ai giornalisti che la politica del «bussare al tetto» – mediante la quale veniva sparato un piccolo colpo iniziale sul tetto di un edificio per avvertire i residenti che stava per essere colpito – non è più in uso «quando c’è un nemico». Tishler ha affermato che il «bussare al tetto» è «un termine pertinente per i cicli [di combattimento] e non per la guerra».

Le fonti che hanno lavorato in precedenza con dei power targets hanno dichiarato che la strategia spudorata della guerra in corso potrebbe rappresentare uno sviluppo pericoloso: gli attacchi a questi obiettivi, hanno spiegato, erano inizialmente pensati per “scioccare” Gaza, ma non necessariamente per uccidere un gran numero di civili. «Questi obiettivi sono stati pensati a partire dal presupposto che i palazzi sarebbero stati evacuati, quindi quando lavoravamo [alla compilazione dei target], non c’era alcuna preoccupazione su quanti civili sarebbero stati feriti; si dava per scontato che il numero sarebbe stato sempre zero», ha dichiarato una fonte con profonda conoscenza di questa tattica. «Questo esigerebbe un’evacuazione totale [degli edifici bersaglio] che richiede due o tre ore, durante le quali i residenti vengono chiamati [al telefono per evacuare], si sparano missili d’avvertimento e vengono impiegati anche droni per verificare che le persone stiano effettivamente lasciando il grattacielo», ha aggiunto la fonte. Tuttavia, delle prove arrivate da Gaza suggeriscono che alcuni palazzi – che presumiamo fossero power targets – sono stati abbattuti senza preavviso. +972 e Local Call hanno individuato almeno due casi durante la guerra attuale in cui interi palazzi residenziali sono stati bombardati e rasi al suolo senza preavviso e un caso in cui, secondo le prove, un palazzo è crollato sui civili che si trovavano all’interno.

Il 10 ottobre, Israele ha bombardato l’edificio Babel a Gaza, secondo il racconto di Bilal Abu Hatzira, che quella notte ha recuperato i corpi dalle rovine. Dieci persone sono state uccise nell’attacco all’edificio, compresi tre giornalisti. Il 25 ottobre, il grattacielo residenziale Al-Taj a Gaza City è stato bombardato e raso al suolo, uccidendo le famiglie che vi abitavano senza alcun preavviso. Circa 120 persone sono rimaste sepolte sotto le macerie dei loro appartamenti, secondo i racconti dei residenti. Uno di loro, Yousef Amar Sharaf, ha scritto su X che 37 membri della sua famiglia che vivevano nell’edificio sono stati uccisi nell’attacco: «I miei cari genitori, la mia amata moglie, i miei figli e la maggior parte dei miei fratelli e delle loro famiglie». I residenti hanno dichiarato che sono state sganciate molte bombe, danneggiando e distruggendo appartamenti anche negli edifici vicini. Sei giorni dopo, il 31 ottobre, l’edificio residenziale di otto piani Al-Mohandseen è stato bombardato senza preavviso. Fra 30 e 45 corpi sono stati recuperati dalle rovine il primo giorno. Un bambino è stato trovato vivo, senza i genitori. I giornalisti hanno stimato che oltre 150 persone siano state uccise nell’attacco, poiché molte sono rimaste sepolte sotto le macerie. L’edificio sorgeva nel campo profughi di Nuseirat, a sud di Wadi Gaza, nella presunta «zona sicura» verso cui Israele spingevano i palestinesi in fuga dalle loro case nel nord e al centro di Gaza, e quindi secondo i racconti serviva da rifugio temporaneo per gli sfollati.

Secondo un’indagine di Amnesty International, il 9 ottobre Israele ha bombardato almeno tre edifici di più piani, così come un mercato dell’usato all’aperto su una strada affollata nel campo profughi di Jabaliya, uccidendo almeno 69 persone. «I corpi erano bruciati […] non volevo guardare, avevo paura di guardare il viso di Imad», ha detto il padre di un bambino ucciso. «I cadaveri erano sparsi sul pavimento. Tutti cercavano i loro figli in queste pile. Ho riconosciuto mio figlio solo dai pantaloni. Volevo seppellirlo immediatamente, così ho preso mio figlio e l’ho tirato fuori».

Secondo l’indagine di Amnesty, l’esercito ha dichiarato che l’attacco nell’area del mercato era mirato a una moschea «dove si trovavano miliziani di Hamas». Tuttavia, secondo la stessa indagine, le immagini satellitari non mostrano una moschea nelle vicinanze. Il portavoce delle Idf non ha risposto alle domande di +972 e Local Call su questo attacco specifico, ma ha dichiarato più generalmente che «le Idf forniscono avvisi prima degli attacchi in vari modi, e quando le circostanze lo consentono avvisano anche personalmente, attraverso delle telefonate, le persone che si trovano nel luogo dell’obiettivo o nelle sue vicinanze. Ci sono stati 25.000 colloqui telefonici durante la guerra, oltre a milioni di conversazioni registrate, messaggi di testo e volantini lanciati per allertare la popolazione. In generale, le Idf cercano di ridurre al massimo i danni ai civili durante gli attacchi, nonostante la sfida di combattere un’organizzazione terroristica che usa i cittadini di Gaza come scudi umani».

Secondo il portavoce delle Idf, fino al 10 novembre, durante i primi 35 giorni di combattimento, Israele ha attaccato un totale di 15mila obiettivi a Gaza. Secondo diverse fonti, si tratta di un numero molto elevato rispetto alle quattro operazioni principali precedenti nella Striscia. Durante “Guardiano del muro” nel 2021, Israele ha attaccato 1.500 obiettivi in 11 giorni. Nel corso di “Margine protettivo” nel 2014, durata 51 giorni, Israele ha colpito tra 5.266 e 6.231 obiettivi. Durante “Pilastro di difesa” nel 2012 sono stati attaccati circa 1.500 obiettivi in otto giorni. L’“operazione Piombo fuso nel 2008 ha colpito 3.400 obiettivi in 22 giorni. Fonti di intelligence che hanno servito nelle operazioni precedenti hanno dichiarato a +972 e Local Call che, per 10 giorni nel 2021 e tre settimane nel 2014, un tasso di 100-200 attacchi al giorno ha portato a una situazione in cui l’Aeronautica israeliana non aveva più obiettivi di rilievo militare. Perché, quindi, dopo quasi due mesi, l’esercito israeliano non ha ancora esaurito gli obiettivi nella guerra attuale? La risposta potrebbe trovarsi in una dichiarazione del 2 novembre del portavoce delle Idf, secondo la quale si sta impiegando il sistema di intelligenza artificiale Habsora, che «consente l’uso di strumenti automatizzati per produrre obiettivi a un ritmo veloce e materiale di intelligence accurato e di alta qualità secondo le esigenze operative». Nel comunicato, un alto ufficiale dell’intelligence afferma che grazie a Habsora vengono individuati degli obiettivi per interventi mirati che «causano notevoli danni al nemico e minimi danni ai non combattenti. Gli operatori di Hamas non sono al sicuro, ovunque si nascondano». Secondo fonti di intelligence, Habsora genera, tra le altre cose, raccomandazioni automatiche per attaccare abitazioni private dove vivono persone sospettate di essere miliziani di Hamas o del Jihad Islami. Israele quindi effettua operazioni di assassinio su vasta scala con pesanti bombardamenti di queste abitazioni residenziali.

Habsora, ha spiegato una delle fonti, elabora enormi quantità di dati che «decine di migliaia di ufficiali di intelligence non potrebbero processare» e raccomanda obiettivi da bombardare in tempo reale. Poiché la maggior parte degli alti funzionari di Hamas si rifugia nei tunnel sotterranei all’inizio di qualsiasi operazione militare, secondo le fonti, l’uso di un sistema come Habsora consente di individuare e attaccare le case di miliziani relativamente di basso livello. Un ex ufficiale dell’intelligence ha spiegato che il sistema Habsora consente all’esercito di gestire una «fabbrica di assassinii di massa», in cui l’«enfasi è sulla quantità e non sulla qualità». Un occhio umano poi «esaminerà gli obiettivi prima di ogni attacco, ma non è necessario spendere molto tempo su di essi». Dal momento che Israele stima che ci siano circa 30.000 membri di Hamas a Gaza, e tutti sono «condannati» a morte, il numero potenziale di obiettivi è enorme.

Nel 2019, l’esercito israeliano ha creato un nuovo centro destinato all’uso dell’Ia per accelerare la generazione di obiettivi. «La Divisione amministrativa degli Obiettivi è un’unità di cui fanno parte centinaia di ufficiali e soldati, e si basa sulle capacità dell’Ia», ha dichiarato l’ex capo di stato maggiore delle Idf Aviv Kochavi in un’approfondita intervista con Ynet all’inizio di quest’anno. «È una macchina che, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, elabora molte più informazioni meglio e più velocemente di qualsiasi essere umano, e le traduce in obiettivi da attaccare», ha continuato Kochavi. «Il risultato è che nell’operazione “Guardiano delle mura” (2021), dal momento in cui questa macchina è stata attivata, ha generato 100 nuovi obiettivi ogni giorno. In passato ci sono stati momenti in cui individuavamo 50 obiettivi all’anno a Gaza. E qui la macchina ha prodotto 100 obiettivi in un giorno». «Generiamo gli obiettivi automaticamente e lavoriamo spuntando le voci di una lista», ha detto una delle fonti che ha lavorato nella nuova Divisione Amministrativa degli Obiettivi a +972 e Local Call. «È davvero come una fabbrica. Lavoriamo velocemente e non c’è tempo per approfondire l’obiettivo. L’opinione condivisa è che siamo giudicati in base a quanti obiettivi riusciamo a generare». Un alto ufficiale militare responsabile del registro degli obiettivi ha dichiarato al Jerusalem Post all’inizio di quest’anno che, grazie ai sistemi di intelligenza artificiale dell’esercito, per la prima volta le forze armate possono generare nuovi obiettivi a un ritmo più veloce di quanto attacchino. Un’altra fonte ha affermato che la spinta a generare automaticamente un gran numero di obiettivi è una realizzazione della Dottrina Dahiya.

Sistemi automatizzati come Habsora hanno notevolmente facilitato il lavoro degli ufficiali dell’intelligence israeliana nel prendere decisioni durante le operazioni militari, incluso il calcolo delle possibili vittime civili. Cinque diverse fonti hanno confermato che il numero di civili che potrebbero essere uccisi negli attacchi alle abitazioni private è noto in anticipo all’intelligence israeliana e appare chiaramente nel file dell’obiettivo sotto la categoria «danni collaterali». Secondo queste fonti, ci sono diversi gradi di danni collaterali, in base ai quali l’esercito determina se è possibile attaccare un obiettivo all’interno di una residenza privata. «Quando la direttiva generale diventa ‘Danni Collaterali 5’, significa che siamo autorizzati a colpire tutti gli obiettivi che uccideranno cinque o meno civili, possiamo agire su tutti gli obiettivi classificati cinque o meno», ha detto una delle fonti.

«In passato, non segnavamo regolarmente le case degli affiliati di basso grado di Hamas per bombardarle», ha detto un ufficiale della sicurezza che ha partecipato a degli attacchi durante operazioni precedenti. «Ai miei tempi, se la casa su cui stavo lavorando era contrassegnata come Danni Collaterali 5, non veniva sempre approvata (per l’attacco)». Tale approvazione, ha affermato, si riceveva solo se si era al corrente che in quella casa viveva un comandante di Hamas. «Da quanto ho capito, oggi si possono contrassegnare tutte le case di qualsiasi membro militare di Hamas indipendentemente dal rango», ha continuato la fonte. «Sono molte case. Membri di Hamas che non contano davvero niente vivono in tutta Gaza. Quindi la casa viene contrassegnata, bombardano e uccidono tutti coloro che si trovano al suo interno».

Il 22 ottobre, l’Aeronautica israeliana ha bombardato la casa del giornalista palestinese Ahmed Alnaouq nella città di Deir al-Balah. Ahmed è un mio caro amico e collega; quattro anni fa abbiamo fondato una pagina Facebook in ebraico chiamata Across the Wall, con l’obiettivo di portare le voci palestinesi da Gaza al pubblico israeliano. Il bombardamento del 22 ottobre ha fatto crollare blocchi di cemento sull’intera famiglia di Ahmed, uccidendo suo padre, fratelli, sorelle e tutti i loro figli, compresi i neonati. Solo sua nipote di 12 anni, Malak, è sopravvissuta ma è rimasta in condizioni critiche, il corpo coperto di ustioni. Pochi giorni dopo, Malak è morta. In totale, sono stati uccisi ventuno membri della famiglia di Ahmed, sepolti sotto la loro casa. Nessuno di loro era un militante. Il più giovane aveva due anni; il più anziano, suo padre, aveva 75 anni. Ahmed, attualmente residente nel Regno unito, ora è solo. Il gruppo WhatsApp della famiglia di Ahmed si chiama «Better Together». L’ultimo messaggio che vi è apparso è stato inviato da lui, poco dopo la mezzanotte nella notte in cui ha perso la sua famiglia. «Qualcuno mi faccia sapere che va tutto bene», ha scritto. Nessuno ha risposto. Si è addormentato, ma si è svegliato in preda al panico alle 4 del mattino. Sudando, ha controllato di nuovo il telefono. Silenzio. Poi ha ricevuto un messaggio da un amico con la terribile notizia. Il caso di Ahmed è comune in questi giorni a Gaza. In interviste alla stampa, i dirigenti degli

ospedali di Gaza ripetono la stessa descrizione: le famiglie entrano negli ospedali come processioni di cadaveri, un bambino seguito dal padre seguito dal nonno. I corpi sono ricoperti di polvere e sangue.

Secondo ex ufficiali dell’intelligence israeliana, in molti casi in cui viene bombardata una residenza privata, l’obiettivo è «l’assassinio di miliziani di Hamas o del Jihad Islami» e tali obiettivi vengono attaccati quando il miliziano in questione entra in casa. I ricercatori dell’intelligence sanno se i suoi familiari o i vicini possono morire anch’essi nell’attacco e sanno calcolare quanti di loro potrebbero morire. Ognuna delle fonti ha detto che si tratta di case private, dove nella maggior parte dei casi non viene svolta alcuna attività militare.

+972 e Local Call non dispongono di dati sul numero di miliziani che sono effettivamente stati uccisi o feriti da attacchi aerei su residenze private nella guerra in corso, ma ci sono ampie prove che, in molti casi, non si trattava di membri di Hamas o del Jihad Islami. Il 10 ottobre, l’Aeronautica israeliana ha bombardato un edificio residenziale nel quartiere di Sheikh Radwan a Gaza, uccidendo 40 persone, per lo più donne e bambini. In uno dei video scioccanti girati dopo l’attacco, si vedono delle persone urlare, tenendo in mano quella che sembra una bambola tirata fuori dalle rovine e passandola di persona in persona. Quando la telecamera zooma, si vede che non è una bambola, ma il corpo di un bambino. Uno dei residenti ha dichiarato che 19 membri della sua famiglia sono stati uccisi nell’attacco. Un altro sopravvissuto ha scritto su Facebook di aver trovato solo la spalla di suo figlio tra le macerie. Amnesty ha indagato sull’attacco e ha scoperto che un membro di Hamas viveva in uno dei piani superiori dell’edificio, ma non era presente al momento dell’attacco.

Il bombardamento delle case civili in cui si suppone vivano operatori di Hamas o del Jihad Islami è probabilmente diventata una politica più frequente delle Idf durante l’operazione “Margine Protettivo” nel 2014. All’epoca, 606 palestinesi – circa un quarto delle vittime civili durante i 51 giorni di combattimento – erano membri di famiglie il cui domicilio era stato bombardato. Un rapporto dell’Onu lo definì nel 2015 sia come un possibile crimine di guerra che come «un nuovo modello» di azione che «ha portato alla morte di intere famiglie». Nel 2014, 93 persone hanno perso la vita a causa dei bombardamenti israeliani su case abitate da famiglie, 13 avevano meno di un anno. Un mese fa, 286 bambini di età inferiore a un anno erano già stati identificati come vittime a Gaza, secondo un dettagliato elenco dell’età delle vittime pubblicato dal ministero della Salute di Gaza il 26 ottobre. Il numero è probabilmente raddoppiato o triplicato da allora.

Tuttavia, in molti casi, e soprattutto durante le operazioni in corso attualmente a Gaza, l’esercito israeliano ha effettuato attacchi che hanno colpito residenze private anche in assenza di un obiettivo militare noto o chiaro. Ad esempio, secondo il Committee to Protect Journalists, al 29 novembre Israele aveva ucciso 50 giornalisti palestinesi a Gaza, alcuni dei quali nelle loro case con le rispettive famiglie. Roshdi Sarraj, 31 anni, giornalista di Gaza nato in Gran Bretagna, ha fondato un’agenzia nella Striscia chiamata Ain Media. Il 22 ottobre, una bomba israeliana ha colpito la casa dei suoi genitori dove stava dormendo, uccidendolo. Anche la giornalista Salam Mema è morta sotto le macerie della sua casa dopo un bombardamento; dei suoi tre figli piccoli, Hadi, 7 anni, è morto, mentre Sham, 3 anni, non è ancora stato trovato sotto le macerie. Altri due giornalisti, Duaa Sharaf e Salma Makhaimer, sono stati uccisi insieme ai loro figli nelle loro abitazioni.

Gli analisti israeliani hanno ammesso che l’efficacia militare di queste tipologie di attacchi aerei sproporzionati è limitata. Due settimane dopo l’inizio dei bombardamenti (e prima dell’invasione terrestre) – dopo che nella Striscia di Gaza erano stati contati i corpi di 1.903 bambini, circa 1.000 donne e 187 anziani – il commentatore israeliano Avi Issacharoff ha twittato: «Per quanto sia difficile da sentire, al 14º giorno di combattimento, non sembra che il braccio militare di Hamas sia stato significativamente danneggiato. Il danno più significativo alla leadership militare è l’assassinio del comandante di Hamas Ayman Nofal». I militanti di Hamas operano regolarmente all’interno di una intricata rete di tunnel costruiti sotto ampie porzioni della Striscia di Gaza. Questi tunnel, come confermato dagli ex ufficiali dell’intelligence israeliana con cui abbiamo parlato, passano anche sotto case e strade. Pertanto, i tentativi israeliani di distruggerli con attacchi aerei sono in molti casi suscettibili di causare la morte di civili. Questo potrebbe essere un altro motivo per l’alto numero di famiglie palestinesi annientate nell’attuale offensiva. Gli ufficiali dell’intelligence intervistati per questo articolo hanno affermato che il modo in cui Hamas ha progettato la rete di tunnel a Gaza sfrutta consapevolmente la popolazione civile e le infrastrutture che si trovano al di sopra. Queste affermazioni sono state anche alla base della campagna mediatica condotta da Israele sugli attacchi all’ospedale di Al-Shifa e le incursioni nei tunnel scoperti sotto di esso.

Israele ha anche attaccato un gran numero di obiettivi militari: miliziani armati di Hamas, siti per il lancio di razzi, cecchini, squadre anticarro, quartier generali militari, basi, posti di osservazione e altro ancora. Dall’inizio dell’invasione terrestre, bombardamenti aerei e pesante fuoco di artiglieria sono stati impiegati per fornire supporto alle truppe di terra. Gli esperti di diritto internazionale sostengono che questi obiettivi sono legittimi, purché gli attacchi rispettino il principio di proporzionalità. In risposta a una richiesta di informazioni da parte di +972 e Local Call per questo articolo, il portavoce delle Idf ha dichiarato: «Le Idf si impegnano a rispettare il diritto internazionale e agiscono di conseguenza, attaccando obiettivi militari e non civili. L’organizzazione terroristica Hamas posiziona i suoi operatori e i suoi asset militari nel cuore della popolazione civile. Hamas utilizza sistematicamente la popolazione civile come scudo umano e conduce combattimenti da edifici civili, compresi siti sensibili come ospedali, moschee, scuole e strutture dell’Onu». Le fonti dell’intelligence che hanno parlato con +972 e Local Call hanno affermato in modo simile che in molti casi Hamas «mette deliberatamente in pericolo la popolazione civile a Gaza e cerca di impedire con la forza ai civili di evacuare». Due fonti hanno affermato che i leader di Hamas «comprendono che il danno inflitto da Israele ai civili conferisce loro legittimità nella lotta».

Allo stesso tempo, mentre oggi può sembrare difficile immaginare l’idea di sganciare una bomba da una tonnellata per uccidere un membro di Hamas, ma che finisce per uccidere un’intera famiglia come «danno collaterale», non era sempre accettata così facilmente da vaste porzioni della società israeliana. Nel 2002, ad esempio, l’Aeronautica israeliana bombardò la casa di Salah Mustafa Muhammad Shehade, all’epoca capo delle Brigate Al-Qassam, ala militare di Hamas. La bomba lo uccise, insieme a sua moglie Eman, sua figlia di 14 anni Laila e altre 14 persone, tra cui 11 bambini. Questo fatto provocò una sollevazione sia in Israele che nel mondo e Israele fu accusata di commettere crimini di guerra.

Queste contestazioni hanno fatto sì che l’esercito israeliano decidesse nel 2003 di sganciare una bomba più piccola, da un quarto di tonnellata, su una riunione dei vertici di Hamas, tra cui il leader sfuggente delle Brigate Al-Qassam, Mohammed Deif, che si svolgeva in un edificio residenziale a Gaza, nonostante il timore che non fosse abbastanza potente da ucciderli. Nel libro To Know Hamas, il veterano del giornalismo israeliano Shlomi Eldar scrisse che la decisione di utilizzare una bomba relativamente piccola fu dovuta al precedente di Shehade e alla paura che una bomba da una tonnellata avrebbe ucciso anche i civili nell’edificio. L’attacco fallì e gli alti ufficiali dell’ala militare fuggirono.

Nel dicembre 2008, nella prima grande guerra che Israele intraprese contro Hamas dopo la sua presa del potere a Gaza, Yoav Gallant, all’epoca capo del Comando Meridionale delle Idf, disse che per la prima volta Israele stava «colpendo le case familiari» dei vertici di Hamas con l’obiettivo di distruggerle, ma senza danneggiare le loro famiglie. Gallant sottolineò che le case venivano attaccate dopo che le famiglie erano state avvertite «bussando sul tetto», oltre che con una telefonata, dopo che era stato accertato che all’interno dell’edificio si svolgeva un’attività militare di Hamas.

Dopo l’operazione “Margine Protettivo” del 2014, durante la quale Israele iniziò a colpire sistematicamente dal cielo le case familiari, gruppi per i diritti umani come B’Tselem raccolsero testimonianze di palestinesi sopravvissuti a questi attacchi. Raccontarono che le case collassavano su se stesse, schegge di vetro tagliavano i corpi di coloro che erano all’interno, i detriti «avevano odore di sangue» e le persone venivano sepolte vive. Questa politica mortale continua oggi, in parte grazie all’uso di armamenti distruttivi e tecnologie sofisticate come Habsora, ma anche a un establishment politico e di sicurezza che ha allentato le redini della macchina militare israeliana. Quindici anni dopo aver insistito sul fatto che l’esercito faceva tutto il possibile per ridurre al minimo i danni civili, Gallant, ora ministro della Difesa, ha chiaramente cambiato tono. «Stiamo combattendo con animali e agiamo di conseguenza», ha dichiarato dopo il 7 ottobre.

Traduzione a cura di Giovanna Branca


Israele. Cosa significa vittoria: la scelta fra pace e violenza

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In tutta Israele, enormi cartelloni torreggiano sulle superstrade, mentre grandi manifesti sono stati affissi davanti a scuole, supermercati ed edifici governativi. Tutti espongono un nuovo slogan: «Insieme vinceremo». Lo slogan è breve e incisivo (in ebraico è composto da due parole, “beyahad nenatzeach”) ed è stato adottato da ampi segmenti della popolazione ebraica. Parte della sua attrattiva è probabilmente dovuta alla sua ambiguità, che consente a ciascuno di interpretare la parola “vittoria” in modo diverso. Tuttavia, nonostante le diverse interpretazioni della forma che la vittoria dovrebbe assumere, sembra esserci un ampio consenso fra gli israeliani sul fatto che una vittoria di qualsiasi genere possa essere ottenuta solo scatenando una violenza letale su Gaza.

Come si può spiegare, altrimenti, che quando i residenti della Striscia in fuga verso sud su una strada identificata come “sicura” da Israele vengono colpiti da un attacco aereo, non una sola voce si levi a criticare l’attacco sui media mainstream? Né si percepisce alcun oltraggio quando le bombe vengono sganciate su uno dei quartieri più affollati del campo profughi di Jabaliya, o quando dei missili colpiscono un convoglio di ambulanze. Per la maggioranza degli israeliani, “vincere” sembra attualmente giustificare quasi ogni violenza.

Come dimostra il mese appena trascorso, la maggioranza degli israeliani non sembra aver avuto alcuna remora per il fatto che i militari abbiano sganciato 30mila tonnellate di esplosivo su Gaza, danneggiando circa il 50% di tutte le unità abitative della Striscia, e rendendone inagibili almeno il 10%. Quasi il 70% dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza sono stati forzatamente cacciati dalle proprie case dalle bombe e i raid. Metà degli ospedali e il 62% dei centri di prima assistenza sono fuori servizio, e un terzo di tutte le scuole sono state danneggiate, mentre circa il 9% è ora fuori servizio. Questo, credono molti ebrei israeliani, è parte di ciò che è necessario per “vincere” e, di conseguenza, che i palestinesi debbano patire migliaia di vittime civili, inclusa la morte, sinora, di oltre 4mila bambini. Sembrano accettare che “vincere” comporti uccidere in media sei bambini ogni ora dal 7 ottobre, e trasformare Gaza in un “cimitero per bambini”, con le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Il genere di bombardamenti indiscriminati che abbiamo visto nell’ultimo mese è indubbiamente parte del tentativo di Israele di esercitare una deterrenza nei confronti di Hamas, così come di Hezbollah. Il messaggio è chiaro: guardate la distruzione a Gaza e state attenti. Eppure anche il bombardamento su vasta scala di Gaza, necessario a questo tipo di deterrenza, non è l’obiettivo definitivo. Ciò che “vincere” significa per la maggioranza degli ebrei israeliani è il completo annientamento di Hamas e del Jihad Islami palestinese. Considerando che Hamas è un’ideologia, un movimento sociale e un apparato di governo che include un braccio militare, la vastità e la fattibilità di questo obiettivo non sono chiare, ma senza dubbio comporterà l’uccisione di migliaia di combattenti, compresi i loro leader politici e militari, la demolizione del sistema di tunnel che Hamas ha creato e la distruzione delle armi che il gruppo ha accumulato. E l’uccisione di migliaia di civili, lo spostamento forzato su vasta scala della popolazione e l’ampia distruzione di siti civili vengono considerati “danni collaterali” legittimi.

Ma se la distruzione di Hamas è l’obiettivo, allora “vincere” significa anche un cambio di regime a Gaza, così come la creazione di una nuova realtà sul campo, in cui Israele non solo controlla i confini della Striscia di Gaza ma anche ciò che succede al loro interno. È soltanto a questo punto, tuttavia, che l’attuale consenso diffuso in Israele sulla necessità di annientare Hamas si frammenta e la “vittoria” viene interpretata diversamente a seconda dei gruppi politici di appartenenza.

Per la destra religiosa, l’odioso massacro di Hamas è considerato un’opportunità per reinsediare i coloni nella Striscia di Gaza. I bombardamenti a tappeto e lo spostamento forzato di un milione di palestinesi rendono possibile il sezionamento della Striscia in parti diverse, e la creazioni di zone senza palestinesi dove i coloni possano impossessarsi della terra e ricostruire gli insediamenti. Il reinsediamento nella Striscia, tuttavia, è parte di un piano più vasto per “ebraicizzare” l’intera regione, dal fiume al mare. In questo momento – sotto la copertura della violenza di Israele su Gaza – in Cisgiordania i coloni appartenenti a questo gruppo politico stanno espellendo le comunità palestinesi dalle colline a est di Ramallah, dalla valle del Giordano e dalle colline a sud di Hebron. “Vincere” per loro significa portare a termine la Nakba una volta per tutte, rimpiazzando la popolazione indigena con ebrei in tutta la terra biblica di Israele.

Per la destra politica israeliana e molti centristi, “vincere” significa trasformare parti del nord di Gaza e un largo perimetro intorno ai confini settentrionali, meridionali e orientali della Striscia in una terra di nessuno. Significa spostare permanentemente la popolazione del nord al sud di Gaza, e dai confini verso l’interno, e confinare i palestinesi in una prigione ancora più piccola di quella nella quale hanno vissuto negli ultimi 16 anni. Questo comporta la creazione di un governo fantoccio responsabile dei compiti dell’amministrazione municipale, non dissimile dall’Autorità palestinese in Cisgiordania, e significa che i soldati israeliani entreranno periodicamente nella Striscia di Gaza per “mietere il prato”, in modo analogo a ciò che i militari fanno a Jenin.

I centristi rimanenti e molti liberal israeliani non hanno idea di cosa “vincere” significhi oltre all’esercizio di un’orribile violenza per “distruggere Hamas”. Intrappolati in un paradigma militarista e ora vendicativo, sembrano pensare che gli israeliani e i palestinesi siano ingabbiati in un gioco a somma zero in cui solo l’applicazione della violenza sui palestinesi garantirà in qualche modo che gli ebrei siano al sicuro. Incerti su cosa la vittoria significhi, ma ciononostante desiderosi di questo risultato, anche loro sostengono questa violenza. Di conseguenza – che la maggioranza degli ebrei israeliani lo ammetta o no – “vincere” implica una spinta eliminazionista su vasta scala, diretta contro il popolo palestinese e non solo Hamas.

Solo un piccolo segmento della popolazione ebraica israeliana rifiuta queste forme di “vittoria” e si appella a un cessate il fuoco immediato. Per loro, dunque, vincere vuol dire un completo e totale cambio di paradigma, che trasformi Israele in un unico Stato democratico fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo dove ebrei e palestinesi possano vivere insieme da uguali. Per questo gruppo, la parola “insieme” nello slogan “insieme vinceremo” non è l’eccezionalismo ebraico che regna in Israele (e da molte altre parti del mondo) ma un’alleanza ebraico-palestinese, qualcosa che oggi appare come un sogno improbabile. Questa visione profetica, tuttavia, è l’unica accezione di vittoria per cui valga la pena combattere. E la nostra unica speranza di un futuro di pace in questa storica terra.

L’articolo, pubblicato originariamente su Al Jazeera, è tratto da il manifesto dell’11 novembre

(*) Neve Gordon è un professore israeliano. Insegna attualmente diritto internazionale e diritti umani alla Queen Mary University di Londra dopo avere insegnato per molti anni nel Ben-Gurion University del Negev. Scrive da sempre sul conflitto israelo-palestinese e sulle tematiche del rispetto dei diritti umani nell’area. È membro della Academia for Equality, un’organizzazione che lavora per promuovere la democratizzazione, l’uguaglianza e l’accesso all’istruzione superiore per tutte le comunità che vivono in Israele.


Bombardamenti: un po’ di storia

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Gaza muore: di bombe, di fame, di sete, di mancanza di cure. Di giornalisti non ce ne sono (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/10/24/gaza-e-il-giornalismo-che-non-ce/) e, se anche ce ne fossero, non potrebbero raccontare ciò che vedono perché la rete internet non funziona. Se anche funzionasse, i loro articoli difficilmente passerebbero le censure e le autocensure dei giornali e delle televisioni per cui lavorano. «Per noi, lo scopo è distruggere Gaza, distruggere questo male assoluto» ha detto il diplomatico israeliano Dror Eydar in una trasmissione televisiva italiana. Una città di oltre due milioni di abitanti trasformata in “male assoluto”: questo è il linguaggio del genocidio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/10/30/gaza-non-e-difesa-e-genocidio/).

Purtroppo non è una novità: già cento anni fa un generale italiano affermava che, nella guerra moderna, «tutti diventano combattenti […] non può più sussistere una divisione fra belligeranti e non belligeranti». Giulio Douhet, diplomato all’Accademia militare di Torino nel 1889 e, trent’anni dopo, teorico della guerra aerea, non deprecava affatto la strage dei civili, al contrario: gli obiettivi dei bombardamenti dovevano essere fabbricati normali, abitazioni, stabilimenti e una determinata popolazione. Per distruggere tali bersagli, scriveva nel libro Il dominio dell’aria (ora Idrovolante Edizioni, 2023) «occorre impiegare i tre tipi di bombe: esplodenti, incendiarie e velenose, proporzionandole convenientemente. Le esplosive servono per produrre le prime rovine, le incendiarie per determinare i focolari di incendio, le velenose per impedire che gli incendi vengano domati dall’opera di alcuno».

I gas furono effettivamente impiegati dal regime fascista in Etiopia, dopo la morte di Douhet avvenuta nel 1930, mentre non furono usati durante la seconda guerra mondiale. Non ce n’era bisogno: il 28 luglio 1943 l’aviazione inglese inviò 787 bombardieri su Amburgo, per un attacco così descritto dallo scrittore tedesco Winfried Sebald: «Seguendo una tecnica già sperimentata, in primo luogo si scardinarono tutte le porte e le finestre mediante bombe dirompenti da poco meno di due tonnellate l’una, quindi con piccoli ordigni incendiari si appiccò il fuoco ai solai, mentre [altre] bombe incendiarie penetravano fin nei sotterranei. […] All’una e venti si scatenò una tempesta di fuoco così intensa che nessuno mai, fino a quel giorno, l’avrebbe creduta possibile. Il fuoco, levandosi nel cielo in vampe alte duemila metri, attirava a sé l’ossigeno con una violenza tale che le correnti d’aria raggiunsero la forza di uragani […]. Chi era scappato dai rifugi cadeva adesso, in grotteschi contorcimenti, sull’asfalto liquefatto che si gonfiava in grosse bolle. Nessuno sa con certezza quanti abbiano perso la vita quella notte, o quanti siano impazziti prima di essere colti dalla morte» (Storia naturale della distruzione, Adelphi, 1999). Lo stesso avvenne a Tokyo, per opera dell’aviazione americana, nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1945: le bombe incendiarie uccisero più di 100.000 civili mentre un altro milione restò senza casa.

Cosa c’entra Douhet in tutto questo? La risposta viene da Giorgio Rochat: Douhet è «l’unico teorico militare italiano (dopo Machiavelli) noto in tutto il mondo, forse più all’estero che in Italia». Fin dagli anni Trenta Il dominio dell’aria fu tradotto in inglese, in francese, in tedesco e in altre lingue, la sua dottrina venne immediatamente adottata dalle nascenti forze aeree delle grandi potenze. I Governi trovarono nel libro esattamente ciò che volevano trovare: una giustificazione razionale per la guerra totale, per la cieca sete di distruzione che la guerra aveva creato. Una pulsione devastatrice che raggiunse il suo culmine a Hiroshima e Nagasaki. Soprattutto, generali dell’aviazione come Arthur Harris in Gran Bretagna e Curtis LeMay negli Stati Uniti adottarono entusiasticamente l’idea di usare i bombardamenti in un’intensa campagna terroristica su larga scala, con attacchi massicci su obiettivi civili, per «destarvi il panico, farvi scoppiare delle rivolte e provocare la fuga degli abitanti verso le campagne». Un’idea espressa da Douhet già nel 1918 in un mediocre romanzo intitolato La fine della grande Guerra. La vittoria alata.

Non che Douhet, a cui è dedicata la scuola di Firenze della nostra Aereonautica, fosse un profeta solitario: Winston Churchill, ministro delle Colonie nel 1919, di fronte alle ribellioni araba e curda contro l’occupazione inglese dell’Iraq, si disse «fortemente favorevole all’uso di gas velenosi contro le tribù incivili… [per] diffondere un terrore bello vivace (lively)». Secondo Bernard Brodie, uno dei maggiori esperti di strategia nucleare degli anni Cinquanta, la seconda guerra mondiale fu il momento in cui i Governi occidentali mostrarono di aver perso «il razionale controllo delle situazioni militari». È quanto sembra accadere oggi anche in Israele, dove il desiderio di vendetta per gli attacchi di Hamas prevale non solo su qualsiasi considerazione umanitaria ma anche politica: dove possono fuggire gli abitanti di Gaza? È necessario ucciderli tutti? E se non è possibile ucciderli tutti, Gaza dovrà essere occupata dall’esercito israeliano per i prossimi 50 o 100 anni? Il Governo di Benjamin Netanyahu non ha alcuna risposta sensata a queste domande e a Gaza i bambini continuano a morire.


Israele: diritto di difendersi e violazioni del diritto internazionale

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Dall’attacco del 7 ottobre si ripete che Israele ha diritto a difendersi; gran parte dei leader Usa e Ue, con qualche eccezione, aggiungono «rispettando il diritto internazionale». Ma questo cosa significa?

A Gaza, Israele è potenza occupante in quanto esercita un’autorità di fatto sui confini terrestri, marini e aerei, controllandone l’accesso a persone, merci (compresi medicinali), acqua, fonti di energia. L’articolo 42 del Regolamento dell’Aja del 1907, recita: «Un territorio è considerato come occupato quando si trovi posto di fatto sotto l’autorità dell’esercito nemico». Non si menziona la presenza di truppe sul territorio, e dunque il ritiro da Gaza del 2005 non modifica lo status dell’occupante. E infatti come è tale è considerato dalle Nazioni unite, dalla Corte penale internazionale, dalla Croce Rossa.

La popolazione occupata non ha alcun dovere di obbedienza nei confronti della potenza occupante (articoli 45 e 68 della quarta Convenzione di Ginevra del 1949); può agire per veder riconosciuto il suo diritto all’autodeterminazione, anche con la lotta armata (risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite n. 2649 (XXV), del 30 novembre 1970, e n. 35/35, del 14 novembre 1980).

Il conflitto fra Israele e Palestina è qualificato come conflitto internazionale sia dalla dottrina giuridica maggioritaria, sia dalla prassi giurisprudenziale israeliana. In questo contesto le azioni compiute da Hamas violano senz’altro molteplici divieti del diritto internazionale umanitario, specificamente codificati nel primo Protocollo Addizionale del 1977: diritto alla protezione delle popolazioni, divieto di atti o minacce per diffondere il terrore, divieto di attacchi indiscriminati. Ne derivano crimini contro l’umanità e crimini di guerra, come sancito agli articoli 7 e 8 dello statuto della Corte Penale Internazionale, ratificato dallo Stato della Palestina nel 2015. Ma che dire della risposta di Israele? Nel discorso pubblico occidentale si insiste sul suo diritto all’autodifesa, riconosciuto come «diritto intrinseco» o «diritto naturale» dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ma già nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha negato che Israele possa invocare l’articolo 51 contro attacchi provenienti dal territorio occupato. Essendo Israele potenza occupante, non si tratta di un atto di aggressione. In ogni caso nemmeno il diritto alla legittima difesa potrebbe legittimare le violazioni del diritto umanitario.

Dunque, la risposta di Israele deve rispettare principi di precauzione, distinzione fra combattenti e non combattenti e proporzionalità. La violazione di tali principi comporta (anche) la responsabilità individuale per crimini di guerra da parte dei singoli autori materiali. Questo vale per i bombardamenti indiscriminati come per il crimine di starvation, ossia far soffrire la fame ai civili come metodo di combattimento (articolo 54 del primo Protocollo Addizionale del 1977, Statuto della Corte Penale Internazionale art. 8(2)(b)(xxv)) mentre la potenza occupante ha l’obbligo di fornire cibo e materiale medico alla popolazione del territorio occupato (articolo 55 della quarta Convenzione di Ginevra del 1949). È vietato alla potenza occupante sottoporre l’intera popolazione del territorio occupato a una punizione collettiva per un atto commesso da alcuni suoi membri (articolo 50 dei regolamenti dell’Aja del 1907 e art. 33 della quarta Convenzione di Ginevra); sono vietate rappresaglie di guerra, quale l’interruzione dell’accesso all’acqua potabile e alle fonti di energia per tutta la popolazione civile palestinese (articolo 51(6) del primo Protocollo Addizionale); è vietato il trasferimento forzato della popolazione civile per poter creare delle zone dove le operazioni belliche possano essere liberamente condotte (articolo 85(4)) come invece disposto dal comunicato del 13 ottobre con cui l’esercito ha ordinato «l’evacuazione di tutti i civili dalla città di Gaza per la loro sicurezza e protezione» (sic!) ingiungendo loro di spostarsi nell’area a sud di Wadi Gaza.

Insomma, come potenza occupante – lo ha riconosciuto la sua stessa Corte suprema (sentenza 30 giugno 2004) – Israele ha degli obblighi precisi che continua a violare, e da questo punto di vista la qualifica di Hamas e delle sue azioni come terroristiche e persino la questione della sovranità palestinese non cambiano il quadro. Ma il Consiglio di sicurezza non riesce a superare il veto degli Usa neppure per chiedere il cessate il fuoco. D’altra parte è dal 1948 che Israele ignora le risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’articolo è tratto da il manifesto del 28 ottobre


Suad Amiry: «Ue e Usa ci lasciano morire. Non hanno valori»

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Intervista alla scrittrice palestinese Suad Amiry. Nel suo ultimo romanzo, Storia di un abito inglese e di una mucca ebrea, Suad Amiry fa quello che fa da tanti anni: racconta, con un’ironia che è solo sua, il trauma individuale e collettivo della Nakba del 1948, la catastrofe del popolo palestinese, la cacciata dalle proprie terre dell’80% della popolazione palestinese dell’epoca, tra 800mila e un milione di persone. Nipote di rifugiati, rifugiata lei stessa, architetta e scrittrice, Amiry è autrice di opere fondamentali della narrativa palestinese, da Murad Murad a Sharon e mia suocera.

I volantini lanciati venerdì sul nord di Gaza dall’esercito israeliano – “Andatevene per la vostra sicurezza, tornerete a operazione conclusa” – hanno fatto subito rivivere ai palestinesi quanto avvenuto 75 anni fa. Che ruolo ha l’immaginario dell’esodo e della diaspora sulla popolazione di Gaza e su chi vive fuori?

La cosa che mi ha più addolorato è stato vedere i palestinesi del nord di Gaza lasciare le loro case, per non andare da nessuna parte. Mi ha fatto rivivere il 1948. Abbiamo sempre detto che non ci sarebbe mai stato un altro 1948, un altro abbandono delle nostre case. Ed ora lo vediamo in tv. Da bambina chiedevo sempre con rabbia ai miei genitori perché se ne fossero andati. Abbiamo sempre dato la colpa alle generazioni dei nostri genitori: perché ve ne siete andati? È un sentimento profondamente radicato. E lo riviviamo oggi: un milione di palestinesi è esattamente lo stesso numero che se ne andò nel 1948. E queste persone sono profughi del 1948. Posso capire che se ne vadano. Un mio amico mi ha detto: «Se gli israeliani mi dicono che bombarderanno la mia casa, prenderò le mie due figlie e me ne andrò, perché sono un padre e sono un essere umano». In tutte le guerre la gente scappa. Nessuno guarda alla morte e la aspetta. È un’immagine fortissima per i palestinesi perché richiama l’inizio del conflitto. Tutti oggi affrontano il conflitto come se fosse iniziato il 7 ottobre. Ma queste persone che lasciano le loro case riportano al 1948. Dopo 75 anni ci saremmo aspettati che il mondo dicesse a Israele che non si possono sradicare le persone dalle loro terre senza subire condanne.

Gli chiedono di spostarsi a sud di Gaza, ma anche lì non ci sono rifugi sicuri.

Queste persone a cui gli israeliani chiedono di andare a sud sono originarie di città venti chilometri a nord della Striscia, Ashkelon, Ashdod. Se volete proteggerli, riportateli nelle loro case, a cui appartengono. Non chiedete all’Egitto di aprire il confine e di prenderli. Israele vuole cacciare i palestinesi e chiede ad altri Paesi di assumersi la responsabilità dei suoi atti criminali. Abbiamo bisogno di una soluzione politica. Senza porre fine all’occupazione, senza porre fine all’assedio di Gaza, senza lo stop agli insediamenti in Cisgiordania, senza fermare i coloni e le loro violenze, non ci sarà una fine. Cosa si aspettano da noi? Come possiamo resistere a tutto questo, ogni giorno, da 50 anni? Questa è la domanda che dobbiamo porci. Se non avremo una soluzione politica, vi assicuro che ci sarà un altro ciclo di ostilità.

Lei viaggia molto, ha una casa in Italia, in questo momento è negli Stati uniti. Come legge la reazione internazionale?

Siamo lasciati a morire, non importa a nessuno. Questo è il messaggio che l’Europa e l’America ci stanno inviando. Non hanno valori. Dateci una guida su come resistere e noi la seguiremo. Ciò che mi fa arrabbiare più degli attacchi israeliani è l’animosità europea e statunitense contro i palestinesi. Il mondo assiste a bombardamenti di edifici con le persone dentro e si limita a guardare. Ora sono negli Usa: il sentimento contro i palestinesi è incredibile. In Germania cancellano la partecipazione a un festival letterario di Adania Shibli. Shibli è una scrittrice, una donna pacifica. La stessa cosa in America: c’è stato un festival letterario all’Università della Pennsylvania a cui ho partecipato, stanno chiedendo alla direttrice di dimettersi perché ha ospitato dei palestinesi. Qualsiasi cosa facciamo, veniamo criticati. Se andiamo a un festival letterario, veniamo attaccati. Se vinciamo un premio letterario, veniamo attaccati. Se a Gaza la gente si impegna in manifestazioni pacifiche per mesi, nessuno si chiede perché, nemmeno ne parla. E ora tutto il mondo è in rivolta contro di noi: non siamo uguali nella morte e non siamo uguali nella vita.

Lei ha vissuto la prima Intifada e il processo di Oslo. Né disobbedienza civile popolare né dialogo funzionarono.

Ho vissuto la prima Intifada quando Rabin faceva spezzare le ossa ai bambini perché lanciavano pietre. E ho partecipato ai negoziati per tre anni con la squadra palestinese a Washington. Ci facevano perdere tempo. Venivano nella stanza e dicevano: oggi discutiamo di come dividerci le zanzare, argomenti senza senso solo per perdere tempo. Come se noi palestinesi venissimo dalla luna. Siamo le persone che vivono in questo Paese da sempre. Qual è la nostra colpa, esattamente? Quando si vive una vita senza giustizia, senza uguaglianza, si impazzisce. Hanno passato 20 anni a negoziare con noi in modo insensato per arrivare a Oslo, che significava transizione per cinque anni. E i cinque anni sono diventati 30. Cosa vogliono, uno Stato unico? Siamo pronti. Uno Stato unico con pari diritti? Siamo pronti. Ma Israele non lo vuole. Due Stati? Noi siamo pronti, ma loro non lo vogliono. Vogliono continuare a occuparci e pretendono che restiamo zitti. Non sto dando la colpa agli israeliani, sto incolpando gli europei per la loro posizione: la prima cosa che l’Europa ha detto dopo il 7 ottobre è stato proporre il taglio degli aiuti ai palestinesi. Come può questo aiutare la pace? Dovremmo cercare delle soluzioni. Non dovremmo continuare solo a condannare Hamas o a condannare gli israeliani. Condannare è una posizione da intellettuali. Voglio che l’Europa si alzi in piedi e dica: come poniamo fine al problema?

Si dovrebbe tornare alla radice?

Trattano la situazione come se la storia fosse iniziata il 7 ottobre, come se non ci fosse una storia di occupazione di decenni. Condanno sicuramente e con forza qualsiasi uccisione di civili. Ma a livello militare, gli israeliani hanno fallito tremendamente nel proteggere il loro stesso popolo. Non riesco ancora a capire come Hamas abbia potuto fare tutto quello che ha fatto senza che gli israeliani intervenissero per 4 o 5 ore. E ora, invece di mettere Netanyahu sotto inchiesta, attaccano i palestinesi. Netanyahu dovrebbe essere imprigionato per la crudeltà che esercita sulla sua stessa società e su di noi. Quanto è eroico attaccare civili dall’alto per compiacere il proprio popolo? Qual è lo scopo di tutto ciò, sbarazzarsi di Hamas? Posso assicurarvi che Hamas continuerà a esistere. Non sono una sostenitrice di Hamas, ma so leggere la realtà.

L’articolo è tratto da il manifesto del 18 ottobre


Palestina: guerra o terrorismo?

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La guerra provocata dall’aggressione di Hamas è la conferma di un’ovvietà: la violenza genera solo violenza, l’aggressione violenta e disumana soltanto vendetta e rappresaglia, di cui pagherà un prezzo altissimo il popolo palestinese. Gli attacchi di Hamas sono stati delle terribili azioni criminali, che hanno colpito centinaia di persone inermi e innocenti. Sono stati anche un regalo al premier Netanyahu, dato che hanno tacitato le proteste di piazza contro il suo governo, hanno neutralizzato l’opposizione, hanno fatto dimenticare le tensioni e i conflitti generati dalla sua assurda riforma giudiziaria e i suoi processi per corruzione e gli hanno conferito i pieni poteri. Naturalmente è vero anche il contrario. Queste politiche di Netanyahu, a loro volta, hanno enormemente rafforzato Hamas.

La questione di fondo che un approccio pacifista e soprattutto razionale ha il dovere di affrontare riguarda pertanto la natura delle aggressioni, sia pure atroci e altamente organizzate, quali sono state quelle di Hamas.

Si è trattato di un atto di guerra o di un atto criminale di terrorismo? Non è facile, in queste ore di angoscia e di orrore per le stragi disumane provocate da Hamas, insistere sull’importanza delle parole. Ma proprio questi orrori impongono di chiarire che le due qualifiche sono tra loro incompatibili perché diverse, anzi opposte sono le risposte che la nostra civiltà giuridica ha apprestato nei confronti dei due fenomeni. A un atto di guerra – quale soltanto gli Stati e i loro eserciti regolari, come insegnano i classici del diritto internazionale, possono compiere – si risponde con la guerra. A un crimine, sia pure gravissimo, si risponde con il diritto, cioè con l’identificazione e la punizione dei colpevoli. Fu un enorme regalo al terrorismo la qualificazione come “atto di guerra”, anziché come crimine efferato, della strage dell’11 settembre 2001, che provocò la risposta della guerra dapprima contro l’Afghanistan e poi contro l’Iraq, i cui unici effetti furono decine di migliaia di morti innocenti e lo sviluppo del terrorismo jihadista, divampato da allora in tutto il mondo ed elevato, come aspira qualunque terrorismo, al rango di uno Stato in guerra. Fu un altro stupido regalo chiamare “Stato” – “Isis” o “Stato islamico” – anziché semplicemente “organizzazione criminale” il successivo terrorismo jihadista ed usare contro di esso, di nuovo, il linguaggio della guerra. Giacché è appunto la “guerra santa” che è voluta dai fondamentalisti, ed è come guerra santa che essi legittimano i loro assassinii e la loro ferocia. Ma la politica non ha imparato nulla dalle tragedie del passato. È così che di nuovo, oggi, è un regalo di Netanyahu alle bande di Hamas qualificare con la parola guerra i loro eccidi terroristici. Chiamare “guerra” un atto criminale e conseguentemente la reazione nei suoi confronti equivale infatti ad annullare l’asimmetria tra le istituzioni politiche e la criminalità e a generare tra esse un’insensata simmetria, la quale abbassa le prime al livello della seconda o, che è lo stesso, innalza la seconda al livello delle prime. La sola risposta razionale, oggi come in passato, dovrebbe essere invece quella asimmetrica – tanto più efficace e delegittimante quanto più asimmetrica – che si conviene ai crimini contro l’umanità: non quindi i missili e i bombardamenti, che provocando morte e terrore tra le popolazioni civili servono solo ad accrescere l’odio e le capacità di proselitismo dei terroristi, bensì le ben più difficili azioni di polizia, attuate naturalmente con mezzi militari adeguati ma dirette soltanto all’identificazione e alla neutralizzazione delle organizzazioni criminali.

È poi evidente che se configuriamo il terrorismo come un fenomeno criminale, dovremo anche comprenderne le cause, onde rispondere ad esso non solo con i mezzi della repressione ma con politiche idonee a rimuoverne le ragioni. Le origini del terrorismo di Hamas sono assolutamente evidenti. Non si possono tenere milioni di persone, l’intero popolo palestinese, in una condizione di oppressione e di apartheid senza che a un certo punto una parte di questo popolo esploda in forme criminali. È chiaro che la violenza non risolverà mai nulla. Può solo, come l’esperienza insegna, inasprire il conflitto, accrescere gli odi e la volontà di vendetta. La sola soluzione è politica. E qualunque soluzione politica non può che consistere nel capovolgimento della politica dell’attuale destra israeliana: nella promozione della convivenza pacifica, basata sui principi di uguaglianza e di laicità e perciò sul reciproco rispetto di tutte le differenze di identità, siano esse nazionali, o religiose, o politiche o culturali. È la stessa risposta razionale, del resto, che occorrerebbe dare alle tante sfide globali che minacciano il futuro dell’umanità. Naturalmente, come sempre, la pace e l’uguaglianza, le loro condizioni e le loro garanzie sembrano soltanto un sogno. Ciò che, come sempre, il realismo politico preferisce è l’incubo.

L’articolo è pubblicato anche su il manifesto


Quando diritti e libertà non valgono: l’Occidente e il genocidio dei kurdi

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Mentre il mondo occidentale si indigna e si commuove (giustamente) per i bombardamenti su Kiev e su tutta l’Ucraina, altri bombardamenti sono avvolti dal silenzio complice delle cancellerie di Europa e Stati Uniti. È il caso – tra gli altri – di quelli sul Kurdistan e sul suo popolo misconosciuto e vittima, sui territori e nelle carceri, di un vero e proprio genocidio che ha come principale attore protagonista il sultano turco Tayyip Erdoğan (https://volerelaluna.it/mondo/2022/08/10/turchia-un-genocidio-allombra-della-nato/), celebrato dall’intero Occidente come l’unico autorevole mediatore capace di avviare una trattativa tra Russia e Ucraina e foraggiato dall’UE con tre miliardi di euro ogni anno per impedire l’ingresso in Europa dei profughi asiatici che fuggono da guerra e violenze.

Cinque giorni dopo l’attentato di Istanbul del 14 novembre, attribuito dalle autorità prima di ogni verifica ai kurdi e al PKK (ma su cui aleggia il sospetto di un’operazione di “strategia della tensione”), la notte tra il 19 e il 20 una pioggia di bombe, sganciate dall’aviazione turca, si è abbattuta su

diverse regioni del Kurdistan in Siria e nel Nord Iraq. Ad essere colpite sono state soprattutto le città di Kobane e Derik dove i bombardamenti sono inziati nella notte e proseguiti la mattina successiva. Kobane, la città che ha sconfitto l’ISIS al prezzo di migliaia di vite civili e di combattenti YPG/YPJ e PKK, è da allora nel mirino del regime di Erdoğan e per questo è stata indicata dal Governo turco come capro espiatorio dell’attentato. Come scrive ReteKurdistan in Italia, «indicare le istituzioni del Rojava come responsabili dell’attentato non è altro che un goffo tentativo di legittimare agli occhi dell’opinione pubblica una nuova invasione del Rojava, in particolare della città di Kobane, la cui occupazione completerebbe il progetto neo ottomano iniziato con le invasioni del 2018 e 2019. Anche la tempistica di questi attacchi non è casuale. Il Governo AKP-MHP è in calo nei sondaggi che lo vedrebbero sconfitto nelle prossime elezioni, nonostante Erdoğan abbia tentato di ritagliarsi una posizione di rilievo attraverso gli accordi economici con l’UE e tentando di acquisire una posizione centrale nel conflitto tra Russia e Ucraina. In un momento storico in cui il mondo sta seguendo con attenzione le rivolte in Iran, al grido di “Jin Jiyan Azadi”, Donna Vita Libertà (https://volerelaluna.it/mondo/2022/09/30/jin-jiyan-azadi-donna-vita-liberta/), il Governo turco sta lavorando attivamente per distruggere la rivoluzione delle donne del Rojava, il luogo in cui da dieci anni questo motto è stato applicato e si è tramutato in pratica politica».

I morti sotto i bombardamenti turchi si contano ormai a decine e nel Kurdistan iracheno viene l’impiego anche di armi chimiche. Il Governo di Erdoğan sostiene di avere neutralizzato centinaia di terroristi e dichiara che questo “è solo l’inizio”. Intanto sul confine si ammassano carri armati e truppe, il che rende verosimili imminenti attacchi da terra.

Non è certo la prima volta che ciò accade ma oggi l’offensiva dell’esercito di Erdoğan si intreccia con i bombardamenti iraniani nella zona di Erbil e Sulaymaniyah. Diversi testimoni riferiscono di bombe a tappeto anche su campi profughi con decine di morti. A giustificazione dell’intervento Teheran evoca il traffico, attraverso la frontiera iracheno-iraniana, di armi destinate ad alimentare le proteste scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Amini (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/09/21/la-sua-colpa-era-curda-e-libera/) e diffusesi ormai a macchia d’olio nel Paese in aperta ribellione contro il regime degli ayatollah. Più realisticamente si tratta di un tentativo di regolare i conti con gruppi di opposizione fuggiti dal Paese e rifugiatisi in territorio iracheno. Comunque sia, i bombardamenti continuano e, contestualmente, centinaia di blindati vengono fatti affluire in prossimità della frontiera. Quel che si delinea è, dunque, l’accantonamento (momentaneo) delle tradizionali rivalità tra Ankara e Teheran in vista di un’azione simultanea, anche con l’invasione militare del Kurdistan. La cosa non deve stupire: tanto Ankara quanto Teheran aggiungono alle mire territoriali e agli interessi geopolitici la volontà di risolvere le difficoltà interne con la costruzione del “nemico esterno”.

In questa situazione – e, a maggior ragione, se si verificasse un’invasione militare del Kurdistan – c’è da chiedersi come reagiranno la comunità internazionale e, in particolare, l’Occidente. Alla luce delle posizioni assunte negli ultimi anni da Stati Uniti e UE (https://volerelaluna.it/mondo/2022/08/10/turchia-un-genocidio-allombra-della-nato/) e da alcuni bruschi cambiamenti di atteggiamento intervenuti da ultimo – come quelli di Finlandia e Svezia (https://volerelaluna.it/mondo/2022/08/10/turchia-un-genocidio-allombra-della-nato/) e di Svizzera e Olanda (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/11/08/quando-leuropa-e-complice-lo-sterminio-dei-curdi/) – è prevedibile che ci sarà una totale inerzia, se non addirittura un appoggio esplicito, accompagnato da aiuti militari, alla Turchia. Se così fosse, la differenza di trattamento rispetto all’Ucraina sarebbe ancor più stridente di quanto già non sia. Non hanno nulla da dire i, normalmente così loquaci, “pacifisti con l’elmetto” che non perdono occasione per dare lezioni su libertà e diritti a chi chiede che, ovunque, tacciano le armi come primo passo verso la pace?


Ucraina. L’estensione della guerra alla Crimea e il silenzio della comunità internazionale

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Ormai abbiamo superato gli otto mesi di guerra, senza che vi sia stato un solo giorno di tregua. Se alla controffensiva ucraina la Russia ha risposto mobilitando da trecentomila a un milione di coscritti e riprendendo bombardamenti in larga scala su Kiev ed altre città, diretti soprattutto contro le infrastrutture elettriche, l’Ucraina, dopo il ponte di Kerch, il 29 ottobre ha colpito un’altra volta in Crimea, con l’attacco alla base della flotta russa a Sebastopoli. Si è trattato dell’attacco più massiccio dall’inizio del conflitto, portato con armi particolarmente sofisticate, come i droni subacquei (forniti dalla Royal Navy), che ha provocato danni a quattro unità, compresa la nave ammiraglia. I russi hanno reagito sospendendo l’unico accordo negoziato con Kiev durante il conflitto, quello relativo alla creazione di un canale sicuro per l’esportazione del grano via mare.

È evidente che il conflitto sta virando verso un’escalation incontrollabile, capace di provocare sofferenze inaudite alle popolazioni coinvolte e di avvicinare lo scontro diretto fra la NATO e la Federazione russa. In questi giorni, grazie alla crescente insofferenza dell’opinione pubblica europea ed italiana e ai ripetuti appelli del Papa, tutti invocano – a parole – la pace ma nessuno ci lascia intravedere come e quando questa guerra finirà. Intervenendo alle assise “Il grido della pace” convocate dalla Comunità di Sant’Egidio, il Presidente francese, Emanuel Macron ha dichiarato che «la pace è possibile» ma sarà «quando e quella che loro (gli ucraini) decideranno e che rispetterà i diritti del popolo sovrano. […] Non lasciamo che la pace oggi sia catturata dal potere russo. Oggi la pace non può essere la consacrazione della legge del più forte, né il cessate il fuoco che definirebbe uno stato di fatto».

Dal momento che – secondo la dottrina NATO-Unione europea – dovranno essere gli ucraini a decidere quando e quale pace sarà possibile, è al Presidente Zelensky che dobbiamo guardare per capire quale sia la sua disponibilità a porre termine al conflitto. Ebbene Zelensky ce lo ha fatto sapere il 25 ottobre rivolgendosi ai partecipanti al vertice interparlamentare della “piattaforma di Crimea” svoltosi a Zagabria con la partecipazione di una quarantina di delegazioni, inclusa la speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso americano, Nancy Pelosi. Il Presidente dell’Ucraina si è espresso così: «Solo quando la bandiera ucraina sventolerà di nuovo sulla Crimea liberata il mondo potrà sentirsi sicuro e dire che la guerra è finita». Orbene è fin troppo chiaro che per il Governo ucraino la guerra non deve limitarsi alla difesa, vale a dire a respingere le truppe d’invasione della Federazione russa ma deve spingersi oltre e ribaltare uno status quo consolidato dal 2014, consentendo alle forze armate ucraine di prendere possesso di un territorio che costituisce una Repubblica autonoma inserita nella Federazione russa.

La penisola di Crimea fa parte della Russia da oltre 200 anni, nel 1954 Kruscev la “donò” all’Ucraina, ma si trattava di una mera unificazione amministrativa poiché l’Ucraina continuava a far parte dell’URSS. Nel 2014, dopo il traumatico cambio del regime politico a Kiev, il Consiglio Supremo della Repubblica di Crimea votò all’unanimità la dichiarazione d’indipendenza dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia. Il 16 marzo del 2014 un referendum popolare approvò l’annessione alla Russia con il 96,77% di voti favorevoli, con la partecipazione dell’83,1% degli aventi diritto al voto. L’Ucraina non accettò l’annessione della Repubblica di Crimea alla Federazione russa. Anche l’Unione Europea rifiutò di riconoscere l’annessione e applicò delle sanzioni commerciali alla Russia. Per la Crimea si verificò, a parti invertite, lo stesso processo che aveva portato all’indipendenza del Kossovo, che la NATO distaccò dalla Jugoslavia a seguito di un’azione di bombardamento durata 78 giorni. Quando il Kosovo, ormai separato di fatto, votò la propria indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008, quest’ultima dichiarò immediatamente di non riconoscerla. L’indipendenza del Kosovo è stata riconosciuta da una metà degli Stati membri dell’ONU, mentre l’altra metà non l’ha riconosciuta. Attualmente esiste una controversia internazionale sullo status del Kosovo, così come esiste una controversia internazionale sullo status della Repubblica di Crimea.

La Costituzione italiana «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non v’è dubbio che se la Serbia decidesse di invadere il Kosovo per annullarne l’indipendenza, l’Italia dovrebbe “ripudiare” quest’azione perché non si possono risolvere le controversie internazionali con l’uso della forza. Lo stesso discorso vale per l’Ucraina. Se volesse – come lascia intendere il suo Governo – riprendere manu militari il controllo del territorio della Repubblica di Crimea per staccarla dalla Federazione russa, si tratterebbe di un’aggressione pura e semplice. Il fatto che gli ucraini siano stati aggrediti dalla Russia, che ha invaso una parte del loro territorio, giustifica la resistenza all’azione in corso, ma non può essere un valido pretesto per legittimare un’altra aggressione.

Un’azione di forza per staccare la Crimea dalla Federazione russa, oltre ad essere inammissibile sul piano del diritto internazionale e ripudiabile, dal punto di vista della Costituzione italiana, rappresenta una provocazione che renderebbe la pace impossibile perché la Russia, se non altro per ragioni strategiche, mai potrebbe rinunciare alla Crimea, se non a prezzo di una completa disfatta sul piano militare. Quanto sangue si deve ancora versare per consentire all’Ucraina di “vincere” la guerra con la Russia e risolvere tutte le controversie in corso? Quanti nuovi cimiteri si devono costruire? Siamo proprio sicuri che devono essere gli ucraini a decidere come e quando porre fine alla guerra?

Una versione ridotta dell’articolo è pubblicata su Il Fatto quotidiano del 1 novembre